Torino – No allo stravolgimento umano

NO ALLO STRAVOLGIMENTO UMANO, PRODOTTO DELLA SCIENZA

Essere letti come un codice a barre. Sembrava un racconto della fantascienza. E invece… Codici QR. Farmaci a MRNA. Tutto interconnesso da reti sempre più veloci. Nel tutto anche gli umani: parleremo a distanza con il frigorifero ma solo perché saremo concepiti alla sua stregua.
In un sistema di congegni controllati da remoto avremo la “libertà” concessa dai codici binari. Inseriti su una autostrada ad unica direzione, informazione tra le informazioni, viaggeremo fino al bivio si/no, on/off, tutto/niente.
Lo sta dimostrando il green pass cosa vuol dire scegliere tra 2 opzioni già decise. Sottratti alla possibilità di mettere insieme scelte forse tra loro anche contrastanti, ma più confacenti a ciò che recepiamo. Invece: si o no. Al tutto. Si o no alla cura permanente che impropriamente i media chiamano vaccino. Si o no ad essere percepiti come danno sociale, come egoisti, solo perché ci si pone domande e si fanno scelte. Un ricatto morale che senza alcun dubbio rimandiamo al mittente: allo stato, alla sua economia multinazionale che gronda sangue e terrore da ogni sua presenza.
Un mondo costruito sempre più su privilegi utli ad una minoranza che detiene le redini del sistema capitale. Dopo aver imbrigliato tutti nella retorica del lavoro salariato come diritto, oggi ci ricattano perché se non si accetta la logica imposta dal pass, il lavoro te lo tolgono.
Ciò che conviene al dominio, nella trasformazione sociale e di specie a cui spinge tutta la umanità, è chiaro. Meno chiaro è ciò che spinge ad accettare ancora e ancora, la maggioranza della gente, qualsiasi forma autoritaria si presenti imbellettata di benessere e comodità. Benessere? Ma se viviamo in una società che ci ammala, con tumori sempre più estesi per numero e tipologia.
Comodità? Perdere qualsiasi forma di manualità, perdere ogni contatto con la biosfera vissuta come separata dal se’.
A chiunque, sia esso organizzato in forma di potere (Sstati e Multinazionali), o in forma di cultura egemonizzante, ci voglia trascinare in questa distopia della società tecnologica.
A chiunque ed in qualsiasi forma ci voglia ridurre a pezzi di ricambio da produrre, revisionare ed all occorrenza dismettere, diciamo NO.
NON RINUNCIAMO ALLA NOSTRA UMANITÀ fatta di carne. Imperfetti e folli così come forti nel superare i nostri limiti e razionali. Vari. Diversi. Nati sapendo di iniziare a morire.
Come veggenti sono decenni che urliamo che il mondo che si sta costruendo in realtà è una nave in viaggio verso il baratro.
Oggi come ieri, quando il green pass si chiamava visto, e i luoghi vietati non erano cinema e teatri bensì interi stati, rifiutiamo la logica che vuole un homo sottomesso ad un altro homo. Ed oggi rifiutiamo la sottomissione di homo a homo-cyborg.
NO AL GREEN PASS.
Per la costruzione di reti di autodifesa che diano a tutti ed ognuno la possibilità di non sottomettersi.
IMMUNIZIAMOCI DAL TECNO-CAPITALE.
Per evitare che continuino le trasformazioni sociali che imporranno una trasformazione radicale e profonda della specie umana.

Noi, umani specie tra le specie della biosfera chiamata pianeta Terra. Noi, gli umani, dichiariamo ostilità alle macchine del potere. Contro le tecnoscienze dei laboratori di stravolgimento dell esistente, posto ivi sotto stretto controllo.
Noi, gli umani, consapevoli di essere nati liberi e che vogliono vivere liberi fino alla morte.
Noi, gli umani.
WE THE HUMANS.

PRINZ

Volantino e striscione del Prinz durante le manifestazioni a Torino contro il Green Pass

Un mondo senza madri?

Un mondo senza madri?

Il termine ectogenesi fu coniato negli anni ’20 dal ricercatore genetista e biologo J.B.S. Haldaine per indicare lo sviluppo di un nuovo essere fuori dal corpo materno. Haldaine considerava l’ectogenesi «un’importante opportunità di ingegneria sociale» inscritta in una società eugenetica laddove una separazione completa della procreazione dal sesso avrebbe portato a una «liberazione dell’umanità in un senso completamente nuovo».
Haldain era interessato a comprendere l’origine della vita al fine di indirizzare e controllare lo sviluppo lo sviluppo della vita stessa. Il suo scopo era sintetizzare creature viventi nei laboratori di biochimica, aspirazione che, negli anni a seguire, prenderà forma nei laboratori di biologia sintetica e di ingegneria genetica.
Haldaine riteneva che l’ectogenesi avrebbe permesso una selezione eugenetica in cui soltanto i gameti migliori sarebbero stati usati per la generazione successiva. Selezione che oggi è divenuta prassi nell’ambito delle tecniche di PMA. Haldaine e Julian Huxley promossero con forza «un’eugenetica positiva» che in quegli anni si tradusse – ben prima della Germania nazista – in programmi di sterilizzazione normati da legislazioni ad essi favorevoli di Stati Uniti, Svezia, Danimarca, Finlandia e ampiamente finanziati da associazioni filantropiche come la Fondazione Rockfeller, questioni che abbiamo approfondito in nostri precedenti testi.
Huxley riteneva che l’ectogenesi avrebbe potuto accellerare, facilitare e rendre più flessibile la selezione eugenetica. Il pensiero eugenetico è a fondamento dell’ectogenesi e più in generale delle ricerche genetiche e di ogni riproduzione artificiale dell’umano ed è uno dei cardini della visione transumanista.
L’ossessione per la creazione della vita traspare fin dall’origine di queste ricerche, dalle parole del ricercatore biologo Jacques Loeb: «Volevo prendere in mano la vita e giocare con essa. Volevo manipolarla nel mio laboratorio come qualsisi altra reazione chimica, darle inizio, fermarla, studiarla in qualsiasi condizione, dirigerla a mio piacimento». Tutto ciò non costituisce solo espressione di folli aspirazioni di qualche isolato ricercatore, bensì sono i principi transumanisti di controllo e dominio sul vivente.
Con l’utero artificiale il laboratorio della vita, diventato sistema, vuole prescindere dalla realtà del corpo di donna, dalla realtà della procreazione, prescindere quindi dalla realtà al fine di dominarla e modificarla.
È in questo significato originario e in questo orizzonte che dobbiamo inserire le ricerche relative alla realizzazione dell’utero artificiale e gli ultimi importanti sviluppi a riguardo. PMA, selezione embrionale, sperimentazioni su embrioni, modificazioni genetiche, utero artificiale sono tutti aspetti profondamente interconnessi del medesimo mondo transumanista. Salvare anche solo uno di questi aspetti comporta che questo mondo transumanista proceda nella sua direzione che, prima o poi, si estenderà a ogni dimensione della nostra vita e dell’intero vivente.
Da tempo scriviamo della risignificazione della nascita, della madre, della donna, delle conseguenze materiali sui corpi e della profonda trasformazione ontologica e antropologica dell’essere umano che questa risignificazione comporta. Gli sviluppi tecno-scientifici si stanno sempre più velocizzando e sta cadendo ogni barriera etica, si sta andando verso una nuova umanità neutra e infinitamente modificabile, in un mondo post-umano e post-natura. Un mondo senza madri, al fine di giungere a una definitiva e totale espropriazione dei corpi delle donne e della dimensione della procreazione, al definitivo e totale controllo sui processi che creano la vita, a un’ingegnerizzazione del vivente e al controllo dell’evoluzione della stessa specie umana.

Utero artificiale: un po’ di storia e gli ultimi sviluppi
La prima ricerca condotta al fine di realizzare l’utero artificiale risale al 1958, anno in cui un gruppo di ricercatori del Karolinka Institutet di Svezia sviluppa una piattaforma con lo scopo di permettere lo sviluppo di feti umani prematuri.
In Italia negli anni Ottanta da ricordare sono le ricerche di Carlo Flamigni, uno dei massimi esponenti della fecondazione in vitro in Italia, che è stato direttore dell’Istituto di clinica ostetrica e ginecologica di Bologna, presidente della S.I.F.E.S. (Società Italiana di Fertilità e Sterilità e Medicina della Riproduzione) e membro del Comitato Nazionale per la Bioetica. Nel 1987 Flamigni fu il primo in Italia a condurre un esperimento in cui tentò di far crescere un embriore umano impiantato in un utero asportato, al di fuori dal corpo umano.
A Tokyo nel 1997 dei ricercatori sviluppano una tecnica chiamata EUFI: incubazione fetale extrauterina. Estraggono dal ventre di alcune capra i loro feti, infilano cateteri attraverso i grandi vasi del cordone ombelicale e fornisco ai feti stessi sangue ossigenato sospendendoli in incubatrici che contengono liquido amniotico artificiale riscaldato a temperatura corporea.
Negli anni a seguire svariati saranno i laboratori nel mondo impegnati nella ricerca sull’utero artificiale. A titolo meramente esemplificativo riporterò alcune tra le più significative di queste ricerche.
Nel 2002 il Centro di Medicina Riproduttiva della Cornell University di New York realizza il primo utero umano artificiale, riescendo poi a far sviluppare un embrione al suo interno per sette giorni. Parallelamente, a Tokyo, alla Juntendo University si sta realizzando un utero completamente artificiale senza uso di tessuti biologici: un embrio-incubatore in un cui viene mantenuto in vita per tre settimane un agnello prematuro.
Nel 2003 il laboratorio perinatale alla Women and Infants research Foundation in Australia sviluppa un modello di utero artificiale, Ex-Vivo Uterine Environment (Eve), destinato ad agnelli dell’età di 106 giorni, riuscendo così a mantenere in vita agnelli più prematuri rispetto ad altre ricerche. Questi animali sono stati scelti per replicare nel modo più fedele possibile le condizioni di sviluppo dei polmoni di un neonato umano prematuro al limite della sopravvivenza, cioè a 21/22-23 settimane di gestazione. 24 settimane di gestazione è l’attuale «limite di vitalità» : il bambino che cessa di vivere a 24 settimane è classificato nato morto, a 23 settimane e 6 giorni è un aborto spontaneo.
Nel 2003 al Center for Reproductive Medicine and Infertility della Cornell University riescono a far crescere un embrione di topo dall’attimo del concepimento fin quasi al termine della gestazione servendosi di tessuto uterino bioingegnerizzato impiantato su una struttura extrauterina.
Nel 2017 al Centro per la ricerca fetale del Children’s Hospital di Philadelphia alcuni agnelli sono tenuti per 28 giorni in un biobag: un sacchetto di plastica che imita l’utero materno completo di sostituti di liquido amniotico e placenta. Un video girato con un telefono cellulare mostra una sacca con un agnello immerso in un liquido giallognolo, il suo petto che si alza e che si abbassa, dall’addome una massa di tubi che escono da una fessura della sacca, come vene piene di sangue. Una scena che non può non disturbare lo sguardo. Ma nel video in cui annunciano il compimento della ricerca tutto questo è rimosso dallo sguardo e dalla consapevolezza, un video promozionale con uno sterile laboratorio, giovani ricercatori sorridenti e strazianti scene di bambini nati prematuri nelle unità di terapia intensiva, con una musica di sottofondo rassicurante. Non c’è traccia degli agnelli, delle femmine che vengono inseminate artificialmente e che vengono sottoposte a tagli cesari, degli agnelli prelevati prematuri dal grembo e infilati in una sacca trasparente, non c’è traccia della loro uccisione al fine di studiarne gli organi, non c’è traccia delle feci, del sangue, delle membra lacerate, del dolore, dei respiri spezzati. L’unico vitello che compare è quello che non è stato ucciso per studiarne lo sviluppo. Compare in una fotografia, come fosse in posa a fissare l’obbiettivo.
I ricercatori di questo centro di ricerca affermano: «La maggioranza dei feti nelle gravidanze previste a rischio a causa di prematurità estrema sarà sostanzialmente affidata al nostro sistema, e non saremo più costretti a farli nascere prematuri per poi collegarli a un ventilatore». Questo significa che donne a rischio di partorire in anticipo dovrebbero subire un cesario preventivo per traferire i loro figli in un utero artificiale. La logica della prevenzione in questa società cibernetica tecno-medicale risponde a paradigmi tecno-scientifici e a calcoli algortimici in cui le Big Tech si prendono in carico la gestione della salute in ogni sua dimensione, da quando si viene al mondo – dicendoci anche come bisogna venire al mondo – a quando si muore o a quando bisogna morire, come quando si è considerati ormai un peso per le spese sanitarie in una logica di ottimizzazione delle risorse e in una logica eugenetica che definisce quale vita abbia più valore di vivere o come quando il sistema medico necessita di organi e preda così dei corpi ancora vivi, ma definiti morti1.
Una gestione della salute che cambia il rapporto con i nostri corpi e che ci trasforma in pazienti. Anche la prevenzione viene travestita da libertà di scelta: il tu puoi diventa un tu devi in ogni dimensione della nostra vita.
«Non può esistere alcuna forma di potere che sia indifferente al controllo (in un grado o nell’altro) dei corpi. Di conseguenza, “per definizione”, non può esistere alcuna forma di potere che sia estranea alla dicotomia salute/malattia – così importante per i corpi»2.
Nel 2019 il progetto di utero artificiale è stato sovvenzionato con 2,9 milioni di euro per la realizzazione di un prototipo da utilizzare nelle cliniche. Il finanziamento proviene dal programma UE Orizzonte 2020 e questa somma è distribuita tra i partecipanti al progetto: Eindhoven University of Technology (Paesi Bassi), Ospedale universitario di Aquisgrana (Germania), Lifetec Group BV (Paesi Bassi), Nemo Healthcare BV (Paesi Bassi) e il Politecnico di Milano. Il progetto finanziato per un periodo di 5 anni è partito il 1 ottobre 2019 e terminerà il 30 settembre 2024, ma è prevedibile che dopo la scadenza del periodo di finanziamento verrà presentata una nuova domanda. Con questi finanziamenti l’Università di Eindhoven sviluppa un utero artificiale che circonda il bambino con liquidi e fornisce ossigeno e sostanze nutritive attraverso il cordone ombelicale.
Questi ultimi sviluppi costituiscono un significativo passo avanti verso il tenatativo di realizzare un utero artificiale così come le sperimentazioni condotte da ricercatori israeliani del Weizmann Institute of Science nelle quali sono stati coltivati embrioni al di fuori dell’utero più a lungo di quanto sia mai stato possibile: gli embrioni di topo si sono sviluppati nell’utero artificiale per 11 o 12 giorni, circa la metà del periodo naturale di gestazione dell’animale.
Un embrione di topo, completo di cellule cardiache che pulsano, una testa e l’inizio degli arti, vivo e in crescita in un barattolo di vetro, questa è l’immagine fornita dal Technology Review, la rivista di divulgazione scientifica del MIT di Boston. L’equivalente umano di un topo di 12 giorni sarebbe un feto umano di tre mesi.
In una pubblicazione sulla rivista Nature il gruppo di ricerca israeliano descrive una serie di esperimenti in cui hanno aggiunto tossine, coloranti, virus e cellule umane negli embrioni di topo in via di sviluppo, il tutto per studiare cosa sarebbe accaduto. I ricercatori stanno lavorando all’adattamento della procedura in modo che si possano sviluppare i topi interamente in vitro per sviluppare anche embrioni umani in questo modo.
Dalle parole del dottor Jacob Hanna, a capo del gruppo di ricerca che sta spingendo affinché i laboratori di ricerca sperimentino sugli embrioni umani, coltivandoli in un utero artificiale per 40 giorni prima di disfarsene: «spero che questo permetterà agli scienziati di coltivare embrioni umani fino alla quinta settimana. […]. Sarei favorevole a farlo crescere fino al 40° giorno e poi smaltirlo». Dichiara che per rendere tali esperimenti più accettabili, gli embrioni umani potrebbero essere modificati per limitare il loro potenziale di sviluppo completo spingendosi ad affermare che una possibilità sarebbe quella di provocare mutazioni genetiche che impediscano al cuore di battere. Ma quando siamo in presenza di un cuore non siamo più di fronte a un embrione, ma a un feto di 4 settimane. I ricercatori continuano a parlare di embrioni, ma con le loro intenzioni e spesso anche con le loro ricerche sono sempre un passo avanti, vogliono infatti voler sviluppare feti di 4 e 5 settimane per sottoporli ai loro esperimenti.
William Hurlbut, medico e bioetico della Stanford University, è entusiasta per le «applicazioni pratiche inaspettate» della crescita di embrioni umani, in quanto «si potrebbero ottenere organi primitivi, come cellule di fegato o pancreas, da embrioni umani fino a tre mesi, che potrebbero essere ulteriormente coltivati e utilizzati nella medicina dei trapianti» e sono significative queste sue parole: «La frontiera scientifica si sta spostando dalle molecole e dalle provette agli organismi viventi».
La questione non è stabilire entro quale momento dello sviluppo dell’embrione o del feto sia lecito fare delle ricerche, ma rigettare l’idea secondo la quale è lecito usare della materia vivente, che sia umana o animale, che siano delle cellule fecondate nelle prime fasi di sviluppo embrionale, che siano dei feti umani o animali, che siano degli altri animali o che sia anche solamente i nostri gameti. I nostri corpi e i corpi degli altri animali non sono luoghi da cui estrarre materiale per la ricerca. Il vivente, in ogni fase del suo sviluppo, non è un oggetto da sperimentazione. Riaffermiamo l’indisponibilità del vivente all’invasione tecno-scientifica.

