La fobìa della critica – Comunicato de “La Piralide”

La fobìa della critica

Il libro di Daniela Danna “La piccola principe” e la scelta di presentarlo nel nostro spazio di documentazione “La Piralide” sono stati attaccati come transfobici. Ma cosa dice di così sconvolgente questo libro?
Forse questo non si può sapere se neanche un libro viene letto e se si preferisce seguire acriticamente le vuote accuse di transfobia girate nel rapidissimo (quando vuole) flusso di internet e FB. Ci piacerebbe vedere questa velocità anche quando i compagni vengono pestati in carcere o iniziano scioperi della fame o quando attivisti precipitano dagli alberi per salvare le ultime foreste.
Noi, come Daniela, ci poniamo contro la somministrazione di farmaci bloccanti per la pubertà.
Questo non è negare che esista l’identità transessuale o volerla invisibilizzare.
Una cosiddetta autodeterminazione acritica e a briglia sciolta portata all’estremo degenera nel pensiero che una/un bambina/o o un adolescente sia in grado di scegliere con coscienza di intraprendere un percorso irreversibile verso la transessualità.
Solo a posteriori si può vedere se quella/quel bambina/o avrebbe poi voluto fare una transizione. Non prima.
Affermare che non esistono bambine/i-adolescenti trans non è essere transfobiche/i.
Sono bambine/i-adolescenti che vivono un malessere verso ciò che i ruoli di genere, basati sul proprio sesso biologico, impongono a livello sociale e culturale fin dalla nascita.
Vivere e/o percepire un malessere con il proprio corpo sessuato durante lo sviluppo della pubertà non significa sentirsi o riconoscersi come persone transessuali.

Come avviene questa somministrazione?
Uno psichiatra deve diagnosticare una “disforia di genere”, un comportamento sano diventa quindi patologizzato e inserito all’interno di uno sguardo clinico e di una dimensione medica, uno sguardo e una dimensione non neutrali, ma con conseguenze reali e materiali sui corpi.
Quali sono i criteri?
Chi realmente decide?
Se il comportamento della bambina o dell’adolescente non rientra in ciò che dovrebbe fare e pensare per lo stereotipo di genere, quella bambina sarà allora un maschio.
Per noi, questo pensiero invece che distruggere i ruoli di genere, li rafforza e li cristallizza.
Quella bambina o adolescente una volta adulta magari diventerà lesbica, magari continuerà a sentirsi bene nel suo corpo di donna, magari vorrà fare una transizione, certo, non si nega questa possibilità, ma è una possibilità.
Con quale autorità genitori e psichiatri decidono sul corpo della bambina e dell’adolescente di bloccare la sua pubertà con danni irreversibili per la sua salute?
Come si può parlare di autodeterminazione quando è proprio questa che viene schiacciata da un sistema tecno-democratico incarnato da specialisti e parenti che prendono decisioni irrevocabili sul tuo corpo e sulla tua futura possibilità di metterle in discussione?
Perché, inoltre, lo Stato ha approvato nei livelli minimi di assistenza l’accesso alle tecniche di PMA così come dei farmaci bloccanti per la pubertà?
Da una parte si lotta contro lo Stato e tutte le sue pratiche e funzioni nemiche di ogni libertà; dall’altra ci sfuggono i passaggi fondamentali di come il potere, in nome dei diritti e della libertà, stringa il suo nodo più forte che mai, come non si era mai visto: un nodo che la maggior parte delle persone e tanto antagonismo saranno contenti di mantenere ben saldo. Se il controllo inizia dalla nascita e ci accompagna per tutta la vita, di quale libertà stiamo parlando? Chi sarà più in grado di capirla?

