La resistenza radicale alle biotecnologie in Italia
Perché scrivere adesso un testo simile, quando soprattutto ultimamente in qualche contesto si è iniziato a discutere delle tecnologie di evoluzione assistita, TEA, nuova sigla con cui sono stati rinominati i nuovi OGM. Sembrerebbe quasi un guardare indietro quando tutto sembra dispiegarsi di fronte a noi. Recentemente sono usciti testi sulla rivista Malamente, su portali a cura del collettivo “Terra Libertà”, nei podcast de “La Nave dei folli” e varie iniziative sono state fatte sui territori contro gli OGM – TEA.
Per cominciare dobbiamo chiarire che il nostro riferimento non è tutta l’opposizione agli OGM di questi anni, ma quella che ha portato avanti una critica radicale e quella che è riuscita a coniugare una coerenza di mezzi e fini con una critica e allo stesso tempo con forme di intervento che facevano uso delle storiche pratiche dell’azione diretta, patrimonio del movimento anarchico e più recentemente dei gruppi ecologisti radicali e di liberazione animale. Tra le carte che abbiamo di fronte e a cui faremo riferimento per questo testo c’è un vecchio numero del giornale ecologista radicale Terra Selvaggia del 2012, giornale che realizzavamo a Pisa come collettivo “Il Silvestre”, gruppo che aveva fatto della lotta alle biotecnologie una priorità. Questa memoria editoriale e questa tensione rappresenta la nostra storia e quella di questo giornale che è il seguito di quel solco, forse, almeno per noi, con ancora più chiarezza di prima. Il testo di Terra Selvaggia si presentava come una “cronistoria sulle lotte alle biotecnologie in Italia”, ma subito dopo gli stessi redattori rivelavano il limite di una semplice cronistoria, fondata su esigenze meramente quantitative e provano a spingersi oltre, verso significati più profondi che avevano determinate tematiche e lotte. Infatti il testo si apre con queste parole “Quella che segue è una breve cronistoria di un terreno di scontro costruito e sviluppato negli anni in moltissimi luoghi e da numerosi individui. Una lotta, quella alle biotecnologie, che è stata vissuta come necessaria, dove più che mai è stato possibile trasformare la rassegnazione in coraggio, per considerare ancora aperta la possibilità di fermare i più temibili attacchi che il progresso tecnologico porta alla natura e a tutti gli esseri viventi. Non ci possono essere mediazioni quando quello che si rischia di perdere si è già largamente perso, può esserci solo la voglia di riconquistarselo quanto prima” . Purtroppo, come abbiamo già detto spesso altrove, con le biotecnologie non vi è possibilità di ritornare indietro: ciò che è stato degradato e manipolato geneticamente non torna più indietro, un OGM immesso in natura continua a sopravvivere fuori dal laboratorio e quindi a creare nuove combinazioni di danni agli ecosistemi naturali spesso neanche immaginabili nella loro ricombinazione ultima.
Anche noi faremo in questo scritto un po’ di cronistoria degli ultimi decenni di lotta alle biotecnologie, senza però pretesa di essere precisi su ogni fatto, sarà sicuramente incompleta, altri speriamo colmeranno le nostre lacune o semplicemente evidenzieranno altri aspetti ancora. Per volontà ci soffermeremo su alcuni aspetti più significativi che al tempo arrivarono a creare dibattiti tra i fautori degli OGM e anche tra gli oppositori, soprattutto quelli riformisti che si ritrovavano ad essere nudi nelle loro nicchie di comfort da dove, una volta stanati, gli toccava dire qualcosa di critico agli OGM, quel necessario che almeno giustificasse il loro ruolo in organismi ambientalisti o di partiti color del verde.
Ovviamente i tempi sono cambiati e tanto, sicuramente in peggio. Se da una parte non abbiamo visto fermarsi i progetti di biotecnologia, da un’altra abbiamo visto una lenta e inesorabile degradazione di significati, cosa forse ancor più grave, perché quello che si riteneva scontato come l’indisponibilità dei corpi al potere della tecno-scienza adesso non lo è più. Quando parliamo di una critica radicale alla biotecnologia ci distanziamo e differenziamo nettamente da chi vede in questa semplicemente uno dei tanti aspetti del capitalismo industriale : nella fine del capitalismo non è detto vi sarà anche la fine delle biotecnologie, più probabilmente ne avremo di altro tipo, soprattutto non nelle mani degli avidi industriali, probabilmente i sostenitori di questa analisi si sono dimenticati gli scienziati che non necessariamente sono avidi di denaro, ma sicuramente lo sono, anche in buona fede, nel portare avanti teorie e progetti anche se nelle probabilità del rischio vi è il pianeta e i suoi abitanti. Quindi preferiamo le riflessioni fatte da Theodore Kaczynski: “Dunque, invece di contestare l’una o l’altra conseguenza negativa della biotecnologia, si deve attaccare tutta la moderna biotecnologia sul terreno e sul principio che (A) è un insulto a tutte le forme viventi; (b) colloca un potere troppo grande nelle mani del sistema; (c) trasformerà radicalmente i fondamentali valori umani che sono esistiti per migliaia di anni; e altri argomenti simili che sono contrari e opposti ai valori del sistema.” E ancora in una lettera a Scientific American: “Gli ingegneri che hanno dato vita alla rivoluzione industriale possono essere scusati per non aver anticipato le conseguenze negative connesse alla rivoluzione industriale stessa, ma il danno causato dal progresso tecnologico è oggi sufficientemente palese e chi continua a promuoverlo è abbondantemente responsabile”. Sono frasi molto semplici, poco ideologizzate, ma che centrano il punto. Soprattutto sulla necessità di contrastare la biotecnologia nel suo insieme, come trasformazione totale e quindi radicale degli esseri viventi. Fare in questo senso concessioni, come potrebbero essere aspetti legati alla medicina o altri aspetti industriali addirittura legati all’ecosostenibilità significa non aver capito appieno il problema, ma soprattutto significa non aver compreso la biotecnologia e ancora una volta significa essere dei parziali se non inutili oppositori.