Creazione dell’accettazione sociale
Ci vorranno ancora degli anni prima di raggiungere l’ectogenesi completa, ma l’utero artificiale è già una realtà ed è solo una questione di tempo: il primo passaggio sarà l’ectogenesi parziale per i nati prematuri, nel mentre, da un lato si riusciranno a tenere in vita bambini sempre più prematuri, dall’altro si riuscirà ad estendere sempre di più la vita degli embrioni all’esterno dell’utero, finchè questi due lati si incontreranno.
Arthur L. Caplan, direttore del Center for Bioethics presso l’Università della Pennsylvania, già da metà anni ’90 affermava: «Tra trent’anni avremo risolto il problema dello sviluppo polmonare; la neonatologia sarà in grado di salvare feti di 15 e 16 settimane. Saranno disponibili molti test genetici, facili da fare, che prevedono i rischi di contrarre malattie a esordio tardivo, ma anche predire attitudini, tratti comportamentali e aspetti della personalità. Non sarà disponibile un utero artificiale, ma ci saranno molti prototipi e le donne che non possono portare una gravidanza si iscriveranno per utilizzare i prototipi nei protocolli sperimentali […] ci sarà un movimento in atto che dirà che tutto questo è inutile e innaturale. […] Sessant’anni dopo l’utero artificiale totale sarà qui. E’ tecnologicamente inevitabile».
È importante notare che la retorica per far approvare le ricerche sull’utero artificiale e per iniziare a creare un consenso sociale attorno ad esso si basa su motivazioni mediche, queste sono sempre l’avvio e la giustificazione per gli sviluppi tecno-scientifici specialmente nell’ambito delle Scienze della vita. L’utero artificiale potrà servire per le donne che non possono rimanere incinte, senza un utero sviluppato, con endometriosi o cui è stato diagnosticato un cancro. Da notare che sono esattamente le stesse motivazioni per sostenere oggi l’apertura della PMA per alcuni specifici casi.
La differenza sostanziale è che oggi l’utero artificiale provoca ancora una reazione di sdegno e di rifiuto anche da chi sostiene con le stesse motivazioni l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita. Queste ultime non inducono la stessa reazione perché sono già diventate normali, così come diventerà normale anche l’utero artificiale.
La possibilità di salvare un bambino prematuro comporta il rischio di cominciare a immaginare di poter togliere altri bambini dall’utero della madre se ritenuta inadatta a portare a termine la gravidanza. Se alcune madri non sono considerate affidabili per prendersi cura del proprio figlio, perché fidarsi di loro nel portare avanti la gravidanza quando un’incubatrice responsabile potrebbe farlo al suo posto?
Qualora fosse normale scegliere tra l’ectogenesi e la gravidanza naturale si trasformerebbe anche la nostra concezione di naturale. Usare il proprio corpo sarebbe considerato come segno di inferiorità sociale e di povertà. Una madre naturale sarebbe considerata potenzialmente irresponsabile come oggi è considerata irresponsabile una madre che sceglie di partorire in casa, rifiutando l’ospedalizzazione e la medicalizzazione della nascita, così come già oggi dai ricercatori transumanisti è ritenuto irresponsabile il non accedere alle cliniche di fecondazione assistita se una donna dai 37 anni in su se vuole un figlio. Lo stesso parto naturale diventerebbe prima irresponsabile e poi criminale. Oggi è già normale consegnare ai tecnici la procreazione e i ricercatori e bioeticisti transumanisti hanno già risignificato le tecniche di riproduzione artificiale come responsabilità genitoriale.
La propaganda è già iniziata: nel 2019 il Goethe Institute così dichiara nel breve articolo Utero artificiale: una prospettiva positiva, pubblicato on-line nella rubrica Spiccatamente… post-umano: «Gli uteri artificiali stanno diventando una realtà, ma non dobbiamo averne paura. L’immagine dell’utero artificiale è modellata sugli scenari distopici di fantascienza. Pensiamo ai terreni di riproduzione in Brave New World o alla fattoria delle batterie umane in Matrix. Associamo la tecnologia al totalitarismo e a tutto ciò che è disumano e innaturale. Ma nel nostro tempo, gli uteri artificiali potrebbero salvare la vita dei bambini».
Quando dagli altri animali passeranno a testare l’utero artificiale sugli esseri umani prenderanno un feto di 21 settimane con praticamente quasi nessuna possibilità di sopravvivere in un’incubatrice. E chi non vorrebbe salvare quel feto se ci fosse la possibilità tecnologica per farlo?


Nascere
Un essere vivente emerge dal corpo della madre: questa è la nascita. Con la nascita un essere vivente emerge da corpo della madre spontaneamente, quando il bambino viene partorito o attraverso il taglio cesareo quando viene estratto dal ventre materno. Con l’utero artificiale nascere non sarà più essere spinti nel mondo o tratti al mondo, ma essere estratti e separati da un supporto tecnologico. Si potrà quindi essere divisi dal corpo della madre, ma non essere nati.
L’utero artificiale continua così quel processo di risignificazione della nascita che ha avuto origine dallo sviluppo delle tecniche di riproduzione artificiale. Risalire all’origine del processo di frammentazione e artificializzazione della procreazione è utile per capire come si sta arrivando all’utero artificiale. Bisogna comprendere che dal primo passaggio dell’inseminazione intrauterina il punto di arrivo inevitabile è la totale artificializzazione della procreazione e l’eliminazione in questo processo della madre.
Il controllo e la gestione del processo procreativo in ogni fase dello sviluppo erano gli scopi fin dall’origine delle tecniche di riproduzione artificiale, un controllo e una gestione che, all’intero dell’ambiente laboratorio, non possono non diventare una volontà di intervento su tale processo e una manipolazione dello stesso per ciò che verrà considerata una continua ottimizzazione.
L’eugenetica era presente fin dall’origine dello sviluppo delle tecniche di riproduzione artificiale con una selezione in base a determinate caratteristiche e in base a determinati criteri per definire i migliori gameti e il miglior embrione. Ricordo che non può esistere PMA senza la selezione dei gameti e la selezione embrionale con la diagnosi pre-impianto. Quando i tecno-scienziati si inseriscono nel processo procreativo ne vogliono determinare le caratteristiche di ogni suo elemento, scegliendole, modificandole e volendo determinare gli esiti del processo procreativo stesso. L’ambiente laboratorio trasforma il processo della nascita in un’operazione tecnica: l’embrione diventa un prodotto da selezionare, da migliorare, da scartare, da modificare. L’ambiente laboratorio e la riproduzione artificiale trasformano il come veniamo al mondo.
Nell’ambito delle Scienze della vita e nell’ambito della genomica ogni volontà di conoscere non è mai neutra, il fine è sempre un intervento sui processi viventi, una loro modificazione, riprogettazione e artificializzazione. Per la decodifica del DNA lo scopo era poi sintetizzarlo nei laboratori di biologia sintetica. Per lo sviluppo della tecnologia di ingegneria genetica CRISP/Cas 9 lo scopo era poter intervenire sulla linea germinale umana.
Il biologo Richard Dawkins nel 2006 affermava: «Negli anni ’20 e ’30, scienziati sia di sinistra che di destra non avrebbero trovato particolarmente pericolosa l’idea dei designer baby, anche se ovviamente non avrebbero usato quella frase. Oggi sospetto che l’idea sia troppo pericolosa per una discussione comoda, e la mia congettura è che Adolf Hitler sia responsabile del cambiamento… Mi chiedo se, circa 60 anni dopo la morte di Hitler, potremmo almeno azzardare a chiederci quale sia la differenza morale tra la riproduzione per abilità musicali e il costringere un bambino a prendere lezioni di musica. O perché è accettabile allenare corridori veloci e saltatori in alto ma non riprodurli. Mi vengono in mente alcune risposte, e sono buone, che probabilmente finirebbero per persuadermi. Ma non è giunto il momento in cui dovremmo smettere di avere paura anche solo per porre la domanda?».

Embrioni „sintetici“, chimere, modificazioni genetiche: ogni limite infranto

Dopo gli embrioni di topo sintetici sviluppati nel 2017 in Gran Bretagna e l’anno successivo nei Paesi Bassi, attualmente due centri di ricerca, uno alla Monash University di Melbourne e l’altro al Southwestern Medical Center dell’Università del Texas, hanno sviluppato embrioni umani in laboratorio non da ovuli e sperma, ma da cellule staminali riprogrammate. Tali embrioni umani, secondo i ricercatori, potrebbero diventare dei laboratori viventi per studiare i problemi di fertilità e delle prime fasi dello sviluppo umano, le malattie congenite, le conseguenze di sostanze tossiche e di virus sugli embrioni, le alterazioni genetiche responsabili dei fallimenti ricorrenti delle tecniche di PMA.
La chimera con più cellule umane mai sviluppata era l’embrione topo-umano del 2020 che conteneva fino al 4% di cellule umane. Recentemente una ricerca guidata dall’istituto americano Salk e condotta in collaborazione con ricercatori cinesi e spagnoli ha sviluppato i primi embrioni chimera umano-scimmia: cellule staminali umane sono state trasferite in embrioni di scimmia.
Fino a epoca recente una convenzione imponeva ai ricercatori di tenere in vita gli embrioni per un massimo di 14 giorni, fino alla comparsa della stria primitiva, l’inizio della differenziazione delle cellule destinate a dare origine a cervello e spina dorsale.
L’ International Society for Stem Cell Research (ISSCR) è la più grande organizzazione internazionale per la ricerca sulle cellule staminali, è l’ente regolatore in questo ambito di ricerca, le sue regole sono utilizzate dalle università, dagli enti di ricerca e dalle riviste scientifiche.
L’ ISSCR, come previsto, ha aggiornato le sue linee guida relative alla ricerca sulle cellule staminali eliminando il limite dei 14 giorni. Questa modifica, secondo L’ISSCR, riflette i progressi emergenti tra cui i modelli di embrioni basati su cellule staminali, ricerca sugli embrioni umani, chimere, organoidi, modifica del genoma ed ectogenesi.
Anche se queste linee guida non hanno forza di legge, sono molto influenti e sono seguite a livello internazionale e avranno ripercussioni a livello mondiale. Per quanto riguarda le successive modifiche legislative, queste si adegueranno agli sviluppi tecno-scientifici e la pressione aumenterà in paesi chiave come il Regno Unito e gli Stati Uniti per modificare o abolire la «regola dei 14 giorni» anche a livello legislativo, e nel mentre le ricerche vanno avanti.
Fino a poco tempo fà, la «regola dei 14 giorni» era ritenuta impossibile da infrangere perché gli embrioni non potevano essere mantenuti in vita per più di 11 o 12 giorni per questioni tecniche. Ma dopo che due gruppi di ricerca cinesi hanno annunciato di aver coltivato embrioni di primati in vitro per 20 giorni si sono aperte nuove prospettive. L’ISSCR ha ora rimosso ogni restrizione, consentendo di fatto ad esseri umani non ancora nati in qualsiasi fase dello sviluppo di essere sottoposti a sperimentazioni e manipolazioni.
Il ricercatore Hanna, a capo del un gruppo di ricerca sull’utero artificiale prima citato, stava aspettando solo che questo limite fosse infranto e questo passaggio significa che potrebbe far crescere embrioni umani nella sua incubatrice. Ecco le sue parole in tal senso: «Una volta aggiornate le linee guida, potrò portare avanti l’esperimento».
Un gruppo di scienziati a livello internazionale nel 2019 aveva firmato una moratoria di cinque anni per la tecnologia di editing genetico applicata ai gameti e agli embrioni umani destinati ad essere impiantati. Questa moratoria, come altre in ambito dello sviluppo delle biotecnologie, non rappresenta una condanna nei confronti della modificazione genetica degli esseri umani (né tanto meno degli altri animali e delle piante): questo equivarrebbe al condannare le loro stesse ricerche e la loro visione di mondo. Non è nemmeno una condanna dell’editing genetico sulle linee germinali, che porterebbe modificazioni genetiche ereditarie, ma una sua possibilità di applicazione con determinate «condizioni di trasparenza, sicurezza e condivisione internazionale».
La moratoria è una pausa per creare un quadro normativo internazionale e soprattutto per creare accettazione sociale, ma nel mentre le ricerche proseguono e i metodi si affinano.
«Quello che chiediamo è una moratoria, non una messa al bando: non si tratta cioè di un tentativo di mettere i freni alla ricerca scientifica. […] L’editing genetico rappresenta indubbiamente una grande promessa della medicina del futuro, l’evoluzione naturale della terapia genica attuale, ma c’è ancora da studiare per affinarlo in termini di sicurezza ed efficacia», spiega Luigi Naldini, pioniere a livello internazionale nel campo della terapia genica e direttore dell’Istituto Telethon San Raffaele per la Terapia Genica (SR-Tiget).
Naldini non si presenta con la solita retorica transumanista, si pone il problema del dibattito pubblico e dell’osservare con attenzione le implicazioni dei nuovi sviluppi. Oggi lo ritroviamo come membro della task force dei 45 ricercatori internazionali formata dall’ISSCR per la revisione delle linee guida che ha abbattuto il limite dei 14 giorni.


