Il nostro mondo sacro: vissuto, negato e ritrovato di nuovo – Paul Cudenec


La sacralità del nostro mondo vivente è sempre stata riconosciuta e celebrata nelle culture tradizionali dell’umanità, ma è stata marginalizzata nell’era industriale moderna. Perché e come è successo? Come possiamo riportare la consapevolezza della natura divina al centro del nostro pensiero?
Il grande storico della religione rumeno Mircea Eliade afferma che le prime comunità umane, nomadi o sedentarie, “vivevano in un cosmo sacralizzato, partecipavano a una sacralità cosmica che si manifestava tanto nel mondo animale quanto in quello vegetale”. [1]
Egli definisce questo concetto in termini di ierofania, ovvero qualcosa di sacro che si rivela a noi, e afferma che essa spazia dalla “ierofania più elementare, ad esempio la manifestazione del sacro in un oggetto, una pietra o un albero, fino alla ierofania suprema, che per un cristiano è l’incarnazione di Dio in Gesù Cristo”. [2]
L’antica spiritualità dei nostri antenati, oggi proibita, riguardava il loro essere parte della comunità, della natura, dell’universo. Riguardava il loro senso di appartenenza e la consapevolezza di tale appartenenza.
Come scrive Alain Daniélou: «Tutti gli elementi che costituiscono il mondo sono interdipendenti, fanno parte di un tutto. Non c’è alcuna discontinuità nell’opera del Creatore.
«Il mondo minerale, il mondo vegetale, il mondo animale e umano e il mondo sottile degli spiriti e degli dei esistono l’uno attraverso l’altro, l’uno per l’altro». [3]
Per qualsiasi popolo che viva in armonia, in sintonia con le forze che lo circondano, tutto è essenzialmente sacro, ma alcuni elementi spiccano comunque.
Gli alberi sono spesso considerati di grande importanza, sia come specie che come entità individuali.
Il popolo Kalash dell’Hindu Kush, ad esempio, crede che i cedri siano protetti dalle fate e che chiunque ne abbatta uno rischia di cadere vittima di un incantesimo malvagio che può persino portare alla morte. [4]
Anche i ginepri sono considerati sacri e vengono abbattuti solo quando sono morti e secchi. “Abbattere un ginepro verde sarebbe come uccidere un bambino”, spiega un uomo Kalash. [5]
Prima della sua prima uscita dell’anno, un taglialegna Kalash fa un’offerta di pane e formaggio agli spiriti della natura. [6]
Karl Jettmar scrive del vicino popolo Gilgit: “Tutti gli alberi non piantati dall’uomo e che crescono spontaneamente fanno parte della sfera soprannaturale. Abbatterli costituisce un’interferenza con il mondo degli spiriti”. [7]
Nell’antica Grecia, il secondo sito sacro più importante, dopo Delfi, era Dodona. Era rinomato per la sua quercia, il cui fruscio delle foglie veniva interpretato dai sacerdoti e dalle sacerdotesse devoti all’oracolo. La quercia sacra di Dodona era descritta da Eschilo come «un albero maestoso e bellissimo, una meraviglia incredibile» ed era considerata l’Albero della Vita. [8]
Nella tradizione pagana celtica, la parola «druido» deriva da un termine arcaico che significa albero (e spesso associato specificamente alle querce), che è anche l’origine della parola inglese «truth» (verità). [9]
La verità riguarda quindi gli alberi, o meglio la bellezza divina che si manifesta negli alberi, così come nei fiumi, nelle montagne, nei laghi, nei mari, nelle piante, negli animali e persino, se lo permettiamo, negli esseri umani.
Le società radicate godono sempre di un forte legame spirituale con il luogo e la geografia sacra di un popolo identifica luoghi particolari come importanti, in quanto punti di comunicazione con la presenza divina invisibile. È qui che si svolgono le cerimonie, al ritmo dei cicli eterni della natura.
Come scrive il saggista italiano Paolo Santarcangeli: “L’intera vita dell’uomo ‘primitivo’ è una successione di operazioni magiche volte a creare un legame affettivo con il mondo circostante, a congiungere, incantare, evocare le forze della natura”. [10]
Daniélou afferma: «La comunicazione tra diversi stati dell’essere, tra esseri umani, spiriti e divinità, può avvenire solo attraverso tecniche speciali, chiamate riti, che utilizzano le linee di faglia, i punti di congiunzione invisibili dove è possibile la comunicazione tra mondi diversi». [11]
«Il ricercatore deve scoprire nel mondo in cui vive e in se stesso i punti di contatto o di attaccamento ad altri mondi. Deve saper riconoscere nel mondo minerale, vegetale e animale, sulla superficie della terra e nel proprio corpo, queste forme, questi punti attraverso i quali fluiscono in lui e nel mondo le energie fondamentali in cui si rivelano il pensiero, la natura e l’azione del Creatore”. [12]
Se consideriamo il nostro mondo, anzi il cosmo, come un organismo vivente e sacro, allora questa entità deve avere un modo per conoscere se stessa, per sentire se stessa, per trasmettere informazioni al suo interno.
Siamo collegati a ciò che il popolo Sioux del Nord America chiama Wakonda, descritto dagli etnografi Alice Fletcher e Francis la Flesche come «la vita permeante della natura invisibile – una vita e un potere invisibili che raggiungono ogni luogo e ogni cosa e a cui l’uomo può rivolgersi per ricevere aiuto». [13]
L’antropologo britannico Edward Evan Evans-Pritchard racconta come il popolo Nuer dell’Africa orientale vede i vari spiriti dell’aria, gli antenati e altri poteri come tante “rifrazioni” della loro divinità Kwoth.
In India, il dio Shiva ha un entourage composto da vari folletti, ninfe e fantasmi, “tutti gli spiriti che governano il mondo aereo o terrestre, le foreste, le sorgenti e le tempeste”. [14]
Gli indigeni australiani raccontano degli Iruntarinia, spiriti della natura che infestano pietre e alberi e possono essere visti solo dagli stregoni, dai veggenti e dai bambini nati con gli occhi aperti, gli alkna buma. [15]
Naturalmente, anche qui in Europa esiste una lunga tradizione di fate e spiriti della natura, conosciuti con vari nomi: elfi, folletti, kelpie, brownies, il Popolo Buono, il Popolo Nascosto, il Piccolo Popolo, il Popolo Gentile o il Popolo Silenzioso.
Durante il processo a Giovanna d’Arco nel 1431 si disse che vicino alla sua casa nella Francia rurale c’era un albero conosciuto come l’Albero delle Fate, che si trovava accanto a una sorgente sacra che si diceva curasse la febbre. A quanto pare Giovanna “ricevette la sua missione presso l’albero delle fate” e fu qui che Santa Caterina e Santa Margherita vennero a parlarle. [16]
La tradizione del tarantismo nel sud dell’Italia coinvolge i ragni, che a volte si dice siano stati mandati da San Paolo: anch’essi forniscono consigli o avvertimenti a coloro che vengono “morsi” e che devono quindi essere “curati” con musica e danze rituali. [17]
Anche il popolo Kalash crede nelle fate, i cui messaggi vengono trasmessi loro dai loro dehar, gli sciamani.
Considero le fate, i ragni e gli sciamani come messaggeri del Tutto divino: essi fanno parte del sistema nervoso invisibile attraverso il quale esso conosce, sente e regola il proprio essere. Sono il mezzo attraverso il quale sentiamo la nostra appartenenza a qualcosa di molto più grande di noi e attraverso il quale, se ascoltiamo, possiamo essere guidati ad agire nel suo (e quindi nel nostro) interesse.
Sentirsi in sintonia con la natura e il cosmo significa provare il piacere di essere veramente vivi e consapevoli di quella vita, la sensazione maestosa di diventare consapevoli di chi siamo veramente.
Insieme a questo arriva un senso di significato che è così spesso assente nella vita moderna.
Il telos del divenire e dello svolgersi dell’universo fluisce in un cuore ricettivo attraverso le vene sacre dell’essere superiore a cui tutti apparteniamo.
Sentiamo, assaporiamo, tocchiamo il divino disegno cosmico dentro di noi.
Questa non è, ovviamente, l’esperienza generale dell’essere umano moderno in una società industriale.
Infatti, Morris Berman osserva che questo tipo di pensiero è stato gradualmente eliminato dalle menti occidentali e che il nostro mondo è stato “progressivamente disincantato”. [18]
Il termine “disincanto del mondo” (Entzauberung der Welt) è stato coniato dal famoso sociologo tedesco Max Weber (1864-1920), che ha individuato strette analogie tra la crescita della mentalità industriale-capitalista e l’emergere del ramo protestante del cristianesimo. Egli individuò l’esistenza di un certo “spirito capitalista” nei paesi in cui predominava la fede protestante – Gran Bretagna, Paesi Bassi, alcune parti della Germania e Stati Uniti – che era assente altrove, persino in Italia, nonostante il fatto che già prima della Riforma avesse sviluppato un’economia capitalista. [19]
Weber spiegò che, sebbene la Chiesa cattolica romana avesse sempre tollerato l’accumulo di ricchezza (in contraddizione con gli insegnamenti di Cristo), non aveva mai glorificato questa attività; anzi, alimentava un senso di colpa tra i benestanti per incoraggiarli a compensare con donazioni caritatevoli alle casse della Chiesa.
Con il protestantesimo, mentre arricchirsi per il gusto di arricchirsi era ancora disapprovato, ottenere ricchezza come frutto della dedizione professionale era considerato una benedizione divina. [20]
Lavorare sodo per guadagnare denaro era considerato una virtù morale, addirittura parte integrante della salvezza dell’individuo. Questa visione puritana protestante era «l’inversione di uno stato di cose che si potrebbe definire “naturale”», osserva Weber [21] e rappresentava «l’esatto contrario della “gioia di essere al mondo” (Weltfreude)». [22]
Promuoveva invece l’ideale della riservatezza e dell’autodisciplina – oggi potremmo dire robotica – e quindi perfettamente adatto alle esigenze disumanizzanti dell’industria. Dice Weber: “Distruggere la gioia innocente e istintiva della vita era il suo compito più urgente; instillare ordine nella condotta di vita dei suoi seguaci era il suo mezzo principale”. [23]
“Al momento della sua nascita, il capitalismo aveva bisogno di lavoratori che accettassero, per ragioni di coscienza, il loro sfruttamento economico”. [24]
Dopo l’assalto religioso alla nostra consapevolezza del sacro nella natura, è arrivata la rivoluzione scientifica del XVI e XVII secolo, che è stata una dichiarazione filosofica di guerra ai modi tradizionali di pensare e di vivere, anzi, una guerra al nostro stesso essere.
Essa si basava sull’identificazione della verità con l’utilità, in particolare l’utilità industriale, e sottolineava l’importanza della misurazione, della matematica e delle «arti meccaniche».
Rifiutava il contemplativo a favore del pragmatico: l’unico tipo di pensiero scientifico che contava era quello che permetteva la costruzione di ponti, strade e macchine. E questo capovolgimento delle nostre vite e credenze tradizionali non fu ovviamente avviato nell’interesse della grande maggioranza, ma nell’interesse di coloro che volevano dominarci e sfruttarci.
Come osserva Berman: «L’imperialismo, sia esso economico, psicologico o personale (e tendono ad andare di pari passo), cerca di spazzare via le culture autoctone, i modi di vita individuali e le idee diverse, sradicandoli per sostituirli con un modo di vita globale e omogeneo». [25]
«La scienza moderna, in breve, è la struttura mentale di un mondo definito dall’accumulazione di capitale». [26]
È interessante notare che possiamo tracciare un collegamento diretto tra lo sviluppo del pensiero «scientifico» e l’emergere dell’imperialismo industriale-capitalista già nella prima parte del XVII secolo. Si trattava di un gruppo informale che si riuniva in Inghilterra per discutere la “nuova filosofia” della scienza a partire dal 1630, che faceva parte di una rete europea e i cui sforzi portarono alla creazione, nel 1660, della Royal Society of London for Improving Natural Knowledge, di cui Isaac Newton sarebbe poi diventato presidente. [27] Questo gruppo era noto come “Invisible College” – che ha un certo sapore cospiratorio! – e anche come “circolo di Hartlib”, dal nome di Samuel Hartlib (1600-1662), un seguace polacco dell’opera di Bacon che è stato definito “il Grande Informatore d’Europa” – dove informatore è definito come “colui che porta informazioni (notizie, intelligence); una spia o un informatore”. [28]
Il professor Yosef Kaplan dell’Università Ebraica di Gerusalemme fornisce alcune informazioni molto illuminanti su Hartlib e le sue attività nel suo saggio “Jews and Judaism in the Hartlib Circle” (Gli ebrei e l’ebraismo nel circolo di Hartlib). [29] Egli descrive come Hartlib e i suoi colleghi combinassero l’obiettivo di promuovere il pensiero “razionale” con quello di rendere i protestanti inglesi, già fortemente influenzati dall’Antico Testamento, più familiari con i “misteri ebraici”, sulla base del fatto che “la rivelazione del vero culto e della vera religione era stata trasmessa all’umanità attraverso l’ebraismo”. [30]

Questo collegamento tematico è stato fatto da numerosi autori che hanno studiato il fenomeno del disincanto. Berman, ad esempio, scrive: “Sebbene l’ebraismo possedesse una forte eredità gnostica (di cui la cabala è l’unica sopravvissuta), la tradizione rabbinica ufficiale (in seguito talmudica) si basava proprio sull’eliminazione delle credenze animistiche”. [31]
John Lamb Lash, da parte sua, fa riferimento a una raccolta di saggi del 2001 intitolata Deep Ecology and World Religions, pubblicata dalla State University of New York Press. Egli osserva: «La maggior parte dei contributori riesce a ricavare valori ecologici dalle tradizioni esistenti, ma Eric Katz, scrivendo su “Giudaismo ed ecologia profonda”, confessa “profondi dubbi sul fatto che il giudaismo tradizionale possa essere inteso come un alleato dell’ecologia profonda”». [32]
E Lash sostiene: «Il testo direttivo biblico riguarda il distacco psichico dalla natura e l’alienazione dall’umanità generica… Le regole di vita degli antichi ebrei provenivano dall’esterno del mondo naturale». [33]
A livello pratico, Kaplan spiega come il circolo Hartlib, promotore della nuova filosofia scientifica, mantenesse «legami stretti e di lunga data» con i leader della comunità ebraica nella Repubblica olandese, in particolare Menasseh ben Israel. [34]
Questo rabbino di Amsterdam scrisse una famosa lettera a Oliver Cromwell, il vincitore antimonarchico della guerra civile inglese, vantandosi della grande influenza degli ebrei nei progetti coloniali e finanziari olandesi [35] e svolse un ruolo chiave nell’organizzare il ritorno (ufficiale) degli ebrei in Inghilterra sotto la nuova repubblica.
Kaplan osserva a proposito di Hartlib e dei suoi amici “invisibili”: “L’aiuto che hanno dato a Menasseh ben Israel nella sua missione presso Cromwell nel 1655 è ben noto e descritto in modo approfondito e dettagliato in molti studi”. [36]
Wikipedia ci dice che Cromwell “previde l’importanza per il commercio inglese della partecipazione dei principi mercanti ebrei, alcuni dei quali si erano già trasferiti a Londra”. [37]
Mi è chiaro che fu messo in atto un programma deliberato per distruggere la nostra fede nella natura sacra, in modo da spianare la strada all’imperialismo industriale e a tutto l’accumulo di capitale che esso ha comportato. Ciò fu disastroso non solo a livello sociale e ambientale, ma anche a livello psicologico. Come dice Berman: «Abbiamo ignorato un intero panorama della realtà interiore perché non si adattava al programma di sfruttamento industriale o mercantile». [38]
Tagliandoci fuori dalla consapevolezza della nostra appartenenza più ampia e insistendo che il nostro pensiero debba rimanere all’interno del quadro “scientifico” ristretto e sterile che ha costruito, il sistema industriale ci impedisce di seguire la nostra bussola morale interiore, sia individualmente che collettivamente.
Ci troviamo a vivere in società governate da regole che sono in conflitto con il nostro senso più profondo del significato, dell’amore per gli altri, per la vita e per il cosmo.
Siamo costretti a sottometterci a un codice di condotta e di pensiero che non è nostro, non è quello della natura. Non siamo quindi liberi di pensare e agire in modo autentico; non siamo liberi di essere ciò che siamo destinati ad essere.
Come possiamo rimediare a tutto questo? Come possiamo togliere i paraocchi che ci nascondono la vera realtà della nostra esistenza?
La prima cosa da fare, e la più importante, secondo me, è diffondere la notizia di ciò che è successo e di ciò che ci aspetta. Altrimenti, le persone lavoreranno all’oscuro, saranno facilmente sviate verso vari vicoli ciechi politici e cadranno nelle trappole che il sistema ha deliberatamente preparato per neutralizzare la nostra resistenza.
Diffondere le informazioni non è un compito facile, dato lo straordinario controllo che la casta dominante ha acquisito sulle nostre fonti di conoscenza, sui nostri modi di pensare e persino sulla nostra percezione della realtà.
Il suo controllo sulla massa monetaria globale le permette di impiegare un esercito di persone e macchine per censurare, diffamare e mettere a tacere chi dice la verità.
Ma il compito non è impossibile.
Stiamo già vedendo segni incoraggianti che la narrazione storica ufficiale sta perdendo la sua presa sulle menti delle persone, poiché sempre più di noi si rendono conto di quanto siamo stati ingannati e manipolati.
Allo stesso tempo, dovremmo anche ricordare che è una verità reale e permanente che noi siamo parte della natura e del cosmo.
Non è il nostro senso di appartenenza che ci è stato rubato dal sistema industriale, ma la consapevolezza di tale appartenenza. La distinzione è importante, perché significa che sta a noi ripristinare quel legame psicologico.
Possiamo promuovere questa consapevolezza in vari modi, ad esempio incoraggiando gli abitanti delle città, in particolare, ad avventurarsi fuori dai loro bozzoli di cemento e a sperimentare un mondo che è realmente vivo.
Il senso di presenza può anche essere incoraggiato mantenendo, facendo rivivere o addirittura inventando tradizioni che celebrano il mondo naturale e i suoi ritmi, rafforzando così la nostra consapevolezza di appartenenza e, inoltre, il nostro apprezzamento di tale consapevolezza e appartenenza.
Possiamo coltivare lo spirito del luogo che è stato progressivamente negato e soffocato dal nostro mondo moderno anonimo e omogeneo, compiendo sforzi consapevoli per radicarci in una località geografica e in una comunità reale.
Quando smettiamo di correre freneticamente alla ricerca di novità, divertimenti e stimoli artificiali, iniziamo a sentire le radici germogliare dalle dita dei piedi e penetrare delicatamente nel terreno sotto i nostri piedi.
Iniziamo a riscoprire cosa significa essere umani, cosa significa vivere come parte di un organismo sano.
Naturalmente, coltivare il nostro senso di appartenenza in questo modo non basterà, da solo, a eliminare il campo di concentramento globale in cui siamo stati rinchiusi.
Ma ci renderà più difficili da radunare, più determinati a difendere tutto ciò che amiamo, più resistenti agli ulteriori attacchi alla nostra libertà e al nostro benessere che senza dubbio stanno pianificando i criminocrati.
Allo stesso tempo, possiamo lavorare per quello che Berman chiama un necessario “reincanto del mondo”. [39] Egli afferma: “Se vogliamo sopravvivere come specie, deve emergere una sorta di coscienza olistica o partecipativa e una corrispondente formazione socio-politica”. [40]
Ma quale tipo di “formazione” spirituale-religiosa-sociale sarebbe il veicolo ideale per questo reincanto?
Daniélou è favorevole alla rinascita della tradizione animistica shivaita e dionisiaca condivisa da molti dei nostri antenati. Egli sostiene: “Ogni civiltà, ogni cultura, è il frutto dell’accumulo di conoscenze ed esperienze umane trasmesse di generazione in generazione.
“Lo shivaismo, le cui origini risalgono ai tempi preistorici più antichi, rappresenta un immenso bagaglio di esperienze”. [41]
«Per gli occidentali, questo non sarebbe un abbraccio dell’esotico. Le fonti religiose dell’Europa sono le stesse dell’India e noi ne abbiamo solo perso traccia in tempi relativamente recenti». [42]
Lash vede la migliore fonte di spiritualità contemporanea rispettosa della natura nella tradizione gnostica che ha raggiunto il suo apice con Ipazia ad Alessandria d’Egitto. Egli scrive: «Il messaggio gnostico per l’umanità potrebbe ben rappresentare l’antica radice profonda dell’ecologia profonda, un movimento sociale che afferma il valore intrinseco della terra, al di là del suo utilizzo per scopi umani». [43]
«La cosmologia gnostica è profondamente radicata nella saggezza indigena e riflette una versione sofisticata del senso nativo della vita sulla terra». [44]
Personalmente, penso che un elemento importante sia l’enfasi che poniamo su alcuni aspetti delle religioni e delle filosofie esistenti.
Seyyed Hossein Nasr lo fa, ad esempio, quando sostiene che l’Islam, la religione «verde», è più orientata all’ambiente rispetto ad altre fedi. Egli afferma che nell’Islam «l’uomo è il canale della grazia per la natura; attraverso la sua partecipazione attiva al mondo spirituale, egli getta luce nel mondo della natura. Egli è la bocca attraverso la quale la natura respira e vive». [45]
Lo stesso vale per il cristianesimo, in cui i sofisti sottolineano il concetto di natura divina e saggezza che traggono dagli insegnamenti della loro Chiesa. [46]
Non stanno inventando una versione del cristianesimo rispettosa della natura, ma mettono in evidenza una qualità che è già presente, anche se non sempre sottolineata dalle autorità religiose.
La fusione tra spiritualità e amore per la natura potrebbe e dovrebbe avvenire in mille modi diversi, a seconda delle culture, dei gusti, degli atteggiamenti e delle realtà dei popoli e degli individui interessati.
Soprattutto, dobbiamo abbandonare ogni idea che esista una sorta di contraddizione tra la spiritualità religiosa e la nostra appartenenza fisica alla natura.
Ciò è ben espresso nel familiare simbolo yin-yang della tradizione taoista cinese.
Non solo i due “opposti”, rappresentati dal bianco e dal nero, sono intrecciati anziché separati diagonalmente, ma il seme di ciascuno si trova nella metà contrastante del tutto circolare.
La stessa tradizione considera l’essere umano un mediatore tra il cielo e la terra, tra lo spirituale e il fisico. [47]
I nostri piedi sono saldamente piantati a terra, ma la nostra testa tocca il cielo.
Pur rimanendo molto umani e imperfetti, possiamo permettere alla nostra presenza corporea qui sulla Terra di diventare uno strumento del divino.
Il grande metafisico René Guénon scrive che chi intraprende con successo questo cammino “assimila le influenze celesti e in un certo senso le porta in questo mondo per unirle alle influenze terrene, inizialmente dentro di sé e poi, attraverso la partecipazione e come ‘radianza’, nel mezzo cosmico nel suo insieme”. [48]
Come ho detto, penso che potremmo vedere queste “influenze celesti” come il sistema nervoso del Tutto organico, i pulsazioni vitali che dirigono e coordinano il suo essere e il suo divenire.
Permettendo a noi stessi di condurre questa energia, svolgendo il ruolo che ci spetta come esseri umani, permettiamo la piena vita del grande corpo di cui facciamo parte.
Se riusciamo ad agire come canali della luce divina, possiamo essere il mezzo attraverso il quale il Tutto diventa ciò che è destinato ad essere.
Poiché il nostro ruolo come esseri umani è quello di contribuire al progresso del telos del Tutto, il progetto di quel telos è impresso nella nostra mente e costituisce il modello del nostro pensiero incorrotto.
Antoine Fabre d’Olivet scrive che quando la volontà umana collabora con la volontà divina, o Provvidenza, questo costituisce il Bene, mentre quando va contro di essa, questo equivale al Male.
“L’essere umano diventa perfetto o depravato a seconda che tenda a fondersi con l’Unità universale o a dissociarsi da essa”. [49]
Il nostro ruolo è quindi quello di diventare il mezzo, sul piano fisico e nel tempo presente, per la vittoria del Bene e della sua totalità sul Male e sulla sua separazione.
In questo modo, abbatteremo finalmente i muri oscuri dell’inganno che sono stati deliberatamente costruiti per nasconderci la luce radiosa e sacra della nostra vera appartenenza.

