Berlino – Blackout nel più grande parco tecnologico d’Europa

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Berlino: Attacco al complesso militare-industriale – Blackout nel più grande parco tecnologico d’Europa

Fonte: https://ilrovescio.info/2025/09/12/berlino-attacco-al-complesso-militare-industriale-blackout-nel-piu-grande-parco-tecnologico-deuropa/

Traduciamo e diffondiamo questo bel testo di rivendicazione dell’importante attacco al complesso militare-industriale a Berlino.

Qui il testo originale: https://de.indymedia.org/node/537364

Qui un articolo da un giornale indipendente che aiuta a contestualizzare la vicenda: https://www.lindipendente.online/2025/09/10/a-berlino-il-sabotaggio-del-complesso-militare-ha-causato-un-grande-blackout/

[Berlino] Attacco al complesso militare-industriale – Blackout nel più grande parco tecnologico d’Europa

9 settembre, mattina presto: migliaia di città si risvegliano, milioni di persone vengono strappate dal sonno dal suono stridulo della sveglia, che annuncia l’inizio di un’altra giornata di monotonia e apatia – 15 minuti per bere un caffè e poi correre al lavoro. Un’ora sui mezzi pubblici, pochi sguardi che si incrociano, nessuno parla, tutti fissano i propri schermi. Moltitudini di auto attraversano le strade, il rumore delle sirene spaventa i pochi uccelli che volteggiano sopra la città. I quartieri diventano ogni giorno un po’ più desolati. La solitudine si diffonde tra la gente, tra edifici di cemento, recinzioni e telecamere. Circondati dalla presenza della polizia, che minaccia sempre più di soffocarci. Schermi pubblicitari che invitano a consumare o ad arruolarsi nell’esercito. Sì, ci risiamo: “Il mondo può guarire grazie allo spirito tedesco”. La “svolta epocale” richiede di stare saldi per la patria e di essere pronti alla guerra, affinché il “corpo del popolo” si stringa e porti sacrifici. La militarizzazione avanza e dietro la promessa neoliberista di prosperità si mostra sempre più apertamente il volto fascista. La rassegnazione e il pessimismo guadagnano seguaci, si respira tristezza.

I notiziari riportano continuamente notizie di catastrofi. Guerre e genocidi non cessano. Al contrario: a Gaza, in Congo, in Sudan, in Ucraina si continua a uccidere e i governanti si fregano le mani. Gli affari vanno bene. Si stringono continuamente nuovi accordi per sfruttare le risorse di altri paesi e privare le persone dei loro mezzi di sussistenza. I neofascisti sono saldamente al potere in un numero sempre maggiore di Stati e il capitale è al loro servizio. L’ondata reazionaria di antifemminismo e omofobia è alimentata dai tech bro, mentre l’intelligenza artificiale continua la sua rapida ascesa, rendendo il mondo sempre più artificiale. La loro promessa distopica di progresso: una tecnocrazia fascistoide con aspirazioni extraplanetarie come risposta al collasso del pianeta. Tutto sembra indicare che questo mondo sia ormai perduto da tempo, che non ci sia alcuna possibilità di agire, che le nostre azioni non servano a nulla, come se i tempi di rivolta fossero ormai lontani nel passato.

Oggi, però, non tutto funziona così bene. Nel più grande parco tecnologico d’Europa, nella parte orientale di Berlino, dove di solito c’è un’intensa attività, questa normalità sembra essere svanita nelle prime ore del mattino dopo pochi minuti. L’oscurità è stata sostituita da un barlume di speranza, perché l’apatia e la frustrazione non sono le uniche reazioni a questa realtà opprimente.
No, oggi non è una giornata normale. Centinaia di amministratori delegati di diverse aziende e istituti di ricerca nei settori dell’IT, della robotica, delle biotecnologie e delle nanotecnologie, dell’industria spaziale, dell’intelligenza artificiale, della sicurezza e degli armamenti hanno ricevuto la triste notizia che il loro parco tecnologico di Adlershof ha smesso di funzionare. Almeno per un breve periodo, ma questo è sufficiente per compromettere gravemente le loro sensibili supermacchine e i loro processi operativi. Due tralicci dell’alta tensione da 110 kV nella Königsheide a Johannisthal sono stati danneggiati da un incendio doloso, causando un blackout nel parco tecnologico. Chiediamo scusa ai residenti che ne sono stati colpiti nelle loro abitazioni private, non era affatto nostra intenzione. Ciononostante, riteniamo che questo danno collaterale sia accettabile, al contrario della distruzione effettiva della natura e della sottomissione spesso mortale delle persone, di cui molte delle aziende qui residenti sono responsabili giorno dopo giorno. Il loro attaccamento alla ricerca del progresso tecnologico e la continua espansione dello sfruttamento industriale di fronte alle catastrofi attuali hanno conseguenze molto più gravi. Per tutti e in modo permanente. La volontà incondizionata di imporre questo obiettivo con la forza militare, se necessario, mostra ciò che realmente conta: il profitto e il potere. Questo fatto non può essere nascosto nemmeno da divertenti spettacoli di droni nel cielo notturno o da robot dotati di intelligenza artificiale che giocano a calcio, come quelli che di tanto in tanto vengono presentati al pubblico appassionato di tecnologia ad Adlershof. I loro slogan pubblicitari altisonanti su innovazione, sostenibilità e progresso non sono altro che una manovra fuorviante sul campo di battaglia della definizione del discorso, per distogliere l’attenzione dal fatto che in realtà costruiscono strumenti che portano morte e distruzione. Ogni modello di business immaginabile nei settori dell’industria high-tech citati, con sede nel parco tecnologico di Adlershof, ha in un modo o nell’altro una funzione di stabilizzazione del sistema ed è, tra l’altro, un prodotto di interessi militari.

Le loro macchinazioni garantiscono la sopravvivenza della macchina capitalista della morte. Sono loro il vero obiettivo della nostra azione.

Tuttavia, sarebbe impossibile esaminare singolarmente ciascuna delle oltre mille aziende e smascherare tutte le loro malefatte. L’elenco sarebbe infinito. Pertanto, limiteremo questa impresa a pochi esempi che illustrano in modo esemplare l’indicibile intreccio tra ricerca, scienza e tecnologia con la guerra, la distruzione dell’ambiente e il controllo sociale.

ATOS – Uno dei giganti del cyber, che sviluppa, tra l’altro, prodotti IT e applicazioni basate sull’intelligenza artificiale per l’esercito e la polizia. Per l’esercito tedesco, il gruppo gestisce il progetto HaFIS (Armonizzazione dei sistemi informativi di comando) e costruisce container funzionali a prova di proiettile con infrastruttura IT. Per il bellicista Israele, Atos gestisce un centro dati ad alta sicurezza per le sue autorità di difesa e sicurezza ed è quindi corresponsabile della guerra e del genocidio.

ASTRIAL – Un’azienda che, oltre alle infrastrutture di sicurezza per le smart city, si distingue soprattutto per il suo impegno nella guerra globale delle autorità di frontiera contro i migranti. I suoi sistemi di comando e controllo elaborano enormi quantità di dati provenienti da sensori terrestri, marittimi, sottomarini, sotterranei, aerei e spaziali per ottimizzare la caccia all’uomo alle frontiere esterne del Nord globale.

CENTRO TEDESCO PER L’AERONAUTICA E L’AEROSPAZIALE (DLR) – Nell’era della policrisi, lo spazio è un ambito altamente conteso e il DLR trae enormi vantaggi dal fondo speciale militare del governo federale tedesco. La ricerca nel campo della tecnologia militare è parte integrante del programma del DLR. Il DLR sostiene, ad esempio, i voli di addestramento dell’aeronautica militare o gestisce a Colonia, in collaborazione con la Bundeswehr, un centro di competenza per la medicina aerospaziale.

EDAG – Partner di lunga data dell’industria della sicurezza e degli armamenti. L’azienda sviluppa veicoli militari su ruote e cingolati, soluzioni per la sicurezza marittima o velivoli militari con e senza equipaggio. In breve: tutte le macchine immaginabili progettate per uccidere.

EUROVIA/VINCI – Una delle più grandi aziende di costruzioni e infrastrutture al mondo, coinvolta, tra l’altro, nella controversa costruzione del deposito francese di scorie nucleari. Vinci costruisce anche carceri (di espulsione), aeroporti o autostrade. Con le sue innumerevoli filiali, l’azienda è attiva anche nel settore energetico e sta entrando sempre più nel mercato degli armamenti. Recentemente, la filiale di Vinci Actemium ha annunciato l’acquisizione della Wärtsilä SAM Electronics GmbH, che opera per la marina tedesca e i cantieri navali di Amburgo, Wilhelmshaven, Elmenhorst, Bremerhaven e Kiel.

JENOPTIK – L’azienda tecnologica di Jena opera all’interfaccia tra sicurezza interna e difesa militare con prodotti quali telemetri laser, termocamere, LED, ottiche a infrarossi e polimeriche, utilizzati ad esempio per la ricognizione militare o la protezione delle infrastrutture. Di particolare rilevanza è attualmente il suo software “TraffiData”, utilizzato tra l’altro nella zona di confine con il Messico e ampliato su richiesta delle autorità di frontiera statunitensi con “TraffiCatch” per rendere più efficiente la caccia alle persone indesiderate.

ROHDE & SCHWARZ – L’azienda tecnologica e di armamenti produce tecnologia radio per impianti radio militari e sistemi di sorveglianza, che vengono venduti a grandi aziende tecnologiche, governi e servizi segreti in tutto il mondo. I prodotti R&S trovano applicazione, ad esempio, nella sicurezza delle frontiere (ad esempio in Arabia Saudita), nei veicoli militari, negli aerei, nelle navi, nonché nel controllo di missili e simili. Ma anche nelle apparecchiature di intercettazione della polizia e dei servizi segreti.

SIEMENS – Non c’è quasi nessun settore dell’industria militare e pesante in cui non siano presenti prodotti Siemens. Sistemi d’arma, sottomarini nucleari, portaerei, carri armati, reattori nucleari, dighe, impianti eolici, carceri, aeroporti e molto altro ancora. Molti di questi megaprogetti sono molto controversi, come ad esempio TrenMaya in Messico, i progetti di dighe di Erdogan in Kurdistan o, più recentemente, la costruzione del cavo elettrico sottomarino EuroAsia Interconnector, che collega Israele con Cipro e la Grecia. Anche altri progetti infrastrutturali israeliani nella Gerusalemme Est occupata e nelle colonie israeliane in Cisgiordania sono sostenuti dal gruppo.

TRUMPF – Un’azienda in prima linea nella guerra internazionale dei chip per la supremazia nel mondo digitale. Che si tratti di smartphone con trasmissione dati turbo e riconoscimento facciale, occhiali intelligenti, intelligenza artificiale, auto a guida autonoma o sistemi missilistici, droni e sistemi d’arma. I semiconduttori sono presenti ovunque e l’azienda tedesca Trumpf, in collaborazione con Zeiss e ASML, svolge un ruolo chiave nella loro produzione grazie ai suoi sistemi di litografia EUV. Senza i suoi componenti, il mondo altamente tecnologico si fermerebbe.

Questo sabotaggio non vuole solo identificare e disturbare i nemici della libertà, ma è anche un appello ad ampliare l’azione offensiva in generale, e in particolare questa forma di azione, che porta a un’efficace interruzione del sistema. È un appello a lasciarsi definitivamente alle spalle la frustrazione e la disperazione. Un grido per proclamare che le nostre idee anarchiche e la nostra voglia di agire prosperano e che le azioni irresponsabili dei governanti avranno sempre delle conseguenze. Ciò vale soprattutto per i complici dell’industria degli armamenti, perché non resteremo a guardare mentre le persone vengono massacrate nelle loro guerre o condannate a morire di fame.

Attaccare le infrastrutture critiche significa attaccare una delle arterie principali della sottomissione dell’uomo sull’uomo e sulla natura. La rete elettrica rappresenta di per sé la storia del progresso ed è il presupposto fondamentale per lo sviluppo spietato verso una società altamente tecnologica come quella che conosciamo oggi. Questa società, sotto il giogo della tecnologia e del capitale, sembra essere per ora il prodotto finale terreno delle conquiste della civiltà e sta causando una distruzione del pianeta quasi irreparabile, la cui portata è senza precedenti nella storia della Terra. Per non parlare delle sanguinose guerre per il potere e le risorse che i governanti impongono ai loro servitori. L’insaziabile desiderio di crescita li porta, nel vero senso della parola, a puntare sempre più spesso alle stelle. L’elettricità è la principale fonte di energia che alimenta ogni macchina e il “progresso” necessari per riprodurre l’attuale sistema. È possibile spegnerlo ed è anche possibile sostituirlo con una vita in libertà senza dominio e sfruttamento!

Sabotiamo l’attacco tecnologico – togliamo il potere al complesso militare-industriale!
Sempre aggressivi – mai bellicosi!

Alcuni/e anarchici/e

L’ideologia del tecno-mondo. Resistere alla megamacchina – Silvia Guerini e Costantino Ragusa


Presentazione del nostro ultimo libro:
L’ideologia del tecno-mondo. Resistere alla megamacchina.
acro-pólis, 2024

Siamo nel pieno di una Grande Trasformazione, un qualcosa di così travolgente che non lascia possibilità di tornare indietro perché nel suo cammino attua un processo demolitorio e di eradicazione profonda. Il trasferimento nel digitale permette una rimozione perfetta. In questa corsa forsennata verso il baratro vi è un’erosione dell’essere umano così profonda e radicale che assume i tratti di una metamorfosi ontologica e antropologica. Restano aperte questioni fondamentali: quale sarà il significato di essere umano, di essere vivente, di natura, di libertà?

In un puzzle di inclusione cibernetica dove i tasselli si intersecano perfettamente non ci sono altri usi possibili o strade alternative e a puzzle completo si rischia di ritrovarsi con una nuova identità umana incapace di riconoscere altro se non confermare il presente all’interno del nuovo ordine di verità algoritmico.

Per arrivare a far si che si realizzi questa Grande Trasformazione serve sicuramente consenso, ma anche questo è un ambito ormai probabilmente superato, in questi anni abbiamo visto instillare paure, ricatti e terrore, non troppo da paralizzare, ma abbastanza da creare obbedienza. Si prepara un accompagnamento verso nuovi mondi virtuali dove non solo sarà desiderabile immergersi, ma bisognerà anche crederci. Per questo vi è in atto una demolizione totale delle precedenti forme di esistenza: come si viene al mondo, scuola, lavoro, relazioni, famiglia, cibo, stili di vita… per far posto al nuovo individuo fluido, incapace di esistere senza il sostegno di apparati.

Non da poco è il grande alibi per cui la Grande Trasformazione cyber-digitale del mondo anche se non desiderabile va comunque acclamata: l’emergenza in tempo di pace che si chiama “ecosostenibilità”. Questa non significa altro che continuare a sfruttare e depredare il pianeta come si è fatto fino adesso incrementando vecchi e nuovi processi distruttivi dirigendo l’accusa verso nuovi nemici come la CO2, come il singolo non allineato ai nuovi dettami green, ma il nemico di fondo è questo essere umano troppo umano: un neomaltusianesimo che prevederà da un lato una riduzione di una parte della popolazione e dall’altro lato una sua riprogettazione che in nome della transizione verde-digitale farà passare l’inaccettabile. Non è sopraggiunta una reale coscienza ecologista, in quanto nessuno ci ha mai lavorato, ma un’autorità verde che attualizza nuove realtà servendosi di inedite modalità totalitarie di ingegneria sociale. Le ricette proposte si sono fatte “ecosostenibili” ed ecoinsostituibili e quindi necessarie, ma parlano la lingua del nucleare, del 5G, del 6G, dei nuovi OGM-TEA, della Geoingegneria fino ad arrivare al “ripristino” totale della natura e dei corpi adattati al nuovo paradigma cibernetico, sintetico e transumano.

Come attori principali delle attuali trasformazioni dobbiamo comprendere il ruolo di colossi agroalimentari-farmaceutici-bionanotecnologici, compagnie del digitale, poli di ricerca di importanza internazionale, comprendendo che il loro scopo non è meramente il profitto, ma portare a termine un’ideologia transumanista che rappresenta una precisa visione di mondo e di essere umano. In questo orizzonte vanno inseriti anche i programmi per la salute ideati e portati avanti da ricchissimi filantropi come la Fondazione Gates.

L’élite tecnocratica transumanista ha i mezzi per realizzare i suoi scopi ed è a capo dei principali consessi internazionali di punta delle tecno-scienze, gestendone e indirizzandone le fasi di convergenza, siano queste di natura tecnica o politica. Cavalcando la presunta ineluttabilità di questi processi affermando che, dal momento in cui non si possono fermare, vanno allora governati, direzionati e soprattutto ottimizzati. Dal loro punto di vista governare le tecno-scienze significa implementare l’essere umano con esse, ponendo un traguardo che non arriverà mai perché ad una implementazione ne seguirà un’altra e ad una modificazione genetica dell’essere umano ne seguiranno altre ancora più ricombinanti. Il tutto ben contornato di diritti e libertà, elogiato e sostenuto dai progressisti e apparentemente contrastato da quelli che dovrebbero essere conservatori, ma questi spesso non sono altro che l’altra parte di una scenografia già predisposta.