Nuova legge di bioetica francese: PMA per tutte e aperta la strada a bambini geneticamente modificati.
La nuova legge di bioetica francese che entrerà in vigore all’inizio di luglio, è un importante passaggio. Apre alla possibilità di accedere alle tecniche di PMA a ogni donna, in coppia con un altro uomo, in coppia con un altra donna o sola, prevede una maternità mediante una semplice dichiarazione di volontà, senza distinzione, secondo la legge, tra la donna che ha stabilito un legame di gestazione e che ha partorito, e l’altra donna. Inoltre, l’istituzione della filiazione potrà avvenire senza discendenza paterna. Consentirà il concepimento di un embrione con gameti maschili e femminili derivati esclusivamente dalla donazione, permettendo la doppia donazione di gameti. Consentirà la crioconservazione degli ovociti senza motivi medici per specifiche patologie e la fecondazione in vitro con tre genitori (sperma, ovuli e DNA mitocondriale di un’altra donna). Infine apre al biomercato di gameti.
Negli anni le varie leggi di bioetica hanno progressivamente favorito la ricerca sugli embrioni. Con l’attuale nuova legge per la prima volta consentirà la ricerca sull’embrione umano senza necessità di deroghe e il tempo di sviluppo degli embrioni potrà arrivare fino a 21 giorni.
Questa legge aprirà totalmente la strada alla ricerca sulle cellule staminali embrionali umane, consentirà la creazione di gameti artificiali, di embrioni chimerici uomo – animale che possono essere impiantati negli animali e di embrioni umani modificati geneticamente a scopo di ricerca, spianando così la strada a bambini geneticamente modificati, dagli OGM arriviamo ai BGM.
La nuova legge francese sulla bioetica è una legge profondamente eugenetica: consente l’attraversamento della barriera delle specie, la scelta degli embrioni da impiantare per «usarli» come «medicinale» per un fratello maggiore e modificarli utilizzando la tecnica CRISPR/Cas9 e trasforma l’essere umano in un organismo da modificare geneticamente.
Sulla carta questa legge proibisce l’impianto e la gestazione di embrioni geneticamente modificati, tuttavia consente i primi passi verso i bambini creati geneticamente su misura secondo i desideri dei genitori-committenti.
Da tempo ormai è possibile per una coppia senza problemi di fertilità e senza il rischio di trasmettere una malattia genetica recarsi in una clinica di fecondazione assistita negli Stati Uniti con il solo scopo di scegliere il sesso e altre caratteristiche del futuro bambino e bambina. Per effettuare delle modificazioni genetiche il primo passo avrà come sempre una modificazione medica, ma poi questa è destinata a sfumare. Ricordo le progressive aperture delle leggi nazionali dei diversi Paesi europei per la diagnosi pre impianto in cui si è passati dal divieto alle eccezioni per evitare la trasmissione di malattie genetiche gravi, alle patologie ad insorgenza probabile fino ad arrivare agli inestetismi come lo strabismo, o la Legge 40 in Italia che inizialmente vietava la fecondazione eterologa, la DPI, la crioconservazione degli embrioni, ma queste restrizioni via via tutte sono cadute: con l’apertuta alla possibilità di accesso alle tecniche di PMA alle coppie fertili portatrici di patologie genetiche ereditarie, con la conseguente legittimità della DPI – primi passaggi per estendere la PMA a tutte e tutti -, alla fecondazione eterologa e alla possibilità del ricorso sia a un donatore di seme sia a una donatrice di ovuli, alla possibilità di donare i gameti delle coppie che accedono alle cliniche di fecondazione assistita ad altre coppie per la fecondazione eterologa e la possibilità della crioconservazione degli embrioni in sovrannumero.
Di fatto questa nuova legge di bioetica francese rende legale la modificazione del genoma umano.
Non dobbiamo stupirci, ricordo che già nel 2008 il Comitato bioetico britannico si era espresso chiaramente in tal senso: «La modifica del DNA di un embrione per influenzare le caratteristiche di una persona futura (modificazioni genetiche ereditarie) potrebbe essere moralmente ammissibile».
Durante il vertice internazionale storico sull’editing genetico umano nel dicembre 2015 il presidente della conferenza David Baltimore fece eco alle parole di Julian Huxley: «Nel corso degli anni, l’impensabile è diventato concepibile. Siamo all’apice di una nuova era nella storia umana».
Eric Lander aveva annunciato la conclusione del Progetto Genoma Umano con queste significative parole: «Il Progetto Genoma Umano rappresenta uno dei notevoli risultati nella storia della scienza. Il suo culmine questo mese segna l’inizio di una nuova era nella ricerca biomedica. La biologia si sta trasformando in una scienza dell’informazione», commentando così la possibilità di guidare l’evoluzione umana grazie alla lettura del DNA (in realtà di una sola parte del DNA, considerando che è ne stata letto solo una parte3) del Progetto Genoma Umano e grazie ai nuovi sviluppi della tecnologia CRISPR dell’mRNA. Significativo che nel gennaio 2021 Erik Lander è stato nominato Direttore della politica scientifica e tecnologica della Casa Bianca di Joe Biden.


Transfemminismo, movimento LGBTQ, falsi diritti e nuove espropriazioni
La riproduzione artificiale dell’umano, quale espressione di libertà, prende strada anche in ambito femminista negli anni ’70 con Shulamith Firestone che considera l’utero artificiale come possibilità di liberare le donne dalla «tirannia biologica» e dalla «barbarie» della gravidanza.
Il manifesto del Gay Liberation Front del 1971 dichiarava che l’ectogenesi avrebbe avuto il potenziale di emancipare sia gli uomini sia le donne cancellando le distinzioni imposte loro dalla natura. Nel 1997, in un articolo per la rivista LGBT The Advocate, il neuroscienziato omosessuale Simon LeVay ha scritto parole molto precise sulla gestazione interspecifica o xenogravidanza: «Certo, vedo la clonazione come un beneficio per i gay (…) e anche la xenogravidanza (far partorire un feto umano da una specie differente) potrebbe essere di enorme beneficio, specialmente per le coppie di maschi gay, che attualmente devono pagare $40.000 o più per avere un bambino da una surrogata umana. L’idea ti rivolta, ma perché? Sceglierei senza problemi l’utero di un sobrio, non-drogato, non-fumatore maiale invece di un normale ambiente naturale». Far partorire bambini da maiali – che non fumano, non bevono, non si drogano quindi sono più “sani” delle gestanti – dopo aver impiantato in essi embrioni umani.
L’utero artificiale sarà rivendicato a gran voce dal tranfemminismo e dal movimento LGBTQ come diritto per uomini single, omosessuali, persone trans MtF. Oggi rivendicano utero in affitto e PMA per tutti e tutte. Smascheriamo i falsi diritti. Avere un figlio non può essere rivendicato come un diritto, né per una coppia eterosessuale, né per una coppia omosessuale, né per una donna o né per un uomo singoli. Non può esistere il diritto ad avere un figlio.
Il poter generare non può essere rivendicato come nuovo diritto per gli uomini che si identificano come donne. La dimensione della procrazione non potrà mai appartenergli.
I figli e la dimensione della procreazione non sono in vendita nel mercato biotech dei desideri, non sono oggetto di appropriazione da parte del sistema tecno-scientifico e transumanista.
Sul potere di mettere al mondo si fonda la differenza sessuale e una lunga storia di dominio sui corpi delle donne da parte di chi non ha e non potrà mai avere questo potere.
In Cina è stata avviata una nuova ricerca, A rat model of male pregnancy: Modello di gravidanza maschile nel ratto. A che cosa può servire prendere un topo maschio e un topo femmina, attaccarli chirurgicamente come gemelli siamesi -parabiosi-, collegare i due sistemi circolatori per fare correre il sangue della femmina nel maschio, castrare il maschio, trapiantare un utero nel suo corpo, ingravidare artificialmente la femmina, inserire embrioni anche nell’utero del topo maschio e condurre le due gravidanze fino a parto cesareo di entrambi?
Serve a sperimentare la possibilità di gravidanza maschile umana.
Nel loro documento di ricerca si legge: «Per la prima volta, abbiamo costruito un modello animale di un mammifero con una gravidanza maschile. […] La nostra ricerca rivela la possibilità di un normale sviluppo embrionale negli animali mammiferi maschi e può avere un profondo impatto sulla ricerca sulla biologia riproduttiva».
Se invocassimo la difesa dei diritti animali avremmo un sostegno mentre così temiamo possa non essere se denunciassimo questa ulteriore espropriazione della dimensione della nascita che ha lo scopo di fa partorire un uomo.
Gli interessi e le rivendicazioni del movimento LGBTQ e del transfemminismo si sovrappongono, ancora una volta, alle direzioni di questo sistema tecno-scientifico e transumanista che vuole compiere uno degli ultimi passaggi per controllare e gestire il processo della nascita e chiudere il cerchio sul controllo del vivente.


Opporci, adesso!
«Nessuno degli alchimisti di Los Alamos, artigiani della morte istantanea, perse il sonno per Hiroshima e Nagasaki: fu un aviatore a entrare nei trappisti dopo aver sganciato la bomba atomica. Coloro che gliel’avevano fornita non lo accompagnarono neppure fino alla porta del convento.
Il giorno in cui, e vi dico che non tarderà molto, i vostri biologi avranno trovato il modo di cambiare la natura umana agendo sulle sue cellule iniziali, essi se ne serviranno, statene certi, anche se dovessero in un primo momento popolare la terra di fenomeni da baraccone»4.
Smascheriamo gli scopi del mondo della ricerca transumansista ed eugenista dove il tutto viene propagandato come se si trattasse di un aiuto destinato a donne e gli uomini con patologie degli apparati riproduttivi, con possibile trasmissione di patologie genetiche, con infertilità e per far accedere anche lesbiche, omosessuali, transessuali alle tecniche di fecondazione medicalmente assistita.
È il desiderio di avere un figlio o, meglio, il diritto ad avere un figlio, che serve come pretesto per rendere possibile l’espropriazione della procreazione, la sua appropriazione e artiticializzazione, la generalizzazione della riproduzione artificiale che, asservita ai piani e ai processi degli scienziati eugenisti e transumanisti, diventa la nuova norma e il normale modo di venire al mondo. Serve come pretesto per riproporre l’eugenetica attraverso altri linguaggi e altre retoriche rispetto al passato, per un controllo e una gestione di tutti i processi del vivente, per un controllo della stessa evoluzione della specie umana, per una nuova umanità, per un mondo post-umano e post-natura.
Negli anni ’80 le femministe radicali della rete FINRRAGE (Feminist International Network of Resistance to Reproductive and Genetic Engineering, Rete femminista internazionale di resistenza all’ingegneria genetica e riproduttiva) e delle Rote Zora avevano profondamente compreso cosa avrebbe portato lo sviluppo delle tecniche di riproduzione artificiale, Gena Corea lo aveva paragonato all’equivalente in biologia del progetto Manhattan. In quegli anni Ellul e Charbonneau scrivevano di «fabbricazione dell’uomo da parte dell’uomo», «eugenetica scientifica», «uomo-macchina».
Noi, e pochi altri, da più di vent’anni anni scriviamo rispetto a questi processi, allo sviluppo delle tecno-scienze e al transumanesimo, quando ancora questi non erano nemmeno minimamente conosciuti, ma nonostante l’allerta che lanciamo da tempo, non immaginavamo che saremmo arrivati a questo punto, che avrebbero così spinto e velocizzato le ricerche sull’utero artificiale, ma questo era il fine, fin dall’inizio.
Eugenisti e transumanisti hanno sempre lavorato a farsì che «ciò che ora è considerato impensabile possa finalmente divenire pensabile», dalle parole di Julian Huxley.
Oggi dobbiamo contrastare quello che è già presente. Opporsi alla PMA è essenziale per arrestare questa folle corsa verso un mondo senza madri. Altrimenti, in un domani che presto diventerà presente, ci troveremo di fronte all’utero artificiale impreparate. Tralasciare di opporsi oggi, senza eccezioni, a ogni tecnica di riproduzione artificiale, per la paura di non avere consensi, continuare a difendere e a rivendicare come un diritto la possibilità di accedere alle tecniche di PMA in alcune circostanze, non compendere la centralità della riproduzione artificiale e quindi della nascita nei progetti del sistema tecno-scientifico equivale a rafforzare solo la sua direzione e a spianare ancora con più facilità e velocità la strada alla completa artificializzazione della nascita.
Opporsi oggi all’utero in affitto e all’utero artificiale, ma accettare la PMA sarebbe un grave errore. Prima del passaggio all’ectogenesi avremo l’estensione della PMA per tutti e tutte. Non cercare di fermare questo processo, comprendendo che l’unico modo per farlo è essere, senza eccezioni, contro ogni PMA non farà altro che velocizzare quel processo che porterà all’utero artificiale.
E non ci si può oggi opporsi all’utero artificiale senza comprendere dove questo processo ha avuto inizio, senza comprendere la visione di mondo e di essere vivente che nutre queste ricerche, senza opporsi ai laboratori dove sperimentano sui corpi e sull’intero vivente, senza opporsi a tutto quel mondo fatto di ricerca, di comitati bioetici, di moratorie, senza opporsi a questo sistema tecno-scientifico e transumanista.

Silvia Guerini, Giugno 2021
Pubblicato sul giornale L’Urlo della Terra, numero 9, Luglio 2021
www.resistenzealnanomondo.org


Ricordando le parole di FINRRAGE
Miti sulla tecnologia riproduttiva

MITO: Le nuove tecnologie riproduttive sono state sviluppate per curare l’infertilità
FATTO: Le nuove tecnologie riproduttive sono progettate per produrre bambini; non fanno nulla per rimediare alla condizione di infertilità
MITO: Le nuove tecnologie riproduttive sono state sviluppate da una preoccupazione per le donne che soffrono di infertilità
FATTO: sono state condotte poche o nessuna ricerca sulle conseguenze sulla salute a lungo termine per le donne che utilizzano le nuove tecnologie riproduttive o per i bambini da esse prodotti
MITO: Le nuove tecnologie riproduttive rappresentano una maggiore scelta riproduttiva per le donne
FATTO: Non solo queste tecnologie sono limitate a clienti “appropriati” e hanno un costo proibitivo, ma precludono anche determinate scelte creando nuove dipendenze tecnologiche
MITO: le nuove tecnologie riproduttive non hanno nulla a che fare con l’ingegneria genetica
FATTO : Insieme alla fecondazione in vitro e alle tecnologie correlate, l’ingegneria genetica viene utilizzata per scopi eugenetici, ad esempio con l’uso della diagnosi genetica preimpianto (PGD) per creare “bambini designer”
MITO: Le nuove tecnologie riproduttive sono utili finché sono “nelle mani giuste”
FATTO: ci sono alleanze storiche e contemporanee tra le nuove tecnologie riproduttive e altre tecnologie come la tecnologia nucleare e la guerra biologica che si sono dimostrate pericolose in qualsiasi mano
MITO: Le nuove tecnologie riproduttive sono nuove
FATTO: L’ingegneria genetica in agricoltura e allevamento ha una lunga storia commerciale che ha implicazioni significative sul modo in cui queste nuove tecnologie verranno applicate agli esseri umani
MITO: Le nuove tecnologie riproduttive sono un esempio dei benefici sociali del progresso scientifico
FATTO: il “progresso” scientifico non è necessariamente vantaggioso e in effetti può essere esso stesso responsabile sia direttamente che indirettamente del tasso di infertilità in rapida crescita utilizzato per giustificare lo sviluppo di nuove tecnologie riproduttive

Note:
1 Per approfondire: www.antipredazione.org
2 Corpi, malattie, poteri, in Sarajevo 152a-153a
3 Un gruppo internazionale di ricercatori nel 2001 ha annunciato un aggiornamento del Progetto Genoma Umano di Francis Collins, a capo del Progetto Genoma Umano finanziato da fondi pubblici, e di Craig Venter, scienziato imprenditore e fondatore della Celera Genomics. Questa ulteriore decodifica è stata resa possibile grazie all’avanzamento della tecnologia di sequenziamento.
4. André Frossard

In pdf:

Restare umani significa resistere

Restare umani significa resistere

“E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale. Di nulla sia detto “è naturale” in questi tempi di sanguinoso smarrimento, ordinato disordine, pianificato arbitrio, disumana umanità, così che nulla valga come cosa immutabile”.
B. Brecht, L’eccezione e la regola


Il dissenso è un sentire altro, un sentire diversamente rispetto al sentire comune, al sentire omologato e omologante, al sentire amorfo e arido. È un moto nell’animo, un moto che può essere momentaneo, passeggero e timoroso, ma che può diventare durevole, permanente e audace, che si può muovere all’esterno dei confini prestabiliti e tracciati.
Un sentire altro che è un sentire contro, l’elemento fondante da cui si può sviluppare una contestazione, un’opposizione, un conflitto. Facendo mie le parole di Ulrike Meinhof, differenzio protesta e opposizione: la protesta è quando dico che una cosa non mi sta bene, l’opposizione è quando faccio in modo che quello che adesso non mi piace non succeda mai più.
Il dissenso può esaurirsi in una mera indignazione, ridursi alla contestazione di uno specifico aspetto, può entrare a far parte del teatrino democratico e inclusivo partecipando e sostenendo di fatto le stesse istanze del sistema o può spingersi a contestare l’intero assetto di potere del nuovo ordine mondiale che si sta definitivamente strutturando.
Il dissenso diretto verso aspetti autorefereziali e marginali, la frammentazione delle istanze e delle pseudo lotte in mille rivoli che si perdono allontanandosi dalla strada principale da seguire, le microlotte in orizzontale tra gli ultimi con la conseguente orizontalizzazione del conflitto, sono tutti aspetti funzionali alla direzione di questo sistema tecno-scientifico e alla creazione di schiavi ideali: una massa arcobaleno glitterata pacifica e omologata del totalitarismo glamour. Uno schiavo ideale che agisce per soddisfare i bisogni indotti dal sistema rendendoli propri, desiderandoli, rivendicandoli e riaffermandoli. L’unica forma del dissenso – che in realtà non è tale – sarà così quella precostituita dal potere stesso. Uno pseudo dissenso e una pseudo ribellione che in realtà sono solo un’omologazione ai valori del biomercato e del transumanesimo, funzionali a consolidare e a rafforzare il consenso verso l’ordine dominante.

