Il nostro mondo sacro: vissuto, negato e ritrovato di nuovo – Paul Cudenec


La sacralità del nostro mondo vivente è sempre stata riconosciuta e celebrata nelle culture tradizionali dell’umanità, ma è stata marginalizzata nell’era industriale moderna. Perché e come è successo? Come possiamo riportare la consapevolezza della natura divina al centro del nostro pensiero?
Il grande storico della religione rumeno Mircea Eliade afferma che le prime comunità umane, nomadi o sedentarie, “vivevano in un cosmo sacralizzato, partecipavano a una sacralità cosmica che si manifestava tanto nel mondo animale quanto in quello vegetale”. [1]
Egli definisce questo concetto in termini di ierofania, ovvero qualcosa di sacro che si rivela a noi, e afferma che essa spazia dalla “ierofania più elementare, ad esempio la manifestazione del sacro in un oggetto, una pietra o un albero, fino alla ierofania suprema, che per un cristiano è l’incarnazione di Dio in Gesù Cristo”. [2]
L’antica spiritualità dei nostri antenati, oggi proibita, riguardava il loro essere parte della comunità, della natura, dell’universo. Riguardava il loro senso di appartenenza e la consapevolezza di tale appartenenza.
Come scrive Alain Daniélou: «Tutti gli elementi che costituiscono il mondo sono interdipendenti, fanno parte di un tutto. Non c’è alcuna discontinuità nell’opera del Creatore.
«Il mondo minerale, il mondo vegetale, il mondo animale e umano e il mondo sottile degli spiriti e degli dei esistono l’uno attraverso l’altro, l’uno per l’altro». [3]
Per qualsiasi popolo che viva in armonia, in sintonia con le forze che lo circondano, tutto è essenzialmente sacro, ma alcuni elementi spiccano comunque.
Gli alberi sono spesso considerati di grande importanza, sia come specie che come entità individuali.
Il popolo Kalash dell’Hindu Kush, ad esempio, crede che i cedri siano protetti dalle fate e che chiunque ne abbatta uno rischia di cadere vittima di un incantesimo malvagio che può persino portare alla morte. [4]
Anche i ginepri sono considerati sacri e vengono abbattuti solo quando sono morti e secchi. “Abbattere un ginepro verde sarebbe come uccidere un bambino”, spiega un uomo Kalash. [5]
Prima della sua prima uscita dell’anno, un taglialegna Kalash fa un’offerta di pane e formaggio agli spiriti della natura. [6]
Karl Jettmar scrive del vicino popolo Gilgit: “Tutti gli alberi non piantati dall’uomo e che crescono spontaneamente fanno parte della sfera soprannaturale. Abbatterli costituisce un’interferenza con il mondo degli spiriti”. [7]
Nell’antica Grecia, il secondo sito sacro più importante, dopo Delfi, era Dodona. Era rinomato per la sua quercia, il cui fruscio delle foglie veniva interpretato dai sacerdoti e dalle sacerdotesse devoti all’oracolo. La quercia sacra di Dodona era descritta da Eschilo come «un albero maestoso e bellissimo, una meraviglia incredibile» ed era considerata l’Albero della Vita. [8]
Nella tradizione pagana celtica, la parola «druido» deriva da un termine arcaico che significa albero (e spesso associato specificamente alle querce), che è anche l’origine della parola inglese «truth» (verità). [9]
La verità riguarda quindi gli alberi, o meglio la bellezza divina che si manifesta negli alberi, così come nei fiumi, nelle montagne, nei laghi, nei mari, nelle piante, negli animali e persino, se lo permettiamo, negli esseri umani.
Le società radicate godono sempre di un forte legame spirituale con il luogo e la geografia sacra di un popolo identifica luoghi particolari come importanti, in quanto punti di comunicazione con la presenza divina invisibile. È qui che si svolgono le cerimonie, al ritmo dei cicli eterni della natura.
Come scrive il saggista italiano Paolo Santarcangeli: “L’intera vita dell’uomo ‘primitivo’ è una successione di operazioni magiche volte a creare un legame affettivo con il mondo circostante, a congiungere, incantare, evocare le forze della natura”. [10]
Daniélou afferma: «La comunicazione tra diversi stati dell’essere, tra esseri umani, spiriti e divinità, può avvenire solo attraverso tecniche speciali, chiamate riti, che utilizzano le linee di faglia, i punti di congiunzione invisibili dove è possibile la comunicazione tra mondi diversi». [11]
«Il ricercatore deve scoprire nel mondo in cui vive e in se stesso i punti di contatto o di attaccamento ad altri mondi. Deve saper riconoscere nel mondo minerale, vegetale e animale, sulla superficie della terra e nel proprio corpo, queste forme, questi punti attraverso i quali fluiscono in lui e nel mondo le energie fondamentali in cui si rivelano il pensiero, la natura e l’azione del Creatore”. [12]
Se consideriamo il nostro mondo, anzi il cosmo, come un organismo vivente e sacro, allora questa entità deve avere un modo per conoscere se stessa, per sentire se stessa, per trasmettere informazioni al suo interno.
Siamo collegati a ciò che il popolo Sioux del Nord America chiama Wakonda, descritto dagli etnografi Alice Fletcher e Francis la Flesche come «la vita permeante della natura invisibile – una vita e un potere invisibili che raggiungono ogni luogo e ogni cosa e a cui l’uomo può rivolgersi per ricevere aiuto». [13]
L’antropologo britannico Edward Evan Evans-Pritchard racconta come il popolo Nuer dell’Africa orientale vede i vari spiriti dell’aria, gli antenati e altri poteri come tante “rifrazioni” della loro divinità Kwoth.
In India, il dio Shiva ha un entourage composto da vari folletti, ninfe e fantasmi, “tutti gli spiriti che governano il mondo aereo o terrestre, le foreste, le sorgenti e le tempeste”. [14]
Gli indigeni australiani raccontano degli Iruntarinia, spiriti della natura che infestano pietre e alberi e possono essere visti solo dagli stregoni, dai veggenti e dai bambini nati con gli occhi aperti, gli alkna buma. [15]
Naturalmente, anche qui in Europa esiste una lunga tradizione di fate e spiriti della natura, conosciuti con vari nomi: elfi, folletti, kelpie, brownies, il Popolo Buono, il Popolo Nascosto, il Piccolo Popolo, il Popolo Gentile o il Popolo Silenzioso.
Durante il processo a Giovanna d’Arco nel 1431 si disse che vicino alla sua casa nella Francia rurale c’era un albero conosciuto come l’Albero delle Fate, che si trovava accanto a una sorgente sacra che si diceva curasse la febbre. A quanto pare Giovanna “ricevette la sua missione presso l’albero delle fate” e fu qui che Santa Caterina e Santa Margherita vennero a parlarle. [16]
La tradizione del tarantismo nel sud dell’Italia coinvolge i ragni, che a volte si dice siano stati mandati da San Paolo: anch’essi forniscono consigli o avvertimenti a coloro che vengono “morsi” e che devono quindi essere “curati” con musica e danze rituali. [17]
Anche il popolo Kalash crede nelle fate, i cui messaggi vengono trasmessi loro dai loro dehar, gli sciamani.
Considero le fate, i ragni e gli sciamani come messaggeri del Tutto divino: essi fanno parte del sistema nervoso invisibile attraverso il quale esso conosce, sente e regola il proprio essere. Sono il mezzo attraverso il quale sentiamo la nostra appartenenza a qualcosa di molto più grande di noi e attraverso il quale, se ascoltiamo, possiamo essere guidati ad agire nel suo (e quindi nel nostro) interesse.
Sentirsi in sintonia con la natura e il cosmo significa provare il piacere di essere veramente vivi e consapevoli di quella vita, la sensazione maestosa di diventare consapevoli di chi siamo veramente.
Insieme a questo arriva un senso di significato che è così spesso assente nella vita moderna.
Il telos del divenire e dello svolgersi dell’universo fluisce in un cuore ricettivo attraverso le vene sacre dell’essere superiore a cui tutti apparteniamo.
Sentiamo, assaporiamo, tocchiamo il divino disegno cosmico dentro di noi.
Questa non è, ovviamente, l’esperienza generale dell’essere umano moderno in una società industriale.
Infatti, Morris Berman osserva che questo tipo di pensiero è stato gradualmente eliminato dalle menti occidentali e che il nostro mondo è stato “progressivamente disincantato”. [18]
Il termine “disincanto del mondo” (Entzauberung der Welt) è stato coniato dal famoso sociologo tedesco Max Weber (1864-1920), che ha individuato strette analogie tra la crescita della mentalità industriale-capitalista e l’emergere del ramo protestante del cristianesimo. Egli individuò l’esistenza di un certo “spirito capitalista” nei paesi in cui predominava la fede protestante – Gran Bretagna, Paesi Bassi, alcune parti della Germania e Stati Uniti – che era assente altrove, persino in Italia, nonostante il fatto che già prima della Riforma avesse sviluppato un’economia capitalista. [19]
Weber spiegò che, sebbene la Chiesa cattolica romana avesse sempre tollerato l’accumulo di ricchezza (in contraddizione con gli insegnamenti di Cristo), non aveva mai glorificato questa attività; anzi, alimentava un senso di colpa tra i benestanti per incoraggiarli a compensare con donazioni caritatevoli alle casse della Chiesa.
Con il protestantesimo, mentre arricchirsi per il gusto di arricchirsi era ancora disapprovato, ottenere ricchezza come frutto della dedizione professionale era considerato una benedizione divina. [20]
Lavorare sodo per guadagnare denaro era considerato una virtù morale, addirittura parte integrante della salvezza dell’individuo. Questa visione puritana protestante era «l’inversione di uno stato di cose che si potrebbe definire “naturale”», osserva Weber [21] e rappresentava «l’esatto contrario della “gioia di essere al mondo” (Weltfreude)». [22]
Promuoveva invece l’ideale della riservatezza e dell’autodisciplina – oggi potremmo dire robotica – e quindi perfettamente adatto alle esigenze disumanizzanti dell’industria. Dice Weber: “Distruggere la gioia innocente e istintiva della vita era il suo compito più urgente; instillare ordine nella condotta di vita dei suoi seguaci era il suo mezzo principale”. [23]
“Al momento della sua nascita, il capitalismo aveva bisogno di lavoratori che accettassero, per ragioni di coscienza, il loro sfruttamento economico”. [24]
Dopo l’assalto religioso alla nostra consapevolezza del sacro nella natura, è arrivata la rivoluzione scientifica del XVI e XVII secolo, che è stata una dichiarazione filosofica di guerra ai modi tradizionali di pensare e di vivere, anzi, una guerra al nostro stesso essere.
Essa si basava sull’identificazione della verità con l’utilità, in particolare l’utilità industriale, e sottolineava l’importanza della misurazione, della matematica e delle «arti meccaniche».
Rifiutava il contemplativo a favore del pragmatico: l’unico tipo di pensiero scientifico che contava era quello che permetteva la costruzione di ponti, strade e macchine. E questo capovolgimento delle nostre vite e credenze tradizionali non fu ovviamente avviato nell’interesse della grande maggioranza, ma nell’interesse di coloro che volevano dominarci e sfruttarci.
Come osserva Berman: «L’imperialismo, sia esso economico, psicologico o personale (e tendono ad andare di pari passo), cerca di spazzare via le culture autoctone, i modi di vita individuali e le idee diverse, sradicandoli per sostituirli con un modo di vita globale e omogeneo». [25]
«La scienza moderna, in breve, è la struttura mentale di un mondo definito dall’accumulazione di capitale». [26]
È interessante notare che possiamo tracciare un collegamento diretto tra lo sviluppo del pensiero «scientifico» e l’emergere dell’imperialismo industriale-capitalista già nella prima parte del XVII secolo. Si trattava di un gruppo informale che si riuniva in Inghilterra per discutere la “nuova filosofia” della scienza a partire dal 1630, che faceva parte di una rete europea e i cui sforzi portarono alla creazione, nel 1660, della Royal Society of London for Improving Natural Knowledge, di cui Isaac Newton sarebbe poi diventato presidente. [27] Questo gruppo era noto come “Invisible College” – che ha un certo sapore cospiratorio! – e anche come “circolo di Hartlib”, dal nome di Samuel Hartlib (1600-1662), un seguace polacco dell’opera di Bacon che è stato definito “il Grande Informatore d’Europa” – dove informatore è definito come “colui che porta informazioni (notizie, intelligence); una spia o un informatore”. [28]
Il professor Yosef Kaplan dell’Università Ebraica di Gerusalemme fornisce alcune informazioni molto illuminanti su Hartlib e le sue attività nel suo saggio “Jews and Judaism in the Hartlib Circle” (Gli ebrei e l’ebraismo nel circolo di Hartlib). [29] Egli descrive come Hartlib e i suoi colleghi combinassero l’obiettivo di promuovere il pensiero “razionale” con quello di rendere i protestanti inglesi, già fortemente influenzati dall’Antico Testamento, più familiari con i “misteri ebraici”, sulla base del fatto che “la rivelazione del vero culto e della vera religione era stata trasmessa all’umanità attraverso l’ebraismo”. [30]

Questo collegamento tematico è stato fatto da numerosi autori che hanno studiato il fenomeno del disincanto. Berman, ad esempio, scrive: “Sebbene l’ebraismo possedesse una forte eredità gnostica (di cui la cabala è l’unica sopravvissuta), la tradizione rabbinica ufficiale (in seguito talmudica) si basava proprio sull’eliminazione delle credenze animistiche”. [31]
John Lamb Lash, da parte sua, fa riferimento a una raccolta di saggi del 2001 intitolata Deep Ecology and World Religions, pubblicata dalla State University of New York Press. Egli osserva: «La maggior parte dei contributori riesce a ricavare valori ecologici dalle tradizioni esistenti, ma Eric Katz, scrivendo su “Giudaismo ed ecologia profonda”, confessa “profondi dubbi sul fatto che il giudaismo tradizionale possa essere inteso come un alleato dell’ecologia profonda”». [32]
E Lash sostiene: «Il testo direttivo biblico riguarda il distacco psichico dalla natura e l’alienazione dall’umanità generica… Le regole di vita degli antichi ebrei provenivano dall’esterno del mondo naturale». [33]
A livello pratico, Kaplan spiega come il circolo Hartlib, promotore della nuova filosofia scientifica, mantenesse «legami stretti e di lunga data» con i leader della comunità ebraica nella Repubblica olandese, in particolare Menasseh ben Israel. [34]
Questo rabbino di Amsterdam scrisse una famosa lettera a Oliver Cromwell, il vincitore antimonarchico della guerra civile inglese, vantandosi della grande influenza degli ebrei nei progetti coloniali e finanziari olandesi [35] e svolse un ruolo chiave nell’organizzare il ritorno (ufficiale) degli ebrei in Inghilterra sotto la nuova repubblica.
Kaplan osserva a proposito di Hartlib e dei suoi amici “invisibili”: “L’aiuto che hanno dato a Menasseh ben Israel nella sua missione presso Cromwell nel 1655 è ben noto e descritto in modo approfondito e dettagliato in molti studi”. [36]
Wikipedia ci dice che Cromwell “previde l’importanza per il commercio inglese della partecipazione dei principi mercanti ebrei, alcuni dei quali si erano già trasferiti a Londra”. [37]
Mi è chiaro che fu messo in atto un programma deliberato per distruggere la nostra fede nella natura sacra, in modo da spianare la strada all’imperialismo industriale e a tutto l’accumulo di capitale che esso ha comportato. Ciò fu disastroso non solo a livello sociale e ambientale, ma anche a livello psicologico. Come dice Berman: «Abbiamo ignorato un intero panorama della realtà interiore perché non si adattava al programma di sfruttamento industriale o mercantile». [38]
Tagliandoci fuori dalla consapevolezza della nostra appartenenza più ampia e insistendo che il nostro pensiero debba rimanere all’interno del quadro “scientifico” ristretto e sterile che ha costruito, il sistema industriale ci impedisce di seguire la nostra bussola morale interiore, sia individualmente che collettivamente.
Ci troviamo a vivere in società governate da regole che sono in conflitto con il nostro senso più profondo del significato, dell’amore per gli altri, per la vita e per il cosmo.
Siamo costretti a sottometterci a un codice di condotta e di pensiero che non è nostro, non è quello della natura. Non siamo quindi liberi di pensare e agire in modo autentico; non siamo liberi di essere ciò che siamo destinati ad essere.
Come possiamo rimediare a tutto questo? Come possiamo togliere i paraocchi che ci nascondono la vera realtà della nostra esistenza?
La prima cosa da fare, e la più importante, secondo me, è diffondere la notizia di ciò che è successo e di ciò che ci aspetta. Altrimenti, le persone lavoreranno all’oscuro, saranno facilmente sviate verso vari vicoli ciechi politici e cadranno nelle trappole che il sistema ha deliberatamente preparato per neutralizzare la nostra resistenza.
Diffondere le informazioni non è un compito facile, dato lo straordinario controllo che la casta dominante ha acquisito sulle nostre fonti di conoscenza, sui nostri modi di pensare e persino sulla nostra percezione della realtà.
Il suo controllo sulla massa monetaria globale le permette di impiegare un esercito di persone e macchine per censurare, diffamare e mettere a tacere chi dice la verità.
Ma il compito non è impossibile.
Stiamo già vedendo segni incoraggianti che la narrazione storica ufficiale sta perdendo la sua presa sulle menti delle persone, poiché sempre più di noi si rendono conto di quanto siamo stati ingannati e manipolati.
Allo stesso tempo, dovremmo anche ricordare che è una verità reale e permanente che noi siamo parte della natura e del cosmo.
Non è il nostro senso di appartenenza che ci è stato rubato dal sistema industriale, ma la consapevolezza di tale appartenenza. La distinzione è importante, perché significa che sta a noi ripristinare quel legame psicologico.
Possiamo promuovere questa consapevolezza in vari modi, ad esempio incoraggiando gli abitanti delle città, in particolare, ad avventurarsi fuori dai loro bozzoli di cemento e a sperimentare un mondo che è realmente vivo.
Il senso di presenza può anche essere incoraggiato mantenendo, facendo rivivere o addirittura inventando tradizioni che celebrano il mondo naturale e i suoi ritmi, rafforzando così la nostra consapevolezza di appartenenza e, inoltre, il nostro apprezzamento di tale consapevolezza e appartenenza.
Possiamo coltivare lo spirito del luogo che è stato progressivamente negato e soffocato dal nostro mondo moderno anonimo e omogeneo, compiendo sforzi consapevoli per radicarci in una località geografica e in una comunità reale.
Quando smettiamo di correre freneticamente alla ricerca di novità, divertimenti e stimoli artificiali, iniziamo a sentire le radici germogliare dalle dita dei piedi e penetrare delicatamente nel terreno sotto i nostri piedi.
Iniziamo a riscoprire cosa significa essere umani, cosa significa vivere come parte di un organismo sano.
Naturalmente, coltivare il nostro senso di appartenenza in questo modo non basterà, da solo, a eliminare il campo di concentramento globale in cui siamo stati rinchiusi.
Ma ci renderà più difficili da radunare, più determinati a difendere tutto ciò che amiamo, più resistenti agli ulteriori attacchi alla nostra libertà e al nostro benessere che senza dubbio stanno pianificando i criminocrati.
Allo stesso tempo, possiamo lavorare per quello che Berman chiama un necessario “reincanto del mondo”. [39] Egli afferma: “Se vogliamo sopravvivere come specie, deve emergere una sorta di coscienza olistica o partecipativa e una corrispondente formazione socio-politica”. [40]
Ma quale tipo di “formazione” spirituale-religiosa-sociale sarebbe il veicolo ideale per questo reincanto?
Daniélou è favorevole alla rinascita della tradizione animistica shivaita e dionisiaca condivisa da molti dei nostri antenati. Egli sostiene: “Ogni civiltà, ogni cultura, è il frutto dell’accumulo di conoscenze ed esperienze umane trasmesse di generazione in generazione.
“Lo shivaismo, le cui origini risalgono ai tempi preistorici più antichi, rappresenta un immenso bagaglio di esperienze”. [41]
«Per gli occidentali, questo non sarebbe un abbraccio dell’esotico. Le fonti religiose dell’Europa sono le stesse dell’India e noi ne abbiamo solo perso traccia in tempi relativamente recenti». [42]
Lash vede la migliore fonte di spiritualità contemporanea rispettosa della natura nella tradizione gnostica che ha raggiunto il suo apice con Ipazia ad Alessandria d’Egitto. Egli scrive: «Il messaggio gnostico per l’umanità potrebbe ben rappresentare l’antica radice profonda dell’ecologia profonda, un movimento sociale che afferma il valore intrinseco della terra, al di là del suo utilizzo per scopi umani». [43]
«La cosmologia gnostica è profondamente radicata nella saggezza indigena e riflette una versione sofisticata del senso nativo della vita sulla terra». [44]
Personalmente, penso che un elemento importante sia l’enfasi che poniamo su alcuni aspetti delle religioni e delle filosofie esistenti.
Seyyed Hossein Nasr lo fa, ad esempio, quando sostiene che l’Islam, la religione «verde», è più orientata all’ambiente rispetto ad altre fedi. Egli afferma che nell’Islam «l’uomo è il canale della grazia per la natura; attraverso la sua partecipazione attiva al mondo spirituale, egli getta luce nel mondo della natura. Egli è la bocca attraverso la quale la natura respira e vive». [45]
Lo stesso vale per il cristianesimo, in cui i sofisti sottolineano il concetto di natura divina e saggezza che traggono dagli insegnamenti della loro Chiesa. [46]
Non stanno inventando una versione del cristianesimo rispettosa della natura, ma mettono in evidenza una qualità che è già presente, anche se non sempre sottolineata dalle autorità religiose.
La fusione tra spiritualità e amore per la natura potrebbe e dovrebbe avvenire in mille modi diversi, a seconda delle culture, dei gusti, degli atteggiamenti e delle realtà dei popoli e degli individui interessati.
Soprattutto, dobbiamo abbandonare ogni idea che esista una sorta di contraddizione tra la spiritualità religiosa e la nostra appartenenza fisica alla natura.
Ciò è ben espresso nel familiare simbolo yin-yang della tradizione taoista cinese.
Non solo i due “opposti”, rappresentati dal bianco e dal nero, sono intrecciati anziché separati diagonalmente, ma il seme di ciascuno si trova nella metà contrastante del tutto circolare.
La stessa tradizione considera l’essere umano un mediatore tra il cielo e la terra, tra lo spirituale e il fisico. [47]
I nostri piedi sono saldamente piantati a terra, ma la nostra testa tocca il cielo.
Pur rimanendo molto umani e imperfetti, possiamo permettere alla nostra presenza corporea qui sulla Terra di diventare uno strumento del divino.
Il grande metafisico René Guénon scrive che chi intraprende con successo questo cammino “assimila le influenze celesti e in un certo senso le porta in questo mondo per unirle alle influenze terrene, inizialmente dentro di sé e poi, attraverso la partecipazione e come ‘radianza’, nel mezzo cosmico nel suo insieme”. [48]
Come ho detto, penso che potremmo vedere queste “influenze celesti” come il sistema nervoso del Tutto organico, i pulsazioni vitali che dirigono e coordinano il suo essere e il suo divenire.
Permettendo a noi stessi di condurre questa energia, svolgendo il ruolo che ci spetta come esseri umani, permettiamo la piena vita del grande corpo di cui facciamo parte.
Se riusciamo ad agire come canali della luce divina, possiamo essere il mezzo attraverso il quale il Tutto diventa ciò che è destinato ad essere.
Poiché il nostro ruolo come esseri umani è quello di contribuire al progresso del telos del Tutto, il progetto di quel telos è impresso nella nostra mente e costituisce il modello del nostro pensiero incorrotto.
Antoine Fabre d’Olivet scrive che quando la volontà umana collabora con la volontà divina, o Provvidenza, questo costituisce il Bene, mentre quando va contro di essa, questo equivale al Male.
“L’essere umano diventa perfetto o depravato a seconda che tenda a fondersi con l’Unità universale o a dissociarsi da essa”. [49]
Il nostro ruolo è quindi quello di diventare il mezzo, sul piano fisico e nel tempo presente, per la vittoria del Bene e della sua totalità sul Male e sulla sua separazione.
In questo modo, abbatteremo finalmente i muri oscuri dell’inganno che sono stati deliberatamente costruiti per nasconderci la luce radiosa e sacra della nostra vera appartenenza.