In questa visione di mondo transumanista i corpi e gli elementi naturali, non costituiscono più un fondamento indisponibile, ma divengono disponibili, mercificabili, scomponibili e manipolabili.

Le tecno-scienze diventano sistema, diventano orizzonte di senso, diventano contesto di esistenza delle persone, diventano inevitabili. Non possono essere considerate come delle tecnologie che si inseriscono in ogni ambito della società lasciando la possibilità o meno di usarle permettendo una dimensione di autonomia rispetto ad esse. Una volta inserite diventano l’ambiente stesso fondendosi con esso, plasmandolo e trasformandolo secondo le loro caratteristiche e secondo l’ideologia transumanista di cui sono portatrici. In questo procedere diventano la nuova normalità plasmando e trasformando lo stesso essere nel mondo, percepirsi nel mondo, stare nel mondo e agire nel mondo. In ultima istanza trasformando l’essere umano.

L’infinito dibattito attorno alla loro neutralità e al loro utilizzo positivo o negativo potrebbe concludersi attorno alla semplice considerazione che le conseguenze nefaste non possono essere considerati effetti collaterali: per quanto riguarda le tecnologie di ingegneria genetica e per le nanotecnologie si tratta sempre di disastri annunciati che tra l’altro servono a velocizzare e a normalizzare altri passaggi. La questione è molto più radicale di un dibattito ridotto e appiattito a utilità, vantaggi, svantaggi, inconvenienti, rischi, pericoli, la riflessione dovrebbe essere portata un po’ più in là, fuori dal loro regno della quantità, dal loro meccanicismo, fuori da calcoli e previsioni per arrivare alla messa in discussione radicale della concezione che considera il vivente come una macchina.

Le tecno-scienze diventano istanza suprema: tutto deve essere giudicato a partire da esse e, ovviamente, senza mai uscire dal loro paradigma di progresso a tutti i costi perché il progresso non si deve arrestare e bisogna parteciparvi da responsabili co-gestori dei rischi e dei disastri annunciati.

L’Intelligenza Artificiale con i suoi algoritmi crea un nuovo ordine di verità che non ha precedenti nella storia, un nuovo ordine verso cui non si potrà dubitare. L’Intelligenza Artificiale prenderà sempre più decisioni che a noi risulteranno incomprensibili a cui dovremmo solo adattarci. Una protocollazione totale della nostra vita, dalla nascita alla morte. Dai consigli che diventeranno precetti in ogni ambito, dalle nostre abitudini e dai nostri comportamenti all’ambito sanitario in una società terapeutica a guida algoritmica con una medicina personalizzata e predittiva con terapie geniche a mRNA.

La cattura e l’analisi dei dati in tempo reale non comporta solamente un’infrastruttura tecnologica e digitale, ma un nuovo paradigma in cui l’essere umano costantemente accompagnato dagli algoritmi perderà ogni orientamento e ogni ancoramento nel mondo.

Il nuovo potere dolce che sta prendendo forma non ha un volto di coercizione o di imposizione, ma della libera scelta, creando un contesto in cui le persone saranno costantemente avvolte da algoritmi che le guideranno nella via programmata. Incasellamenti nei nuovi dettami alimentari, sanitari, educativi e sociali pronti, da consigli, a diventare prescrizioni. La vita non verrà semplificata, verrà svuotata della sua sostanza. La normalità diventerà ciò che la perenne connessione nella rete e i dispositivi nei corpi permetteranno di fare, di trasformare, di modificare, di diventare. Il transumano. Il resto, l’umano, non solamente rimarrà indietro, ma non sarà più contemplato. Diventerà sempre più difficile per noi esseri umani ritrovarci, arrivando a cercarci dove non ci troveremo mai, nel mondo degli automi e delle macchine, se non al prezzo della perdita della nostra natura umana.

La critica a questo presente disumanizzante non può partire all’interno del suo alveolo cibernetico per lo stesso motivo per cui una fabbrica di cani robot non potrà mai convertirsi a qualcosa di pacifico. L’idea e il progetto sono militari, strumenti di guerra e di morte studiati per essere offensivi o per restare nei depositi dei laboratori, ma ben conservati per essere pronti ad ogni eventualità bellica e di controllo e repressione sociale interna.

Non può esistere un’Intelligenza Artificiale etica. Quando una parola è così tanto usata e abusata significa che ormai ha perso il suo significato. L’etica pone dei limiti, ma questi limiti sono proprio quelli che verranno continuamente superati dall’ideologia transumanista. Nei loro laboratori di ingegneria genetica e sociale non c’è spazio per l’etica.

Regolamentare uno sviluppo tecno-scientifico equivale a evidenziare un problema da risolvere con una soluzione tecnica, non significa certo fermare quello sviluppo nocivo, ma piuttosto diffonderlo e universalizzarlo. Per questo non è possibile regolamentare l’ingegneria genetica, la biologia sintetica, la riproduzione artificiale, la geoingegneria, l’Intelligenza Artificiale. La nostra critica deve essere a monte, nel respingere la riprogettazione del vivente.

Siamo circondati e schiacciati dalla convergenza di tecnocrati, falsi critici e falsi ecologisti. Si può per esempio criticare i progetti di smart city, ma senza mai nemmeno nominare le rete 5G oppure criticare la rete 5G per motivi di salute e dopo accettare le smart city come modello di esistenza, quando queste rappresentano la massima rappresentazione dello sviluppo di queste reti e, detto ancora più chiaramente, senza rete 5G non possono esistere smart city. E la rete 5G è il nodo fondamentale per l’implementazione del tecno-mondo a guida algoritmica che prepara alla rete 6G, a quel passaggio in cui sfumerà totalmente il confine tra il mondo esterno, i dispositivi digitali e i corpi che diventeranno dei nodi di un’immensa rete informatica.

L’onestà nel rivendicare la vera alternativa è in coloro che hanno il coraggio di ammettere che l’alternativa vera non esiste. Questo non significa non avere speranza, ma rendersi conto che lo spazio vitale nostro e naturale quasi nella sua interezza è stato occupato da forze manipolatorie che hanno un potere immenso, non solo nell’imporre il proprio dogma tecno-scientifico come indiscutibile, ma anche nel trasformare in menzogna la realtà materiale delle cose, menzogna che diventa la loro verità assoluta.

Dalla guerra in Ucraina con il massiccio uso di droni “kamikaze” guidati dall’Intelligenza Artificiale al laboratorio Gaza per lo sviluppo e l’addestramento di nuovi sistemi di sterminio basati sull’Intelligenza artificiale. L’implementazione dell’Intelligenza Artificiale da parte di Israele a Gaza segna un cambiamento significativo nello scenario della guerra moderna. Una “fabbrica di assassini di massa”. Palantir Technologies – fondata nel 2004, tra i fondatori Peter Thiel co-fondatore di PayPal – non è un semplice fornitore dell’apparato militare è una vera e propria piattaforma di intelligence per la guerra globale al terrorismo e per la totale sorveglianza interna. Gestisce anche il database HHS Protect che continua a raccogliere informazioni relative alla diffusione del Covid-19 con un sistema di algortimi predittivi atti a prevenire la diffusione di possibili focolai al fine di lanciare allerte e attuare misure tempestive: un nuovo sistema di biosorveglianza preventiva.

Sul campo di battaglia i militari da un lato non controllano le valutazioni e le decisioni dei sistemi di Intelligenza Artificiale per risparmiare tempo e per consentire la produzione in serie di obiettivi senza ostacoli, ma dall’altro lato non sarebbero neanche più in grado di farlo. L’operare dell’Intelligenza Artificiale avanza veloce in un universo di mere correlazioni statistiche e i suoi calcoli opachi non permettono all’essere umano di comprendere le sue decisioni. Questo modus operandis che ora vediamo diventare la normalità della guerra 4.0 sarà lo stesso in ogni ambito che sarà sottoposto agli imperativi degli algoritmi dell’Intelligenza Artificiale. Gaza rappresenta così non una singolarità storica e geopolitica, ma un possibile destino di disumanizzazione per tutti.

Per gli sviluppi delle tecno-scienze il principio di precauzione come i diritti dell’uomo o il diritto alla privacy è tanto invocato perché è diventato perfettamente inapplicabile: una formula magica per non arrestare niente. Quale società moderna potrebbe esistere rispettando i diritti dell’uomo? Quale società digitale potrebbe funzionare con una tutela della privacy? Quale tecnologia potrebbe continuare a svilupparsi rispettando un principio di precauzione?

Dietro questa caccia sempre più pervasiva alla cosiddetta disinformazione si nasconde la macchina della censura totale con una a differenza rispetto al passato: non sarà più possibile una critica, chi metterà in discussione ciò che verrà messo in campo dal sistema con la retorica del salvare l’umanità da malattie, povertà, catastrofi sarà semplicemente considerato folle.

Spesso ci si chiede cosa si lascerà alle future generazioni, ma forse la domanda da porci sarebbe a quali future generazioni ci si riferisce e soprattutto se ancora avremo non tanto memorie da lasciare, ma soprattutto memorie che siano comprese considerando che anche la scuola entra a pieno regime in un contesto di emergenza permanente-guerra-nuove pandemie all’orizzonte-nuovi sieri genici a mRNA-digitalizzazione-Intelligenza Artificiale. L’anno scorso Pfizer Italia era entrata nelle scuole con un progetto contro la disinformazione e di alfabetizzazione medico-scientifica destinato a insegnanti e studenti, dichiarando che durante la pandemia i social fossero diventati veicolo di fake news, da qui la necessità di controllarli assiduamente. Negli USA, per ora, il laboratorio mobile di scienza per studenti della Pfizer, non è un caso che in un video propagandistico del progetto si veda un cane robot della Boston Dynamics con il simbolo della multinazionale, ma che avrebbe potuto essere anche quello dei veri padroni di quel cane: il DARPA.

Noi non abbiamo ricette da prescrivere, facili soluzioni ed escamotage per scomparire dalla rete, come in tanti vendono e in tanti chiedono. Non vendiamo prodotti, non vendiamo illusioni e non vendiamo false coscienze per avere sonni tranquilli. Non abbiamo interessi da difendere e non vogliamo isole felici in cui ritenersi al sicuro dall’avanzata transumana incuranti delle macerie. Non pensiamo che ci siano delle derive e delle storture da raddrizzare. Non siamo preoccupati. Siamo in lotta. Contestiamo la totalità del mondo cibernetico e transumanista in ogni sua estensione, anche quelle non di moda nei salotti della critica. Per resistere. Per non arrendersi alla vita insensata e invivibile. Per non arrendersi all’obsolescenza programmata. Per non arrendersi alla dissoluzione. Pronti per lottare, non possiamo accontentarci di limitare i danni e di salvare il salvabile, nei tempi di oggi non è abbastanza. Si rende necessario creare momenti di resistenza che non solo possano essere bastioni di dignità umana, ma luoghi e comunità dove vivere relazioni a prova di erosione.

Opporsi all’avanzata del tecno-mondo e all’avanzata del transumano non è più rimandabile.
Restare umani significa resistere.

Silvia Guerini e Costantino Ragusa, www.resistenzealnanomondo.org

Indice del libro:

Introduzione alla presente edizione, 9

Introduzione dell’edizione con il titolo: 5G. Rete della società cibernetica, 16

1.Transumanesimo: l’ideologia del tecno-mondo, 21

2. Dalla macchina di Hollerith alla realizzazione della società cibernetica, 33

3. L’Intelligenza Artificiale e la sua etica, 39

4. 5G: la rete dell’Intelligenza Artificiale, 47

5. L’eredità mortifera della società cibernetica, 51

6. Smart city: ambienti cyborg per un’umanità cyborg, 57

7. Dalla smart city alla smart campagna, 61

8. L’accompagnamento algoritmico dell’esistenza, 69

9. Un nuovo ordine di verità, 75

10. La vita sottoposta a continua misurazione, 77

11. L’Intelligenza Artificiale delle emozioni, 79

12. Circondati dalle parole dei sistemi, 81

13. L’essere umano espropriato da sè stesso, 83

14. Addestrare bambini e ragazzi al prossimo Metaverso, 85

15. Un potere dolce, 95

16. La metamorfosi dello Stato, 99

17. Nuovo colonialismo fin nel ventre della Terra, 103

18. Dalla Guerra cibernetica alla Guerra Biologica

18.1 L’Intelligenza Artificiale va alla guerra, 107

18.2 Pianeta Terra come arma di guerra, 111

18.3 Laboratori di guerra biologica, 117

19. Perché la Transizione è verde, 121

20. Il Metaverso come il migliore dei mondi possibili, 133

21. Dall’Internet delle cose all’Internet dei corpi, 143

22. Un allarme dal mondo transumanista, 149

23. Verso il controllo totale delle nostre menti, 157

24. Quale alternativa al mondo digitale?, 161

25. Resistere alla megamacchina, 171

Biografie degli autori, 175

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La NATO difensore della pace? – Maria Heibel

Questa realzione è stata preparata per il settimo incontro internazionale TRE GIORNI CONTRO LE TECNO-SCIENZE, tenutasi il 18-19-20 luglio 2025
Purtroppo, la mia presentazione non ha avuto luogo a causa di difficoltà tecniche.
Esamino lo sviluppo della NATO e descrivo come si sia trasformata da una alleanza difensiva, fondata nel 1949, in un’organizzazione globale molto più complessa e influente di quanto si possa immaginare.
La NATO è oggi un attore unico al mondo, capace di integrare il potere militare, politico, tecnologico-industriale e culturale di 32 nazioni e 40 partners.

La NATO difensore della pace?
Di Maria Heibel

La mia indagine sulla NATO è nata dal desiderio di capire cosa sia effettivamente oggi questa organizzazione e quale ruolo svolga. Quando nel 2015 abbiamo fondato l’iniziativa NO NATO NO GUERRA, la domanda più frequente era: “Chi ci proteggerà quando la NATO non esisterà più?” Negli ultimi anni, tuttavia, il contesto internazionale è cambiato radicalmente. Persino il generale Mini oggi si esprime in modo molto critico e definisce la NATO addirittura un «pericolo per l’Europa».

Non esiste un’opera che racconti davvero la complessa storia della NATO: questo è dovuto alla grande opacità e segretezza che circondano l’organizzazione. Il suo ruolo geopolitico è noto, compresi quelli sulle strutture “occulte” come Stay Behind e Gladio, che hanno condotto operazioni clandestine durante quello che appariva un lungo periodo di pace.

Vorrei però porre l’attenzione su un aspetto trascurato: il peso che la NATO esercita nel complesso industriale-militare-accademico. La NATO influenza profondamente lo sviluppo tecnico e scientifico, promuovendo un sistema duale in cui le innovazioni civili e militari si intrecciano. La tecnologia nucleare ne è esempio emblematico: ciò che nasce per scopi bellici veniva riconvertito a usi civili – e viceversa –, in un costante ribaltamento di ciò che viene definito “bene” o “male”. Lo stesso fenomeno si osserva nella questione della CO₂, con oscillazioni tra allarmi e presunte soluzioni.

LA STORIA DELLA NATO

La storia della NATO inizia con il Trattato Nord Atlantico firmato a Washington, DC, il 4 aprile 1949. L’introduzione ci dice:

“Gli Stati che aderiscono al presente Trattato riaffermano la loro fede negli scopi e nei principi dello Statuto delle Nazioni Unite e il loro desiderio di vivere in pace con tutti i popoli e con tutti i governi. Si dicono determinati a salvaguardare la libertà dei loro popoli, il loro comune retaggio e la loro civiltà, fondati sui principi della democrazia, sulle libertà individuali e sulla preminenza del diritto. Aspirano a promuovere il benessere e la stabilità nella regione dell’Atlantico settentrionale. Sono decisi a unire i loro sforzi in una difesa collettiva e per la salvaguardia della pace e della sicurezza. Pertanto, essi aderiscono al presente Trattato Nord Atlantico.”

Questo era il messaggio principale.

La NATO non è più  “solo una entità che difende”. Ha subito trasformazioni significative dalla sua fondazione nel 1949, andando ben oltre il suo mandato originale di difesa collettiva contro una minaccia sovietica.