La nuova subdola forma di potere dolce, permissiva, accattivante e confortevole che caratterizza i tempi di oggi arriva dove i totalitarismi del passato non riuscirono ad arrivare, riuscendo non a reprimere il dissenso, ma a fare in modo che non si possa generare. Assistiamo a un annullamento della stessa possibilità di dissentire, di sentire altro e di sentire contro. Un’omologazione, un adattamento, un livellamento, un soffocamento di ogni possibilità di dissentire in una società cibernetica tecno-medicale.

Una regolazione di ogni ambito dell’esistenza vaporizza il dissenso, senza il bisogno di dover reprimere le sue manifestazioni, cancellando la stessa possibilità del suo generarsi e quindi anche di svilupparsi in conflitto.
Il potere non impone un’unica direzione, fa in modo che sia l’unica percorribile, l’unica possibile e soprattutto l’unica immaginabile.
Se l’umanità, ad eccezione dei subumani che andranno a costituirsi come bacino di sfruttamento, sarà interamente trasformata in un fluido per sua essenza amorfo, senza identità e senza valori, sarà resa incapace di poter pensare altro dalla visione di mondo dominante. Il pensiero per come lo conosciamo non esisterà più per un’anestetizzazione della coscienza e della stessa possibilità di resistenza.
È più facile dominare chi non crede in niente, chi non ha sogni, chi non ha passioni, chi non ha niente da difendere e da preservare, chi non ha nulla da contrapporre al vuoto di senso, di legami, di relazioni, di sentimenti, di significati, di memoria, di valori. Il post-umano che si sta delineando è un essere umano biomedicalizzato, un essere umano neutro senza volto con un distanziamento sociale interiorizzato. La cancellazione del volto porta a un individuo neutro e omologato, senza individualità, personalità, pulsione vitale, il distanziamento sociale porta alla disgregazione dei legami per una società senza comunità e senza radici.

La scomparsa del volto è stata parallela alla rimozione dei morti, nell’impossibilità di seppellirli e nell’ultimo saluto negato durante il primo periodo di confinamento in cui era vietato lo svolgersi dei funerali e il poter andare dai propri cari ricoverati in ospedale e nelle case di riposo.
“In questo spazio vuoto, sottoposto in ogni istante a un controllo senza limiti, si muovono ora individui isolati gli uni dagli altri, che hanno perduto il fondamento immediato e sensibile della loro comunità e possono solo scambiarsi messaggi diretti a un nome senza più volto. […] Si comprende allora perché un mondo senza volti non possa essere che un mondo senza morti. Se i vivi perdono il loro volto, i morti diventano soltanto dei numeri, che, in quanto erano stati ridotti alla loro pura vita biologica, devono morire soli e senza funerali.”1
Il dolore, la vecchiaia e la morte, non sono concepiti nell’ordine digitale, sono solo degli inconvenienti, dei limiti da superare o da eliminare. La “digitalizzazione è anestesia”2, un’ anestesia del dolore, nella società del like, in cui tutto deve essere effimero, gioioso, glitterato e confortevole, che porta a un’anestesia della stessa realtà.
La società cibernetica e transumanista, caratterizzata da una rarefrazione dei corpi, che perdono la loro densità, per diventare fluidi e porosi, è caratterizzata anche da una rarefrazione dell’altro che porta a una rarefrazione dello stesso dolore. Nei nuovi tempi pandemici l’altro diventa un mero portatore del virus dal quale stare lontani, il dolore degli altri si dissolve ancora di più in questa lontananza e si disperde nell’infinito conteggio di contagiati, di morti. Ed è proprio anche il dolore a distinguere il pensiero dal mero calcolo algoritmico, “Solo la vita che vive, che è capace di provare dolore riesce a pensare”3.

“Non siamo […] apparecchi per obiettivare e registrare, dai visceri congelati – noi dobbiamo generare costantemente i nostri pensieri dal nostro dolore e maternamente provvederli di tutto quello che abbiamo in noi, sangue, cuore, fuoco, piacere, passione, tormento, coscienza, destino, fatalità”4.

La scomparsa dei riti è funzionale all’erosione e atomizzazione di una comunità. La loro scomparsa non è da collocare in un processo emancipatorio, ma in quel processo dalle tante sfaccettature che rende la vita mera sopravvivenza. I riti creano un “ritmo comune”, vengono iscritti nel corpo creando una “conoscenza e una memoria incarnata, […] un legame incarnato”5 in una comunità che è anche una dimensione corporea. Una dimensione che evapora in una “digitalizzazione decorporeizzante”, guidata da meri impulsi veloci, momentanei ed effimeri, essenzialemente altro da sentimenti ed emozioni. I riti di passaggio segnano le fasi della vita, chi varca una soglia conclude una fase della vita ed entra in un’altra, ognuna con i suoi cambiamenti, specificità, diversità, possibilità e limiti. Oggi tutto è “prigioniero dell’Eguale”, non si accettano i cambiamenti del proprio corpo e i limiti della propria età, oggi si invecchia senza diventare vecchi, in una retorica liberatoria “tutto è possibile, come lo voglio e quando lo voglio… un figlio, essere donna, essere perennemente giovane…”, una retorica che non è altro che un principio profondamente transumanista.

Il potere incide sulle manifestazioni del reale trasformandole anche attraverso il linguaggio, attraverso le conseguenze materiali del linguaggio. Il pensiero si sviluppa anche grazie alle parole dotate di senso. Attraverso la distruzione delle parole e del loro senso si arriva a non avere nemmeno più la possibilità di formarsi un pensiero.

“La critica al regime diventa impossibile perché le parole che potrebbero permetterla semplicemente mancano… Se i significanti scompaiono, anche le cose significate evaporano”6.

Distrutta la parola che afferra una manifestazione del reale quest’ultima evapora e viene risignificata diventando irremediabilmente altro. Nelle Scienze della vita le risignificazioni sono tutte funzionali ai processi di ingegnerizzazione e artificializzazione del vivente.
Pensiamo alle forti pressioni delle compagnie biotech, della fondazione Gates, di associazioni e centri di ricerca per far passare a livello europeo organismi geneticamente modificati con la tecnica di ingegenria genetica CRISP/Cas 9 come „non OGM“.
Pensiamo alla neolingua che impone persone che mestruano cancellando il corpo di donna o le attuali pressioni per un’identità di genere che vada a soppiantare il sesso biologico decretando più vero del corpo reale un corpo concettuale.
Pensiamo al termine riproduzione, il quale „invece che procreazione comporta un cambiamento: è termine medico e non fa più riferimento a un’etica iscritta nella natura, ma a un’etica i quali precetti etici possono cambiare in base agli sviluppi tecnici“, parole significative di ricercatori transumanisti.
Pensiamo alle ultime sperimentazioni sugli embroni in cui vengono definiti “blastoidi” e non blastocisti i “simil-embrioni umani” sviluppati in laboratorio da cellule staminali riprogrammate con una differenziazione di termini che rimarca ciò che è da considerare come un prodotto e verso ciò che è un prodotto, tutto è lecito, ogni sperimentazione, modificazione e artificializzazione.

La dittatura tecno-medicale diventa atmosfera quotidiana da cui si nutrono e prendono forma le esistenze dei singoli, la necessità della resistenza dovrebbe essere vitale, indispensabile per la vita: per la nostra vita e per la vita intesa come ciò che nasce e ciò che muore. Ma, evidentemente, i più si sono adattati e abituati in fretta a una mera sopravvivenza, a un’esistenza di non-vita. Una vita che si annichilisce per lasciare spazio a una confortevole e rassicurante sopravvivenza regolamentata e biomedicalizzata nell’unica dimensione possibile, lo spazio di calcolo algoritmico. Un’anestetizzazione delle emozioni – amore, odio, rabbia, dolore, angoscia, ansia… – tutto deve esser livellato e anestetizzato. Ma solo la vita che vive, essenzialmente altro da una mera sopravvivenza, è in grado di provare delle passioni. Sono le passioni a distinguere la vita dal mero calcolo dell’intelligenza artificiale.
Nel flusso della vita e degli eventi non tutto è calcolabile e predibile, l’imprevisto non può essere imbrigliato nella rete algoritmica. Così come i processi biologici non saranno mai del tutto imbrigliabili e decifrabili nella loro interezza e complessità a differenza delle macchine. Ma questa consapevolezza non deve tranquillizzarci, nel mentre, nei loro laboratori nuove chimere si apprestano a nascere e a morire.
La società del comfort è la società del positivo in cui tutto è regolato e livellato. La vita diventa anch’essa solo ciò che si può misurare, diventa una funzione, un qualcosa che va costantemente monitorato e ottimizzato.
Una percezione normalizzata delle cose che diventa visione del quotidiano, visione del mondo, che diventa la natura stessa del mondo e la natura stessa dell’umanità.

Viviamo un passaggio storico che ci porta a doverci orientare per non perdere la bussola e per riconoscere quelli che potrebbero essere degli alleati.
Viviamo una situazione nuova e strana, dove i punti di riferimento classici saltano,
in cui sia contesti di sinistra, dai più moderati ai più radicali, sia anarchici – a parte poche eccezioni – organizzano tamponi gratis, scendeno in piazza urlando a gran voce “vaccini” per tutti e tutte – slogan che ci rimanda alla PMA per tutti e tutte – organizzano presidi fuori dalle sedi delle multinazionali farmaceutiche e biotecnologiche, identificando i brevetti e i profitti delle multinazionali come gli unici problemi di questi “vaccini”.

In questo ribaltamento, in questa riconfigurazione delle parti, noi – e con noi, intendo noi anarchici ecologisti radicali da sempre contro le tecno-scienze, i primi a portare una critica agli OGM, alle nanotecnologie, al transumanesimo, quando ancora questi termini non erano conosciuti ai più – non abbiamo un posto. Ma, guardando questi processi, dovremmo pur collocarci e, come semplice dato fattuale, collocandoci da una parte accanto a noi non troviamo i contesti di sinistra con alcuni dei quali alcuni di noi erano più abituati a relazionarsi e a intraprendere dei pezzi di percorso, perché nonostante le differenze, era quello il bacino con cui, comunque eravamo abituati a guardare, così come non vediamo anche molti contesti anarchici. Semplicemente so di essere dalla parte giusta della storia e vedo chi è dall’altra parte. Che ci piaccia o no.
Non possiamo negare una memoria storica di appartenenza, la resistenza, le lotte degli anni 70, e sappiamo da che parte in quegli anni saremmo stati. C’è sempre una linea di demarcazione e bisogna sempre scegliere da che parte stare. Oggi quella linea c’è ancora. Il disorientamento deriva da chi vediamo al di là e al di quà.

Tutti gli incasellamenti rassicuranti saltano. Tutte le categorie anch’esse rassicuranti saltano.
Non si può ricorrere alle vecchie distinzioni per descrivere il delinearsi confuso di variegati dissensi contro questo stato di cose.
Le nuove generazioni, quelle che riusciranno a non essere del tutto lobotomizzate dai social network e distanziate nell’animo, quelle che dissentiranno, non avranno più i nostri riferimenti storici, troppo lontani nel tempo e senza più le ultime testimonianze e la sinistra, sia quella più democratica, sia quella più radicale, verrà percepita come nemica, come altro da sé perché sarà quella che avrà sostenuto, alimentato e rafforzato lo svilupparsi di una dittatura sanitaria. Il dissenso che si svilupperà avrà nuove caratteristiche, a cui non saremo abituati, si porrà contro la sinistra, rivendicherà valori come la famiglia, le proprie tradizioni, la religione, l’appartenenza a una comunità. Tutto ciò che oggi si sta sgretolando con la complicità della sinistra, una sinistra profondamente post-moderna che dietro un percorso apparente liberatorio ed emancipatorio sta distruggendo ogni valore tacciandolo come reazionario e un abominio pro-natura ed essenzialista. Come sono consapevole delle tradizioni patriarcali o di sfruttamento sugli altri animali e dei ruoli di sottomissione che possono essere presenti anche all’interno di una famiglia, sono anche consapevole che una comunità senza tradizioni e senza rituali è una comunità vuota e debole, che un legame con il proprio territorio può rappresentare radici, relazioni, solidarietà e, perché no, complicità per lottare.
Significative in tal senso le parole di Ida Auken, parlamentare della Danimarca, al WEF del 2016 “Benvenuti nel 2030. Non possiedo nulla, non ho privacy e la vita non è mai stata migliore”: un futuro nel quale non ci sarà più la proprietà privata (e non come intendeva Proudhon…), in cui ci sarà un redditto universale per tutti, in cui ogni individuo sarà un migrante, in movimento perenne come i flussi delle merci, senza nessun legame con il proprio territorio.
Come sono consapevole che se la famiglia si disgrega la conseguenza sarà che i genitori non potranno opporsi a una vaccinazione, a un trattamento sanitario, a una terapia ormonale. E ai genitori non allineati potranno togliere i figli. Già le avvisaglie ci sono, basta saperle e volerle riconoscere. Pensiamo al padre incarcerato in America perché si è opposto al trattamento ormonale per la figlia minorenne. Pensiamo alla Ley Trans in Spagna che consente il diritto a un minore di 12 anni all’autocertificazione del genere e a intraprendere il percorso di transizione con i bloccanti della pubertà anche senza, di fatto, il consenso dei genitori a cui può essere tolta la potestà genitoriale se si oppongono al percorso di transizione.
Come può essere che la sinistra – teoricamente anticapitalista – e anche molti ambienti anarchici siano in un clamoroso silenzio o addirittura sostengano una dittatura sanitaria con la retorica della responsabilità sociale?

Una risposta possiamo trovarla nel fatto che gran parte della sinistra da tempo si è allontanata dall’opposizione diretta al capitalismo in un’incapacità di capire che lo sviluppo tecno-scientifico non è altro che l’evoluzione del capitalismo e che il progresso tecnologico non è la stessa cosa del progresso sociale o umano. La sinistra si è così evoluta nel quadro di un sistema tecno-scientifico, accettando essenzialmente i suoi sviluppi e il nuovo paradigma biotecnologico. Di conseguenza spesso non ha altro da proporre che una sua riforma o la sua rietichettatura ponendosi in linea con i nuovi principi transumanisti.