Paul Cudenec, https://winteroak.org.uk/, https://paulcudenec.substack.com/
Intervento per il settimo incontro internazionale contro le tecno-scienze, Luglio 2025 e pubblicato sul giornale L’Urlo della Terra, num. 13, Luglio 2025



Note:

[1] Mircea Eliade, Le sacré et le profane (Parigi: Gallimard, 1987), p. 22. Tutte le traduzioni dal francese sono mie.
[2] Eliade, p. 17.
[3] Alain Daniélou, Shiva et Dionysos: La Religion de la Nature et de l’Eros de la préhistoire à l’avenir (Parigi: Fayard, 1979), p. 15.
[4] Viviane Lièvre e Jean-Yves Loude, con la collaborazione di Hervé Nègre, Le Chamanisme des Kalash du Pakistan: Des montagnards polythéistes face à l’islam (Lione: Presses universitaires de Lyon, 2018), p. 90.
[5] Lièvre e Loude, p. 54.
[6] Ibid.
[7] Karl Jettmar, Die Religionen des Hindukusch, vol. 1 (Stoccarda: 1975), cit. Lièvre e Loude, p. 90.
[8] Paul Cudenec, The Green One (Sussex: Winter Oak, 2017) p. 44.
[9] John Lamb Lash, Not In His Image: Gnostic Vision, Sacred Ecology, and the Future of Belief (White River Junction, Vermont: Chelsea Green, 2006), versione pdf, p. 225.
[10] Paolo Santarcangeli, Le livre des labyrinthes, p. 108, cit. Daniélou, p. 34.
[11] Daniélou, p. 225.
[12] Daniélou, p. 226.
[13] Alice Fletcher e Francis la Flesche, The Omaha Tribe, 2 volumi (Lincoln: University of Nebraska Press, 1992), p. 599, cit. Marshall Sahlins, con l’assistenza di Frederick B. Henry Jr, The New Science of the Enchanted Universe: An Anthropology of Most of Humanity (Princeton e Oxford: Princeton University Press, 2022), pp. 114-15.
[14] Daniélou, p. 139.
[15] Cudenec, The Green One, pp. 74-75.
[16] Cudenec, The Green One, p. 159.
[17] Paul Cudenec, “Dancing on the web of being”, https://winteroak.org.uk/2025/07/04/dancing-on-the-web-of-being/
[18] Morris Berman, The Reenchantment of the World (Ithaca e Londra: Cornell University Press, 1981), p. 70.
[19] Max Weber, L’Ethique protestante et l’esprit du capitalisme, suivi d’autres essais, édité, traduit et présenté par Jean-Pierre Grossein (Parigi: Gallimard, 2003), p. 335. [20] Weber, L’Ethique protestante, p. 235.
[21] Weber, L’Ethique protestante, p. 27.
[22] Weber, L’Ethique protestante, p. 13.
[23] Weber, L’Ethique protestante, p. 137.
[24] Weber, L’Ethique protestante, p. 247 FN.
[25] Berman, p. 263.
[26] Berman, p. 49.
[27] https://en.wikipedia.org/wiki/Royal_Society
[28] https://en.wikipedia.org/wiki/Samuel_Hartlib Arved Hübler, Peter Linde e John W. T. Smith, Electronic Publishing ’01: 2001 in the Digital Publishing Odyssey (IOS Press, 2001). https://en.wiktionary.org/wiki/intelligencer
[29] Yosef Kaplan, “Jews and Judaism in the Hartlib Circle”, Studia Rosenthaliana, 2006, pp. 186-215. https://pluto.huji.ac.il/~kaplany/hartlib.pdf
[30] Kaplan, p. 195.
[31] Berman, p. 70.
[32] Roger S. Gottlieb e Barnell, David Landis, eds, Deep Ecology and World Religions (Albany, NY: State University of New York Press, 2001), p. 154, cit. Lash, p. 127.
[33] Lash, p. 228.
[34] Kaplan, p. 196.
[35] Meeuwis T. Baaijen, The Predators Versus The People: The Big Picture of the 500-year Secret War against Humanity and how to regain Our Stolen Planet, Freedom and Future (San José, Costa Rica: 2024), p. 54. https://thepredatorsversusthepeople.substack.com/
[36] Kaplan, p. 206.
[37] https://en.wikipedia.org/wiki/Menasseh_Ben_Israel
[38] Berman, p. 132.
[39] Berman, p. 23.
[40] Ibid.
[41] Daniélou, p. 175.
[42] Daniélou, p. 12.
[43] Lash; pp. 32-33.
[44] Lash, p. 179.
[45] Seyyed Hossein Nasr, Man and Nature: The Spiritual Crisis in Modern Man (Chicago: ABC International Group, Inc, 1997), p. 96.
https://orgrad.wordpress.com/a-z-of-thinkers/seyyed-hossein-nasr/ [46] Paul Cudenec, “The spirit of Sophia”, The Global Gang Running Our World and Ruining Our Lives (2025), pp. 38-67.
[47] René Guénon, La Grande Triade (Parigi: Dervy, 2022), p. 152.
[48] Guénon, p. 113.
[49] Antoine Fabre d’Olivet, cit. Guénon, p. 162.

John delle montagne – Silvia Guerini

John delle montagne

“Finché vivrò, sentirò cantare le cascate e gli uccelli e i venti. Interpreterò le rocce, imparerò il linguaggio delle inondazioni, delle tempeste e delle valanghe. Conoscerò i ghiacciai e i giardini selvaggi, e mi avvicinerò il più possibile al cuore del mondo”.
John Muir

John Muir nella seconda metà dell’ottocento iniziò a viaggiare, a camminare per monti, boschi, valli quando erano considerati come meri luoghi da depredare. Montagne da sventrare per estrarre minerali, foreste da abbattere per il legname, valli da usare come recinti in cui far pascolare le mandrie prima di mandarle nei macelli di Chicago.

Nacque il 21 aprile 1838 in Scozia, la famiglia emigrò poi negli Stati Uniti nel 1849. Il padre, calvinista austero che ricorreva a punizioni corporali, insieme alla madre considerava la Bibbia come il fulcro della loro educazione. Fin da bambino correva nei campi, lungo i torrenti, osservava con meraviglia il volo degli uccelli, la vita acquatica, studiava insetti, fiori, alghe, conchiglie. Ebbe un’infanzia e un’adolescenza contadina nella fattoria di famiglia nel Wisconsin: di giorno nei campi e di notte a studiare da autodidatta e a costruire congegni. Si alzava all’una di notte per leggere prima di andare nei campi. La sua sveglia era un pendolo – cronometro da lui costruito che indicava orario e giorno della settimana, suonava e scuoteva il letto. Fin da adolescente fu inventore di strani congegni meccanici come mangiatoie per cavalli, seghe da tavolo, termometri e barometri in legno, orologi, macchine agricole, leggii e sveglie con vari dispositivi che si mettevano in moto uno dopo l’altro creando una concatenazione di movimenti in un preciso momento della giornata in base alla luce del sole e che producevano suoni, accensione di candele, spostamenti e rotazioni di alcune parti di essi. Uno di questi congegni all’ora stabilita accendeva una lampada a olio, apriva un libro per qualche minuto, lo richiudeva e lo sistemava in un cassetto. Per mettere in moto un’altra sveglia bastava la luce del sole attraverso una lente fissata alla finestra che concentrava i raggi su un filo che rompendosi lasciava cadere un peso. Congegni che presentò alla Fiera dello Stato in cui ebbe svariati riconoscimenti. La sua folgorante passione per la botanica arrivò un giorno, sotto un albero d’acacia, uno studente suo compagno gli chiese dell’albero, Muir non ne sapeva nulla e gli sembrava alquanto improbabile che potesse appartenere alla famiglia delle leguminose, il compagno allora gli fece osservare il fiore molto simile a quello della pianta di piselli, glielo fece anche assaggiare, sapeva di pisello, in quel preciso momento Muir accantona la passione per la costruzione di congegni per dedicarsi alla passione per la natura selvaggia.

Dopo un infortunio nella fabbrica in cui lavorava come progettista che lo lasciò per svariati mesi cieco abbandonò tutto per iniziare a esplorare lo Yosemite, attraversandolo, scalando montagne, guadando fiumi e dormendo al riparo delle sue immense sequoie. “Le montagne mi chiamano e devo andare” scrisse alla sorella. Chiese a un falegname incontrato per strada qual’era la via più rapida per uscire dalla città, “Dove vuoi andare?” gli chiese e Muir rispose: “In qualsiasi posto selvaggio” e iniziò a camminare verso est. Comprò un taccuino e vi scrisse il suo indirizzo: “John Muir – Pianeta Terra – Universo”.

“Lasciai l’università senza il minimo pensiero di farmi un nome, ma spinto in avanti dalla conoscenza. Viaggiavo libero, felice e povero nella gloriosa natura selvaggia. […] ‘Giovanotto’ mi dissero alcuni amici scegli la tua professione – dottore, avvocato, ministro?’ Io me ne andai nei boschi per fare il botanico, vagando a volontà su prati e paludi, lungo le rive dei torrenti, con il grande cielo sopra di me, passeggiando libero e solo”.

Una pagnotta di pane, quando c’era, una gamella per scaldare l’acqua per il suo tè nero e l’immancabile taccuino da viaggio dove appuntava le sue osservazioni naturalistiche e le sue riflessioni. Questi i suoi compagni di viaggio insieme al cielo stellato e al profilo delle scogliere di granito. Dalle pagine dei taccuini, dai diari e dalle lettere che scrisse Muir ha trasmesso l’infinita bellezza di quei luoghi. Sentì la voce di alberi, torrenti, montagne, ghiacciai, animali e con uno slancio d’amore colse l’unità del mondo naturale: “Non c’è un singolo frammento in tutta la Natura, perché ogni frammento relativo di una cosa è di per sé un’unità piena e armoniosa. E tutte insieme formano l’unico grande palinsesto del mondo” leggiamo da Muir che nelle sue camminate si soffermava accanto a un fiore attendendo cosa quel fiore avesse da dirgli, ritenendosi e sentendosi “parte della natura selvaggia, consanguineo di tutto l’esistente”. Il suo era un sentire lontano ed essenzialmente altro dalla scienza moderna che cataloga e disseziona il vivente.

Lo sguardo di Muir è lo sguardo di un poeta, è lo sguardo di quei naturalisti amanti della bellezza e della vita da tempo estinti, al loro posto tecnocrati amanti della morte e della tecnica. Rappresentante di quella scienza con uno sguardo umile verso il mistero, con la consapevolezza che non tutto è decifrabile e quantificabile, con un entrare in punta di piedi in altre stanze, da tempo diventata opera di conquista, predazione, dominio, manipolazione e riprogettazione del vivente.

“Alle piante vengono attribuite vaghe e incerte sensazioni, ai minerali assolutamente nessuna di esse. Ma chi ci dice che i minerali non possano provare sensazioni di un certo tipo, sensazioni con cui noi, […] non abbiamo alcuna possibilità di venire in contatto?”.

Come non leggere in queste sue parole quel rintracciare segni, tracce, rimandi, corrispondenze: “Nulla passa senza lasciare traccia. Ogni sussurro di foglia e fiocco di neve e particella di rugiada che luccica, ondeggia e cade, così come il terremoto e la valanga è inscritto nel grande libro della Natura, anche se l’occhio umano non è capace di rilevare la calligrafia di nessuno di essi, se non dei più pesanti. Ogni evento è sia scritto che detto. L’ala segna il cielo, oltre a far sentire le sue parole, i venti lo sanno e lo raccontano”.

Muir era in conflitto con l’approccio conservazionista da museo e da parco recintato contraddistinto da utilitarismo e dalla gestione e organizzazione sistematica del vivente che andava a braccetto proprio con la scienza moderna. Era in profondo e totale contrasto con il “freddo materialismo” e le “aride parole” del linguaggio scientifico.

“L’uomo di scienza, il naturalista, perde troppo spesso di vista l’unicità essenziale di tutti gli esseri viventi; tenta di classificarli in regni, ordini, famiglie, generi, specie e così via, annotando il tipo e la disposizione delle membra, dei denti, delle dita, dei piedi, delle squame, dei peli, delle piume etc., misurando o ordinando in metri, centimetri e millimetri; invece, l’occhio del Poeta, del Veggente, non si chiude mai sull’essenziale affinità di tutte le creature di Dio, e il suo cuore pulsa sempre in empatia con gli esseri grandi e piccoli, come suoi ‘compagni nati sulla terra e compagni mortali’, ugualmente dipendenti dall’amore eterno del Cielo. […] Ma tale conoscenza, per quanto egli avesse studiato non fece che amplificare la consapevolezza di un ordine superiore, di un piano mistico e spirituale, in cui le parole di Dio, Natura, Bellezza, Paesaggio, sono quasi intercambiabili”.

Precursore di una visione ecologica ancora prima dell’esistenza della parola ecologia, una visione in cui la natura era concepita come portatrice di un valore in sé. Natura portatrice di una bellezza esteriore e interiore. “I miei occhi si aprirono alla loro bellezza interiore” in riferimento a dei fiori e leggiamo sempre questo aprirsi, cogliere, provare stupore e meraviglia.

“Ma quando il sole stava calando e tutto sembrava più sconcertante e scoraggiante, trovai la bella Calipso sulla riva muschiosa di un ruscello, che cresceva non nel terreno ma su un letto di muschi gialli in cui il suo piccolo bulbo bianco aveva trovato un morbido nido e da cui spuntavano la sua foglia e un fiore. Il fiore era bianco e dava l’impressione di una purezza estremamente semplice come un fiore di neve. Sembrava il più spirituale di tutti i popoli dei fiori che avessi mai incontrato. Mi sedetti accanto ad esso e piansi di gioia. Sembra meraviglioso che una pianta così fragile e bella abbia un tale potere sui cuori umani”.

Uno sguardo verso il più piccolo particolare, apparentemente insignificante o verso aspetti solitamente non considerati degni di attenzione scientifica, come la storia di una goccia di pioggia che cade, zampillando, picchiettando, fluendo su tutto. Un soffermarsi a indugiare, a guardare a lungo prima di riuscire a vedere con la consapevolezza che esiste anche un invisibile agli occhi.

“La maggior parte delle persone ama guardare i fiumi di montagna e tenerli a mente; ma pochi si curano di osservare i venti, sebbene siano molto più belli e sublimi e sebbene a volte diventino visibile quanto l’acqua corrente”.

Considerava il mondo naturale come “terra vivente” con una continua ricerca di un “palinsesto della natura” in cui ogni ogni elemento è fondamentale e partecipe. Riconobbe l’impossibilità di conoscere davvero una sequoia senza considerare il seme da cui si sviluppa e il vento che lo trasportò, il picchio che vi costruisce un nido, l’aquila che la sorvola, il fulmine che la colpisce, la pioggia che la nutre, la roccia che gli sta accanto, i fiori e i funghi che vi spuntano attorno, gli scarabei volanti che ne scavano il tronco, senza considerare gli innumerevoli eventi grandi e piccoli, visibili e invisibili che le accadono, che la influenzano, che la costituiscono, eventi di cui è parte e che a sua volta costituisce.

Quell’unità del mondo naturale di cui Muir scrive è difficile da cogliere se non si riconosce quell’interconnessione come una relazione emotiva oltre che concettuale e più spirituale che materiale. Un approccio riduzionista e materialista che classifica, incasella, frammenta, manipola non è in grado di afferrare la complessità irriducibile dell’esistente come un’unità in cui anche l’essere umano è parte inscindibile.

“Meraviglioso come tutto nella natura selvaggia si adatti completamente a noi, come se fosse veramente parte e genitore di noi. Il sole non splende su di noi, ma in noi. I fiumi non scorrono oltre, ma attraverso di noi, emozionante formicolio facendo vibrare ogni fibra e cellula della sostanza del nostro corpo, facendoli scivolare e cantare. Gli alberi ondeggiano e i fiori sbocciano nei nostri corpi così come nelle nostre anime”.

Precursore di una visione ecologica che considera la profonda relazione tra l’essere umano e l’ambiente, tra l’essere umano e il luogo in cui vive. Il proprio sé ecologico: siamo l’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo, l’ambiente che abitiamo. Siamo parte di a una rete di relazioni vitali che costituiscono intrinsecamente la nostra identità.

“Quando viviamo artificialmente, è raro vedere molto del nostro vero io. Le anime intorpidite sono irrimediabilmente intrappolate nei corpi intorpiditi. […] Quanto sappiamo poco di noi stessi, delle nostre più profonde attrazioni e repulsioni, delle nostre affinità spirituali! Come diventa interessante l’uomo nei suoi rapporti con lo spirito di questa roccia e dell’acqua! Come diventa importante ogni atomo del nostro mondo tra le influenze degli esseri invisibili, spirituali, angelici, montanari che affollano queste pure dimore di schiuma di cristallo e di granito viola”.

Precursore di una critica all’antropocentrismo Muir si chiede: “Perché l’uomo dovrebbe considerarsi più di una piccola parte dell’unica grande unità della creazione? E quale creatura, di tutte quelle che il Signore si è preso la briga di creare, non è essenziale alla pienezza di quell’unità – il cosmo? L’universo sarebbe incompleto senza l’uomo, ma sarebbe incompleto anche senza la più piccola creatura”. “Ci viene detto che il mondo è stato creato appositamente per l’uomo, una presunzione non supportata da tutti i fatti”.

Nei ricordi della fattoria di famiglia leggiamo: “Tra i molti vantaggi di vivere in una fattoria, uno dei più grandi è che si impara a conoscere gli animali come dei compagni di vita, mortali come noi, imparando a rispettarli e ad amarli. Così la simpatia divina cresce e prospera e si diffonde ben al di là degli insegnamenti delle chiese e delle scuole, dove troppo spesso viene insegnata una dottrina meschina, accecante e senza amore: che gli animali non hanno mente né anima, […], che sono stati creati solo per l’uomo, per essere accarezzati, viziati, macellati o schiavizzati”. Pensando a un tempo in cui gli esseri umani, diventati davvero umani, “cominceranno a mettere i loro compagni mortali nei loro cuori, invece che sulle loro spalle o nei loro piatti”. Come non leggere in queste parole una feroce critica alla produzione in serie di corpi animali, critica che si accompagna anche alla sua avversione all’“iperindustrialità” del lavoro dei campi e a quell’agricoltura che stava diventando lontana da un mondo contadino. “Quei piccoli campi recintati sembrano destinati ad essere per le piante ciò che le gabbie sono per gli uccelli”.

Muir vede la morte nel mondo naturale come parte dell’eterno ciclo di vita e morte a differenza della morte procurata dell’industria zootecnica e forse intuì anche come anche la morte degli esseri umani iniziava a non far più parte di quel ciclo naturale. “Qui persino la morte è in armonia. Solo nei macelli e nei letti soffici delle case la morte giunge terribile”.

Precursore anche di una critica allo sviluppo industriale e urbano che allontanava l’essere umano dal mondo naturale e dal sentirsi parte di esso, intravedeva già i sintomi di questa scissione e dell’atomizzazione, uniformizzazione, standardizzazione e disgregazione comunitaria: “la maggior parte delle persone vive nel mondo, non in esso, senza provare alcuna simpatia o relazione cosciente con nulla che le circonda, separate e rigidamente sole come biglie di pietra levigata, che si toccano ma sono separate”. Anticipatore della critica al comfort: “soffocati dal comfort come orologi impolverati” leggiamo in una delle sue lettere.

“La nostra rozza civiltà genera una moltitudine di bisogni, e i legislatori sono sempre al limite delle loro possibilità. La sala, il teatro e la chiesa sono stati inventati, e così pure l’istruzione obbligatoria. Perché non aggiungere la ricreazione obbligatoria? … I nostri antenati hanno forgiato catene di doveri e abitudini, che ci legano nonostante la nostra vantata libertà, e noi stessi, disperati, aggiungiamo un anello all’altro, gemendo e creando leggi medicinali per il sollievo. Eppure pochi pensano al puro riposo o al potere curativo della Natura”.

La bellezza e la forza della natura vengono considerate come antidoto alle grigi e malsane città. E in contrapposizione alla vita cittadina considerava la “vita da montanaro” per lo sviluppo della vita dell’anima e del corpo.

“Tutti hanno bisogno di bellezza così come di pane, di luoghi in cui giocare e pregare, dove la Natura possa guarire, rallegrare e dare forza al corpo e all’anima”. “Migliaia di persone stanche, scosse dai nervi e ipercivilizzate stanno iniziando a scoprire che andare in montagna è come tornare a casa; che la natura selvaggia è una necessità; e che i parchi e le riserve montane sono utili non solo come fonti di legname e fiumi per l’irrigazione, ma come fonti di vita”.

“Io so che i nostri corpi sono fatti per prosperare nell’aria pura e negli scenari dove si trova l’aria pura. Se le esaltazioni mortali che covano nelle grandi città in cui ci affolliamo così appassionatamente fossero resi visibili, fuggiremmo come da una piaga. Tutti li sono più o meno malati”. La bellezza della natura per Muir può rinvigorire corpo e spirito e la salute si trova “nell’esercizio vigoroso ed eroico, nell’avventura libera, con nervi saldi e senza ansie, con il movimento ritmico delle gambe che corrono su massi e che esigono decisioni rapide ad ogni masso” scrive con un sentire che è postura di spirito. Quella fatica che tempra per le difficoltà che si incontrano nella vita. Muir scala montagne, percorre chilometri senza cibo, dorme solamente al riparo di arbusti e chiome di sequoie, si immerge nei freddi fiumi per risalire cascate e torrenti, rimanendo al gelo intere notti, situazioni che il corpo deteriorato di noi umani di quest’epoca faremmo fatica a sostenere. In questi momenti estremi, nei luoghi più impervi, Muir intravede “che le ultime nebbie della città erano state spazzate via, dalla testa ai piedi”, “giungendo in luoghi che sembravano inaccessibili a gambe civilizzate”.

Muir insieme a uno dei suoi rari compagni di escursioni durante una scalata furono presi da una tempesta di neve: “La tempesta divenne subito incredibilmente violenta. Il termometro scese di ventidue gradi, per poi scendere presto sotto lo zero. La grandine cedette il posto alla neve, e l’oscurità calò come la notte. Il vento, che raggiungeva il suo apice di violenza, rimbombava e si gonfiava come frangenti su una costa rocciosa. I fulmini guizzavano tra le rocce desolate in un terribile accordo, le loro tremende detonazioni soffocate non attenuate da una singola eco, e sembravano provenire con un tonfo impetuoso dal cuore stesso della tempesta. […] Ci sdraiammo sulla schiena, in modo da offrire la minor superficie possibile al vento. La neve farinosa si accumulò sui nostri petti e non mi rialzai per diciassette ore. All’inizio fummo lieti di vedere la neve accumularsi nelle cavità dei nostri vestiti, sperando che servisse ad attutire la forza del vento gelido; ma, sebbene inizialmente soffice, si congelò presto in un cumulo rigido e incrostato, aggravando ulteriormente la nostra nuova sofferenza. Le acre incrostazioni sublimate dai gas in fuga cedevano spesso, aprendo nuove aperture, sulle quali ci ustionavamo; e temendo che, se a un certo punto il vento fosse calato, l’acido carbonico, che di solito costituisce una parte così considerevole delle esalazioni gassose dei vulcani, potesse accumularsi in quantità sufficienti a causare sonno e morte. […] Le normali sensazioni di freddo offrono solo una vaga idea di ciò che si prova dopo un duro esercizio fisico, con mancanza di cibo e sonno, unita all’umidità di un forte vento gelido. La vita appare allora come un semplice fuoco, che ora cova sotto la cenere, ora si ravviva, mostrando quanto facilmente possa essere spento. Le ore stanche si consumavano come una massa di anni innumerevoli e semidimenticati, in cui tutti gli altri anni e le altre esperienze si fondevano stranamente. Eppure il dolore che provavamo non era di quel tipo amaro che impedisce il pensiero e toglie ogni capacità di godimento. L’estrema bellezza del cielo a volte ingannava il nostro senso di sofferenza. L’Orsa Maggiore, con le sue mille associazioni familiari, volteggiava in un glorioso splendore sopra di noi; le misteriose nubi stellari della Via Lattea si inarcavano con meravigliosa chiarezza, e ogni pianeta brillava di lunghi raggi lanceolati come gigli a portata di mano”.

Le sue osservazioni naturalistiche erano indissolubilmente legate a una tensione spirituale. Le sue pagine rappresentano le riflessioni più ricche di significati che intrecciano dimensioni ecologiche e trascendenti tra quegli autori che furono poi definiti filosofi della natura e trascendentalisti. In quelle montagne, foreste, valli e fiumi Muir riconobbe il senso del sacro.

“Nella selvatichezza di Dio sta la speranza del mondo – nella grandiosa natura selvaggia integra e irredenta. Lì è dove svaniscono gli amari finimenti della civiltà, lì è dove le nostre ferite guariscono prima ancora di rendercene conto”.

“Che cos’è ‘superiore’ o ‘inferiore’ nella natura? Nella ricerca scientifica si parla di forme elevate, di tipi elevati. Ma tutte le ‘cose’ o ‘esseri’ individuali non sono che scintille dell’Anima Divina, variamente rivestiti di di carne, di foglie o di quel tessuto più duro chiamato roccia, acqua e così via.”

La sua spinta per la conoscenza non si può comprendere se non si coglie come sia profondamente legata a una spinta interiore verso l’amore, la compassione, la meraviglia…

“Se l’amore si spegne, cosa resta della vita di un uomo a parte il movimento di poche ossa e di pochi centimetri quadrati di carne? Chi oserebbe chiamarla vita?”

Muir avanzava interrogando montagne, valli e ghiacciai, percorrendole, abitandole, vivendole in ogni momento del susseguirsi delle stagioni, in ogni momento del giorno e della notte. Altri trascendentalisti, come Henry David Thoreau, si rintanavano nella casa di famiglia. Muir affrontava tempeste, le descrisse vivendole arrampicandosi in alto nella chioma degli alberi. Volle anche osservare un incendio scoppiato un autunno nella Sierra, si rannicchiò in un tronco abbattuto e da li osservò gli alberi che zampillavano nel buio.