Ecco in forma iperconcentrata:

  • Nascita e Guerra Fredda (1949-1991): Inizialmente, la NATO era effettivamente un’alleanza difensiva, basata sull’Articolo 5 del Trattato di Washington, che stabilisce che un attacco a un membro è un attacco a tutti. Il suo scopo primario era contenere l’espansione sovietica in Europa. E pare che sia riuscito (lasciamo quindi fuori il ruolo di Stay Behind e Gladio e le guerre segrete).
  • Dopo la Guerra Fredda (Anni ’90 – 2000): Con la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS, la NATO ha affrontato una crisi di identità. Poteva essere il suo tramonto, ma non è stato così, anzi. Si è trasformata espandendo il suo raggio d’azione verso “gestioni di crisi”. Ha iniziato a operare fuori area (es. Balcani).
  • Post-11 Settembre (2001-2014): L’amministrazione Bush e il Pentagono hanno guidato la NATO verso missioni fuori area (Afghanistan, Iraq), con un focus su terrorismo e minacce globali. Questo periodo ha visto un rafforzamento del ruolo del Pentagono nella definizione delle priorità operative.

Il Pentagono ha avuto un ruolo cruciale fin dall’inizio, progettando la struttura militare integrata (es. SHAPE) e assicurando che il comando supremo fosse americano. Così è sempre stato. Ha progettato il sistema di comandi integrati, assicurando che il SACEUR (Comandante Supremo Alleato in Europa della NATO) fosse sempre guidato da un generale USA. Fornisce la maggior parte delle capacità avanzate (es. missili Patriot, droni Reaper) e influenza gli standard NATO, favorendo l’industria della difesa statunitense. Il Pentagono ha spinto per l’espansione a est e per il focus sull’Indo-Pacifico, allineando la NATO agli interessi strategici USA contro Russia e Cina. Comunque, il Pentagono non agisce da solo: opera in sinergia con il Dipartimento di Stato, il Congresso e la Casa Bianca, garantendo che la NATO rifletta le priorità della politica estera statunitense.

La NATO si distingue come un potere globale per la sua capacità di coordinare politiche, risorse e strategie tra 32 nazioni, coprendo circa 950 milioni di persone e una significativa porzione del PIL globale. Il suo potere però non è solo militare, ma anche politico, economico, tecnologico e culturale.

La NATO e le Strategie per Scienza e Tecnologie a Duplice Uso

Il programma Science for Peace and Security (SPS) della NATO, istituito nel 1958 e ribattezzato nel 2006 nella sua attuale denominazione, rappresenta una delle principali iniziative volte a promuovere la cooperazione scientifica e tecnologica su tematiche di sicurezza tra Stati membri e Paesi partner. A differenza dei programmi militari strettamente intesi, l’SPS concentra le sue attività su minacce trasversali e priorità globali, fra cui la sicurezza energetica, la difesa da minacce CBRN (chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari), la cyber difesa, la tutela dell’ambiente e il contrasto al terrorismo. In oltre sei decenni, migliaia di scienziati (inclusi premi Nobel) hanno contribuito allo sviluppo di progetti che spaziano dalla sicurezza cibernetica all’uso dei droni, “rafforzando capacità e stabilità in diversi Paesi partner”, inclusa l’Ucraina. Attraverso l’SPS, la NATO sostiene progetti con finalità civili considerati essenziali per la sicurezza collettiva, agendo sia come finanziatore sia come promotore di cooperazione e dialogo. Questa azione si traduce in una rete di partenariati strategici.

Il ruolo della ricerca scientifica per la sicurezza in NATO fu influenzato dal lavoro del Von Karman Committee, istituito nel 1959 su impulso dell’Alleanza e guidato dal fisico Theodore von Karman. Il comitato fu incaricato di definire le principali strategie di sviluppo tecnologico nel lungo periodo. Negli anni Sessanta e Settanta furono istituiti altri organi permanenti, come il Defence Research Director’s Committee (1963) e il Defence Research Group (1966).

Oggi, la strategia scientifica della NATO poggia essenzialmente su tre pilastri:

  • Science for Peace and Security Programme (SPS): promuove la cooperazione e finanzia progetti civili innovativi in ambiti legati alla sicurezza transnazionale;
  • Science and Technology Organization (STO): coordina e realizza la ricerca tecnologica avanzata in settori militari strategici, con centinaia di attività mirate ogni anno;
  • DIANA – Defence Innovation Accelerator for the North Atlantic: lanciato nel 2021 e operativo dal 2023, DIANA collega start-up, aziende tecnologiche, università e governi per accelerare lo sviluppo di soluzioni deep-tech a duplice uso (civile e militare), sostenute anche dal nuovo NATO Innovation Fund, un importante fondo internazionale di venture capital dedicato alle tecnologie per la sicurezza.

Un aspetto cruciale della strategia NATO è la promozione delle tecnologie a duplice uso (dual use), ossia soluzioni nate in ambito civile che si rivelano decisamente strategiche anche nel campo della difesa. Sono particolarmente rilevanti le applicazioni in intelligenza artificiale, sistemi autonomi, biotecnologie, materiali avanzati e tecnologie quantistiche. L’attenzione crescente verso questi settori si riflette anche nell’approccio delle università e dei centri di ricerca.

DIANA si pone come un punto di snodo internazionale per l’innovazione nella NATO: gestisce una rete crescente di acceleratori e centri di test tra Europa e Nord America (oltre 180 previsti nel 2025), fornisce finanziamenti mirati e mentorship alle startup, e coordina “sfide tecnologiche su energia, comunicazioni avanzate, resilienza, ambiente marittimo, spazio e cybersicurezza.” Il contesto ucraino, per la rapidità e l’intensità delle innovazioni impiegate, rappresenta una realtà in cui nuove tecnologie vengono rapidamente testate e adottate. L’Ucraina rappresenta un laboratorio.

Il confronto tra SPS (Programma Scienza per la Pace e la Sicurezza), STO (Science and Technology Organization) e DIANA (Defence Innovation Accelerator for the North Atlantic) chiarisce la complementarità dei tre strumenti:

  • L’SPS privilegia la cooperazione scientifica civile internazionale. Finanzia centinaia di progetti civili (30.000-400.000 euro) con 32 Stati membri e 40 partner, coprendo contro-terrorismo, difesa cibernetica (guerre cognitive), sicurezza ambientale (clima, rischi modifica tempo), minacce CBRN, tecnologie avanzate (cyborg soldier, sicurezza dei cieli), sicurezza marittima e proiezione di stabilità.
  • La STO con oltre 250 attività militari all’anno (budget elevati), opera come centro nevralgico della ricerca avanzata e sperimentazione in ambito militare.
  • DIANA rappresenta l’acceleratore di innovazione tecnologica, integrando attori del settore privato e pubblico, e promuovendo un “ecosistema” dove applicazioni civili e militari convergono.

In breve: La STO domina per importanza militare, SPS per cooperazione civile, e DIANA per innovazione futura.

La NATO, il Clima e l’Ambiente: Dalla Sicurezza Militare all’Ambientalismo (1960–anni ’70)

L’interesse della NATO per l’ambiente e il clima ha radici nella cooperazione scientifica degli anni ’60, iniziata con il gruppo Von Karman. In questa prima fase, i temi ambientali erano trattati prevalentemente come “sfide belliche”: ad esempio, la dispersione di sostanze nocive dovuta alle attività militari o le tecnologie atte a garantire l’operatività delle forze alleate in ogni contesto. Un vero salto avviene nel 1969, quando il presidente Nixon aveva suggerito alcune nuove iniziative per i 20 anni della NATO. La spinta per l’ambientalismo NATO viene soprattutto dagli Stati Uniti (sotto Nixon).

La creazione del CCMS (Committee on the Challenges of Modern Society). Nel 1969, la NATO istituì il Comitato sulle Sfide della Società Moderna (CCMS) su proposta del presidente statunitense Richard Nixon, segnando l’ingresso formale dell’Alleanza nelle politiche ambientali e sociali e aprendo la “terza dimensione” civile, oltre alla difesa militare e alla cooperazione politica. Questo organismo ha dato un volto cooperativo alla NATO, promuovendo studi pilota e workshop su temi come l’inquinamento atmosferico, idrico e acustico, la sicurezza stradale e la gestione delle catastrofi ambientali, coinvolgendo Stati membri NATO e paesi non-NATO (es. Svezia, Giappone). In un contesto internazionale segnato da una crescente attenzione ai temi ambientali, il CCMS avviò programmi per il monitoraggio della qualità dell’aria e la riduzione delle emissioni, contribuendo a soluzioni per mitigare l’inquinamento e rafforzare la cooperazione scientifica globale.

Il clima cambia in quegli anni: si fa strada l’ambientalismo (con eventi simbolici come il primo Earth Day nel 1970) e il Club di Roma lancia il libro The Limits of Growth nel 1972.

Gli Anni ‘70: L’Ambiente Diventa Tema Globale Nei decenni successivi il CCMS promuoverà progetti su inquinamento atmosferico, gestione dell’acqua e rischi per la salute derivanti dall’industrializzazione, anticipando i grandi summit internazionali dell’ONU sull’ambiente. In questa fase, l’Alleanza percepisce i rischi ambientali sia come fattori di rischio “tecnico” per le proprie forze armate, sia come potenziali fonti di instabilità sociale e geopolitica in Europa e nel mondo industrializzato. Quindi: Già dagli anni ’70, ben prima che il tema “clima e sicurezza” diventasse mainstream, la NATO ha esplorato, seppur con gradualità e sfumature politiche, il legame tra ambiente, sicurezza e stabilità delle società avanzate. Questo ha permesso all’Alleanza, tramite enti come il CCMS, di inserirsi nel nascente dibattito globale e di delineare metodologie di gestione e ricerca che, molti anni dopo, sarebbero tornate al centro dell’agenda di sicurezza internazionale.

Evoluzione della Cooperazione Scientifica e Tecnologica della NATO

Il Comitato von Karman

Il Comitato von Karman, creato dalla NATO alla fine degli anni ’50 sotto la guida di Theodore von Karman, pose le basi per una vasta collaborazione scientifica transatlantica, coinvolgendo università e centri di ricerca di diversi paesi alleati. Il lavoro del comitato fu cruciale per la standardizzazione tecnologica militare e per lo sviluppo di strategie scientifiche a sostegno della superiorità tecnologica occidentale durante la Guerra Fredda. Tra i temi di interesse emersi nei suoi rapporti vi era anche il potenziale uso delle forze della natura (come fenomeni meteorologici e fluidodinamici) non solo a fini difensivi ma anche come possibili strumenti strategici, avvicinandosi così ai concetti di manipolazione ambientale e “guerra meteorologica”. Come sottolinea lo storico Jacob Darwin Hamblin nel suo libro Arming Mother Nature, la possibilità di utilizzare la natura come arma fu oggetto di serie considerazioni nei circoli NATO, poiché tali strumenti potevano essere impiegati in modo difficilmente riconoscibile come attacchi deliberati. Queste discussioni riflettevano il più ampio interesse scientifico e militare dell’epoca verso nuove forme di “weaponization” dell’ambiente, anche nel contesto della rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Theodore von Karman, che fu anche protagonista negli sviluppi aeronautici internazionali, contribuì a fondare l’AGARD (Advisory Group for Aeronautical Research and Development) della NATO, il Von Karman Institute a Bruxelles, l’International Academy of Astronautics e l’International Council of the Aeronautical Sciences. In definitiva, l’opera del Comitato von Karman costituisce un momento fondamentale nell’orientamento della NATO verso una cooperazione scientifica internazionale per la ricerca militare, anticipando tematiche di “environmental warfare” che sarebbero rimaste centrali nel dibattito strategico delle decadi successive.

RIASSUMO I Gruppi e le Organizzazioni

  • AGARD (Advisory Group for Aerospace Research and Development, 1952-1997): Fu fondato nel 1952, AGARD si è concentrato su ricerca e sviluppo aerospaziale, promuovendo l’interscambio tra scienziati e militari. Ha sviluppato tecnologie per aviazione, missilistica e guerra elettronica, favorendo innovazioni dual-use (es. tecnologie radar con applicazioni civili). Ha istituzionalizzato la collaborazione scientifica NATO tra USA ed Europa.
  • RTO (Research and Technology Organisation, 1996-2012): RTO svolgeva attività di ricerca in diverse aree tecnologiche e si è fusa con AGARD nel 1996. Ha coordinato gruppi di ricerca transnazionali, coinvolgendo migliaia di scienziati e ingegneri, e ha gestito progetti dual-use con applicazioni militari (es. droni) e civili (es. tecnologie di comunicazione). Ha rafforzato la rete NATO di ricerca, integrando industrie della difesa (es. Leonardo, Thales) e università…
  • STO (Science and Technology Organization, (2012-oggi): È stata creata nel 2012, STO è l’attuale organo centrale per la scienza e tecnologia NATO, coordinando una rete di oltre 5.000 scienziati e ingegneri. Gestisce ricerca in Emerging and Disruptive Technologies (EDT) come AI, quantum computing, biotecnologie e spazio. Include centri specializzati, come il Centre for Maritime Research and Experimentation (La Spezia). Promuove tecnologie a duplice uso, ad esempio sistemi AI per sorveglianza militare e gestione civile delle infrastrutture, o materiali avanzati per difesa e industria. Coinvolge università (es. Politecnico di Torino), industrie e partner internazionali, standardizzando tecnologie NATO (vedi 5G/6G).
  • DIANA e NATO Innovation Fund (2019): DIANA (Defence Innovation Accelerator for the North Atlantic, 2021): Lanciato nel 2021 e operativo dal 2023, DIANA collega startup, università, industrie e governi per sviluppare tecnologie dual-use in aree come AI, cybersicurezza, spazio ed energia. Opera con oltre 180 acceleratori e test centre (2025) in Europa e Nord America, offrendo finanziamenti e mentorship. Esempi: batterie ad alta efficienza per basi militari e applicazioni civili, o satelliti per monitoraggio climatico e sorveglianza. NATO Innovation Fund (€1 miliardo, 2022) investe in startup deep tech per sicurezza e difesa, rafforzando il DUAL System (es. comunicazioni satellitari sicure con usi civili). Approvata dai ministri della difesa, identifica AI, quantum, biotecnologie e spazio come priorità, con la “Coherent Implementation Strategy on Emerging and Disruptive Technologies” (2021) per coordinare gli alleati.

Il DUAL SYSTEM

Il DUAL System è al cuore della strategia scientifica e tecnologica della NATO, riflettendo la sua capacità di integrare ricerca militare e civile.

ESEMPIO DUAL USE – IL NATO POL Il sistema NATO POL (Petroleum Oil e Lubricant), un oleodotto che attraversa l’Europa, totalmente finanziato dalla NATO, è stato realizzato, sul finire degli anni sessanta, allo scopo di alimentare con carburante per aerei e mezzi terrestri alcuni aeroporti militari principali.

ESEMPIO STANDARTIZZAZIONE SINGLE FUEL NATO e 5G/6G

Concludo: Un “Governo dei Governi”?

L’evoluzione della cooperazione scientifica e tecnologica della NATO, dal SPS, Comitato von Karman, AGARD, a STO e DIANA, mostra un percorso verso l’integrazione di scienza e difesa. Il DUAL System è il fulcro di questa strategia, permettendo alla NATO di sviluppare tecnologie con applicazioni militari e civili, amplificando la sua influenza attraverso reti accademiche, industriali e geopolitiche.

La NATO si è trasformata da semplice alleanza militare difensiva in una struttura estremamente articolata, dotata di istituzioni, accademie, agenzie e meccanismi di coordinamento, legati al complesso militare-industriale, che va ben oltre la difesa.

Governo dei Governi? Summit recente: I vertici NATO sono occasioni in cui vengono fissate le priorità strategiche e i capi di Stato si impegnano pubblicamente su obiettivi comuni, come l’aumento delle spese militari. L’accordo recente che spinge i Stati ad aumentare le spese militari destinate alla NATO al 5% . Il consenso mi pare che non ci sia stato, la Spagna non era d’accordo.

Oggi, la NATO può essere inquadrata come un’organizzazione unica al mondo per la sua capacità di integrare potere militare, politico, tecnologico e culturale in un quadro coeso. È più di un’alleanza militare: è un attore globale che coordina 32 nazioni su difesa collettiva, guerre cognitive, “sicurezza” climatica, spazio e innovazione tecnologica. La sua influenza si manifesta attraverso standard, narrazioni e pressioni, come mostra il Summit di questi giorni. Nessun’altra organizzazione – né l’UE né l’ONU – combina la stessa profondità istituzionale, capacità operativa e raggio geopolitico. La NATO collabora strettamente con l’ONU e l’UE. La sua complessità e il suo ruolo in espansione sollevano interrogativi importanti. © 2025 Tutti i diritti riservati.