Per quanto riguarda i contesti anarchici, quelli che da sempre hanno considerato marginale o addirittura deriso una critica e una priorità di lotta verso le tecno-scienze adesso si trovano a non avere gli strumenti per comprendere cosa significa questa campagna vaccinale e per comprendere le attuali trasformazioni.
Il rimanere rinchiusi nelle solite vecchie categorie per interpretare il presente e occuparsi delle solite specifiche questioni – carcere, repressione, lotte dei lavoratori… – astraendole da un contesto che muta sempre più velocemente, come se si potesse ragionare per compartimenti stagni, porta irremediabilmente a scindersi dalla realtà non potendo avere più una presa sul reale, questo sfuggendo dalla comprensione sfugge anche dalle possibili – ma forse non davvero auspicate – opposizioni.
Le nuove generazioni antagoniste non hanno memoria delle lotte contro il nucleare, contro gli OGM, non ricordono i disastri del Talidomide e anche il femminismo radicale ha perso memoria delle lotte delle femministe degli anni ’70 contro la medicalizzazione dei corpi.
Le tendenze transfemministe e queer, tendenze trasversali che hanno permeato ogni contesto, portano uno sguardo di entusiasmo verso le potenzialità liberatorie delle tecno-scienze e, anche in ambiti critici a questi sviluppi, le nuove pseudo sovversioni trans-xeno-femministe cyborg queer non permettono di avere una profonda comprensione critica all’intero paradigma biotecnologico e di modifica dei corpi.
Indignarsi non è abbastanza, necessario è agire nella realtà, qui ed ora, si sente giustamente dire, ma spesso più come mera autocelebrazione di sé con parole che si perdono nel vento. Ma come agire, mi domando, se non solo non si riconoscono le direzioni e le fondamenta di questo sistema, ma se le si sostengono? Come i contesti anarchici, o più in generale anticapitalisti, potranno continuare anche solo a criticare – parlare di opposizione sarebbe già troppo – il controllo sociale, la militarizzazione, l’autorità dello Stato se non si opporranno oggi all’imposizione vaccinale?
Non può esistere critica alcuna all’interno della narrazione dominante, all’interno dell’unica verità possibile e immaginabile che gli algoritmi riveleranno azzerando la capacità di confronto con il reale. Una verità sistematica, che secondo Hannah Arendt ricopre una funzione tirannica perché “le affermazioni […] una volta percepite come vere e dichiarate tali, [esse] hanno in comune il fatto di essere al di là dell’accordo, della discussione […]; considerata dal punto di vista della politica, la verità ha un carattere dispotico.”7
Pensare oggi in termini di conflitto significa uscire dai binari del pensiero unico, che non solo affossano la critica, ma incanala ogni istanza nella stessa direzione di questo sistema tecno-scientifico transumanista, significa porre domande scomode e non avere timore di essere tacciati come ambigui, essenzialisti, pro-natura, conservatori, reazionari.
Pensare oggi in termini di conflitto significa pensare in termini di processi, nella comprensione della loro direzione, anticipandoli dove possibile. È avere la consapevolezza che nessuna critica e nessun percorso di opposizione può prescindere dai processi che si stanno velocizzando e che si stanno generando con il pretesto di questa pseudopandemia.
Non opporsi oggi alla dittatura sanitaria con i suoi cosìdetti “vaccini” a DNA ricombinante e a mRNA, tecnologie di ingegneria genetica e piattaforme di riprogrammazione e modificazione delle cellule, non saper o non voler riconoscere un attacco verso i nostri corpi e il vivente è non avere più gli strumenti per poter porre in essere una critica all’esistente.


Prima gli oppositori erano etichettati come terroristi, ma questo rientrava comunque all’interno di una sfera di scontro politico, oggi sono etichettati come complottisti e folli. Nel nuovo ordine mondiale la critica non è concepita e diventa follia. Questo è un passaggio fondamentale da comprendere. La propaganda squalifica come complottisti chi si oppone alla rete 5G, questo ben rappresenta come la 5G abbia un ruolo fondamentale per il passaggio definitivo a una società cibernetica.
La situazione di “emergenza” rende più facile la creazione di accettazione sociale, certi processi, che un tempo avrebbero avuto delle resistenze, oggi non hanno nemmeno delle perplessità. Dai “vaccini” il salto ai microchip sotto pelle non è più così lontano. Nel mentre le sperimentazioni con le interfacce neurali, avviate già da tempo anche dal DARPA e da Fecebook, passano dagli altri animali all’uomo. Neuralink, compagnia di neurotecnologie di Elon Musk, ha avuto l’autorizzazione per il passaggio sull’umano per dispositivi medici per malati di Parkinson, per persone con protesi, ma dalle parole dello stesso Musk: “la visione a lungo termine è creare dispositivi sufficientemente sicuri e potenti da essere desiderati da individui sani”.
Il nuovo assetto che si sta estendendo a livello globale dovrà sbarazzarsi di ogni barriera etica e di tutto ciò che è ritenuto obsoleto, in tale contesto anche l’essere umano, per come è stato fino adesso, diventa un orpello ormai inutile, qual’ora non venga implementato, microcippato, qual’ora non sia perennemente connesso e monitorato. L’umano nel continuo adattamento a questo mondo-macchina, a questa società tecno-bio-medicalizzata, subirà delle trasformazioni così irreversibili, globali e profonde che la trasformazione assumerà le caratteristiche di una metamorfosi. Una metamorfosi dell’umano in una società post-umana e post-natura.

Tutto ciò che è leggero galleggia sulle superfici, contro la leggerezza e la spenzieratezza torniamo a dare un peso alle cose e a sentire un peso sullo stomaco.
Diversamente dalla velocità compulsiva che macina e polverizza relazioni e significati, diversamente dall’istantaneità di un momento passeggero, ciò che dura è ciò che resiste.
Restare umani significa resistere.

Silvia Guerini, Maggio 2021

Testo pubblicato sul giornale L’Urlo della Terra, numero 9, Luglio 2021

Note:

1Byung-Chul Han, La società senza dolore, Einaudi, 2021.
2Byung-Chul Han, op. cit.
3Byung-Chul Han, op. cit.
4Friedric Nietzsche, La gaia scienza, Adelphi.
5Byung-Chul Han, La scomparsa dei riti. Una topologia del presente, Nottetempo, 2021.
6Michel Ofray, Teoria della dittatura, Ponte alle grazie, 2020.
7Hannah Arendt, Verità e politica, Bollati e Boringhieri, Torino, 2004.

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Piattaforme di riprogettazione cellulare

Piattaforme di riprogettazione cellulare

“A Monaco circolano strane voci sulla sorte dei pazienti psichiatrici”.
“Come mai è morto così presto? Accludo un francobollo in modo che mi diciate come ha passato le sue ultime ore”.
“Perché il corpo di mio fratello è stato cremato? Io avrei voluto seppellirlo in una tomba.
Dobbiamo rimproverarvi per non averci dato la possibilità di dargli l’ultimo addio… Siamo veramente amareggiati e non comprendiamo le vostre misure. Aspetto che mi diciate le ragioni di un tale comportamento”.
Sono brani tratti da lettere di familiari di pazienti uccisi nell’ambito del programma di “eutanasia” in Germania. Eppure sembra di leggere gli stessi messaggi usciti su FB da chi non ha più visto i propri cari inghiottiti in qualche ospedale da un’emergenza Covid.

Il transgenico dai campi ai corpi tutti

Vorrei partire questo mio scritto con una domanda, utile per dare poi successivamente un senso e una precisa strada alle mie successive riflessioni.

Come è stato possibile che siamo arrivati, anzi piombati completamente, in questo nuovo paradigma biotecnologico medicale nel giro di poco più di un anno, utilizzando l’epidemia da Sars-Cov-2? Come sempre, quando si tratta di progressi tecnologici, è necessario tornare indietro con la riflessione, indagare precedenti passaggi apparentemente insignificanti dove già era inscritta e si poteva decifrare questa nuova versione aggiornata del sistema bio-tecno-medicale. L’errore principale è stato sicuramente considerare questi lunghi anni di sviluppi nella ricerca nell’ingegneria genetica come se questa pratica potesse essere gestibile e imbrigliabile nelle sue manifestazioni più controverse o considerare che queste ricerche e sviluppi si sarebbero fermati al campo agricolo o poco più al campo medico – la solita insulina per i diabetici per intenderci – o che si sarebbero fermati alle cellule somatiche senza mai toccare quelle germinali.

Ma le cose non solo non vanno così, ma non sono mai andate così in tutti i tempi storici, anche con altre tecnologie come il nucleare.

Abbiamo visto folle riempire le piazze, richieste di moratorie, appelli e la nascita di interi movimenti contadini soprattutto nel Sud del mondo, ma anche nel Nord del mondo, che criticavano l’invasione degli OGM in agricoltura e negli alimenti vegetali.

Si è fatto di tutto per conservare il germoplasma di specie in estinzione o a rischio di erosione genetica. In Inghilterra degli oltre cinquanta campi sperimentali OGM nessuno è rimasto attivo per la molteplicità delle iniziative degli attivisti che non gli hanno dato tregua tanto da costringere il governo a sospendere le ricerche e in altri paesi, come in Svizzera, le proteste hanno portato a militarizzare i campi sperimentali.

Molti di questi oppositori al transgenico hanno sempre distinto tra le ricerche di ingegneria genetica in campo agricolo da quelle in ambito medico, arrivando a preservare le pannocchie, ma non i corpi tutti. Questi movimenti chiedevano la fine della globalizzazione e dei grandi monopoli delle multinazionali sui brevetti delle piante ad uso curativo e alimentare, ma non si curavano di quello che avveniva nei centri di ricerca di genetica umana. Ben poche critiche si sono sollevate riguardo al grande Progetto Genoma, portato avanti, dalla parte privata, da un imprenditore e ricercatore transumanista di nome Craig Venter che avrebbe poi dato avvio a tutta una serie di progetti internazionali con la Celera Genomics sulla biologia sintetica.

Le “monocolture della mente” della prudente scienziata indiana Vandana Shiva per molti sono state considerate come un’immagine metaforica ben riuscita, considerando le incalcolabili citazioni utilizzate da tutti i movimenti antiglobalizzazione, quando ancora questi si agitavano. Ma, come tutte le citazioni frettolose e gli slogan di circostanza, poco è stato approfondito di quel concetto e anche forse dalla stessa Shiva concentrata sui suoi progetti di biodiversità agricola nel suo bel podere nell’Orissa, terra infiammata dalla guerriglia Adivasi.

Aver reso i semi sterili per costringere i contadini del Sud del mondo a doverli ricomprare da multinazionali come Monsanto al fine di ridurli alla fame per sottometterli in schiavitù, non era un piano già così evidente da non farci sperare che si sarebbero concentrati solo a limitati settori agricoli? Quelle monocolture dai campi si sarebbero per forza trasferite sui corpi tutti, non perché siamo quello che mangiamo, ma perché gli OGM non sono mai stati solo delle semplici coltivazioni annaffiate di Glifosate. Grandi multinazionali della chimica, della chimica farmaceutica, dell’agroalimentare fin dalla metà degli anni ‘70 hanno cominciato ad acquisire il controllo delle sementi e, insieme, dei processi atti a manipolarle geneticamente. Fu proprio in quegli anni che la Corte Suprema degli Stati Uniti rese possibile brevettare organismi viventi e parti degli stessi, compresi i geni. Lo scopo delle multinazionali biotecnologiche era acquisire il controllo di tutto il ciclo della produzione del cibo con un controllo monopolistico attuato su quello che loro manipolavano e su cui emettevano i brevetti. Questo ha reso possibile la separazione tra produzione e riproduzione. Un progressivo esproprio, che è la fonte vera della fame e della povertà nel mondo, trova un’accentuazione proprio con l’introduzione degli OGM. Questo è un punto chiave: perché vi è una precisa continuità dall’esproprio, non tanto direttamente degli alimenti, ma del potere di produrre i propri alimenti, a una continua concessione e perdita di autonomia e di controllo anche sui propri corpi, accelerando quel processo di separazione dalla natura, considerata alla stregua di un ecosistema industriale.

Per questo era importante fin da subito situare gli OGM in agricoltura in un più ampio paradigma di ingegneria genetica respingendolo nella sua interezza, anche quando propagandava di poter curare le malattie genetiche. Quando a livello europeo si muoveva il dibattito intorno ai prodotti figli della manipolazione genetica non bisognava concentrarsi solo sulla soia OGM anche se aveva devastato il Brasile. Bisognava prioritariamente interrogarsi e approfondire il principio per cui veniva manipolato geneticamente e in modo irreversibile un organismo vivente, trasferendo geni da un organismo a un altro. La nascita dei primi, almeno ufficialmente, animali clonati – una pecora di nome Dolly in Inghilterra e un toro di nome Galileo in Italia – dovevano essere più che dei segnali di allarme, qualsiasi fosse stato l’esito dell’esperimento. L’obiettivo era ovviamente arrivare alla clonazione umana. Insomma, quella grande “palestra” rappresentata dalla sperimentazione sugli altri animali è sempre stata, e soprattutto per le manipolazioni genetiche, l’allenamento per intervenire successivamente sull’umano.

In coro i movimenti ambientalisti si sono concentrati su lotte parziali e controproducenti come l’etichettatura e su un principio di precauzione che tradotto ha sempre voluto dire “continuate a ricercare quanto volete nel chiuso dei vostri laboratori”. Ma il problema non è solo una o più multinazionali che traggono profitto, ma la stessa direzione della ricerca, perché prima o poi quei risultati dal chiuso di un laboratorio usciranno e verranno messi in campo, magari rivestiti da una nuova ideologia, ma usciranno all’aperto.
In tempi in cui si è passati dal “principio di precauzione” governativo al “principio di responsabilità” individuale, vige la battaglia per la libera scelta. Già con gli OGM in agricoltura e la loro etichettatura veniva portata la possibilità di scegliere tra le loro merci-cibo, se si voleva essere avvelenati con OGM o senza, permettendo anche poi la scelta biologica.

Chiunque abbia coltivato anche un cespuglio di menta sa che l’ibridazione in campo aperto con altre specie simili è pressoché scontata. Quando dalla pianticella di menta passiamo alle enormi monocolture OGM quanto ci mettono queste a raggiungere tutto l’ambiente agricolo e più in generale l’ambiente naturale con la sua delicata biodiversità? Se quindi si può essere certi che la contaminazione OGM non si può fermare, di che scelta stiamo parlando? A prevalere sarà sempre l’ibridazione transgenica, in America Latina lo sanno bene tanti contadini che si sono visti invadere le loro coltivazioni da sementi OGM e in Messico, terra per eccellenza del mais, dove le varietà della Monsanto sono diventate più tradizionali di quelle dei Maya. La coesistenza è impossibile per l’inquinamento genetico ed è inaccettabile per la visone di mondo che porta. Poniamo quell’unico principio che non lascia fraintendimenti: qualsiasi organismo vivente e la natura che ancora ci circonda e di cui noi siamo parte sono indisponibili ad ogni manipolazione tecno-scientifica.

Non chiamiamoli vaccini

Direttamente dai campi, dai laboratori sperimentali, dagli animali transgenici le pratiche di ingegneria genetica sono arrivate agli esseri umani, non come alimento, ma spacciandosi per miracolosi “vaccini” a mRNA. Non sono vaccini, ma inserti genetici che hanno già iniziato ad entrare nei corpi di milioni di persone in tutto il mondo che non hanno niente a che vedere con gli altri veleniferi vaccini tradizionali.

Come era successo con gli altri OGM in agricoltura la storia si ripete, cambiano solo alcuni particolari. In quasi tutto il mondo per gli inserti genetici vige il “principio di responsabilità”, in alcuni paesi questo è regolato con l’obbligo, in altri l’obbligo è mascherato da una fortissima pressione sociale. All’unisono negli ambienti più democratici e critici ai vaccini si parla di “libera scelta”. Quindi niente obbligo altrimenti siamo nel campo di un trattamento sanitario obbligatorio che richiederebbe tutta una serie di circostanze non riscontrabili nell’attuale situazione pandemica.

Soprattutto in campo medico, giuridico e politico il porsi per la “libera scelta” ha tutta la sua storia in quelle che vorrebbero essere strategie comunicative vincenti o almeno credibili: smontare tecnicamente l’impianto della controparte sugli aspetti sanitari, giuridici, costituzionali, ecc…

Ma quello che abbiamo di fronte, tornando all’esempio della coesistenza in agricoltura tra piante OGM e tradizionali, non è una semplice strategia tecnologica a cui si può non essere d’accordo ed eventualmente si può continuare ad andare avanti in modo diverso con un’altra decisione. Se questo non poteva funzionare con l’invasione degli OGM in agricoltura, dove la coesistenza con la natura non ingegnerizzata è semplicemente impossibile se non al prezzo della perdita di quest’ultima, lo stesso vale per quello che loro chiamano piano vaccinale, dove sono in sperimentazione oltre 250 nuovi vaccini di cui 80 già in fase clinica. Tutto questo sarebbe predisposto per una malattia che si cura a casa e dove agendo con prontezza e velocità le morti sono praticamente assenti, cosa che invece non si può assolutamente dire per le vittime gravi e meno gravi della vaccinazione di massa in corso. Parlare quindi di libera scelta non ha senso, primo perché non vi è nulla di libero e poi perché è evidente che nel loro medium digital-vaccinale vedono una trasformazione radicale non solo nel nostro modo di curarci da un’eventuale malattia, ma proprio nel vedere il mondo, quello che una èlite tecnocratica vuole vedere molto presto realizzarsi. In una nuova visione da dove intendono agire a livello preventivo, il “vaccino” si presta perfettamente a questa funzione. Ma questo medium contiene dentro di sé anche l’inganno, perché per sua stessa natura dovrebbe prevenire qualcosa, mentre poi concretamente prepara gli organismi viventi trattandoli geneticamente verso l’accettazione di una società sempre più priva di società e ad un pianeta morente.