Negli anni trascorsi sulla Sierra incitava sempre amici e corrispondenti a raggiungerlo per ammirarla, solo Ralph Waldo Emerson, considerato il massimo esponente del trascendentalismo, lo raggiunse anche per trascorrere insieme una notte tra le sequoie, ma fu accompagnato da un gruppo di studiosi e “il suo gruppo, così pieno di filosofia al chiuso, non riusciva a vedere la bellezza e pienezza insita nella promessa del mio piano selvaggio e ne rise con bonaria ignoranza” non voleva accamparsi nella valle, preferendo le stanze degli alberghi, “la polvere dei tappeti e gli inconoscibili fetori dei luoghi chiusi”. “Il signor Emerson rischia di prendere freddo” dissero per farlo desistere, “A nessuno viene la tosse nei boschi! Solo nelle case e negli alberghi si prendono i raffreddori! E io farò un grande fuoco. Voi siete una sequoia, signor Emerson venite a conoscere questi vostri fratelli”, ribatté Muir, ma alla fine riuscirono ad allontanare Emerson da una notte in tenda. Emerson era già anziano, Muir trentenne, fu il loro unico incontro, ma fondamentale per entrambi e in seguito tennero una lungo rapporto epistolare.

“Solo viaggiando da soli, in silenzio, senza bagagli, si può davvero entrare nel cuore della natura selvaggia. Tutti gli altri viaggi sono solo polvere, alberghi, bagagli e chiacchiere”.

Sul finire del 1869 si costruisce una capanna ai piedi delle cascate dello Yosemite, facendo in modo che un rivolo del fiume potesse scorrere accanto a dove dormiva. Per cinque anni esplorò le alture e le valli alla ricerca dei segni dell’attività glaciale e scalò vette che mai prima furono raggiunte.

Se qualcuno incrocia un uomo solo in un luogo inaccessibile dove non ci sono strade, quell’uomo è John Muir, questo detto iniziava a circolare, ormai chiunque sapeva chi sarebbe stato quell’uomo barbuto che avrebbe bussato alla porta per chiedere una pagnotta di pane. Durante una salita su una vetta, in camicia in pieno novembre, fu preso da una tempesta di neve che durò una settimana, tutti lo davano per morto, al settimo giorno quando discese credettero a una resurrezione, eppure era sopravvissuto al riparo dietro un grande masso arrotolato in una coperta rimanendo così per sette giorni, solo uno scoiattolo si era avvicinato guardandolo con curiosità.

Seguiva il corso dei fiumi, ma non dalle loro sponde, dentro, immergendosi, quando un fiume raggiunse una parete di falesia scivolando su un pendio di granito prima di gettarsi a gran velocità, Muir trova punti impensabili aggrappandosi con le dita a ogni minimo appiglio, per avanzare rimanere attaccato alla roccia e saltava nel vuoto. Il rumore dell’acqua, la sua potenza, il vuoto sotto di lui, masticava foglie di artemisia per evitare vertigini, si inerpicava passo dopo passo per vedere l’orlo, l’esatto punto in cui una quantità immensa d’acqua si riversava nel vuoto. Voleva vedere fino in fondo, voleva vedere il momento preciso dello slancio del fiume, come essendo parte di quel fiume, di quell’acqua, di quelle rocce.

“Ero fuori ogni giorno, e spesso tutta la notte, dormendo poco, studiando le cosiddette meraviglie e le cose comuni, guadando, arrampicandomi, passeggiando tra le benedette tempeste e le bonaccia, gioendo di quasi tutto ciò che potevo vedere o sentire: la gloriosa luminosità delle mattine gelide; i raggi del sole che si riversavano sulle cupole bianche e sulle rocce nei boschi e nelle cascate, accendendo meravigliosi fuochi di iris nella brina e negli spruzzi; le grandi foreste e le montagne nel loro profondo sonno di mezzogiorno; il bagliore delle alpi della buonanotte; le stelle; la luna solenne che scrutava, disegnando le enormi cupole e i promontori uno per uno, splendenti di bianco, fuori dalle ombre, silenziosi e senza fiato come un pubblico in terribile entusiasmo, mentre i prati ai loro piedi brillavano di stelle di brina come il cielo; la sublime oscurità delle notti di tempesta, quando tutte le luci sono spente; le nuvole nelle cui profondità crescono i fragili fiori di neve; il comportamento e le molte voci dei diversi tipi di tempeste, alberi, uccelli, cascate e valanghe di neve in continuo cambiamento”.

Muir formulò la sua teoria sui ghiacciai dello Yosemite leggendo la loro storia tracciata nei canali secolari che si formarono dopo la loro scomparsa, canali che attraversò e osservò passo dopo passo, comprendendo che i ghiacciai nel corso dei tempi avevano formato e scolpito la valle. Questa teoria era in contraddizione con quella ufficialmente accettata che attribuiva la formazione della valle ad un terremoto catastrofico. Il mondo accademico per non avvalorare le sue conclusioni lo screditarono definendolo un “pastore ignorante”. Ma il più importante geologo di quei tempi, Louis Agassiz, riconobbe la veridicità delle sue conclusioni e lo descrisse come “il primo uomo che ha una concezione adeguata dell’azione del ghiaccio”. Nel mentre Muir scoprì anche un ghiacciaio alpino attivo sotto al Merced Peak e la sua teoria divenne ufficialmente riconosciuta. Nonostante questo riconoscimento fu sempre allergico al mondo accademico anche quando lo invitarono a diventare docente universitario.

“Questo è il mio metodo di studio. Vago di roccia in roccia, di torrente in torrente, di bosco in bosco. Dove mi sorprende la notte, là dormo. Quando scopro una nuova pianta, mi accampo accanto a lei per qualche minuto o per qualche giorno, per fare la sua conoscenza e provare ad ascoltare cosa ha da dirmi… Ai massi che incontro chiedo da dove giungano, e dove stiano andando”.

“L’osservazione paziente e il costante rimuginare sopra le rocce, giacendo su di esse, per anni, come fecero i ghiacciai, è il modo per giungere alle verità scolpite su di esse in modo così generoso”.

Per un periodo divenne un pastore sulla Sierra correndo per le rupi scoscese con le sue pecore, sempre ben attento che non finissero in una valle in cui si trovavano particolari fiori da preservare.

Si avvicinò ai nativi americani, i pochi rimasti dagli stermini dei “coloni bianchi” che descriveva come “sempre più come egoisti, vili e privi di onore”, “distruttori di templi, devoti del consumismo devastante, sembrano avere un perfetto disprezzo per la Natura e, invece di alzare gli occhi al Dio delle montagne, li alzano all’Onnipotente Dollaro”.

Tenne fitte corrispondenze con importanti scienziati e incominciò a scrivere articoli su articoli in difesa della natura. Decise di rientrare nella società per portare avanti le sue battaglie. Da alcune sue lettere emerge una fatica, uno sconforto sotteso, ma nonostante questo continuava a scrivere. “Le poche parole faticose non sono che uno scheletro, senza carne né cuore […] ma non per questo mi sforzerò di fare del mio meglio, per quanto povero esso sia, nella convinzione che questi mucchi di ossa morte chiamate ‘articoli’ possano ogni tanto contenere alcuni suggerimenti per l’anima che sappia trovarli”.

Nel 1880 sposò Louie Wanda Strentzel e si trasferì a Martinez, in California, dove crebbero le loro due figlie, Wanda e Helen. Per dieci anni gestì la fattoria agricola di famiglia, ma questa pausa più sedentaria non assopì la sua sete di conoscenza e di esplorazione. Tornò a viaggiare, andò in Alaska per conoscere luoghi e popolazioni indigene vivendo nelle loro comunità e in altre parti del mondo.

Nel 1892 fondò il Sierra Club, un’organizzazione per la conservazione della natura, ma nel corso del tempo ha perso lo spirito originario del suo fondatore ed è diventata una delle tante organizzazioni che sostengono tutte le varie narrazioni. Celebre il campeggio a Yosemite con il presidente Roosevelt che lo convinse a far diventare lo Yosemite Parco naturale con alcune parti di Riserva integrale. In molti pensano che questo sia stato grazie al presidente, ma in realtà fu grazie a Muir. Negli ultimi anni della sua vita intraprese una battaglia contro la distruzione e l’inondazione della valle di Hetch Hetchy da usare come riserva d’acqua per San Francisco. I suoi sforzi crearono un importante attenzione e un grande dibattito. Alla fine il progetto fu approvato e Muir si sentì profondamente sconfitto. Dopo poco morì, il 24 dicembre 1914.

Uno spirito profondamente libero, di quella libertà di cui da tempo è svanito il significato. Con una libertà “indefinibile in dimensione e impossibile da imbrigliare nei movimenti, non più di quanto lo siano le stesse nuvole”. Rappresentate di una filosofia radicale organica1, così come è stata ben definita da Paul Cudenec e come non trovare stretti legami con quei critici all’avanzata del mondo moderno e al sistema tecnico. Abbiamo fatto sì che le sue parole potessero riprendere vita, senza filtri, senza doverci preoccupare di alcunché, senza cancellare parti delle sue riflessioni e del suo sentire. John Muir è la voce della nostra ecologia. Il senso che esprime nella conservazione della natura è essenzialmente diverso da quello espresso dalle varie associazioni e organizzazioni ambientaliste. E in netto contrasto con l’“ecologia scientifica” che prese forza con quell’élite di potere transumanista ed eugenista ben rappresentata da Julian Huxley e dalla sua “organizzazione sistematica del mondo”.

Che la voce di John Muir possa riprendere quello spazio occupato da vari ambientalisti da salotto, neomalthusiani sostenitori della riduzione della popolazione, tecno-entusiasti sostenitrici delle varie narrazioni catastrofiste, della geoingegneria, delle biotecnologie, del nucleare. Che questa voce torni a urlare, a resistere, a lottare.

“La battaglia per la conservazione deve continuare all’infinito. Fa parte della guerra universale tra il bene e il male”.
John Muir

Silvia Guerini, Giugno 2025, Resistenze al nanomondo,
pubblicato sul giornale L’Urlo della Terra, n.13, Luglio 2025

Nota:
1https://orgrad.wordpress.com/a-z-of-thinkers/; https://winteroak.org.uk/

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Siamo nel pieno di una Grande Trasformazione, un qualcosa di così travolgente che non lascia possibilità di tornare indietro perché nel suo cammino attua un processo demolitorio e di eradicazione profonda. Il trasferimento nel digitale permette una rimozione perfetta. In questa corsa forsennata verso il baratro vi è un’erosione dell’essere umano così profonda e radicale che assume i tratti di una metamorfosi ontologica e antropologica. Restano aperte questioni fondamentali: quale sarà il significato di essere umano, di essere vivente, di natura, di libertà?

In un puzzle di inclusione cibernetica dove i tasselli si intersecano perfettamente non ci sono altri usi possibili o strade alternative e a puzzle completo si rischia di ritrovarsi con una nuova identità umana incapace di riconoscere altro se non confermare il presente all’interno del nuovo ordine di verità algoritmico.

Per arrivare a far si che si realizzi questa Grande Trasformazione serve sicuramente consenso, ma anche questo è un ambito ormai probabilmente superato, in questi anni abbiamo visto instillare paure, ricatti e terrore, non troppo da paralizzare, ma abbastanza da creare obbedienza. Si prepara un accompagnamento verso nuovi mondi virtuali dove non solo sarà desiderabile immergersi, ma bisognerà anche crederci. Per questo vi è in atto una demolizione totale delle precedenti forme di esistenza: come si viene al mondo, scuola, lavoro, relazioni, famiglia, cibo, stili di vita… per far posto al nuovo individuo fluido, incapace di esistere senza il sostegno di apparati.

Non da poco è il grande alibi per cui la Grande Trasformazione cyber-digitale del mondo anche se non desiderabile va comunque acclamata: l’emergenza in tempo di pace che si chiama “ecosostenibilità”. Questa non significa altro che continuare a sfruttare e depredare il pianeta come si è fatto fino adesso incrementando vecchi e nuovi processi distruttivi dirigendo l’accusa verso nuovi nemici come la CO2, come il singolo non allineato ai nuovi dettami green, ma il nemico di fondo è questo essere umano troppo umano: un neomaltusianesimo che prevederà da un lato una riduzione di una parte della popolazione e dall’altro lato una sua riprogettazione che in nome della transizione verde-digitale farà passare l’inaccettabile. Non è sopraggiunta una reale coscienza ecologista, in quanto nessuno ci ha mai lavorato, ma un’autorità verde che attualizza nuove realtà servendosi di inedite modalità totalitarie di ingegneria sociale. Le ricette proposte si sono fatte “ecosostenibili” ed ecoinsostituibili e quindi necessarie, ma parlano la lingua del nucleare, del 5G, del 6G, dei nuovi OGM-TEA, della Geoingegneria fino ad arrivare al “ripristino” totale della natura e dei corpi adattati al nuovo paradigma cibernetico, sintetico e transumano.

Come attori principali delle attuali trasformazioni dobbiamo comprendere il ruolo di colossi agroalimentari-farmaceutici-bionanotecnologici, compagnie del digitale, poli di ricerca di importanza internazionale, comprendendo che il loro scopo non è meramente il profitto, ma portare a termine un’ideologia transumanista che rappresenta una precisa visione di mondo e di essere umano. In questo orizzonte vanno inseriti anche i programmi per la salute ideati e portati avanti da ricchissimi filantropi come la Fondazione Gates.

L’élite tecnocratica transumanista ha i mezzi per realizzare i suoi scopi ed è a capo dei principali consessi internazionali di punta delle tecno-scienze, gestendone e indirizzandone le fasi di convergenza, siano queste di natura tecnica o politica. Cavalcando la presunta ineluttabilità di questi processi affermando che, dal momento in cui non si possono fermare, vanno allora governati, direzionati e soprattutto ottimizzati. Dal loro punto di vista governare le tecno-scienze significa implementare l’essere umano con esse, ponendo un traguardo che non arriverà mai perché ad una implementazione ne seguirà un’altra e ad una modificazione genetica dell’essere umano ne seguiranno altre ancora più ricombinanti. Il tutto ben contornato di diritti e libertà, elogiato e sostenuto dai progressisti e apparentemente contrastato da quelli che dovrebbero essere conservatori, ma questi spesso non sono altro che l’altra parte di una scenografia già predisposta.

In questa visione di mondo transumanista i corpi e gli elementi naturali, non costituiscono più un fondamento indisponibile, ma divengono disponibili, mercificabili, scomponibili e manipolabili.

Le tecno-scienze diventano sistema, diventano orizzonte di senso, diventano contesto di esistenza delle persone, diventano inevitabili. Non possono essere considerate come delle tecnologie che si inseriscono in ogni ambito della società lasciando la possibilità o meno di usarle permettendo una dimensione di autonomia rispetto ad esse. Una volta inserite diventano l’ambiente stesso fondendosi con esso, plasmandolo e trasformandolo secondo le loro caratteristiche e secondo l’ideologia transumanista di cui sono portatrici. In questo procedere diventano la nuova normalità plasmando e trasformando lo stesso essere nel mondo, percepirsi nel mondo, stare nel mondo e agire nel mondo. In ultima istanza trasformando l’essere umano.

L’infinito dibattito attorno alla loro neutralità e al loro utilizzo positivo o negativo potrebbe concludersi attorno alla semplice considerazione che le conseguenze nefaste non possono essere considerati effetti collaterali: per quanto riguarda le tecnologie di ingegneria genetica e per le nanotecnologie si tratta sempre di disastri annunciati che tra l’altro servono a velocizzare e a normalizzare altri passaggi. La questione è molto più radicale di un dibattito ridotto e appiattito a utilità, vantaggi, svantaggi, inconvenienti, rischi, pericoli, la riflessione dovrebbe essere portata un po’ più in là, fuori dal loro regno della quantità, dal loro meccanicismo, fuori da calcoli e previsioni per arrivare alla messa in discussione radicale della concezione che considera il vivente come una macchina.

Le tecno-scienze diventano istanza suprema: tutto deve essere giudicato a partire da esse e, ovviamente, senza mai uscire dal loro paradigma di progresso a tutti i costi perché il progresso non si deve arrestare e bisogna parteciparvi da responsabili co-gestori dei rischi e dei disastri annunciati.

L’Intelligenza Artificiale con i suoi algoritmi crea un nuovo ordine di verità che non ha precedenti nella storia, un nuovo ordine verso cui non si potrà dubitare. L’Intelligenza Artificiale prenderà sempre più decisioni che a noi risulteranno incomprensibili a cui dovremmo solo adattarci. Una protocollazione totale della nostra vita, dalla nascita alla morte. Dai consigli che diventeranno precetti in ogni ambito, dalle nostre abitudini e dai nostri comportamenti all’ambito sanitario in una società terapeutica a guida algoritmica con una medicina personalizzata e predittiva con terapie geniche a mRNA.

La cattura e l’analisi dei dati in tempo reale non comporta solamente un’infrastruttura tecnologica e digitale, ma un nuovo paradigma in cui l’essere umano costantemente accompagnato dagli algoritmi perderà ogni orientamento e ogni ancoramento nel mondo.

Il nuovo potere dolce che sta prendendo forma non ha un volto di coercizione o di imposizione, ma della libera scelta, creando un contesto in cui le persone saranno costantemente avvolte da algoritmi che le guideranno nella via programmata. Incasellamenti nei nuovi dettami alimentari, sanitari, educativi e sociali pronti, da consigli, a diventare prescrizioni. La vita non verrà semplificata, verrà svuotata della sua sostanza. La normalità diventerà ciò che la perenne connessione nella rete e i dispositivi nei corpi permetteranno di fare, di trasformare, di modificare, di diventare. Il transumano. Il resto, l’umano, non solamente rimarrà indietro, ma non sarà più contemplato. Diventerà sempre più difficile per noi esseri umani ritrovarci, arrivando a cercarci dove non ci troveremo mai, nel mondo degli automi e delle macchine, se non al prezzo della perdita della nostra natura umana.

La critica a questo presente disumanizzante non può partire all’interno del suo alveolo cibernetico per lo stesso motivo per cui una fabbrica di cani robot non potrà mai convertirsi a qualcosa di pacifico. L’idea e il progetto sono militari, strumenti di guerra e di morte studiati per essere offensivi o per restare nei depositi dei laboratori, ma ben conservati per essere pronti ad ogni eventualità bellica e di controllo e repressione sociale interna.

Non può esistere un’Intelligenza Artificiale etica. Quando una parola è così tanto usata e abusata significa che ormai ha perso il suo significato. L’etica pone dei limiti, ma questi limiti sono proprio quelli che verranno continuamente superati dall’ideologia transumanista. Nei loro laboratori di ingegneria genetica e sociale non c’è spazio per l’etica.

Regolamentare uno sviluppo tecno-scientifico equivale a evidenziare un problema da risolvere con una soluzione tecnica, non significa certo fermare quello sviluppo nocivo, ma piuttosto diffonderlo e universalizzarlo. Per questo non è possibile regolamentare l’ingegneria genetica, la biologia sintetica, la riproduzione artificiale, la geoingegneria, l’Intelligenza Artificiale. La nostra critica deve essere a monte, nel respingere la riprogettazione del vivente.

Siamo circondati e schiacciati dalla convergenza di tecnocrati, falsi critici e falsi ecologisti. Si può per esempio criticare i progetti di smart city, ma senza mai nemmeno nominare le rete 5G oppure criticare la rete 5G per motivi di salute e dopo accettare le smart city come modello di esistenza, quando queste rappresentano la massima rappresentazione dello sviluppo di queste reti e, detto ancora più chiaramente, senza rete 5G non possono esistere smart city. E la rete 5G è il nodo fondamentale per l’implementazione del tecno-mondo a guida algoritmica che prepara alla rete 6G, a quel passaggio in cui sfumerà totalmente il confine tra il mondo esterno, i dispositivi digitali e i corpi che diventeranno dei nodi di un’immensa rete informatica.

L’onestà nel rivendicare la vera alternativa è in coloro che hanno il coraggio di ammettere che l’alternativa vera non esiste. Questo non significa non avere speranza, ma rendersi conto che lo spazio vitale nostro e naturale quasi nella sua interezza è stato occupato da forze manipolatorie che hanno un potere immenso, non solo nell’imporre il proprio dogma tecno-scientifico come indiscutibile, ma anche nel trasformare in menzogna la realtà materiale delle cose, menzogna che diventa la loro verità assoluta.

Dalla guerra in Ucraina con il massiccio uso di droni “kamikaze” guidati dall’Intelligenza Artificiale al laboratorio Gaza per lo sviluppo e l’addestramento di nuovi sistemi di sterminio basati sull’Intelligenza artificiale. L’implementazione dell’Intelligenza Artificiale da parte di Israele a Gaza segna un cambiamento significativo nello scenario della guerra moderna. Una “fabbrica di assassini di massa”. Palantir Technologies – fondata nel 2004, tra i fondatori Peter Thiel co-fondatore di PayPal – non è un semplice fornitore dell’apparato militare è una vera e propria piattaforma di intelligence per la guerra globale al terrorismo e per la totale sorveglianza interna. Gestisce anche il database HHS Protect che continua a raccogliere informazioni relative alla diffusione del Covid-19 con un sistema di algortimi predittivi atti a prevenire la diffusione di possibili focolai al fine di lanciare allerte e attuare misure tempestive: un nuovo sistema di biosorveglianza preventiva.

Sul campo di battaglia i militari da un lato non controllano le valutazioni e le decisioni dei sistemi di Intelligenza Artificiale per risparmiare tempo e per consentire la produzione in serie di obiettivi senza ostacoli, ma dall’altro lato non sarebbero neanche più in grado di farlo. L’operare dell’Intelligenza Artificiale avanza veloce in un universo di mere correlazioni statistiche e i suoi calcoli opachi non permettono all’essere umano di comprendere le sue decisioni. Questo modus operandis che ora vediamo diventare la normalità della guerra 4.0 sarà lo stesso in ogni ambito che sarà sottoposto agli imperativi degli algoritmi dell’Intelligenza Artificiale. Gaza rappresenta così non una singolarità storica e geopolitica, ma un possibile destino di disumanizzazione per tutti.

Per gli sviluppi delle tecno-scienze il principio di precauzione come i diritti dell’uomo o il diritto alla privacy è tanto invocato perché è diventato perfettamente inapplicabile: una formula magica per non arrestare niente. Quale società moderna potrebbe esistere rispettando i diritti dell’uomo? Quale società digitale potrebbe funzionare con una tutela della privacy? Quale tecnologia potrebbe continuare a svilupparsi rispettando un principio di precauzione?

Dietro questa caccia sempre più pervasiva alla cosiddetta disinformazione si nasconde la macchina della censura totale con una a differenza rispetto al passato: non sarà più possibile una critica, chi metterà in discussione ciò che verrà messo in campo dal sistema con la retorica del salvare l’umanità da malattie, povertà, catastrofi sarà semplicemente considerato folle.

Spesso ci si chiede cosa si lascerà alle future generazioni, ma forse la domanda da porci sarebbe a quali future generazioni ci si riferisce e soprattutto se ancora avremo non tanto memorie da lasciare, ma soprattutto memorie che siano comprese considerando che anche la scuola entra a pieno regime in un contesto di emergenza permanente-guerra-nuove pandemie all’orizzonte-nuovi sieri genici a mRNA-digitalizzazione-Intelligenza Artificiale. L’anno scorso Pfizer Italia era entrata nelle scuole con un progetto contro la disinformazione e di alfabetizzazione medico-scientifica destinato a insegnanti e studenti, dichiarando che durante la pandemia i social fossero diventati veicolo di fake news, da qui la necessità di controllarli assiduamente. Negli USA, per ora, il laboratorio mobile di scienza per studenti della Pfizer, non è un caso che in un video propagandistico del progetto si veda un cane robot della Boston Dynamics con il simbolo della multinazionale, ma che avrebbe potuto essere anche quello dei veri padroni di quel cane: il DARPA.

Noi non abbiamo ricette da prescrivere, facili soluzioni ed escamotage per scomparire dalla rete, come in tanti vendono e in tanti chiedono. Non vendiamo prodotti, non vendiamo illusioni e non vendiamo false coscienze per avere sonni tranquilli. Non abbiamo interessi da difendere e non vogliamo isole felici in cui ritenersi al sicuro dall’avanzata transumana incuranti delle macerie. Non pensiamo che ci siano delle derive e delle storture da raddrizzare. Non siamo preoccupati. Siamo in lotta. Contestiamo la totalità del mondo cibernetico e transumanista in ogni sua estensione, anche quelle non di moda nei salotti della critica. Per resistere. Per non arrendersi alla vita insensata e invivibile. Per non arrendersi all’obsolescenza programmata. Per non arrendersi alla dissoluzione. Pronti per lottare, non possiamo accontentarci di limitare i danni e di salvare il salvabile, nei tempi di oggi non è abbastanza. Si rende necessario creare momenti di resistenza che non solo possano essere bastioni di dignità umana, ma luoghi e comunità dove vivere relazioni a prova di erosione.

Opporsi all’avanzata del tecno-mondo e all’avanzata del transumano non è più rimandabile.
Restare umani significa resistere.