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I link ufficiali sulla NATO

Sito Ufficiale della NATO: https://www.nato.int/

Programma Scienza per la Pace e la Sicurezza (SPS): https://www.nato.int/cps/en/natohq/78209.htm

Organizzazione per la Scienza e la Tecnologia (STO): https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_68312.htm

Acceleratore di Innovazione per la Difesa dell’Atlantico del Nord (DIANA): https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_216199.htm

Comitato sulle Sfide della Società Moderna (CCMS): https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_69335.htm

Pubblicato in: https://www.nogeoingegneria.com/effetti/politicaeconomia/la-nato-e-molto-di-piu-di-quanto-si-possa-pensare/

È uscito il nuovo numero del giornale L’Urlo della Terra

È uscito il numero 13 del giornale L’Urlo della Terra

Care lettrici e cari lettori,
è uscito il nuovo numero dell’Urlo della Terra. Richiedeteci una o più copie, mandateci il vostro indirizzo e faremo partire immediatamente la spedizione. Contattateci inoltre per una diffusione del giornale più ampia e capillare nelle vostre zone: biblioteche, circoli, centri di documentazione… e per iniziative benefit.
Siamo disponibili per presentazioni e discussioni sui contenuti del giornale, in luoghi pubblici e aperti dove il pensiero libero si alimenta.
Se avete possibilità pubblicate e fate girare in blog, telegram, siti internet, canali…

Vi ricordiamo le Tre giornate contro le tecno-scienze il 181920 Luglio, momento in cui diffonderemo anche questo nuovo numero del giornale:

Un caro saluto e grazie a tutte e tutti voi
La redazione

In questo numero:

– Editoriale

– Dalla tecnoscienza alla nescienza – Stefano Isola

– Il Sistema Asilomar – Costantino Ragusa

– Alexandre Grothendieck – Renaud Garcia

– La resistenza radicale alle biotecnologie – Costantino Ragusa

– Frammenti di pensieri, speranza e lotta – Silvia Guerini

– John delle montagne – Silvia Guerini

– Massmedioevo. Luci d’antiche e future ere “oscure” – Dario Stefanoni

– Profanare il nanomondo secondo la lezione di Ellul e Charbonneau – Leonardo Zocca

Rien ne va plus. Discorso sull’attuale momento del mondo – Jacques Luzi

– Ragione e sentimento nel pensiero ecologico – Jacques Luzi

– Il nostro mondo sacro: vissuto, negato e ritrovato – Paul Cudenec

– L’ideologia del tecno-mondo. Resistere alla megamacchina – Silvia Guerini e Costantino Ragusa


40 pagine
5 euro a copia, più spese di spedizione 1,30 euro
Per i distributori minimo 5 copie: 3 euro a copia, più spese di spedizione 1,30 euro

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IBAN: IT73L3608105138236370036378
Intestata a Silvia Guerini, Specificare la causale L’Urlo della Terra

Per contatti e richieste: urlodellaterra@inventati.org, www.resistenzealnanomondo.org

Programma 18-19-20 Luglio

Programma, indicazioni per prenotare e per arrivare

Settimo incontro internazionale
18-19-20 Luglio 2025
TRE GIORNATE CONTRO LE TECNO-SCIENZE
presso Altradimora, strada Caranzano 72, Acqui Terme (AL)

VENERDI’

13.00 pranzo

15.30

Presentazione dell’incontro a cura di Costantino Ragusa – Resistenze al nanomondo – Bergamo

16.00 Interventie a seguire dibattito

Sul caos che verrà
I media francesi (europei) amano presentare le politiche di Trump come l’improvviso emergere dell’autoritarismo, dell’imperialismo e dell’oscurantismo antiscientifico negli Stati Uniti. Ma non è molto difficile dimostrare che Trump sta semplicemente portando avanti tendenze che erano già all’opera e che la crisi ecologica si sta solo aggravando. Già nel 2007 Immanuel Wallerstein osservava: “Nella società americana si stanno creando le condizioni per una profonda spaccatura, se non per una guerra civile”. Il rischio di un tale collasso interno sta portando a un’intensificazione dell’imperialismo esterno, compresa l’appropriazione violenta di minerali strategici. E a mantenere la scienza solo come strumento di potere militare.
Jacques Luzi, membro della rivista Ecologie & politique, Francia

I tanti volti del transumanesimo
L’ideologia transumanista non è sempre immediatamente riconoscibile, ha la caratteristica di essere fluida adattandosi a molteplici contesti anche in apparenza in contrasto tra loro: un transumanesimo progressista dei diritti LGBTQ+ e un transumanesimo che emerge da ambienti conservatori. Sinistra progressista e destra prometeica: due facce della medesima medaglia, varianti del medesimo sistema tecno-scientifico che avanza con Intelligenza Artificiale, biotecnologie, CRISPR/Cas 9, tecnologie a mRNA. O la nostra visione di mondo o la loro, la contrapposizione è antropologica, ontologica, metafisica. Oggi la linea va tracciata tra chi vuole restare umano e tra progressisti prometeici transumani, avendo ben in mente quei confini inviolabili e non negoziabili.
I BRICS non rappresentano un ostacolo all’attuazione pressoché ubiquitaria delle agende della megamacchina che sta guidando la colonizzazione tecnologica di ogni aspetto della vita. Eppure, nonostante le molte evidenze, tra cui gli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale e quella che è stata la gestione della cosiddetta emergenza pandemica, questo secondo livello viene relativizzato portando avanti, di fatto, il mito della “neutralità della tecnica” anche da chi possiede strumenti di critica del presente.
Silvia Guerini – Resistenze al nanomondo

20.00 cena

SABATO

8.00 colazione

9.00 – 12.30 Interventi e a seguire dibattito

Dalla tecnoscienza alla nescienza
Le forme del dominio neoliberale si configurano non solo come controllo cibernetico e tecnocratico della realtà, ma anche, e in misura crescente, sulla sua incontrollabilità, sulla conseguente necessità di attivare sperimentalismi “generativi” atti a cavalcare la contingenza, che a loro volta inducono forme di rovesciamento anti-dualistico delle dicotomie soggetto-oggetto, realtà-pensiero, agente-mondo agito, sebbene, evidentemente, non nella direzione di un recupero di una dimensione culturale unitaria e di una nuova conciliazione tra società e natura, ma al contrario nella direzione di un’amplificazione ulteriore della volontà di potenza attraverso una crescente fluidificazione della realtà.
Stefano Isola

Pace e Guerra. La NATO difensore della pace?
Negli ultimi decenni, il ruolo della NATO è cambiato radicalmente rispetto al 1949, anno della sua fondazione. Oggi la NATO è un attore di primo piano nell’anticipare e plasmare il futuro della guerra (e non solo) attraverso una ricerca scientifica e tecnologica avanzata in stretta collaborazione con le organizzazioni di ricerca, l’industria e le università di tutti i Paesi membri e partner. La direzione della ricerca, in particolare in aree come l’“uomo aumentato”, che si estende al concetto di “natura aumentata”, riflette la sua visione. La NATO ha un ruolo decisamente diverso da quello di “saldo difensore della pace”.
Maria Heibel, curatrice del sito internet www.nogeoingegneria.com

Alexander Grothendieck, un matematico contro la “Chiesa scientista”
Alexander Grothendieck, uno dei più influenti matematici del secondo Novecento, nei primi anni Settanta interrompe la propria carriera accademica per farsi convinto oppositore delle comunità scientifica, che ritiene il principale sostegno della civiltà tecnologica e industriale e che, con la sua irresponsabilità, stava conducendo al collasso l’umanità e l’intero Pianeta.
Luigi Balsamini

13.00 pranzo

15.00 – 19.30 Interventi e a seguire dibattito

Profanare il nanomondo
La lezione di Jacques Ellul e Bernard Charbonneau – due amici critici della società industriale e precursori dell’ecologia politica
Due amici di Bordeaux, attingendo dalla tradizione religiosa francese, hanno sviluppato una riflessione basata sull’intuizione che la dimensione del sacro non si è spenta a seguito della secolarizzazione, ma si è soltanto trasferita alla tecnoscienza. La crisi della nostra società industriale potrebbe non essere causata solo dalla tecnoscienza in sé, ma anche dal trasferimento della dimensione sacra alla tecnoscienza. La soluzione potrebbe non essere un rifiuto integrale della nostra civiltà antropocentrica quanto piuttosto l’accettazione della sua eredità, per poter profanare il nanomondo, coltivare correttamente il sacro e dirigere l’evoluzione umana verso il Bene.
Leonardo Zocca

Il nostro mondo sacro: vissuto, negato e ritrovato di nuovo
La sacralità del nostro mondo vivente è sempre stata riconosciuta e celebrata nelle culture umane tradizionali, ma è stata marginalizzata nell’era moderna industriale. Perché e come è avvenuto tutto ciò? Come possiamo riportare la consapevolezza della natura divina al centro del nostro pensiero?
Paul Cudenec, www.paulcudenec.substack.com, www.winteroak.org.uk

20.00 cena

DOMENICA

8.00 colazione

9.00 – 12.30

Quali possibilità per continuare la Resistenza?
Come ogni anno in conclusione di queste tre giornate ci prenderemo del tempo per riflettere insieme sui percorsi di opposizione attualmente in atto e dove invece questi tardano a svilupparsi. Faremo queste riflessioni a partire dalle esperienze dei partecipanti andando anche verso le proposte che provino a dare concretezza alle riflessioni fatte nel corso di questo ultimo anno.
Ridiamo profondità, impegno, continuità, mettendoci in gioco in prima persona. Se non siamo disposti a questo come possiamo pensare di costruire una Resistenza?

13.00 pranzo

Il luogo dove si svolgerà l’incontro, Altradimora, (https://altradimora.eu/), strada Caranzano 72, Acqui Terme (AL), è una casa con dei posti letto e la possibilità di mettere delle tende nel prato davanti casa.
Il costo per partecipare alle tre giornate – venerdì, sabato e domenica – è 100 euro, per venerdì e sabato 80 euro, per sabato e domenica 60 euro, per domenica 20 euro.
È necessario PRENOTARE con anticipo la propria presenza per la partecipazione alle giornate. I posti letto sono limitati.
Se possibile è gradito un pagamento anticipato per aiutarci a far fronte alle spese organizzative.

Postepay Evolution
IBAN: IT73L3608105138236370036378
Intestata a Silvia Guerini Specificare la causale.

Porta sacco lenzuolo e asciugamani.
Daremo colazioni, pranzi e cene per tutte le giornate con alimenti biologici, vegani e da produttori locali. Prevista opzione senza glutine. Comunicateci eventuali intolleranze o altre necessità.

Lo spazio sarà libero da wi-fi (ad eccezione dei momenti con gli interventi da remoto) e chiederemo di spegnere i telefoni durante i dibattiti per tutelare le persone elettrosensibili (e tutte/i noi).
Per tutte le tre giornate banchetti con giornali, libri e materiale informativo. Porta il tuo materiale.

Aiutaci ad organizzare l’incontro al meglio, diffondendo il più possibile il programma, promuovendolo con interviste e presentazioni.


Come arrivare:
In auto: Da Genova con l’autostrada per Alessandria si esce a Ovada, si procede verso Acqui Terme e poi si prende per Rivalta Bormida. Passati i paesi di Trisobbio e Rivalta Bormida al bivio per Cassine si prosegue per due chilometri e poi si trova l’indicazione per Caranzano. Da Milano si esce ad Alessandria sud e si seguono le indicazioni per Acqui e Cassine, dopo Cassine c’è il bivio per Caranzano. Da Torino stessa strada.
In treno: Treno per Acqui Terme, vi veniamo a prendere alla stazione, si prega di contattarci sulla email per accordarci con largo anticipo e di arrivare, se possibile, non durante gli orari degli interventi.

Organizza: Resistenze al nanomondo

Per informazioni, prenotazioni e contatti:
www.resistenzealnanomondo.org, info@resistenzealnanomondo.org
www.facebook.com/3giornatecontroletecnoscienze/

L’ideologia del tecno-mondo, un libro su come resistere alla società cibernetica della megamacchina transumanista – Maurizio Martucci

Leggi qui: https://oasisana.com/2025/03/04/lideologia-del-tecno-mondo-un-libro-su-come-resistere-alla-societa-cibernetica-della-megamacchina-transumanista/

Amnesie nucleocratiche. Piccoli promemoria per la nuova età nucleare – Dario Stefanoni



Amnesie nucleocratiche. Piccoli promemoria per la nuova età nucleare
 

Le centrali nucleari sono state costruite su profondi vuoti di memoria.
Jean-Marc Royer

Da quando il parlamento europeo ha inserito l’energia nucleare nella “tassonomia verde” delle fonti sostenibili da stimolare e finanziare, il 6 luglio 2022, dietro plausibile spinta della Francia, ecco tornare a farsi gradualmente largo – anche tra i social network e giovani, rampanti giornalisti scientifici – una rinnovata propaganda nuclearista, adatta a tutti i palati e a tutte le età: smart e à la page, cinico-ironica e accuratamente “de-ideologizzata”. Alla maniera dei rapporti del Club di Roma, s’intende, il che equivale a dire più ideologica che mai, ossia nominalmente né di destra né di sinistra così che possa fagocitarle entrambe in un sol boccone, secondo i dettami di una tecnocrazia scientista, neofeudale e organicamente capitalista, anfibia tra pubblico e privato, conservativa delle disuguaglianze economiche e sociali, progressista quanto a tutto ciò che equivalga a informatizzare, manipolare e artificializzare il vivente. Alla bisogna, con originali coloriture di apparente sovranismo energetico e quel giusto tocco di politicamente scorretto, così da raccogliere – chissà – qualche anticonformistico placet dal sedicente fronte del dissenso, e dall’altra sdoganando pure tra i benpensanti della neosinistra e tra gli antifa della domenica un tabù, quello atomico, se non proprio caldo ancora tiepido, via.
Portato a distinguersi giusto nella real politik dall’ecologismo unicornista e turbodigitale di Greta Thunberg e dei Friday for Future, stemperandone l’escatologia climatica dai buoni sentimenti ecoansiogeni – da istericamente messianica a virilmente realista – all’occorrenza potrà vantare più apertamente nuance criptomilitariste e antidemocratiche, così da esplicitare l’ovvio come dono di schiettezza scientifica, di obiettivissimo business plan del pianeta e dell’umanità tutta, per rispondere a quegli straccioni minimalisti della decrescita felice o del razionamento green con il luculliano massimalismo energivoro di un parco nucleare sperimentale e nuovo di pacca, a base di minireattori che più “puliti” e “sicuri” non si può, portentosi autofertilizzanti dispensatori di energia gratuita e illimitata per tutti, e chissà quant’altro. Chiamalo, se vuoi, ambientalismo razionale. Pro-nucleare, pro-biotech, pro-5g, pro-vax, pro-tutto, purché non si parli mai, chiaro, di “correlazioni” e “effetti collaterali”. E che termini quali “radioattività” e “scorie” spariscano possibilmente dalla circolazione, a meno di possedere un dottorato in Ingegneria Nucleare che dia il diritto di parlarne, così da lasciar presto sgombra la strada alle nuove centrali prossime venture – ché le emorragie di Co2 incalzano, gli eventi climatici estremi incombono, e insomma c’è fretta.
Perché la Santissima Tecno-Inquisizione 2.0 dell’Antropocene termocapitalista e transumanista non ammette obiettori, disertori e imboscati, e se non ti rimetti immediatamente alla superiorità morale del clero tecnico di esperti, accademici e analisti, la condanna di “antiscientifico”, ossia di irriformabile paria del proprio tempo, non te la leva nessuno. E se rimanesse qualche dubbio, un monito apparso sul quotidiano francese L’opinion nel settembre 2021, basterà a dissiparlo: “Essere contro il nucleare è l’equivalente climatico dell’essere no vax: il rifiuto della ragione”. Sembra poco, ma vi è presente tutto lo spirito di un’epoca: piuttosto sorprendentemente per chi riteneva che l’uscita dal nucleare fosse tra i pochi approdi etici largamente condivisi, almeno in Italia, alla cui necessità il XX secolo ci aveva traumaticamente aperto gli occhi, ci si trova d’improvviso a ritrovare intatti, nel segno di un grottesco revisionismo post-storico in grado ormai di sminuire e negare qualsiasi cosa, quelle stesse inossidate bugie propagandistiche di un’epoca remota, precedenti perfino alle prime proteste di Three Mile Island nel 1979. 
Svecchiati appena nelle strategie di comunicazione e con agili ritocchi metodologici – decentralizzando di qua e rinverdendo di là, simulando trasparenza informativa e vive apprensioni di sostenibilità ambientale – la riscossa dei nuovi nuclearisti procede quieta ma inesorabile, forte anche di quanto è stato possibile imporre e tollerare negli anni della deriva autoritaria biomedicalizzata da Covid. L’industria nucleare, del resto, avrà storicamente e tecnicamente ben qualcosa da dire quanto alla gestione di stati d’eccezione e di disastri sanitari e ambientali, nonché quanto a medicina sperimentale e cavie umane – e anche comprensibilmente, visto il clima politico, sociale e culturale nuovamente favorevole, ritorna in scena per far presente il discreto primato maturato, in altri anni, in questi stessi campi.  Così, nel crescente e inostacolato processo recente di militarizzazione coatta e di rinnovata corsa agli armamenti, anche le risorse dialettiche dell’Internazionale Nuclearista possono di conseguenza affilarsi, e con le giuste tempistiche, il nuovo corso di “no nuke” –  già rietichettati in questi termini – potrà forse candidarsi come la prossima classe di “scimpanzé del futuro” da porre alla pubblica gogna, ossia di nuovi bifolchi complottisti da discriminare, emarginare e reprimere (tornando  indistinguibili dalla vecchia nomea di “pacifisti”, altra vetusta specie di dissidenti per costituzione ostili alle magnifiche sorti progressive del nucleare).
A permettere l’inattesa rimonta del nuclearismo vi è, ovviamente, anche l’Apocalisse secondo Co2, con la democratica, egualitaria stratosferizzazione delle cause dell’intossicazione planetaria. Pare, infatti, che grazie all’annunciato Armageddon climatico da diossido di carbonio, la cui responsabilità si può equamente comminare a tutte le masse del pianeta dotate di un’automobile o di una mucca, si possano lecitamente e legalmente trascurare tutti gli altri tipi di inquinamento di là da quello atmosferico, nonché tutti gli altri veleni sì ugualmente e indifferentemente sparsi in aria, in acqua e nel suolo, ma in genere di giurisdizione pressoché esclusiva di determinati apparati industriali e scientifici – radionuclidi inclusi, appunto. Come i pesticidi, gli OGM, l’inquinamento elettromagnetico e molto altro, anche la radioattività di combustibili e residui fissili parrebbe usufruire dell’indulgenza generale, relativamente libera da attenzioni politiche e responsabilità economiche; sarà perciò il caso di approfittarne, tanto più che l’industria nucleare di Co2 ne produce giusto in fase di cantiere, e quindi (così dicono) dev’essere senz’altro un’energia green, di quelle capaci di salvare il pianeta dalla catastrofe imminente.
Gira poi voce che ultimamente l’epidemia mondiale di cancro e di altre malattie degenerative sia giunta a tali livelli di diffusione e varietà che l’energia nucleare potrebbe correre meno di un tempo il rischio di passare tra le loro principali responsabili (nonostante gli innumerevoli possibili indizi a carico, come gli oltre 2000 test nucleari “ufficiali” atmosferici e sotterranei condotti in nemmeno un secolo, e dalle conseguenze mai chiarite). Le tradizionali tattiche dilatorie e le altre laboriose strategie dell’industria nucleare – quella di prendere tempo e ritardare od occultare quanto possibile ogni forma di diagnosi di chi è esposto alla radioattività, di psicologizzare le patologie radioindotte come ipocondriaca “radiofobia”, di sequestrare, coprire e non tradurre gli studi epidemiologici in merito, specie giapponesi, russi e ucraini –  potrebbero perciò non essere più necessarie, dal momento che innumerevoli altre patologie verrebbero indifferentemente provocate da altre industrie, come le agroalimentari e farmaceutiche, così che le cause possano essere sempre e comunque “multifattoriali” e ambientali, mai identificabili con precisione.