Vivere i nuovi tempi pandemici e successivamente tempi di cambiamento climatico predispone una trasformazione profonda. Tra gli obiettivi a cui vogliono arrivare le multinazionali farmaceutiche sorrette dai più forti poteri di Davos e della finanza internazionale, ma non solo, è riuscire a farsi autorizzare un nuovo sistema per fare “vaccini”, ottenuta l’autorizzazione questo può anche essere utilizzato per la realizzazione di altri farmaci, ma più in generale questi passaggi vogliono essere le fondamenta per rivoluzionare completamente il concetto di cura e di prevenzione della malattia, sempre se l’obiettivo sarà ancora partire da una specifica malattia. I tempi accelerati di “emergenza sanitaria” permettono alle industrie risparmi enormi e ovviamente di scavalcare tutte le precedenti lungaggini burocratiche per arrivare a farmaci di nuova generazione, biotecnologici, che in tempi normali sarebbe stato impensabile commercializzare. Oltre ai cosiddetti vaccini per il Sars-Cov-2 sono in fase sperimentale oltre 500 farmaci che dovrebbero far capire perché le terapie già presenti sono state osteggiate e marginalizzate in ogni modo e perché hanno bisogno di altri morti.

Per questo, anche se strategicamente forse sembra meno efficace, sarebbe bene partire subito dal cuore del problema, che significa non solo rifiutare, ma combattere qualsiasi forma di ingegneria genetica a qualsiasi livello questa si propone, perché se potranno fare qualcosa a livello tecnico questo sarà fatto sicuramente, tutta la storia delle tecno-scienze dovrebbe averci insegnato qualcosa a riguardo.

Sappiamo che non c’è luogo sicuro per contenere le loro chimere transgeniche, neanche livelli alti di protezione, come quelli per la guerra bioterrorismo, sappiamo ormai che questi laboratori sono fucine per le strategie geopolitiche e per la guerra di domani. Di partenza dobbiamo lottare per chiudere questi scantinati dell’orrore in cui non si accontentano più di simulare guerre batteriologiche torturando le scimmie e creando mostri che possiamo solo immaginarci, hanno voglia di giocare con il mondo intero e ora ne hanno la possibilità e la protezione. Chi ricerca per la pace con tecnologie di guerra è un impostore, ogni scienziato, prima o poi, si aspetta un riconoscimento e che le proprie creazioni abbiano uno sbocco, che non necessariamente deve essere di natura economica. I grandi scienziati che hanno lavorato ai peggiori programmi di ricerca, soprattutto militari, sono sempre stati più ambiziosi che avidi e loro si sono sempre rilevati i più pericolosi. La creatrice Jennifer Doudna del CRISP/Cas9 dopo le sue scoperte ha dichiarato di non dormire la notte e di fare sogni distopici con società autoritarie che ricordavano il Terzo Reich, questo però non l’ha scoraggiata di beneficiare di tutti i riconoscimenti tra cui il premio Nobel. Doudna ha dichiarato che farà il meglio con le sue scoperte, pensando al benessere umano, ma il meglio in tempi di riprogettazione genetica degli organismi viventi è il peggio che si possa fare.

Durante la nazificazione della medicina un medico dell’Università di Berlino di nome Rudolf Ramm, autore di un manuale influente, affermava che il medico non doveva più limitarsi semplicemente alla cura dei malati, ma doveva diventare un “coltivatore dei geni”, un “medico del Volk” e un “soldato della biologia”. Il medico doveva interessarsi alla sanità del Volk ancor più che alle malattie dell’individuo e doveva insegnare alla gente a superare il vecchio principio individualistico del “diritto al proprio corpo” per abbracciare il “dovere di essere sani”. Al fine di mettere concretamente in pratica questi programmi ogni singolo medico doveva diventare un “medico genetista”.

L’emergenza Coronavirus, ancora ufficialmente definita pandemia, ha portato a stringere i tempi su quei medium farmaceutici ritenuti, dagli estensori della pandemia, non solo come efficaci, ma come indispensabili per un prossimo futuro dove i virus non ci daranno tregua. Ma non è forse sempre stato così?

Di fatto sono stati sdoganati in pochi mesi quelli che sono stati chiamati “vaccini” che in genere necessiterebbero di quasi dieci anni di sperimentazione e altri cinque di particolare osservazione. Praticamente hanno vivisezionato gli altri animali, sperimentato sugli esseri umani e messo in produzione e in commercio i loro inserti biotecnologici nello stesso momento. Questo ha permesso di diffonderli già prima di natale da Pfizer e, successivamente, da Moderna e da AstraZeneca.

L’emergenza quindi ha fatto passare sopra ogni valutazione di qualità, rischio e soprattutto sopra il quesito principale: effettivamente ha una qualche efficacia questo programma vaccinale nei confronti del Covid? Da come si sono svolti e continuano a svolgersi gli eventi praticamente quasi quotidianamente, sembrerebbe che le risposte eventuali sono per il dopo. Ora c’è una guerra da vincere, lo afferma il generale Figliuolo, che lui di guerre se ne intende. In Italia l’EMA continua a non considerare questa campagna vaccinale come sperimentale perché l’ingegnerizzazione genetica in atto è frutto di un’emergenza, nonostante l’evidenza che la società, soprattutto quella italiana è diventata un grande stabulario. Con queste valutazioni l’EMA ha considerato positivamente il rapporto rischio-beneficio. Il pensare all’emergenza fa distrarre dalle gravissime conseguenze dell’inserto biotech che al momento non risparmia nessuna fascia d’età, neanche i neonati che non rischiano nulla per il Covid. “Vaccinare, vaccinare” incita la propaganda con il suo generale in mimetica e tutti i suoi ufficiali in camice bianco.

Come era prevedibile, dove non hanno comprato giornali e tv, la macchina della censura, già pronta da un pezzo dalle collaborazioni tra Social media e servizi di sicurezza governativi, lavora a pieno regime per confermare risultati che non esistono, dati e cifre che in tempo di vaccinazioni di massa hanno addirittura portato a modificare i giri di giostra degli infallibili tamponi.

Ma se del tempo è passato dal primo focolaio Covid, si sa per certo che questi virus tendono a mutare e questo è avvenuto già varie volte. Quindi contro cosa stanno combattendo gli inserti genetici se praticamente rincorrono qualcosa che cambia con tempi piuttosto rapidi?

Gli anticorpi della persona vaccinata saranno quindi selettivi per quei virus che hanno la stessa sequenza della proteina del vaccino. Diversamente quei virus che sfuggono dagli anticorpi vaccinali saranno favoriti nella loro replicazione e più si distinguono e più potranno replicarsi in modo favorevole e quindi resistere all’inserto biotech. Da qui la nascita delle famose varianti, date quindi da una vaccino-resistenza. Il vaccino stesso quindi rappresenta attualmente il miglior selezionatore di varianti del virus, senza contare il periodo scelto per vaccinare: nel pieno dell’emergenza sanitaria, periodo che loro stessi hanno sempre detto da non scegliere mai e che adesso si è trasformato in quello migliore.

Si prospetta quindi un futuro di nuove epidemie, che partiranno da tutte le varianti che nel mentre si formeranno, con la differenza che, se quelle naturali con il tempo perdono intensità e vanno a scemare, le varianti da vaccino invece prolungano l’epidemia all’infinito in nuove modalità che diventano nuove possibilità per il comparto farmaceutico.

L’aspetto che qui ci interessa trattare più che dei numerosi effetti collaterali, di cui molti gravissimi, è il legame con l’ingegneria genetica dei vaccini a DNA ricombinante di AstraZeneca. Questa tecnologia infatti, non è più un semplice “taglia e cuci”, ma mira al DNA delle cellule, con l’obiettivo dichiarato di modificare la funzione dei geni selezionati per produrre successivamente proteine virali. I dottori più critici prendono in esame i rischi, gli avvocati le procedure, le persone la sicurezza e gli attivisti i diritti della persona. Ma dove cercare la via per capire effettivamente cosa sta succedendo, senza pensare di avere di fronte dei folli o delle strategie sanitarie sbagliate e senza senso. Dal punto di vista di chi ha dichiarato la pandemia e di chi la conferma quotidianamente a livello sanitario e securitario non solo questa ha un senso profondo, ma è la vera svolta per cambiare tutto. In un recente documento unificato delle forze armate inglesi e tedesche che sembra il manifesto del nuovo transumanesimo così trattano l’argomento pandemia: “Le terapie genetiche del futuro potrebbero risolvere i problemi di salute prima che questi si verifichino e si manifestino in una malattia. Questi primi interventi ridurrebbero la domanda di cliniche faccia a faccia e ricoveri ospedalieri riducendo potenzialmente le infrastrutture necessarie per fornire assistenza sanitaria. Gli interventi preventivi sono più economici ed efficaci, che significa maggiori tassi di sopravvivenza, tempi di recupero più brevi e meno stress per l’economia”.

Molti dottori e scienziati considerano la possibilità di un intervento nel DNA attuato da questi “vaccini” come un effetto collaterale, una reazione avversa con un’incidenza non nota perché in questa direzione nessuno sembra aver svolto ricerche e i produttori non sanno fornire dati. Ma più che dati e statistiche sarebbe ancora una volta da andare a vedere cosa hanno fatto queste multinazionali nel più grande stabulario del mondo a buon mercato dove non vige etica o diritti umani: i paesi poveri. Qui hanno sperimentato da sempre di tutto con consenso e senza consenso, questo non ha importanza; in ogni modo sono riusciti sempre a giustificare i loro omicidi e i gravissimi danni su popolazioni vittime dei loro test e sieri veleniferi. Nel campo dei vaccini la Fondazione Gates, partner mondiale per lo sviluppo dei vaccini, ha portato a termine programmi di sterilizzazione su numerose donne africane. Sembra che questo sia un punto cardine di queste campagne vaccinali: avere un controllo sulla popolazione mondiale a livello demografico con una completa gestione dei corpi.

Ancora una volta per comprendere il programma vaccinale ci aiutano le parole del documento delle forze armate inglesi e tedesche: “Le prospettive etiche sull’intervento umano cambieranno e questo potrebbe succedere rapidamente. Potrebbe esserci un obbligo morale ad aumentare le persone, in particolare nei casi in cui si promuove il benessere o in cui bisogna proteggere da nuove minacce. Si potrebbe sostenere che i trattamenti che implicano nuovi processi di vaccinazione e terapie geniche e cellulari sono esempi di potenziamento umano già in cantiere”, e ancora: “Metodi più sicuri come il CRISP stanno cominciando a cambiare il punto di vista etico sull’ingegneria genetica”.

Piattaforme di riprogettazione cellulare

La multinazionale Moderna descrive i suoi inserti bioteh come un “sistema operativo” in grado di programmare gli esseri umani hackerando le loro funzioni biologiche.

La biopiattaforma di Moderna con RNA messaggero (mRNA) è stata ideata per progettare, sviluppare e creare una molecola di mRNA in grado di codificare una proteina terapeutica, da utilizzare come nuovo medicinale o “vaccino” con l’utilizzo anche della nanotecnologia.

L’azienda ha sviluppato la capacità di base, universale – che significa indipendente dall’applicazione – per progettare, produrre e testare mRNA e l’ha applicata in più “vaccini” (anche contro il citomegalovirus, Zika, virus respiratorio sinciziale, influenza e altri), anticorpi antivirali, farmaci antitumorali ed enzimi per malattie rare. La biopiattaforma mRNA ricorda un sistema operativo per computer. Una sequenza mRNA viene preparata dai ricercatori per codificare una proteina specifica. Una volta che il siero raggiunge l’organismo umano ben presto prende possesso del sistema cellulare. Le metafore informatiche qui prendono tutta la loro concretezza e svelano il significato di quel “software della vita”: un sistema di controllo progettato per controllare tutte le funzioni cellulari, con un inedito sodalizio tra Big Pharma e Big Tech. Il loro concetto di buona salute non ha niente a che vedere con un organismo sano. Forse adesso si fa più chiaro perché in tutta la cosiddetta emergenza Covid l’importanza di rinforzare il sistema immunitario era assente dalla loro propaganda e dalle loro strategie sanitarie. La motivazione arriva da Moderna quando ammette che i sistemi immunitari sani sono una minaccia per la loro piattaforma mRNA. Il nostro sistema immunitario naturale, sviluppato e perfezionato nel tempo dalla nostra interazione con il nostro organismo e con l’ambiente circostante, diviene improvvisamente obsoleto; come un computer arriva il tempo di disattivarlo e attivarlo con il nuovo programma, diversamente non vi è più mondo possibile per il vecchio organismo. Agire in prevenzione oggi significa un monitoraggio continuo ed essere trasformati in pazienti: abbiamo sentito i militari di ieri e di oggi parlare del “dovere della salute”. Partendo dalla gestione dei corpi tutti e riprogrammando i sistemi immunitari potranno dare il via a quella che i biotecnologi già definiscono il “secolo della biologia” che significherà, a partire da quelle biopiattaforme, attacchi di ingegneria genetica verso gli organismi viventi resi sempre più transgenici.

Le biopiattaforme danno subito un quadro dell’elevato numero e della diversità di interventi e programmi che tali compagnie possono mettere in campo, è evidente che per la salute si porranno verso la sostituzione del “sistema sanitario” per come l’abbiamo conosciuto fino adesso, ma andranno oltre. Le loro biopiattaforme dove conviveranno perfettamente tutte le compagnie NBIC (nanotecnologie, biotecnologie, tecnologie dell’informazione e scienze cognitive) e ovviamente anche il comparto Big Tech che hanno avuto un ruolo fondamentale nelle campagne di vaccinazione, non solo con i finanziamenti, ma nel gestire la propaganda e la censura e presto gestiranno il controllo digitale. In queste piattaforme si apprestano a dare concretezza finalmente anche al loro messaggio di sostenibilità, perché sanno che le prossime sfide dei prossimi anni si giocheranno tutte in quella direzione. I ricercatori di queste compagnie affermano che questi programmi per essere efficaci dovranno essere universali: “La biopiattaforma diventa la proverbiale gallina che può prevedibilmente, e con un certo grado di facilità e costanza, deporre uova d’oro dopo uova d’oro” affermano alla Flagship Pioneering. L’approccio che portano queste apparentemente nuove multinazionali non solo vuole universalizzarsi, ma diventare l’unico modo dove al centro vi sono le nanobiotecnologie e il nuovo paradigma dell’mRNA.
Moderna offrirà “vaccini” transgenici nanotecnologici per tutti i tipi di disturbi dal cancro al Covid-19 . Questa nuova tecnologia comprende sintesi, modifica, modellazione, progettazione, ingegneria, integrazione di sistemi, programmazione, automazione, miniaturizzazione, Big data e calcolo. Stiamo entrando in una nuova era di farmaci programmabili basati sull’RNA messaggero, con la possibilità di fondere le tecnologie digitali con la bionanotecnologia.