Ma proseguiamo la nostra storia seguendo le pagine di Terra Selvaggia con l’articolo “Cronistoria e qualcosa di più sulla lotta alle biotecnologie in Italia. Su un conflitto ancora aperto, su un’opposizione che ha saputo colpire e che deve continuare a farlo”. Verso la metà degli anni novanta si inizia anche in Italia ad intravedere una resistenza soprattutto verso gli OGM in agricoltura, a farsi sentire con campagne di stampa sono le grandi associazioni ambientaliste come Greenpeace. Già quella denuncia, volutamente non usiamo il termine critica che è altra cosa, partiva in modo parcellizzato parlando esclusivamente degli OGM in agricoltura, il contesto si riduceva ulteriormente visto che si andavano a toccare aspetti meramente tecnici e scientifici e ovviamente le conseguenze sulla salute umana e sugli ecosistemi. Quest’ultimo aspetto potrebbe sembrare che mantenesse comunque una sua radicalità ma non è così perché nella loro visione di ecosistema naturale conservato e utile all’uomo già avevano applicato il loro profondo riduzionismo figlio di una precisa visione di conservazione, che più che con la salvaguardia della natura ha a che fare con la salvaguardia del potere sulla natura e successivamente del potere di alcuni uomini su altri.
Se già in partenza le denunce apparivano parziali lo erano ancora di più le soluzioni, che andavano dalle solite raccolte firme, proposte ragionevoli di legge, etichettature e metodi precauzionali. Tutte cose che ovviamente potevano essere accolte, discusse in tavoli tecnici e di lavoro; con queste premesse ci si poteva confrontare, analizzare le ipotesi e trovare soluzioni possibili. Eppure in altre parti del mondo avveniva qualcosa di diverso, nella migliori delle ipotesi le coltivazioni erano state messe con l’inganno contaminando deliberatamente intere filiere agricole di soia come in Argentina e Brasile, tanto che è stato coniato addirittura un termine specifico “soizzazione” e in India venivano sostituite coltivazioni originarie con le nuove coltivazioni come con il cotone OGM. In India movimenti contadini avevano coniato il termine “Operazione bruciate Monsanto” che poteva solo sembrare una minaccia per le multinazionali straniere, ma era invece un motto per quello che sarebbe stato fatto a breve, creando non pochi problemi alle compagnie che speravano nella disperazione e impotenza dei contadini di cui molti avevano preso la strada del suicidio con il Glifosate sempre di produzione della Monsanto. In poco tempo venne dato un esempio a livello internazionale a chi ancora titubava nella lotta e a tutti gli sfruttatori che in quegli anni volevano dare colpi definitivi al loro consolidarsi nei territori. Interi complessi industriali in India collegati alle multinazionali sementiere con in testa la Monsanto vennero incendiati e occupati e vennero distrutti interi latifondi coltivati ad OGM. Questo avveniva anche nel bel mezzo di imponenti manifestazioni. Queste multinazionali erano le stesse in tutto il mondo e avevano un obiettivo chiaro: diffondere ovunque le coltivazioni OGM e rendere la contaminazione inevitabile per dichiarare poi l’impossibilità di legislazioni restrittive diversificate e aprire finalmente ai semi figli del laboratorio ed uniformare il mondo a quel paradigma tecno-scientifico.
Anche in Europa e negli Stati Uniti le cose cominciarono a cambiare, le modalità più diffuse di lotta erano la semplice distruzione delle parcelle OGM, sia che fossero a scopo sperimentale, sia che fossero a scopo commerciale già avviato, il tutto avveniva o in piccoli gruppi o all’interno di grandi manifestazioni. In Francia fu molto attiva la Confederation Paysanne, un sindacato agricolo molto seguito, che fu il primo a inserire la lotta agli OGM in una più ampia critica anti-industriale, senza fermarsi solo sul risultato nocivo della coltivazione ma interrogandosi su chi voleva gli OGM e che tipo di mondo si prospettava, in poche parole portarono la questione sociale alla ribalta rendendo più chiari i loro messaggi. In numerose occasioni attuarono la distruzione di coltivazioni OGM come quello di Nerac nel 1998, quella di un campo sperimentale di mais e soia transgenici della Monsanto nel Gennaio del 1998 e ancora il sabotaggio al Centre de Cooperation Internationale pour le développement (Cirad) di Momtpellier nel Giugno 1999. Al suo interno, la Confédération Paysanne mostrava due correnti di pensiero, una radicale e l’altra alter-mondialista, le cui differenze si fecero presto sentire, portando ad una separazione netta tra queste correnti. L’esempio delle lotte francesi della fine degli anni ‘90 fu molto importante e di stimolo per i contesti italiani. Anche a livello teorico furono di fondamentale riferimento le edizioni Encyclopédie des Nuisances. Vi furono traduzioni di vari libri e anche Terra Selvaggia pubblicò numerosi testi e opuscoli che andarono ad alimentare il dibattito sull’importanza del pensiero ecologico all’interno dei contesti più radicali. Alcuni incontri e discussioni organizzati in Italia dal Silvestre con alcuni fuoriusciti dalla Confédération permisero anche di approfondire come lo spettacolo e il movimento fittizio stavano prendendo piede tra gli anti-OGM, soprattutto la corrente guidata da Bovè che già era al lavoro a costruirsi la sua carriera nei partiti verdi.