Silvia Guerini e Costantino Ragusa, www.resistenzealnanomondo.org

Indice del libro:

Introduzione alla presente edizione, 9

Introduzione dell’edizione con il titolo: 5G. Rete della società cibernetica, 16

1.Transumanesimo: l’ideologia del tecno-mondo, 21

2. Dalla macchina di Hollerith alla realizzazione della società cibernetica, 33

3. L’Intelligenza Artificiale e la sua etica, 39

4. 5G: la rete dell’Intelligenza Artificiale, 47

5. L’eredità mortifera della società cibernetica, 51

6. Smart city: ambienti cyborg per un’umanità cyborg, 57

7. Dalla smart city alla smart campagna, 61

8. L’accompagnamento algoritmico dell’esistenza, 69

9. Un nuovo ordine di verità, 75

10. La vita sottoposta a continua misurazione, 77

11. L’Intelligenza Artificiale delle emozioni, 79

12. Circondati dalle parole dei sistemi, 81

13. L’essere umano espropriato da sè stesso, 83

14. Addestrare bambini e ragazzi al prossimo Metaverso, 85

15. Un potere dolce, 95

16. La metamorfosi dello Stato, 99

17. Nuovo colonialismo fin nel ventre della Terra, 103

18. Dalla Guerra cibernetica alla Guerra Biologica

18.1 L’Intelligenza Artificiale va alla guerra, 107

18.2 Pianeta Terra come arma di guerra, 111

18.3 Laboratori di guerra biologica, 117

19. Perché la Transizione è verde, 121

20. Il Metaverso come il migliore dei mondi possibili, 133

21. Dall’Internet delle cose all’Internet dei corpi, 143

22. Un allarme dal mondo transumanista, 149

23. Verso il controllo totale delle nostre menti, 157

24. Quale alternativa al mondo digitale?, 161

25. Resistere alla megamacchina, 171

Biografie degli autori, 175

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No barriers have been put in place against gender ideology – Silvia Guerini

No barriers have been put in place against gender ideology.
Critical reflections on the bill on puberty blockers and hormones.

The Council of Ministers has approved a bill introducing provisions for the “appropriate prescription” and “correct use” of puberty blockers and hormones in “gender transition” pathways for minors. The measure was presented by Health Minister Orazio Schillaci and Minister for Family, Birth and Equal Opportunities Maria Eugenia Roccella. The bill provides for provisions for “effective data monitoring” and the administration of drugs will be permitted following a “specific diagnosis” made by a multidisciplinary team and after psychological, psychotherapeutic and, if necessary, psychiatric treatment has already been carried out. All this will be subject to the approval of the Ethics Committee.

The measure also establishes a register for the prescription of drugs by the AIFA (Italian Medicines Agency) with subsequent “monitoring”. Finally, a technical committee will be set up to evaluate the AIFA’s six-monthly report. The Italian Medicines Agency will be responsible for this. Remembering the role of the AIFA during the pandemic narrative and its authorisations of mRNA gene serums, what can we possibly expect for triptorelin?

In fact, we are not moving away from the paradigm of producing a certain narrative that is emergency-based, medicalising, genetic or of another nature, relying for an assessment of the harmful consequences on those who are an integral part of the process of normalising certain therapies, the interests at stake and the underlying ideology: the companies that produce them, the research sectors that feed off these developments, the technical committees of experts and the various bioethical committees that endorse them, the professional associations that approve and support them, the regulatory bodies that authorise them, the whole world that finances and promotes them… in short, those who have every interest in their dissemination and in the transformations that will result, not only as harmful consequences, but also as consequences within society on how ethical principles will be perceived and considered and on the points of no return in the collapse of the last barriers defending the bodies and processes that sustain life.

For our part, we affirm: no “prescriptive appropriateness”, no “correct use”, no “monitoring”. Could one ever claim the correct use of a sterilising drug based on the great deception of a supposed “gender identity”? Triptorelin and hormones must be stopped in their administration and also in their use for research purposes.

Bodies must not be destroyed and experimented on. Drug treatments with triptorelin (used in America to chemically castrate paedophiles, it should be remembered) and subsequently with hormones of the opposite sex are in fact sterilisation.

It is no coincidence that there has been an increase in requests for cryopreservation of eggs and sperm before embarking on the transition process. Those who wish to become parents in the future will only be able to do so by resorting to artificial reproduction centres.

There are already enough studies demonstrating the irreversible damage caused by these drugs, even if they have not been taken into account by the National Bioethics Committee, which, when asked about the use of triptorelin in its opinion last November, stated that, given “the insufficient scientific data on the use of puberty blockers”, it is necessary to “proceed with trials of this medicine” and that there is “uncertainty about the risk/benefit ratio of puberty blocking with triptorelin”. But we are not surprised by this, as ethics is not part of the laboratory paradigm and, for some time now, various bioethical assessments have in fact served to advance all kinds of technological and scientific developments, even in areas that affect our bodies and the processes of life itself.

We recall the final report on transitions in minors by paediatrician Hilary Cass: a definitive condemnation of the affirmative approach that provides for the blocking of puberty at age 12 (or even 10), the administration of hormones of the opposite sex at age 16, and possible surgical mutilation at age 18. This report contributed to the closure, after numerous complaints, of the Gender Identity Development Service at the Tavistock Clinic. We also recall the research by Lisa Littman, which shows that cases of “rapid onset gender dysphoria” regress when adolescents are removed from social media, where a real social contagion spreads.

With the assumptions of the Bioethics Committee’s opinion and the assumptions of this bill, will it be possible to stem the start of so-called transition pathways for minors? How can this bill be a solid barrier if the concepts of “gender identity”, “gender dysphoria” and “affirmative approach” are not questioned? Some say it is a limit to drift, but in the face of drift, setting a limit without eradicating its premises only means that over time this limit will inevitably shift. In the face of drift, we can only counter with a courageous ethical position that leaves no room for interpretation, slippage, reconfiguration or loopholes. No to puberty blockers, hormones and surgical mutilation for children and adolescents, because of their irreversible consequences and because of what they represent as a redesign of the human being.

In the field of life sciences, we have already seen where regulations, restrictions, borderline cases, exceptions, risk/benefit assessments and informed consent lead: to continuing in the direction we have taken. The point, which no one has the courage to address, is that the entire gender ideology system should be demolished, affirming forcefully that there is no such thing as “gender identity”, that there are no trans children and adolescents, that we are born male or female and that no one is born in the wrong body.

Gender ideology is a ramified system that modifies and reconfigures the perception of one’s body and reality. This ideology must be placed within the transhumanist advance of the demolition and reconfiguration of the human being and life. It leads to dissociation from the body, the spirit, nature and reality. It leads to the dissolution of sexual roots, artificial reproduction and genetic tinkering. It is part of the process of denying the human being as such, ready for genetic modification, brain implants, in vitro life and a laboratory world. It artificially reconfigures what will be considered man, woman, procreation, reality, nature, artificial, machine and human being1. Just as a genetic chimera cannot be sent back, the demolition of meaning and the subsequent demolition of bodies are designed to replace the present reality and become the only possible reality. Bodies are inviolable and unavailable; they are not living laboratories in the hands of transhumanist and eugenicist technocrats.

This bill makes it clear that, regardless of the colour of governments, we have simple internal variations of the same advancement of a techno-scientific, cybernetic and transhuman system, which also serve to create a false opposition between left and right in the usual game of roles, both progressive, Promethean and technocratic. The right pretends to oppose certain developments and then effectively normalises them, freeing them from their suspension phase and returning them in a permanent form. Simply from perhaps different points of view, the same plan, the same process is renewed, supported and consolidated, working on details and nuances to leave the main construct unchanged, made assimilable by the political ideology of the moment. A real alternative and a real critique must be sought elsewhere. Elsewhere than in political calculations and interests of all kinds and in the programmes of technocrats. Outside the clinics of “gender identity” and artificial reproduction and outside the laboratories of manipulation of living beings.

Silvia Guerini, 5 August 2025,
www.resistenzealnanomondo.org

Note:

1 For further information:

Silvia Guerini, Dal corpo neutro al cyborg postumano (From the neutral body to the posthuman cyborg), Asterios editore, 2023.

Silvia Guerini, Costantino Ragusa (eds.), AA.VV. I figli della macchina. Biotecnologie, riproduzione artificiale, eugenetica (The children of the machine. Biotechnology, artificial reproduction, eugenics), Asterios editore, 2023.

Il mondo nuovo 2.0 (The New World 2.0), YouTube channel by Elisa Boscarol.

Janice Raymond, edited by Silvia Guerini, Una sfida al transgenderismo (A Challenge to Transgenderism), Acro-Polis edizioni, 2025.

(automatic translation)

La NATO difensore della pace? – Maria Heibel

Questa realzione è stata preparata per il settimo incontro internazionale TRE GIORNI CONTRO LE TECNO-SCIENZE, tenutasi il 18-19-20 luglio 2025
Purtroppo, la mia presentazione non ha avuto luogo a causa di difficoltà tecniche.
Esamino lo sviluppo della NATO e descrivo come si sia trasformata da una alleanza difensiva, fondata nel 1949, in un’organizzazione globale molto più complessa e influente di quanto si possa immaginare.
La NATO è oggi un attore unico al mondo, capace di integrare il potere militare, politico, tecnologico-industriale e culturale di 32 nazioni e 40 partners.

La NATO difensore della pace?
Di Maria Heibel

La mia indagine sulla NATO è nata dal desiderio di capire cosa sia effettivamente oggi questa organizzazione e quale ruolo svolga. Quando nel 2015 abbiamo fondato l’iniziativa NO NATO NO GUERRA, la domanda più frequente era: “Chi ci proteggerà quando la NATO non esisterà più?” Negli ultimi anni, tuttavia, il contesto internazionale è cambiato radicalmente. Persino il generale Mini oggi si esprime in modo molto critico e definisce la NATO addirittura un «pericolo per l’Europa».

Non esiste un’opera che racconti davvero la complessa storia della NATO: questo è dovuto alla grande opacità e segretezza che circondano l’organizzazione. Il suo ruolo geopolitico è noto, compresi quelli sulle strutture “occulte” come Stay Behind e Gladio, che hanno condotto operazioni clandestine durante quello che appariva un lungo periodo di pace.

Vorrei però porre l’attenzione su un aspetto trascurato: il peso che la NATO esercita nel complesso industriale-militare-accademico. La NATO influenza profondamente lo sviluppo tecnico e scientifico, promuovendo un sistema duale in cui le innovazioni civili e militari si intrecciano. La tecnologia nucleare ne è esempio emblematico: ciò che nasce per scopi bellici veniva riconvertito a usi civili – e viceversa –, in un costante ribaltamento di ciò che viene definito “bene” o “male”. Lo stesso fenomeno si osserva nella questione della CO₂, con oscillazioni tra allarmi e presunte soluzioni.

LA STORIA DELLA NATO

La storia della NATO inizia con il Trattato Nord Atlantico firmato a Washington, DC, il 4 aprile 1949. L’introduzione ci dice:

“Gli Stati che aderiscono al presente Trattato riaffermano la loro fede negli scopi e nei principi dello Statuto delle Nazioni Unite e il loro desiderio di vivere in pace con tutti i popoli e con tutti i governi. Si dicono determinati a salvaguardare la libertà dei loro popoli, il loro comune retaggio e la loro civiltà, fondati sui principi della democrazia, sulle libertà individuali e sulla preminenza del diritto. Aspirano a promuovere il benessere e la stabilità nella regione dell’Atlantico settentrionale. Sono decisi a unire i loro sforzi in una difesa collettiva e per la salvaguardia della pace e della sicurezza. Pertanto, essi aderiscono al presente Trattato Nord Atlantico.”

Questo era il messaggio principale.

La NATO non è più  “solo una entità che difende”. Ha subito trasformazioni significative dalla sua fondazione nel 1949, andando ben oltre il suo mandato originale di difesa collettiva contro una minaccia sovietica.

Ecco in forma iperconcentrata:

  • Nascita e Guerra Fredda (1949-1991): Inizialmente, la NATO era effettivamente un’alleanza difensiva, basata sull’Articolo 5 del Trattato di Washington, che stabilisce che un attacco a un membro è un attacco a tutti. Il suo scopo primario era contenere l’espansione sovietica in Europa. E pare che sia riuscito (lasciamo quindi fuori il ruolo di Stay Behind e Gladio e le guerre segrete).
  • Dopo la Guerra Fredda (Anni ’90 – 2000): Con la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS, la NATO ha affrontato una crisi di identità. Poteva essere il suo tramonto, ma non è stato così, anzi. Si è trasformata espandendo il suo raggio d’azione verso “gestioni di crisi”. Ha iniziato a operare fuori area (es. Balcani).
  • Post-11 Settembre (2001-2014): L’amministrazione Bush e il Pentagono hanno guidato la NATO verso missioni fuori area (Afghanistan, Iraq), con un focus su terrorismo e minacce globali. Questo periodo ha visto un rafforzamento del ruolo del Pentagono nella definizione delle priorità operative.

Il Pentagono ha avuto un ruolo cruciale fin dall’inizio, progettando la struttura militare integrata (es. SHAPE) e assicurando che il comando supremo fosse americano. Così è sempre stato. Ha progettato il sistema di comandi integrati, assicurando che il SACEUR (Comandante Supremo Alleato in Europa della NATO) fosse sempre guidato da un generale USA. Fornisce la maggior parte delle capacità avanzate (es. missili Patriot, droni Reaper) e influenza gli standard NATO, favorendo l’industria della difesa statunitense. Il Pentagono ha spinto per l’espansione a est e per il focus sull’Indo-Pacifico, allineando la NATO agli interessi strategici USA contro Russia e Cina. Comunque, il Pentagono non agisce da solo: opera in sinergia con il Dipartimento di Stato, il Congresso e la Casa Bianca, garantendo che la NATO rifletta le priorità della politica estera statunitense.

La NATO si distingue come un potere globale per la sua capacità di coordinare politiche, risorse e strategie tra 32 nazioni, coprendo circa 950 milioni di persone e una significativa porzione del PIL globale. Il suo potere però non è solo militare, ma anche politico, economico, tecnologico e culturale.

La NATO e le Strategie per Scienza e Tecnologie a Duplice Uso

Il programma Science for Peace and Security (SPS) della NATO, istituito nel 1958 e ribattezzato nel 2006 nella sua attuale denominazione, rappresenta una delle principali iniziative volte a promuovere la cooperazione scientifica e tecnologica su tematiche di sicurezza tra Stati membri e Paesi partner. A differenza dei programmi militari strettamente intesi, l’SPS concentra le sue attività su minacce trasversali e priorità globali, fra cui la sicurezza energetica, la difesa da minacce CBRN (chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari), la cyber difesa, la tutela dell’ambiente e il contrasto al terrorismo. In oltre sei decenni, migliaia di scienziati (inclusi premi Nobel) hanno contribuito allo sviluppo di progetti che spaziano dalla sicurezza cibernetica all’uso dei droni, “rafforzando capacità e stabilità in diversi Paesi partner”, inclusa l’Ucraina. Attraverso l’SPS, la NATO sostiene progetti con finalità civili considerati essenziali per la sicurezza collettiva, agendo sia come finanziatore sia come promotore di cooperazione e dialogo. Questa azione si traduce in una rete di partenariati strategici.

Il ruolo della ricerca scientifica per la sicurezza in NATO fu influenzato dal lavoro del Von Karman Committee, istituito nel 1959 su impulso dell’Alleanza e guidato dal fisico Theodore von Karman. Il comitato fu incaricato di definire le principali strategie di sviluppo tecnologico nel lungo periodo. Negli anni Sessanta e Settanta furono istituiti altri organi permanenti, come il Defence Research Director’s Committee (1963) e il Defence Research Group (1966).

Oggi, la strategia scientifica della NATO poggia essenzialmente su tre pilastri:

  • Science for Peace and Security Programme (SPS): promuove la cooperazione e finanzia progetti civili innovativi in ambiti legati alla sicurezza transnazionale;
  • Science and Technology Organization (STO): coordina e realizza la ricerca tecnologica avanzata in settori militari strategici, con centinaia di attività mirate ogni anno;
  • DIANA – Defence Innovation Accelerator for the North Atlantic: lanciato nel 2021 e operativo dal 2023, DIANA collega start-up, aziende tecnologiche, università e governi per accelerare lo sviluppo di soluzioni deep-tech a duplice uso (civile e militare), sostenute anche dal nuovo NATO Innovation Fund, un importante fondo internazionale di venture capital dedicato alle tecnologie per la sicurezza.

Un aspetto cruciale della strategia NATO è la promozione delle tecnologie a duplice uso (dual use), ossia soluzioni nate in ambito civile che si rivelano decisamente strategiche anche nel campo della difesa. Sono particolarmente rilevanti le applicazioni in intelligenza artificiale, sistemi autonomi, biotecnologie, materiali avanzati e tecnologie quantistiche. L’attenzione crescente verso questi settori si riflette anche nell’approccio delle università e dei centri di ricerca.

DIANA si pone come un punto di snodo internazionale per l’innovazione nella NATO: gestisce una rete crescente di acceleratori e centri di test tra Europa e Nord America (oltre 180 previsti nel 2025), fornisce finanziamenti mirati e mentorship alle startup, e coordina “sfide tecnologiche su energia, comunicazioni avanzate, resilienza, ambiente marittimo, spazio e cybersicurezza.” Il contesto ucraino, per la rapidità e l’intensità delle innovazioni impiegate, rappresenta una realtà in cui nuove tecnologie vengono rapidamente testate e adottate. L’Ucraina rappresenta un laboratorio.

Il confronto tra SPS (Programma Scienza per la Pace e la Sicurezza), STO (Science and Technology Organization) e DIANA (Defence Innovation Accelerator for the North Atlantic) chiarisce la complementarità dei tre strumenti:

  • L’SPS privilegia la cooperazione scientifica civile internazionale. Finanzia centinaia di progetti civili (30.000-400.000 euro) con 32 Stati membri e 40 partner, coprendo contro-terrorismo, difesa cibernetica (guerre cognitive), sicurezza ambientale (clima, rischi modifica tempo), minacce CBRN, tecnologie avanzate (cyborg soldier, sicurezza dei cieli), sicurezza marittima e proiezione di stabilità.
  • La STO con oltre 250 attività militari all’anno (budget elevati), opera come centro nevralgico della ricerca avanzata e sperimentazione in ambito militare.
  • DIANA rappresenta l’acceleratore di innovazione tecnologica, integrando attori del settore privato e pubblico, e promuovendo un “ecosistema” dove applicazioni civili e militari convergono.

In breve: La STO domina per importanza militare, SPS per cooperazione civile, e DIANA per innovazione futura.

La NATO, il Clima e l’Ambiente: Dalla Sicurezza Militare all’Ambientalismo (1960–anni ’70)

L’interesse della NATO per l’ambiente e il clima ha radici nella cooperazione scientifica degli anni ’60, iniziata con il gruppo Von Karman. In questa prima fase, i temi ambientali erano trattati prevalentemente come “sfide belliche”: ad esempio, la dispersione di sostanze nocive dovuta alle attività militari o le tecnologie atte a garantire l’operatività delle forze alleate in ogni contesto. Un vero salto avviene nel 1969, quando il presidente Nixon aveva suggerito alcune nuove iniziative per i 20 anni della NATO. La spinta per l’ambientalismo NATO viene soprattutto dagli Stati Uniti (sotto Nixon).

La creazione del CCMS (Committee on the Challenges of Modern Society). Nel 1969, la NATO istituì il Comitato sulle Sfide della Società Moderna (CCMS) su proposta del presidente statunitense Richard Nixon, segnando l’ingresso formale dell’Alleanza nelle politiche ambientali e sociali e aprendo la “terza dimensione” civile, oltre alla difesa militare e alla cooperazione politica. Questo organismo ha dato un volto cooperativo alla NATO, promuovendo studi pilota e workshop su temi come l’inquinamento atmosferico, idrico e acustico, la sicurezza stradale e la gestione delle catastrofi ambientali, coinvolgendo Stati membri NATO e paesi non-NATO (es. Svezia, Giappone). In un contesto internazionale segnato da una crescente attenzione ai temi ambientali, il CCMS avviò programmi per il monitoraggio della qualità dell’aria e la riduzione delle emissioni, contribuendo a soluzioni per mitigare l’inquinamento e rafforzare la cooperazione scientifica globale.

Il clima cambia in quegli anni: si fa strada l’ambientalismo (con eventi simbolici come il primo Earth Day nel 1970) e il Club di Roma lancia il libro The Limits of Growth nel 1972.

Gli Anni ‘70: L’Ambiente Diventa Tema Globale Nei decenni successivi il CCMS promuoverà progetti su inquinamento atmosferico, gestione dell’acqua e rischi per la salute derivanti dall’industrializzazione, anticipando i grandi summit internazionali dell’ONU sull’ambiente. In questa fase, l’Alleanza percepisce i rischi ambientali sia come fattori di rischio “tecnico” per le proprie forze armate, sia come potenziali fonti di instabilità sociale e geopolitica in Europa e nel mondo industrializzato. Quindi: Già dagli anni ’70, ben prima che il tema “clima e sicurezza” diventasse mainstream, la NATO ha esplorato, seppur con gradualità e sfumature politiche, il legame tra ambiente, sicurezza e stabilità delle società avanzate. Questo ha permesso all’Alleanza, tramite enti come il CCMS, di inserirsi nel nascente dibattito globale e di delineare metodologie di gestione e ricerca che, molti anni dopo, sarebbero tornate al centro dell’agenda di sicurezza internazionale.

Evoluzione della Cooperazione Scientifica e Tecnologica della NATO

Il Comitato von Karman

Il Comitato von Karman, creato dalla NATO alla fine degli anni ’50 sotto la guida di Theodore von Karman, pose le basi per una vasta collaborazione scientifica transatlantica, coinvolgendo università e centri di ricerca di diversi paesi alleati. Il lavoro del comitato fu cruciale per la standardizzazione tecnologica militare e per lo sviluppo di strategie scientifiche a sostegno della superiorità tecnologica occidentale durante la Guerra Fredda. Tra i temi di interesse emersi nei suoi rapporti vi era anche il potenziale uso delle forze della natura (come fenomeni meteorologici e fluidodinamici) non solo a fini difensivi ma anche come possibili strumenti strategici, avvicinandosi così ai concetti di manipolazione ambientale e “guerra meteorologica”. Come sottolinea lo storico Jacob Darwin Hamblin nel suo libro Arming Mother Nature, la possibilità di utilizzare la natura come arma fu oggetto di serie considerazioni nei circoli NATO, poiché tali strumenti potevano essere impiegati in modo difficilmente riconoscibile come attacchi deliberati. Queste discussioni riflettevano il più ampio interesse scientifico e militare dell’epoca verso nuove forme di “weaponization” dell’ambiente, anche nel contesto della rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Theodore von Karman, che fu anche protagonista negli sviluppi aeronautici internazionali, contribuì a fondare l’AGARD (Advisory Group for Aeronautical Research and Development) della NATO, il Von Karman Institute a Bruxelles, l’International Academy of Astronautics e l’International Council of the Aeronautical Sciences. In definitiva, l’opera del Comitato von Karman costituisce un momento fondamentale nell’orientamento della NATO verso una cooperazione scientifica internazionale per la ricerca militare, anticipando tematiche di “environmental warfare” che sarebbero rimaste centrali nel dibattito strategico delle decadi successive.

RIASSUMO I Gruppi e le Organizzazioni

  • AGARD (Advisory Group for Aerospace Research and Development, 1952-1997): Fu fondato nel 1952, AGARD si è concentrato su ricerca e sviluppo aerospaziale, promuovendo l’interscambio tra scienziati e militari. Ha sviluppato tecnologie per aviazione, missilistica e guerra elettronica, favorendo innovazioni dual-use (es. tecnologie radar con applicazioni civili). Ha istituzionalizzato la collaborazione scientifica NATO tra USA ed Europa.
  • RTO (Research and Technology Organisation, 1996-2012): RTO svolgeva attività di ricerca in diverse aree tecnologiche e si è fusa con AGARD nel 1996. Ha coordinato gruppi di ricerca transnazionali, coinvolgendo migliaia di scienziati e ingegneri, e ha gestito progetti dual-use con applicazioni militari (es. droni) e civili (es. tecnologie di comunicazione). Ha rafforzato la rete NATO di ricerca, integrando industrie della difesa (es. Leonardo, Thales) e università…
  • STO (Science and Technology Organization, (2012-oggi): È stata creata nel 2012, STO è l’attuale organo centrale per la scienza e tecnologia NATO, coordinando una rete di oltre 5.000 scienziati e ingegneri. Gestisce ricerca in Emerging and Disruptive Technologies (EDT) come AI, quantum computing, biotecnologie e spazio. Include centri specializzati, come il Centre for Maritime Research and Experimentation (La Spezia). Promuove tecnologie a duplice uso, ad esempio sistemi AI per sorveglianza militare e gestione civile delle infrastrutture, o materiali avanzati per difesa e industria. Coinvolge università (es. Politecnico di Torino), industrie e partner internazionali, standardizzando tecnologie NATO (vedi 5G/6G).
  • DIANA e NATO Innovation Fund (2019): DIANA (Defence Innovation Accelerator for the North Atlantic, 2021): Lanciato nel 2021 e operativo dal 2023, DIANA collega startup, università, industrie e governi per sviluppare tecnologie dual-use in aree come AI, cybersicurezza, spazio ed energia. Opera con oltre 180 acceleratori e test centre (2025) in Europa e Nord America, offrendo finanziamenti e mentorship. Esempi: batterie ad alta efficienza per basi militari e applicazioni civili, o satelliti per monitoraggio climatico e sorveglianza. NATO Innovation Fund (€1 miliardo, 2022) investe in startup deep tech per sicurezza e difesa, rafforzando il DUAL System (es. comunicazioni satellitari sicure con usi civili). Approvata dai ministri della difesa, identifica AI, quantum, biotecnologie e spazio come priorità, con la “Coherent Implementation Strategy on Emerging and Disruptive Technologies” (2021) per coordinare gli alleati.