Nel mondo post-moderno, l’individuo perfettamente conforme è neutro, fluido, spugnoso, malleabile ed eternamente modificabile per le esigenze dei mercati e del sistema. Le stesse relazioni tra individui diventano disumanizzanti: la spontaneità e l’imprevisto spariscono nel nuovo dogma del politicamente corretto, dove un nuovo catechismo detta e giudica i modi e le forme dell’agire, possibilmente nella piccola cerchia sociale che ci circonda e verso noi stessi. Il fuori con le sue relazioni allargate, imprevisti e un mondo da stravolgere svaniscono dal nostro immaginario: una nuova razionalità ha preso il sopravvento apportando un riduzionismo terrificante.
Il limite diventa qualcosa di terribile, da combattere con ogni mezzo. L’idea del “se la natura è ingiusta, cambiala” è un concetto pericoloso che se ridotto alla libertà di autodeterminarsi, trascina con sè istanze nocive in linea con il potere tecno-scientifico che vuole il controllo pervasivo dei corpi. Ci scordiamo che viviamo in un pianeta con dei limiti, che i corpi hanno dei limiti e socialmente il limite è consapevolezza e responsabilità. Mantenere dei punti fermi oggi rappresenta l’inizio di ogni pratica di resistenza verso un potere che ci vorrebbe docili soggetti da sperimentazione. Manteniamo belle nette queste linee di demarcazione tra organico/inorganico, carne/metallo, circuiti elettronici/sistemi nervosi, vita/morte, natura/artificiale, potere/libertà.
Così come per la differenza dei sessi intorno alla procreazione: un individuo nato biologicamente maschio non può partorire e questa è una differenza sostanziale, materiale, corporea, per nulla essenzialista.
Non è certo lo scardinamento delle basi biologiche dell’esistenza che può trasformare le sedimentazioni e costruzioni sociali e che può cancellare le discriminazioni, sarebbe come voler cancellare i colori della pelle per superare il razzismo.
Tutto questo è in perfetta sintonia con i valori del libero mercato, con il paradigma di questo sistema tecno-scientifico.
Tra lavorare in fabbrica, affittare l’utero vendendo il proprio figlio e fare la prostituta, esiste il non accettare una condizione di miseria e sfruttamento. Inserirsi nel mercato da impresarie/i e azioniste/i del proprio corpo, come propugnano alcune correnti Queer in tema di prostituzione e GPA, non significa attuare una nuova rivoluzione, come cantavano recentemente a Bologna “siamo tutte puttane”, ma abbandonare ogni lotta e possibilità di cambiamento. A quando vendere i reni sarà un atto radicale come una soluzione alla crisi e verrà difeso con proteste e scioperi?

Nel mondo post-moderno alla rovescia
lo sfruttamento e la mercificazione dei corpi,
l’acquisto dell’accesso del corpo di una donna,
la legittimizzazione della logica che vede ogni donna oggetto sessuale,
l’assistenza sessuale per disabili,
il diventare imprenditrici di sè stesse,
la vendita di ovuli,
l’affitto dell’utero,
la procreazione medicalmente assistita,
la compra-vendita di bambini e bambine al mercato della riproduzione,
la selezione eugenetica degli embrioni (e presto anche l’editing genetico),
la logica che sottende l’idea di un corpo smembrabile, modificabile, ingegnerizzabile,
l’idea transumanista del superamento di ogni limite,
la somministrazione di farmaci bloccanti per la pubertà:
diventano libertà e autodeterminazione,
diventano rivendicazioni di scelte personali.
Si pensa che siano idee rivoluzionarie, si pensa di poter gestire tutti questi processi, e che questi corrispondano ai propri desideri e aspettative.
In realtà, anche quando corrispondono davvero ai nostri desideri, vi è un imperativo che prescinde da noi in quanto sono interiorizzazioni delle stesse logiche patriarcali, in quanto sono processi in mano a tecnici e specialisti in cui la stessa organizzazione e pianificazione viene stimolata proprio dall’offerta tecnologica.
Niente è più lontano da una legittimazione e rafforzamento dell’esistente, non scardinano nulla, ma riaffermano e soprattutto confermano questo sistema con le sue logiche di dominio che non si presentano ormai quasi più come imposizione e dispotismo, ma al contrario come una libera scelta introdotta da una nuova neolingua.

Sta avvenendo una profonda risignificazione:
la prostituzione diventa sex-work,
l’utero in affitto diventa maternità per altri altruistica,
la vendita e la predazione di materiale biologico diventa dono,
la scelta su un catalogo di un bambino diventa desiderio di genitorialità,
una non malattia come l’infertilità e il non rientrare negli stereotipi di genere diventano una condizione patologizzata e medicalizzata,
lo sfruttamento e la povertà diventano orgoglio e rivendicazione,
gli abusi come la prostituzione e la GPA diventano rivendicazioni di diritti,
la donna diventa un asterisco,
una creatura transgenica come l’oncotopa diventa una compagna di specie e sovversiva,
il cyborg diventa la nuova soggettività trasgressiva,
le tecnologie diventano gli strumenti per liberarci dalle catene della biologia.
Tutto questo ha profonde conseguenze su tutte e tutti noi e sull’intero vivente.
Da sempre il capitalismo ha spossessato dei beni per accaparrarsi il controllo e la gestione di essi e quando questi diventano dello stato la nostra stessa libertà e autodeterminazione è minata. Lo spossessamento è arrivato fin dentro i nostri corpi e fin dentro i processi biologici dell’intero vivente. Il controllo e la gestione dei corpi da parte dello Stato e delle tecno-scienze devono iniziare dall’embrione in una provetta.