Quindi se per capire cosa rappresentano queste “campagne vaccinali” puntiamo l’attenzione solo verso la siringa e lo specifico “vaccino” senza osservare l’intera biopiattaforma, continuerà a sfuggirci il programma di fondo, soprattutto quando non verranno più usate simboliche siringhe che vorrebbero legarci alla sicurezza di un retaggio vaccinale passato. Continuando a concentrarci esclusivamente sui pericoli per la salute e addirittura invocando libertà di scelta terapeutica contribuiremo a far si che quel “software della vita” diventi molto presto realtà. Se invece consideriamo che alcuni di quelli che vengono definiti dei meri “effetti avversi” siano invece la vera intenzione, nello specifico la modificazione del DNA, sia per i “vaccini” a DNA ricombinante, sia per quelli a mRNA – ricordiamo che il dogma centrale della biologia della comunicazione a senso unico tra DNA e RNA è stato superato da un pezzo – perché da tutto quello che fanno e affermano ci confermano questo, allora potremo mettere concretamente a rischio le loro piattaforme, che presto, possiamo esserne certi, si moltiplicheranno all’orizzonte.

Costantino Ragusa, Luglio 2021

Testo pubblicato sul giornale L’Urlo della Terra, numero 9, Luglio 2021

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Verso la “Grande trasformazione”

Verso la “Grande trasformazione”

Considerazioni intorno alla digitalizzazione della Natura e dei corpi tutti nel nuovo mondo cibernetico che si va imponendo come nuova e unica realtà possibile

Dopo ormai più di un anno dalla dichiarazione dello stato di emergenza pandemico che ha interessato gran parte del pianeta, seppur in modo decisamente diverso, soprattutto nel “Sud del mondo”, si fa più chiaro il nuovo corso che il sistema vuol dare agli eventi e alla nuova società che si appresta a predisporre.

È infatti giunto il momento di considerare gli eventi di cui siamo stati testimoni, nostro malgrado, in una prospettiva storica più ampia. Se i poteri che governano il mondo hanno deciso di cogliere il pretesto di una pandemia, a questo punto non importa quanto vera oppure simulata possa essere, per trasformare da cima a fondo i paradigmi del loro governo degli uomini e delle cose, ciò significa che quei modelli erano ai loro occhi in progressivo, inesorabile declino e non erano ormai più adeguati alle nuove esigenze.

Uno dei tratti distintivi del fascismo in Italia e in Germania era la sua insofferenza per gli scomodi vincoli imposti alla classe dirigente dalla democrazia e dal liberalismo politico. Tutto questo doveva essere spazzato via per consentire una guerra lampo di “modernizzazione” accelerata.

Vediamo lo stesso spirito rinascere negli appelli di Schwab per un “governo agile” in cui afferma che “il ritmo dello sviluppo tecnologico e una serie di caratteristiche delle tecnologie rendono inadeguati i precedenti cicli e processi decisionali”. Scrive: “L’idea di riformare i modelli di governance per far fronte alle nuove tecnologie non è nuova, ma l’urgenza di farlo è molto maggiore alla luce del potere delle tecnologie emergenti di oggi… il concetto di governance agile cerca di abbinare l’agilità, la fluidità , flessibilità e adattabilità delle tecnologie stesse e degli attori del settore privato che le adottano”.

Le strutture sociali quindi devono essere rimodellate o reinventate su precisi parametri tecnici in modo da adattarsi alle esigenze del sistema tecno-scientifico e soprattutto dei nuovi sviluppi delle tecnologie. Questo va oltre il mero aspetto economico potremmo dire della gestione perpetua del flusso economico creando praticamente un cartello globale sulle maggiori fonti di approvvigionamento, che possono essere terre rare, industria alimentare o Big data. L’aspetto più particolare di questa fase è la preparazione alla crisi ambientale, di cui quella climatica è solo un aspetto.

Così in pochissimo tempo, stiamo assistendo alla dissoluzione dei paradigmi delle democrazie, con il loro corollario di diritti, parlamenti e costituzioni. I diritti vengono demoliti non per scomparire per sempre, ma per far si che diventino altro e tanti nuovi diritti inediti si aggiungono a quelli che vanno persi, creando prima quel costrutto giuridico ed etico e poi mentale nel singolo individuo, per cui basta volere e desiderare per “essere” con tutta una scelta già tracciata altrove sul suo cammino, ma che sembra la cosa più libera che ci possa essere: scegliere tra le loro scelte. Tutto questo va verso la realizzazione di un nuovo assetto di cui appena se ne intravede il disegno, probabilmente non del tutto chiaro neanche a coloro che ne stanno tracciando le linee.

La particolarità del momento che andiamo ad affrontare non ha l’aspetto di una nuova tornata autoritaria legislativa, questa grande trasformazione come piace definirla agli incontri di Davos si basa su uno stato di eccezione, quindi su una sospensione delle garanzie costituzionali.

In questo senso ci viene in aiuto anche il paragone storico con la Germania nazista del 1933, dove senza abolire la costituzione di Weimar venne dichiarato uno stato di eccezione che durò per ben dodici anni che di fatto vanificò il dettato costituzionale apparentemente mantenuto in vigore. Se durante il nazismo, ma si potrebbero richiamare anche altre dittature, fu necessario il dispiegamento di un apparato ideologico che si richiamasse al nuovo totalitarismo, nel nostro presente siamo di fronte ad un terrore o terrorismo sanitario con al centro la salute e una nuova idea di responsabilità collettiva che fa gran presa sulla sinistra anche radicale. Il tutto come nuovo riferimento centrale dove sacrificare libertà se necessario o se richiesto e dove rinunciare al potere sul proprio corpo ridotto a simulacro in balia della manipolazione genetica di massa attraverso i nuovi “vaccini” che diventano un vero e proprio gesto altruistico, per i militanti di sinistra il pensiero reso azione.

In poco tempo si è passati dal “diritto alla salute” all’obbligo della salute su base globale, dove le persone sono stare spossessate delle libertà, quelle poche che restavano, di decidere su se stesse.

Dove non era arrivata la minaccia globale del terrorismo islamico ci ha pensato un piccolo virus a creare quella grande paura che ci ha reso disposti, e disponibili, ad accettare tutto, anche l’inaccettabile, quello che in qualsiasi altro contesto avrebbe fatto rabbrividire e gridare alla dittatura e al peggior totalitarismo. La falsa logica è sempre la stessa: come di fronte al terrorismo si affermava che dovevamo sopprimere la libertà per difenderla, così ora si dice che dobbiamo sospendere la vita per proteggerla.

I tempi di adesso non sono quelli del nazismo ne tantomeno dell’11 Settembre, sono però sicuramente tempi in cui è stato possibile pianificare o approfittare di un virus raramente mortale, ma mediaticamente terrificante, per poter instaurare di fatto le basi per quel cambiamento. Ma questa grande trasformazione non è un qualcosa che ha trovato impreparati i suoi maggiori sviluppatori e interpreti, la ragione è molto semplice, sono anni che vi è un preciso lavoro in questa direzione, un lavoro su ogni aspetto della nostra esistenza. Quello che vediamo dispiegarsi adesso, spesso in modo anche impreciso e confuso, è tutto ciò che era stipato dentro Università, centri di ricerca civili o militari, accademie, fondazioni, associazioni ambientaliste, ONG, Stati… Sono anni che alla richiesta di società immancabilmente venivano date risposte come incubatori di imprese e startup tecnologiche, che verso la povertà e la crescente disoccupazione venivano date soluzioni come la gentrificazione, che alla distruzione della natura se ne inaugurava una sintetica. Sono ormai qualche decennio che l’elemento bios (vita) non rientra nelle attenzioni di nessuna politica statale. La mera sopravvivenza è stato l’unico aspetto considerato, come per un animale in un contesto artificiale e di segregazione vengono considerati solo quei minimi parametri per cui questo possa vivere adattandosi ad un presente di follia. All’essere umano è chiesto anche di perpetuare questa follia, di generazione in generazione, mutando la realtà e adattandosi a condizioni sempre peggiori.

Miliardi di persone, soprattutto nel “Nord” del mondo sono diventate ostaggio della propria salute, del mantenimento della propria salute. A ben vedere nessuna istituzione si sta occupando della salute, sia per curare il coronavirus o per altra malattia ben più grave. Quello a cui si assiste è la realizzazione senza sosta di un’infrastruttura digitale e sanitaria che vuole vedersi pronta prima che sfumi del tutto il motivo emergenziale per cui era stata pensata.

La nuova forma della relazione sociale è la continua connessione attraverso dispositivi sempre più pervasivi, che si avvicinano sempre di più al nostro corpo con l’obiettivo poi con il tempo di entrarci dentro, tutte le ricerche sui microchip e delle neuroscienze vanno in questa direzione. Sarebbe un gravissimo errore considerare in modo separato l’infrastruttura che stanno predisponendo intorno e dentro di noi. Già ci eravamo abituati con le relazioni a distanza con le comunicazioni virtuali. La distanza, l’aspetto sanitario e il digitale vanno insieme e si completano a vicenda, legandosi poi a tanti altri aspetti, ancora tutti non ben definiti. L’essere sconnessi non è semplicemente contemplato e condanna inesorabilmente all’esclusione sociale e alla marginalità, quello che già sta avvenendo ampiamente con le persone anziane, quando non vengono fatte morire direttamente di solitudine dentro le Rsa.

Siamo entrati ormai a pieno ritmo nel flusso dell’innovazione tecnologica digitale, ormai i concetti di presente e futuro si sposano in un’unica prospettiva di accelerazione globale. Il futuro è già qui scrivevamo in un articolo sul nostro giornale Terra Selvaggia svariati anni fa trattando le terapie geniche e la riproduzione artificiale, oggi siamo più che mai in questo futuro, ci viviamo nel pieno del suo sviluppo e della sua trasformazione: il domani è sempre più un oggi con cui doversi confrontare e fare i conti. Prendiamo la protesi mobile dello smartphon diventata ormai un orpello inseparabile in ogni circostanza, di cui è impensabile separarsi, ci si addormenta con un tocco sullo schermo e ci si risveglia allo stesso modo. Il gioco ormai è fatto, il contesto è pronto per il nuovo salto. Tra non molto c’è da aspettarsi che questo orpello scompaia o meglio si dissolva e si integri nell’Internet delle cose: nel nuovo ambiente interattivo e comunicante. Realtà aumentata a portata di sguardo senza più quella separazione tra soggetto e strumento, ma per arrivare dove? In una nuova realtà dove, come ipotizza il fisico Michio Kaku, tra poco non utilizzeremo più il termine “computer”, perché non esisterà più niente intorno a noi che non sia un computer, ovvero che non disponga di quelle funzioni di comunicazione e interazione che ora cerchiamo in una macchina isolata dal resto, composta da un hardware e da vari software. La miglioria nei confronti dello strumento-protesi non è più un mezzo per arrivare a sostenere l’umano con app e intelligenza artificiale, ma si è diretta verso il soggetto umano, per arrivare ad un unico organismo cibernetico in tutto e per tutto. La Grande trasformazione sarà allora l’interiorizzazione delle distanze e l’annientamento del corpo fisico dello strumento. Il mezzo digitale non avrà più bisogno di esistere perché avremo un mondo digitale in cui i corpi sono l’ambiente e l’ambiente sono i corpi in una sinergia che integra la nuova tecno-architettura smart. L’intelligenza artificiale con i suoi strumenti algoritmici va ad insediarsi in un nuovo ambiente da essa stessa realizzato in un interstizio che sta tra il percepibile e il non percepibile, tra il percepito e il non percepito, rendendo di fatto sempre più difficile accorgersi, sempre se ci sarà ancora qualcosa da cercare, dove e quanti strumenti sono connessi e stanno interagendo, in che modo con altri apparecchi o apparati disseminati ovunque nello spazio fisico. L’Internet dei corpi comunicanti che già vuole essere definito dai fisici del “tutto” non si accontenterà infatti del singolo individuo e oggetto: la voracità dell’Intelligenza artificiale è senza limiti, niente dovrà sfuggire al suo controllo che poi non sarà altro che un controllo su base volontaria messo in atto dagli stessi individui, dando via ad un contesto tale che sconnettersi sarà considerato irresponsabile quando non decisamente folle. Siamo sempre più circondati e immersi in questo ambiente misto, che si confonde fino anche a sfumare tra il fisico e il virtuale, in cui tutto sconfina, si interseca, dialoga, apprende e si modifica, attraverso la connessione e lo scambio dei dati. L’ambiente si trasforma e anche noi ci trasformiamo alla ricerca di una nuova identità che sfuma e muta continuamente. Diventa sempre più difficile per noi esseri umani ritrovarci, arrivando a cercarci dove non ci troveremo mai se non al prezzo della perdita della nostra natura umana: nel mondo degli automi e delle macchine.

La nuova trasformazione tecnologica, in particolare quella digitale, ha aspetti decisamente diversi da precedenti eventi storici passati: è arrivata velocemente imponendo un ritmo di accettazione e adeguamento estremamente accelerato. Le innovazioni ma soprattutto le nuove disposizioni che si vanno dispiegando richiedono altrettanta velocità di apprendimento e addestramento. L’infrastruttura fatta di algoritmi e tecniche computazionali era già presente da decenni, ma era inservibile nei contesti passati se paragonati all’attuale situazione di emergenza che ha dato possibilità ineguagliabili al suo sviluppo nutrendo senza sosta in modo quasi illimitato l’enorme appetito di dati dell’Intelligenza artificiale. L’attuale situazione di emergenza l’ha così resa finalmente grande e potente per diventare l’elemento costituente del nuovo tecnomondo, tanto da indirizzarsi sempre più verso funzioni di percezione e predizione, aspetti che prima erano esclusivamente alla portata della natura umana.

Le cosiddette DAP, data management platform, le piattaforme di gestione dei dati, sono ormai l’equivalente contemporaneo dei pozzi di petrolio e delle raffinerie. Estraggono il materiale “grezzo”, lo elaborano secondo scopi precisi, secondo strategie progettuali ed economiche e lo trasformano abilmente nel carburante di questo millennio. Nella gestione dei dati raccolti a fini commerciali vengono associate informazioni da un unico identificativo ID, corrispondente ad un’unica persona, arrivando quindi a raggiungere ogni singolo individuo senza margine di errore. In mezzo alla dissoluzione dell’individuo libero mai come adesso macchina propagandistica urla a favore del singolo con la sua cura personalizzata e il suo preciso spazio tracciato. Tu conti scrivono rivolgendosi in modo accattivante al singolo, che gli sembra di essere parte di un qualcosa, ma la traduzione è: tu non puoi sfuggire ai nostri imperativi, a quello che è stato scelto come la cosa giusta e responsabile. All’interno di questo ambito, determinato da parametri analizzabili e sintetizzabili in virtù della loro essenza digitale, si muoverà la nuova trasformazione del mondo che andrà a toccare e stravolgere praticamente ogni aspetto che da ora in poi sarà misurabile restituendoci un piatto orizzonte programmabile.

La Task Force IA dell’Agenzia per l’Italia digitale ha rilasciato recentemente un “libro bianco sull’Intelligenza artificiale al servizio del cittadino”, un rapporto ufficiale stilato durante un confronto tra soggetti pubblici e privati, con il fine di “analizzare l’impatto dell’Intelligenza artificiale nella nostra società. Nella voce “La sfida tecnologica” si esprimono in questo modo: “si tratta di umanizzare ancora di più le macchine e renderle ancora più simili all’uomo. Questo perché le IA non devono comportarsi come “alieni” all’interno del nostro mondo, ma devono imparare (machine learning) a farne parte, ad essere degli strumenti d’ausilio che si inseriscano con naturalezza nel campo dell’attività umana”. Chissà quanto sinceri sono stati gli estensori di questo rapporto, considerato che sta avvenendo completamente l’opposto, è infatti l’essere umano che deve continuamente adattarsi o addestrarsi ai nuovi cambiamenti e ultimamente ai salti tecnologici. Senza connessione ultraveloce non sarà più possibile studiare, ricercare, brevettare, progettare e realizzare ci dicono, senza citare mai altre esigenze o qualità umane destinate alla prossima dissoluzione. In questo, come in altri rapporti simili, si analizza l’impatto del cambiamento, che l’Elitè ha deciso come non più rimandabile e irreversibile. Non “tecnologie dolci” obbligatorie a controllo statale come piacerebbero alla Zuboff, ma un adattamento su base volontaria al mondo macchina con senso di responsabilità collettiva. Ma non tutto è sempre e così fluido come auspicano i nuovi padroni universali e allora ecco in campo il continuo studio predittivo su cosa potrebbe succedere durante la demolizione che operano su tante idee che ci hanno accompagnato fino adesso: ecco allora il lavoro certosino volto a far cambiare punto di vista, abitudini, linea di pensiero, stile di vita, orientandoci di volta in volta secondo nuove conoscenze che le rilevazioni digitali disporranno come fondamentali alla nostra esistenza, sia questo un problema di sicurezza, di salute o altro. Come ha scritto uno dei padri della telefonia mobile italiana “Al punto in cui ci troviamo adesso, con questo incessante ribollire di tecnologie che ci brucia tra le mani, il balzo in avanti da compiere (il passaggio più importante, che sarà fondativo per i prossimi decenni, e forse anche per gli anni che li seguiranno) è quello della ‘costruzione del senso attorno all’intelligenza artificiale’”. Cosa potrebbe intendere questo pioniere del digitale con “senso”? Sicuramente che le nuove tecnologie se si vuole che non vengano rigettate o accese come quasi gli sembra di sentire tra le mani, necessitano di un nuovo mondo. Per questo La grande trasformazione è arrivata al momento giusto, dando il via alla nuova agenda mondiale.