Paul Cudenec, https://winteroak.org.uk/, https://paulcudenec.substack.com/
Intervento per il settimo incontro internazionale contro le tecno-scienze, Luglio 2025 e pubblicato sul giornale L’Urlo della Terra, num. 13, Luglio 2025



Note:

[1] Mircea Eliade, Le sacré et le profane (Parigi: Gallimard, 1987), p. 22. Tutte le traduzioni dal francese sono mie.
[2] Eliade, p. 17.
[3] Alain Daniélou, Shiva et Dionysos: La Religion de la Nature et de l’Eros de la préhistoire à l’avenir (Parigi: Fayard, 1979), p. 15.
[4] Viviane Lièvre e Jean-Yves Loude, con la collaborazione di Hervé Nègre, Le Chamanisme des Kalash du Pakistan: Des montagnards polythéistes face à l’islam (Lione: Presses universitaires de Lyon, 2018), p. 90.
[5] Lièvre e Loude, p. 54.
[6] Ibid.
[7] Karl Jettmar, Die Religionen des Hindukusch, vol. 1 (Stoccarda: 1975), cit. Lièvre e Loude, p. 90.
[8] Paul Cudenec, The Green One (Sussex: Winter Oak, 2017) p. 44.
[9] John Lamb Lash, Not In His Image: Gnostic Vision, Sacred Ecology, and the Future of Belief (White River Junction, Vermont: Chelsea Green, 2006), versione pdf, p. 225.
[10] Paolo Santarcangeli, Le livre des labyrinthes, p. 108, cit. Daniélou, p. 34.
[11] Daniélou, p. 225.
[12] Daniélou, p. 226.
[13] Alice Fletcher e Francis la Flesche, The Omaha Tribe, 2 volumi (Lincoln: University of Nebraska Press, 1992), p. 599, cit. Marshall Sahlins, con l’assistenza di Frederick B. Henry Jr, The New Science of the Enchanted Universe: An Anthropology of Most of Humanity (Princeton e Oxford: Princeton University Press, 2022), pp. 114-15.
[14] Daniélou, p. 139.
[15] Cudenec, The Green One, pp. 74-75.
[16] Cudenec, The Green One, p. 159.
[17] Paul Cudenec, “Dancing on the web of being”, https://winteroak.org.uk/2025/07/04/dancing-on-the-web-of-being/
[18] Morris Berman, The Reenchantment of the World (Ithaca e Londra: Cornell University Press, 1981), p. 70.
[19] Max Weber, L’Ethique protestante et l’esprit du capitalisme, suivi d’autres essais, édité, traduit et présenté par Jean-Pierre Grossein (Parigi: Gallimard, 2003), p. 335. [20] Weber, L’Ethique protestante, p. 235.
[21] Weber, L’Ethique protestante, p. 27.
[22] Weber, L’Ethique protestante, p. 13.
[23] Weber, L’Ethique protestante, p. 137.
[24] Weber, L’Ethique protestante, p. 247 FN.
[25] Berman, p. 263.
[26] Berman, p. 49.
[27] https://en.wikipedia.org/wiki/Royal_Society
[28] https://en.wikipedia.org/wiki/Samuel_Hartlib Arved Hübler, Peter Linde e John W. T. Smith, Electronic Publishing ’01: 2001 in the Digital Publishing Odyssey (IOS Press, 2001). https://en.wiktionary.org/wiki/intelligencer
[29] Yosef Kaplan, “Jews and Judaism in the Hartlib Circle”, Studia Rosenthaliana, 2006, pp. 186-215. https://pluto.huji.ac.il/~kaplany/hartlib.pdf
[30] Kaplan, p. 195.
[31] Berman, p. 70.
[32] Roger S. Gottlieb e Barnell, David Landis, eds, Deep Ecology and World Religions (Albany, NY: State University of New York Press, 2001), p. 154, cit. Lash, p. 127.
[33] Lash, p. 228.
[34] Kaplan, p. 196.
[35] Meeuwis T. Baaijen, The Predators Versus The People: The Big Picture of the 500-year Secret War against Humanity and how to regain Our Stolen Planet, Freedom and Future (San José, Costa Rica: 2024), p. 54. https://thepredatorsversusthepeople.substack.com/
[36] Kaplan, p. 206.
[37] https://en.wikipedia.org/wiki/Menasseh_Ben_Israel
[38] Berman, p. 132.
[39] Berman, p. 23.
[40] Ibid.
[41] Daniélou, p. 175.
[42] Daniélou, p. 12.
[43] Lash; pp. 32-33.
[44] Lash, p. 179.
[45] Seyyed Hossein Nasr, Man and Nature: The Spiritual Crisis in Modern Man (Chicago: ABC International Group, Inc, 1997), p. 96.
https://orgrad.wordpress.com/a-z-of-thinkers/seyyed-hossein-nasr/ [46] Paul Cudenec, “The spirit of Sophia”, The Global Gang Running Our World and Ruining Our Lives (2025), pp. 38-67.
[47] René Guénon, La Grande Triade (Parigi: Dervy, 2022), p. 152.
[48] Guénon, p. 113.
[49] Antoine Fabre d’Olivet, cit. Guénon, p. 162.

John delle montagne – Silvia Guerini

John delle montagne

“Finché vivrò, sentirò cantare le cascate e gli uccelli e i venti. Interpreterò le rocce, imparerò il linguaggio delle inondazioni, delle tempeste e delle valanghe. Conoscerò i ghiacciai e i giardini selvaggi, e mi avvicinerò il più possibile al cuore del mondo”.
John Muir

John Muir nella seconda metà dell’ottocento iniziò a viaggiare, a camminare per monti, boschi, valli quando erano considerati come meri luoghi da depredare. Montagne da sventrare per estrarre minerali, foreste da abbattere per il legname, valli da usare come recinti in cui far pascolare le mandrie prima di mandarle nei macelli di Chicago.

Nacque il 21 aprile 1838 in Scozia, la famiglia emigrò poi negli Stati Uniti nel 1849. Il padre, calvinista austero che ricorreva a punizioni corporali, insieme alla madre considerava la Bibbia come il fulcro della loro educazione. Fin da bambino correva nei campi, lungo i torrenti, osservava con meraviglia il volo degli uccelli, la vita acquatica, studiava insetti, fiori, alghe, conchiglie. Ebbe un’infanzia e un’adolescenza contadina nella fattoria di famiglia nel Wisconsin: di giorno nei campi e di notte a studiare da autodidatta e a costruire congegni. Si alzava all’una di notte per leggere prima di andare nei campi. La sua sveglia era un pendolo – cronometro da lui costruito che indicava orario e giorno della settimana, suonava e scuoteva il letto. Fin da adolescente fu inventore di strani congegni meccanici come mangiatoie per cavalli, seghe da tavolo, termometri e barometri in legno, orologi, macchine agricole, leggii e sveglie con vari dispositivi che si mettevano in moto uno dopo l’altro creando una concatenazione di movimenti in un preciso momento della giornata in base alla luce del sole e che producevano suoni, accensione di candele, spostamenti e rotazioni di alcune parti di essi. Uno di questi congegni all’ora stabilita accendeva una lampada a olio, apriva un libro per qualche minuto, lo richiudeva e lo sistemava in un cassetto. Per mettere in moto un’altra sveglia bastava la luce del sole attraverso una lente fissata alla finestra che concentrava i raggi su un filo che rompendosi lasciava cadere un peso. Congegni che presentò alla Fiera dello Stato in cui ebbe svariati riconoscimenti. La sua folgorante passione per la botanica arrivò un giorno, sotto un albero d’acacia, uno studente suo compagno gli chiese dell’albero, Muir non ne sapeva nulla e gli sembrava alquanto improbabile che potesse appartenere alla famiglia delle leguminose, il compagno allora gli fece osservare il fiore molto simile a quello della pianta di piselli, glielo fece anche assaggiare, sapeva di pisello, in quel preciso momento Muir accantona la passione per la costruzione di congegni per dedicarsi alla passione per la natura selvaggia.

Dopo un infortunio nella fabbrica in cui lavorava come progettista che lo lasciò per svariati mesi cieco abbandonò tutto per iniziare a esplorare lo Yosemite, attraversandolo, scalando montagne, guadando fiumi e dormendo al riparo delle sue immense sequoie. “Le montagne mi chiamano e devo andare” scrisse alla sorella. Chiese a un falegname incontrato per strada qual’era la via più rapida per uscire dalla città, “Dove vuoi andare?” gli chiese e Muir rispose: “In qualsiasi posto selvaggio” e iniziò a camminare verso est. Comprò un taccuino e vi scrisse il suo indirizzo: “John Muir – Pianeta Terra – Universo”.

“Lasciai l’università senza il minimo pensiero di farmi un nome, ma spinto in avanti dalla conoscenza. Viaggiavo libero, felice e povero nella gloriosa natura selvaggia. […] ‘Giovanotto’ mi dissero alcuni amici scegli la tua professione – dottore, avvocato, ministro?’ Io me ne andai nei boschi per fare il botanico, vagando a volontà su prati e paludi, lungo le rive dei torrenti, con il grande cielo sopra di me, passeggiando libero e solo”.

Una pagnotta di pane, quando c’era, una gamella per scaldare l’acqua per il suo tè nero e l’immancabile taccuino da viaggio dove appuntava le sue osservazioni naturalistiche e le sue riflessioni. Questi i suoi compagni di viaggio insieme al cielo stellato e al profilo delle scogliere di granito. Dalle pagine dei taccuini, dai diari e dalle lettere che scrisse Muir ha trasmesso l’infinita bellezza di quei luoghi. Sentì la voce di alberi, torrenti, montagne, ghiacciai, animali e con uno slancio d’amore colse l’unità del mondo naturale: “Non c’è un singolo frammento in tutta la Natura, perché ogni frammento relativo di una cosa è di per sé un’unità piena e armoniosa. E tutte insieme formano l’unico grande palinsesto del mondo” leggiamo da Muir che nelle sue camminate si soffermava accanto a un fiore attendendo cosa quel fiore avesse da dirgli, ritenendosi e sentendosi “parte della natura selvaggia, consanguineo di tutto l’esistente”. Il suo era un sentire lontano ed essenzialmente altro dalla scienza moderna che cataloga e disseziona il vivente.

Lo sguardo di Muir è lo sguardo di un poeta, è lo sguardo di quei naturalisti amanti della bellezza e della vita da tempo estinti, al loro posto tecnocrati amanti della morte e della tecnica. Rappresentante di quella scienza con uno sguardo umile verso il mistero, con la consapevolezza che non tutto è decifrabile e quantificabile, con un entrare in punta di piedi in altre stanze, da tempo diventata opera di conquista, predazione, dominio, manipolazione e riprogettazione del vivente.

“Alle piante vengono attribuite vaghe e incerte sensazioni, ai minerali assolutamente nessuna di esse. Ma chi ci dice che i minerali non possano provare sensazioni di un certo tipo, sensazioni con cui noi, […] non abbiamo alcuna possibilità di venire in contatto?”.

Come non leggere in queste sue parole quel rintracciare segni, tracce, rimandi, corrispondenze: “Nulla passa senza lasciare traccia. Ogni sussurro di foglia e fiocco di neve e particella di rugiada che luccica, ondeggia e cade, così come il terremoto e la valanga è inscritto nel grande libro della Natura, anche se l’occhio umano non è capace di rilevare la calligrafia di nessuno di essi, se non dei più pesanti. Ogni evento è sia scritto che detto. L’ala segna il cielo, oltre a far sentire le sue parole, i venti lo sanno e lo raccontano”.

Muir era in conflitto con l’approccio conservazionista da museo e da parco recintato contraddistinto da utilitarismo e dalla gestione e organizzazione sistematica del vivente che andava a braccetto proprio con la scienza moderna. Era in profondo e totale contrasto con il “freddo materialismo” e le “aride parole” del linguaggio scientifico.

“L’uomo di scienza, il naturalista, perde troppo spesso di vista l’unicità essenziale di tutti gli esseri viventi; tenta di classificarli in regni, ordini, famiglie, generi, specie e così via, annotando il tipo e la disposizione delle membra, dei denti, delle dita, dei piedi, delle squame, dei peli, delle piume etc., misurando o ordinando in metri, centimetri e millimetri; invece, l’occhio del Poeta, del Veggente, non si chiude mai sull’essenziale affinità di tutte le creature di Dio, e il suo cuore pulsa sempre in empatia con gli esseri grandi e piccoli, come suoi ‘compagni nati sulla terra e compagni mortali’, ugualmente dipendenti dall’amore eterno del Cielo. […] Ma tale conoscenza, per quanto egli avesse studiato non fece che amplificare la consapevolezza di un ordine superiore, di un piano mistico e spirituale, in cui le parole di Dio, Natura, Bellezza, Paesaggio, sono quasi intercambiabili”.

Precursore di una visione ecologica ancora prima dell’esistenza della parola ecologia, una visione in cui la natura era concepita come portatrice di un valore in sé. Natura portatrice di una bellezza esteriore e interiore. “I miei occhi si aprirono alla loro bellezza interiore” in riferimento a dei fiori e leggiamo sempre questo aprirsi, cogliere, provare stupore e meraviglia.

“Ma quando il sole stava calando e tutto sembrava più sconcertante e scoraggiante, trovai la bella Calipso sulla riva muschiosa di un ruscello, che cresceva non nel terreno ma su un letto di muschi gialli in cui il suo piccolo bulbo bianco aveva trovato un morbido nido e da cui spuntavano la sua foglia e un fiore. Il fiore era bianco e dava l’impressione di una purezza estremamente semplice come un fiore di neve. Sembrava il più spirituale di tutti i popoli dei fiori che avessi mai incontrato. Mi sedetti accanto ad esso e piansi di gioia. Sembra meraviglioso che una pianta così fragile e bella abbia un tale potere sui cuori umani”.

Uno sguardo verso il più piccolo particolare, apparentemente insignificante o verso aspetti solitamente non considerati degni di attenzione scientifica, come la storia di una goccia di pioggia che cade, zampillando, picchiettando, fluendo su tutto. Un soffermarsi a indugiare, a guardare a lungo prima di riuscire a vedere con la consapevolezza che esiste anche un invisibile agli occhi.

“La maggior parte delle persone ama guardare i fiumi di montagna e tenerli a mente; ma pochi si curano di osservare i venti, sebbene siano molto più belli e sublimi e sebbene a volte diventino visibile quanto l’acqua corrente”.

Considerava il mondo naturale come “terra vivente” con una continua ricerca di un “palinsesto della natura” in cui ogni ogni elemento è fondamentale e partecipe. Riconobbe l’impossibilità di conoscere davvero una sequoia senza considerare il seme da cui si sviluppa e il vento che lo trasportò, il picchio che vi costruisce un nido, l’aquila che la sorvola, il fulmine che la colpisce, la pioggia che la nutre, la roccia che gli sta accanto, i fiori e i funghi che vi spuntano attorno, gli scarabei volanti che ne scavano il tronco, senza considerare gli innumerevoli eventi grandi e piccoli, visibili e invisibili che le accadono, che la influenzano, che la costituiscono, eventi di cui è parte e che a sua volta costituisce.

Quell’unità del mondo naturale di cui Muir scrive è difficile da cogliere se non si riconosce quell’interconnessione come una relazione emotiva oltre che concettuale e più spirituale che materiale. Un approccio riduzionista e materialista che classifica, incasella, frammenta, manipola non è in grado di afferrare la complessità irriducibile dell’esistente come un’unità in cui anche l’essere umano è parte inscindibile.

“Meraviglioso come tutto nella natura selvaggia si adatti completamente a noi, come se fosse veramente parte e genitore di noi. Il sole non splende su di noi, ma in noi. I fiumi non scorrono oltre, ma attraverso di noi, emozionante formicolio facendo vibrare ogni fibra e cellula della sostanza del nostro corpo, facendoli scivolare e cantare. Gli alberi ondeggiano e i fiori sbocciano nei nostri corpi così come nelle nostre anime”.

Precursore di una visione ecologica che considera la profonda relazione tra l’essere umano e l’ambiente, tra l’essere umano e il luogo in cui vive. Il proprio sé ecologico: siamo l’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo, l’ambiente che abitiamo. Siamo parte di a una rete di relazioni vitali che costituiscono intrinsecamente la nostra identità.

“Quando viviamo artificialmente, è raro vedere molto del nostro vero io. Le anime intorpidite sono irrimediabilmente intrappolate nei corpi intorpiditi. […] Quanto sappiamo poco di noi stessi, delle nostre più profonde attrazioni e repulsioni, delle nostre affinità spirituali! Come diventa interessante l’uomo nei suoi rapporti con lo spirito di questa roccia e dell’acqua! Come diventa importante ogni atomo del nostro mondo tra le influenze degli esseri invisibili, spirituali, angelici, montanari che affollano queste pure dimore di schiuma di cristallo e di granito viola”.

Precursore di una critica all’antropocentrismo Muir si chiede: “Perché l’uomo dovrebbe considerarsi più di una piccola parte dell’unica grande unità della creazione? E quale creatura, di tutte quelle che il Signore si è preso la briga di creare, non è essenziale alla pienezza di quell’unità – il cosmo? L’universo sarebbe incompleto senza l’uomo, ma sarebbe incompleto anche senza la più piccola creatura”. “Ci viene detto che il mondo è stato creato appositamente per l’uomo, una presunzione non supportata da tutti i fatti”.

Nei ricordi della fattoria di famiglia leggiamo: “Tra i molti vantaggi di vivere in una fattoria, uno dei più grandi è che si impara a conoscere gli animali come dei compagni di vita, mortali come noi, imparando a rispettarli e ad amarli. Così la simpatia divina cresce e prospera e si diffonde ben al di là degli insegnamenti delle chiese e delle scuole, dove troppo spesso viene insegnata una dottrina meschina, accecante e senza amore: che gli animali non hanno mente né anima, […], che sono stati creati solo per l’uomo, per essere accarezzati, viziati, macellati o schiavizzati”. Pensando a un tempo in cui gli esseri umani, diventati davvero umani, “cominceranno a mettere i loro compagni mortali nei loro cuori, invece che sulle loro spalle o nei loro piatti”. Come non leggere in queste parole una feroce critica alla produzione in serie di corpi animali, critica che si accompagna anche alla sua avversione all’“iperindustrialità” del lavoro dei campi e a quell’agricoltura che stava diventando lontana da un mondo contadino. “Quei piccoli campi recintati sembrano destinati ad essere per le piante ciò che le gabbie sono per gli uccelli”.

Muir vede la morte nel mondo naturale come parte dell’eterno ciclo di vita e morte a differenza della morte procurata dell’industria zootecnica e forse intuì anche come anche la morte degli esseri umani iniziava a non far più parte di quel ciclo naturale. “Qui persino la morte è in armonia. Solo nei macelli e nei letti soffici delle case la morte giunge terribile”.

Precursore anche di una critica allo sviluppo industriale e urbano che allontanava l’essere umano dal mondo naturale e dal sentirsi parte di esso, intravedeva già i sintomi di questa scissione e dell’atomizzazione, uniformizzazione, standardizzazione e disgregazione comunitaria: “la maggior parte delle persone vive nel mondo, non in esso, senza provare alcuna simpatia o relazione cosciente con nulla che le circonda, separate e rigidamente sole come biglie di pietra levigata, che si toccano ma sono separate”. Anticipatore della critica al comfort: “soffocati dal comfort come orologi impolverati” leggiamo in una delle sue lettere.

“La nostra rozza civiltà genera una moltitudine di bisogni, e i legislatori sono sempre al limite delle loro possibilità. La sala, il teatro e la chiesa sono stati inventati, e così pure l’istruzione obbligatoria. Perché non aggiungere la ricreazione obbligatoria? … I nostri antenati hanno forgiato catene di doveri e abitudini, che ci legano nonostante la nostra vantata libertà, e noi stessi, disperati, aggiungiamo un anello all’altro, gemendo e creando leggi medicinali per il sollievo. Eppure pochi pensano al puro riposo o al potere curativo della Natura”.