Alcune questioni sono considerate all’interno dei contesti anarchici e di sinistra come intoccabili, di conseguenza portare delle riflessioni critiche porta automaticamente a diventare omotransfobici, transfobici, queerfobici. Paradossalmente anche persone trans con un pensiero contrario a queste pratiche vengono accusate di essere “transfobiche interiorizzate”.
Un pensiero unico e totalizzante dilaga anche nei contesti anarchici, che decide sull’agibilità dei singoli o dei gruppi negli spazi, che effettua una censura verso libri, testi, giornali, iniziative.
Lo sguardo critico che dovrebbe puntare lontano, verso il mondo che si muove e si trasforma, non va oltre la punta del proprio naso, e si spinge perennemente in un’affannosa ricerca di parole, lettere e addirittura citazioni non conformi a quel pensiero ormai indurito e incancrenito su sè stesso.
Un non pensiero che polverizza la reale capacità critica, che porta a un deserto arido, che mina le stesse capacità per la comprensione della realtà attorno a noi, per la comprensione di tutte le manifestazioni ed evoluzioni del dominio. Senza questa comprensione viene minata alla radice la stessa possibilità di resistenza e opposizione.
Di fronte a questo pantano ideologico, politico, critico, culturale abbiamo deciso di alzare un polverone.
Non ci aspettiamo che immediatamente si vedano le varie connessioni tra tutti questi processi che non solo mercificano, ma si avviano ad una gestione dei corpi tutti senza precedenti. L’ingegneria genetica non dà possibilità di uscita dal suo paradigma. Questo paradigma si sta consolidando e per farlo non sta usando una sola strada, un solo Stato, una sola ricerca, ma un insieme di tutte queste cose e altre ancora che probabilmente neanche immaginiamo. Le tesi portate dal libro di Daniela Danna apparentemente ci portano lontano e invece è proprio il contrario: ci mostrano lo svolgersi della prossima medicalizzazione e l’assalto ai corpi impregnato di diritti e “buoni principi”.
Alle censure di questi giorni, alla mediocrità imperante, alla scorrettezza introiettata nell’agire riproponiamo il pensare libero, senza il peso del gruppo e della cricca. Un pensiero che deve partire dall’analisi e dalla costruzione di strumenti adeguati per affrontare questo nuovo presente. Diversamente saremo relegati nei chiacchericci sempre più monotoni, al sentito dire, alle citazioni e ai bignamini scritti per un uso collettivo, ma che concretamente non arrivano neanche a togliere un pò di quella confusione che stagna ormai da tempo nelle situazioni.

Invitiamo tutte e tutti alla presentazione di venerdì 30 novembre del libro di Daniela Danna dove sarà possibile approfondire e riflettere su tutte queste questioni, insieme a lei, a Giovanni Dall’Orto e al nostro collettivo.

Centro di documentazione La Piralide
avvelenate@anche.no, lapiralide.noblogs.org

 

Incontro con A., malato di Parkinson, ”I trattamenti del Pr. Benabid ci riducono ad una macchina”

Incontro con A., malato di Parkinson,

”I trattamenti del Pr. Benabid ci riducono ad una macchina”

A. ha contratto il morbo di Parkinson. Non possiamo ignorarlo: il suo braccio destro ha spesso l’aria di danzare tutto solo. Lei aveva l’aria furiosa dopo aver scoperto il lavoro di Alim-Louis Benabid, il professore che cura i malati di Parkinson. Abbiamo voluto sapere il perchè.

Perchè questa collera a proposito di Alim-Louis Banabid?

Avevo un sentimento di impotenza dovuto ad un ragionamento medico. Il suo pensiero era puramente descrittivo, senza alcuna riflessione, tipica della scienza che non pensa.
Confonde il pensiero e il calcolo. Ci ha fatto credere alla falsa neutralità della tecnica: ”questo accade per caso”.
Per lui, l’evidenza, è di curare l’umano con qualsiasi mezzo.
Dovrebbe ricordarsi che la medicina, come dice Cartesio, ha per oggetto di rendere l’anima ”felice”.
Questo significa che non dovremmo sviluppare la medicina senza un criterio, ma conservare la serenità dello spirito. Parla del corpo ma non dell’umano.
Benabid lavora sulla meccanica pura. Manca completamente di sensibilità, esprime la freddezza più estrema. Ho incontrato un malato alla quale ha detto: ” Il Parkinson, questo non è più interessante, adesso abbiamo la soluzione.”