Nel mentre sempre le pagine di Terra Selvaggia ci riportano in Italia dove le pratiche di azione diretta contro le nocività si diffondono e si radicalizzano. Nel Maggio del 1998, pochi giorni prima della discussione in sede europea riguardo la brevettabilità degli organismi viventi, l’ALF (Animal Liberation Front), sigla che rimanda a gruppi informali dediti soprattutto alla liberazione degli animali dai luoghi di tortura: laboratori dove venivano vivisezionati, allevamenti industriali per la produzione di pellicce… attacca a Firenze una filiale della multinazionale svizzera Nestlè incendiando quattro camion accusando la compagnia di diffondere di prodotti geneticamente modificati. I problemi per la multinazionale svizzera erano però solo cominciati, le sue dichiarazioni sull’imminente utilizzo di lecitine di soia OGM nei suoi prodotti che di fatto avrebbe fatto da apripista alla diffusione di OGM negli alimenti e di conseguenza avrebbe portato alla normalizzazione delle coltivazioni che da “sperimentali” sarebbero passate immediatamente ad essere commerciali, portarono ancora una volta l’ALF ad agire. In pieno Natale del 1998, vennero spediti alle agenzie di stampa nazionali quattro panettoni del marchio Nestlè con la minaccia di essere stati avvelenati. La rivendicazione dell’ALF pubblicata dai giornali era breve quanto eloquente: “La Nestlè dovrà cessare l’avvelenamento di massa con i prodotti figli delle manipolazioni genetiche”. L’enorme potere economico e politico della multinazionale elvetica venne messo a dura prova, anche se i panettoni avvelenati erano solo quelli spediti alle agenzie di stampa, il panico era ormai montato sul famoso e costoso panettone natalizio. Vennero ritirati tutti i panettoni con il marchio Nestlè e furono chiusi gli stabilimenti in piena produzione natalizia e la Nestlè iniziò una fortissima campagna stampa per farsi passare per vittima, comprando intere pagine dei quotidiani nazionali e affittando spazi nelle principali stazioni italiane dove ragazzine sorridenti distribuivano gratuitamente fette di panettone. Il danno economico nell’immediatezza fu di svariati miliardi, ma gli esperti affermarono che il danno sarebbe durato più anni con costi elevatissimi. Il fortissimo effetto mediatico che ebbe questa azione portò a definire gli attivisti dell’ALF come ecoterroristi, ma si parlò come non mai delle manipolazioni genetiche e mentre la Nestlè si asciugava le lacrime uscì anche dall’ombra in cui era rimasta, nonostante anni di boicottaggi, una campagna che denunciava come nel Sud del mondo la Nestlè imponeva il suo latte in polvere al posto di quello naturale delle mamme. Quel latte costoso col tempo veniva diluito con acque insicure ed era responsabile della morte di numerosissimi bambini. “Chi erano dunque gli ecoterroristi?” si intitolava un volantino distribuito ad una prima teatrale a Pisa. Migliaia di panettoni a marchio Nestlè invenduti finirono dentro container e spediti come aiuto umanitario nei paesi poveri. L’azione dell’ALF portò con forza l’attenzione sulla questione degli OGM, anche perché tutto il mondo riformista verde e ambientalista per cercare un po’ di visibilità parlarono dei rischi delle manipolazioni genetiche e dell’importanza di campagne contro questa avanzata, quelle lotte che non avevano mai intrapreso se non restando sul mero aspetto della controinformazione fatta di dati e cifre. Successivamente le politiche della Nestlè sugli ingredienti OGM sono mutate notevolmente e sicuramente il monito è valso anche per altre compagnie alimentari che sicuramente erano pronte a fare la cordata biotecnologica.
All’epoca cominciarono ad interessarsi agli OGM le più disparate realtà, oltre a quelle ambientaliste, no global, ecologiste radicali e anarchiche. Nel mentre Terra Selvaggia continuava ad approfondire la biotecnologia nel suo insieme, come programma di attacco al vivente, criticando la parzialità di fermarsi al campo agricolo o, come faceva qualche comitato scientifico antivivisezionista, di limitarsi agli animali transgenici.
Nel 2000 era ormai evidente che con la scusante della sperimentazione sugli OGM in campo si volevano diffondere ovunque colture figlie della manipolazione genetica su vasta scala, le multinazionali erano pronte e tanti centri di ricerca erano già al lavoro a dare disponibilità per i siti sperimentali. Terra Selvaggia con un numero speciale diffuse con un articolo “Dove sono i campi sperimentali in Italia” utilizzando un’informativa interna dell’associazione Greenpeace che mai avrebbe immaginato un tale uso di quelle informazioni. Negli ambienti più radicali iniziò a girare anche la traduzione di un opuscoletto dal simpatico titolo “Il giardiniere timido” dove si davano parecchi consigli utili sul come estirpare e danneggiare intere coltivazioni con semplici strumenti.