La bellezza e la forza della natura vengono considerate come antidoto alle grigi e malsane città. E in contrapposizione alla vita cittadina considerava la “vita da montanaro” per lo sviluppo della vita dell’anima e del corpo.

“Tutti hanno bisogno di bellezza così come di pane, di luoghi in cui giocare e pregare, dove la Natura possa guarire, rallegrare e dare forza al corpo e all’anima”. “Migliaia di persone stanche, scosse dai nervi e ipercivilizzate stanno iniziando a scoprire che andare in montagna è come tornare a casa; che la natura selvaggia è una necessità; e che i parchi e le riserve montane sono utili non solo come fonti di legname e fiumi per l’irrigazione, ma come fonti di vita”.

“Io so che i nostri corpi sono fatti per prosperare nell’aria pura e negli scenari dove si trova l’aria pura. Se le esaltazioni mortali che covano nelle grandi città in cui ci affolliamo così appassionatamente fossero resi visibili, fuggiremmo come da una piaga. Tutti li sono più o meno malati”. La bellezza della natura per Muir può rinvigorire corpo e spirito e la salute si trova “nell’esercizio vigoroso ed eroico, nell’avventura libera, con nervi saldi e senza ansie, con il movimento ritmico delle gambe che corrono su massi e che esigono decisioni rapide ad ogni masso” scrive con un sentire che è postura di spirito. Quella fatica che tempra per le difficoltà che si incontrano nella vita. Muir scala montagne, percorre chilometri senza cibo, dorme solamente al riparo di arbusti e chiome di sequoie, si immerge nei freddi fiumi per risalire cascate e torrenti, rimanendo al gelo intere notti, situazioni che il corpo deteriorato di noi umani di quest’epoca faremmo fatica a sostenere. In questi momenti estremi, nei luoghi più impervi, Muir intravede “che le ultime nebbie della città erano state spazzate via, dalla testa ai piedi”, “giungendo in luoghi che sembravano inaccessibili a gambe civilizzate”.

Muir insieme a uno dei suoi rari compagni di escursioni durante una scalata furono presi da una tempesta di neve: “La tempesta divenne subito incredibilmente violenta. Il termometro scese di ventidue gradi, per poi scendere presto sotto lo zero. La grandine cedette il posto alla neve, e l’oscurità calò come la notte. Il vento, che raggiungeva il suo apice di violenza, rimbombava e si gonfiava come frangenti su una costa rocciosa. I fulmini guizzavano tra le rocce desolate in un terribile accordo, le loro tremende detonazioni soffocate non attenuate da una singola eco, e sembravano provenire con un tonfo impetuoso dal cuore stesso della tempesta. […] Ci sdraiammo sulla schiena, in modo da offrire la minor superficie possibile al vento. La neve farinosa si accumulò sui nostri petti e non mi rialzai per diciassette ore. All’inizio fummo lieti di vedere la neve accumularsi nelle cavità dei nostri vestiti, sperando che servisse ad attutire la forza del vento gelido; ma, sebbene inizialmente soffice, si congelò presto in un cumulo rigido e incrostato, aggravando ulteriormente la nostra nuova sofferenza. Le acre incrostazioni sublimate dai gas in fuga cedevano spesso, aprendo nuove aperture, sulle quali ci ustionavamo; e temendo che, se a un certo punto il vento fosse calato, l’acido carbonico, che di solito costituisce una parte così considerevole delle esalazioni gassose dei vulcani, potesse accumularsi in quantità sufficienti a causare sonno e morte. […] Le normali sensazioni di freddo offrono solo una vaga idea di ciò che si prova dopo un duro esercizio fisico, con mancanza di cibo e sonno, unita all’umidità di un forte vento gelido. La vita appare allora come un semplice fuoco, che ora cova sotto la cenere, ora si ravviva, mostrando quanto facilmente possa essere spento. Le ore stanche si consumavano come una massa di anni innumerevoli e semidimenticati, in cui tutti gli altri anni e le altre esperienze si fondevano stranamente. Eppure il dolore che provavamo non era di quel tipo amaro che impedisce il pensiero e toglie ogni capacità di godimento. L’estrema bellezza del cielo a volte ingannava il nostro senso di sofferenza. L’Orsa Maggiore, con le sue mille associazioni familiari, volteggiava in un glorioso splendore sopra di noi; le misteriose nubi stellari della Via Lattea si inarcavano con meravigliosa chiarezza, e ogni pianeta brillava di lunghi raggi lanceolati come gigli a portata di mano”.

Le sue osservazioni naturalistiche erano indissolubilmente legate a una tensione spirituale. Le sue pagine rappresentano le riflessioni più ricche di significati che intrecciano dimensioni ecologiche e trascendenti tra quegli autori che furono poi definiti filosofi della natura e trascendentalisti. In quelle montagne, foreste, valli e fiumi Muir riconobbe il senso del sacro.

“Nella selvatichezza di Dio sta la speranza del mondo – nella grandiosa natura selvaggia integra e irredenta. Lì è dove svaniscono gli amari finimenti della civiltà, lì è dove le nostre ferite guariscono prima ancora di rendercene conto”.

“Che cos’è ‘superiore’ o ‘inferiore’ nella natura? Nella ricerca scientifica si parla di forme elevate, di tipi elevati. Ma tutte le ‘cose’ o ‘esseri’ individuali non sono che scintille dell’Anima Divina, variamente rivestiti di di carne, di foglie o di quel tessuto più duro chiamato roccia, acqua e così via.”

La sua spinta per la conoscenza non si può comprendere se non si coglie come sia profondamente legata a una spinta interiore verso l’amore, la compassione, la meraviglia…

“Se l’amore si spegne, cosa resta della vita di un uomo a parte il movimento di poche ossa e di pochi centimetri quadrati di carne? Chi oserebbe chiamarla vita?”

Muir avanzava interrogando montagne, valli e ghiacciai, percorrendole, abitandole, vivendole in ogni momento del susseguirsi delle stagioni, in ogni momento del giorno e della notte. Altri trascendentalisti, come Henry David Thoreau, si rintanavano nella casa di famiglia. Muir affrontava tempeste, le descrisse vivendole arrampicandosi in alto nella chioma degli alberi. Volle anche osservare un incendio scoppiato un autunno nella Sierra, si rannicchiò in un tronco abbattuto e da li osservò gli alberi che zampillavano nel buio.

Negli anni trascorsi sulla Sierra incitava sempre amici e corrispondenti a raggiungerlo per ammirarla, solo Ralph Waldo Emerson, considerato il massimo esponente del trascendentalismo, lo raggiunse anche per trascorrere insieme una notte tra le sequoie, ma fu accompagnato da un gruppo di studiosi e “il suo gruppo, così pieno di filosofia al chiuso, non riusciva a vedere la bellezza e pienezza insita nella promessa del mio piano selvaggio e ne rise con bonaria ignoranza” non voleva accamparsi nella valle, preferendo le stanze degli alberghi, “la polvere dei tappeti e gli inconoscibili fetori dei luoghi chiusi”. “Il signor Emerson rischia di prendere freddo” dissero per farlo desistere, “A nessuno viene la tosse nei boschi! Solo nelle case e negli alberghi si prendono i raffreddori! E io farò un grande fuoco. Voi siete una sequoia, signor Emerson venite a conoscere questi vostri fratelli”, ribatté Muir, ma alla fine riuscirono ad allontanare Emerson da una notte in tenda. Emerson era già anziano, Muir trentenne, fu il loro unico incontro, ma fondamentale per entrambi e in seguito tennero una lungo rapporto epistolare.

“Solo viaggiando da soli, in silenzio, senza bagagli, si può davvero entrare nel cuore della natura selvaggia. Tutti gli altri viaggi sono solo polvere, alberghi, bagagli e chiacchiere”.

Sul finire del 1869 si costruisce una capanna ai piedi delle cascate dello Yosemite, facendo in modo che un rivolo del fiume potesse scorrere accanto a dove dormiva. Per cinque anni esplorò le alture e le valli alla ricerca dei segni dell’attività glaciale e scalò vette che mai prima furono raggiunte.

Se qualcuno incrocia un uomo solo in un luogo inaccessibile dove non ci sono strade, quell’uomo è John Muir, questo detto iniziava a circolare, ormai chiunque sapeva chi sarebbe stato quell’uomo barbuto che avrebbe bussato alla porta per chiedere una pagnotta di pane. Durante una salita su una vetta, in camicia in pieno novembre, fu preso da una tempesta di neve che durò una settimana, tutti lo davano per morto, al settimo giorno quando discese credettero a una resurrezione, eppure era sopravvissuto al riparo dietro un grande masso arrotolato in una coperta rimanendo così per sette giorni, solo uno scoiattolo si era avvicinato guardandolo con curiosità.

Seguiva il corso dei fiumi, ma non dalle loro sponde, dentro, immergendosi, quando un fiume raggiunse una parete di falesia scivolando su un pendio di granito prima di gettarsi a gran velocità, Muir trova punti impensabili aggrappandosi con le dita a ogni minimo appiglio, per avanzare rimanere attaccato alla roccia e saltava nel vuoto. Il rumore dell’acqua, la sua potenza, il vuoto sotto di lui, masticava foglie di artemisia per evitare vertigini, si inerpicava passo dopo passo per vedere l’orlo, l’esatto punto in cui una quantità immensa d’acqua si riversava nel vuoto. Voleva vedere fino in fondo, voleva vedere il momento preciso dello slancio del fiume, come essendo parte di quel fiume, di quell’acqua, di quelle rocce.

“Ero fuori ogni giorno, e spesso tutta la notte, dormendo poco, studiando le cosiddette meraviglie e le cose comuni, guadando, arrampicandomi, passeggiando tra le benedette tempeste e le bonaccia, gioendo di quasi tutto ciò che potevo vedere o sentire: la gloriosa luminosità delle mattine gelide; i raggi del sole che si riversavano sulle cupole bianche e sulle rocce nei boschi e nelle cascate, accendendo meravigliosi fuochi di iris nella brina e negli spruzzi; le grandi foreste e le montagne nel loro profondo sonno di mezzogiorno; il bagliore delle alpi della buonanotte; le stelle; la luna solenne che scrutava, disegnando le enormi cupole e i promontori uno per uno, splendenti di bianco, fuori dalle ombre, silenziosi e senza fiato come un pubblico in terribile entusiasmo, mentre i prati ai loro piedi brillavano di stelle di brina come il cielo; la sublime oscurità delle notti di tempesta, quando tutte le luci sono spente; le nuvole nelle cui profondità crescono i fragili fiori di neve; il comportamento e le molte voci dei diversi tipi di tempeste, alberi, uccelli, cascate e valanghe di neve in continuo cambiamento”.

Muir formulò la sua teoria sui ghiacciai dello Yosemite leggendo la loro storia tracciata nei canali secolari che si formarono dopo la loro scomparsa, canali che attraversò e osservò passo dopo passo, comprendendo che i ghiacciai nel corso dei tempi avevano formato e scolpito la valle. Questa teoria era in contraddizione con quella ufficialmente accettata che attribuiva la formazione della valle ad un terremoto catastrofico. Il mondo accademico per non avvalorare le sue conclusioni lo screditarono definendolo un “pastore ignorante”. Ma il più importante geologo di quei tempi, Louis Agassiz, riconobbe la veridicità delle sue conclusioni e lo descrisse come “il primo uomo che ha una concezione adeguata dell’azione del ghiaccio”. Nel mentre Muir scoprì anche un ghiacciaio alpino attivo sotto al Merced Peak e la sua teoria divenne ufficialmente riconosciuta. Nonostante questo riconoscimento fu sempre allergico al mondo accademico anche quando lo invitarono a diventare docente universitario.

“Questo è il mio metodo di studio. Vago di roccia in roccia, di torrente in torrente, di bosco in bosco. Dove mi sorprende la notte, là dormo. Quando scopro una nuova pianta, mi accampo accanto a lei per qualche minuto o per qualche giorno, per fare la sua conoscenza e provare ad ascoltare cosa ha da dirmi… Ai massi che incontro chiedo da dove giungano, e dove stiano andando”.

“L’osservazione paziente e il costante rimuginare sopra le rocce, giacendo su di esse, per anni, come fecero i ghiacciai, è il modo per giungere alle verità scolpite su di esse in modo così generoso”.

Per un periodo divenne un pastore sulla Sierra correndo per le rupi scoscese con le sue pecore, sempre ben attento che non finissero in una valle in cui si trovavano particolari fiori da preservare.

Si avvicinò ai nativi americani, i pochi rimasti dagli stermini dei “coloni bianchi” che descriveva come “sempre più come egoisti, vili e privi di onore”, “distruttori di templi, devoti del consumismo devastante, sembrano avere un perfetto disprezzo per la Natura e, invece di alzare gli occhi al Dio delle montagne, li alzano all’Onnipotente Dollaro”.

Tenne fitte corrispondenze con importanti scienziati e incominciò a scrivere articoli su articoli in difesa della natura. Decise di rientrare nella società per portare avanti le sue battaglie. Da alcune sue lettere emerge una fatica, uno sconforto sotteso, ma nonostante questo continuava a scrivere. “Le poche parole faticose non sono che uno scheletro, senza carne né cuore […] ma non per questo mi sforzerò di fare del mio meglio, per quanto povero esso sia, nella convinzione che questi mucchi di ossa morte chiamate ‘articoli’ possano ogni tanto contenere alcuni suggerimenti per l’anima che sappia trovarli”.

Nel 1880 sposò Louie Wanda Strentzel e si trasferì a Martinez, in California, dove crebbero le loro due figlie, Wanda e Helen. Per dieci anni gestì la fattoria agricola di famiglia, ma questa pausa più sedentaria non assopì la sua sete di conoscenza e di esplorazione. Tornò a viaggiare, andò in Alaska per conoscere luoghi e popolazioni indigene vivendo nelle loro comunità e in altre parti del mondo.

Nel 1892 fondò il Sierra Club, un’organizzazione per la conservazione della natura, ma nel corso del tempo ha perso lo spirito originario del suo fondatore ed è diventata una delle tante organizzazioni che sostengono tutte le varie narrazioni. Celebre il campeggio a Yosemite con il presidente Roosevelt che lo convinse a far diventare lo Yosemite Parco naturale con alcune parti di Riserva integrale. In molti pensano che questo sia stato grazie al presidente, ma in realtà fu grazie a Muir. Negli ultimi anni della sua vita intraprese una battaglia contro la distruzione e l’inondazione della valle di Hetch Hetchy da usare come riserva d’acqua per San Francisco. I suoi sforzi crearono un importante attenzione e un grande dibattito. Alla fine il progetto fu approvato e Muir si sentì profondamente sconfitto. Dopo poco morì, il 24 dicembre 1914.

Uno spirito profondamente libero, di quella libertà di cui da tempo è svanito il significato. Con una libertà “indefinibile in dimensione e impossibile da imbrigliare nei movimenti, non più di quanto lo siano le stesse nuvole”. Rappresentate di una filosofia radicale organica1, così come è stata ben definita da Paul Cudenec e come non trovare stretti legami con quei critici all’avanzata del mondo moderno e al sistema tecnico. Abbiamo fatto sì che le sue parole potessero riprendere vita, senza filtri, senza doverci preoccupare di alcunché, senza cancellare parti delle sue riflessioni e del suo sentire. John Muir è la voce della nostra ecologia. Il senso che esprime nella conservazione della natura è essenzialmente diverso da quello espresso dalle varie associazioni e organizzazioni ambientaliste. E in netto contrasto con l’“ecologia scientifica” che prese forza con quell’élite di potere transumanista ed eugenista ben rappresentata da Julian Huxley e dalla sua “organizzazione sistematica del mondo”.

Che la voce di John Muir possa riprendere quello spazio occupato da vari ambientalisti da salotto, neomalthusiani sostenitori della riduzione della popolazione, tecno-entusiasti sostenitrici delle varie narrazioni catastrofiste, della geoingegneria, delle biotecnologie, del nucleare. Che questa voce torni a urlare, a resistere, a lottare.

“La battaglia per la conservazione deve continuare all’infinito. Fa parte della guerra universale tra il bene e il male”.
John Muir

Silvia Guerini, Giugno 2025, Resistenze al nanomondo,
pubblicato sul giornale L’Urlo della Terra, n.13, Luglio 2025

Nota:
1https://orgrad.wordpress.com/a-z-of-thinkers/; https://winteroak.org.uk/

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L’ideologia del tecno-mondo. Resistere alla mega macchina – Silvia Guerini e Costantino Ragusa, acro-polis edizioni, leggi qui la presentazione: https://www.resistenzealnanomondo.org/necrotecnologie/lideologia-del-tecno-mondo-resistere-alla-megamacchina-silvia-guerini-e-costantino-ragusa/

Berlino – Blackout nel più grande parco tecnologico d’Europa

Leggi qui:

Berlino: Attacco al complesso militare-industriale – Blackout nel più grande parco tecnologico d’Europa

Fonte: https://ilrovescio.info/2025/09/12/berlino-attacco-al-complesso-militare-industriale-blackout-nel-piu-grande-parco-tecnologico-deuropa/

Traduciamo e diffondiamo questo bel testo di rivendicazione dell’importante attacco al complesso militare-industriale a Berlino.

Qui il testo originale: https://de.indymedia.org/node/537364

Qui un articolo da un giornale indipendente che aiuta a contestualizzare la vicenda: https://www.lindipendente.online/2025/09/10/a-berlino-il-sabotaggio-del-complesso-militare-ha-causato-un-grande-blackout/

[Berlino] Attacco al complesso militare-industriale – Blackout nel più grande parco tecnologico d’Europa

9 settembre, mattina presto: migliaia di città si risvegliano, milioni di persone vengono strappate dal sonno dal suono stridulo della sveglia, che annuncia l’inizio di un’altra giornata di monotonia e apatia – 15 minuti per bere un caffè e poi correre al lavoro. Un’ora sui mezzi pubblici, pochi sguardi che si incrociano, nessuno parla, tutti fissano i propri schermi. Moltitudini di auto attraversano le strade, il rumore delle sirene spaventa i pochi uccelli che volteggiano sopra la città. I quartieri diventano ogni giorno un po’ più desolati. La solitudine si diffonde tra la gente, tra edifici di cemento, recinzioni e telecamere. Circondati dalla presenza della polizia, che minaccia sempre più di soffocarci. Schermi pubblicitari che invitano a consumare o ad arruolarsi nell’esercito. Sì, ci risiamo: “Il mondo può guarire grazie allo spirito tedesco”. La “svolta epocale” richiede di stare saldi per la patria e di essere pronti alla guerra, affinché il “corpo del popolo” si stringa e porti sacrifici. La militarizzazione avanza e dietro la promessa neoliberista di prosperità si mostra sempre più apertamente il volto fascista. La rassegnazione e il pessimismo guadagnano seguaci, si respira tristezza.

I notiziari riportano continuamente notizie di catastrofi. Guerre e genocidi non cessano. Al contrario: a Gaza, in Congo, in Sudan, in Ucraina si continua a uccidere e i governanti si fregano le mani. Gli affari vanno bene. Si stringono continuamente nuovi accordi per sfruttare le risorse di altri paesi e privare le persone dei loro mezzi di sussistenza. I neofascisti sono saldamente al potere in un numero sempre maggiore di Stati e il capitale è al loro servizio. L’ondata reazionaria di antifemminismo e omofobia è alimentata dai tech bro, mentre l’intelligenza artificiale continua la sua rapida ascesa, rendendo il mondo sempre più artificiale. La loro promessa distopica di progresso: una tecnocrazia fascistoide con aspirazioni extraplanetarie come risposta al collasso del pianeta. Tutto sembra indicare che questo mondo sia ormai perduto da tempo, che non ci sia alcuna possibilità di agire, che le nostre azioni non servano a nulla, come se i tempi di rivolta fossero ormai lontani nel passato.

Oggi, però, non tutto funziona così bene. Nel più grande parco tecnologico d’Europa, nella parte orientale di Berlino, dove di solito c’è un’intensa attività, questa normalità sembra essere svanita nelle prime ore del mattino dopo pochi minuti. L’oscurità è stata sostituita da un barlume di speranza, perché l’apatia e la frustrazione non sono le uniche reazioni a questa realtà opprimente.
No, oggi non è una giornata normale. Centinaia di amministratori delegati di diverse aziende e istituti di ricerca nei settori dell’IT, della robotica, delle biotecnologie e delle nanotecnologie, dell’industria spaziale, dell’intelligenza artificiale, della sicurezza e degli armamenti hanno ricevuto la triste notizia che il loro parco tecnologico di Adlershof ha smesso di funzionare. Almeno per un breve periodo, ma questo è sufficiente per compromettere gravemente le loro sensibili supermacchine e i loro processi operativi. Due tralicci dell’alta tensione da 110 kV nella Königsheide a Johannisthal sono stati danneggiati da un incendio doloso, causando un blackout nel parco tecnologico. Chiediamo scusa ai residenti che ne sono stati colpiti nelle loro abitazioni private, non era affatto nostra intenzione. Ciononostante, riteniamo che questo danno collaterale sia accettabile, al contrario della distruzione effettiva della natura e della sottomissione spesso mortale delle persone, di cui molte delle aziende qui residenti sono responsabili giorno dopo giorno. Il loro attaccamento alla ricerca del progresso tecnologico e la continua espansione dello sfruttamento industriale di fronte alle catastrofi attuali hanno conseguenze molto più gravi. Per tutti e in modo permanente. La volontà incondizionata di imporre questo obiettivo con la forza militare, se necessario, mostra ciò che realmente conta: il profitto e il potere. Questo fatto non può essere nascosto nemmeno da divertenti spettacoli di droni nel cielo notturno o da robot dotati di intelligenza artificiale che giocano a calcio, come quelli che di tanto in tanto vengono presentati al pubblico appassionato di tecnologia ad Adlershof. I loro slogan pubblicitari altisonanti su innovazione, sostenibilità e progresso non sono altro che una manovra fuorviante sul campo di battaglia della definizione del discorso, per distogliere l’attenzione dal fatto che in realtà costruiscono strumenti che portano morte e distruzione. Ogni modello di business immaginabile nei settori dell’industria high-tech citati, con sede nel parco tecnologico di Adlershof, ha in un modo o nell’altro una funzione di stabilizzazione del sistema ed è, tra l’altro, un prodotto di interessi militari.