In questi tempi paradossali e dimentichi di tutto, può così affacciarsi persino un documentario di aperta propaganda nucleare come non si vedeva dall’epoca della Guerra Fredda, e che a un ventennio di distanza dal documentario eco-allarmista sul riscaldamento climatico Una scomoda verità di Al Gore (anch’egli pro-nucleare), pare tirarne e aggiornarne le fila catastrofiste per proporre la definitiva e perentoria panacea energetica per tutta l’umanità. È appunto Nuclear now di Oliver Stone, quasi un outsider del cinema hollywoodiano, noto in passato per posizioni politiche radicali e spesso non allineate che da cineasta e documentarista lo portano ad avvicinare personalità controverse come Snowden e Putin, Chavez e Castro, o a proporsi di mostrare il lato oscuro degli stessi Stati Uniti, ad esempio nei suoi film su JFK, Nixon o nella docu-serie USA, la storia mai raccontata. Da attivista anti-nucleare in gioventù, Stone si fa d’improvviso appassionato cantore dell’industria dell’atomo, sciorinando anche un assortimento di argomentazioni nucleariste che si credevano da tempo superate e confutate da decenni di studi, esperienze e riflessioni critiche. Anche questa stessa entusiastica e fanatica conversione, e con essa la regressione di tutta un’elaborazione collettiva della storia della scienza, è certo un segno dei tempi.
A seguire, si propongono cinque brevi visioni antipodiche e antidotiche rispetto al film di Stone, nonché alla citata propaganda nuclearista – anche cinematografica – oggi di tendenza. Sono solo alcuni documentari tra i molti possibili, tutti visibili integralmente online in lingua originale e talvolta con sottotitoli italiani, che del nucleare affrontano parte di quel che storicamente è stato da sempre segregato nel fuoricampo – i test nucleari americani delle isole Marshall, il lato oscuro e repressivo del nucleare civile francese, il destino dei liquidatori di Chernobyl – insieme alla concezione del mondo e della scienza in grado di produrre tutto ciò.
Non presentano gli asettici grafici statistici o i cataclismi naturali in computer grafica di Stone e Gore, ritoccabili all’infinito come le soglie formali di radiotossicità o i conteggi ufficiali delle vittime di qualsiasi disastro industriale. Ma testimoniano la verità incancellabile di corpi piagati dall’espropriazione di sé, dalla malattia e dalla radioattività. E di una natura ugualmente violata e ulcerata da ferite profonde, che non si risaneranno prima di migliaia e migliaia di anni.

HALF LIFE (Dennis O’Rourke, 1985)
Tra il 1946 e il 1958, il governo americano fece esplodere a titolo di test scientifico almeno 66 atomiche su alcune isole Marshall appositamente evacuate, nell’oceano Pacifico, per osservarne gli effetti. Una delle più devastanti tra queste, lanciata sull’atollo di Bikini, fu la bomba H, di una potenza distruttiva superiore di 1000 volte all’ordigno che polverizzò Hiroshima: era l’operazione “Castle Bravo”, presentata dal governo americano come “uno degli esperimenti più importanti della storia della scienza.” Quando il fallout radioattivo ricadde sugli atolli vicini, non evacuati dai militari, i bambini delle isole scambiarono la pioggia di corallo incenerito radioattivo per neve con cui giocare, e come tutti, si ammalarono di patologie radioindotte.
È questa una delle testimonianze raccolte a viva voce dal documentarista australiano O’Rourke, che – lasciando la parola a indigeni e militari sopravvissuti – riflette senza necessità di commenti né di orpelli sensazionalistici sullo scarto tra messa in scena governativa e atroce realtà, nonché sul razzismo scientifico intrinseco al “colonialismo radioattivo” (come varrà per i test atomici francesi in Polinesia e nel Sahara). Ancora decenni dopo le esplosioni, sulle isole Marshall non si contano le nascite di bambini con disabilità fisiche e psichiche; una donna, tra le altre, partorisce interiora senza corpo, e poi un neonato ricoperto di bubboni e ustioni che sopravvive appena un mese – e tutto ciò corrisponderebbe solo a un quarto degli effetti genetici complessivi, che saranno da quantificare in modo completo solo alla luce delle successive generazioni. Anche negli anni ’50 la gestione tecnoscientifica delle catastrofi era a base di “rigorosi e costanti controlli medici” e di grottesca retorica pseudo-umanitaria, a cui ricorse anche il discorso con cui infine Ronald Reagan saluterà nel 1986 l’indipendenza delle Marshall, solo minimamente risarcite, dopo aver devastato e contaminato quelle stesse terre e persone che dall’Onu erano state poste, dopo la seconda guerra mondiale successiva al dominio giapponese, sotto la protezione degli Stati Uniti (“Vi abbiamo insegnato la democrazia e la libertà, e la dignità all’autodeterminazione.”).
Nel finale, il documentario disseppellisce anche una rivelazione scioccante: i meteorologi e operatori radio dell’esercito americano intervistati – anch’essi ammalatisi delle stesse patologie degli indigeni – denunciano apertamente che gli ufficiali dovevano essere a conoscenza del fatto che i venti avrebbero portato il fallout radioattivo di “Castle Bravo” sulle isole vicine, e quindi il governo americano non evacuò deliberatamente gli atolli, già ridotti a laboratori a cielo aperto, per poter studiare gli effetti delle radiazioni anche sugli esseri umani (ai quali non prestarono in genere assistenza, come accadde a Hiroshima e Nagasaki, dove per decenni i medici americani preferirono studiarli e osservarli come cavie umane nel progredire delle malattie, senza offrir loro alcuna possibilità di cura, pur possedendo tecnologie e strumenti ematologici più avanzati di quelli a disposizione degli ospedali giapponesi). Del resto, qualcosa di simile era già accaduto agli albori dello stesso progetto Manhattan, con dinamiche vicine rispetto a quanto avvenuto anche in Italia un paio di anni fa, con l’imposizione dei sieri genici a mRna: si trattava delle iniezioni sperimentali endovena di plutonio, uranio, polonio e americio che nel 1946 il governo condusse su civili americani a loro insaputa (migliaia di persone, tra cui donne incinta, disabili, carcerati, pazienti oncologici, emarginati e poveri d’ogni risma) con lo scopo di studiarne, alla maniera dei medici nazisti, la tossicità in vivo e la soglia massima di radioattività che un essere umano poteva sostenere (con la conseguente ecatombe che si può immaginare, emersa pubblicamente solo mezzo secolo dopo). Lo stesso Robert J. Oppenheimer, mentre era al lavoro sulla bomba atomica, era tra i responsabili di questo parallelo “studio scientifico” (utile complemento del progetto Manhattan), ma, naturalmente, nel recente film biografico di Christopher Nolan – come nel profluvio di recensioni e commenti critici a corredo – difficilmente se ne troverà cenno.  

RADIO BIKINI (Robert Stone, 1988)
Ancora un documentario sui test nucleari compiuti nelle isole Marshall, ma più centrato sui primi due esperimenti dell’operazione Crossroads, inaugurata nell’estate del 1946 nell’atollo di Bikini con le detonazioni “Able” e “Baker” (la seconda delle quali – subacquea – fu considerata dallo stesso governo statunitense il primo disastro nucleare del dopoguerra, a seguito del quale non si riuscì a decontaminare nessuna delle navi bersaglio utilizzate, nonostante i successivi quattro anni di tentativi). Si fa qui più evidente la retorica scientifica “a fin di bene” con cui gli americani riescono a impadronirsi dell’atollo di Bikini, usurpandolo senza colpo ferire alle tribù indigene: ad essi annunciano solennemente, rassicurandoli, che quanto faranno sulla loro terra permetterà di trasformare, “nel nome del Signore”, una forza distruttiva in “un grande beneficio per l’umanità”. Come noto, la popolazione di Bikini accetta così di andarsene, ma per decenni, secoli e probabilmente millenni non potrà più ritornare sulla propria isola, resa inabitabile dagli esperimenti nucleari.
Impressiona, per l’epoca, anche l’arsenale cinematografico dispiegato dall’esercito americano per sfruttare le esplosioni in senso spettacolare: le truppe sono dotate di oltre 208 cineprese e 104 macchine fotografiche per immortalarle, e i primi 30 secondi impressionati della prima detonazione equivarranno a tutta la pellicola utile a realizzare a Hollywood 11 interi lungometraggi. È l’estetizzazione della morte su scala atomica, condotta con l’esaltazione dell’apprendista stregone (“i dati raccolti costituiranno i libri di testo di domani”), e il battesimo di fuoco di quella stessa incipiente, mortifera e impotente deriva voyeuristica – o “società dello spettacolo” – su cui filosofi come Guy Debord o Jean Baudrillard, dopo l’indispensabile Gunther Anders, avranno molto da dire. I primi sacrificati “per il bene dell’umanità” sono gli animali – pecore, maiali, capre, topi – nuclearizzati a centinaia sulle prime navi bersaglio. Poi, come sempre nelle sperimentali escalation della scienza moderna (curiose dapprima degli effetti sugli animali, per vedere come sarà poi sugli uomini), toccherà – con altri tempi e modalità – agli stessi umani. Non solo ai nativi del Pacifico, in questo caso, ma alle altre vittime dei test atomici sulle Marshall: i soldati americani stessi, lasciati a pascolare tra gelati a volontà e immensi “fuochi d’artificio”, di fatto ridotti come i primi a carne da radiazione, completamente ignari della portata di ciò a cui stavano partecipando (“radioattività” era concetto e termine a malapena pronunciato dagli ufficiali, certo più consapevoli). A ricordare gli eventi subiti in prima persona è proprio il reduce John Smitherman, recluta diciottenne al tempo dell’operazione Crossroads, intervistato pochi mesi prima della sua morte prematura, nel 1983, con le gambe progressivamente gonfiatesi per la radioattività a tal punto da scoppiare, letteralmente, e ridurlo a un tronco umano.


SUPERPHÉNIX: HISTOIRE FOLLE D’UN MOSTRE (Bernard Mermod, 1994)
Quando gli odierni nucleocrati d’ogni taglia vanteranno i nuovi prototipi di fantomatici reattori autofertilizzanti, capaci di riciclare prodigiosamente tutti i combustibili nucleari e i residui fissili del caso – risolvendo così ogni problema di sostenibilità ambientale, sicurezza ed efficienza energetica – difficilmente richiameranno alla memoria uno dei primi esempi storici di reattori di cosiddetta “nuova generazione”, ossia il “surgeneratur” Superphénix di Creys-Malville, la centrale elettronucleare sperimentale francese disposta poco lontano da Lyone e vicino ai confini con Svizzera e Italia, chiusa definitivamente nel 1997 a seguito di vari incidenti.
Una breve inchiesta televisiva della Radio Télévision Suisse ne ripercorre la storia fallimentare e inquietante, rievocata a seguito della decisione aziendale e governativa di riavviare la centrale dopo un ennesimo guasto. Si chiamava come il leggendario animale che rinasceva dalle proprie ceneri, perché nei chimerici piani di chi lo commissionò e progettò doveva generare da solo il proprio combustibile – producendo più plutonio di quanto ne consumasse, e in quantità illimitata. In breve, la sua efficienza: sei mesi di funzionamento in almeno sette anni di esistenza (dal 1987 al 1994, anno del reportage); la sua sicurezza: almeno tre incidenti funzionali gravi, tra cui pericolose fughe di sodie e perdite di argon; la sua sostenibilità: anche quand’era fermo, invece di produrre energia, ne consumava una quantità pari al fabbisogno di una città di 40.000 abitanti. Naturalmente, per i dirigenti industriali come per i cosiddetti esperti al loro servizio, prima dell’avvio della centrale gli incidenti erano tutti eventi matematicamente “altamente improbabili”, ognuno dei quali era possibile solo ogni 10.000 anni. Ma la concezione del tempo non è esattamente il punto forte dei nuclearisti, incuranti delle esperienze del passato come delle responsabilità del futuro – e difatti il primo incidente si presentò già nei primi mesi di funzionamento. Pur non essendo ancora tempo di propagandare gli “eventi climatici estremi” o di attribuire ogni responsabilità all’eccezionalità di uno tsunami senza precedenti, come avverrà al tempo di Fukushima, questa costosissima “speranza immensa”, avanguardistico fiore all’occhiello dell’industria nucleare approntato per produrre energia gratuita e illimitata, dovette poi nuovamente fermarsi, nel 1990, per un’intensa nevicata che ne fece crollare il tetto – un inconveniente, forse, non propriamente imprevedibile e incalcolabile. Ammantato di una propaganda scientifica che, al solito, ne presentava i promotori come pionieri solo relativamente compresi, come disinteressati ricercatori della conoscenza umana (“Abbiamo il dovere di andare in fondo  alla conoscenza nucleare”), imposto come d’abitudine quale opportunità economica da non perdere (con tanto d’inevitabile ricatto occupazionale per la popolazione locale), non fu semplicemente il fallimento tecnico e contabile di un colosso energivoro, emblematico della rapida obsolescenza con cui mirabolanti prototipi industriali possono ridursi a relitti inutilizzabili e ingestibili. Già nel decennio in cui il reattore venne costruito, a partire dal 1976, si ebbe infatti chiara l’idea di società militarizzata, autoritaria e repressiva che l’industria nucleare di per sé implica, onnipresente sin dalle sue origini storiche belliche e belliciste. Il 31 luglio 1977, dove avrebbe dovuto sorgere la centrale di Creys-Malville, una delle più partecipate manifestazioni antinucleari della storia francese fu caricata brutalmente dalla polizia, che arrivò a usare granate militari per intimidire i dimostranti, con la conseguenza di centinaia di feriti, tre mutilati e un morto – il giovane professore di fisica Vital Michalon, ucciso dall’esplosione di una granata. Neanche il suo cadavere poté fermare la costruzione di Superphénix, che venne realizzata comunque, di lì a un decennio, rivelandosi anche nei fatti come l’inutile e pericoloso mostro tecnologico già prefigurato dai manifestanti.
Perfino nell’anno di Chernobyl, pochi mesi dopo il disastro, la violenza della repressione propria dell’industria nucleare non si farà scrupoli a procedere con disinvoltura: in Italia, il 9 dicembre 1986, le proteste per impedire la centrale in costruzione da un decennio a Montalto di Castro (Viterbo) furono soffocate nel sangue (tra i molti feriti, anche un dimostrante colpito da un proiettile alla gamba, e un altro grave, con un’emorragia polmonare, per un lacrimogeno lanciatogli in pieno petto). E sarà evidente pure negli ultimissimi anni, ancora in Francia, con gli arresti di chi si oppone al deposito di rifiuti nucleari più grande d’Europa già predisposto nel bosco di Lejuc, nel dipartimento della Mosa, dove saranno interrate tonnellate di scorie che resteranno radioattive per migliaia di anni.