E anche in Italia ignoti giardinieri notturni iniziarono a estirpare e danneggiare ovunque coltivazioni sperimentali dal Nord a Sud, dai terreni affittati dalle multinazionali agroalimentari per seminare OGM fino agli appezzamenti dei lotti nei centri di ricerca pubblici, dimostrando in questo un salto di qualità, avendo compreso che la ricerca genetica andava fermata e basta, non era questione di chi la portava avanti, anzi a maggior ragione se erano ricerche pubbliche.
La propaganda della ricerca biotecnologica se fino a qualche anno prima era riuscita a mantenere in piedi i propri castellini di menzogne in salsa verde ed eco sostenibilità, al tempo anche ovviamente il salvare il Sud del mondo sembrava la priorità fissa delle multinazionali della biotecnologia, cominciava a mostrare le sue incrinature. Sicuramente nel grande pubblico almeno in campo agricolo gli OGM non erano ben visti, se prima vedere pomodori con lische di pesce creava curiosità, con il tempo dava sentimenti di sgomento e quindi di rifiuto. Perlomeno nel campo agricolo e all’interno dei prodotti vegetali la campagna contro informativa aveva portato dei risultati e vennero create non poche difficoltà a chi voleva uniformare campagne e cibo alle loro chimere agro-biotecnologiche.
Nel mentre l’ambientalismo istituzionalizzato non avendo mai veramente voluto portare una critica radicale a quello che rappresentavano gli OGM, facevano battaglie per etichettare prodotti contenenti OGM, mercanteggiavano soglie e parlava di coesistenza con le colture tradizionali. Alla fine questi organismi verdi e agricoli, fatti di associazioni bio, sindacati e marchi dell’agricoltura biologica, non volevano altro che vi fosse la garanzia per la loro sopravvivenza, che un prodotto restasse sempre bio anche se il vicino di campo è biotecnologico. Con questo spirito un grande cartello di associazioni ambientaliste, dei consumatori, partiti di sinistra, gruppi religiosi cattocomunisti, con la parte politica costituita dalle cosiddette tute bianche si fecero avanti per una importante mobilitazione contro TeBio. Questa era una kermesse organizzata a livello nazionale nella città di Genova, prima nel suo genere, per promuovere le biotecnologie e far incontrare scienziati, lobbisti e dirigenti di multinazionali dei settori interessati. Anche se il momento e la particolare situazione spingevano all’unione verso l’obiettivo comune per alcuni era evidente la solita strategia dell’imbrigliamento della protesta dalle solite componenti politicanti, evidenziando come non vi fosse niente in comune. Sarebbe stato bello infatti vedere che finalmente anche l’antagonismo di sinistra allargasse il proprio spettro di vedute considerando la tecno-scienza biotecnologica una minaccia da contrastare per quello che rappresentava e per quello che avrebbe portato in futuro. Ma non bisognava illudersi di tutto ciò, piuttosto vi era il tentativo di cavalcare la protesta delle associazioni indirizzandola politicamente per cercare di rinnovarsi in qualche modo, con nuovi consensi e incarichi di gestione, situazione che sarebbe durata fino al G8, finché gli accordi si sono chiusi, ma per decisione dello Stato.
La grande manifestazione indetta da quello che sarebbe diventato il coordinamento MobilTebio porterà in piazza 5000 persone, a cui prese parte la componente più radicale della contestazione agli OGM. Volutamente molti gruppi parteciparono a tutta la mobilitazione, ma senza rientrare nei ranghi delle tute bianche, questi erano anarchici, ecologisti radicali ed esponenti dell’autonomia di classe. Non pochi furono gli scontri con la polizia e anche con i guardiani della mobilitazione che non volevano assolutamente si interrompesse la presentazione dello spettacolo che avevano allestito. Per l’occasione in quella Primavera del 2000 uscì un numero speciale di Terra Selvaggia stampato in numerose copie e distribuito alle manifestazioni per portare una critica verso aspetti come il metodo precauzionale, la scappatoia biologica e ovviamente contro i falsi oppositori.
I sostenitori del biotech, partecipanti all’incontro di Tebio, subirono un’ “imboscata” fuori da un ristorante di lusso a Genova dove vennero ricoperti di spazzatura, alcune banche (in particolare Banca Carige), finanziatrici di ricerche biotecnologiche, subirono attacchi e danneggiamenti, sia durante un piccolo corteo spontaneo che nei giorni precedenti e successivi alla mobilitazione. E ancora un susseguirsi di blocchi stradali e azioni in centro, da Caricamento a Palazzo Ducale. Da ricordare i numerosi sabotaggi alle filiali di Banca Carige nei giorni prima della kermesse lungo tutta la riviera di levante fino a Genova. Questi eventi fecero da cornice alla mobilitazione che di lì a poco si estese all’intero territorio nazionale e che si espresse principalmente attraverso le varie forme di azione diretta, diffusa e riproducibile.