Le loro macchinazioni garantiscono la sopravvivenza della macchina capitalista della morte. Sono loro il vero obiettivo della nostra azione.

Tuttavia, sarebbe impossibile esaminare singolarmente ciascuna delle oltre mille aziende e smascherare tutte le loro malefatte. L’elenco sarebbe infinito. Pertanto, limiteremo questa impresa a pochi esempi che illustrano in modo esemplare l’indicibile intreccio tra ricerca, scienza e tecnologia con la guerra, la distruzione dell’ambiente e il controllo sociale.

ATOS – Uno dei giganti del cyber, che sviluppa, tra l’altro, prodotti IT e applicazioni basate sull’intelligenza artificiale per l’esercito e la polizia. Per l’esercito tedesco, il gruppo gestisce il progetto HaFIS (Armonizzazione dei sistemi informativi di comando) e costruisce container funzionali a prova di proiettile con infrastruttura IT. Per il bellicista Israele, Atos gestisce un centro dati ad alta sicurezza per le sue autorità di difesa e sicurezza ed è quindi corresponsabile della guerra e del genocidio.

ASTRIAL – Un’azienda che, oltre alle infrastrutture di sicurezza per le smart city, si distingue soprattutto per il suo impegno nella guerra globale delle autorità di frontiera contro i migranti. I suoi sistemi di comando e controllo elaborano enormi quantità di dati provenienti da sensori terrestri, marittimi, sottomarini, sotterranei, aerei e spaziali per ottimizzare la caccia all’uomo alle frontiere esterne del Nord globale.

CENTRO TEDESCO PER L’AERONAUTICA E L’AEROSPAZIALE (DLR) – Nell’era della policrisi, lo spazio è un ambito altamente conteso e il DLR trae enormi vantaggi dal fondo speciale militare del governo federale tedesco. La ricerca nel campo della tecnologia militare è parte integrante del programma del DLR. Il DLR sostiene, ad esempio, i voli di addestramento dell’aeronautica militare o gestisce a Colonia, in collaborazione con la Bundeswehr, un centro di competenza per la medicina aerospaziale.

EDAG – Partner di lunga data dell’industria della sicurezza e degli armamenti. L’azienda sviluppa veicoli militari su ruote e cingolati, soluzioni per la sicurezza marittima o velivoli militari con e senza equipaggio. In breve: tutte le macchine immaginabili progettate per uccidere.

EUROVIA/VINCI – Una delle più grandi aziende di costruzioni e infrastrutture al mondo, coinvolta, tra l’altro, nella controversa costruzione del deposito francese di scorie nucleari. Vinci costruisce anche carceri (di espulsione), aeroporti o autostrade. Con le sue innumerevoli filiali, l’azienda è attiva anche nel settore energetico e sta entrando sempre più nel mercato degli armamenti. Recentemente, la filiale di Vinci Actemium ha annunciato l’acquisizione della Wärtsilä SAM Electronics GmbH, che opera per la marina tedesca e i cantieri navali di Amburgo, Wilhelmshaven, Elmenhorst, Bremerhaven e Kiel.

JENOPTIK – L’azienda tecnologica di Jena opera all’interfaccia tra sicurezza interna e difesa militare con prodotti quali telemetri laser, termocamere, LED, ottiche a infrarossi e polimeriche, utilizzati ad esempio per la ricognizione militare o la protezione delle infrastrutture. Di particolare rilevanza è attualmente il suo software “TraffiData”, utilizzato tra l’altro nella zona di confine con il Messico e ampliato su richiesta delle autorità di frontiera statunitensi con “TraffiCatch” per rendere più efficiente la caccia alle persone indesiderate.

ROHDE & SCHWARZ – L’azienda tecnologica e di armamenti produce tecnologia radio per impianti radio militari e sistemi di sorveglianza, che vengono venduti a grandi aziende tecnologiche, governi e servizi segreti in tutto il mondo. I prodotti R&S trovano applicazione, ad esempio, nella sicurezza delle frontiere (ad esempio in Arabia Saudita), nei veicoli militari, negli aerei, nelle navi, nonché nel controllo di missili e simili. Ma anche nelle apparecchiature di intercettazione della polizia e dei servizi segreti.

SIEMENS – Non c’è quasi nessun settore dell’industria militare e pesante in cui non siano presenti prodotti Siemens. Sistemi d’arma, sottomarini nucleari, portaerei, carri armati, reattori nucleari, dighe, impianti eolici, carceri, aeroporti e molto altro ancora. Molti di questi megaprogetti sono molto controversi, come ad esempio TrenMaya in Messico, i progetti di dighe di Erdogan in Kurdistan o, più recentemente, la costruzione del cavo elettrico sottomarino EuroAsia Interconnector, che collega Israele con Cipro e la Grecia. Anche altri progetti infrastrutturali israeliani nella Gerusalemme Est occupata e nelle colonie israeliane in Cisgiordania sono sostenuti dal gruppo.

TRUMPF – Un’azienda in prima linea nella guerra internazionale dei chip per la supremazia nel mondo digitale. Che si tratti di smartphone con trasmissione dati turbo e riconoscimento facciale, occhiali intelligenti, intelligenza artificiale, auto a guida autonoma o sistemi missilistici, droni e sistemi d’arma. I semiconduttori sono presenti ovunque e l’azienda tedesca Trumpf, in collaborazione con Zeiss e ASML, svolge un ruolo chiave nella loro produzione grazie ai suoi sistemi di litografia EUV. Senza i suoi componenti, il mondo altamente tecnologico si fermerebbe.

Questo sabotaggio non vuole solo identificare e disturbare i nemici della libertà, ma è anche un appello ad ampliare l’azione offensiva in generale, e in particolare questa forma di azione, che porta a un’efficace interruzione del sistema. È un appello a lasciarsi definitivamente alle spalle la frustrazione e la disperazione. Un grido per proclamare che le nostre idee anarchiche e la nostra voglia di agire prosperano e che le azioni irresponsabili dei governanti avranno sempre delle conseguenze. Ciò vale soprattutto per i complici dell’industria degli armamenti, perché non resteremo a guardare mentre le persone vengono massacrate nelle loro guerre o condannate a morire di fame.

Attaccare le infrastrutture critiche significa attaccare una delle arterie principali della sottomissione dell’uomo sull’uomo e sulla natura. La rete elettrica rappresenta di per sé la storia del progresso ed è il presupposto fondamentale per lo sviluppo spietato verso una società altamente tecnologica come quella che conosciamo oggi. Questa società, sotto il giogo della tecnologia e del capitale, sembra essere per ora il prodotto finale terreno delle conquiste della civiltà e sta causando una distruzione del pianeta quasi irreparabile, la cui portata è senza precedenti nella storia della Terra. Per non parlare delle sanguinose guerre per il potere e le risorse che i governanti impongono ai loro servitori. L’insaziabile desiderio di crescita li porta, nel vero senso della parola, a puntare sempre più spesso alle stelle. L’elettricità è la principale fonte di energia che alimenta ogni macchina e il “progresso” necessari per riprodurre l’attuale sistema. È possibile spegnerlo ed è anche possibile sostituirlo con una vita in libertà senza dominio e sfruttamento!

Sabotiamo l’attacco tecnologico – togliamo il potere al complesso militare-industriale!
Sempre aggressivi – mai bellicosi!