Il DUAL SYSTEM

Il DUAL System è al cuore della strategia scientifica e tecnologica della NATO, riflettendo la sua capacità di integrare ricerca militare e civile.

ESEMPIO DUAL USE – IL NATO POL Il sistema NATO POL (Petroleum Oil e Lubricant), un oleodotto che attraversa l’Europa, totalmente finanziato dalla NATO, è stato realizzato, sul finire degli anni sessanta, allo scopo di alimentare con carburante per aerei e mezzi terrestri alcuni aeroporti militari principali.

ESEMPIO STANDARTIZZAZIONE SINGLE FUEL NATO e 5G/6G

Concludo: Un “Governo dei Governi”?

L’evoluzione della cooperazione scientifica e tecnologica della NATO, dal SPS, Comitato von Karman, AGARD, a STO e DIANA, mostra un percorso verso l’integrazione di scienza e difesa. Il DUAL System è il fulcro di questa strategia, permettendo alla NATO di sviluppare tecnologie con applicazioni militari e civili, amplificando la sua influenza attraverso reti accademiche, industriali e geopolitiche.

La NATO si è trasformata da semplice alleanza militare difensiva in una struttura estremamente articolata, dotata di istituzioni, accademie, agenzie e meccanismi di coordinamento, legati al complesso militare-industriale, che va ben oltre la difesa.

Governo dei Governi? Summit recente: I vertici NATO sono occasioni in cui vengono fissate le priorità strategiche e i capi di Stato si impegnano pubblicamente su obiettivi comuni, come l’aumento delle spese militari. L’accordo recente che spinge i Stati ad aumentare le spese militari destinate alla NATO al 5% . Il consenso mi pare che non ci sia stato, la Spagna non era d’accordo.

Oggi, la NATO può essere inquadrata come un’organizzazione unica al mondo per la sua capacità di integrare potere militare, politico, tecnologico e culturale in un quadro coeso. È più di un’alleanza militare: è un attore globale che coordina 32 nazioni su difesa collettiva, guerre cognitive, “sicurezza” climatica, spazio e innovazione tecnologica. La sua influenza si manifesta attraverso standard, narrazioni e pressioni, come mostra il Summit di questi giorni. Nessun’altra organizzazione – né l’UE né l’ONU – combina la stessa profondità istituzionale, capacità operativa e raggio geopolitico. La NATO collabora strettamente con l’ONU e l’UE. La sua complessità e il suo ruolo in espansione sollevano interrogativi importanti. © 2025 Tutti i diritti riservati.

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I link ufficiali sulla NATO

Sito Ufficiale della NATO: https://www.nato.int/

Programma Scienza per la Pace e la Sicurezza (SPS): https://www.nato.int/cps/en/natohq/78209.htm

Organizzazione per la Scienza e la Tecnologia (STO): https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_68312.htm

Acceleratore di Innovazione per la Difesa dell’Atlantico del Nord (DIANA): https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_216199.htm

Comitato sulle Sfide della Società Moderna (CCMS): https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_69335.htm

Pubblicato in: https://www.nogeoingegneria.com/effetti/politicaeconomia/la-nato-e-molto-di-piu-di-quanto-si-possa-pensare/

Programma 18-19-20 Luglio

Programma, indicazioni per prenotare e per arrivare

Settimo incontro internazionale
18-19-20 Luglio 2025
TRE GIORNATE CONTRO LE TECNO-SCIENZE
presso Altradimora, strada Caranzano 72, Acqui Terme (AL)

VENERDI’

13.00 pranzo

15.30

Presentazione dell’incontro a cura di Costantino Ragusa – Resistenze al nanomondo – Bergamo

16.00 Interventie a seguire dibattito

Sul caos che verrà
I media francesi (europei) amano presentare le politiche di Trump come l’improvviso emergere dell’autoritarismo, dell’imperialismo e dell’oscurantismo antiscientifico negli Stati Uniti. Ma non è molto difficile dimostrare che Trump sta semplicemente portando avanti tendenze che erano già all’opera e che la crisi ecologica si sta solo aggravando. Già nel 2007 Immanuel Wallerstein osservava: “Nella società americana si stanno creando le condizioni per una profonda spaccatura, se non per una guerra civile”. Il rischio di un tale collasso interno sta portando a un’intensificazione dell’imperialismo esterno, compresa l’appropriazione violenta di minerali strategici. E a mantenere la scienza solo come strumento di potere militare.
Jacques Luzi, membro della rivista Ecologie & politique, Francia

I tanti volti del transumanesimo
L’ideologia transumanista non è sempre immediatamente riconoscibile, ha la caratteristica di essere fluida adattandosi a molteplici contesti anche in apparenza in contrasto tra loro: un transumanesimo progressista dei diritti LGBTQ+ e un transumanesimo che emerge da ambienti conservatori. Sinistra progressista e destra prometeica: due facce della medesima medaglia, varianti del medesimo sistema tecno-scientifico che avanza con Intelligenza Artificiale, biotecnologie, CRISPR/Cas 9, tecnologie a mRNA. O la nostra visione di mondo o la loro, la contrapposizione è antropologica, ontologica, metafisica. Oggi la linea va tracciata tra chi vuole restare umano e tra progressisti prometeici transumani, avendo ben in mente quei confini inviolabili e non negoziabili.
I BRICS non rappresentano un ostacolo all’attuazione pressoché ubiquitaria delle agende della megamacchina che sta guidando la colonizzazione tecnologica di ogni aspetto della vita. Eppure, nonostante le molte evidenze, tra cui gli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale e quella che è stata la gestione della cosiddetta emergenza pandemica, questo secondo livello viene relativizzato portando avanti, di fatto, il mito della “neutralità della tecnica” anche da chi possiede strumenti di critica del presente.
Silvia Guerini – Resistenze al nanomondo

20.00 cena

SABATO

8.00 colazione

9.00 – 12.30 Interventi e a seguire dibattito

Dalla tecnoscienza alla nescienza
Le forme del dominio neoliberale si configurano non solo come controllo cibernetico e tecnocratico della realtà, ma anche, e in misura crescente, sulla sua incontrollabilità, sulla conseguente necessità di attivare sperimentalismi “generativi” atti a cavalcare la contingenza, che a loro volta inducono forme di rovesciamento anti-dualistico delle dicotomie soggetto-oggetto, realtà-pensiero, agente-mondo agito, sebbene, evidentemente, non nella direzione di un recupero di una dimensione culturale unitaria e di una nuova conciliazione tra società e natura, ma al contrario nella direzione di un’amplificazione ulteriore della volontà di potenza attraverso una crescente fluidificazione della realtà.
Stefano Isola

Pace e Guerra. La NATO difensore della pace?
Negli ultimi decenni, il ruolo della NATO è cambiato radicalmente rispetto al 1949, anno della sua fondazione. Oggi la NATO è un attore di primo piano nell’anticipare e plasmare il futuro della guerra (e non solo) attraverso una ricerca scientifica e tecnologica avanzata in stretta collaborazione con le organizzazioni di ricerca, l’industria e le università di tutti i Paesi membri e partner. La direzione della ricerca, in particolare in aree come l’“uomo aumentato”, che si estende al concetto di “natura aumentata”, riflette la sua visione. La NATO ha un ruolo decisamente diverso da quello di “saldo difensore della pace”.
Maria Heibel, curatrice del sito internet www.nogeoingegneria.com

Alexander Grothendieck, un matematico contro la “Chiesa scientista”
Alexander Grothendieck, uno dei più influenti matematici del secondo Novecento, nei primi anni Settanta interrompe la propria carriera accademica per farsi convinto oppositore delle comunità scientifica, che ritiene il principale sostegno della civiltà tecnologica e industriale e che, con la sua irresponsabilità, stava conducendo al collasso l’umanità e l’intero Pianeta.
Luigi Balsamini

13.00 pranzo

15.00 – 19.30 Interventi e a seguire dibattito

Profanare il nanomondo
La lezione di Jacques Ellul e Bernard Charbonneau – due amici critici della società industriale e precursori dell’ecologia politica
Due amici di Bordeaux, attingendo dalla tradizione religiosa francese, hanno sviluppato una riflessione basata sull’intuizione che la dimensione del sacro non si è spenta a seguito della secolarizzazione, ma si è soltanto trasferita alla tecnoscienza. La crisi della nostra società industriale potrebbe non essere causata solo dalla tecnoscienza in sé, ma anche dal trasferimento della dimensione sacra alla tecnoscienza. La soluzione potrebbe non essere un rifiuto integrale della nostra civiltà antropocentrica quanto piuttosto l’accettazione della sua eredità, per poter profanare il nanomondo, coltivare correttamente il sacro e dirigere l’evoluzione umana verso il Bene.
Leonardo Zocca

Il nostro mondo sacro: vissuto, negato e ritrovato di nuovo
La sacralità del nostro mondo vivente è sempre stata riconosciuta e celebrata nelle culture umane tradizionali, ma è stata marginalizzata nell’era moderna industriale. Perché e come è avvenuto tutto ciò? Come possiamo riportare la consapevolezza della natura divina al centro del nostro pensiero?
Paul Cudenec, www.paulcudenec.substack.com, www.winteroak.org.uk

20.00 cena

DOMENICA

8.00 colazione

9.00 – 12.30

Quali possibilità per continuare la Resistenza?
Come ogni anno in conclusione di queste tre giornate ci prenderemo del tempo per riflettere insieme sui percorsi di opposizione attualmente in atto e dove invece questi tardano a svilupparsi. Faremo queste riflessioni a partire dalle esperienze dei partecipanti andando anche verso le proposte che provino a dare concretezza alle riflessioni fatte nel corso di questo ultimo anno.
Ridiamo profondità, impegno, continuità, mettendoci in gioco in prima persona. Se non siamo disposti a questo come possiamo pensare di costruire una Resistenza?

13.00 pranzo

Il luogo dove si svolgerà l’incontro, Altradimora, (https://altradimora.eu/), strada Caranzano 72, Acqui Terme (AL), è una casa con dei posti letto e la possibilità di mettere delle tende nel prato davanti casa.
Il costo per partecipare alle tre giornate – venerdì, sabato e domenica – è 100 euro, per venerdì e sabato 80 euro, per sabato e domenica 60 euro, per domenica 20 euro.
È necessario PRENOTARE con anticipo la propria presenza per la partecipazione alle giornate. I posti letto sono limitati.
Se possibile è gradito un pagamento anticipato per aiutarci a far fronte alle spese organizzative.

Postepay Evolution
IBAN: IT73L3608105138236370036378
Intestata a Silvia Guerini Specificare la causale.

Porta sacco lenzuolo e asciugamani.
Daremo colazioni, pranzi e cene per tutte le giornate con alimenti biologici, vegani e da produttori locali. Prevista opzione senza glutine. Comunicateci eventuali intolleranze o altre necessità.

Lo spazio sarà libero da wi-fi (ad eccezione dei momenti con gli interventi da remoto) e chiederemo di spegnere i telefoni durante i dibattiti per tutelare le persone elettrosensibili (e tutte/i noi).
Per tutte le tre giornate banchetti con giornali, libri e materiale informativo. Porta il tuo materiale.

Aiutaci ad organizzare l’incontro al meglio, diffondendo il più possibile il programma, promuovendolo con interviste e presentazioni.


Come arrivare:
In auto: Da Genova con l’autostrada per Alessandria si esce a Ovada, si procede verso Acqui Terme e poi si prende per Rivalta Bormida. Passati i paesi di Trisobbio e Rivalta Bormida al bivio per Cassine si prosegue per due chilometri e poi si trova l’indicazione per Caranzano. Da Milano si esce ad Alessandria sud e si seguono le indicazioni per Acqui e Cassine, dopo Cassine c’è il bivio per Caranzano. Da Torino stessa strada.
In treno: Treno per Acqui Terme, vi veniamo a prendere alla stazione, si prega di contattarci sulla email per accordarci con largo anticipo e di arrivare, se possibile, non durante gli orari degli interventi.

Organizza: Resistenze al nanomondo

Per informazioni, prenotazioni e contatti:
www.resistenzealnanomondo.org, info@resistenzealnanomondo.org
www.facebook.com/3giornatecontroletecnoscienze/

L’ideologia del tecno-mondo, un libro su come resistere alla società cibernetica della megamacchina transumanista – Maurizio Martucci

Leggi qui: https://oasisana.com/2025/03/04/lideologia-del-tecno-mondo-un-libro-su-come-resistere-alla-societa-cibernetica-della-megamacchina-transumanista/

Amnesie nucleocratiche. Piccoli promemoria per la nuova età nucleare – Dario Stefanoni



Amnesie nucleocratiche. Piccoli promemoria per la nuova età nucleare
 

Le centrali nucleari sono state costruite su profondi vuoti di memoria.
Jean-Marc Royer

Da quando il parlamento europeo ha inserito l’energia nucleare nella “tassonomia verde” delle fonti sostenibili da stimolare e finanziare, il 6 luglio 2022, dietro plausibile spinta della Francia, ecco tornare a farsi gradualmente largo – anche tra i social network e giovani, rampanti giornalisti scientifici – una rinnovata propaganda nuclearista, adatta a tutti i palati e a tutte le età: smart e à la page, cinico-ironica e accuratamente “de-ideologizzata”. Alla maniera dei rapporti del Club di Roma, s’intende, il che equivale a dire più ideologica che mai, ossia nominalmente né di destra né di sinistra così che possa fagocitarle entrambe in un sol boccone, secondo i dettami di una tecnocrazia scientista, neofeudale e organicamente capitalista, anfibia tra pubblico e privato, conservativa delle disuguaglianze economiche e sociali, progressista quanto a tutto ciò che equivalga a informatizzare, manipolare e artificializzare il vivente. Alla bisogna, con originali coloriture di apparente sovranismo energetico e quel giusto tocco di politicamente scorretto, così da raccogliere – chissà – qualche anticonformistico placet dal sedicente fronte del dissenso, e dall’altra sdoganando pure tra i benpensanti della neosinistra e tra gli antifa della domenica un tabù, quello atomico, se non proprio caldo ancora tiepido, via.
Portato a distinguersi giusto nella real politik dall’ecologismo unicornista e turbodigitale di Greta Thunberg e dei Friday for Future, stemperandone l’escatologia climatica dai buoni sentimenti ecoansiogeni – da istericamente messianica a virilmente realista – all’occorrenza potrà vantare più apertamente nuance criptomilitariste e antidemocratiche, così da esplicitare l’ovvio come dono di schiettezza scientifica, di obiettivissimo business plan del pianeta e dell’umanità tutta, per rispondere a quegli straccioni minimalisti della decrescita felice o del razionamento green con il luculliano massimalismo energivoro di un parco nucleare sperimentale e nuovo di pacca, a base di minireattori che più “puliti” e “sicuri” non si può, portentosi autofertilizzanti dispensatori di energia gratuita e illimitata per tutti, e chissà quant’altro. Chiamalo, se vuoi, ambientalismo razionale. Pro-nucleare, pro-biotech, pro-5g, pro-vax, pro-tutto, purché non si parli mai, chiaro, di “correlazioni” e “effetti collaterali”. E che termini quali “radioattività” e “scorie” spariscano possibilmente dalla circolazione, a meno di possedere un dottorato in Ingegneria Nucleare che dia il diritto di parlarne, così da lasciar presto sgombra la strada alle nuove centrali prossime venture – ché le emorragie di Co2 incalzano, gli eventi climatici estremi incombono, e insomma c’è fretta.
Perché la Santissima Tecno-Inquisizione 2.0 dell’Antropocene termocapitalista e transumanista non ammette obiettori, disertori e imboscati, e se non ti rimetti immediatamente alla superiorità morale del clero tecnico di esperti, accademici e analisti, la condanna di “antiscientifico”, ossia di irriformabile paria del proprio tempo, non te la leva nessuno. E se rimanesse qualche dubbio, un monito apparso sul quotidiano francese L’opinion nel settembre 2021, basterà a dissiparlo: “Essere contro il nucleare è l’equivalente climatico dell’essere no vax: il rifiuto della ragione”. Sembra poco, ma vi è presente tutto lo spirito di un’epoca: piuttosto sorprendentemente per chi riteneva che l’uscita dal nucleare fosse tra i pochi approdi etici largamente condivisi, almeno in Italia, alla cui necessità il XX secolo ci aveva traumaticamente aperto gli occhi, ci si trova d’improvviso a ritrovare intatti, nel segno di un grottesco revisionismo post-storico in grado ormai di sminuire e negare qualsiasi cosa, quelle stesse inossidate bugie propagandistiche di un’epoca remota, precedenti perfino alle prime proteste di Three Mile Island nel 1979. 
Svecchiati appena nelle strategie di comunicazione e con agili ritocchi metodologici – decentralizzando di qua e rinverdendo di là, simulando trasparenza informativa e vive apprensioni di sostenibilità ambientale – la riscossa dei nuovi nuclearisti procede quieta ma inesorabile, forte anche di quanto è stato possibile imporre e tollerare negli anni della deriva autoritaria biomedicalizzata da Covid. L’industria nucleare, del resto, avrà storicamente e tecnicamente ben qualcosa da dire quanto alla gestione di stati d’eccezione e di disastri sanitari e ambientali, nonché quanto a medicina sperimentale e cavie umane – e anche comprensibilmente, visto il clima politico, sociale e culturale nuovamente favorevole, ritorna in scena per far presente il discreto primato maturato, in altri anni, in questi stessi campi.  Così, nel crescente e inostacolato processo recente di militarizzazione coatta e di rinnovata corsa agli armamenti, anche le risorse dialettiche dell’Internazionale Nuclearista possono di conseguenza affilarsi, e con le giuste tempistiche, il nuovo corso di “no nuke” –  già rietichettati in questi termini – potrà forse candidarsi come la prossima classe di “scimpanzé del futuro” da porre alla pubblica gogna, ossia di nuovi bifolchi complottisti da discriminare, emarginare e reprimere (tornando  indistinguibili dalla vecchia nomea di “pacifisti”, altra vetusta specie di dissidenti per costituzione ostili alle magnifiche sorti progressive del nucleare).
A permettere l’inattesa rimonta del nuclearismo vi è, ovviamente, anche l’Apocalisse secondo Co2, con la democratica, egualitaria stratosferizzazione delle cause dell’intossicazione planetaria. Pare, infatti, che grazie all’annunciato Armageddon climatico da diossido di carbonio, la cui responsabilità si può equamente comminare a tutte le masse del pianeta dotate di un’automobile o di una mucca, si possano lecitamente e legalmente trascurare tutti gli altri tipi di inquinamento di là da quello atmosferico, nonché tutti gli altri veleni sì ugualmente e indifferentemente sparsi in aria, in acqua e nel suolo, ma in genere di giurisdizione pressoché esclusiva di determinati apparati industriali e scientifici – radionuclidi inclusi, appunto. Come i pesticidi, gli OGM, l’inquinamento elettromagnetico e molto altro, anche la radioattività di combustibili e residui fissili parrebbe usufruire dell’indulgenza generale, relativamente libera da attenzioni politiche e responsabilità economiche; sarà perciò il caso di approfittarne, tanto più che l’industria nucleare di Co2 ne produce giusto in fase di cantiere, e quindi (così dicono) dev’essere senz’altro un’energia green, di quelle capaci di salvare il pianeta dalla catastrofe imminente.
Gira poi voce che ultimamente l’epidemia mondiale di cancro e di altre malattie degenerative sia giunta a tali livelli di diffusione e varietà che l’energia nucleare potrebbe correre meno di un tempo il rischio di passare tra le loro principali responsabili (nonostante gli innumerevoli possibili indizi a carico, come gli oltre 2000 test nucleari “ufficiali” atmosferici e sotterranei condotti in nemmeno un secolo, e dalle conseguenze mai chiarite). Le tradizionali tattiche dilatorie e le altre laboriose strategie dell’industria nucleare – quella di prendere tempo e ritardare od occultare quanto possibile ogni forma di diagnosi di chi è esposto alla radioattività, di psicologizzare le patologie radioindotte come ipocondriaca “radiofobia”, di sequestrare, coprire e non tradurre gli studi epidemiologici in merito, specie giapponesi, russi e ucraini –  potrebbero perciò non essere più necessarie, dal momento che innumerevoli altre patologie verrebbero indifferentemente provocate da altre industrie, come le agroalimentari e farmaceutiche, così che le cause possano essere sempre e comunque “multifattoriali” e ambientali, mai identificabili con precisione.

In questi tempi paradossali e dimentichi di tutto, può così affacciarsi persino un documentario di aperta propaganda nucleare come non si vedeva dall’epoca della Guerra Fredda, e che a un ventennio di distanza dal documentario eco-allarmista sul riscaldamento climatico Una scomoda verità di Al Gore (anch’egli pro-nucleare), pare tirarne e aggiornarne le fila catastrofiste per proporre la definitiva e perentoria panacea energetica per tutta l’umanità. È appunto Nuclear now di Oliver Stone, quasi un outsider del cinema hollywoodiano, noto in passato per posizioni politiche radicali e spesso non allineate che da cineasta e documentarista lo portano ad avvicinare personalità controverse come Snowden e Putin, Chavez e Castro, o a proporsi di mostrare il lato oscuro degli stessi Stati Uniti, ad esempio nei suoi film su JFK, Nixon o nella docu-serie USA, la storia mai raccontata. Da attivista anti-nucleare in gioventù, Stone si fa d’improvviso appassionato cantore dell’industria dell’atomo, sciorinando anche un assortimento di argomentazioni nucleariste che si credevano da tempo superate e confutate da decenni di studi, esperienze e riflessioni critiche. Anche questa stessa entusiastica e fanatica conversione, e con essa la regressione di tutta un’elaborazione collettiva della storia della scienza, è certo un segno dei tempi.
A seguire, si propongono cinque brevi visioni antipodiche e antidotiche rispetto al film di Stone, nonché alla citata propaganda nuclearista – anche cinematografica – oggi di tendenza. Sono solo alcuni documentari tra i molti possibili, tutti visibili integralmente online in lingua originale e talvolta con sottotitoli italiani, che del nucleare affrontano parte di quel che storicamente è stato da sempre segregato nel fuoricampo – i test nucleari americani delle isole Marshall, il lato oscuro e repressivo del nucleare civile francese, il destino dei liquidatori di Chernobyl – insieme alla concezione del mondo e della scienza in grado di produrre tutto ciò.
Non presentano gli asettici grafici statistici o i cataclismi naturali in computer grafica di Stone e Gore, ritoccabili all’infinito come le soglie formali di radiotossicità o i conteggi ufficiali delle vittime di qualsiasi disastro industriale. Ma testimoniano la verità incancellabile di corpi piagati dall’espropriazione di sé, dalla malattia e dalla radioattività. E di una natura ugualmente violata e ulcerata da ferite profonde, che non si risaneranno prima di migliaia e migliaia di anni.