Sempre nel 2000 è rimasta “celebre”, più che altro per i risvolti giudiziari che sono seguiti, è la due giorni di lotta contro le biotecnologie e la clonazione che avevamo organizzato a Firenze come gruppo ecologista “Il Silvestre”. Queste giornate cadevano in un periodo in cui il problema delle manipolazioni genetiche sugli esseri viventi era molto più sentito e a livello legislativo le multinazionali del settore premevano perché l’Europa prendesse una posizione di apertura al nuovo mercato agro-biotecnologico soprattutto americano. L’iniziativa di Firenze è stata un momento molto importante in cui gruppi e situazioni, in particolare anarchiche, ma non solo, si sono avvicinate con realtà rurali fatte di piccole situazioni contadine, artigiani e occupanti di terre e villaggi, un intreccio di relazioni non facile e costruito nel tempo. A parte alcuni casi isolati nessuno ha fatto tesoro di questi confronti e ha saputo andare oltre le solite differenze per cercare possibili percorsi comuni di lotta. Nei giorni seguenti si sono susseguite iniziative di informazione sui rischi degli OGM alla facoltà di agraria e volantinaggi improvvisati per le vie di Firenze. L’ultimo giorno il corteo di chiusura dell’iniziativa che avrebbe dovuto passare davanti alla sede della Dupont, una multinazionale leader del settore biotecnologico, è stato caricato alla partenza col pestaggio e l’arresto di alcuni/e manifestanti e l’incriminazione in tutto di tredici compagni/e con pesanti accuse.
Nel 2009 vi è stato il tentativo da parte della “Coalizione contro le nocività”, contesto soprattutto anarchico ed ecologista radicale che abbiamo costruito insieme a situazioni provenienti da un po’ tutta Italia, di rilanciare una mobilitazione contro gli OGM, prendendo come obiettivo da cui partire l’EFSA, l’Ente Europeo per la sicurezza alimentare con sede a Parma. Organo riconosciuto a livello internazionale a cui la Commissione Europea fa riferimento per introdurre molteplici nocività come nanotecnologie, pesticidi, additivi chimici, farmaci e ovviamente gli OGM. Fulcro delle decisioni e delle approvazioni delle nocività in Europa, altro non è che il braccio governativo di multinazionali e aziende del settore, molto del personale dell’EFSA ha un passato di rilievo dentro compagnie biotecnologiche, diventando in molti casi CEI delle compagnie stesse.
Numerosi sono stati i materiali prodotti tra cui anche un approfondito documentario sul Glifosate chiamato “Natura Morta. Avvelenamento a norma di legge” proiettato in numerose serate in tutta Italia, tanto il materiale prodotto dalla “Coalizione contro ogni nocività” che andava ben oltre al denunciare le solite ruberie e sperperi di denaro pubblici, in particolare segnaliamo il manifesto della Coalizione che fu stampato in numerosissime copie e diffuso ovunque e un dossier sull’EFSA. Tante le iniziative tra presidi, una grande manifestazione e un’occupazione del tetto dell’EFSA durata alcune ore che era stata organizzata durante lo svolgersi di decisioni importanti nei Panel (gruppi di lavoro) riguardo nuovi OGM da approvare a livello europeo.
Sul finire della prima decade del 2000, le multinazionali hanno ripreso il passo svelto che le contraddistingue non incontrando più quell’impeto di resistenza e attacco generalizzato a più livelli che ha permesso di mettere i bastoni tra le ruote alla presunta ineluttabilità del progresso transgenico. Negli anni anche se a livello commerciale le coltivazioni OGM sono state bandite, la ricerca sull’ingegneria genetica è andata però avanti senza mai arrestarsi e anzi restando sempre la punta d’eccellenza per ogni centro, in particolare nell’accaparrarsi soldi per nuovi progetti di ricerca. In tempi più recenti a Bergamo fece la sua comparsa l’“Assemblea Le Ortiche”, che avevamo costituito principalmente con situazioni anarchiche, libertarie e ecologiste soprattutto locali. Ancora una volta durante il vertice del G7 agricoltura che si svolgeva a Bergamo, furono queste situazioni minoritarie a smarcarsi dal fronte più grande apparentemente critico nei confronti di una agricoltura a misura di sovvenzioni, industria e poteri e rivendicarono la questione sociale e della terra libere da poteri e compromessi non solo dalle solite cattive multinazionali, ma anche dallo Stato, rappresentato in quel caso dall’allora ministro bergamasco Martina addentro appieno in quei poteri. Mentre il grosso della mobilitazione locale come sempre fatta dalle solite coop bio, associazioni di categoria, partiti di sinistra, commerci equi e solidali, centri sociali gestiti dal comune, sostava in piazza a consolidare la loro fetta di mercato nel teatrino della contestazione tollerabile, le infestanti Ortiche erano già a cavallo delle loro biciclette diretti alle fabbriche della provincia dove si produce Glifosate e da una multinazionale israeliana che invece lo importa in Italia. Sempre in quei giorni un rispettabile centro di ricerca pubblico come il CREA locale riceveva un presidio stabile per denunciare gli OGM sperimentali.
Se gli OGM negli anni erano sicuramente qualcosa che rimandava a qualcosa di negativo nell’immaginario generale, seppur restando nel campo molto parziale dell’agricoltura e dell’alimentazione, non si può dire che la stessa cosa abbia proseguito legando la questione alla biotecnologia nel suo insieme. Tra l’altro l’industria dei mangimi OGM è andata avanti quasi indisturbata, come vedremo, tanto da infestare le campagne con mangimi di soia americana OGM spesso riutilizzati per piccoli appezzamenti. Chi si è cibato degli altri animali schiavi negli allevamenti zootecnici era ed è tuttora a contatto continuamente con sostanze OGM che in un modo o in un altro ritorneranno alla terra assicurando contaminazioni, situazione che va avanti da decenni.