Alcuni/e anarchici/e

La resistenza radicale alle biotecnologie in Italia – Costantino Ragusa

La resistenza radicale alle biotecnologie in Italia

Perché scrivere adesso un testo simile, quando soprattutto ultimamente in qualche contesto si è iniziato a discutere delle tecnologie di evoluzione assistita, TEA, nuova sigla con cui sono stati rinominati i nuovi OGM. Sembrerebbe quasi un guardare indietro quando tutto sembra dispiegarsi di fronte a noi. Recentemente sono usciti testi sulla rivista Malamente, su portali a cura del collettivo “Terra Libertà”, nei podcast de “La Nave dei folli” e varie iniziative sono state fatte sui territori contro gli OGM – TEA.
Per cominciare dobbiamo chiarire che il nostro riferimento non è tutta l’opposizione agli OGM di questi anni, ma quella che ha portato avanti una critica radicale e quella  che è riuscita a coniugare una coerenza di mezzi e fini con una critica e allo stesso tempo con forme di intervento che facevano uso delle storiche pratiche dell’azione diretta, patrimonio del movimento anarchico e più recentemente dei gruppi ecologisti radicali e di liberazione animale. Tra le carte che abbiamo di fronte e a cui faremo riferimento per questo testo c’è un vecchio numero del giornale ecologista radicale Terra Selvaggia del 2012, giornale che realizzavamo a Pisa come collettivo “Il Silvestre”,  gruppo che aveva fatto della lotta alle biotecnologie  una priorità. Questa memoria editoriale e questa tensione rappresenta la nostra storia e quella di questo giornale che è il seguito di quel solco, forse, almeno per noi, con ancora più chiarezza di prima. Il testo di Terra Selvaggia si presentava come una “cronistoria sulle lotte alle biotecnologie in Italia”, ma subito dopo gli stessi redattori rivelavano il limite di una semplice cronistoria, fondata su esigenze meramente quantitative  e provano a spingersi oltre, verso significati più profondi che avevano determinate tematiche e lotte. Infatti il testo si apre con queste parole “Quella che segue è una breve cronistoria di un terreno di scontro costruito e sviluppato negli anni in moltissimi luoghi e da numerosi individui. Una lotta, quella alle biotecnologie, che è stata vissuta come necessaria, dove più che mai è stato possibile trasformare la rassegnazione in coraggio, per considerare ancora aperta la possibilità di fermare i più temibili attacchi che il progresso tecnologico porta alla natura e a tutti gli esseri viventi. Non ci possono essere mediazioni quando quello che si rischia di perdere si è già largamente perso, può esserci solo la voglia di riconquistarselo quanto prima” . Purtroppo, come abbiamo già detto spesso altrove, con le biotecnologie non vi è possibilità di ritornare indietro: ciò che è stato degradato e manipolato geneticamente non torna più indietro, un OGM immesso in natura continua a sopravvivere fuori dal laboratorio e quindi a creare nuove combinazioni di danni agli ecosistemi naturali spesso neanche immaginabili nella loro ricombinazione ultima.
Anche noi faremo in questo scritto un po’ di cronistoria degli ultimi decenni di lotta alle biotecnologie, senza però pretesa di essere precisi su ogni fatto, sarà sicuramente incompleta, altri speriamo colmeranno le nostre lacune o semplicemente evidenzieranno altri aspetti ancora. Per volontà  ci soffermeremo su alcuni aspetti più significativi che al tempo arrivarono a creare dibattiti tra i fautori degli OGM e anche tra gli oppositori, soprattutto quelli riformisti che si ritrovavano ad essere nudi nelle loro nicchie di comfort da dove, una volta stanati, gli toccava dire qualcosa di critico agli OGM, quel necessario che almeno giustificasse il loro ruolo in organismi ambientalisti o di partiti color del verde.
Ovviamente i tempi sono cambiati e tanto, sicuramente in peggio. Se da una parte non abbiamo visto fermarsi i progetti di biotecnologia, da un’altra abbiamo visto una lenta e inesorabile degradazione di significati, cosa forse ancor più grave, perché quello che si riteneva scontato come l’indisponibilità dei corpi al potere della tecno-scienza adesso non lo è più. Quando parliamo di una critica radicale alla biotecnologia ci distanziamo e differenziamo nettamente da chi vede in questa semplicemente uno dei tanti aspetti del capitalismo industriale : nella fine del capitalismo non è detto vi sarà anche la fine delle biotecnologie, più probabilmente ne avremo di altro tipo, soprattutto  non nelle mani degli avidi industriali,  probabilmente i sostenitori di questa analisi si sono dimenticati gli scienziati che non necessariamente sono avidi di denaro, ma sicuramente lo sono, anche in buona fede, nel portare avanti teorie e progetti anche se nelle probabilità del rischio vi è il pianeta e i suoi abitanti. Quindi preferiamo le riflessioni fatte da Theodore Kaczynski: “Dunque, invece di contestare l’una o l’altra conseguenza negativa della biotecnologia, si deve attaccare tutta la moderna biotecnologia sul terreno e sul principio che (A) è un insulto a tutte le forme viventi; (b) colloca un potere troppo grande nelle mani del sistema; (c) trasformerà radicalmente i fondamentali valori umani che sono esistiti per migliaia di anni; e altri argomenti simili che sono contrari e opposti ai valori del sistema.” E ancora in una lettera a Scientific American: “Gli ingegneri che hanno dato vita alla rivoluzione industriale  possono essere scusati per non aver anticipato le conseguenze negative connesse alla rivoluzione industriale stessa, ma il danno causato dal progresso tecnologico è oggi sufficientemente palese e chi continua a promuoverlo è abbondantemente responsabile”. Sono frasi molto semplici, poco ideologizzate, ma che centrano il punto. Soprattutto sulla necessità di contrastare la biotecnologia nel suo insieme, come trasformazione totale e quindi radicale degli esseri viventi. Fare in questo senso concessioni, come potrebbero essere aspetti legati alla medicina o altri aspetti industriali addirittura legati all’ecosostenibilità significa non aver capito appieno il problema, ma soprattutto significa non aver compreso la biotecnologia e ancora una volta significa essere dei parziali se non inutili oppositori.
Ma proseguiamo la nostra storia seguendo le pagine di Terra Selvaggia con l’articolo “Cronistoria e qualcosa di più sulla lotta alle biotecnologie in Italia. Su un conflitto ancora aperto, su un’opposizione che ha saputo colpire e che deve continuare a farlo”. Verso la metà degli anni novanta si inizia anche in Italia ad intravedere una resistenza soprattutto verso gli OGM in agricoltura, a farsi sentire con campagne di stampa sono le grandi associazioni ambientaliste come Greenpeace. Già quella denuncia, volutamente non usiamo il termine critica che è altra cosa, partiva in modo parcellizzato parlando esclusivamente degli OGM in agricoltura, il contesto si riduceva ulteriormente visto che si andavano a toccare aspetti meramente tecnici e scientifici e ovviamente le conseguenze sulla salute umana e sugli ecosistemi. Quest’ultimo aspetto potrebbe sembrare che mantenesse comunque una sua radicalità ma non è così perché nella loro visione di ecosistema naturale conservato e utile all’uomo già avevano applicato il loro profondo riduzionismo figlio di una precisa visione di conservazione, che più che con la salvaguardia della natura ha a che fare con la salvaguardia del potere sulla natura e successivamente del potere di alcuni uomini su altri.
Se già in partenza le denunce apparivano parziali lo erano ancora di più le soluzioni, che andavano dalle solite raccolte firme, proposte ragionevoli di legge, etichettature e metodi precauzionali. Tutte cose che ovviamente potevano essere accolte, discusse in tavoli tecnici e di lavoro; con queste premesse ci si poteva confrontare, analizzare le ipotesi e trovare soluzioni possibili. Eppure in altre parti del mondo avveniva qualcosa di diverso, nella migliori delle ipotesi le coltivazioni erano state messe con l’inganno contaminando deliberatamente intere filiere agricole di soia come in Argentina e Brasile, tanto che è stato coniato addirittura un termine specifico “soizzazione” e in India venivano sostituite coltivazioni originarie con le nuove coltivazioni come con il cotone OGM. In India movimenti contadini avevano coniato il termine “Operazione bruciate Monsanto” che poteva solo sembrare una minaccia per le multinazionali straniere, ma era invece un motto per quello che sarebbe stato fatto a breve, creando non pochi problemi alle compagnie che speravano nella disperazione e impotenza dei contadini di cui molti avevano preso la strada del suicidio con il Glifosate sempre di produzione della Monsanto. In poco tempo venne dato un esempio a livello internazionale a chi ancora titubava nella lotta e a tutti gli sfruttatori che in quegli anni volevano dare colpi definitivi al loro consolidarsi nei territori. Interi complessi industriali in India collegati alle multinazionali sementiere con in testa la Monsanto vennero incendiati e occupati e vennero distrutti interi latifondi coltivati ad OGM. Questo avveniva anche nel bel mezzo di imponenti manifestazioni. Queste multinazionali erano le stesse in tutto il mondo e avevano un obiettivo chiaro: diffondere ovunque le coltivazioni OGM e rendere la contaminazione inevitabile per dichiarare poi l’impossibilità di legislazioni restrittive diversificate e aprire finalmente ai semi figli del laboratorio ed uniformare il mondo a quel paradigma tecno-scientifico.
Anche in Europa e negli Stati Uniti le cose cominciarono a cambiare, le modalità più diffuse di lotta erano la semplice distruzione delle parcelle OGM, sia che fossero a scopo sperimentale, sia che fossero a scopo commerciale già avviato, il tutto avveniva o in piccoli gruppi o all’interno di grandi manifestazioni. In Francia fu molto attiva la Confederation Paysanne, un sindacato agricolo molto seguito, che fu il primo a inserire la lotta agli OGM in una più ampia critica anti-industriale, senza fermarsi solo sul risultato nocivo della coltivazione ma interrogandosi su chi voleva gli OGM e che tipo di mondo si prospettava, in poche parole portarono la questione sociale alla ribalta rendendo più chiari i loro messaggi. In numerose occasioni attuarono la distruzione di coltivazioni OGM come quello di Nerac nel 1998, quella di un campo sperimentale di mais e soia transgenici della Monsanto nel Gennaio del 1998  e ancora il sabotaggio al Centre de Cooperation Internationale pour le développement (Cirad) di Momtpellier nel Giugno 1999. Al suo interno, la Confédération Paysanne mostrava due correnti di pensiero, una radicale e l’altra alter-mondialista, le cui differenze si fecero presto sentire, portando ad una separazione netta tra queste correnti. L’esempio delle lotte francesi della fine degli anni ‘90 fu molto importante e di stimolo per i contesti italiani. Anche a livello teorico furono di fondamentale riferimento le edizioni Encyclopédie des Nuisances. Vi furono traduzioni di vari libri e anche Terra Selvaggia pubblicò numerosi testi e opuscoli che andarono ad alimentare il dibattito sull’importanza del pensiero ecologico all’interno dei contesti più radicali. Alcuni incontri e discussioni organizzati in Italia dal Silvestre con alcuni fuoriusciti dalla Confédération permisero anche di approfondire come lo spettacolo e il movimento fittizio stavano prendendo piede tra gli anti-OGM, soprattutto la corrente guidata da Bovè che già era al lavoro a costruirsi la sua carriera nei partiti verdi.
Nel mentre sempre le pagine di Terra Selvaggia ci riportano in Italia dove le pratiche di azione diretta contro le nocività si diffondono e si radicalizzano. Nel Maggio del 1998, pochi giorni prima della discussione in sede europea riguardo la brevettabilità degli organismi viventi, l’ALF (Animal Liberation Front), sigla che rimanda a gruppi informali dediti soprattutto alla liberazione degli animali dai luoghi di tortura: laboratori dove venivano vivisezionati, allevamenti industriali per la produzione di pellicce… attacca a Firenze una filiale della multinazionale svizzera Nestlè incendiando quattro camion accusando la compagnia di diffondere di prodotti geneticamente modificati. I problemi per la multinazionale svizzera erano però solo cominciati, le sue dichiarazioni sull’imminente utilizzo di lecitine di soia OGM nei suoi prodotti che di fatto avrebbe  fatto da apripista alla diffusione di OGM negli alimenti e di conseguenza avrebbe portato alla normalizzazione delle coltivazioni che da “sperimentali” sarebbero passate immediatamente ad essere commerciali, portarono ancora una volta l’ALF ad agire. In pieno Natale del 1998, vennero spediti alle agenzie di stampa nazionali quattro panettoni del marchio Nestlè con la minaccia di essere stati avvelenati. La rivendicazione dell’ALF pubblicata dai giornali era breve quanto eloquente: “La Nestlè dovrà cessare l’avvelenamento di massa con i prodotti figli delle manipolazioni genetiche”. L’enorme potere economico e politico della multinazionale elvetica venne messo a dura prova, anche se i panettoni avvelenati erano solo quelli spediti alle agenzie di stampa, il panico era ormai montato sul famoso e costoso panettone natalizio. Vennero ritirati tutti i panettoni con il marchio Nestlè e furono chiusi gli stabilimenti in piena produzione natalizia e la Nestlè iniziò una fortissima campagna stampa per farsi passare per vittima, comprando intere pagine dei quotidiani nazionali e affittando spazi nelle principali stazioni italiane dove ragazzine sorridenti distribuivano gratuitamente fette di panettone. Il danno economico nell’immediatezza fu di svariati miliardi, ma gli esperti affermarono che il danno sarebbe durato più anni con costi elevatissimi. Il fortissimo effetto mediatico che ebbe questa azione portò a definire gli attivisti dell’ALF come ecoterroristi, ma si parlò come non mai delle manipolazioni genetiche e mentre la Nestlè si asciugava le lacrime uscì anche dall’ombra in cui era rimasta, nonostante anni di boicottaggi, una campagna che denunciava come nel Sud del mondo la Nestlè imponeva il suo latte in polvere al posto di quello naturale delle mamme. Quel latte costoso col tempo veniva diluito con acque insicure ed era responsabile della morte di numerosissimi bambini. “Chi erano dunque gli ecoterroristi?” si intitolava un volantino distribuito ad una prima teatrale a Pisa. Migliaia di panettoni a marchio Nestlè invenduti finirono dentro container e spediti come aiuto umanitario nei paesi poveri. L’azione dell’ALF portò con forza l’attenzione sulla questione degli OGM, anche perché tutto il mondo riformista verde e ambientalista per cercare un po’ di visibilità  parlarono dei rischi delle manipolazioni genetiche e dell’importanza di campagne contro questa avanzata, quelle lotte che non avevano mai intrapreso se non restando sul mero aspetto della controinformazione fatta di dati e cifre. Successivamente le politiche della Nestlè sugli ingredienti OGM sono mutate notevolmente e sicuramente il monito è valso anche per altre compagnie alimentari che sicuramente erano pronte a fare la cordata biotecnologica.
All’epoca cominciarono ad interessarsi agli OGM le più disparate realtà, oltre a quelle ambientaliste, no global, ecologiste radicali e anarchiche. Nel mentre Terra Selvaggia continuava ad approfondire la biotecnologia nel suo insieme, come programma di attacco al vivente, criticando la parzialità di fermarsi al campo agricolo o, come faceva qualche comitato scientifico antivivisezionista, di limitarsi agli animali transgenici.
Nel 2000 era ormai evidente che con la scusante della sperimentazione sugli OGM in campo si volevano diffondere ovunque colture figlie della manipolazione genetica su vasta scala, le multinazionali erano pronte e tanti centri di ricerca erano già al lavoro a dare disponibilità per i siti sperimentali. Terra Selvaggia con un numero speciale diffuse con un articolo “Dove sono i campi sperimentali in Italia” utilizzando un’informativa interna dell’associazione Greenpeace che mai avrebbe immaginato un tale uso di quelle informazioni. Negli ambienti più radicali iniziò a girare anche la traduzione di un opuscoletto dal simpatico titolo “Il giardiniere timido” dove si davano parecchi consigli utili sul come estirpare e danneggiare intere coltivazioni con semplici strumenti.
E anche in Italia ignoti giardinieri notturni iniziarono a estirpare e danneggiare ovunque coltivazioni sperimentali dal Nord a Sud, dai terreni affittati dalle multinazionali agroalimentari per seminare OGM fino agli appezzamenti dei lotti nei centri di ricerca pubblici, dimostrando in questo un salto di qualità, avendo compreso che la ricerca genetica andava fermata e basta, non era questione di chi la portava avanti, anzi a maggior ragione se erano ricerche pubbliche.
La propaganda della ricerca biotecnologica se fino a qualche anno prima era riuscita a mantenere in piedi i propri castellini di menzogne in salsa verde ed eco sostenibilità, al tempo anche ovviamente il salvare il Sud del mondo sembrava la priorità fissa delle multinazionali della biotecnologia, cominciava a mostrare le sue incrinature. Sicuramente nel grande pubblico almeno in campo agricolo gli OGM non erano ben visti, se prima vedere pomodori con lische di pesce creava curiosità, con il tempo dava sentimenti di sgomento e quindi di rifiuto. Perlomeno nel campo agricolo e all’interno dei prodotti vegetali la campagna contro informativa aveva portato dei risultati e vennero create non poche difficoltà a chi voleva uniformare campagne e cibo alle loro chimere agro-biotecnologiche.
Nel mentre l’ambientalismo istituzionalizzato non avendo mai veramente voluto portare una critica radicale a quello che rappresentavano gli OGM, facevano battaglie per etichettare prodotti contenenti OGM, mercanteggiavano soglie e parlava di coesistenza con le colture tradizionali. Alla fine questi organismi verdi e agricoli, fatti di associazioni bio, sindacati e marchi dell’agricoltura biologica, non volevano altro che vi fosse la garanzia per la loro sopravvivenza, che un prodotto restasse sempre bio anche se il vicino di campo è biotecnologico. Con questo spirito un grande cartello di associazioni ambientaliste, dei consumatori, partiti di sinistra, gruppi religiosi cattocomunisti, con la parte politica costituita dalle cosiddette tute bianche si fecero avanti per una importante mobilitazione contro TeBio. Questa era una kermesse organizzata a livello nazionale nella città di Genova, prima nel suo genere, per promuovere le biotecnologie e far incontrare scienziati, lobbisti e dirigenti di multinazionali dei settori interessati. Anche se il momento e la particolare situazione spingevano all’unione verso l’obiettivo comune per alcuni era evidente la solita strategia dell’imbrigliamento della protesta dalle solite componenti politicanti, evidenziando come non vi fosse niente in comune. Sarebbe stato bello infatti vedere che finalmente anche l’antagonismo di sinistra allargasse il proprio spettro di vedute  considerando la tecno-scienza biotecnologica una minaccia da contrastare per quello che rappresentava e per quello che avrebbe portato in futuro. Ma non bisognava illudersi di tutto ciò, piuttosto vi era il tentativo di cavalcare la protesta delle associazioni indirizzandola  politicamente  per cercare di rinnovarsi in qualche modo, con nuovi consensi e incarichi di gestione, situazione che sarebbe durata fino al G8, finché gli accordi si sono chiusi, ma per decisione dello Stato.
La grande manifestazione indetta da quello che sarebbe diventato il coordinamento MobilTebio porterà in piazza 5000 persone, a cui prese parte la componente più radicale della contestazione agli OGM. Volutamente molti gruppi parteciparono a tutta la mobilitazione, ma senza rientrare nei ranghi delle tute bianche, questi erano anarchici, ecologisti radicali ed esponenti dell’autonomia di classe. Non pochi furono gli scontri con la polizia e anche con i guardiani della mobilitazione che non volevano assolutamente si interrompesse la presentazione dello spettacolo che avevano allestito. Per l’occasione in quella Primavera del 2000 uscì un numero speciale di Terra Selvaggia stampato in numerose copie e distribuito alle manifestazioni per portare una critica verso aspetti come il metodo precauzionale, la scappatoia biologica e ovviamente contro i falsi oppositori.
I sostenitori del biotech, partecipanti all’incontro di Tebio, subirono un’ “imboscata” fuori da un ristorante di lusso a Genova dove vennero ricoperti di spazzatura, alcune banche (in particolare Banca Carige), finanziatrici di ricerche biotecnologiche, subirono attacchi e danneggiamenti, sia durante un piccolo corteo spontaneo che nei giorni precedenti e successivi alla mobilitazione. E ancora un susseguirsi di blocchi stradali e azioni in centro, da Caricamento a Palazzo Ducale. Da ricordare i numerosi sabotaggi alle filiali di Banca Carige nei giorni prima della kermesse lungo tutta la riviera di levante fino a Genova. Questi eventi fecero da cornice alla mobilitazione che di lì a poco si estese all’intero territorio nazionale e che si espresse principalmente attraverso le varie forme di azione diretta, diffusa e riproducibile.
Sempre nel 2000 è rimasta “celebre”, più che altro per i risvolti giudiziari che sono seguiti, è la due giorni di lotta contro le biotecnologie e la clonazione che avevamo organizzato a Firenze come gruppo ecologista “Il Silvestre”. Queste giornate cadevano in un periodo in cui il problema delle manipolazioni genetiche sugli esseri viventi era molto più sentito e a livello legislativo le multinazionali del settore premevano perché l’Europa prendesse una posizione di apertura al nuovo mercato agro-biotecnologico soprattutto americano. L’iniziativa di Firenze è stata un momento molto importante in cui gruppi e situazioni, in particolare anarchiche, ma non solo, si sono avvicinate con realtà rurali fatte di piccole situazioni contadine, artigiani e occupanti di terre e villaggi, un intreccio di relazioni non facile e costruito nel tempo. A parte alcuni casi isolati nessuno ha fatto tesoro di questi confronti e ha saputo andare oltre le solite differenze per cercare possibili percorsi comuni di lotta. Nei giorni seguenti si sono susseguite iniziative di informazione sui rischi degli OGM alla facoltà di agraria e volantinaggi improvvisati per le vie di Firenze. L’ultimo giorno il corteo di chiusura dell’iniziativa che avrebbe dovuto passare davanti alla sede della Dupont, una multinazionale leader del settore biotecnologico, è stato caricato alla partenza col pestaggio e l’arresto di alcuni/e manifestanti e l’incriminazione in tutto di tredici compagni/e con pesanti accuse.
Nel 2009 vi è stato il tentativo da parte della “Coalizione contro le nocività”, contesto soprattutto anarchico ed ecologista radicale che abbiamo costruito insieme a situazioni provenienti da un po’ tutta Italia, di rilanciare una mobilitazione contro gli OGM, prendendo come obiettivo da cui partire l’EFSA, l’Ente Europeo per la sicurezza alimentare con sede a Parma. Organo riconosciuto a livello internazionale a cui la Commissione Europea fa riferimento per introdurre molteplici nocività come nanotecnologie, pesticidi, additivi chimici, farmaci e ovviamente gli OGM. Fulcro delle decisioni e delle approvazioni delle nocività in Europa, altro non è che il braccio governativo di multinazionali e aziende del settore, molto del personale dell’EFSA ha un passato di rilievo dentro compagnie biotecnologiche, diventando in molti casi CEI delle compagnie stesse.
Numerosi sono stati i materiali prodotti tra cui anche un approfondito documentario sul Glifosate chiamato “Natura Morta. Avvelenamento a norma di legge” proiettato in numerose serate in tutta Italia, tanto il materiale prodotto dalla “Coalizione contro ogni nocività”  che andava ben oltre al denunciare le solite ruberie e sperperi di denaro pubblici, in particolare segnaliamo il manifesto della Coalizione  che fu stampato in numerosissime copie e diffuso ovunque e un dossier sull’EFSA. Tante le iniziative tra presidi, una grande manifestazione e un’occupazione del tetto dell’EFSA durata alcune ore che era stata organizzata durante lo svolgersi di decisioni importanti nei Panel (gruppi di lavoro) riguardo nuovi OGM da approvare a livello europeo.
Sul finire della prima decade del 2000, le multinazionali hanno ripreso il passo svelto che le contraddistingue  non incontrando più quell’impeto di resistenza e attacco generalizzato a più livelli che ha permesso di mettere i bastoni tra le ruote alla presunta ineluttabilità del progresso transgenico. Negli anni anche se a livello commerciale le coltivazioni OGM sono state bandite, la ricerca sull’ingegneria genetica è andata però avanti senza mai arrestarsi e anzi restando sempre la punta d’eccellenza per ogni centro, in particolare nell’accaparrarsi soldi per nuovi progetti di ricerca. In tempi più recenti a Bergamo fece la sua comparsa l’“Assemblea Le Ortiche”, che avevamo costituito principalmente con situazioni anarchiche, libertarie e ecologiste soprattutto locali. Ancora una volta durante il vertice del G7 agricoltura che si svolgeva a Bergamo, furono queste situazioni minoritarie a smarcarsi dal fronte più grande apparentemente critico nei confronti di una agricoltura a misura di sovvenzioni, industria e poteri e rivendicarono la questione sociale e della terra libere da poteri e compromessi non solo dalle solite cattive multinazionali, ma anche dallo Stato, rappresentato in quel caso dall’allora ministro bergamasco Martina addentro  appieno in quei poteri. Mentre il grosso della mobilitazione locale come sempre fatta dalle solite coop bio, associazioni di categoria, partiti di sinistra, commerci equi e solidali, centri sociali gestiti dal comune, sostava in piazza a consolidare la loro fetta di mercato nel teatrino della contestazione tollerabile, le infestanti Ortiche erano già a cavallo delle loro biciclette diretti alle fabbriche della provincia dove si produce Glifosate e da una multinazionale israeliana che invece lo importa in Italia. Sempre in quei giorni un rispettabile centro di ricerca pubblico come il CREA locale riceveva un presidio stabile per denunciare gli OGM sperimentali.
Se gli OGM negli anni erano sicuramente qualcosa che rimandava a qualcosa di negativo nell’immaginario generale, seppur restando nel campo molto parziale dell’agricoltura e dell’alimentazione, non si può dire che la stessa cosa abbia proseguito legando la questione alla biotecnologia nel suo insieme. Tra l’altro l’industria dei mangimi OGM è andata avanti quasi indisturbata, come vedremo, tanto da infestare le campagne con mangimi di soia americana OGM spesso riutilizzati per piccoli appezzamenti. Chi si è cibato degli altri animali schiavi negli allevamenti zootecnici era ed è tuttora a contatto continuamente con sostanze OGM che in un modo o in un altro ritorneranno alla terra assicurando contaminazioni, situazione che va avanti da decenni.
Nel mentre vi è stato sicuramente un riflusso dell’opposizione alle biotecnologie. Si è ristretto il forte movimento, causa anche la forte repressione di quegli anni contro i contesti più attivi in Toscana, in particolare contro il Silvestre su cui l’Europool in una nota ironica, sulle inchieste in corso, scrisse che veniva superato ogni record di messa in piedi di associazioni sovversive, che nella pratica significava un attacco costante alle situazioni in lotta. Le vaste mobilitazioni contro il transgenico hanno lasciato il campo a singoli momenti di protesta che avevamo organizzato ai Nanoforum (dove per la prima volta in Italia si parlava di nanotecnologie), Bioforum e per altri appuntamenti e vetrine dei promotori delle biotecnologie.
La diffusione di controinformazione radicale su queste questione non si è mai arrestata, soprattutto dalle pagine di Terra Selvaggia e poi dalle pagine di questo giornale “L’Urlo della Terra” che ne fu il seguito. Si è cercato di mantenere l’argomento sempre vivo, soprattutto perche il nostro lavoro di ricerca e di studio non ha mai parlato delle biotecnologie come altri contesti che legavano e legano tutt’ora il tema alla sola critica al capitalismo, al potere ecc…, ma spinge per una riflessione più profonda che vede come questi sviluppi tecnologici negli anni avrebbero stravolto la stessa idea di essere umano.
Il ritiro momentaneo della possibilità di fare OGM commerciali in campo aperto, non ha però fermato la critica radicale che si è fatta attacco diretto alle strutture, dove era evidente che la produzione e la ricerca delle biotecnologia continuava senza sosta e al silenzio delle critiche. Praticamente tutte le principali multinazionali presenti in Italia, Bayer, Monsanto, Syngenta, Pioneer H-Bred, KVS…, da ignoti sono state prese di mira con attacchi non simbolici, puntavano evidentemente alla distruzione di edifici di ricerca, luoghi di stoccaggio semi, centrali elettriche che alimentano gli impianti. In poche parole il massimo danno possibile per portare alla chiusura di impianti e sedi. In una di queste azioni il centro ricerca della Du Pont gravemente danneggiato restò chiuso per quasi un anno e i suoi dirigenti dichiararono che se non avessero avuto garanzie di sicurezza dallo Stato avrebbero abbandonato ogni progetto di ricerca in Italia. I metodi impiegati nei sabotaggi sono stati il meticoloso sabotaggio meccanico, ma soprattutto l’uso dell’incendio e degli esplosivi. Molte di queste notizie venivano raccolte dalla redazione di Terra Selvaggia, quando non venivano ricevute direttamente nella casella postale, questo fa pensare anche a quanto è stato taciuto nella lotta alle biotecnologie, considerando non tutti evidentemente gradivano contatti con i media e ovviamente l’immancabile censura sulle notizie scomode. La mole e la qualità delle azioni fa pensare ad una stagione intensa di lotta, come è stata per tante mobilitazioni o processi storici, la differenza, in principio, viene sempre fatta da piccoli gruppi o contesti informali che spingono verso una maggiore attenzione generale e quindi ad una azione di risposta collettiva.  Sempre sulle pagine di Terra Selvaggia del tempo abbiamo denunciato i vari tentativi di dare un volto nuovo agli OGM, in quel caso si chiamavano MAS (market assisted selection), una tecnica biotecnologica che si proponeva come sostenibile, dolce, partecipata che prometteva di offrire i vantaggi dell’innovazione genetica senza le controindicazioni degli OGM. Con questa tecnologia le nuove varietà sarebbero state ottenute con incroci mirati, marcando i geni di interesse e tracciandone i geni nella discendenza. Ovviamente l’analisi dei redattori di Terra Selvaggia non lasciava dubbi  a chi poneva la domanda “OGM o MAS?” La risposta era sempre: inutile dilemma. Già allora si utilizzava la propaganda green, anche se non ai livelli attuali, era importante fin da subito smascherare questi tentativi per evitare che ci fosse qualcuno che prendesse qualche abbaglio pensando che le cose erano cambiate o, peggio ancora, che i tecno-scienziati avevano rinunciato agli OGM.
Adesso si potrebbe concludere parlando dei TEA (tecniche di evoluzione assistita) che rappresentano i nuovi OGM e potremmo rallegrarci quindi delle mobilitazioni che ci sono state. Ma  questo non voleva essere un testo che parlava solo di  OGM in agricoltura, ma dando uno sguardo su un vecchio numero del giornale Terra Selvaggia, ci premeva porre una riflessione sulle biotecnologie, l’attacco al vivente e come resistervi. Nel tempo della dichiarata pandemia milioni di persone hanno accettato di farsi mettere nel proprio corpo sieri figli della manipolazione genetica, in un programma che non ha precedenti. La grande maggioranza degli Stati hanno partecipato, anche se in modo diverso e con prodotti diversi, ognuno, si sa, vuole la propria biotecnologia. Se parliamo di storia della resistenza alla biotecnologia in Italia, come non parlare anche del periodo in cui la manipolazione genetica è diventata di massa? Sicuramente le risposte date non sono state all’altezza della gravità della minaccia. Quel poco che si è mobilitato lo ha fatto parlando di libertà di scelta, rischi per la salute e ovviamente contro l’introduzione del lasciapassare verde. E la tecno-scienza e la sua biotecnologia elevata a nuovo paradigma medico universale?
Abbiamo lasciato le pagine di Terra Selvaggia già da un po’ per cercare di tracciare quel solco, tra la resistenza di ieri e oggi. Ancora una volta ci sentiamo di evidenziare la gravità della situazione, dove si vorrebbero trattare temi a nostro avviso fondamentali come le biotecnologie trattando un OGM alla volta e usando quelle retoriche di chi è avvelenato e chiede all’avvelenatore di prestare attenzione nelle dosi. Si può a questo punto veramente guardare in avanti come nulla fosse accaduto negli anni della biotecnologia di massa (solo all’inizio), partendo dai TEA e iniziando ancora una volta tutto da capo? Trattare i nuovi OGM-TEA come gran parte dei contesti trattava i vecchi OGM significa perdere un’enorme occasione di rimediare: per chi parlava solo di pannocchie in passato e per chi nel 2020 aveva i pensieri soffocati dalla mascherina e il braccio teso all’inoculo ingegnerizzato, alla parzialità dell’analisi e soprattutto per creare una resistenza che abbia ben chiaro che il loro obiettivo è la manipolazione genetica totale dei corpi tutti, non a caso parlando di vegetali usano termini non proprio neutrali come tecniche di evoluzione assistita. L’obiettivo nostro non può che essere la totale indisponibilità dei corpi umani, degli altri animali e di ogni ecosistema e filo d’erba su questo pianeta. Non perché la questione è inutile, antieconomica, pericolosa per la salute e l’ambiente… Se a chi ci avvelena chiederemo sempre dosi controllate di veleno, vi saranno sempre soluzioni, finché non ve ne saranno più che verranno proposte perché saremo già alla fine. La biotecnologia come tecno-scienza di punta è nemica di ogni libertà, siero geneticamente modificato per portare ad un controllo totale sui processi vitali, sull’alimentazione, sul mondo intero. Non per distruggerci come dice qualcuno, sarebbe uno sbaglio pensare così, ci vogliono solo docili e ubbidienti, desideranti della clinica, incapaci di capire la più piccola cosa di noi senza consultare tecnici (ex sanitari) e apparati.
Un altro aspetto che possiamo mettere in questo spaccato della storia della resistenza alle biotecnologia in Italia è sicuramente la traduzione italiana del libro di Alexis Escudero “La riproduzione artificiale dell’umano” che a fatica ha trovato un editore coraggioso come Ortica Edizioni  di cui abbiamo curato l’edizione come Resistenze al nanomondo e le numerose presentazioni fatte in tutta Italia con l’autore. I temi del libro sono presto diventati per noi fondamentali e ci hanno portato a fare importanti approfondimenti di analisi e di critica che col tempo hanno influito molto in tanti contesti italiani e non solo, creando ovviamente anche non poche discussioni animate con chi voleva continuare a restare nelle comode nicchie di ambiguità dove si può fare a meno di prendere posizione. Continuando il percorso sviluppato con il libro di Escudero e nel corso delle relazioni costruite negli anni abbiamo pubblicato il libro “I figli della Macchina. Biotecnologie, riproduzione artificiale ed eugenetica” scritto insieme ad altri pensatori critici francesi e pubblicato in francese e in italiano. Libro che in Francia ha contribuito a creare un fortissimo dibattito, a differenza dell’Italia dove ancora una volta si è persa l’occasione per uscire dalle sterili polemiche e prendere posizioni nette contro ogni riproduzione artificiale.
Sempre su questi temi di grande importanza l’iniziativa di contestazione, organizzata da Resistenze al nanomondo e l’Assemblea Resistere al Transumanesimo di Bergamo, contro la Fiera del bebè a Milano, creando un contesto tale per cui anche le altre voci critiche per la prima volta in Italia si erano dovute esprimere non solo attorno alla maternità surrogata, ma anche su tutte le tecniche di riproduzione artificiale dell’umano.
Da anni abbiamo aperto un sito internet, Resistenze al nano mondo, dove pubblichiamo testi, traduzioni, interviste critiche alle tecno-scienze con lo scopo di creare pensiero e spingere a dibattiti là soprattutto dove nessuno vuole iniziarli e organizziamo tre giornate annuali oltre che di discussione anche di conoscenza tra chi condivide la critica radicale al tecno-mondo per tessere relazioni e percorsi comuni.
Trattando dell’indisponibilità dei corpi alle manipolazioni genetiche si sono alzate contro di noi forti critiche, da chi qualche manipolazione tende a considerarla necessaria, in genere in solidarietà verso altre “comunità” in cui si identifica e su cui percepisce grande oppressione. Se si è contro una visione e un progetto di mondo transumano, dove le tecno-scienze hanno un ruolo giorno dopo giorno sempre più importante e avvolgente nei nostri spazi di libertà esterni e, come vediamo con le tecnologie genetiche, anche interni, non è possibile fare eccezioni, non per disumanità, ma perché non avrebbe senso fare diversamente. Al tempo quando si portavano avanti campagne contro la vivisezione di particolari centri o contro Telethon per il finanziamento oltre agli esperimenti sugli animali anche alle biotecnologie, venivamo accusati di non avere sensibilità verso i malati, che addirittura li volevamo morti. Questo non ci ha distolto dal nostro agire e dalla nostra critica, non perché non avessimo sensibilità verso i malati, soggetti concretamente sofferenti, ma perché non ritenevamo che quell’apparato medicale fosse realmente interessato ai loro problemi, oltre ad impossessarsi di un sacco di soldi da investire nei vivisettori di animali, cosa per noi inconcepibile. Una soluzione se mai poteva essere trovata andava ricercata altrove, soprattutto nelle cause di gran parte delle patologie e delle loro cure altrettanto causa di patologie iatrogene. Con i transattivisti e queer che non hanno malattie ma sono ideologizzati fino alla nausea, si crea un qualcosa di simile: nella nostra critica alla medicalizzazione, al transumanesimo e all’attacco ai corpi abbiamo visto come era utilizzata, finanziata e sostenuta ad alti livelli l’ideologia gender da parte dello Stato e da certe componenti progressiste per demolire difese se vogliamo naturali di chi preserva la propria salute e troverebbe inconcepibile chi propone ormoni sperimentati su animali di multinazionali farmaceutiche per ricavare cambiamenti esteriori simili all’altro sesso e nel tempo interventi chirurgici invasivi, soprattutto se i soggetti di partenza sono adolescenti e bambini. Una volta si lottava a cambiare il mondo, questi attivisti lottano per avere il diritto di medicalizzare e demolire il proprio corpo. Questa apparente divagazione ci è utile per capire come la demolizione di senso generale ha agito negli anni su tanti fronti, ed è l’unica che può parzialmente spiegare anche l’inazione dei radicali di sinistra, anarchici, animalisti  ecc… nei confronti delle nuove politiche genetiche in campo medico. Si può difendere le baronie mediche del Careggi sui bloccanti della pubertà e dopo criticare i TEA? Rotti gli ormeggi di difesa la corrente fluida passa incontrastata e dopo mettere paletti sarà sempre violare i diritti fondamentali di qualcuno, inceppando in questo modo le vere lotte da compiere, trovandoci a parlare della buona agricoltura italiana biologica da difendere quando stanno introducendo i nuovi “vaccini a mRNA autoreplicante” nella normalità sanitaria. Al tempo dei sieri genici eravamo tra i pochissimi a sostenere la “non libertà di scelta”, trovavamo la cosa controproducente proprio per il significato che diamo alla ricerca biotecnologica e al regime autoritario sanitario solo momentaneamente tornato nell’ombra. C’è il terrore a sinistra e tra tanti radicali a dire ‘no, non li vogliamo’, il rammollimento porta sempre a sostenere la ‘libera scelta’. Vi sarà mai la forza chiara e decisa a fronteggiare i nuovi aguzzini dal camice bianco sopra la mimetica?
Se parliamo di resistenza alle biotecnologie è importante interrogarci perché questa non si è vista in questi anni su aspetti fondamentali, perché questa non è stata in grado di formulare una critica radicale verso questo presente. Chi saranno i nuovi complici contro l’assalto al vivente? Chi prende le sovvenzioni del PNRR? Chi diventa bene comune secondo il senso dello Stato? Chi prende fondi da Eurizon 2030 in progetti inclusivi e organizza cortei contro gli OGM? Chi ha chiesto il Green pass nei propri mercatini biologici? C’è sempre il movimento dei trattori, che quando non è andato a prendere subito le briciole elettorali mettendo in piedi un partito filo governativo si pone in attesa dell’assistenzialismo di Stato, perché l’agricoltura  procede solo con sovvenzioni, se si è agroindustriali, loro appunto lo sono per la maggior parte e in questi contesti non fa differenza seminare  mais o pannelli solari nella campagna. E altri ancora sperano di farsi sindacati agricoli per cercare di occupare qualche posto vacante o qualche nuova funzione inventata ad hoc dal Ministero… l’importante che non si proponga di disfarsi delle coltivazioni OGM-TEA o che si annunci la fine dei mangimi OGM negli allevamenti, questi aspetti non verranno mai toccati.
Il futuro lascia incerti anche perché le tecnologie genetiche sono anche tecnologie di guerra, sono la componente di qualsiasi nuovo siero di possibili nuove pandemie, sindromi o altro. Saranno sempre più le protagoniste del nostro prossimo futuro, possiamo solo augurarci che quella piccola componente onesta e veramente critica presente nelle mobilitazioni presenti e in quelle che verranno faccia propria questa urgenza e agisca di conseguenza, senza timori di essere impopolare e soprattutto fuori dai recinti ideologici che a differenza di un tempo si sono fatti densi, ma di niente. La nostra esperienza, che non è certo di futurologi, ci ha insegnato che per pensare il prossimo futuro bisogno studiare solo con attenzione il presente che abbiamo intorno come i fossili aiutavano Hutton per il passato, ma per noi ci sono le chimere transgeniche ormai oltre la fase embrionale.