LE SACRIFICE (Emanuela Andreoli e Wladimir Tchertkoff, 2003)
Poco più di 20 minuti per uno dei rari documenti filmati che ci rimangano sulla vicenda dei liquidatori di Chernobyl, sacrificati con l’inganno, prontamente dimenticati dalla memoria collettiva (come accadrà anche con le migliaia di Fukushima) e condannati a una terribile morte in vita perché scongiurassero, a mani nude e con mezzi di fortuna, una catastrofe nucleare planetaria persino superiore a quella già avvenuta. Anche solo nell’incontro con un liquidatore bielorusso, si misura tutto lo sfruttamento e la devastazione inflitte a un singolo corpo, occultato come milioni d’altri dalle falsificazioni e delle reticenze della propaganda nuclearista di oggi e di ieri, che vorrebbe ridurre una tragedia incommensurabile, uno sterminio ad ampio raggio e dalle conseguenze anche genetiche e plurimillenarie, a poche centinaia di vittime e a poche migliaia di tumori alla tiroide, che oltretutto si vorrebbero quasi mai mortali. Già questo solo corpo, singolo essere umano immolato alla nuova religione dell’annientamento tecnoscientifico, paziente 0 dai sintomi inauditi, ridotto a invecchiare di decenni in un sol colpo e a decomporsi da vivo (come molti altri di cui porta testimonianze lancinanti e sconvolgenti Svetlana Aleksievic nel suo fondamentale reportage narrativo “Preghiera per Chernobyl. Cronaca del futuro”), è più che sufficiente a cogliere la vastità e l’ingiustizia dell’ecatombe universale che i nucleocrati hanno compiuto e continuano a perpetrare, parandosi dietro gli inattendibili dati istituzionali, attribuendo ogni colpa all’incompetenza tecnica dei sovietici, riducendo tutto – sempre – a bilanci economistici tra costi e benefici, e rimuovendo, semplicemente, l’umano.
Quello stesso imprevedibile “fattore umano”, incognita molesta e troppo viva, che a loro avviso sarebbe l’unica tara ammissibile dell’eccezionalmente “sicuro” sistema nucleare, quell’umano non ancora completamente sottomesso, non abbastanza resiliente, insufficientemente controllabile, non del tutto obbediente all’automazione totale che dovrà soverchiarlo e rottamarlo in via definitiva. Se non fosse che poi, non diversamente da Fukushima nel 2011, ad approntare il sarcofago per seppellire il reattore come a decontaminare quanto più possibile – foss’anche solo per pochi secondi letali – non intervenne alcuna forma d’illusoria Intelligenza Artificiale, ma sempre e comunque quello stesso umiliato, ricattato “fattore umano”. Nel disastro nucleare di Chernobyl, infatti, le componenti elettroniche interne dei robot si fondevano e gli automi si bloccavano – inservibili – per le radiazioni troppo elevate, e così ancora una volta si mandarono al macello radioattivo gli uomini, gli unici che potessero fare qualcosa. Ecco tutta la miseria dell’industria nucleare, ben nascosta dietro il gigantismo prometeico di una visione dell’uomo e del mondo che di colossale possiede solo la capacità di rendere tutto rovina.
Vale, ovviamente, lo stesso connubio di colpevolizzazione e ipocrita rimozione rispetto al’incontrollabilità della natura, imputata di aver provocato a Fukushima uno tsunami che nessun efficientissimo sistema di contenimento poteva prevedere né arginare. Eppure, al contempo, fu sempre quella stessa, acerrima nemica a portare lontano dall’entroterra abitato, verso l’oceano – grazie ad una fortuita congiuntura di venti – circa l’80% delle radiazioni, attenuando le conseguenze di un disastro nucleare comunque immane, così che i nuclearisti potessero tutt’oggi più facilmente riportarlo all’inqualificabile teoria degli “zero morti da radiazioni”. Di nuovo contabilizzando e datificando il vivente, e proprio là dove non si ha nemmeno la possibilità di misurare e stimare in modo attendibile l’entità dei danni da radioattività, per tempi e modalità di sviluppo poco calcolabili (specie nel breve termine, secondo gli usuali modelli matematici e strettamente quantitativi), quando non già mistificati e taciuti dai diretti interessati per paura dell’esclusione e della stigmatizzazione, come accadeva ai tempi degli hibakusha (gli irradiati di Hiroshima e Nagasaki, o “appestati dell’atomo”, invisibili ed emarginati come paradossali capri espiatori – non diversamente dagli stessi liquidatori di Chernobyl, o dai lavoratori precari e nomadi del nucleare francese o giapponese).

PLOGOFF, LES RÉVOLTÉS DU NUCLÉAIRE (François Reinhardt, 2021)
Anche per un’efficace ricezione “democratica” dell’energia nucleare, le consuete premesse sono quelle – sempre menzognere e interessate – degli imbonitori politici: nella campagna elettorale del 1974, quando la Francia si prepara – dopo lo choc petrolifero del ’73 – ad avviare il programma nucleare più ambizioso del mondo, il primo ministro francese Pierre Messmer assicura solennemente che non verrà imposto alcun impianto nucleare contro la volontà dei cittadini – lasciandosi tranquillamente smentire di lì a breve dalla realtà dei fatti. Sarebbe successo lo stesso diversi anni dopo, con il socialista Mitterand, asceso al potere nel 1981 anche grazie alle sue prese di distanza dagli eccessi delle politiche nucleari, per poi condiscendere, negli anni del suo governo, alla costruzione di 38 delle 56 centrali attualmente esistenti in Francia.
Ma in quel breve volgere di anni, tra Messmer e Mitterand, accadde qualcosa d’imprevisto, capace di cogliere alla sprovvista la potente lobby nuclearista e il solido complesso militare-scientifico nazionale.  Quando il governo francese, contraddicendo quanto appena promesso in campagna elettorale, individua cinque siti per la costruzione di strutture elettronucleari in Bretagna, senza alcuna forma di consultazione democratica e senza informare le popolazioni locali, procedendo direttamente a quelle che erano occupazioni militari sotto mentite spoglie progressiste (condotte nel nome di una dichiarata indipendenza energetica del Paese), ecco che uno di queste sedi preselezionate, Plogoff,  reagisce con forza straordinaria e del tutto inaspettata – qui raccontata nella più recente delle ricostruzioni documentarie. Individuandolo come sito adatto, la prefettura dava per scontato che questo piccolo villaggio prevalentemente di anziani, perlopiù pescatori e marinai che avevano obbedito tutta la loro vita, non avrebbe opposto alcuna resistenza. Né l’avrebbero fatto le donne, i giovani, i bambini. Errore.
Nei primi mesi del 1980, quando i militari arrivano in paese per preparare l’allestimento della centrale, tutti gli abitanti del piccolo paese, dai 7 ai 77 anni (sindaco incluso), danno vita ad una delle più tenaci e creative guerriglie di logoramento che siano state mai tentate contro la violenza congiunta di Stato e industrie. Consapevoli della portata distruttiva della minaccia nucleare “civile” rispetto all’integrità e alla biodiversità delle terre e delle acque di cui vivevano, ostili alle forze militari e a uno Stato incurante delle opinioni e dei saperi locali, ostruiscono i passaggi dei militari facendovi rovesciare dai netturbini tutto il pattume del paese, le fosse biologiche domestiche, badilate di letame, approntando buche e distese di cocci di bottiglia; le donne, anziane e devote cattoliche, senza lasciarsi intimorire fronteggiano tutto il giorno i soldati insultandoli e canzonandoli in tutti i modi, seguendoli e deridendoli persino quando si allontanano dagli appostamenti per urinare, logorandogli i nervi; parate farsesche e surreali si susseguono contro gli occupanti, e i più giovani s’improvvisano a costruire un grande, affollato ovile proprio nel luogo in cui dev’essere eretta la centrale, così da impedire da subito i primi lavori di scavo e costruzione; anche davanti ai fucili, molti abitanti di Plogoff rispondono con le pietre, senza mai rinunciare alla lotta. Il paesino assurse in breve a caso nazionale, e tutt’oggi è ricordato come una piccola Woodstock del movimento antinucleare, capace di richiamare sostenitori da ogni dove. La sua vicenda ispirò pure una storia a fumetti militante e apocrifa di Asterix, esemplare come quel che accadde realmente a Plogoff, un piccolo villaggio bretone capace di mettere in ginocchio il colosso elettronucleare della EDF, la politica nucleare del governo francese e le centinaia di soldati che li rappresentavano, con i propri soli mezzi e senza l’aiuto di nessun mediatore – avvocato, scienziato o politico che fosse. Probabilmente fu questo ciò che più fece paura al governo francese, che per soffocare le proteste si trovò costretto a mandarvi i soldati paracadutisti dalla guerra in Libano (i quali arrivarono a prendere a calci anche le donne anziane), ad arrestare e processare sindaco e cittadini, che compatti e solidali si presentarono tutti al processo provvisti di fionde al collo – compresi quanti  non avevano lanciato alcuna pietra – con l’offensiva nuclearista ridotta infine ad arrendersi, a desistere dalla costruzione della centrale.

Sebbene il suo esempio non venne imitato allo stesso modo altrove e il programma nucleare francese andò comunque avanti, spedito e pressoché illeso, in molte altre parti della Francia (inclusa la citata Creys-Malville), la risposta anomala di Plogoff rimase un modello straordinario ed eccezionalmente riuscito di disobbedienza civile. I suoi abitanti, con un’istintiva saggezza che oggi verrebbe probabilmente derubricata a ignoranza, finanche reazionaria e contraria al progresso tecnoscientifico, non si lasciarono incantare dalle rassicurazioni di propagandisti, tecnici e scienziati, non si limitarono a una lotta regionalistica ponendo invece un rifiuto assoluto al nucleare (“né qui, né altrove”), né si lasciarono nemmeno corrompere dalla promessa della partecipazione agli utili della centrale, prorompendo tra gli altri con uno slogan esemplare e in netta controtendenza allora come oggi, espressione di un pensiero decisivo e inaccettabile soprattutto oggi, in un’epoca ben più tecnocratica e totalitaria di allora, ossia: “Siamo tutti esperti-scienziati!” Ebbero la lungimiranza, anni prima del disastro di Chernobyl, di riconoscere come fasulli gli studi d’impatto biologico approntati per accontentare e fuorviare gli ecologisti, le inchieste d’utilità pubblica dagli esiti già programmati e inconclusi anche all’avvio dei lavori (prima le centrali, poi le eventuali critiche), i dossier illeggibili e reticenti che in poche eufemistiche pagine pretendevano di liquidare la questione della radioattività. Gli abitanti di Plogoff ne bruciarono simbolicamente e pubblicamente le copie, non cascarono nel gioco co-gestionario dei controesperti e delle controperizie, non si rimisero alla docilità di cittadini obbedienti che delegano ad altri la forza e il gesto essenziale dell’opposizione. Il loro fu un rifiuto fermo, definitivo e collettivo – lezione difficile e coraggiosa, certo mitizzabile a livello pubblicistico come l’icastica lotta di un David dei nostri tempi contro il Moloch della crescita illimitata, ma nei fatti d’ogni giorno, nella concretezza anche ruvida e sgradevole, nell’imprevedibilità tutta umana e nella poetica libera e fiera, semplicemente – una lezione tuttora inascoltata, e tuttora da seguire.
Le donne e gli uomini di Plogoff, in fin dei conti, riuscirono a esprimere un tipo di rifiuto molto simile a quello auspicato da Pier Paolo Pasolini nella sua ultima intervista rilasciata a Furio Colombo, il 1 novembre 1975, poche ore prima di venire ucciso.
Quella stessa intervista, divulgata a vent’anni dalla morte, in cui sosteneva che siamo tutti in pericolo, e in cui diceva:  “Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra”.
E aggiungeva: “Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna.”
E suggeriva: “Il rifiuto per funzionare deve essere grande, totale. Non piccolo,  non su questo o quel punto. Dev’essere «assurdo», non di buon senso.”
Oggi, adesso, ne saremo capaci?

Dario Stefanoni, pubblicato in L’Urlo della Terra, num.12, Luglio 2024,
www.resistenzealnanomondo.org

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5G: Rete della Società cibernetica
I figli della macchina. Biotecnologie, riproduzione artificiale, eugenetica.
Dal corpo neutro al cyborg postumano. Riflessioni critiche all’ideologia gender.
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Per l’abolizione della maternità surrogata.
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Nuovo brutalismo e guerra robotica – Stefano Isola

Testo dell’Intervento di Stefano Isola alle Tre giornate contro le tecno-scienze, sesto incontro internazionale, Luglio 2024 ad Acqui Terme organizzate da Resistenze al nanomondo e pubblicato sul giornale L’Urlo della Terra, n.12, Luglio 2024

Nuovo brutalismo e guerra robotica

Nei territori palestinesi si consumano stragi quotidiane di donne e bambini sterminati da bombe teleguidate, di persone che muoiono di fame e che non hanno dove rifugiarsi e dove potersi curare le spaventose ferite, e tutto questo procede accompagnato da un irreale balletto di distinguo e accorate perorazioni contro tutte le aggressioni e tutti gli estremismi. Altri massacri, tra quelli che costellano la storia moderna, presentano efferatezze e numeri paragonabili, e sono stati talvolta colpevolmente ignorati per molto tempo a livello internazionale, ma sono stati tutti comunque raccontati a posteriori attraverso reportage di osservatori, giornalisti e storici. L’attuale genocidio perpetrato a Gaza dall’IDF si caratterizza come una delle peggiori voragini umanitarie della storia anche per il fatto di essere trasmesso in diretta audiovisiva, ovunque, orizzontalmente, e di essere perciò osservabile da chiunque voglia informarsi, e, nonostante questo, non solo non viene fatto quasi nulla per fermarlo, ma si continua ad inviare armi micidiali per la sua perpetuazione. Per altro, il governo statunitense rifornisce ininterrottamente Israele di armi e risorse per perseguire il suo assedio criminale degli oltre due milioni di palestinesi di Gaza, assicura allo Stato dell’apartheid una copertura diplomatica presso le Nazioni Unite e distorce o oscura sistematicamente la condotta barbara dell’IDF. A causa di tutto ciò si dovrebbe parlare più propriamente di genocidio israelo-statunitense. Analoga e corrispondente situazione nella parallela guerra per procura che la NATO sta combattendo contro la Federazione Russa tramite il sacrificio dell’Ucraina, dove decine e decine di migliaia di giovani ucraini, e anche russi, hanno già perso la vita in una delirante prova di forza cinicamente spinta e finanziata ad oltranza da potenze esterne.

Si agisce, per lo meno nella gran parte del mondo occidentale, come se la tragedia umana che si consuma sotto i nostri occhi fosse irrilevante ai fini delle decisioni da prendere, ad esempio riguardo agli scambi commerciali o all’invio di armi. Come se nel prendere tali decisioni l’eventuale approvazione o disapprovazione di quella violenza non giocasse alcun ruolo. Come quando ci si trova in un ambiente di gaming, dove non ha senso approvare o disapprovare la violenza degli ultracorpi che invadono il pianeta Terra, perché farlo servirebbe solo a perdere la partita.

E così, la diffusione in rete della diretta di un massacro di bambini palestinesi innocenti con droni controllati a distanza può tranquillamente coesistere con le discussioni sui concorsi della canzone spazzatura internazionale, gare sportive o disavventure sentimentali di qualche influencer, in un centrifugato di informazioni e  intrattenimento che induce un’ipnosi collettiva assai più efficace della tradizionale censura, poiché elimina alla radice la ricerca di un riferimento reale, rendendo le persone insensibili alla contraddizione, impermeabili al dubbio e in definitiva incapaci di pensare.

In questa totale dissonanza cognitiva risiede l’essenza del brutalismo politico e morale che si sta affermando ovunque nelle nostre esistenze collettive, seguendo il quale le nobili istituzioni del mondo libero, agendo come psicotici sicari per conto del grande capitale, oggi partecipano attivamente allo sterminio degli “animali umani” palestinesi, ucraini, russi. Ma c’è di più: questo brutalismo dai tratti psicotici si raccorda perfettamente con il supercalcolo inconsapevole della cosiddetta intelligenza artificiale (IA) che incarna le procedure automatiche utilizzate nella guerra robotica in entrambi i campi di battaglia. Nel conflitto in corso in Ucraina, ad esempio, l’uso massiccio di droni “kamikaze” guidati dall’IA ed altre armi letali autonome, segna un punto di non ritorno in vari sensi possibili[1].