HALF LIFE (Dennis O’Rourke, 1985)
Tra il 1946 e il 1958, il governo americano fece esplodere a titolo di test scientifico almeno 66 atomiche su alcune isole Marshall appositamente evacuate, nell’oceano Pacifico, per osservarne gli effetti. Una delle più devastanti tra queste, lanciata sull’atollo di Bikini, fu la bomba H, di una potenza distruttiva superiore di 1000 volte all’ordigno che polverizzò Hiroshima: era l’operazione “Castle Bravo”, presentata dal governo americano come “uno degli esperimenti più importanti della storia della scienza.” Quando il fallout radioattivo ricadde sugli atolli vicini, non evacuati dai militari, i bambini delle isole scambiarono la pioggia di corallo incenerito radioattivo per neve con cui giocare, e come tutti, si ammalarono di patologie radioindotte.
È questa una delle testimonianze raccolte a viva voce dal documentarista australiano O’Rourke, che – lasciando la parola a indigeni e militari sopravvissuti – riflette senza necessità di commenti né di orpelli sensazionalistici sullo scarto tra messa in scena governativa e atroce realtà, nonché sul razzismo scientifico intrinseco al “colonialismo radioattivo” (come varrà per i test atomici francesi in Polinesia e nel Sahara). Ancora decenni dopo le esplosioni, sulle isole Marshall non si contano le nascite di bambini con disabilità fisiche e psichiche; una donna, tra le altre, partorisce interiora senza corpo, e poi un neonato ricoperto di bubboni e ustioni che sopravvive appena un mese – e tutto ciò corrisponderebbe solo a un quarto degli effetti genetici complessivi, che saranno da quantificare in modo completo solo alla luce delle successive generazioni. Anche negli anni ’50 la gestione tecnoscientifica delle catastrofi era a base di “rigorosi e costanti controlli medici” e di grottesca retorica pseudo-umanitaria, a cui ricorse anche il discorso con cui infine Ronald Reagan saluterà nel 1986 l’indipendenza delle Marshall, solo minimamente risarcite, dopo aver devastato e contaminato quelle stesse terre e persone che dall’Onu erano state poste, dopo la seconda guerra mondiale successiva al dominio giapponese, sotto la protezione degli Stati Uniti (“Vi abbiamo insegnato la democrazia e la libertà, e la dignità all’autodeterminazione.”).
Nel finale, il documentario disseppellisce anche una rivelazione scioccante: i meteorologi e operatori radio dell’esercito americano intervistati – anch’essi ammalatisi delle stesse patologie degli indigeni – denunciano apertamente che gli ufficiali dovevano essere a conoscenza del fatto che i venti avrebbero portato il fallout radioattivo di “Castle Bravo” sulle isole vicine, e quindi il governo americano non evacuò deliberatamente gli atolli, già ridotti a laboratori a cielo aperto, per poter studiare gli effetti delle radiazioni anche sugli esseri umani (ai quali non prestarono in genere assistenza, come accadde a Hiroshima e Nagasaki, dove per decenni i medici americani preferirono studiarli e osservarli come cavie umane nel progredire delle malattie, senza offrir loro alcuna possibilità di cura, pur possedendo tecnologie e strumenti ematologici più avanzati di quelli a disposizione degli ospedali giapponesi). Del resto, qualcosa di simile era già accaduto agli albori dello stesso progetto Manhattan, con dinamiche vicine rispetto a quanto avvenuto anche in Italia un paio di anni fa, con l’imposizione dei sieri genici a mRna: si trattava delle iniezioni sperimentali endovena di plutonio, uranio, polonio e americio che nel 1946 il governo condusse su civili americani a loro insaputa (migliaia di persone, tra cui donne incinta, disabili, carcerati, pazienti oncologici, emarginati e poveri d’ogni risma) con lo scopo di studiarne, alla maniera dei medici nazisti, la tossicità in vivo e la soglia massima di radioattività che un essere umano poteva sostenere (con la conseguente ecatombe che si può immaginare, emersa pubblicamente solo mezzo secolo dopo). Lo stesso Robert J. Oppenheimer, mentre era al lavoro sulla bomba atomica, era tra i responsabili di questo parallelo “studio scientifico” (utile complemento del progetto Manhattan), ma, naturalmente, nel recente film biografico di Christopher Nolan – come nel profluvio di recensioni e commenti critici a corredo – difficilmente se ne troverà cenno.  

RADIO BIKINI (Robert Stone, 1988)
Ancora un documentario sui test nucleari compiuti nelle isole Marshall, ma più centrato sui primi due esperimenti dell’operazione Crossroads, inaugurata nell’estate del 1946 nell’atollo di Bikini con le detonazioni “Able” e “Baker” (la seconda delle quali – subacquea – fu considerata dallo stesso governo statunitense il primo disastro nucleare del dopoguerra, a seguito del quale non si riuscì a decontaminare nessuna delle navi bersaglio utilizzate, nonostante i successivi quattro anni di tentativi). Si fa qui più evidente la retorica scientifica “a fin di bene” con cui gli americani riescono a impadronirsi dell’atollo di Bikini, usurpandolo senza colpo ferire alle tribù indigene: ad essi annunciano solennemente, rassicurandoli, che quanto faranno sulla loro terra permetterà di trasformare, “nel nome del Signore”, una forza distruttiva in “un grande beneficio per l’umanità”. Come noto, la popolazione di Bikini accetta così di andarsene, ma per decenni, secoli e probabilmente millenni non potrà più ritornare sulla propria isola, resa inabitabile dagli esperimenti nucleari.
Impressiona, per l’epoca, anche l’arsenale cinematografico dispiegato dall’esercito americano per sfruttare le esplosioni in senso spettacolare: le truppe sono dotate di oltre 208 cineprese e 104 macchine fotografiche per immortalarle, e i primi 30 secondi impressionati della prima detonazione equivarranno a tutta la pellicola utile a realizzare a Hollywood 11 interi lungometraggi. È l’estetizzazione della morte su scala atomica, condotta con l’esaltazione dell’apprendista stregone (“i dati raccolti costituiranno i libri di testo di domani”), e il battesimo di fuoco di quella stessa incipiente, mortifera e impotente deriva voyeuristica – o “società dello spettacolo” – su cui filosofi come Guy Debord o Jean Baudrillard, dopo l’indispensabile Gunther Anders, avranno molto da dire. I primi sacrificati “per il bene dell’umanità” sono gli animali – pecore, maiali, capre, topi – nuclearizzati a centinaia sulle prime navi bersaglio. Poi, come sempre nelle sperimentali escalation della scienza moderna (curiose dapprima degli effetti sugli animali, per vedere come sarà poi sugli uomini), toccherà – con altri tempi e modalità – agli stessi umani. Non solo ai nativi del Pacifico, in questo caso, ma alle altre vittime dei test atomici sulle Marshall: i soldati americani stessi, lasciati a pascolare tra gelati a volontà e immensi “fuochi d’artificio”, di fatto ridotti come i primi a carne da radiazione, completamente ignari della portata di ciò a cui stavano partecipando (“radioattività” era concetto e termine a malapena pronunciato dagli ufficiali, certo più consapevoli). A ricordare gli eventi subiti in prima persona è proprio il reduce John Smitherman, recluta diciottenne al tempo dell’operazione Crossroads, intervistato pochi mesi prima della sua morte prematura, nel 1983, con le gambe progressivamente gonfiatesi per la radioattività a tal punto da scoppiare, letteralmente, e ridurlo a un tronco umano.


SUPERPHÉNIX: HISTOIRE FOLLE D’UN MOSTRE (Bernard Mermod, 1994)
Quando gli odierni nucleocrati d’ogni taglia vanteranno i nuovi prototipi di fantomatici reattori autofertilizzanti, capaci di riciclare prodigiosamente tutti i combustibili nucleari e i residui fissili del caso – risolvendo così ogni problema di sostenibilità ambientale, sicurezza ed efficienza energetica – difficilmente richiameranno alla memoria uno dei primi esempi storici di reattori di cosiddetta “nuova generazione”, ossia il “surgeneratur” Superphénix di Creys-Malville, la centrale elettronucleare sperimentale francese disposta poco lontano da Lyone e vicino ai confini con Svizzera e Italia, chiusa definitivamente nel 1997 a seguito di vari incidenti.
Una breve inchiesta televisiva della Radio Télévision Suisse ne ripercorre la storia fallimentare e inquietante, rievocata a seguito della decisione aziendale e governativa di riavviare la centrale dopo un ennesimo guasto. Si chiamava come il leggendario animale che rinasceva dalle proprie ceneri, perché nei chimerici piani di chi lo commissionò e progettò doveva generare da solo il proprio combustibile – producendo più plutonio di quanto ne consumasse, e in quantità illimitata. In breve, la sua efficienza: sei mesi di funzionamento in almeno sette anni di esistenza (dal 1987 al 1994, anno del reportage); la sua sicurezza: almeno tre incidenti funzionali gravi, tra cui pericolose fughe di sodie e perdite di argon; la sua sostenibilità: anche quand’era fermo, invece di produrre energia, ne consumava una quantità pari al fabbisogno di una città di 40.000 abitanti. Naturalmente, per i dirigenti industriali come per i cosiddetti esperti al loro servizio, prima dell’avvio della centrale gli incidenti erano tutti eventi matematicamente “altamente improbabili”, ognuno dei quali era possibile solo ogni 10.000 anni. Ma la concezione del tempo non è esattamente il punto forte dei nuclearisti, incuranti delle esperienze del passato come delle responsabilità del futuro – e difatti il primo incidente si presentò già nei primi mesi di funzionamento. Pur non essendo ancora tempo di propagandare gli “eventi climatici estremi” o di attribuire ogni responsabilità all’eccezionalità di uno tsunami senza precedenti, come avverrà al tempo di Fukushima, questa costosissima “speranza immensa”, avanguardistico fiore all’occhiello dell’industria nucleare approntato per produrre energia gratuita e illimitata, dovette poi nuovamente fermarsi, nel 1990, per un’intensa nevicata che ne fece crollare il tetto – un inconveniente, forse, non propriamente imprevedibile e incalcolabile. Ammantato di una propaganda scientifica che, al solito, ne presentava i promotori come pionieri solo relativamente compresi, come disinteressati ricercatori della conoscenza umana (“Abbiamo il dovere di andare in fondo  alla conoscenza nucleare”), imposto come d’abitudine quale opportunità economica da non perdere (con tanto d’inevitabile ricatto occupazionale per la popolazione locale), non fu semplicemente il fallimento tecnico e contabile di un colosso energivoro, emblematico della rapida obsolescenza con cui mirabolanti prototipi industriali possono ridursi a relitti inutilizzabili e ingestibili. Già nel decennio in cui il reattore venne costruito, a partire dal 1976, si ebbe infatti chiara l’idea di società militarizzata, autoritaria e repressiva che l’industria nucleare di per sé implica, onnipresente sin dalle sue origini storiche belliche e belliciste. Il 31 luglio 1977, dove avrebbe dovuto sorgere la centrale di Creys-Malville, una delle più partecipate manifestazioni antinucleari della storia francese fu caricata brutalmente dalla polizia, che arrivò a usare granate militari per intimidire i dimostranti, con la conseguenza di centinaia di feriti, tre mutilati e un morto – il giovane professore di fisica Vital Michalon, ucciso dall’esplosione di una granata. Neanche il suo cadavere poté fermare la costruzione di Superphénix, che venne realizzata comunque, di lì a un decennio, rivelandosi anche nei fatti come l’inutile e pericoloso mostro tecnologico già prefigurato dai manifestanti.
Perfino nell’anno di Chernobyl, pochi mesi dopo il disastro, la violenza della repressione propria dell’industria nucleare non si farà scrupoli a procedere con disinvoltura: in Italia, il 9 dicembre 1986, le proteste per impedire la centrale in costruzione da un decennio a Montalto di Castro (Viterbo) furono soffocate nel sangue (tra i molti feriti, anche un dimostrante colpito da un proiettile alla gamba, e un altro grave, con un’emorragia polmonare, per un lacrimogeno lanciatogli in pieno petto). E sarà evidente pure negli ultimissimi anni, ancora in Francia, con gli arresti di chi si oppone al deposito di rifiuti nucleari più grande d’Europa già predisposto nel bosco di Lejuc, nel dipartimento della Mosa, dove saranno interrate tonnellate di scorie che resteranno radioattive per migliaia di anni.


LE SACRIFICE (Emanuela Andreoli e Wladimir Tchertkoff, 2003)
Poco più di 20 minuti per uno dei rari documenti filmati che ci rimangano sulla vicenda dei liquidatori di Chernobyl, sacrificati con l’inganno, prontamente dimenticati dalla memoria collettiva (come accadrà anche con le migliaia di Fukushima) e condannati a una terribile morte in vita perché scongiurassero, a mani nude e con mezzi di fortuna, una catastrofe nucleare planetaria persino superiore a quella già avvenuta. Anche solo nell’incontro con un liquidatore bielorusso, si misura tutto lo sfruttamento e la devastazione inflitte a un singolo corpo, occultato come milioni d’altri dalle falsificazioni e delle reticenze della propaganda nuclearista di oggi e di ieri, che vorrebbe ridurre una tragedia incommensurabile, uno sterminio ad ampio raggio e dalle conseguenze anche genetiche e plurimillenarie, a poche centinaia di vittime e a poche migliaia di tumori alla tiroide, che oltretutto si vorrebbero quasi mai mortali. Già questo solo corpo, singolo essere umano immolato alla nuova religione dell’annientamento tecnoscientifico, paziente 0 dai sintomi inauditi, ridotto a invecchiare di decenni in un sol colpo e a decomporsi da vivo (come molti altri di cui porta testimonianze lancinanti e sconvolgenti Svetlana Aleksievic nel suo fondamentale reportage narrativo “Preghiera per Chernobyl. Cronaca del futuro”), è più che sufficiente a cogliere la vastità e l’ingiustizia dell’ecatombe universale che i nucleocrati hanno compiuto e continuano a perpetrare, parandosi dietro gli inattendibili dati istituzionali, attribuendo ogni colpa all’incompetenza tecnica dei sovietici, riducendo tutto – sempre – a bilanci economistici tra costi e benefici, e rimuovendo, semplicemente, l’umano.
Quello stesso imprevedibile “fattore umano”, incognita molesta e troppo viva, che a loro avviso sarebbe l’unica tara ammissibile dell’eccezionalmente “sicuro” sistema nucleare, quell’umano non ancora completamente sottomesso, non abbastanza resiliente, insufficientemente controllabile, non del tutto obbediente all’automazione totale che dovrà soverchiarlo e rottamarlo in via definitiva. Se non fosse che poi, non diversamente da Fukushima nel 2011, ad approntare il sarcofago per seppellire il reattore come a decontaminare quanto più possibile – foss’anche solo per pochi secondi letali – non intervenne alcuna forma d’illusoria Intelligenza Artificiale, ma sempre e comunque quello stesso umiliato, ricattato “fattore umano”. Nel disastro nucleare di Chernobyl, infatti, le componenti elettroniche interne dei robot si fondevano e gli automi si bloccavano – inservibili – per le radiazioni troppo elevate, e così ancora una volta si mandarono al macello radioattivo gli uomini, gli unici che potessero fare qualcosa. Ecco tutta la miseria dell’industria nucleare, ben nascosta dietro il gigantismo prometeico di una visione dell’uomo e del mondo che di colossale possiede solo la capacità di rendere tutto rovina.
Vale, ovviamente, lo stesso connubio di colpevolizzazione e ipocrita rimozione rispetto al’incontrollabilità della natura, imputata di aver provocato a Fukushima uno tsunami che nessun efficientissimo sistema di contenimento poteva prevedere né arginare. Eppure, al contempo, fu sempre quella stessa, acerrima nemica a portare lontano dall’entroterra abitato, verso l’oceano – grazie ad una fortuita congiuntura di venti – circa l’80% delle radiazioni, attenuando le conseguenze di un disastro nucleare comunque immane, così che i nuclearisti potessero tutt’oggi più facilmente riportarlo all’inqualificabile teoria degli “zero morti da radiazioni”. Di nuovo contabilizzando e datificando il vivente, e proprio là dove non si ha nemmeno la possibilità di misurare e stimare in modo attendibile l’entità dei danni da radioattività, per tempi e modalità di sviluppo poco calcolabili (specie nel breve termine, secondo gli usuali modelli matematici e strettamente quantitativi), quando non già mistificati e taciuti dai diretti interessati per paura dell’esclusione e della stigmatizzazione, come accadeva ai tempi degli hibakusha (gli irradiati di Hiroshima e Nagasaki, o “appestati dell’atomo”, invisibili ed emarginati come paradossali capri espiatori – non diversamente dagli stessi liquidatori di Chernobyl, o dai lavoratori precari e nomadi del nucleare francese o giapponese).

PLOGOFF, LES RÉVOLTÉS DU NUCLÉAIRE (François Reinhardt, 2021)
Anche per un’efficace ricezione “democratica” dell’energia nucleare, le consuete premesse sono quelle – sempre menzognere e interessate – degli imbonitori politici: nella campagna elettorale del 1974, quando la Francia si prepara – dopo lo choc petrolifero del ’73 – ad avviare il programma nucleare più ambizioso del mondo, il primo ministro francese Pierre Messmer assicura solennemente che non verrà imposto alcun impianto nucleare contro la volontà dei cittadini – lasciandosi tranquillamente smentire di lì a breve dalla realtà dei fatti. Sarebbe successo lo stesso diversi anni dopo, con il socialista Mitterand, asceso al potere nel 1981 anche grazie alle sue prese di distanza dagli eccessi delle politiche nucleari, per poi condiscendere, negli anni del suo governo, alla costruzione di 38 delle 56 centrali attualmente esistenti in Francia.
Ma in quel breve volgere di anni, tra Messmer e Mitterand, accadde qualcosa d’imprevisto, capace di cogliere alla sprovvista la potente lobby nuclearista e il solido complesso militare-scientifico nazionale.  Quando il governo francese, contraddicendo quanto appena promesso in campagna elettorale, individua cinque siti per la costruzione di strutture elettronucleari in Bretagna, senza alcuna forma di consultazione democratica e senza informare le popolazioni locali, procedendo direttamente a quelle che erano occupazioni militari sotto mentite spoglie progressiste (condotte nel nome di una dichiarata indipendenza energetica del Paese), ecco che uno di queste sedi preselezionate, Plogoff,  reagisce con forza straordinaria e del tutto inaspettata – qui raccontata nella più recente delle ricostruzioni documentarie. Individuandolo come sito adatto, la prefettura dava per scontato che questo piccolo villaggio prevalentemente di anziani, perlopiù pescatori e marinai che avevano obbedito tutta la loro vita, non avrebbe opposto alcuna resistenza. Né l’avrebbero fatto le donne, i giovani, i bambini. Errore.
Nei primi mesi del 1980, quando i militari arrivano in paese per preparare l’allestimento della centrale, tutti gli abitanti del piccolo paese, dai 7 ai 77 anni (sindaco incluso), danno vita ad una delle più tenaci e creative guerriglie di logoramento che siano state mai tentate contro la violenza congiunta di Stato e industrie. Consapevoli della portata distruttiva della minaccia nucleare “civile” rispetto all’integrità e alla biodiversità delle terre e delle acque di cui vivevano, ostili alle forze militari e a uno Stato incurante delle opinioni e dei saperi locali, ostruiscono i passaggi dei militari facendovi rovesciare dai netturbini tutto il pattume del paese, le fosse biologiche domestiche, badilate di letame, approntando buche e distese di cocci di bottiglia; le donne, anziane e devote cattoliche, senza lasciarsi intimorire fronteggiano tutto il giorno i soldati insultandoli e canzonandoli in tutti i modi, seguendoli e deridendoli persino quando si allontanano dagli appostamenti per urinare, logorandogli i nervi; parate farsesche e surreali si susseguono contro gli occupanti, e i più giovani s’improvvisano a costruire un grande, affollato ovile proprio nel luogo in cui dev’essere eretta la centrale, così da impedire da subito i primi lavori di scavo e costruzione; anche davanti ai fucili, molti abitanti di Plogoff rispondono con le pietre, senza mai rinunciare alla lotta. Il paesino assurse in breve a caso nazionale, e tutt’oggi è ricordato come una piccola Woodstock del movimento antinucleare, capace di richiamare sostenitori da ogni dove. La sua vicenda ispirò pure una storia a fumetti militante e apocrifa di Asterix, esemplare come quel che accadde realmente a Plogoff, un piccolo villaggio bretone capace di mettere in ginocchio il colosso elettronucleare della EDF, la politica nucleare del governo francese e le centinaia di soldati che li rappresentavano, con i propri soli mezzi e senza l’aiuto di nessun mediatore – avvocato, scienziato o politico che fosse. Probabilmente fu questo ciò che più fece paura al governo francese, che per soffocare le proteste si trovò costretto a mandarvi i soldati paracadutisti dalla guerra in Libano (i quali arrivarono a prendere a calci anche le donne anziane), ad arrestare e processare sindaco e cittadini, che compatti e solidali si presentarono tutti al processo provvisti di fionde al collo – compresi quanti  non avevano lanciato alcuna pietra – con l’offensiva nuclearista ridotta infine ad arrendersi, a desistere dalla costruzione della centrale.

Sebbene il suo esempio non venne imitato allo stesso modo altrove e il programma nucleare francese andò comunque avanti, spedito e pressoché illeso, in molte altre parti della Francia (inclusa la citata Creys-Malville), la risposta anomala di Plogoff rimase un modello straordinario ed eccezionalmente riuscito di disobbedienza civile. I suoi abitanti, con un’istintiva saggezza che oggi verrebbe probabilmente derubricata a ignoranza, finanche reazionaria e contraria al progresso tecnoscientifico, non si lasciarono incantare dalle rassicurazioni di propagandisti, tecnici e scienziati, non si limitarono a una lotta regionalistica ponendo invece un rifiuto assoluto al nucleare (“né qui, né altrove”), né si lasciarono nemmeno corrompere dalla promessa della partecipazione agli utili della centrale, prorompendo tra gli altri con uno slogan esemplare e in netta controtendenza allora come oggi, espressione di un pensiero decisivo e inaccettabile soprattutto oggi, in un’epoca ben più tecnocratica e totalitaria di allora, ossia: “Siamo tutti esperti-scienziati!” Ebbero la lungimiranza, anni prima del disastro di Chernobyl, di riconoscere come fasulli gli studi d’impatto biologico approntati per accontentare e fuorviare gli ecologisti, le inchieste d’utilità pubblica dagli esiti già programmati e inconclusi anche all’avvio dei lavori (prima le centrali, poi le eventuali critiche), i dossier illeggibili e reticenti che in poche eufemistiche pagine pretendevano di liquidare la questione della radioattività. Gli abitanti di Plogoff ne bruciarono simbolicamente e pubblicamente le copie, non cascarono nel gioco co-gestionario dei controesperti e delle controperizie, non si rimisero alla docilità di cittadini obbedienti che delegano ad altri la forza e il gesto essenziale dell’opposizione. Il loro fu un rifiuto fermo, definitivo e collettivo – lezione difficile e coraggiosa, certo mitizzabile a livello pubblicistico come l’icastica lotta di un David dei nostri tempi contro il Moloch della crescita illimitata, ma nei fatti d’ogni giorno, nella concretezza anche ruvida e sgradevole, nell’imprevedibilità tutta umana e nella poetica libera e fiera, semplicemente – una lezione tuttora inascoltata, e tuttora da seguire.
Le donne e gli uomini di Plogoff, in fin dei conti, riuscirono a esprimere un tipo di rifiuto molto simile a quello auspicato da Pier Paolo Pasolini nella sua ultima intervista rilasciata a Furio Colombo, il 1 novembre 1975, poche ore prima di venire ucciso.
Quella stessa intervista, divulgata a vent’anni dalla morte, in cui sosteneva che siamo tutti in pericolo, e in cui diceva:  “Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra”.
E aggiungeva: “Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna.”
E suggeriva: “Il rifiuto per funzionare deve essere grande, totale. Non piccolo,  non su questo o quel punto. Dev’essere «assurdo», non di buon senso.”
Oggi, adesso, ne saremo capaci?

Dario Stefanoni, pubblicato in L’Urlo della Terra, num.12, Luglio 2024,
www.resistenzealnanomondo.org

Scrivici per chiederci il nostro giornale L’Urlo della Terra e le nostre pubblicazioni:
5G: Rete della Società cibernetica
I figli della macchina. Biotecnologie, riproduzione artificiale, eugenetica.
Dal corpo neutro al cyborg postumano. Riflessioni critiche all’ideologia gender.
PMA. Dalla riproduzione artificiale animale alla riproduzione artificiale umana.
Per l’abolizione della maternità surrogata.
Sex work is not work.

NUOVA PUBBLICAZIONE!!!
L’ideologia del tecno-mondo. Resistere alla megamacchina.
Silvia Guerini e Costantino Ragusa
acro-pólis, 2024

Leggi qui la presentazione: https://www.resistenzealnanomondo.org/documenti/lideologia-del-tecno-mondo-resistere-alla-megamacchina-2/
Oppure anche qui: https://www.nogeoingegneria.com/librifilms/lideologia-del-tecno-mondo-resistere-alla-megamacchina/
Scrivici per ordinare una o più copie
e per organizzare una presentazione e discussione nella tua città

Transhumanism: the ideology of the techno-world

Transhumanism: the ideology of the techno-world
Silvia Guerini and Costantino Ragusa – Resistenze al nanomondo


A chapter from the book: Silvia Guerini and Costantino Ragusa, The ideology of the techno-world. Resisting the megamachine, acro-pólis, 2024.
We will soon publish an English translation of the entire book on our website: Resistenze al nanomondo, www.resistenzealnanomondo.org

“The goal of transhumanism is precisely to replace the natural with the planned”1.
James Hughes

From the First Industrial Revolution, we have come to define technological developments since the 21st century as the Fourth Industrial Revolution. Developments made possible by information technology that characterised the Third Industrial Revolution. In our view, defining the developments of the converging techno-sciences as a Fourth Industrial Revolution is somewhat reductive. First of all, this definition refers to a purely industrial process when the current transformations concern life itself. We do not have a transformation of a factory system that then has consequences for society as a whole, but we have from the very beginning a process that insinuates itself into society and into people’s existence. We are not confronted with developments that simply result from previous technical innovations, but we are confronted with a precise idea of the human being that can be realised thanks to the techno-sciences that can now extend into every dimension, penetrating right into bodies and life processes. Even advances in Artificial Intelligence, for example, do not stem from some new technological innovation, but from more powerful computers, more efficient algorithms and above all more available data.

Techno-sciences become a system, they become a horizon of meaning, they become the context of people’s existence, they become inevitable. They cannot be considered as technologies that fit into every sphere of society, leaving the possibility of using them or not, allowing a dimension of autonomy with respect to them. Once inserted, they become the environment itself, merging with it, shaping and transforming it according to their characteristics and according to the transhumanist ideology they carry. In doing so they become the new normal by shaping and transforming being-in-the-world, perceiving themselves in the world, being in the world and acting in the world. Ultimately transforming the human being.

It can be understood how in itself techno-sciences are not neutral: ‘what we consider the neutrality of technology is only our neutrality with respect to it’2.