Nel mentre vi è stato sicuramente un riflusso dell’opposizione alle biotecnologie. Si è ristretto il forte movimento, causa anche la forte repressione di quegli anni contro i contesti più attivi in Toscana, in particolare contro il Silvestre su cui l’Europool in una nota ironica, sulle inchieste in corso, scrisse che veniva superato ogni record di messa in piedi di associazioni sovversive, che nella pratica significava un attacco costante alle situazioni in lotta. Le vaste mobilitazioni contro il transgenico hanno lasciato il campo a singoli momenti di protesta che avevamo organizzato ai Nanoforum (dove per la prima volta in Italia si parlava di nanotecnologie), Bioforum e per altri appuntamenti e vetrine dei promotori delle biotecnologie.
La diffusione di controinformazione radicale su queste questione non si è mai arrestata, soprattutto dalle pagine di Terra Selvaggia e poi dalle pagine di questo giornale “L’Urlo della Terra” che ne fu il seguito. Si è cercato di mantenere l’argomento sempre vivo, soprattutto perche il nostro lavoro di ricerca e di studio non ha mai parlato delle biotecnologie come altri contesti che legavano e legano tutt’ora il tema alla sola critica al capitalismo, al potere ecc…, ma spinge per una riflessione più profonda che vede come questi sviluppi tecnologici negli anni avrebbero stravolto la stessa idea di essere umano.
Il ritiro momentaneo della possibilità di fare OGM commerciali in campo aperto, non ha però fermato la critica radicale che si è fatta attacco diretto alle strutture, dove era evidente che la produzione e la ricerca delle biotecnologia continuava senza sosta e al silenzio delle critiche. Praticamente tutte le principali multinazionali presenti in Italia, Bayer, Monsanto, Syngenta, Pioneer H-Bred, KVS…, da ignoti sono state prese di mira con attacchi non simbolici, puntavano evidentemente alla distruzione di edifici di ricerca, luoghi di stoccaggio semi, centrali elettriche che alimentano gli impianti. In poche parole il massimo danno possibile per portare alla chiusura di impianti e sedi. In una di queste azioni il centro ricerca della Du Pont gravemente danneggiato restò chiuso per quasi un anno e i suoi dirigenti dichiararono che se non avessero avuto garanzie di sicurezza dallo Stato avrebbero abbandonato ogni progetto di ricerca in Italia. I metodi impiegati nei sabotaggi sono stati il meticoloso sabotaggio meccanico, ma soprattutto l’uso dell’incendio e degli esplosivi. Molte di queste notizie venivano raccolte dalla redazione di Terra Selvaggia, quando non venivano ricevute direttamente nella casella postale, questo fa pensare anche a quanto è stato taciuto nella lotta alle biotecnologie, considerando non tutti evidentemente gradivano contatti con i media e ovviamente l’immancabile censura sulle notizie scomode. La mole e la qualità delle azioni fa pensare ad una stagione intensa di lotta, come è stata per tante mobilitazioni o processi storici, la differenza, in principio, viene sempre fatta da piccoli gruppi o contesti informali che spingono verso una maggiore attenzione generale e quindi ad una azione di risposta collettiva. Sempre sulle pagine di Terra Selvaggia del tempo abbiamo denunciato i vari tentativi di dare un volto nuovo agli OGM, in quel caso si chiamavano MAS (market assisted selection), una tecnica biotecnologica che si proponeva come sostenibile, dolce, partecipata che prometteva di offrire i vantaggi dell’innovazione genetica senza le controindicazioni degli OGM. Con questa tecnologia le nuove varietà sarebbero state ottenute con incroci mirati, marcando i geni di interesse e tracciandone i geni nella discendenza. Ovviamente l’analisi dei redattori di Terra Selvaggia non lasciava dubbi a chi poneva la domanda “OGM o MAS?” La risposta era sempre: inutile dilemma. Già allora si utilizzava la propaganda green, anche se non ai livelli attuali, era importante fin da subito smascherare questi tentativi per evitare che ci fosse qualcuno che prendesse qualche abbaglio pensando che le cose erano cambiate o, peggio ancora, che i tecno-scienziati avevano rinunciato agli OGM.
Adesso si potrebbe concludere parlando dei TEA (tecniche di evoluzione assistita) che rappresentano i nuovi OGM e potremmo rallegrarci quindi delle mobilitazioni che ci sono state. Ma questo non voleva essere un testo che parlava solo di OGM in agricoltura, ma dando uno sguardo su un vecchio numero del giornale Terra Selvaggia, ci premeva porre una riflessione sulle biotecnologie, l’attacco al vivente e come resistervi. Nel tempo della dichiarata pandemia milioni di persone hanno accettato di farsi mettere nel proprio corpo sieri figli della manipolazione genetica, in un programma che non ha precedenti. La grande maggioranza degli Stati hanno partecipato, anche se in modo diverso e con prodotti diversi, ognuno, si sa, vuole la propria biotecnologia. Se parliamo di storia della resistenza alla biotecnologia in Italia, come non parlare anche del periodo in cui la manipolazione genetica è diventata di massa? Sicuramente le risposte date non sono state all’altezza della gravità della minaccia. Quel poco che si è mobilitato lo ha fatto parlando di libertà di scelta, rischi per la salute e ovviamente contro l’introduzione del lasciapassare verde. E la tecno-scienza e la sua biotecnologia elevata a nuovo paradigma medico universale?