Costantino Ragusa, Giugno 2025, Bergamo – Resistenze al nanomondo
Pubblicato in L’Urlo della Terra, num.13, Luglio 2025

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L’ideologia del tecno-mondo. Resistere alla mega macchina – Silvia Guerini e Costantino Ragusa, acro-polis edizioni, leggi qui la presentazione: https://www.resistenzealnanomondo.org/necrotecnologie/lideologia-del-tecno-mondo-resistere-alla-megamacchina-silvia-guerini-e-costantino-ragusa/

Frammenti di pensieri, speranza e lotta – Silvia Guerini

Frammenti di pensieri, speranza e lotta

Viviamo in una società della novità perpetua e della continua rincorsa a standard ridefiniti di volta in volta dagli algoritmi della cosiddetta Intelligenza Artificiale che a loro volta ridefiniscono l’essere umano e lo stare al mondo. Una ridefinizione che precede il reale e che lo plasma, lo sostituisce. Il mondo del reale si deve adeguare a quello che viene considerato come vero, desiderabile, migliore.

I contesti critici a loro volta non sono immuni da determinate dinamiche e caratteristiche che dovrebbero contrastare. Viene inseguita l’ultima sensazionale notizia, scivolando sulla superficie senza mai addentrarsi nel profondo di acque scure e melmose per il timore di affrontare questioni scomode e impopolari, pena la perdita di ascolti e di incassi nelle serate. Si rincorre il teatrino del mainstream, discutendo di ciò che ci si aspetta di discutere, si creano dibattiti che rimangono ai margini, attorno a dettagli, senza porre le domande giuste rimanendo dentro confini prestabiliti. Nel mentre passano sviluppi tecno-scientifici a cui attorno c’è il deserto della critica. Critici che restringono appositamente la critica, scelte di campo che denotano solo disonestà intellettuale.

La grande marcia della distruzione prosegue e le parole non contano più, le narrazioni si pongono non solo al di là dei significati, ma anche al di là dei fatti e ciò che viene detto perde aderenza con la realtà. Tutto può diventare il contrario di tutto, venire stravolto e risignificato senza che ci sia memoria di quello che significava un attimo prima. In questo scenario perde senso stare a rincorrere l’ultima dichiarazione estraendola non solo da un contesto ben più ampio, ma da questa operazione di cancellazione e risignificazione della realtà trasformata in un processo fluido, proteiforme rimodellabile a piacimento. E il “fatto tecnico”, come insegna Bernard Charbonneau, diventa “la carne stessa del reale e del presente” e quando veniamo travolti dalle sue conseguenze altri sviluppi, applicazioni, lasciapassare bioetici e passaggi legislativi sono già oltre… Ci si scandalizza di fronte a eccessi, ma al contempo, di fatto, si sostiene ciò che è alla loro radice.

In tutto questo influencer del pensiero concorrono a sgretolare la possibilità di costruire un reale pensiero critico. Sfuma il senso e chi costruisce pensiero critico e libero fatica a far capire tutto questo.

Viviamo in un tempo in cui tutto passa alla velocità di un clic su una tastiera. Tutto è momentaneo, fugace, effimero, transitorio e frammentato. Nulla conserva memoria. Nulla permane. Nulla tiene densità, quella densità in grado di trattenere. Tutto scivola, viene stravolto e risignificato. Tutto evapora. Nessuna memoria e nessuna tensione verso il domani: un eterno presente, una scomparsa del passato e una scomparsa del futuro. Il futuro crea ansia, vi si proietta solo la vecchiaia e la morte che non hanno spazio nella società cibernetica.

Si perdono punti di riferimento per orientarsi. Affabulatori del nulla, padroni del pensiero, del linguaggio e dell’immaginario confondano e disorientano. La realtà rimane tale e quale, ma si perdono gli strumenti per interpretarla e si vive come nel mito della caverna di Platone, convinti di vivere in un mondo reale quando in realtà si guardano delle ombre, convinti di esseri liberi, quando in realtà si è in catene. Oggi la schiavitù è volontaria, la gabbia d’acciaio è diventata trasparente. È la gabbia cibernetica e algoritmica. È il potere dolce degli algoritmi che avvolge, accompagna, sussurra, coinvolge, consiglia, dialoga e nel mentre incanala nell’orizzonte di senso tecnologico, l’unico che verrà concepito come possibile.

Nella grande vetrina digitale dei social ci si consuma e si viene consumati come merci nel grande biomercato di corpi, desideri, illusioni. Si diventa attori e spettatori di sé stessi in perenne inseguimento della propria autorappresentazione. E dal consumo di merci al consumo di rapporti come merci usa e getta, a tempo determinato, a scadenza ravvicinata. In maniera compulsiva un oggetto dopo l’altro, una relazione dopo un’altra senza mai andare in profondità. Le merci possono essere consumate, comprate, sostituite, rispedite al mittente. La logica delle merci non può conciliarsi con il sentimento dell’amore. L’amore reso merce viene svilito. Le relazioni d’amore è come se dovessero fermarsi alla fase di innamoramento senza mai giungere alla fase di un impegno e di una progettualità, come se dovessero avere le caratteristiche dell’interscambiabilità e dell’intrattenimento. In generale, oggi, svanisce il senso dell’Amore come sacrificio, come un donare sé stessi.

In vendita anche esperienze, quelle che vengono definite come tali. Si compra un esperienza, una creazione di un contesto finto che ti illude di vivere un’esperienza autentica. Chi va da una novità a un’altra – oggetti, esperienze, pseudo-relazioni – in fondo sta sfuggendo da sé stesso. Continui stimoli esterni, sempre nuovi, per non soffermarsi su come affrontare la vita e le sue difficoltà. Il cambiare incessantemente diventa una nuova postura ed erode la capacità di tessere legami e relazioni profonde e durature, legami familiari e legami territoriali, erode la capacità di tessere progetti e percorsi, erode la possibilità di comunanza, appartenenza e solidarietà. Relazioni d’amore, d’amicizia, progetti in comune diventano un qualcosa da provare, da rinnovare costantemente. Come consumatori compulsivi in ansia fino al prossimo nuovo acquisto che diventa presto obsoleto. Come turisti perennemente di passaggio che scambiano l’attrazione costruita ad hoc per realtà autentica incapaci di soffermarsi a percepire l’anima dei luoghi.

L’individuo ideale per questa società è colui che è perennemente insoddisfatto, che deve cambiare continuamente tutto: protesi tecnologiche, oggetti, casa, lavoro, relazioni, aspetto esteriore fino al proprio sesso. L’uomo trans e l’esistenza trans: perennemente in transito, trans-luogo, trans-gender e trans-genico. Di fondo il principio secondo il quale se persisti nel tuo essere e in tutte le dimensioni e legami che lo contraddistinguono sarai insoddisfatto, se cambierai incessantemente rigettando tutto quello che ti costituisce sarai felice. Un grande inganno.

Un individuo sradicato in perenne mutamento alla spasmodica ricerca di un qualcosa che non arriverà mai. Abbiamo generazioni di eterni giovani, narcisi, egocentrici, annoiati, ansiosi, fragili e insicuri. Rigettano valori, ideali, passioni, insegnamenti, eredità. Perennemente di passaggio. Figli del voglio tutto e subito, del vietato vietare, del desiderio assoluto. Il mondo è lo sfondo dei loro selfie, cresciuti in un mondo virtuale rigettano la realtà perché non l’hanno mai vissuta e perché non l’hanno scelta. Senza memoria, passato, appartenenza, radicamento. Non sono eredi e non avranno eredi. Pronti per la società cibernetica, per le case domotiche, tutte uguali, grigi e tristi, per l’ambiente ricostruito che prenderà il posto della natura, di boschi, sentieri, torrenti. Attorniati da non-cose, senza storia e significato, in case vuote e asettiche con mobili dell’ikea in cui nemmeno la polvere si posa. Diverse le nostre di case, piene di oggetti vecchi, di polvere, di libri, di odori, di ricordi. Di cose che trattengono i significati, quelle cose che creano un’architettura del tempo, che lo rendono abitabile, in armonia con i cicli delle stagione e della terra. A noi rimane l’amara constatazione che le nostre cose finiranno in discarica, che i nostri libri non avranno biblioteche, ma solo il fumo nero degli inceneritori.

L’essere umano non è adatto a questo mondo cibernetico e transumano, la tecnica lo adatta, lo plasma, lo trasforma, ma alla fine, in fondo, sente un’angoscia, un’angoscia di una non vita, di una vita insensata e invivibile, di essere destinato all’inumano come aveva anche ben compreso Jacques Ellul, uno dei più importanti precursori della critica al sistema tecno-scientifico. Questa angoscia disorienta, paralizza, restringe le possibilità, soffoca il pensiero, mina la libertà. Dinnanzi all’angoscia contrapporre la speranza. Speranza per resistere, per agire, per lottare.

L’essere e l’agire hanno bisogno di un orizzonte di senso, la vita per non ridursi a mera sopravvivenza ha bisogno di un orizzonte di senso condiviso che parta da un riconoscimento, da un legame, da un radicamento, da un’eredità. Se l’unico orizzonte di senso sarà quello tecnologico come poter orientarsi nel mondo? Si seguirà quello che di volta in volta sarà definito dagli algoritmi dell’Intelligenza Artificiale.

La speranza può infonderci un senso e un orientamento. Senza orizzonte di senso, senza un posto nel mondo, senza verità, bellezza, memoria – ciò che Simone Weil identifica come bisogni dell’anima, tutti profondamente interconnessi – il vivere diventa un mero sopravvivere, si atrofizza, perde slancio e si riduce all’immanenza di un eterno presente.

La speranza è sempre stata considerata contrapposta all’agire. Chi spera non agisce, si dice. Invece la speranza fa sì che nonostante tutto non ci si rassegni, infonde forza per agire, per tessere progettualità, per continuare anche nelle avversità. Infonde una forza particolare, che la sola ragione non potrebbe generare.

La speranza è una postura dell’animo, è un orientamento dell’agire che va oltre l’immediato presente. Non è, come spesso di crede, un mero sperare che le cose vadano bene, un mero atteggiamento ottimistico e non si riduce a un desiderio o a un’aspettativa. La sua misura non è data dal rallegrarci che le cose vadano come ci aspettiamo e che ci portino successi all’interno di logiche transumane di velocità, comodità, prestazione. La sua misura si calibra attorno alla nostra ferma volontà e alla nostra determinazione per impegnarsi in una direzione, per raggiungere quello che riteniamo degno di essere raggiunto all’interno di un ordine di valori. Non è quindi la superficiale convinzione che potremmo raggiungere tutto quello che ci prefiggiamo o che tutto vada a buon fine, ma è la profonda convinzione che la direzione intrapresa sia quella giusta, quella con un senso, con uno scopo che si spinge oltre. Per quello che trasmetteremo e per quello che rimarrà anche dopo di noi, quando non saremo più in questo mondo. Senza calcoli, con solo lo slancio del cuore.

Quando si combatte una battaglia persa è in realtà già vincere. Quando si combatte sapendo di poter morire è vivere nel modo più pieno che si possa vivere. Non aver paura innanzi alla morte ci rende liberi. Questa postura dell’animo ci congiunge con ciò che c’era prima e con ciò che verrà.

Calcoli e previsioni algoritmiche rendono superflua la speranza come rendono superfluo l’essere umano. La speranza apre a sostenere l’imprevedibile, l’incalcolabile, l’inafferrabile e apre a possibilità che non si sarebbero mai previste. L’avere speranza può non avere un qualcosa di specifico o di concreto a cui tendere, è un modo di essere esistenziale che rappresenta come ci poniamo nel mondo, dinnanzi alla vita e dinnanzi alla morte. È un modo del nostro essere nel mondo.

La speranza arriva nei momenti di più cupa disperazione, diventa nutrimento e ci prepara a sostenere il peso di grandi cose con tutte le fatiche che possono comportare. La speranza nell’essere umano, nonostante tutto, è li in fondo al cuore e se non ci fosse tutto il nostro agire potrebbe perdere di senso. Sperare è non far inaridire il cuore.

Ernst Jünger si chiede: come reagirà l’uomo di fronte alla catastrofe e sarà in grado di rendersi conto che la storia lo sta ponendo innanzi all’abisso? Sperare è, di fronte all’abisso, mantenere la posizione, il non cedere a facili scorciatoie che portano in realtà lontano, il non cedere a compromessi che portano a stravolgere le proprie idee e i propri valori e, come risponde Jünger, “le catastrofi provano fino a quale profondità uomini e popoli sono radicati nel terreno originario”, attingere quindi a quel “fascio di radici nel terreno e se il pericolo aumenta attingere alla forza delle Madri, alla loro energia primigenia che le semplici forze del tempo non sono in grado di arginare”.
La speranza apre al mondo, non chiude, apre alle possibilità, indipendentemente dall’esito degli eventi, dai desideri, dalle aspettative. Non è un mero sperare per sé stessi, al fine di ottenere un qualcosa, è rivolta verso l’Altro, il mondo, l’esistenza, la vita. Un sentire interconnesso all’amore. Chi ha speranza e chi ama si pone oltre all’immediato soddisfacimento di un bene strettamente personale. Chi vede solo sé stesso, chi è atomo disgregato e isolato da una comunità e da un mondo non riesce a sperare e non riesce ad amare, se non di un amore merce, egoistico e svuotato del suo senso.

Potremmo dire che la speranza ha, in un certo senso, alcune caratteristiche dell’aver fede intesa come un affidarsi. Affidarsi a quello che si sente nel profondo, affidarsi al senso delle cose, un senso che ai nostri giorni è sempre più eroso e sgretolato. L’essere umano cammina su una corda tesa tra libertà e destino, percorre il loro intreccio. Con la possibilità e la libertà di coglierne i segni, di porsi innanzi e in ultima istanza di scegliere del proprio senso e del proprio scopo.

La speranza va al di là della morte. La buona novella del nuovo nato, della nascita, del venire al mondo da speranza. Cosa accadrà quando non si verrà più al mondo, ma quando venire al mondo da un corpo di donna verrà sostituito con l’essere estratti e staccati da un supporto tecnologico con la realizzazione dell’utero artificiale? I figli della macchina1. E cosa avverrà, ancor prima di questa finale realizzazione tecnica, se venire al mondo, nell’imprevisto e nella libertà della nascita, verrà sostituito da un venir selezionati, progettati, ingegnerizzati all’interno di un laboratorio?

L’embrione tiene memoria. Esiste una memoria cellulare e ciò che si afferma a livello cellulare rimane a livello psicologico. Come diventerà questo essere umano proveniente dall’azoto liquido, dal silenzio e dal freddo glaciale, da un assemblaggio di ovulo e sperma in una piastra di petri?

La vita in vitro. La vita innervata dalla tecnica e dalla modificazione genetica ancor prima della sua nascita, del suo venir al mondo. Se la vita di un essere umano inizia con un’operazione tecnica, questa rimarrà impressa nel corpo e nella psiche. Fratture, scissioni, distorsioni, riprogettazioni, artificializzazioni del naturale processo di procreazione, del naturale movimento della vita, del naturale venire al mondo. Fratture che scindono la sessualità dalla procreazione, che rompono l’unità e la continuità dello sviluppo dell’embrione. Fratture biologiche e psicologiche che modificano profondamente la memoria di quella che sarà la nuova umanità se la riproduzione artificiale diventerà il nuovo modo di venire al mondo. Un essere umano pronto per il mondo laboratorio.

La razionalizzazione tecnica segue parametri quantificabili e misurabili, ma l’essere umano ha bisogno di ricerca di significato, di profondità, di contemplazione, di bellezza, di etica. Lo sguardo tecnico e l’operare algoritmico non riconoscono queste dimensioni, non gli appartengono e nel loro avanzamento sul mondo il prendersi cura della persona sarà mantenere la sua funzionalità organica: monitoraggio biologico, controllo e gestione sanitaria all’interno di parametri di volta in volta decretati dagli algoritmi. Lo sguardo dai processi vitali viene spostato verso i processi meccanici, artificiali, inanimati. L’interesse per la vita si sposta verso l’interesse per la tecnologia e alla fine si diventa indifferenti verso la vita, incapaci di riconoscere quando questa è innervata dalle tecno-scienze, incapaci di provare anche solo un sussulto di orrore.

Da quando l’essere umano ha reciso il legame con una dimensione trascendente, con microcosmo e macrocosmo non ha trovato quella libertà ed emancipazione che tanto agognava una determinata ideologia illuminista e progressista, ma si è trovato senza senso innanzi alla sua finitudine. E dinnanzi all’angoscia della morte che rappresenta proprio l’angoscia per la propria finitudine il vuoto è stato colmato con ansia, inquietudine e frenesia che caratterizzano i tempi di oggi.

Tornare a “camminare con i piedi per terra”, nel tempo della durata, in risonanza con l’accordo delle stagioni, rimaste immutate nella loro “danza circolare” nonostante l’avanzata materialista…

René Guenon scrisse: “I moderni diranno – lo sappiamo bene – che gli antichi hanno visto male, o che hanno riferito male quello che hanno visto; ma tale spiegazione, la quale equivale a dire che, prima della nostra epoca, tutti gli uomini fossero affetti da disturbi sensoriali o mentali, è veramente troppo semplicistica e negativa; e se si vuole esaminare la questione con tutta imparzialità, perché non sarebbero invece i moderni a vedere male o addirittura a non vedere del tutto certe cose?”.