Questa enorme sperimentazione globale è ancora in corso e vede l’Italia come sempre un riferimento fondamentale, potremmo definirla il laboratorio di punta della sperimentazione. Al tempo del Covid il mercato non si è minimamente fermato, soprattutto quello che è fatto per durare e per essere parte nella trasformazione. A essere intercettate e reificate adesso sono anche le emozioni del consumatore digitale, che nella nuova era che si apre coincidono sempre di più con paura e angoscia, tanto da far aumentare a dismisura l’uso di psicofarmaci per lenire ansia e depressione. E se gli ospedali sono restati quello che erano prima dell’”emergenza Covid”, a parte la segnaletica emergenzialistica, non si può dire la stessa cosa per i reparti psichiatrici che sono stati invece potenziati praticamente ovunque, si aspettano TSO di massa? Con forza, ma senza esagerare, i consumatori di prima sono stati spinti sul WEB dove non solo acquistano, ma anche trasferiscono gran parte di sé stessi nella rete: per lavoro, riunioni, sport, telemedicina, politica, protestare, informarsi o semplicemente come nuovo strumento di rete sociale. Anche prima con i Social avevamo fenomeni di questo tipo, con un numero impressionante di connessi in grado di non fare niente senza l’uso della protesi mobile dello smartphon, ma adesso, oltre all’aumento vertiginoso dei connessi, è come se il digitale diffuso abbia sdoganato un nuovo modo di essere, tanto che, come del resto era prevedibile, dopo il distanziamento imposto non pochi continueranno a mantenerlo, in una parola facendolo proprio. In questa nuova dimensione digitale prevale un disagio emotivo, contrassegnato da una forte paura per la propria salute e per quella dei propri cari e per il proprio futuro sempre più precario almeno che non si lavori in qualche Sturt Toup innovativa. In questa apparente diversità di emozioni, sentimenti e comportamenti che in qualche misura poi convergono uniformandosi, si va a plasmare un individuo nuovo, perennemente connesso e sotto pressione da una minaccia globale pandemica, a cui col tempo crederà sempre meno, ma a cui non resterà altro in cui credere, considerato che tutta l’infrastruttura provvisoria emergenziale è fatta per restare in modo permanente.

Esistono già frotte di ricercatori e app spione che raccolgono un numero impressionante di dati praticamente su tutto per capire come reagisce l’elemento umano alla trasformazione. Tutte queste informazioni possono andare a fini commerciali, ma soprattutto protendono verso l’adeguamento dell’infrastruttura cibernetica, in cui i protagonisti possono essere una multinazionale o uno Stato o addirittura entrambi. In una regione come la Lombardia dove i dati sanitari di tutte le persone sono stati dati all’IBM chi è che ha più voce in capitolo sull’organizzazione del sistema sanitario? L’analisi di questi aspetti sarà utile a capire come costoro intendono formare e gestire la prossima normalità. Tornando al settore sanitario questo si sta uniformando alla digitalizzazione, a breve si taglierà il nastro al primo ospedale interattivo che funziona solo con il 5G. La telemedicina allontana le persone dal confronto diretto sulla salute del proprio corpo, lasciandola ad una fredda voce che sarà a breve registrata o sostenuta da app di Intelligenza artificiale che serviranno a rendere veloce e pratico il servizio. Questo non ci porta a rimpiangere l’inconsistenza della medicina di base, erosa già da molto tempo, ma ci illumina sull’approccio che si appresta ad escludere moltissime persone, in primis gli anziani o chi semplicemente pensava di vivere in un modo altro.

L’ottimismo di chi lavora alla grande trasformazione non viene mai meno, perché le grandi banche d’affari, le multinazionali della tecnologia e le piattaforme digitali ormai lavorano per un bene collettivo sovranazionale, che porterà secondo e loro previsioni a nuove forme di democrazia mai sperimentate prima con nuove forme di partecipazione alla politica da parte dei cittadini.

L’ingegnere economista svizzero Klaus Schwab fondatore e presidente del WEF (World Economic forum) di Davos, forum che raggruppa le prime 1000 aziende mondiali di punta, afferma “Mentre il mondo fisico, digitale e biologico continuano a convergere, le nuove tecnologie e piattaforme consentiranno sempre più ai cittadini di interagire con i governi, esprimere le loro opinioni, coordinare i loro sforzi e persino eludere la supervisione delle autorità pubbliche. Allo stesso tempo, i governi acquisiranno nuovi poteri tecnologici per aumentare il loro controllo sulle popolazioni, sulla base di sistemi di sorveglianza pervasivi e la capacità di controllare le infrastrutture digitali”.

Chi sta cercando di attuare questo progetto di dominio e inganno sta privando gli esseri umani non solo della libertà, del buon senso, dello spirito critico, ma anche del conforto e della speranza che la vita collettiva ci fornisce. Attraverso acrobazie lessicali l’ingegnere svizzero è molto chiaro sul programma da adottare, dove avremo Stati che eserciteranno il loro potere e controllo attraverso la tecnologia, garantendo l’ordine attraverso le grandi multinazionali, veri protagonisti negli incontri di Davos, il tutto di concerto con attori sovranazionali che faranno da raccordo tra gli Stati.

Una condizione sperimentale è un campo in cui tutto può ancora succedere, sorprendendo anche gli artefici dell’esperimento stesso. Su una cosa ormai si può essere certi, è evidente il cambiamento degli stili di vita delle persone sottoposte ad ogni tipo di restrizione volta al distanziamento o meglio alla separazione, perché ci si distanzia da un altro mascherato, ma ci si separa invece da una persona priva di maschera e nel tempo non vaccinata, causando di fatto una frattura sociale dove l’arrivo della carta verde sarà solo una formalità.

In molti continuano a mantenere un’analisi errata della realtà perché utilizzano schemi interpretativi non più adatti all’odierna trasformazione. Si pensa per esempio che i prolungati lockdown saranno una specie di zappa sui piedi per l’economia e che col tempo la situazione sarà insostenibile. Questo potrebbe essere vero in caso di una allargata e radicale opposizione popolare, allora ovviamente il potere rivedrebbe i propri passaggi cercando il modo migliore per farli digerire. Nel caso italiano l’opposizione non solo è molto blanda, ma spesso è solo espressione di singole categorie economiche o viene solo criticata le trascuratezza sui pericoli per la salute, per esempio sulle terapie geniche chiamate vaccini richiamandosi ad una libertà di scelta, quest’ultima un po’ una contraddizione in termini se si accusa quell’apparato di distribuire sieri geneticamente modificati e mortiferi. Di fatto vi è un modo di ragionare come se il tutto si muovesse soltanto nella sfera dei mercati, i “vaccini” sono nocivi perché non testati e il possesso dei brevetti non permetterebbe una diffusione capillare a basso costo per prevenire questa gravissima pandemia e vi sarebbe ovviamente la strategia delle multinazionali farmaceutiche per arricchirsi oltre ogni misura. Una verità in questo c’è ovviamente, ma continua a scappare o a saltare davanti il progetto di fondo senza mai essere inquadrato, se non completamente, almeno nella sua direzione. È evidente che non vi è una critica radicale o, usando altri termini che sembrano appartenere ad una vecchia era geologica, useremmo dire rivoluzionaria a contrastare questa Grande trasformazione. La libertà che qualche volta si sente urlare in piazza, magari accanto ad un cartello per poter riaprire il bar è quella di poter ritornare come prima o, almeno, nel cambiamento di cui sfuma il fine si chiede di non esserne esclusi. Gran parte di queste categorie sono rappresentate da tecnici, avvocati, costituzionalisti che si aggrappano a qualcosa che sembra proprio non fare breccia da nessuna parte e i partiti politici di vecchio stampo latitano visto che le elezioni sono un po’ troppo lontane all’orizzonte per rischiare di compromettersi con settori troppo minoritari. Ci siamo talmente abituati a guardare la realtà con gli stessi occhi dei vari specialisti e tecnici di ogni risma che non riusciamo più a scorgerla perché per noi divenuta incomprensibile: tanto che siamo arrivati comunque a confermarla a scatola chiusa. Lo sgomento, la paura, l’ansia e forse anche la stanchezza la fanno da padrone ed eccoci trasformati in razionalisti inflessibili, soprattutto i militanti di sinistra. Se prima la lotta per la libertà si rifaceva a ben precisi valori che chiamavano in campo gli sfruttatori e la lotta contro ogni oppressione, adesso nel vortice pandemico quelle rivendicazioni sono ridotte al misero posto di lavoro, ad andare in vacanza, a riprendere una vita sociale fatta di distanza ed esclusione. Sembra quasi sentir dire i più “con tutto quello che abbiamo rischiato quello che arriva sarà pur tutto di guadagnato, non è tempo per la critica, non è tempo per la protesta”.

La Grande trasformazione in atto va avanti per la sua strada pronta a stravolgere senza guardarsi indietro milioni di vite di persone e tutti i precedenti modelli economici considerati obsoleti e inutili. Senza ovviamente contare le conseguenze sanitarie dalla gestione di questa pseudopandemia e da quelle ben peggiori che verranno, sempre che non vorranno utilizzare la carta dell’emergenza climatica.

Questo processo è ben descritto da un altro personaggio accolto regolarmente all’assembramento annuale di Davos: “L’ora della quarta rivoluzione industriale è scoccata e la nostra vita è destinata a cambiare velocemente, come forse mai prima nella storia dell’umanità. Più che da una singola invenzione, come invece accadde nelle precedenti svolte epocali, questa quarta rivoluzione scaturisce da una convergenza di fenomeni tecnologici diversi, dove applicazioni digitali, studi sui materiali, automazione meccanica, ricerche sulla genetica umana e animale, intelligenza artificiale e soprattutto le reti in grado di collegare persone e oggetti si intersecano in continuazione e con estrema rapidità, creando ogni giorno nuovi strumenti e aprendo nuove possibilità”. Parole di John Elkann nell’introduzione al libro di Schwab “ La quarta rivoluzione industriale”. Sa bene quello che dice, considerando che il suo gruppo Fiat Chrysler Automobiles di cui è presidente si è aggiudicato la produzione di milioni di mascherine al giorno in Italia e considerando che fa parte di quella èlite che non vuole farsi scappare una simile occasione.

Questi personaggi sono parte di un processo che non mira solo a nuovi effimeri mercati, vogliono ben di più perché adesso possono pretenderlo, sanno che la Grande trasformazione non ha confini e, come hanno sempre detto i transumanisti, i tempi della politica sono lenti, pieni di burocrazie e comitati etici, ma se vi sono nuove possibilità perché arrestare il processo innovativo?

E adesso vanno avanti spediti, senza nascondere troppo i loro progetti e le loro intenzioni, basta leggere i loro testi e ascoltare le loro conferenze. Quello che è cambiato in molti casi è il senso delle parole, usano il solito dizionario, ma il significato dei termini è mutato, basti pensare ad ecosostenibilità o senso di responsabilità. Per il primo si può essere certi che stanno intendendo le tecnologie più energivore e inquinanti al mondo, soprattutto nel campo estrattivo. Per il secondo si riferiscono ad una servitù su base volontaria, dove si chiede e si fa la fila per essere sfruttati o ingegnerizzati geneticamente con i “vaccini”.

Questo processo si fa sempre più veloce e non c’è campo o sapere che non ne venga coinvolto, dalla scuola al mondo del lavoro, i vari apparati danno il loro contributo verso la trasformazione a volte anche ignari a cosa stanno collaborando.

Coloro che sono gli ispiratori e alla guida di questi processi sanno benissimo che il momento è quello giusto, anche se procedono in modo scomposto, dove una cosa contraddice l’altra, sanno che di fronte a loro scarsamente avranno opposizione.

Il senso generale nelle comunità umane non è più rivolto verso sé stessi come unità uniche all’interno di comunità libere, la percezione che hanno ben istillato nel tempo non è più quella di trovarsi in una comunità viva, ma in una specie di impresa che niente o ben poco ha a che fare con un sentire libero da vincoli artificiali imposti. La redditività, la competizione, la costante necessità di prestazione sembrano essere diventati gli unici scopi dell’agire umano. In questo nuovo sentire collettivo, ma che di collettivo non ha nulla visto che ci si riferisce sempre alla propria persona con prassi egoistiche inedite, le persone si convincono di agire per la giusta causa sanitaria. In questo senso lo spirito solidale è stato sostituito con un principio di responsabilità che per funzionare deve uniformare chiunque, da qui la necessità dell’esibirsi in maschera e per chi non si conforma prima ancora del camice bianco ci sarà l’odio o l’esclusione della maggior parte delle persone vicine. Esiste una leaderschip globale pronta a sostituire i precedenti sistemi democratici traballanti e non adatti alle nuove sfide, una piccola minoranza con enorme potere politico e finanziario in grado di spostare gli equilibri a livello internazionale secondo la propria agenda.

La nuova normalità consiste che gran parte della popolazione mondiale sarà considerata nient’altro che un’opportunità di investimento per l’èlite finanziaria, dove ogni speranza, paura, successo e fallimento sarà ridotto a statistica su un database centralizzato. Tutti/e noi siamo pronti per indirizzarci verso quel database e in molti, oltre che sicuro, lo troveranno anche giusto.

La domanda da porsi in conclusione è se questo cambiamento sia inarrestabile. Ogni dittatura ha fatto i suoi passi falsi e ha creato quelle incrinature per cui fosse possibile demolirla. La Grande trasformazione ha qualcosa di completamente inedito in confronto al passato: lo sviluppo tecnologico. Può sembrare che questo sia solo un mezzo, ma invece questo è anche un fine allo stesso tempo. È anche un fine perché nel mentre lo sviluppo tecnologico avanza rende quasi impossibile tornare indietro, perché l’unica società sarà quella in avanti che a sua volta porterà ad un vero e proprio cambiamento ontologico degli esseri umani, della percezione che questi hanno di sé stessi e del pianeta morente che hanno intorno. E, a differenza del passato, se una società si può denazificare (ad eccezione del comparto industriale e farmaceutico del tempo) non si può ritornare indietro sugli interventi di ingegneria genetica sui corpi o sull’inserimento di microchip nanotecnologici, quello che assistiamo in questi mesi “pandemici” è solo l’inizio. La ricerca di punta, come era prevedibile, sta tirando fuori dai propri laboratori quello su cui già lavoravano da decenni, ma su cui non potevano esporsi, i tempi non erano pronti a differenza di adesso dove in modo grottesco vi sono ancora vincoli per la biodiversità in agricoltura, ma hanno iniziato a modificare geneticamente i corpi umani. È una corsa contro il tempo, ma non possiamo assolutamente esimerci dal non percorrerla.

Costantino Ragusa, Bergamo, giugno 2021

Testo pubblicato sul giornale L’Urlo della Terra, numero 9, luglio 2021

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