Abbiamo lasciato le pagine di Terra Selvaggia già da un po’ per cercare di tracciare quel solco, tra la resistenza di ieri e oggi. Ancora una volta ci sentiamo di evidenziare la gravità della situazione, dove si vorrebbero trattare temi a nostro avviso fondamentali come le biotecnologie trattando un OGM alla volta e usando quelle retoriche di chi è avvelenato e chiede all’avvelenatore di prestare attenzione nelle dosi. Si può a questo punto veramente guardare in avanti come nulla fosse accaduto negli anni della biotecnologia di massa (solo all’inizio), partendo dai TEA e iniziando ancora una volta tutto da capo? Trattare i nuovi OGM-TEA come gran parte dei contesti trattava i vecchi OGM significa perdere un’enorme occasione di rimediare: per chi parlava solo di pannocchie in passato e per chi nel 2020 aveva i pensieri soffocati dalla mascherina e il braccio teso all’inoculo ingegnerizzato, alla parzialità dell’analisi e soprattutto per creare una resistenza che abbia ben chiaro che il loro obiettivo è la manipolazione genetica totale dei corpi tutti, non a caso parlando di vegetali usano termini non proprio neutrali come tecniche di evoluzione assistita. L’obiettivo nostro non può che essere la totale indisponibilità dei corpi umani, degli altri animali e di ogni ecosistema e filo d’erba su questo pianeta. Non perché la questione è inutile, antieconomica, pericolosa per la salute e l’ambiente… Se a chi ci avvelena chiederemo sempre dosi controllate di veleno, vi saranno sempre soluzioni, finché non ve ne saranno più che verranno proposte perché saremo già alla fine. La biotecnologia come tecno-scienza di punta è nemica di ogni libertà, siero geneticamente modificato per portare ad un controllo totale sui processi vitali, sull’alimentazione, sul mondo intero. Non per distruggerci come dice qualcuno, sarebbe uno sbaglio pensare così, ci vogliono solo docili e ubbidienti, desideranti della clinica, incapaci di capire la più piccola cosa di noi senza consultare tecnici (ex sanitari) e apparati.
Un altro aspetto che possiamo mettere in questo spaccato della storia della resistenza alle biotecnologia in Italia è sicuramente la traduzione italiana del libro di Alexis Escudero “La riproduzione artificiale dell’umano” che a fatica ha trovato un editore coraggioso come Ortica Edizioni di cui abbiamo curato l’edizione come Resistenze al nanomondo e le numerose presentazioni fatte in tutta Italia con l’autore. I temi del libro sono presto diventati per noi fondamentali e ci hanno portato a fare importanti approfondimenti di analisi e di critica che col tempo hanno influito molto in tanti contesti italiani e non solo, creando ovviamente anche non poche discussioni animate con chi voleva continuare a restare nelle comode nicchie di ambiguità dove si può fare a meno di prendere posizione. Continuando il percorso sviluppato con il libro di Escudero e nel corso delle relazioni costruite negli anni abbiamo pubblicato il libro “I figli della Macchina. Biotecnologie, riproduzione artificiale ed eugenetica” scritto insieme ad altri pensatori critici francesi e pubblicato in francese e in italiano. Libro che in Francia ha contribuito a creare un fortissimo dibattito, a differenza dell’Italia dove ancora una volta si è persa l’occasione per uscire dalle sterili polemiche e prendere posizioni nette contro ogni riproduzione artificiale.
Sempre su questi temi di grande importanza l’iniziativa di contestazione, organizzata da Resistenze al nanomondo e l’Assemblea Resistere al Transumanesimo di Bergamo, contro la Fiera del bebè a Milano, creando un contesto tale per cui anche le altre voci critiche per la prima volta in Italia si erano dovute esprimere non solo attorno alla maternità surrogata, ma anche su tutte le tecniche di riproduzione artificiale dell’umano.
Da anni abbiamo aperto un sito internet, Resistenze al nano mondo, dove pubblichiamo testi, traduzioni, interviste critiche alle tecno-scienze con lo scopo di creare pensiero e spingere a dibattiti là soprattutto dove nessuno vuole iniziarli e organizziamo tre giornate annuali oltre che di discussione anche di conoscenza tra chi condivide la critica radicale al tecno-mondo per tessere relazioni e percorsi comuni.