Innanzitutto, nella guerra robotica si palesa una fondamentale quanto tragica regressione, nella misura in cui il drone o l’arma autonoma istituiscono un regime di azione puramente binario, come quello dei video-giochi: sferrare o non sferrare il colpo mortale, non vi sono altre forme d’interazione con il nemico (disarmo, infiltrazione, dialogo ecc.).

Inoltre, l’uso di tali dispositivi sul campo non solo rende potenzialmente enorme il numero delle vittime, ma determina nello stesso tempo un loro costante addestramento per “migliorare” sulla carne umana le loro prestazioni omicide. Un addestramento costante che incarna una escalation incontrollabile: la continua accelerazione delle operazioni militari “intelligenti”, l’immediatezza di funzionamento dei sistemi autonomi e ipersonici, conducono ad una crisi di controllo e comando: come governare macchine con velocità sovrumane e al tempo stesso opache nella loro operatività, se non automatizzando a propria volta la gestione delle operazioni? Come nell’era atomica il possesso della bomba da parte delle principali potenze fungeva da deterrente per il suo uso, giustificando l’escalation, così oggi l’uso dell’IA nella strategia militare s’impone a ciascuno per non trovarsi in una condizione di vulnerabilità totale. Non c’è dunque alcuna possibilità di fermare la ricerca nelle tecniche di sterminio, nella misura in cui questa si svolge in condizioni di competizione mortale: se un competitore si ferma gli altri ne trarranno immediato vantaggio.

Il presidente dei capi di stato maggiore congiunti delle forze armate statunitensi, Mark Milley, alla vigilia della riunione dei membri del club Bilderberg a Lisbona (maggio 2023) ha dichiarato: «forse il più potente acceleratore nella conduzione della guerra moderna è l’intelligenza artificiale […] la capacità di prendere decisioni in modo rapido e accurato è un vantaggio significativo in guerra, che l’intelligenza artificiale e l’informatica quantistica daranno a quei paesi che riescano ad implementarle nelle loro applicazioni militari»[2]. Questo è lo scopo dei progetti “intelligenti” dei principali eserciti del mondo, e non mancano indicazioni che questo movimento si estenderà presto all’automazione della decisione di usare le armi nucleari.

Come riportato dall’Associated Press, alla fine del 2023 il Pentagono aveva un “portafoglio” di 800 “progetti non classificati legati all’IA”, mirati alla messa a punto di “soldati tecnologicamente potenziati” e meccanismi di “collaborazione uomo-macchina” (ad esempio per l’utilizzo dei caccia F-16), nonché di analizzatori d’informazione e dispositivi di sorveglianza, algoritmi di “fusione” dei dati per avere schemi comuni sul campo di battaglia, veicoli autonomi e semiautonomi, sistemi di armi letali autonome. Ma il Pentagono sta studiando anche l’uso dell’IA per «processi decisionali ad alto rischio militare e di politica estera»[3]. Per verificare come gli attuali modelli di IA affrontino tali problemi, lo studio in questione avrebbe utilizzato modelli di OpenAI, Meta e Anthropic per eseguire simulazioni di guerra, con risultati degni della romanzesca follia del generale Ripper ne Il dottor Stranamore: non solo tutti i modelli «mostrano segni di un’escalation improvvisa e difficile da prevedere», comprese «dinamiche di corsa agli armamenti, che portano a maggiori conflitti», ma alcuni di essi si sono precipitati verso l’opzione nucleareAlcuni recenti modelliGPT si sono rivelati tra i più “aggressivi”,“argomentando” che l’uso diretto di ordigni nucleari di annichilazione, piuttosto che complicate procedure di disarmo di altri competitori, sarebbe stata la strada più breve per raggiungere la pace!  

La possibilità di superamento della soglia di deflagrazione di un conflitto terminale per l’umanità potrebbe quindi trasferirsi negli imperscrutabili meandri del monologo interiore di una IA addestrata su miliardi di parametri ma priva di qualunque coscienza.

Ecco che l’IA, dispositivo di esternalizzazione di decisioni ed intenzioni, e di controllo del controllo, conduce fatalmente all’azzeramento della nostra capacità di prendere decisioni autonome e ad una perdita del controllo intenzionale sulla realtà. In tale prospettiva, la guerra robotica diventa un esperimento genocidario basato su modalità di ottimizzazione automatica che lo rendono omologo a un video-gioco.

Sull’altro fronte di guerra, ad esempio, è noto l’uso da parte di Israele di sistemi di IA noti per lo sterminio di esseri umani e la distruzione sistematica e diffusa di abitazioni, servizi e infrastrutture civili[4]. Tali dispositivi, come quelli chiamati Gospel e Lavender, elaborano in tempo reale enormi masse di dati su tutto ciò che vive e si muove su quel territorio[5] e, assegnando a edifici e persone un “punteggio” che indicherebbe la probabilità di avere “correlazioni” con Hamas, generano così molte centinaia di obiettivi al giorno, senza neppure informare sui “danni collaterali”, noti in anticipo. Il sistema di IA sadicamente chiamato Where’s Daddy?, in particolare, viene usato per seguire i sospetti fino alle loro case, e consentire quindi all’IDF di colpirli mentre si trovano con le loro famiglie, intenzionalmente, ed utilizzando missili non guidati o bombe “a caduta libera”, così da poter risparmiare sulle più costose armi a guida di precisione, o bombe “intelligenti”.

Non essendovi operativamente responsabilità umana, nessuno può opporsi a ordini disumani. E viceversa, l’uso generalizzato di tali dispositivi decisionali automatici può agire come copertura deresponsabilizzante per dar sfogo alle peggiori forme di cieco sadismo, delle quali abbiamo purtroppo innumerevoli testimonianze. «Non ci interessava uccidere gli operativi [di Hamas] solo quando si trovavano in un edificio militare o erano impegnati in un’attività militare», ha dichiarato A., un ufficiale dell’intelligence ai siti di informazione israeliani +972 e Local Call. «Al contrario, l’IDF li ha bombardati nelle loro case senza esitazione, come prima opzione. È molto più facile bombardare la casa di una famiglia. Il sistema è costruito per cercarli in queste situazioni»[6].

Sappiamo anche bene come Israele possa permettersi di non parlare neppure dei “danni collaterali” sui civili in questa «fabbrica di omicidi di massa»[7], grazie alla criminale complicità mediatica e politica di cui gode in Occidente.

L’IA, un prodotto della corsa per la supremazia tecnologica globale scatenatasi durante il secondo conflitto mondiale[8], torna dunque oggi prepotentemente in guerra, e vi ritrova la sua investitura ideale nell’adempimento di una delle funzionalità strategiche del nostro tempo: la psicotica capacità di decidere chi può vivere e chi deve morire, e la conseguente messa in atto di procedure automatizzate di sterminio[9]. L’uccisione e lo sterminio sono operazioni per le quali le tecnologie basate sull’IA, che non pensa ma calcola a velocità astronomica, sono idealmente perfette, e comunque molto più performanti degli esseri umani. In questa prospettiva, il ruolo chiave svolto dall’IA nel processo di escalation tecnologica globale, in atto da oltre un decennio, acquista tutto il suo significato. La potenza computazionale richiesta per addestrare modelli come GPT è inimmaginabilmente grande[10] e dopo la messa a punto sul corpo vivo della società, può essere applicata a produrre morte su scala industriale. E così, mentre qualche buontempone, come Elon Musk, evoca scenari “fantascientifici” tanto catastrofici quanto fuorvianti per una reale comprensione della reale posta in gioco, ed invoca moratorie sulla ricerca, e mentre think tank, organismi internazionali ed accademie[11] elaborano “codici di condotta” e “dispositivi etici” per valutare e mitigare le “vulnerabilità”, per «tenere la rotta di fronte alle sfide dell’IA» e garantire uno “sviluppo sicuro”, per «migliorare il benessere umano e promuovere la pace e la prosperità», tutti i decisori coinvolti sono unanimi nel lasciare di fatto mano libera all’uso dell’IA in campo bellico[12]. Così, ad esempio, all’inizio del 2024 OpenAI ha cancellato senza troppa pubblicità dalle sue “politiche di utilizzo”[13] la frase che vietava l’uso della sua tecnologia per scopi «militari e di guerra»[14], ed ha recentemente chiamato nel suo CdA Paul Nakasone, un generale dell’esercito statunitense, ex capo del Cyber ​​Command ed ex dirigente della National Security Agency.

Tuttavia, pensare di poter seriamente separare le applicazioni civili da quelle militari dell’IA appare semplicemente ridicolo. E difatti sono innumerevoli gli esempi di “trasferimento tecnologico” tra comparti diversi ed in particolare tra settori civili e militari. Lo Stato di Israele, insieme militarista e neoliberista, è avanguardia e modello in questa dinamica. Da mezzo secolo trae vantaggio dall’occupazione illegale della Cisgiordania e della Striscia di Gaza per testare costantemente armi e tecnologia di sorveglianza su una popolazione prigioniera e “nemica”. Il suo necropotere esercitato con l’occupazione neocoloniale dei territori palestinesi, si avvale oggi in modo strutturale dell’IA, con droni carichi di sensori, satelliti e jet di ricognizione aerea, dispositivi diffusi di riconoscimento facciale e comportamentale ecc., che vengono lì messi a punto per poi essere rivenduti in buona parte del mondo “civile”[15]. Ad esempio l’azienda israeliana Oosto[16] che applica l’IA alla biometria, addestra i suoi algoritmi sui palestinesi della Cisgiordania che poi rivende «in oltre quaranta paesi, tra cui Russia, Cina e Stati Uniti, e in innumerevoli località come casinò, industrie manifatturiere e persino centri fitness». E viceversa: si può ritenere, ad esempio, che una parte dei progetti di ricerca e sviluppo finanziati nel quadro del Programma dell’UE Horizon Europe, mirato a sviluppare attività con applicazioni «esclusivamente civili», si traducano successivamente in supporti smart ad azioni di guerra ibrida, anche grazie al partenariato con lo Stato ebraico[17].

L’esempio israelo-palestinese, per quanto possa apparire, per ora, estremo, ci aiuta a comprendere come l’IA operi una sintesi originale tra sterminio e burocrazia, agendo come una forma di colonialismo totalitario sul proprio stesso terreno. Il suo potere è per certi aspetti omologo a quello che si esercita sulla colonia, un non-luogo e un non-tempo permanentemente in stato di emergenza, dove la “pace” assume i caratteri di una guerra infinita. Dopo la gigantesca operazione di ingegneria sociale associata alla farsa pandemica, in particolare, assistiamo infatti ad un movimento di auto-colonizzazione dell’Occidente che inaugura inedite forme di brutalità alle quali l’escalation tecnologica in atto conferisce un potenziale distruttivo ed una velocità senza precedenti. Ciò che resta di quanto fino a poco tempo fa era chiamato “mondo civilizzato” diviene territorio di guerra permanente contro la vita e contro l’umanità.

Proprio come il governo cibernetico delle cose, che anticipa comportamenti e accadimenti sul piano virtuale per poi riproiettarne sulla realtà le conseguenze normative e disciplinari, anche la guerra postmoderna si è emancipata dalla politica, e il suo carattere illimitato e genocidario esprime il venir meno di ogni pensiero strategico, a favore di un non-pensiero meramente algoritmico. E difatti la stessa dimensione psicopatica pervade i dispositivi di selezione e distruzione degli obiettivi nella guerra robotica e i dispositivi di decisionalità ed azione della cosiddetta IA predittiva nella vita civile. Il potere e la capacità di decidere chi compirà o reitererà un reato, chi interromperà gli studi prima del tempo, chi avrà bisogno di certe cure mediche, si connette al potere e alla capacità di decidere chi può vivere e chi deve morire, senza soluzione di continuità.

In questo senso, Gaza rappresenta non una singolarità storica e geopolitica, ma un possibile destino di disumanizzazione che ci attende tutti.


[1] I droni sono di gran lunga i principali protagonisti dell’attuale congiuntura bellica, dall’Ucraina al Vicino Oriente, dal Donbass alla Crimea, dall’Iran a Israele fino al Mar Rosso. L’oggettiva difficoltà di intercettare gli sciami di droni per qualsiasi sistema di difesa antiaerea porterà fatalmente a un aumento degli attacchi preventivi, con evidenti rischi di escalation incontrollata.

[2] https://www.planet-today.com/2023/05/why-bilderberg-club-needs-artificial.html

[3] https://www.grunge.com/1553353/terrifying-ways-us-military-using-artificial-intelligence/

[4] https://pagineesteri.it/2024/04/05/medioriente/lavender-la-macchina-di-intelligenza-artificiale-che-dirige-i-bombardamenti-di-israele-su-gaza/#:~:text=Il%20software%20Lavender%20analizza%20le,di%20Hamas%20o%20della%20JIP

[5] Vale ricordare che le tecnologie di sorveglianza, tracciamento e reclusione, utilizzate da Israele con i Palestinesi, sono state rivolte in modo massiccio contro la sua stessa popolazione durante l’emergenza Covid.

[6] https://ilmanifesto.it/20-secondi-per-uccidere-lo-decide-la-macchina

[7] Così si è espresso un ex ufficiale dell’intelligence israeliana parlando delle operazioni dell’IDF, specificando che «l’enfasi è sulla quantità, non sulla qualità».

[8] Per una disamina storica e una critica generale del potere generato dall’intelligenza artificiale, rimando a S. Isola, A fin di bene: il nuovo potere della ragione artificiale, Asterios, 2023.

[9] Una sorta di versione algoritmica della Necropolitica discussa da Achille Mbembe.

[10] Insieme alla nuova schiavitù diffusa nel mondo e alla devastazione ambientale associate all’estrazione dei metalli e quasi-metalli necessari alla loro implementazione. Tra le altre cose, le GPU dei modelli dell’IA generativa hanno profili termici analoghi a quelli delle centrali nucleari e dunque richiedono enormi quantità d’acqua per il loro raffreddamento. Su questi temi cfr. J. Luzi, Ce que l’intelligence artificielle ne peut pas faire, La Lenteur, 2024.

[11] In particolare i due ultimi appuntamenti del G7 in Giappone e in Italia, l’Executive Order della Casa Bianca (31 ottobre 2023), l’AI safety summit nel Regno Unito (1-2 novembre 2023), e l’IA act della UE (marzo 2024).

[12] E comunque in tutti quei settori nei quali l’elemento discriminante è la sicurezza, personale e collettiva. Ad esempio l’IA act dell’Unione Europea, che entrerà in vigore a breve, limita l’uso di sistemi IA di identificazione biometrica in tempo reale ad eccezione di tutte quelle situazioni «la cui importanza prevale sui rischi» https://www.key4biz.it/ai-act-ecco-il-testo-finale-in-italiano-pdf/494813/ .

[13] https://web.archive.org/web/20240109122522/https:/openai.com/policies/usage-policies

[14] Preservando un generico divieto ad utilizzare il suo servizio «per danneggiare se stessi o altri» https://openai.com/it-IT/policies/usage-policies/

[15] Cfr. https://www.acro-polis.it/2023/12/28/antony-loewenstein-il-laboratorio-della-palestina/ e A. Loewenstein, Laboratorio Palestina. Come Israele esporta la tecnologia dell’occupazione in tutto il mondo, Fazi Editore, 2024.

[16] https://oosto.com/ 

[17] https://research-and-innovation.ec.europa.eu/news/all-research-and-innovation-news/israel-joins-horizon-europe-research-and-innovation-programme-2021-12-06_en

Stefano Isola

Intelligenza artificiale: iperguerra, ecocidio e asservimento – Jacques Luzi

Testo dell’Intervento di Jacques Luzi alle Tre giornate contro le tecno-scienze, sesto incontro internazionale, Luglio 2024 ad Acqui Terme organizzate da Resistenze al nanomondo e pubblicato sul giornale L’Urlo della Terra, n.12, Luglio 2024

Intelligenza artificiale: iperguerra, ecocidio e asservimento.
Presentazione del libro di J. Luzi, Quello che l’intelligenza artificiale non può fare, 2024

Qui mi propongo di per parlare un po’ del mio libro, pubblicato a giugno in Francia: Cosa non può fare l’intelligenza artificiale. Per farlo, presenterò i due punti seguenti :

  1. Quali sono i principi dell’IA?
  2. In che modo l’IA fa parte delle invarianti dell’industrialismo, al di là delle sue applicazioni ludiche o “benefiche”?

Quindi, primo punto: quali sono i principi dell’IA?

Immaginate di essere in piedi su un muro dal quale volete saltare. Mentre iniziate a saltare, vedete un riccio che vi ostacola. Senza nemmeno pensarci, aggiustate il salto, evitate il riccio e, come un gatto, atterrate in piedi. Tutto va bene.