The endless debate around their neutrality and their positive or negative use could end around the simple consideration that the harmful consequences cannot be considered as side effects: as far as genetic engineering technologies and nanotechnology are concerned, these are always announced disasters that among other things serve to speed up and normalise other steps.

Just as the atomic scientists observing the results of their tests on the inhabitants of the Bikini atolls did not have before their eyes side effects, but the very manifestation of nuclear research, the researchers developing gene editing with CRISPR/Cas9 do not have before their eyes the disappearance of DNA fragments and transmissible genetic modifications as undesirable effects, but the very possibility of intervening in the evolution of living beings.

Just as a tunnel effect microscope is not a simple instrument, but presupposes a world in which matter is manipulated at the nanoscale, techno-sciences presuppose a world in which the living becomes mere matter to be engineered and redesigned, in which every phenomenon is controlled in order to direct its direction and evolution. Human beings included.

The issue is much more radical than a debate reduced and flattened to utilities, advantages, disadvantages, risks, dangers, the reflection should be taken a little further, out of their realm of quantity, out of their mechanism, out of calculations and predictions to arrive at the radical questioning of the conception that sees the living as a machine. In this conception, only what can be measured and analysed has value, and it is this that becomes the real. But what will come out of tables, diagrams, models, enclosures, laboratories, test tubes and slides will be a minced, simplified, impoverished, degraded real. Nothing compared to the love with which Alfred Russel Wallace observed the bird of paradise in the forest of New Guinea or with which Jean-Henry Fabre spied the comings and goings of a beetle in Provence. That kind of science has disappeared, precisely because a Fabre behind the flattery of the academic world and the great scientific institutions made Victor Hugo’s words his own: ”I hate the stench of death from laboratories”, referring to vivisection on animals practised as profusely in his time as still today.

If a living being is conceived as a machine, one cannot get to know it through simple observation in its environment, it becomes necessary to break it down into its parts. ”It is in this light that one can understand why scientists think it is possible to learn more about life by cutting a frog open in a laboratory than by sitting by a pond observing frogs and fish, mosquitoes and water lilies living together”3. Modern science with its quantitative and utilitarian approach already had in its assumptions the dissection and manipulation laboratory.

Ernst Jünger, with extreme lucidity, glimpsed the paradigm of the laboratory: ”the dead element implicit in our science is demonstrated in the museic impulse, that is, to arrange what is alive in the sphere of the immobile and invulnerable, and perhaps even to form an enormous material catalogue, painfully ordered, that faithfully mirrors our life”4 and continuing with his reflections: ”many more things become visible to the poet than to the scientist, […] he can grasp connections of a different order. It is he who points out to us the essential tasks” and continues: ”He who sets out to describe a forest as an artist cannot argue with those who have specialised knowledge of parasitic plants, mole nests, cockchafer fighting and so on. He would do well to recognise from the outset that they are all right in front of him. But that has nothing to do with the forest”5.

Already in this first mechanistic conception of the living, which later became genetic and computerised, a social mechanics, a genetic and social engineering, a social algorithmisation is presupposed, whose rationality is intended to be total for a systematic manipulation and redesign of every dimension. Right down to life in vitro, sterilised by itself. To scientifically organise humanity is the legitimate claim of modern science that has become techno-science, of the eugenicist and transhumanist ideology that from its beginnings sets out to generate and guide the evolution of a new humanity and the smooth running of everything.
The techno-sciences thus become the supreme instance: everything must be judged from them and, of course, without ever departing from their paradigm of progress at all costs because progress must not be halted and we must participate in it as responsible co-managers of the risks and disasters announced. The technological universe becomes the only horizon of meaning, nothing else can be conceived and the only truth is the technical one.

Already in the 1950s, Jacques Ellul and Bernard Charbonneau, having well understood the direction of the techno-scientific system, were trying to open the eyes of most people with a strong and lucid critique against the ”genetic bomb, scientific eugenics, the fabrication of man by man”, the ”man-machine: ‘a man of flesh who must be integrated into this iron mechanism”, to use Charbonneau’s words.

Ellul identified five paradigms of the advance of the technical system: ”[…] it seems to me that I detect five lines of force in this race of the technical universe towards absurdity. The first paradigm is the desire to standardise everything, an ancient tendency but one that was only a tendency […] the second is the obsession with change at all costs, it is the popular form taken by the myth of progress […] the third is growth at all costs […] the fourth is doing things faster and faster […] and finally the fifth is the rejection of any judgement on what is done by techniques”6.
”Is it necessary to consider the totality of the human being? Or should we conceive of him as a collection of separate parts, a mechanical machine composed of multiple cogs that can be detached, transferred, reassembled in another way…?’ Ellul asked himself, answering: ‘Because that is precisely what all these genetic engineering operations are about: the implicit denial of man as a person, to consider him as an automaton, a robot from which a part is taken, grafted, replaced’7.

The transhumanist movement emerged in the United States, in Silicon Valley, in the late 1980s, but let us take a few steps back in history to understand this ideology and to trace its origins. Let us go back to 1883, when Francis Galton first used the term eugenics, recommending a ”gentle form of eugenics”. Transhumanism is eugenics, the selection of the human. Eugenics over time has taken different forms and languages, but remained unchanged in its principles of selection of the human.

In the 1920s, the term ectogenesis was coined by the geneticist and biologist J.B.S. Haldane to denote the development of a new being outside the maternal body. Haldane considered ectogenesis ”an important opportunity for social engineering” inscribed in a eugenic society where a complete separation of procreation from sex would lead to a ”liberation of humanity in a whole new sense”8. Haldane was interested in understanding the origin of life in order to direct its development. His aim, and that of the coterie of scientists he represented, was to synthesise living creatures in biochemistry laboratories, an aspiration that would take shape in synthetic biology and genetic engineering laboratories in the years to follow.

The obsession with the creation of life shines through from the very beginning of this research, in the words of the research biologist Jacques Loeb: ”I wanted to take life into my own hands and play with it. I wanted to manipulate it in my laboratory like any other chemical reaction, to initiate it, to stop it, to study it under any conditions, to direct it at will9and in his book The Mechanics of Life, whose title already represents the mechanistic conception of the living, we read: ”Our social and ethical life will have to receive a scientific basis and our rules of conduct will have to be harmonised with the results of scientific biology”.

Haldane together Julian Huxley forcefully promoted ‘positive eugenics’. The control of human reproduction, depopulation, and the control and management of peoples have always been the obsessions and aims that have united the powerful. If we think of the Fabian Society’s Webbs’ club in England, it brought together eugenicists, technocrats and transhumanists, both reform-minded socialists and right-wing conservatives, who disagreed on many political issues, but were in perfect agreement on the fundamentals.

We come to 1957 when Julian Huxley and Theilard de Chardin coined the term transhumanism to describe the belief in the possibility of transcendence of humankind. A new term to be used in place of eugenics, a term that by then had a bad reputation, but it is sufficient to read the 1946 document ”UNESCO: Purposes and Philosophy of the Organisation” drafted by Julian Huxley, the organisation’s first director-general, to realise that eugenics had never disappeared: ”With its philosophy and broad cultural and ideological baggage, the organisation wishes to assist the emergence of a general and unique world culture. […] For the time being, the indirect effects of civilisation are likely to be dysgenic rather than eugenic; and in any case it seems likely that the deadweight of genetic stupidity, physical weakness, mental instability and inclinations to disease, which are already present in the human species, will prove to be additional burdens to the real progress that is to be achieved. Therefore, even if it is entirely true that any radically eugenic policy will be politically and psychologically impossible for many years to come, it will become important for Unesco to see that the eugenics problem is considered with the greatest care, and that the thinking of the public is informed of the issues involved, so that what may now be unthinkable may at least become thinkable Eugenics is yet another and quite different kind of borderline subject, on the borderline between the scientific and the unscientific, constantly in danger of being regarded as a pseudo-science based on preconceived political ideas or assumptions of racial or class superiority and inferiority. However, it is essential that eugenics should be brought entirely within the confines of science because, as already indicated, in the not too distant future the problem of securing an average social position for human beings is likely to become urgent; and this can only be achieved by applying the findings of a certainly scientific eugenics. […] the applications of genetics in the field of eugenics immediately raise the question of values – what characteristics and qualities should we wish to foster in the human beings of the future? […] in order to carry out its work, an organisation such as Unesco needs not only a set of aims and objectives for itself, but also a working philosophy, a working hypothesis with reference to the existence of man and his aims and objectives, a hypothesis that will dictate, or at least indicate, a well-defined line to deal with these problems”.

Well before Nazi Germany, between 1905 and 1972, the USA carried out an immense programme of forced sterilisation for the disabled, psychiatric patients, the blind, the deaf, prisoners, the homeless, lepers, syphilitics, tuberculosis. Eugenics researchers, with funding from the Rockefeller Foundation and other American philanthropists, promoted eugenic legislation in more than twenty-seven US states, with forced sterilisations for ”mentally deficient inferiors”, so that by the 1960s, when most of these laws were beginning to be repealed, more than 60,000 people had been sterilised for eugenic purposes.

Hitler was inspired by a famous American biologist, one of the advocates of the sterilisation campaign, for his racial extermination programmes and it was a Nazi physiologist who first came up with the idea that one could remove the nucleus from an ovum and then introduce the nucleus of another ovum into it, thus inventing the concept of the ‘mother-carrier’.

The Kaiser Wilhelm Institute for Anthropology, Human Heritage and Eugenics – later renamed the Max Planck Institutes – was founded in Berlin in 1927 thanks in part to funding from the Rockefeller Foundation interested in the research on twins conducted by Von Verschuer, director of the Institute, eugenicist, pioneer in genetic research for the study of heredity, supporter of forced sterilisation programmes. At his side as assistant was Josef Mengele. After the war Von Verschuer taught human genetics at the University of Münster and became a member of the American Eugenetics Society. While the atrocious experiments during the Nazi period in the concentration camps are today recognised and remembered, there is a tendency to forget the role played by renowned clinics and research centres that continued to carry out the same eugenic principles even after the end of the war, often with the same scientists, the latter apparently enjoying a strange immunity that differentiated them from other war criminals. Evidently in the eyes of the scientific research world they were not so criminal.

The American Eugenics Society in the 1960s began to take an interest in developments in genetics and thus became the Society for the Study of Social Biology, stating that the change of name did not represent a change of policy, but rather a desire to place emphasis on studies of the biological, social and medical aspects that shape human evolution, conducted with a view to intervening in it.

By arriving at the cybernetic paradigm and the development of genetic engineering and synthetic biology, we can understand that transhumanism is both the culmination of techno-scientific development and the convergence of biotechnology, nanotechnology, computer science, neuroscience and the ideology behind it.

Nanotechnology that reaches the deepest levels of the world’s structure and biotechnology that reaches the deepest levels of the living bring about a substantial transformation. Whereas previously artefacts were constructed from natural elements without being able to disregard their limits, with the modification at the atomic level of matter the same natural elements are reconstructed to overcome these limits or to make them take on new characteristics. The natural world thus becomes an artificial category, and molecular fabrication brings a completely different idea of what is to be considered a material limit, and nanotechnology makes it possible to enter into the very nature of matter. At the same time, biotechnology opens up the possibility of intervening in life processes with genetic modification and genetic bricolage.

Transhumanists are proponents of what they call ‘conscious self-directed evolution’: taking the destiny of species into their own hands with the development of biotechnology, nanotechnology, cognitive science and artificial intelligence, giving a precise direction to the path of evolution of the human species and the entire living being.

“The idea of a fixed species becomes problematic and the criterion of reproduction loses its meaning. […] The more powerful and accessible our technologies become, the more our purpose will be to define ourselves. Consequently, human groups will distinguish themselves according to the values that will guide their choices in how to use these new powers to determine their morphology and destiny’10 states Nick Bostrom. The idea is that physical and cognitive characteristics and the genome itself can and should be questioned, both in philosophical and operational terms, and not just to make a few changes, but to completely and radically redefine the design of the human and the very concept of being human. An essentially anthropotechnical conception in which the human being is indeterminate and is co-constructed with technology, an indetermination that is technical hybridity, in which the very nature of man, his biological existence, is technological.

In this ideology, the body becomes a hindrance, a limitation to be overcome, optimised, implemented in a process that will never end. The body becomes a hacherable platform and the techno-sciences, which can offer multiple and recombinable possibilities, are seen as liberating, interestingly enough, we find this conception both in the world of biotechnological research and in the academic world of transfeminist cyborg theorists. A supposed liberation from natural constraints for a voluntary submission to technological constraints.

Directly from the transhumanist world comes ”morphological freedom”: the right to modify oneself in accordance with one’s wishes. Nick Bostrom defines it as ”the civil right of a person to maintain or modify one’s body according to one’s will, through informed and consensual recourse to, or rejection of, available therapeutic or enhancing medical technologies”11.

Gender ideology in its meaning-demolishing work paves the way for the normalisation of the alteration of human biology and genetic engineering12. From Martine Rothblatt we read: ”Ensuring the ethical use of biotechnology will be as great a concern for transhumanists as it is for defenders of gender freedom”. The human being is thus ready to become a permanent construction site, an endless disassembly and reassembly, a neutral human being made sterile ready for the laboratories of artificial reproduction. A permanent mutation in which everything must be interchangeable and mutable in order to become artificial.

Transhumanism is a profound attack on the sexed roots, on the dimension of procreation and on reality itself. We are born with a sex, sex is not assigned at birth, which is why it is essential to erase this link with life and reality, this our first recognition in the world, of ourselves and others. The meaning of male and female vanishes, they become mere subjective sensations, no longer the reality of bodies, and subjective desire becomes truer than objective reality. The dissociation with one’s own sexual body leads to a dissociation with reality and accustoms the mind to all kinds of lies13.

Medically assisted procreation (MAP) is one of the Trojan horses of transhumanism because it creates the context in which artificial reproduction will become the normal way of coming into the world.

It is a process that will have no limits from the moment that when the logic of artificial reproduction is accepted, the direct consequence is the continuous optimisation and implementation of the whole process: the embryo becomes a product and what is a product can be subjected to any selection, modification, experimentation. The laboratory environment transforms the process of birth into a technical operation and with artificial reproduction we are transformed as we come into the world.

Eugenics, the driving force and direction of genetic research, has also been present ever since the origin of artificial reproduction technologies, in their zootechnical development and in the transition to humans. Richard Edward, creator of the birth of Louise Brown, the first test-tube baby, stated as early as the 1980s that when it is technically possible it will be legitimate to genetically modify the human species. At the moment we still do not have genetically modified babies, but in 2018 the British Bioethics Committee stated that ”Modifying the DNA of an embryo to influence the characteristics of a future person [hereditary genetic modification, Ed. note] could be morally permissible and the threshold of the baby girls edited in China has been crossed, and it is a threshold from which no one can think of going back. Meanwhile, the thought is being instilled that it is preferable and safer to hand procreation over to technicians. Natural procreation will at first become something irresponsible, unsafe, unhygienic, not sufficiently submissible to algorithmic techno-medical controls, at a later stage it will become criminal to continue to want to procreate without selecting gametes and embryos. Artificial reproduction will become a ‘moral duty’14.

The so-called right to have a child of people with sterility or infertility from organic or mostly environmental causes, the so-called right to have a child of same-sex couples and single women, and the problem of denatality serve as a pretext for the normalisation of assisted fertilisation techniques15.
The human being of transhumanism will be a biomedicinalised human being who will have to correspond to continually updated perfectibility criteria for continuous adaptation to a machine world. A techno-scientific adaptability that will become the only possibility. The principle of the cybernetic paradigm whereby ”we have always modified our environment so radically that we are now forced to modify ourselves’16takes concrete and dramatic form.

An analysis that is the child of the myopia that generated it continues to think of the forthcoming technological developments as accessible only to the rich, where they would create a division of society between the super-rich implemented and the super-poor. Certainly, a divide will be created, indeed, it will be consolidated, but it will not be a question of class, but between those who will accept to inoculate themselves, to undergo preventive gene therapies, to use assisted reproduction clinics, to implant a microchip under the skin, and those who will not accept this. Only at first will certain technological developments come at a high cost, the aim is for everyone to have access to them and to want to have access to them, the aim is to spread these technologies that will have to universalise and become the norm. The progressive and leftist world is already ready to fight for equality in submission to techno-scientific domination and for poverty the yoke of universal income will take care of it.

It is crucial to realise that transhumanists are not a few fringe technology freaks influenced by science fiction, but are founders, funders, and executives of numerous foundations, institutes, start-ups, research projects, and companies of international importance. They advise the defence, security and biomedical sectors, they have the power to direct the cutting-edge research taking place within technopoles, the policies of governments, international bodies and organisations. They are able to bring into play very strong political pressures and considerable means to shift balances and cutting-edge research, even to the point of promoting certain paradigms, supported by themselves, reinventing even bioethics to their benefit.

Natascha and Max Moore, Nick Bostrom, David Pearce, James J. Hughes, Hans Moravec, Ray Kurzweill, to mention only the best known names, are the founders of the worldwide transhumanist association, now known as Humanity+. This ideology is not always immediately recognisable, it has the characteristic of being fluid, adapting itself to multiple contexts even apparently at odds with each other, thus we have a transhumanism with the glittering progressive face of LGBTQ+ rights and a transhumanism that penetrates conservative circles championing, for example, the fight against denatality, but obviously offering artificial reproduction techniques as a (false) solution.

In order to avoid the risk of transhumanism being reduced to a tendency of a few eccentric researchers, of philosophers confusing reality with their dreams, one must not focus on what is not yet there. If we are talking about nanotechnology, we should not focus on the risk of the ‘Gray goo’ catastrophe – the uncontrolled replication of nanorobots – and similarly, if we are talking about transhumanism, we should not focus on the projects of cryopreservation of the brain or the transposition of the brain into a computer, but on what is already there. Transhumanist ideology – the overcoming of limits, the implementation of the human being, the redesigning and artificialisation of the living – is not merely abstract speculation, but has already materialised in transgenic chimeras, medically assisted procreation, genetic editing, genetically modified organisms, medical genetic engineering technologies, brain implants, new smart city devices… The mass testing and dissemination of nanotechnological mRNA gene sera for Covid and the development of new self-replicating mRNA sera have exceeded all our expectations. What was needed was a network capable of marking out the new time, of connecting what was previously isolated, of bringing together and simultaneous what was not yet communicating, of putting bodies and machines in constant relation: the 5G network and the forthcoming 6G network.

1 James Hughes, Democratic transhumanism 2.0, 2002.

2 Jean Bernard-Maugiron, Bernard Charbonneau & Jacques Ellul, Deux libertaires gascons unis par une pensée commune, LesAmis de Barteby, 2017.

3 Wolfi Landstreicher, A Balanced Account of the World: A Critical Look at the Scientific World View, transl.it., A Balanced Account of the World: A Critical Look at the Scientific World View, in The Scream of the Earth, no.7, July 2019.

4 Ernst Jünger, Auf den Marmorklippen, 1939, translated in Italian, Sulle scogliere di marmo, Mondadori, 1945.

5 Ernst Jünger, An der Zeitmauer, 1959 translated in Italian, Al muro del tempo, Volpe, 1969.

6Jacques Ellul, Le Bluff technologique, Hachette, 1988.

7 Jacques Ellu, op. cit.

8 J.B.S. Haldane, Daedalus, or Science and the Future, Cambridge, 1923.

9 Jenny Kleeman, Sex Robots & Vegan Meat, 2020, translated in Italian, Sex Robots and Vegan Meat, Il Saggiatore, 2021.

10 Nick Bostrom, Superintelligence, Bollati and Boringhieri, 2018.

11 Nick Bostrom, In Defense of Posthuman Dignity, in Bioethics, XIX, 2005

12 For further study: Silvia Guerini, Dal corpo neutro al cyborg postumano. Riflessioni critiche allideologia gender, Asterios Editore, second edition 2023; Il Mondo Nuovo 2.0, Elisa Boscarol’s youtube channel.

13 Silvia Guerini, Dalla negazione del trascendente allumanità cibernetica e transumana, in L’Urlo della Terra, no. 12, July 2024, https://www.resistenzealnanomondo.org/necrotecnologie/dalla-negazione-del-trascendente-allumanita-cibernetica-e-transumana-silvia-guerini/, accessed 24/10/2024, h. 19.47

14 For further study: A.A. V.V., Silvia Guerini, Costantino Ragusa (eds.), I figli della macchina. Biotechnology, artificial reproduction and eugenics, Asterios Editore, 2023.

15 Silvia Guerini, Verso la riproduzione artificiale per tutti. New guidelines for access to assisted reproduction techniques in Italy, in https://www.resistenzealnanomondo.org/necrotecnologie/verso-la-riproduzione-artificiale-per-tutti-nuove-linee-guida-per-laccesso-alle-tecniche-di-fecondazione-assistita-in-italia/, consulted on 24/10/2024, h. 19.23

16 Norbert Wiener, Cybernetics: O Control and Communication in the Animal and the Machine, MIT Press, 1948.

From the denial of the transcendent to cybernetic and transhuman humanity

From the denial of the transcendent to cybernetic and transhuman humanity
Silvia Guerini – Resistenze al nanomondo (www.resistenzealnanomondo.org)