Trattando dell’indisponibilità dei corpi alle manipolazioni genetiche si sono alzate contro di noi forti critiche, da chi qualche manipolazione tende a considerarla necessaria, in genere in solidarietà verso altre “comunità” in cui si identifica e su cui percepisce grande oppressione. Se si è contro una visione e un progetto di mondo transumano, dove le tecno-scienze hanno un ruolo giorno dopo giorno sempre più importante e avvolgente nei nostri spazi di libertà esterni e, come vediamo con le tecnologie genetiche, anche interni, non è possibile fare eccezioni, non per disumanità, ma perché non avrebbe senso fare diversamente. Al tempo quando si portavano avanti campagne contro la vivisezione di particolari centri o contro Telethon per il finanziamento oltre agli esperimenti sugli animali anche alle biotecnologie, venivamo accusati di non avere sensibilità verso i malati, che addirittura li volevamo morti. Questo non ci ha distolto dal nostro agire e dalla nostra critica, non perché non avessimo sensibilità verso i malati, soggetti concretamente sofferenti, ma perché non ritenevamo che quell’apparato medicale fosse realmente interessato ai loro problemi, oltre ad impossessarsi di un sacco di soldi da investire nei vivisettori di animali, cosa per noi inconcepibile. Una soluzione se mai poteva essere trovata andava ricercata altrove, soprattutto nelle cause di gran parte delle patologie e delle loro cure altrettanto causa di patologie iatrogene. Con i transattivisti e queer che non hanno malattie ma sono ideologizzati fino alla nausea, si crea un qualcosa di simile: nella nostra critica alla medicalizzazione, al transumanesimo e all’attacco ai corpi abbiamo visto come era utilizzata, finanziata e sostenuta ad alti livelli l’ideologia gender da parte dello Stato e da certe componenti progressiste per demolire difese se vogliamo naturali di chi preserva la propria salute e troverebbe inconcepibile chi propone ormoni sperimentati su animali di multinazionali farmaceutiche per ricavare cambiamenti esteriori simili all’altro sesso e nel tempo interventi chirurgici invasivi, soprattutto se i soggetti di partenza sono adolescenti e bambini. Una volta si lottava a cambiare il mondo, questi attivisti lottano per avere il diritto di medicalizzare e demolire il proprio corpo. Questa apparente divagazione ci è utile per capire come la demolizione di senso generale ha agito negli anni su tanti fronti, ed è l’unica che può parzialmente spiegare anche l’inazione dei radicali di sinistra, anarchici, animalisti ecc… nei confronti delle nuove politiche genetiche in campo medico. Si può difendere le baronie mediche del Careggi sui bloccanti della pubertà e dopo criticare i TEA? Rotti gli ormeggi di difesa la corrente fluida passa incontrastata e dopo mettere paletti sarà sempre violare i diritti fondamentali di qualcuno, inceppando in questo modo le vere lotte da compiere, trovandoci a parlare della buona agricoltura italiana biologica da difendere quando stanno introducendo i nuovi “vaccini a mRNA autoreplicante” nella normalità sanitaria. Al tempo dei sieri genici eravamo tra i pochissimi a sostenere la “non libertà di scelta”, trovavamo la cosa controproducente proprio per il significato che diamo alla ricerca biotecnologica e al regime autoritario sanitario solo momentaneamente tornato nell’ombra. C’è il terrore a sinistra e tra tanti radicali a dire ‘no, non li vogliamo’, il rammollimento porta sempre a sostenere la ‘libera scelta’. Vi sarà mai la forza chiara e decisa a fronteggiare i nuovi aguzzini dal camice bianco sopra la mimetica?
Se parliamo di resistenza alle biotecnologie è importante interrogarci perché questa non si è vista in questi anni su aspetti fondamentali, perché questa non è stata in grado di formulare una critica radicale verso questo presente. Chi saranno i nuovi complici contro l’assalto al vivente? Chi prende le sovvenzioni del PNRR? Chi diventa bene comune secondo il senso dello Stato? Chi prende fondi da Eurizon 2030 in progetti inclusivi e organizza cortei contro gli OGM? Chi ha chiesto il Green pass nei propri mercatini biologici? C’è sempre il movimento dei trattori, che quando non è andato a prendere subito le briciole elettorali mettendo in piedi un partito filo governativo si pone in attesa dell’assistenzialismo di Stato, perché l’agricoltura procede solo con sovvenzioni, se si è agroindustriali, loro appunto lo sono per la maggior parte e in questi contesti non fa differenza seminare mais o pannelli solari nella campagna. E altri ancora sperano di farsi sindacati agricoli per cercare di occupare qualche posto vacante o qualche nuova funzione inventata ad hoc dal Ministero… l’importante che non si proponga di disfarsi delle coltivazioni OGM-TEA o che si annunci la fine dei mangimi OGM negli allevamenti, questi aspetti non verranno mai toccati.
Il futuro lascia incerti anche perché le tecnologie genetiche sono anche tecnologie di guerra, sono la componente di qualsiasi nuovo siero di possibili nuove pandemie, sindromi o altro. Saranno sempre più le protagoniste del nostro prossimo futuro, possiamo solo augurarci che quella piccola componente onesta e veramente critica presente nelle mobilitazioni presenti e in quelle che verranno faccia propria questa urgenza e agisca di conseguenza, senza timori di essere impopolare e soprattutto fuori dai recinti ideologici che a differenza di un tempo si sono fatti densi, ma di niente. La nostra esperienza, che non è certo di futurologi, ci ha insegnato che per pensare il prossimo futuro bisogno studiare solo con attenzione il presente che abbiamo intorno come i fossili aiutavano Hutton per il passato, ma per noi ci sono le chimere transgeniche ormai oltre la fase embrionale.
Costantino Ragusa, Giugno 2025, Bergamo – Resistenze al nanomondo
Pubblicato in L’Urlo della Terra, num.13, Luglio 2025

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L’ideologia del tecno-mondo. Resistere alla mega macchina – Silvia Guerini e Costantino Ragusa, acro-polis edizioni, leggi qui la presentazione: https://www.resistenzealnanomondo.org/necrotecnologie/lideologia-del-tecno-mondo-resistere-alla-megamacchina-silvia-guerini-e-costantino-ragusa/





