Credere nell’esistenza di un ordito nel mondo, di una corrispondenza, di un legame profondo tra gli eventi, tra il microcosmo e il macrocosmo significa credere che nulla di ciò che facciamo resta fuori da questi legami, da queste corrispondenze, da questi significati, da questo tessuto del mondo, del tempo e dello spazio. Significa – come leggiamo in Jünger – riconoscere “le tracce di un sapere che ha radici più profonde dei luoghi comuni dell’epoca presente”, riconoscere che le nostre azioni possono contenere in sé stesse “un seme a noi sconosciuto”. Significa credere che qualcosa, nella sua essenza, rimane, prosegue, anche se per altre forme, in altri luoghi, in altri tempi. L’essenziale non muta e regge alla corrosione.

Andando avanti a testoni, attraverso l’ordine visibile e invisibile delle cose, per procedere, come leggiamo in Jünger, “dall’incompiutezza del sapere verso ciò di cui si può solo avvertire un presagio” e le Cicindele, osservate nel loro cammino, sono “come un esempio della quantità di forze che incrociano la nostra strada, che la attraversano senza che riusciamo a percepirle”.

La pietra, scrive Jünger e aggiungerei anche le montagne, stanno in un rapporto particolare con il tempo, formano con il loro corpo l’ossatura della terra. Quando siamo circondati da pietre, da montagne viene a noi il sentimento di luoghi e tempi lontani. Così come quando siamo innanzi a strutture edificate in tempi antichi, come se quei tempi e quei morti ci fossero più vicino, come se le loro opere e i loro significati giungessero a noi, anche se solamente sotto forma di eco lontano.

L’eternità è nel ricordo dei vivi, l’eternità è in quello che lasciamo in questo mondo che saprà reggere alle erosioni e agli stravolgimenti di significato e che nell’oblio rimarrà. È la pietra che rimarrà tra le rovine. È la pietra da cui si potrà continuare a edificare.

“Sono queste le ore più cupe, quando si teme che tutto si trasformerà in una succursale dei mattatoi di Chicago o dei campi di lavoro forzati sul Mar Glaciale”, scrive Jünger, ma poi, continua, “l’occhio vede un falco e si sente bagnato di fresca rugiada, fortificato da un magico conforto. Esso vive – non soltanto nel suo effimero piumaggio, ma nell’eternità di cui è testimone. Non soltanto una piccola valle tra le rocce di quest’isola, ma l’intero universo s’intravede dietro il falco. […] La arde un fuoco che mai si estingue”.

Nella mitologia greca Prometeo è incatenato a una roccia presso il mare. Prometeo dà libero sfogo alla sua amarezza, Ermete cerca di calmarlo e di indurlo alla moderazione e Prometeo grida: “Io odio tutti gli dei”. Ermete risponde ammonendolo per tanto odio “sembra che tu sia colpito da una grande follia” e per follia si intende malattia dello spirito. Prometeo diventa simbolo della liberazione dell’uomo, il rovesciamento del significato del simbolo è la grande illusione progressista e transumanista che concepisce la libertà come assenza di limiti e di vincoli, Il rovesciamento del simbolo è l’instaurarsi del regno della quantità, è l’arroganza prometeica di volersi sostituire alla natura, al corso degli eventi, a Dio, di riprogettare una nuova umanità, di dirigere il corso stesso dell’evoluzione “un’evoluzione autodiretta e consapevole” – così definita da transumanisti eugenisti – con riproduzione artificiale, biotecnologie, nanotecnologie e intelligenza artificiale.

Viviamo tempi in cui è difficile cogliere una reale comunanza, ma non bisogna perdere l’orientamento, non bisogna perdere la capacità di cogliere la visione di mondo transumana anche se appare in altre vesti. Una sinistra progressista e una destra prometeica sono due facce della medesima medaglia, varianti del medesimo sistema tecno-scientifico, del medesimo mondo moderno che avanza con Intelligenza Artificiale, biotecnologie, tecnologie CRISPR/Cas 9 e a mRNA. In questo scenario ci collochiamo affermando ‘la nostra visione di mondo o la loro, le nostre idee o le loro’ e la contrapposizione è essenziale, è antropologica, ontologica, metafisica. Noi, chi siamo noi? Essenzialmente altro. Altro da tutto quello che è già prestabilito. Scomodi, impopolari, non più adatti e presentabili quando la critica esce dai binari prestabiliti e quando anche il mondo del dissenso deve adeguarsi. Anti-moderni, anti-illuministi, anti-industriali, anti-gender, anti-tecnoscienza… più facile descriversi in contrapposizione. Ecologisti, di quell’ecologia di cui oggi si è perso il senso, risaliamo tra autori del passato, senza il timore di avanzare in terreni inesplorati. Per un senso della vita, della natura e della libertà altro da quello che è stato fagocitato e risputato da molti.

Oggi la linea va tracciata tra chi vuole restare umano e tra progressisti prometeici transumani, avendo ben in mente quei confini inviolabili e non negoziabili e ciò che non sarà mai eticamente accettabile. Avendo bene in mente che non esisteranno mai mani giuste per biotecnologie, nanotecnologie, intelligenza artificiale. Né Trump né i BRICS possono rappresentare un’alternativa, risulta alquanto ridicolo anche solamente doverlo affermare. Alcune analisi geopolitiche sembrano fermarsi a un primo livello, sfugge così un livello più fondamentale. Da un lato Trump non rappresenta la fine di un incubo, al contrario di come viene considerato da alcuni, ma è un inizio di un incubo peggiore. Da un altro lato i BRICS non rappresentano alcun tipo di ostacolo all’attuazione pressoché ubiquitaria delle agende della megamacchina che sta guidando la colonizzazione tecnologica di ogni aspetto della vita. Eppure, nonostante le molte evidenze – tra cui anche quella che è stata la gestione della cosiddetta emergenza pandemica e gli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale – questo secondo livello viene relativizzato portando avanti, di fatto, il mito della “neutralità della tecnica” anche da chi possiede strumenti di critica del presente. Quelli che vengono presentati come due modelli – da un lato l’asse anglo-americano-sionista dall’altro lato l’asse Russia-Cina e a seguire l’alleanza dei BRICS – non rappresentano in realtà un diverso modo di abitare il mondo. Potremmo – in realtà da tempo – parlare di tecnocrazie e di visioni progressiste e transumane che, con le loro varianti interne e con le varianti cosmiste, possono divergere su alcuni aspetti e su alcuni approcci e entrare in contrasto per questioni egemoniche, ma rimanendo sempre nel medesimo quadro ideologico di avanzamento tecno-scientifico come ristrutturazione del mondo e come visione essenziale di quello che viene considerato progresso umano.

Detto ciò solo un movimento che nasce dal basso si potrà opporre a questo nichilismo esistenziale. Che allora i nostri percorsi lascino traccia, pietre, significati, testimonianze di un altra visione di mondo, memorie di lotte portate avanti nonostante tutto. Continuando a tessere relazioni e percorsi fuori dall’intossicazione dei social, fuori da schemi e recinti precostituiti. Tornare a sognare, a spingersi oltre il possibile, contro ogni realismo, immaginare altre possibilità, coltivare per non far dilagare i deserti della critica e dello spirito, fuori da ogni calcolo, per nuove alleanze nell’unione di spiriti liberi, continuando a lottare contro il transumano e la dissoluzione che avanza.

Silvia Guerini, Giugno 2025, Resistenze al nanomondo
Pubblicato su L’Urlo della Terra, num.13, Luglio 2025

Nota:
1 Silvia Guerini, Costantino Ragusa (a cura di), AA.VV., I figli della macchina. Biotecnologie, eugenetica e riproduzione artificiale, Asterios editore, 2023.

Bibliografia parziale:
Byung-Chul Han, Contro la società dell’angoscia. Speranza e rivoluzione.
Ernst Jünger, Cacce sottili; Il contemplatore solitario; Al muro del tempo; Trattato del ribelle.
Weltanshauung Italia, Fracta Veritas.

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L’ideologia del tecno-mondo. Resistere alla mega macchina – Silvia Guerini e Costantino Ragusa, acro-polis edizioni, leggi qui la presentazione: https://www.resistenzealnanomondo.org/necrotecnologie/lideologia-del-tecno-mondo-resistere-alla-megamacchina-silvia-guerini-e-costantino-ragusa/

L’ideologia del tecno-mondo. Resistere alla megamacchina – Silvia Guerini e Costantino Ragusa


Presentazione del nostro ultimo libro:
L’ideologia del tecno-mondo. Resistere alla megamacchina.
acro-pólis, 2024

Siamo nel pieno di una Grande Trasformazione, un qualcosa di così travolgente che non lascia possibilità di tornare indietro perché nel suo cammino attua un processo demolitorio e di eradicazione profonda. Il trasferimento nel digitale permette una rimozione perfetta. In questa corsa forsennata verso il baratro vi è un’erosione dell’essere umano così profonda e radicale che assume i tratti di una metamorfosi ontologica e antropologica. Restano aperte questioni fondamentali: quale sarà il significato di essere umano, di essere vivente, di natura, di libertà?

In un puzzle di inclusione cibernetica dove i tasselli si intersecano perfettamente non ci sono altri usi possibili o strade alternative e a puzzle completo si rischia di ritrovarsi con una nuova identità umana incapace di riconoscere altro se non confermare il presente all’interno del nuovo ordine di verità algoritmico.

Per arrivare a far si che si realizzi questa Grande Trasformazione serve sicuramente consenso, ma anche questo è un ambito ormai probabilmente superato, in questi anni abbiamo visto instillare paure, ricatti e terrore, non troppo da paralizzare, ma abbastanza da creare obbedienza. Si prepara un accompagnamento verso nuovi mondi virtuali dove non solo sarà desiderabile immergersi, ma bisognerà anche crederci. Per questo vi è in atto una demolizione totale delle precedenti forme di esistenza: come si viene al mondo, scuola, lavoro, relazioni, famiglia, cibo, stili di vita… per far posto al nuovo individuo fluido, incapace di esistere senza il sostegno di apparati.

Non da poco è il grande alibi per cui la Grande Trasformazione cyber-digitale del mondo anche se non desiderabile va comunque acclamata: l’emergenza in tempo di pace che si chiama “ecosostenibilità”. Questa non significa altro che continuare a sfruttare e depredare il pianeta come si è fatto fino adesso incrementando vecchi e nuovi processi distruttivi dirigendo l’accusa verso nuovi nemici come la CO2, come il singolo non allineato ai nuovi dettami green, ma il nemico di fondo è questo essere umano troppo umano: un neomaltusianesimo che prevederà da un lato una riduzione di una parte della popolazione e dall’altro lato una sua riprogettazione che in nome della transizione verde-digitale farà passare l’inaccettabile. Non è sopraggiunta una reale coscienza ecologista, in quanto nessuno ci ha mai lavorato, ma un’autorità verde che attualizza nuove realtà servendosi di inedite modalità totalitarie di ingegneria sociale. Le ricette proposte si sono fatte “ecosostenibili” ed ecoinsostituibili e quindi necessarie, ma parlano la lingua del nucleare, del 5G, del 6G, dei nuovi OGM-TEA, della Geoingegneria fino ad arrivare al “ripristino” totale della natura e dei corpi adattati al nuovo paradigma cibernetico, sintetico e transumano.

Come attori principali delle attuali trasformazioni dobbiamo comprendere il ruolo di colossi agroalimentari-farmaceutici-bionanotecnologici, compagnie del digitale, poli di ricerca di importanza internazionale, comprendendo che il loro scopo non è meramente il profitto, ma portare a termine un’ideologia transumanista che rappresenta una precisa visione di mondo e di essere umano. In questo orizzonte vanno inseriti anche i programmi per la salute ideati e portati avanti da ricchissimi filantropi come la Fondazione Gates.

L’élite tecnocratica transumanista ha i mezzi per realizzare i suoi scopi ed è a capo dei principali consessi internazionali di punta delle tecno-scienze, gestendone e indirizzandone le fasi di convergenza, siano queste di natura tecnica o politica. Cavalcando la presunta ineluttabilità di questi processi affermando che, dal momento in cui non si possono fermare, vanno allora governati, direzionati e soprattutto ottimizzati. Dal loro punto di vista governare le tecno-scienze significa implementare l’essere umano con esse, ponendo un traguardo che non arriverà mai perché ad una implementazione ne seguirà un’altra e ad una modificazione genetica dell’essere umano ne seguiranno altre ancora più ricombinanti. Il tutto ben contornato di diritti e libertà, elogiato e sostenuto dai progressisti e apparentemente contrastato da quelli che dovrebbero essere conservatori, ma questi spesso non sono altro che l’altra parte di una scenografia già predisposta.

In questa visione di mondo transumanista i corpi e gli elementi naturali, non costituiscono più un fondamento indisponibile, ma divengono disponibili, mercificabili, scomponibili e manipolabili.

Le tecno-scienze diventano sistema, diventano orizzonte di senso, diventano contesto di esistenza delle persone, diventano inevitabili. Non possono essere considerate come delle tecnologie che si inseriscono in ogni ambito della società lasciando la possibilità o meno di usarle permettendo una dimensione di autonomia rispetto ad esse. Una volta inserite diventano l’ambiente stesso fondendosi con esso, plasmandolo e trasformandolo secondo le loro caratteristiche e secondo l’ideologia transumanista di cui sono portatrici. In questo procedere diventano la nuova normalità plasmando e trasformando lo stesso essere nel mondo, percepirsi nel mondo, stare nel mondo e agire nel mondo. In ultima istanza trasformando l’essere umano.

L’infinito dibattito attorno alla loro neutralità e al loro utilizzo positivo o negativo potrebbe concludersi attorno alla semplice considerazione che le conseguenze nefaste non possono essere considerati effetti collaterali: per quanto riguarda le tecnologie di ingegneria genetica e per le nanotecnologie si tratta sempre di disastri annunciati che tra l’altro servono a velocizzare e a normalizzare altri passaggi. La questione è molto più radicale di un dibattito ridotto e appiattito a utilità, vantaggi, svantaggi, inconvenienti, rischi, pericoli, la riflessione dovrebbe essere portata un po’ più in là, fuori dal loro regno della quantità, dal loro meccanicismo, fuori da calcoli e previsioni per arrivare alla messa in discussione radicale della concezione che considera il vivente come una macchina.

Le tecno-scienze diventano istanza suprema: tutto deve essere giudicato a partire da esse e, ovviamente, senza mai uscire dal loro paradigma di progresso a tutti i costi perché il progresso non si deve arrestare e bisogna parteciparvi da responsabili co-gestori dei rischi e dei disastri annunciati.

L’Intelligenza Artificiale con i suoi algoritmi crea un nuovo ordine di verità che non ha precedenti nella storia, un nuovo ordine verso cui non si potrà dubitare. L’Intelligenza Artificiale prenderà sempre più decisioni che a noi risulteranno incomprensibili a cui dovremmo solo adattarci. Una protocollazione totale della nostra vita, dalla nascita alla morte. Dai consigli che diventeranno precetti in ogni ambito, dalle nostre abitudini e dai nostri comportamenti all’ambito sanitario in una società terapeutica a guida algoritmica con una medicina personalizzata e predittiva con terapie geniche a mRNA.

La cattura e l’analisi dei dati in tempo reale non comporta solamente un’infrastruttura tecnologica e digitale, ma un nuovo paradigma in cui l’essere umano costantemente accompagnato dagli algoritmi perderà ogni orientamento e ogni ancoramento nel mondo.

Il nuovo potere dolce che sta prendendo forma non ha un volto di coercizione o di imposizione, ma della libera scelta, creando un contesto in cui le persone saranno costantemente avvolte da algoritmi che le guideranno nella via programmata. Incasellamenti nei nuovi dettami alimentari, sanitari, educativi e sociali pronti, da consigli, a diventare prescrizioni. La vita non verrà semplificata, verrà svuotata della sua sostanza. La normalità diventerà ciò che la perenne connessione nella rete e i dispositivi nei corpi permetteranno di fare, di trasformare, di modificare, di diventare. Il transumano. Il resto, l’umano, non solamente rimarrà indietro, ma non sarà più contemplato. Diventerà sempre più difficile per noi esseri umani ritrovarci, arrivando a cercarci dove non ci troveremo mai, nel mondo degli automi e delle macchine, se non al prezzo della perdita della nostra natura umana.

La critica a questo presente disumanizzante non può partire all’interno del suo alveolo cibernetico per lo stesso motivo per cui una fabbrica di cani robot non potrà mai convertirsi a qualcosa di pacifico. L’idea e il progetto sono militari, strumenti di guerra e di morte studiati per essere offensivi o per restare nei depositi dei laboratori, ma ben conservati per essere pronti ad ogni eventualità bellica e di controllo e repressione sociale interna.

Non può esistere un’Intelligenza Artificiale etica. Quando una parola è così tanto usata e abusata significa che ormai ha perso il suo significato. L’etica pone dei limiti, ma questi limiti sono proprio quelli che verranno continuamente superati dall’ideologia transumanista. Nei loro laboratori di ingegneria genetica e sociale non c’è spazio per l’etica.

Regolamentare uno sviluppo tecno-scientifico equivale a evidenziare un problema da risolvere con una soluzione tecnica, non significa certo fermare quello sviluppo nocivo, ma piuttosto diffonderlo e universalizzarlo. Per questo non è possibile regolamentare l’ingegneria genetica, la biologia sintetica, la riproduzione artificiale, la geoingegneria, l’Intelligenza Artificiale. La nostra critica deve essere a monte, nel respingere la riprogettazione del vivente.

Siamo circondati e schiacciati dalla convergenza di tecnocrati, falsi critici e falsi ecologisti. Si può per esempio criticare i progetti di smart city, ma senza mai nemmeno nominare le rete 5G oppure criticare la rete 5G per motivi di salute e dopo accettare le smart city come modello di esistenza, quando queste rappresentano la massima rappresentazione dello sviluppo di queste reti e, detto ancora più chiaramente, senza rete 5G non possono esistere smart city. E la rete 5G è il nodo fondamentale per l’implementazione del tecno-mondo a guida algoritmica che prepara alla rete 6G, a quel passaggio in cui sfumerà totalmente il confine tra il mondo esterno, i dispositivi digitali e i corpi che diventeranno dei nodi di un’immensa rete informatica.

L’onestà nel rivendicare la vera alternativa è in coloro che hanno il coraggio di ammettere che l’alternativa vera non esiste. Questo non significa non avere speranza, ma rendersi conto che lo spazio vitale nostro e naturale quasi nella sua interezza è stato occupato da forze manipolatorie che hanno un potere immenso, non solo nell’imporre il proprio dogma tecno-scientifico come indiscutibile, ma anche nel trasformare in menzogna la realtà materiale delle cose, menzogna che diventa la loro verità assoluta.

Dalla guerra in Ucraina con il massiccio uso di droni “kamikaze” guidati dall’Intelligenza Artificiale al laboratorio Gaza per lo sviluppo e l’addestramento di nuovi sistemi di sterminio basati sull’Intelligenza artificiale. L’implementazione dell’Intelligenza Artificiale da parte di Israele a Gaza segna un cambiamento significativo nello scenario della guerra moderna. Una “fabbrica di assassini di massa”. Palantir Technologies – fondata nel 2004, tra i fondatori Peter Thiel co-fondatore di PayPal – non è un semplice fornitore dell’apparato militare è una vera e propria piattaforma di intelligence per la guerra globale al terrorismo e per la totale sorveglianza interna. Gestisce anche il database HHS Protect che continua a raccogliere informazioni relative alla diffusione del Covid-19 con un sistema di algortimi predittivi atti a prevenire la diffusione di possibili focolai al fine di lanciare allerte e attuare misure tempestive: un nuovo sistema di biosorveglianza preventiva.

Sul campo di battaglia i militari da un lato non controllano le valutazioni e le decisioni dei sistemi di Intelligenza Artificiale per risparmiare tempo e per consentire la produzione in serie di obiettivi senza ostacoli, ma dall’altro lato non sarebbero neanche più in grado di farlo. L’operare dell’Intelligenza Artificiale avanza veloce in un universo di mere correlazioni statistiche e i suoi calcoli opachi non permettono all’essere umano di comprendere le sue decisioni. Questo modus operandis che ora vediamo diventare la normalità della guerra 4.0 sarà lo stesso in ogni ambito che sarà sottoposto agli imperativi degli algoritmi dell’Intelligenza Artificiale. Gaza rappresenta così non una singolarità storica e geopolitica, ma un possibile destino di disumanizzazione per tutti.

Per gli sviluppi delle tecno-scienze il principio di precauzione come i diritti dell’uomo o il diritto alla privacy è tanto invocato perché è diventato perfettamente inapplicabile: una formula magica per non arrestare niente. Quale società moderna potrebbe esistere rispettando i diritti dell’uomo? Quale società digitale potrebbe funzionare con una tutela della privacy? Quale tecnologia potrebbe continuare a svilupparsi rispettando un principio di precauzione?

Dietro questa caccia sempre più pervasiva alla cosiddetta disinformazione si nasconde la macchina della censura totale con una a differenza rispetto al passato: non sarà più possibile una critica, chi metterà in discussione ciò che verrà messo in campo dal sistema con la retorica del salvare l’umanità da malattie, povertà, catastrofi sarà semplicemente considerato folle.

Spesso ci si chiede cosa si lascerà alle future generazioni, ma forse la domanda da porci sarebbe a quali future generazioni ci si riferisce e soprattutto se ancora avremo non tanto memorie da lasciare, ma soprattutto memorie che siano comprese considerando che anche la scuola entra a pieno regime in un contesto di emergenza permanente-guerra-nuove pandemie all’orizzonte-nuovi sieri genici a mRNA-digitalizzazione-Intelligenza Artificiale. L’anno scorso Pfizer Italia era entrata nelle scuole con un progetto contro la disinformazione e di alfabetizzazione medico-scientifica destinato a insegnanti e studenti, dichiarando che durante la pandemia i social fossero diventati veicolo di fake news, da qui la necessità di controllarli assiduamente. Negli USA, per ora, il laboratorio mobile di scienza per studenti della Pfizer, non è un caso che in un video propagandistico del progetto si veda un cane robot della Boston Dynamics con il simbolo della multinazionale, ma che avrebbe potuto essere anche quello dei veri padroni di quel cane: il DARPA.