Che cosa è successo? Dal punto di vista del buon senso, avete buoni riflessi. Dal punto di vista dominante della tecnoscienza, il vostro comportamento è il risultato di un calcolo che vi permette di adattarvi ai cambiamenti dell’ambiente. Questo è il principio della cibernetica, che presuppone che il corpo umano sia una macchina biochimica  controllata da un cervello-macchina. È questo cervello-macchina che ha calcolato la nuova traiettoria e ha diretto il corpo-macchina.

La critica a questo paradigma della macchina risale almeno a Immanuel Kant. Emergendo dal cervello, il pensiero umano segue regole diverse dal suo substrato biologico; l’attività del cervello è inseparabile dal suo organismo; un organismo non è una macchina, nasce da un altro organismo, senza essere fabbricato, e ha una “forza formativa” che la macchina non ha. Infine, a differenza del computer, l’organismo umano nasce e si sviluppa senza possedere una memoria anatomica in cui sarebbe possibile immagazzinare algoritmi e dati, i primi elaborando i secondi.

Tuttavia, in un secolo, la tecnoscienza è passata dalla meccanizzazione della forza fisica umana alla meccanizzazione del pensiero umano, assimilato a un processo di calcolo. Il risultato sono gli algoritmi del computer e dell’intelligenza artificiale. Il risultato finale sarebbe la creazione di una nuova specie, la Machina Sapiens, dotata di una potenza fisica e intellettuale infinitamente superiore alle capacità umane. E nella quale gli esseri umani devono fondersi, secondo l’ideologia transumanista.

Sebbene il progetto dell’intelligenza artificiale sia di vecchia data, oggi sta è resa possibile dai progressi della potenza dei computer e delle immense banche dati, fornite dalla completa digitalizzazione dell’esistenza. Questo progetto è di natura universale. In primo luogo, è possibile riprodurre meccanicamente il comportamento degli esseri viventi (ridotto ai calcoli che permettono loro di adattarsi ai cambiamenti del loro ambiente). Ma è anche possibile rispondere alla crisi ecologica con un adeguamento calcolabile al feedback della natura dalle azioni umane [questa è l’argomentazione sostenuta da James Lovelock, Gaia, nel mille novecento settantanove]. E infine, applicare il ragionamento cibernetico all’ordinamento della società: gli individui digitalizzati producono dati e possono essere governati dal feedback della macchina intelligente.

Secondo punto: come si inserisce l’intelligenza artificiale nella logica o nelle invarianti dell’industrialismo?

Nel mio libro sono particolarmente interessato a quattro invarianti: l’alleanza tra il potere militare dello Stato, il potere monetario del capitale e il potere tecnologico; il capro espiatorio della natura come macchina sfruttabile e trasformabile all’infinito; la meccanizzazione del lavoro salariato; l’estensione della disciplina di fabbrica all’intero territorio governato dallo Stato.

Per brevità, non tratterò qui la questione del lavoro.

Primo punto) L’alleanza tra Stato e Capitale:

Dal Rinascimento, le società industriali sono state strutturate dal pensiero mercantilista, che è il pensiero alla base di questa alleanza. Imponendo tasse o debiti su parte della ricchezza creata dal Capitale, lo Stato monarchico, e poi quello repubblicano, possono finanziare il proprio potere militare. E viceversa, questo potere militare permette al Capitale di estendere la sua attività lavorativa, in forma coloniale o neocoloniale. Quindi, a partire dalla Seconda guerra mondiale, la supremazia economica degli Stati Uniti è stata accompagnata dalla loro assoluta supremazia militare: il bilancio del Pentagono è superiore alla somma dei bilanci militari del resto del mondo.

Dal diciassettesimo secolo in poi, questa alleanza è stata costantemente rafforzata dalle tecnologia derivanti dai progressi della tecnoscienza. L’intelligenza artificiale non fa eccezione. Nel mio libro mostro come, a partire dalla Seconda guerra mondiale, l’intelligenza artificiale sia stata una creazione dell’esercito americano, prima di diventare un’applicazione del capitalismo di sorveglianza della GAFAM, a sua volta assunta dal Pentagono per mettere l’intelligenza artificiale al servizio del suo potere militare.

Questo lavoro ha portato alle armi di oggi, dalle macchine a controllo umano ai robot killer autonomi, di cui la guerra tra Russia e Ucraina è il primo esperimento. Eliminando l’uomo, l’obiettivo è guadagnare velocità rispetto all’avversario (a robot killer autonomo agisce più rapidamente che se fosse mediato da un umano). Ma l’accelerazione delle operazioni militari “intelligenti” stanno portando a una crisi del comando: come governare macchine dalla velocità sovrumana, se non automatizzando la direzione delle operazioni? Questo è l’obiettivo dei progetti di intelligenza artificiale degli eserciti americano e cinese: il JADC2 americano (Join All-Domain Command-and-Control System) contro il MDPW cinese (Multi-Domain Precision Warfare) – o anche il National Defense Managment Center russo. In tutti i casi, ritroviamo la stessa strategia di organizzazione di un Progetto Manhattan, di un complesso scientifico-militare-industriale preparare il comando “intelligente” dell’esercito nel più breve tempo possibile.

Inoltre, ci sono indicazioni che questo movimento si estenderà all’automazione della decisione di usare le armi nucleari.

Secondo punto) La guerra alla natura :

Chiamo industrialismo l’alleanza tra Stato, capitale e tecnologia derivante dal progresso tecno-scientifico. La natura, dai giacimenti minerari al corpo umano e ai campi coltivati, è vista come una macchina che può essere scomposta e ricomposta a piacere sotto forma di artefatto.

Nel quadro dell’industrialismo, la natura ha lo status di capro espiatorio. Le ragioni sono due: in primo luogo, perché il suo sfruttamento alimenta le lotte di potere condotte dagli Stati e dai detentori del Capitale; in secondo luogo, perché il suo sfruttamento permette, grazie alla sicurezza e al comfort della società dei consumi, di garantire il sostegno della maggioranza degli sfruttati (anche se solo da un punto di vista immaginario).

Quindi, la crisi ecologica è il logico risultato dell’espansione industriale, cioè di una modalità di dominio nazionale e internazionale che può continuare solo grazie al soluzionismo tecnologico dell’intelligenza artificiale. E questo non può che aggravare la crisi. Per almeno due motivi.

In primo luogo, perché la digitalizzazione del mondo e il suo governo “intelligente” si basano sull’estensione dell’attività mineraria, che è il fondamento e il modello di tutte le attività industriali.

Il digitale, la tecnologia d’avanguardia, i droni e la robotizzazione stanno amplificando questo fenomeno, soprattutto perché la lega dei metalli nelle tecno-merci rende praticamente impossibile il riciclo. Nel mille e settecento si estraevano tre minerali, otto nel milleottocento, venti nel millenovecento, cinquantacinque nel due mila: in soli vent’anni, il volume dei metalli estratti nel mondo è raddoppiato. Entro il duemila e cinquanta, si prevede che la produzione mineraria globale aumenterà da cinque a dieci volte.

In Francia esiste un’associazione di ex professionisti del settore minerario che riassume le conseguenze come segue. Bisogna tenere presente che nel mondo ci sono diverse decine di migliaia di miniere. Cito:

I depositi metallici hanno due caratteristiche intrinseche:

I minerali di interesse sono disseminati in giganteschi volumi di roccia ;

Sono associati a una serie di elementi, principalmente metalli e metalloidi, alcuni dei quali sono particolarmente tossici per la salute umana e per tutte le forme di vita.

Di conseguenza, l’industria mineraria utilizza processi complessi e lunghi che consumano molta acqua ed energia e generano notevoli quantità di rifiuti.

I rifiuti minerari prodotti hanno un forte impatto ambientale, interessando tutti gli ambienti (acqua, aria, suolo) e causando gravi conseguenze sanitarie e sociali.

Il risultato è un’esacerbazione dei conflitti: il settore è responsabile del maggior numero di conflitti socio-ambientali e (…) del maggior numero di omicidi di difensori dei diritti umani[1].

In queste condizioni, l’intelligenza artificiale apparirà rapidamente come la causa e l’effetto della precipitosa preparazione alla guerra robotica, definita dagli americani “iperguerra”. La sua materialità contribuirà a moltiplicare e intensificare i conflitti per l’accesso alle riserve critiche di materie prime strategiche (petrolio, gas naturale, minerali, acqua). Allo stesso tempo, i suoi miglioramenti aumenteranno l’efficacia letale degli eserciti impegnati in questi conflitti per le risorse, che sono già iniziati, anche se per il momento indirettamente..

In secondo luogo, perché la soluzione tecnologica incorpora le biotecnologie e la fantasia di ricreare artificialmente gli elementi della natura distrutti dall’industrialismo.

La biologia sintetica combina due favole: quella dell’intelligenza delle macchine e quella della macchina vivente. Entrambe sono state invalidate da tempo e fanno quindi parte dell’ideologia scientifica. Ciò non impedisce il suo impiego, dalle armi biologiche alla commercializzazione di oggetti biologici (geni, gameti, cellule, tessuti), passando per la ricerca dello sviluppo “intelligente” di embrioni in un utero artificiale, dopo una selezione pre-impianto.

Per brevità, lascio la parola a Eliezer Yudkowsky, transumanista californiano, futurologo e scrittore di fantascienza, fondatore del Machine Intelligence Research Institute (Berkeley):

L’intelligenza artificiale non rimarrà a lungo confinata ai computer. Nel mondo di oggi, è possibile inviare via e-mail frammenti di DNA a laboratori che produrranno proteine su richiesta, consentendo all’IA inizialmente confinata a Internet di creare forme di vita artificiali o di passare direttamente alla produzione molecolare post-biologica. (…)

Non siamo pronti. Non siamo sulla buona strada per essere meglio preparati nel prossimo futuro. Se andiamo avanti, moriranno tutti, compresi i bambini che non l’hanno scelto e che non hanno fatto nulla di male.

Fermare tutto[2].

Terzo e ultimo punto) La matrice “intelligente” dello Stato

Da quanto detto, possiamo dedurre che l’avvento dell’intelligenza artificiale, anziché risolvere la crisi sociale, geopolitica ed ecologica causata dall’industrialismo, la aggraverà tragicamente, portando sia più caos che più modi di contenerlo.

Per questo motivo, l’organizzazione sociale può essere ridotta a una macchina che può essere ottimizzata. Dobbiamo fare una distinzione tra il dispiegarsi organico (non pianificato) della vita sociale (rurale o urbana) e la sua organizzazione artificiale. Come scrive James Scott a proposito della tecno-amministrazione:

Divenne possibile immaginare una società artificiale, fabbricata, progettata non con la forza della consuetudine e degli incidenti della storia, ma secondo criteri scientifici consapevoli e razionali. Ogni angolo dell’ordine sociale era aperto al miglioramento[3].

A tal fine, l’informatizzazione e l’automazione accentuano la spinta dello Stato a rendere trasparente il comportamento dei cittadini, trasferendo alla sfera civile tecnologie di origine militare: controllo “intelligente” della folla, videosorveglianza, monitoraggio biometrico, satelliti ad alta tecnologia, droni e armi “non letali” (irritanti, sostanze odorose, assordanti, accecanti, incapacitanti, e altri proiettili cosiddetti “non penetranti”).

Sebbene l’obiettivo non possa essere quello di monitorare sempre tutti, l’ordinamento “intelligente” della società può mirare a colpire chiunque in qualsiasi momento e, come nel panopticon carcerario di Samuel Bentham (1757-1831), a diffondere in tutto il corpo sociale uno “stato di visibilità consapevole e permanente che assicura il funzionamento automatico del potere[4].

Ecco alcuni esempi:

In Cina, Alibaba sta sviluppando “City Brain”, dalla cognizione all’ottimizzazione, dalla ricerca alla previsione, estende il suo potere al processo decisionale, sostituendo la burocrazia sopraffatta dalla complessità dell’ipertrofia urbana. Secondo Alibaba, questa intelligenza artificiale è pronta per essere utilizzata per la gestione del la pianificazione urbana, ma anche per la sicurezza e la “governance”.

Allo stesso tempo, le società cinesi Huawei e Hickvision dominano il mercato globale dei sistemi di sorveglianza intelligente e di polizia predittiva, in concorrenza soprattutto con NEC (Giappone) e IBM, Palantir e Cisco (made in USA). Queste società esportano il loro  tecnologia nelle autocrazie e in più della metà delle “democrazie liberali”. Tanto che il tipo di regime politico “non è un buon indicatore per determinare quali Paesi adotteranno la sorveglianza dell’IA”, soprattutto con la diffusione del liberalismo autoritario[5]. Né quali sono i Paesi che alla fine collegheranno i robot della polizia a questi sistemi. Dubai ha aperto la strada nel duemila dieci spet. Nel novembre duemilaventidue, il Consiglio dei Supervisori di San Francisco ha approvato una legge che autorizza la polizia a impiegare robot killer, per il momento solo in circostanze eccezionali (senza preoccuparsi di specificare la definizione di “eccezione”). Nel maggio duemilaventitre, il Consiglio comunale di New York ha confermato l’uso dei droni di sorveglianza Knightscope K5, di Digidog – il cane robot della Boston Robotics – e dei dispositivi di localizzazione GPS Starchase, che “consentono alla polizia di estrarre i chip da veicoli e individui, per rintracciarli ovunque sul pianeta”.

E ogni occasione, stato di eccezione dopo stato di eccezione, crea un nuovo effetto a catena, impedendo di ostacolare la disciplina della sicurezza urbana e la mentalità di adattamento al controllo cibernetico della vita sociale.

*          *          *

Non ho sviluppato completamente il contenuto del mio libro. Ma non è difficile concludere che, integrata nelle dinamiche strutturali dell’industrialismo, l’intelligenza artificiale porta all’iperguerra, all’ecocidio e alla servitù digitale. Non può essere utile alla pace, al rispetto della natura o alla difficile combinazione di libertà individuale e comunità sociale.

Le applicazioni alla salute, all’intrattenimento, ecc. non hanno altra funzione che l’accettabilità sociale. E questo si basa fondamentalmente su un feticcio per la tecnologia. In altre parole, un’ignoranza delle relazioni umane e dei rapporti con la natura cristallizzati nelle tecno-merci. L’intelligenza artificiale, o meglio l’elaborazione delle informazioni da parte di supercomputer apprendenti in un mondo interamente digitalizzato, non è magica, ma distruttiva dell’umanità degli esseri umani e della natura.

A livello di base, opporsi all’industrialismo significa, nonostante il peso della propaganda diffusa dai media, partiti politici e università, liberare le persone dalla morsa di questo feticismo. Questo è l’unico modo per dare una nuova direzione alle società nazionali e globali. Tale prospettiva può essere utopica, ma solo questa utopia può ancora dare un senso umano e terreno alle nostre vite.

Grazie per avermi ascoltato: non deve essere stato facile e mi scuso per aver brutalizzato la vostra bella lingua. E vi auguro tanti giorni felici. E spero di vedervi l’anno prossimo. Un abbraccio à tutti.


[1] SystExt, « Pour en finir avec certaines contrevérités sur la mine et les filières minérales », novembre 2021, p. 133-134, systext.org.

[2] E. Yudkowsky, « Pausing AI Developments Isn’t Enough. We Need to Shut it All Down. », Time, 29 mars 2023, time.com.

[3] J. C. Scott, L’œil de l’état. Moderniser, uniformiser, détruire, La Découverte, Paris, 2021 (1998), p. 147-148.

[4] M. Foucault, Surveiller et punir, Paris, Gallimard, 1975, p. 197-229.

[5] S. Feldstein, « The Global Expansion of AI Surveillance », 17 septembre 2019, carnegieendowment.org

Jacques LUZI, Giugno 2024

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È uscito il numero 13 del giornale L’Urlo della Terra

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Vi ricordiamo le Tre giornate contro le tecno-scienze il 18-19-20 Luglio, momento in cui diffonderemo anche questo nuovo numero del giornale: https://www.resistenzealnanomondo.org/necrotecnologie/programma-18-19-20-luglio/

Un caro saluto e grazie a tutte e tutti voi
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In questo numero:

– Editoriale
– OGM – TEA: l’attacco al vivente continua – Costantino Ragusa
– Dalla negazione del trascendente all’umanità cibernetica e transumana – Silvia Guerini
– Radicalismo organico: sfidare il sistema fino in fondo – Paul Cudenec
– Le religioni industriali contro la natura e la libertà – Jacques Luzi
– Intelligenza artificiale: iperguerra, ecocidio e asservimento – Jacques Luzi
– Nuovo brutalismo e guerra robotica – Stefano Isola
– Un futuro senza avvenire – I mozzi della Nave dei Folli
– Amnesie nucleocratiche. Piccoli promemoria per la nuova età nucleare – Dario Stefanoni
– La medicamentalizzazione – Suor Teresa Forcades
– Dialogo tra Resistenze al nanomondo e Philippe Pelletier

28 pagine
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Intestata a Silvia Guerini, Specificare la causale L’Urlo della Terra

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