Today we are faced with an unprecedented total war on bodies, on life, on nature, on humanity.
A war on all fronts with techno-scientific developments that open up unprecedented scenarios.
Key concepts such as freedom, truth, justice, ethics, reality crumble, or are distorted to be reformulated in a way that denies their very meaning.
We are faced with the metamorphosis of the human and of his existence, in which everything will change irreversibly and, with the advent of the transhuman, not even a trace of the human will remain.
Techno-scientific developments are embedded much deeper than we could imagine, the technocratic and transhumanist elites, thanks to the various thresholds broken down from time to time by these developments, aim to radically transform the way of thinking, of interpreting reality, to relate, they also aim to transform the so-called common feeling of people to create a precise mindset, a precise mentality that will generalize and take root, becoming the one that one will think they have always had or, in any case, the right, good, improve.
We will lose adherence to things, adherence to the real world due to a dissociation from our bodies, from reality, from nature. We will lose the sense that something clashes with the emergency narratives that we will see follow one after the other. You will lose the self-defense of your health, integrity, dignity, the self-defense of your body and your loved ones. That self-defense that was perhaps a little confused at times, without adequate tools to understand a broader plan, but which was necessary due to the opposition to the genetic serums. That deep no to experimental drugs in one’s own bodies and in the bodies of one’s children. Today, what seemed to most to be irrational fear and risky predictions unfortunately takes shape in the consequences of these serums: deaths, early cancers, infertility, new predictive model with mRNA gene therapies, changes to international health agreements, new serums and new pandemics horizon.
The great work of dissolution will have rainbow and bright colours, it will wave the banner of freedom, self-determination, equality, comfort and the saving power of techno-science. The best of all possible worlds.
Freedom is one of the most abused words today. A freedom that has become rubbish, a substitute, a fetish. A freedom for sale and object of negotiation. A freedom that has lost its meaning. A supposed freedom that killed all true freedom.
In the name of freedom today we have a perversion of freedom, the human must free himself from his identity, his biological sex, his family, his culture, ultimately he must free himself as a human being. But we cannot choose our sex, we are born with a sex, we cannot choose our family, we are born from a mother and a father – yet for now – and we cannot choose our place of origin. This supposed freedom of choice leads to the dissolution of humanity. It leads to a broken man.
Being free does not mean being without ties, constraints, roots. It is not the absence of these bonds that makes one free, but their presence.
In the progressive transhuman ideology, the rejection of reality is claimed and motivated by the fact that it was not possible to choose. A supermarket logic in which you can select, order and buy a child from a catalog and send him back if you are not satisfied, in which you can select and order gametes for infinite combinations and genetic bricolage, in which even your own sex can be choose and change as if you were wearing a dress. A metastatic logic that has already disseminated metastases in all possible dimensions.
There flows an aversion and hatred towards everything that is life, viscera, body, blood, nature that cuts off everything that preceded us and from which we come. A culture of non-life.
A permanent mutation. Changing incessantly, this is the new mantra, changing sex, body, family, relationships, places. Eternally dissatisfied, unstable, insecure, anxious. Everything must be transitory, interchangeable, mutable, protean. Everything must become artificial.
The new generations will be eternal bored young people, compulsive consumers of disposable goods and relationships who hate their father and mother, who reject everything from which they derive, everything they did not choose, everything they did not desire. Rejecting everything that life puts before them, incapable of living, of facing hardships, sacrifices, abandonments, suffering, pain. Children of the I want everything immediately, of the forbidden to forbid, of the absolute desire from which tragedies are then produced. An anesthetized and sterile existence. An empty existence. No longer believing in anything, but only in themselves, they will be ready to believe anything. This is the new humanity that can be shaped by the technocratic and transhumanist elite, adaptable to life in a test tube and to the laboratory world.
An ideological hood permeates and permeates every area, rewrites history and makes us believe that this is the best of all possible worlds. Immersed in a great deception we have grown up believing that the transhuman progressive left that claims what are considered the right ideals of freedom, justice, equality is on the right side of history against absolute evil. But this is a great deception and a great reversal. Even words are distorted from their meaning. We have seen how that freedom has become freedom of consumption, freedom without limits, surrogate freedom. We have seen how that equality has brought homologation and cancellation of differences, both those between men and women, and those between cultures and peoples. We have seen how that justice has become a victimistic whining and a creation of new pseudo rights. All of this is the advancement of that transhuman power of absolute dominion over life.
And the assumptions were very clear: “Our destiny is linked to technoscience, where nothing is so sacred that it cannot be redesigned and transformed in such a way as to broaden our perspective of freedom, extending it to gender and the human. […] There is nothing, we maintain, that cannot be studied scientifically and manipulated technologically”, we read from a trans-cyborg-feminist manifesto1. From this spoiled trans-cyborg-feminist compost and toxic queerness – as, not by chance, they like to define it – comes word that we should adapt to survive on an infected planet, become mutants in a world of infinite contamination, among hybrids, surrogates, instruments living, posthuman relatives, transspecies ectogenetic CRISP neutr* children. After all, what else to expect from a cultural and political humus that considers the body as “an invention, a hackable platform, a malleable and modifiable entity” to be reinvented and redesigned thanks to the “subversive” possibilities of techno-sciences.
“We need to put an end to this idea of family”, better comrades* alien* cyborg multispecies xenotoxic mutants, to be in tune with the latest trends. We really need to put an end to the idea that we have an origin, a history, a memory, a sexual body, with the idea that the human being is a spiritual subject, with the idea that bonds and constraints exist. With the idea that around us there is a natural world which in turn has constraints, relationships, balances, limits. With the idea that a reality exists around us that is independent of subjective desire. Ultimately we must do away with the idea of being human2.
While we denounce the contamination between GMO plants and traditional plants for the impossibility of coexistence and we are firmly in the reality of the erosion and degradation of living things, there are those who amuse themselves and play with flights of fancy hoping that “the recognition of the transfer “horizontal genetics as a widespread phenomenon overturns the traditional certainty that genes are transmitted only in a vertical line, from parents to offspring, and cannot be exchanged laterally, crossing species boundaries” is the key to dismantling the hetero-cis-normative-repressive society3. We are no longer surprised. Everything is prepared – on the part of power and on the part of its followers – for the advent of the trans man and trans existence. Trans-gender, trans-race, trans-age, trans-able, trans-place, trans-species, trans-genic.
A profound anthropological transformation is taking place in the name of freedom and self-determination. Birth and death are always linked in the multiple transformations underway.
There cannot be a free society that can admit that one can be free not to be free, it is not freedom to be able to deprive oneself of freedom. Just as it is not freedom, but the death of the State, to create the conditions that lead a depressed teenager and an elderly person tired of living to the so-called “sweet death”. Just as an existence intoxicated by poisons that can only negotiate the thresholds of its own contamination by having to accept the logic of damage reduction, the logic of compensation, the logic of compensation, the logic of the further pseudo technical solution is not freedom. Stating that a life can be killed or euthanized means that this life is worth much less if it is instead stated that it is unavailable, criteria are established by which that life can be eliminated and this actually leads to a theft of freedom and exposes everyone to risk of falling into those criteria. Criteria by their nature changeable and not based on the principle of unavailability of life. In a society that promotes the culture of non-life, waste, transhumanist performativity and the inadequacy of bodies with respect to technology, the rhetoric of being free to choose whether to resort to certain practices is a dangerous slippery slope: from law you can get to the duty to cause death and to die if one does not fall within the established criteria, in the same way from the right to the duty to be born in an assisted reproduction clinic. The aim is a rewriting of ethics and ultimately its cancellation. Today ethics is provisional and changeable, in fact, there is no longer any ethics, but only ethical pretexts in which even suffering and illness become objects of negotiation which can be leveraged not only to profit, but to redesign the human and the living.
The human being will have to be born after the Artificial Intelligence algorithms have selected the most suitable embryo4. The human being will have to die inside a spacecraft whose shape refers to the artificial womb, a return to the technical grip. The euthanasia machine introduced in Switzerland promotes self-determination with accompaniment and algorithmic evaluation. The cancellation of death, denied, dehumanized, digitalized that follows the cancellation of procreation.
Save the populations of the southern hemisphere from hunger with GMO rice enriched in vitamin A, save from malaria with the release into the environment of mosquitoes genetically modified with CRISPR/Cas9, save agriculture from climate change with plants genetically modified to be more resistant, saving us from the birth rate using assisted reproduction technologies, saving us from cancer with a new mRNA “vaccine” – to give a few examples – serve as ethical pretexts and justifications for transforming the entire world into a living laboratory. Just as the new pseudo rights serve to shape humanity according to the dictates of the masters of discourse and imagination.
Tyranny presents itself with a sweet face and a rhetoric “for good, for health, for new rights”. Under the icing a factory of unlimited desires and synthetic identities that deny reality. But freedom is not an unlimited desire that is transformed into a right. The marketing of illusions opens the doors to new consumers made patients for life, the techno-medical trans-industry mutilates bodies and sterilizes adolescents, artificial reproduction laboratories work to make test-tube babies the normal way of coming into the world.
Is it right to insert a brain implant into the skull of a Parkinson’s patient? Is it right to test the artificial womb on premature babies? Deceptive questions, functional to the “for good” rhetoric. But ethics cannot be founded on a transhuman conception of the human being as a functioning machine.
As for the first question, we are already there, developments are running faster than their understanding and we are already wondering whether a brain implant in a healthy person is right in order to improve their performance. Many will say that these devices will never be safe enough to be tested on healthy people, but the point is that by the time they are desired by healthy people the transhumanist elites will have already achieved what they wanted to achieve.
As regards the second question, the research field is already laying the foundations to create social acceptance for the first human test which will not be long in coming.
It would be enough to read the debates within the world of biotechnological research, these areas know perfectly well that society and people’s mentality must be transformed before certain techno-scientific developments can penetrate and take root.
Be careful when transhumanist technocrats show themselves worried about the risks of developments in techno-sciences and worried about the fate of humanity, the same humanity that they would like destroyed in its most intimate essence by making it cybernetic. Their cries of alarm – like the appeal of Elon Musk and other transhumanists about the dangers of Artificial Intelligence – are nothing more than cries of distraction and their pseudo technical solutions will only produce further disasters. And above all they will never be able to reject the world from which they come. For our part, we must get out of the laboratory paradigm and reject their world. It is necessary and vital to regain orientation, a horizon of spirit and life is necessary, it is necessary to give meaning back to those values and principles for which one should fight and for which one should be willing to die.
Artificial Intelligence with its algorithms creates a new order of truth that has no precedent in history, a new order that cannot be doubted. Our existences will be locked in the single algorithmically driven cyber dimension. Artificial Intelligence will make more and more decisions that will be incomprehensible and to which people will just have to adapt. Advice that will become precepts in every area: habits, behaviors, nutrition, education, health. A technique that depends only on other techniques in which the human element is superfluous and a technical imperative that has its own purpose in itself.
To function, Artificial Intelligence requires a synchronized world, real-time communication, technicalization and synchronization of the human, of life and of every phenomenon. Even our bodies will be caught in the cybernetic grip. From the iatrogenic body – which became a reflection of the fragmentation of medicine and the statistical probability of being potentially at risk of developing a pathology with early diagnosis – we arrive at the algorithmic body which becomes a reflection of algorithmic prediction.
Even reality itself will have to be adherent and aligned with what the algorithms will predict. As Bernard Charbonneau had well predicted, the technical fact will become our universe, “the very flesh of the real and the present” and “When the entire body mechanizes itself, the spirit is not far from doing so. The individual and society evolve towards the automaton”5.
Today even the reality of bodies vanishes. The meaning of man and woman evaporates, they become abstract, fluid, changing concepts, mere individual perceptions. But we don’t have a body, we are a body and many of our experiences originate precisely from that body. No one is born with a “gender identity”. We are born male or female and no one is “born in the wrong body”6. We find the concept of “gender identity” in all the various guidelines, reports of the various panels at the European Parliament, programs of the WHO, the UN and the 2030 Agenda, with strong pushes from the various power elites in this direction and also to promote “gender self-certification”. This concept allows the opening of identity markets by violating the physical boundary between male and female with immense propaganda and immense ideological indoctrination towards the youngest. Synthetic identities are multiplying and we have new trends: trans-age, trans-species, trans-race, trans-able. Those who feel of a different age, of another race, of another species or disabled. Marginal but representative cases. In Canada, a man who felt not only female, but younger, was allowed to participate in a swimming competition with teenage girls. There is also an increase in cases of pedophiles who defend themselves in court by claiming that they feel like children, obviously instrumentally, but if the law allows it we can well foresee the consequences.
It is also discussed in the medical field, for example trans-able is the identity disorder of bodily integrity. And just as from the so-called “gender identity disorder” we have arrived at “gender identity” by removing the term disorder, in the same way, from the identity disorder of bodily integrity in the name of inclusion, self-determination, of freedom and rights we will arrive at the identity of different bodily integrity, age, race, species. The principle is the same: what the individual perceives surpasses reality itself and must be recognized by the entire society. If we recognize that a man feels like a woman and that he becomes even more real than a woman born biologically a woman because he feels it and because he wants it, why shouldn’t we recognize that an adult man can feel like a child and can become one?

The little ones are pushed towards bodily dissociation which leads to dissociation with reality, ready for the Metaverse generations. Adolescents are pushed into the cult of castration. The image of a bare-chested girl with scars on her breasts after having undergone a mastectomy is symbolic of these times. Gender butcher’s shop. The human being will be ready to become decomposable, reassembled and redesignable into infinite fluid universes.
The first case in Italy. A woman, after having started the transition process with hormone therapy and breast exportation, during some medical checks necessary for the uterus exportation surgery discovers that she is five months pregnant following intercourse had before starting to take testosterone. Well, we said to ourselves, certain that this would crack the ideological narrative, but it didn’t crack even when faced with the reality of a woman’s body. The masters of speech, thought and imagination have declared: a “pregnant man”. Seahorses, as they are called abroad, in the new language which also includes “person who gives birth”, “breast-feeding” and so on, going to re-signify the dimension of procreation and the dimension of sexuality of the female body. But a man cannot give birth. Yet what was once obvious has already turned into something questionable, subjective, changeable.
In the name of freedom the worst horrors are being cleared, step by step they are being normalized. In Spain in some posters of a campaign apparently against sexual violence we find the face of a child above the phrase “if he says no, it means aggression”. We pass quickly, read and share the sentence without dwelling on the face which is that of a child and on the underlying meaning: “if he says yes, it’s not aggression”. The “sexual freedom of children and adolescents” is the new progressive conquest that opens up pedophilia. Let us ask ourselves the reason for this push to normalize pedophilia as a new sexual orientation and the push to recognize what are defined as the rights, freedom and self-determination of the little ones.
We have long stated that the dimension of procreation and our sexual roots are the last frontier of transhumanism. Today we are already beyond and have reached the closing of the circle in which they are trying to erase every value and every barrier that can resist dissolution.
But where does this rationality come from, so indisputable, which leads to the manipulation of nature, not only that understood as something that is external to us, but also to ourselves, as human beings as part of this nature?

“The inevitable siege of the human being has been ready for some time, and it is arranged by theories that tend towards a logical and complete explanation of the world, and advance hand in hand with the progress of technology”7 wrote Ernst Jünger with extreme lucidity, sensing the paradigm of the laboratory that reduces and harnesses life in the realm of quantity. He wondered the meaning of curves and tables in relation to the love with which Wallace observed the bird of paradise in the forest of New Guinea and with which Fabre spied on the comings and goings of a beetle in Provence concluding that all this cannot be replaced with a machine: “Detailed, meticulous knowledge can be harmful. A lover, a poet, a true sage must be able to see less and more at the same time, they must look with different eyes. […] There is always a difference between spiritualization and mechanization. If I slide a wooden chick under the hen and observe its behavior, I can learn much less about the mother than if I watch a child play with his doll”8.
“No harm or disappointment can come to anyone who contemplates a stretch of natural beauty. The doctrines of desperation, of tyranny, or of spiritual or political servitude, were never taught by those who shared the serenity of nature”9 we read in Henry David Thoreau.
It was the materialist vision of the world that took the first steps towards the reification of the living by making it available. The desacralization of the living, the cancellation of its inviolable dimension has made it in its entirety not only predatory, commodifiable, crushable, exploitable, but has made it at the mercy of the techno-scientific logics of optimization and implementation. He broke down every ethical limit by erasing the very meaning of the limit. The conception of limits is not foreseen in techno-scientific development, every limit will be overcome based on what developments make possible and what they make imaginable and desirable even before its full realization.
From the dissection of bodies to the dissection of the world as a paradigm of modernity: decomposition and fragmentation of the body and natural processes into measurable, quantifiable and disconnectable parts from the whole. From disassembly to reassembly and infinite remodeling as a laboratory paradigm.
And what is transhumanism if not the maximum realization of rationalization, of the cancellation of the sacred, of the limit, of the spirit? And ultimately the absolute dominion of technology. Existence itself must conform to certain standards, must follow the criterion of utility and the transhuman principle of optimization and implementation, of cancellation of suffering, pain, illness, limits. The human being, as we know them, will become an obstacle, an error, an unexpected event. And there can be no errors, unexpected events, slowdowns in the transhuman advance. “Whether he is a piece of material on the battlefield or a cog in the machine of the war economy, the modern age has a habit of reducing the human being to a functional object. Everything that is “non-essential” – everything that makes us human – is cheerfully discarded,” Jünger wrote. Life as waste and the human being, in order not to be discarded, will have to adapt to the new techno-dictates.
A common sense about the past, present and future vanishes. A different relationship with time, with the phases of life and death and also a different relationship with the truth disappears. Already today we wander among remains and ruins, tomorrow there will be no more memory, memory, trace. Once upon a time it didn’t matter if the source of a custom had been extinct for centuries, because its meaning was passed down and woven into the fabric of people’s lives and thus continued to live on. Everything that belonged to the past must be considered obsolete, as an error, as something continually to be overcome, in an overcoming that will never end.
The cancellation of the truth and of reality itself makes the brain get used to accepting any lie and, recalling the words of Hannah Arendt: “the ideal subject of the totalitarian regime is not the convinced Nazi or the convinced communist, but the individual for whom the distinction between reality and fiction, between true and false no longer exists”10. It will become impossible to grasp those ancient correspondences that emerge from the microcosm and the macrocosm. Reading Ernst Jünger: “We push forward through the visible order of things to get closer to their invisible harmony, to proceed from the incompleteness of knowledge towards that of which we can only perceive a premonition. When you manage to put the speck of dust on a butterfly wing in harmony with the universe, the goal achieved is worthless, but not the signal, the milestone that I know is placed along the path traveled. The wings themselves allude to something else” and observing the Cicindele, beetles, he writes: “We can also consider them as an example of the quantity of forces that cross our path, that cross it without us being able to perceive them”11.
An uprooted human being. “Uprootedness is by far the most dangerous disease of human societies, because it multiplies itself” states Simone Weil who continues: “It is vain to turn away from the past to think only about the future. It is a dangerous illusion to even believe that it is possible. The opposition between the future and the past is absurd. The future brings us nothing, gives us nothing; it is we who, to build it, must give it everything, even give it our life. But to give, one must possess, and we possess no other life, no other lifeblood than the treasures inherited from the past and digested, assimilated, recreated by us”12.
From Boni Castellane who takes us to the hostile land in which we find ourselves today we read: “The uprooting of everything from its transcendent perspective is configured, therefore, not only as a theoretical presupposition of all materialism but also as an objective to be imposed on those aspects of reality still spiritually and ideally linked to transcendence. This is very simply because the spiritual world, […], represents an objective obstacle to the achievement of absolute power and the definitive establishment of the materialist order”13.
In a materialist conception for which nothing exists beyond the world in its material, contingent and deterministic aspects “every ethical or religious limit is nothing more than an impediment to the achievement of the maximum possible power, here and now, without limit, without norm. Subjective desire therefore becomes the only moral norm and limit” we read from Boni Castellane who highlights how the “logic of desperate nihilism does not provide for any compassion, any limit, any harmony other than the intrinsic criterion of strategic utilitarianism”14.
One of the many deceptions of modern times is that which identifies the Enlightenment Revolution and the Industrial Revolution as an improvement in people’s lives. Very short life, death from hunger, illiteracy, these are some of the clichés about the Middle Ages. All rigorously and detailedly dismantled in Was Reason Wrong? by Massimo Fini. Here it is not a question of idealizing a phantom golden age, but of realizing that that world, despite its harshness and harshness, was much closer to the human, to nature, to life, to death, unlike the modern world .
Modernity was born under the sign of the denial of the transcendent, of the denial of the intrinsic value of life. With the awareness that “The words of all men who speak of life must sound vain to those who are not in the same order of thoughts”15 as Ralph Waldo Emerson wrote.
Continuing reading Boni Castellane: “Only a life devoid of intrinsic meaning could accept the unsustainability of modernity”, “Having created the unlivable life as a prerequisite for the new modern existence, everything could be sold to those who no longer had anything beautiful in their own existence. You couldn’t sell the morning air to the farmer, you couldn’t sell the Sunday Mass to the farmer, you couldn’t sell the first ripe peach to the farmer, you couldn’t sell your child, […], to the worker yes he could sell anything”16.
It was precisely the existence and essence of the peasant world, bearer of another time linked to the cycles of nature, rites and the sacred that represented what had to be swept away both by the Industrial Revolution and by the ideologies it produced.
The child ideologies of the Enlightenment Revolution and the Industrial Revolution – capitalism and communism/Marxism – beyond an apparent superficial contrast are expressions of the same materialism, they originate from the same materialist root.
The “radical break with the cosmos” – to use Charbonneau’s words – of the worker and the citizen would become the characteristic of humanity.

In our West, farmers are increasingly rare, over the years they have been replaced by agro-industrials who have impoverished and poisoned the land with intensive monocultures and pesticides. Agriculture 4.0 with drones, sensors and digital applications is far from putting our hands in the land, from seasonal times and cycles. Nature and the peasant struggle, symbol of the fight against the artificial, have long since been replaced by artificial rhythms and poisons and GMOs from Bayer and Monsanto. From the smart city to the smart countryside with fields dotted with sensors and flown over by drones and crops managed remotely. Plants grown high up without soil and without natural light, meat grown in vitro, new genetic manipulation techniques: nourishing humans in this way underlies a precise idea of the human being that prepares us for the laboratories where this human will be selected and reproduced in the same way that the immense zootechnical laboratory prepared him for a zootechnical existence.
Distant is the memory of the Indian farmers who revolted against biotechnological multinationals such as Monsanto who wanted to impose monocultures, pesticides, GMO Terminator seeds and erase ancient local varieties and ancient knowledge, contaminating and poisoning natural ecosystems and local populations. What context will be able to understand the meaning of those and other struggles against biotechnology? The new eco-anxious pseudo-rebels will not be able to reconnect with those struggles, they are not their children, they are the artificial fruit of a fake ecologism of the technocratic elite and only sterile fruits can come from a cybernetic tree, incapable of taking the meaning of past ecological struggles and generate new struggles. They will only be able to follow the script written by others. They are the new generations that are confused and live in real time and are perpetually interconnected, the new generations of “hurry up” with a perennial state of emergency.
In today’s times, in a world where everything is overturned, even the meaning of ecology has been overturned. An ecology promoted by various companies, by states, by large corporations, by philanthropic foundations, by the new groups of eco-anxious people produced by Davos. Underlying a neo-Malthusianism that considers us as a cancer for this planet, there are too many of us, we should go and sterilize ourselves they tell us. This is functional to shift the level of the problem, no longer an entire energy-intensive, predatory and destructive techno-industrial economic system, but the individual with his habits who is blamed and who must align with the new green dictates.
This is how we intervene on the Earth, on the sky, on the seas, on living beings and on all the processes that regulate them: a continuous manipulation.

“Nature is inhabited by an underground, dormant fire that never comes out into the open and that no frost can cool. […] This subterranean fire has its altar in the breast of every man”17, wrote Henry David Thoreau. Today we are witnessing a war against nature, against what is born and what dies. Nature is limits, it is constraints and represents everything that progressive and transhumanist ideology wants to erase. Today we must despise everything that refers to life, birth, the body, blood, viscera, flesh, procreation, childhood, old age, illness, death. The only variations allowed are artificial ones. It is no coincidence that the term nature has been replaced with the aseptic term environment which refers to something that can be built by human beings. The ideology of modernity is based on an aversion and visceral hatred towards nature, today we find the heirs of this ideology in the world of biotechnological research and in the progressive left-wing transfeminist academic world which considers nature as a cage from which to free oneself . A liberation and emancipation from the living itself – spontaneous, autonomous and unpredictable – and from the constraints of nature for a submission to the technological constraints of the machine-world.
What is at stake around nature is the sense of human finitude, the difference between human beings and living beings and functioning machines. For our part, not only do we bring a different conception of living things, but a radically different feeling, like the one that refers us to John Muir who during a windstorm in a forest wrote: “After having observed the Sierra waterways from springs to the plains, contemplating them blossoming into white waterfalls, sliding into crystalline slopes, gushing out in a gray fan of foam among the ravines full of boulders and finally crossing the woods in extensive and peaceful bends – when we have thoroughly learned their language and their shapes, then we could distinctly hear their song rising in unison in a majestic hymn that envelops the mountains like lace”18. For our part, we will always be against Promethean omnipotence and the desire for absolute manipulation of the world.
Christopher Lasch is clear about the French Revolution, highlighting how this “demonstrated that the attempt to reshape society on the basis of abstract principles of justice, eradicating now stabilized ways of life and overthrowing ancient conceptions, led more to the reign of terror than to that of brotherhood and universal love”19. The Enlightenment condemned so-called prejudice as the enemy of reason, but in doing so it sought to eradicate a source of moral control, a hidden wisdom that guided the conduct of men and women, an underground common sense that bound the Community, an antibody to everything that the Industrial Revolution and following the advance of the techno-scientific system would have produced.
After all, if we think about it, what was the Enlightenment, that blind faith in progress, in overcoming at all costs everything that was considered as past, as obsolete – and what is transhumanism today – if not a revolt against nature, life, death, a mechanization of the world which with the advance of techniques became manipulation and artificialisation, a will to direct and redesign the eternal cycle of events, including human beings, a will to absolute power which we can see taking shape in the development of genetic, climatic and reproductive engineering hand in hand with social engineering.
But as Massimo Fini intuited: “This rationality, so indisputable, so comforting, contains within itself a deadly trap. Because it inevitably and progressively touches nature, modifies it, manipulates it, violates it, concentrates in very short times and spaces what biology has regulated with slow and broad cadences. […] but technology not only breaks the balance of nature understood as something external to us, it also attacks man as an element that is part of this nature”20. Words that are well connected to the thoughts of Bernard Charbonneau: “The crisis of the traditional order favored technical progress, and technical progress ended up destroying it. This evolution became irreversible starting from the middle of the Middle Ages. […] Once dispersed techniques are starting to converge. […] After having covered the entire visible surface, the technique prepares to flow invisibly back to the depths of man”21.
Without the reduction of the living and the human to a mere material substrate, the attack of materialist ideologies, techno-science and transhumanism would not have been possible. Only an uprooted existence – consumed and consumable – devoid of meaning can accept the unliveability and inevitability of the machine world.

July 2024, Bergamo, published in the newspaper L’Urlo della Terra, n. 12, July 2024, https://www.resistenzealnanomondo.org/necrotecnologie/dalla-negazione-del-trascendente-allumanita-cibernetica-e-transumana-silvia-guerini/

1AA.VV. Smagliature digitali. Corpi, generi, tecnologie, Agenzia X, 2018.

2Silvia Guerini, Verso la riproduzione artificiale per tutti. Nuove linee guida per l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita in Italia, Giugno 2024, https://www.resistenzealnanomondo.org/necrotecnologie/verso-la-riproduzione-artificiale-per-tutti-nuove-linee-guida-per-laccesso-alle-tecniche-di-fecondazione-assistita-in-italia/

3AA.VV, Pinguini, conchiglie e staminali. Verso futuri transpecie, Derive e Approdi, 2022.

4AA. VV. (a cura di ) Silvia Guerini e Costantino Ragusa, I figli della macchina, biotecnologie, riproduzione artificiale, eugenetica, Asterios editore, 2024.

5 Bernard Charbonneau, Il sistema e il caos, Arianna editrice, 2000.

6 Silvia Guerini, Dal corpo neutro al cyborg postumano. Riflessioni critiche all’ideologia gender, Asterios editore, 2022.

7 Ernst Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi, 1990.

8 Ernst Jünger, Cacce sottili, Guanda, 2022.

9Henry David Thoreau, Storia naturale del Massachusetts, The Portable Thoreau.

10Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Edizioni di comunità, 1967.

11Ernst Jünger, op, cit.

12Simone Weil, La prima radice, SE, 2013.

13Boni Castellane, In terra ostile, Signs Books, 2023.

14Boni Castellane, op. cit.

15Ralph Waldo Emerson, L’anima suprema, l’amore, l’amicizia, la politica, Ortica editrice, 2012.

16Boni Castellane, op.cit.

17Henry David Thoreau, Il mattino interiore, Ortica editrice, 2018.

18 John Muir, Una tempesta di vento nella foresta, La vita felice, 2019.

19 Christopher Lasch, Il paradiso in terra. Il progresso e la sua critica, Neri Pozza, 2016.

20 Massimo Fini, La Ragione aveva Torto?, Camunia, 1985.

21 Bernard Charbonneau, op.cit.