Noi non abbiamo ricette da prescrivere, facili soluzioni ed escamotage per scomparire dalla rete, come in tanti vendono e in tanti chiedono. Non vendiamo prodotti, non vendiamo illusioni e non vendiamo false coscienze per avere sonni tranquilli. Non abbiamo interessi da difendere e non vogliamo isole felici in cui ritenersi al sicuro dall’avanzata transumana incuranti delle macerie. Non pensiamo che ci siano delle derive e delle storture da raddrizzare. Non siamo preoccupati. Siamo in lotta. Contestiamo la totalità del mondo cibernetico e transumanista in ogni sua estensione, anche quelle non di moda nei salotti della critica. Per resistere. Per non arrendersi alla vita insensata e invivibile. Per non arrendersi all’obsolescenza programmata. Per non arrendersi alla dissoluzione. Pronti per lottare, non possiamo accontentarci di limitare i danni e di salvare il salvabile, nei tempi di oggi non è abbastanza. Si rende necessario creare momenti di resistenza che non solo possano essere bastioni di dignità umana, ma luoghi e comunità dove vivere relazioni a prova di erosione.

Opporsi all’avanzata del tecno-mondo e all’avanzata del transumano non è più rimandabile.
Restare umani significa resistere.

Silvia Guerini e Costantino Ragusa, www.resistenzealnanomondo.org

Indice del libro:

Introduzione alla presente edizione, 9

Introduzione dell’edizione con il titolo: 5G. Rete della società cibernetica, 16

1.Transumanesimo: l’ideologia del tecno-mondo, 21

2. Dalla macchina di Hollerith alla realizzazione della società cibernetica, 33

3. L’Intelligenza Artificiale e la sua etica, 39

4. 5G: la rete dell’Intelligenza Artificiale, 47

5. L’eredità mortifera della società cibernetica, 51

6. Smart city: ambienti cyborg per un’umanità cyborg, 57

7. Dalla smart city alla smart campagna, 61

8. L’accompagnamento algoritmico dell’esistenza, 69

9. Un nuovo ordine di verità, 75

10. La vita sottoposta a continua misurazione, 77

11. L’Intelligenza Artificiale delle emozioni, 79

12. Circondati dalle parole dei sistemi, 81

13. L’essere umano espropriato da sè stesso, 83

14. Addestrare bambini e ragazzi al prossimo Metaverso, 85

15. Un potere dolce, 95

16. La metamorfosi dello Stato, 99

17. Nuovo colonialismo fin nel ventre della Terra, 103

18. Dalla Guerra cibernetica alla Guerra Biologica

18.1 L’Intelligenza Artificiale va alla guerra, 107

18.2 Pianeta Terra come arma di guerra, 111

18.3 Laboratori di guerra biologica, 117

19. Perché la Transizione è verde, 121

20. Il Metaverso come il migliore dei mondi possibili, 133

21. Dall’Internet delle cose all’Internet dei corpi, 143

22. Un allarme dal mondo transumanista, 149

23. Verso il controllo totale delle nostre menti, 157

24. Quale alternativa al mondo digitale?, 161

25. Resistere alla megamacchina, 171

Biografie degli autori, 175

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Difensori della vita e della natura – Paul Cudenec

Dal bollettino The Acorn, n. 105

2. Defenders of life and nature

As life itself is increasingly menaced by the cancerous growth of industrialism, the importance of those rare voices across the world alerting us to this threat becomes ever more acute.

In the USAJennifer Bilek warned on August 2, 2025: “A society that obscures biological sex through technology, pharmaceuticals, language, and legal changes risks undermining human reproduction.

“The gender industry, encompassing gender ideology and transgenderism, markets human reproductive systems as fragmented parts, aligning with advancements in reproductive technologies like surrogacy, IVF, sperm banks, egg harvesting, and genetic screening.

“These industries, already generating billions in revenue and poised for growth, pave the way for ectogenesis and multi-parent genetic configurations.

“The LGB movement, once rooted in civil rights, has evolved into a powerful force promoting a high-tech family model, detached from biological norms, and families as we currently understand them, through the addition of TQI+ and gender ideology (marketing).

“The struggle is not about ‘trans’ rights versus women’s rights or men versus women, but biological reproduction versus technological reproduction”.

In ItalySilvia Guerini (picturedwrote on August 5, 2025: “Gender ideology is a ramified system that modifies and reconfigures the perception of one’s body and reality.

“This ideology must be seen as part of the transhumanist advance, demolishing and reconfiguring the human being and life.

“It leads to dissociation from the body, the spirit, nature and reality. It leads to the dissolution of sexual roots, to artificial reproduction and genetic tinkering.

“It is part of the process of denying the human being as such, in preparation for genetic modification, brain implants, in vitro life and a laboratory world.

“It artificially reconfigures what will be considered man, woman, procreation, reality, nature, artifice, machine and human being.

“Bodies are inviolable and unavailable; they are not living laboratories in the hands of transhumanist and eugenicist technocrats”.

She remarked: “It is no coincidence that there has been an increase in requests for cryopreservation of eggs and sperm before embarking on the transition process.

“Those who wish to become parents in the future will only be able to do so by resorting to artificial reproduction centres”.

And in FranceRenaud Garcia likewise warned in an interview in the July-August 2025 issue of La Décroissance print newspaper that the aim of industrialism was to “artificialize birth”.

He described how contemporary thinking has been deliberately shaped to shut down all criticism of the industrialist system, even in “environmentalist” circles.

There, he explained, it has become trendy to parrot academic Philippe Descola’s line that “nature does not exist”.

This is predicated on the notion that naming “nature” is a purely modern and Western notion.

But, argued Garcia, if nature does not exist, what are peasants in Africa or Asia doing when they live in the traditional way?

“They are not armed with a Western notion of nature, but they still live with that which is born, grows and dies”.

He added, crucially: “If nature does not exist, we lose the critical basis of all anti-industrialism”.

Another trick used by “left-wing” ideological agents of the system is to deliberately associate the term “nature” with a certain “right-wing” outlook attached to a rigid idea of a patriarchal and authoritarian “natural” social hierarchy.

The point of this manoeuvre is to disallow challenges to the industrial system’s threats to natural life, Garcia told La Décroissance.

“Criticism of artificial reproduction is seen as an attack on the rights of ‘reproductive minorities’”, he said. Dissidents are quickly labelled “fascists”, “reactionaries” or “transphobes” and their meetings cancelled or disrupted.

Garcia described this stifling of intellectual debate through vindictive smears and threats as “Stalinist”.

He has himself been on the receiving end of this treatment, as The Acorn can testify first-hand. But, like Bilek and Guerini, he remains determined to defend the real and the natural.

He concluded the interview by insisting: “Only the living life – and not the machine life that today serves as its substitute – is worth being led”.

No barriers have been put in place against gender ideology – Silvia Guerini

No barriers have been put in place against gender ideology.
Critical reflections on the bill on puberty blockers and hormones.

The Council of Ministers has approved a bill introducing provisions for the “appropriate prescription” and “correct use” of puberty blockers and hormones in “gender transition” pathways for minors. The measure was presented by Health Minister Orazio Schillaci and Minister for Family, Birth and Equal Opportunities Maria Eugenia Roccella. The bill provides for provisions for “effective data monitoring” and the administration of drugs will be permitted following a “specific diagnosis” made by a multidisciplinary team and after psychological, psychotherapeutic and, if necessary, psychiatric treatment has already been carried out. All this will be subject to the approval of the Ethics Committee.

The measure also establishes a register for the prescription of drugs by the AIFA (Italian Medicines Agency) with subsequent “monitoring”. Finally, a technical committee will be set up to evaluate the AIFA’s six-monthly report. The Italian Medicines Agency will be responsible for this. Remembering the role of the AIFA during the pandemic narrative and its authorisations of mRNA gene serums, what can we possibly expect for triptorelin?

In fact, we are not moving away from the paradigm of producing a certain narrative that is emergency-based, medicalising, genetic or of another nature, relying for an assessment of the harmful consequences on those who are an integral part of the process of normalising certain therapies, the interests at stake and the underlying ideology: the companies that produce them, the research sectors that feed off these developments, the technical committees of experts and the various bioethical committees that endorse them, the professional associations that approve and support them, the regulatory bodies that authorise them, the whole world that finances and promotes them… in short, those who have every interest in their dissemination and in the transformations that will result, not only as harmful consequences, but also as consequences within society on how ethical principles will be perceived and considered and on the points of no return in the collapse of the last barriers defending the bodies and processes that sustain life.

For our part, we affirm: no “prescriptive appropriateness”, no “correct use”, no “monitoring”. Could one ever claim the correct use of a sterilising drug based on the great deception of a supposed “gender identity”? Triptorelin and hormones must be stopped in their administration and also in their use for research purposes.

Bodies must not be destroyed and experimented on. Drug treatments with triptorelin (used in America to chemically castrate paedophiles, it should be remembered) and subsequently with hormones of the opposite sex are in fact sterilisation.

It is no coincidence that there has been an increase in requests for cryopreservation of eggs and sperm before embarking on the transition process. Those who wish to become parents in the future will only be able to do so by resorting to artificial reproduction centres.

There are already enough studies demonstrating the irreversible damage caused by these drugs, even if they have not been taken into account by the National Bioethics Committee, which, when asked about the use of triptorelin in its opinion last November, stated that, given “the insufficient scientific data on the use of puberty blockers”, it is necessary to “proceed with trials of this medicine” and that there is “uncertainty about the risk/benefit ratio of puberty blocking with triptorelin”. But we are not surprised by this, as ethics is not part of the laboratory paradigm and, for some time now, various bioethical assessments have in fact served to advance all kinds of technological and scientific developments, even in areas that affect our bodies and the processes of life itself.

We recall the final report on transitions in minors by paediatrician Hilary Cass: a definitive condemnation of the affirmative approach that provides for the blocking of puberty at age 12 (or even 10), the administration of hormones of the opposite sex at age 16, and possible surgical mutilation at age 18. This report contributed to the closure, after numerous complaints, of the Gender Identity Development Service at the Tavistock Clinic. We also recall the research by Lisa Littman, which shows that cases of “rapid onset gender dysphoria” regress when adolescents are removed from social media, where a real social contagion spreads.

With the assumptions of the Bioethics Committee’s opinion and the assumptions of this bill, will it be possible to stem the start of so-called transition pathways for minors? How can this bill be a solid barrier if the concepts of “gender identity”, “gender dysphoria” and “affirmative approach” are not questioned? Some say it is a limit to drift, but in the face of drift, setting a limit without eradicating its premises only means that over time this limit will inevitably shift. In the face of drift, we can only counter with a courageous ethical position that leaves no room for interpretation, slippage, reconfiguration or loopholes. No to puberty blockers, hormones and surgical mutilation for children and adolescents, because of their irreversible consequences and because of what they represent as a redesign of the human being.

In the field of life sciences, we have already seen where regulations, restrictions, borderline cases, exceptions, risk/benefit assessments and informed consent lead: to continuing in the direction we have taken. The point, which no one has the courage to address, is that the entire gender ideology system should be demolished, affirming forcefully that there is no such thing as “gender identity”, that there are no trans children and adolescents, that we are born male or female and that no one is born in the wrong body.

Gender ideology is a ramified system that modifies and reconfigures the perception of one’s body and reality. This ideology must be placed within the transhumanist advance of the demolition and reconfiguration of the human being and life. It leads to dissociation from the body, the spirit, nature and reality. It leads to the dissolution of sexual roots, artificial reproduction and genetic tinkering. It is part of the process of denying the human being as such, ready for genetic modification, brain implants, in vitro life and a laboratory world. It artificially reconfigures what will be considered man, woman, procreation, reality, nature, artificial, machine and human being1. Just as a genetic chimera cannot be sent back, the demolition of meaning and the subsequent demolition of bodies are designed to replace the present reality and become the only possible reality. Bodies are inviolable and unavailable; they are not living laboratories in the hands of transhumanist and eugenicist technocrats.

This bill makes it clear that, regardless of the colour of governments, we have simple internal variations of the same advancement of a techno-scientific, cybernetic and transhuman system, which also serve to create a false opposition between left and right in the usual game of roles, both progressive, Promethean and technocratic. The right pretends to oppose certain developments and then effectively normalises them, freeing them from their suspension phase and returning them in a permanent form. Simply from perhaps different points of view, the same plan, the same process is renewed, supported and consolidated, working on details and nuances to leave the main construct unchanged, made assimilable by the political ideology of the moment. A real alternative and a real critique must be sought elsewhere. Elsewhere than in political calculations and interests of all kinds and in the programmes of technocrats. Outside the clinics of “gender identity” and artificial reproduction and outside the laboratories of manipulation of living beings.

Silvia Guerini, 5 August 2025,
www.resistenzealnanomondo.org

Note:

1 For further information:

Silvia Guerini, Dal corpo neutro al cyborg postumano (From the neutral body to the posthuman cyborg), Asterios editore, 2023.

Silvia Guerini, Costantino Ragusa (eds.), AA.VV. I figli della macchina. Biotecnologie, riproduzione artificiale, eugenetica (The children of the machine. Biotechnology, artificial reproduction, eugenics), Asterios editore, 2023.

Il mondo nuovo 2.0 (The New World 2.0), YouTube channel by Elisa Boscarol.

Janice Raymond, edited by Silvia Guerini, Una sfida al transgenderismo (A Challenge to Transgenderism), Acro-Polis edizioni, 2025.

(automatic translation)

Nessun argine è stato posto contro l’ideologia gender – Silvia Guerini

Nessun argine è stato posto contro l’ideologia gender.
Riflessioni critiche al disegno di legge su bloccanti della pubertà e ormoni.


Il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge che introduce disposizioni per la “appropriatezza prescrittiva” e per il “corretto utilizzo” dei bloccanti della pubertà e degli ormoni nei percorsi di “transizione di genere” per i minori. Provvedimento presentato dal ministro della Salute Orazio Schillaci e dal ministro per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità Maria Eugenia Roccella. Il disegno di legge prevede disposizioni per un “efficace monitoraggio dei dati” e la somministrazione dei farmaci sarà consentita a seguito di una “diagnosi specifica” formulata da un’équipe multidisciplinare e dopo percorsi psicologici, psicoterapeutici ed eventualmente psichiatrici già svolti. Il tutto dopo assenso del Comitato etico.

Il provvedimento istituisce anche un registro per la prescrizione dei farmaci a cura dell’AIFA con conseguente “monitoraggio”. Infine un tavolo tecnico per la valutazione del rapporto semestrale dell’AIFA. Si fa affidamento all’Agenzia Italiana per il Farmaco. Ricordando anche solamente il ruolo dell’AIFA durante la narrazione pandemica e le sue autorizzazioni dei sieri genici a mRNA cosa potremmo mai aspettarci per la triptorelina?
Di fatto non si esce dal paradigma di produzione di una determinata narrazione che sia emergenziale, medicalizzante, genetica o di altra natura facendo affidamento per una valutazione sulle conseguenze dannose a coloro che sono parti integranti del processo di normalizzazione di determinate terapie, degli interessi in gioco e dell’ideologia sottesa: le compagnie che le producono, i settori della ricerca che si autoalimentano con questi sviluppi, i tavoli tecnici di esperti e i vari comitati bioetici che le avvallano, gli ordini professionali che le sdoganano e le supportano, gli enti regolatori che le autorizzano, tutto quel mondo che le finanzia e le promuove… insomma, a chi ha tutti gli interessi per una loro diffusione e per le trasformazioni che ne deriveranno, non solo come conseguenze dannose, ma anche come conseguenze all’interno della società su come verranno percepiti e considerati dei principi etici e sui punti di non ritorno nel cedimento delle ultime barriere di difesa dei corpi e dei processi che reggono il vivente.

Da parte nostra affermiamo: nessuna “appropriatezza prescrittiva”, nessun “corretto utilizzo”, nessun “monitoraggio”. Si potrebbe mai rivendicare un giusto utilizzo di un farmaco sterilizzante che si fonda sul grande inganno di una presunta “identità di genere”? Triptorelina ed ormoni vanno fermati nella loro somministrazione e anche nel loro utilizzo a fini di ricerca. Non si distruggono i corpi e non si sperimenta sui corpi.

I trattamenti farmacologici con la triptorelina (usata in America per castrare chimicamente i pedofili, è bene ricordarlo) e successivamente degli ormoni del sesso opposto, sono di fatto delle sterilizzazioni. Non è un caso l’aumento delle richieste di crioconservazione degli ovuli e dello sperma prima di intraprendere il percorso di transizione, chi vorrà diventare in futuro genitore potrà farlo solo ricorrendo ai centri di riproduzione artificiale.

Di studi che dimostrano i danni irreversibili di questi farmaci ce ne sono già abbastanza, anche se non considerati nemmeno dal Comitato nazionale per la bioetica che, interpellato sull’utilizzo della triptorelina, nel parere del novembre dell’anno scorso affermava che, considerata “l’insufficienza dei dati scientifici sull’uso dei bloccanti della pubertà”, è necessario “procedere con una sperimentazione di questo medicinale” e che vige un’“incertezza sul rapporto rischi/benefici del blocco della pubertà con triptorelina”. Ma di questo non ci stupiamo, l’etica non è prevista nel paradigma del laboratorio e da tempo le varie valutazioni bioetiche sono di fatto funzionali a far avanzare tutti i molteplici sviluppi tecno-scientifici anche nelle dimensioni che riguardano i nostri corpi e i processi della vita stessa.

Ricordiamo il rapporto finale sulle transizioni di minori della pediatra Hilary Cass: una definitiva condanna dell’approccio affermativo che prevede a 12 anni (o anche 10 anni) il blocco della pubertà, a 16 anni la somministrazione di ormoni dell’altro sesso e a 18 anni l’eventuale macellazione chirurgica. Rapporto che ha contribuito a far chiudere, dopo numerose denunce, il Servizio per lo sviluppo dell’identità di genere della Clinica Tavistock. E ricordiamo anche le ricerche di Lisa Littman che dimostrano come i casi di “disforia di genere a insorgenza rapida” rientrano se gli adolescenti vengono allontanati dai social in cui si diffonde un vero e proprio contagio sociale.

Con i presupposti del parere del Comitato di bioetica e con i presupposti di questo disegno di legge si arriverà ad arginare l’avvio dei così detti percorsi di transizione per minori? Questo disegno di legge come potrà essere un argine solido se non viene messo in discussione il concetto di “identità di genere”, di “disforia di genere”, di “approccio affermativo”? Un limite alla deriva dicono alcuni, ma dinnanzi a una deriva porre un limite senza sradicarne i presupposti significa solamente che nel tempo poi questo limite sarà comunque destinato a spostarsi. Dinnanzi alla deriva si può solo contrapporre con coraggio una netta posizione etica che non lasci margini, spazi, pertugi, interpretazioni, slittamenti, riconfigurazioni. No ai bloccanti della pubertà, agli ormoni e alle macellazioni chirurgiche per bambini e adolescenti, per le loro conseguenze irreversibili e per quello che rappresentano come riprogettazione dell’umano.

Negli ambiti delle Scienze della vita abbiamo già visto dove portano regolamentazioni, paletti, casi limite, eccezioni, linee guida, valutazioni su rischi/benefici, consenso informato… a proseguire nella direzione intrapresa. Il punto, che nessuno ha il coraggio di affrontare, è che andrebbe demolito tutto l’impianto dell’ideologia gender affermando con forza che non esiste la così detta “identità di genere”, che non esistono bambini e adolescenti trans, che si nasce maschi o femmine e che nessuno nasce in un corpo sbagliato.

L’ideologia gender è un sistema ramificato che modifica e riconfigura la percezione del proprio corpo e della realtà. Questa ideologia va collocata all’interno dell’avanzata transumanista di demolizione e riconfigurazione dell’essere umano e della vita. Porta alla dissociazione dal corpo, dallo spirito, dalla natura e dalla realtà. Porta alla dissoluzione delle radici sessuate, alla riproduzione artificiale, ai bricolage genetici. Si innesta nel percorso di negazione dell’essere umano in quanto tale, pronto per le modificazioni genetiche, per gli impianti cerebrali, per la vita in vitro, per il mondo laboratorio. Riconfigura in chiave artificiale ciò che verrà considerato uomo, donna, procreazione, realtà, natura, artificiale, macchina, essere umano1. Come una chimera genetica non può essere rimandata indietro, anche le demolizioni di senso e quelle a seguire dei corpi sono fatte per sostituire la realtà presente e per diventare l’unica realtà possibile. I corpi sono inviolabili e sono indisponibili, non sono dei laboratori viventi nelle mani dei tecnocrati transumanisti ed eugenisti.

Questo disegno di legge fa comprendere come, a prescindere dal colore dei governi, abbiamo semplici varianti interne del medesimo avanzamento di un sistema tecno-scientifico, cibernetico e transumano, funzionali anche a creare una finta contrapposizione tra sinistra e destra nel solito gioco delle parti, entrambe progressiste, prometeiche e tecnocratiche. La destra finge di opporsi a determinati sviluppi per poi di fatto normarli, liberandoli dalla loro fase di sospensione e restituendoli in chiave permanente. Semplicemente da punti di vista forse diversi si rinnova, si sostiene, si consolida lo stesso disegno, lo stesso processo, lavorando su dettagli e sfumature per lasciare invariato il costrutto principale, reso assimilabile dall’ideologia politica del momento. Una reale alternativa e una reale critica vanno cercate altrove. Altrove dai calcoli e dagli interessi politici di ogni sorta e dai programmi dei tecnocrati. Fuori dalle cliniche di “identità di genere” e di riproduzione artificiale e fuori dai laboratori di manipolazione del vivente.

Silvia Guerini, 5 Agosto 2025,
www.resistenzealnanomondo.org

Nota:

1 Per approfondimenti:
Silvia Guerini, Dal corpo neutro al cyborg postumano, Asterios editore, 2023.
Silvia Guerini, Costantino Ragusa (a cura di), AA.VV. I figli della macchina. Biotecnologie, riproduzione artificiale, eugenetica, Asterios editore, 2023.
Il mondo nuovo 2.0, canale you tube di Elisa Boscarol.
Janice Raymond, a cura di Silvia Guerini, Una sfida al transgenderismo, Acro-Polis edizioni, 2025.