A.L. Benabid a trovato questa soluzione: degli impianti neuro-elettronici per calmare i tremori dovuti al Parkinson. Spesso le persone pensano che sia un benefattore e i malati gli sono riconoscenti. Voi no?

Quando siamo malati, siamo sensibili ai discorsi retorici; quando ci fanno paura, ci lasciamo persuadere più facilmente.
Malati, viviamo una doppia vergogna. La vergogna che consiste a essere riconosciuti dagli altri come malati, come atipici. I medici ci classificano in questa categoria.
La seconda vergogna è quella dovuta a questo tipo di trattamento, che ci riduce ad una macchina o ad una cifra. L’umiliazione viene da quello che ti fanno subire senza possibilità di difenderti.
Questo raddoppia il sentimento di impotenza. Diventiamo sottomessi alla ragione tecnica, senza discussione. Non siamo più riconosciuti come esseri capaci di pensare e di parlare. D’altronde, ci chiamano ”i pazienti”, siamo qui per aspettare. Il mondo del malato esiste, e il medico dovrà combinare la sua parola a quella del malato.

Rifiuto il metodo di Alim-Louis Benabid che trovo barbaro. Trattano il nostro corpo come un robot.
C’è un altro modo di fornire una soluzione che consola, che da l’illusione che ci ritroveremo come prima, e che è falsa. Bisogna al contrario proiettarsi in un altro modo quando siamo malati. Sei tu che piloti la tua vita, che la costruisci, non è il medico che deve farlo.
Penso molto agli stoici e alla loro idea di dignità.

Alim-Louis Benabid pensa di ridare al malato la libertà di movimento, grazie agli impianti per il Parkinson o l’esoscheletro per i tetraplegici.
Ma la libertà di movimento non è la libertà di pensiero, anche se la condiziona in parte; Hobbes che siamo liberi dentro le mura di una prigione. La rappresentazione di Benabid, la sua maniera di ”riarticolare” l’umano è secondo me un errore. Imita il meccanismo del camminare, ma il movimento meccanico non è assolutamente un movimento. Manca quello che i musicisti chiamano armonia- possiamo dire la grazia. Il corpo di una persona malata di Parkinson può trovare una nuova armonia.
E’ un invenzione di se stessi.
Inoltre, gli impianti per il Parkinson danno molti problemi. Il mio fisioterapista recupera dei malati su cui sono stati fatti degli impianti. Ad un certo punto, il sistema non funziona più, e lo stato del malato è peggio di prima. Degli studi su questo tema cominciano ad apparire.
Mi hanno anche raccontato il caso di un malato su cui sono stati fatti gli impianti: quando i suoi elettrodi erano attaccati, i tremori si calmavano ma lui non riusciva più a parlare, parlava come un robot, degenerava.

Come vive il morbo di Parkinson?

Lotto contro lo sguardo degli altri. A seconda dei momenti li attacco, o tiro fuori la mia carta d’invalidità, o allora gli dico che sono pazza. C’è bisogno di una sorta d’ironia socratica per sopportare lo sguardo degli altri. L’ostinazione paga e quelli che vedono battermi riconoscono la mia forza. L’interesse della malattia è che sviluppa il senso della lotta.
Ho addirittura creato da sola un festival jazz.
Da quando sono malata, sono diventata pittrice e scrivo. Quando dipingo, non tremo più. Il mio medico dice che è molto frequente tra i malati di Parkinson, è un bisogno di essere riconosciuti altrimenti che come malati. Ho bisogno di un rapporto più forte con la natura. Ho anche il pollice verde adesso. Questa presenza viva e non umana mi apporta un rapporto con la vita che mi manca nei discorsi degli altri che si dispiacciono per me o ammirano il mio coraggio.
La chiamo la malattia della lentezza, o della pazienza. A volte il mio corpo si blocca. Allora penso ad un’altra cosa, o provo a fare un’altra cosa. Faccio le pulizie!
Nella solitudine legata alla malattia, ricostruisci il tuo mondo e te stesso, se non passi il tuo tempo a lamentarti. Temevo che gli elettrodi di Benabid mi privassero di questa ricostruzione

Geneviève Fioraso, ex ministro della Ricerca e ex-assistente al sindaco di Grenoble incaricata dell’innovazione, ha detto a proposito della contestazione alle tecnoscienze: ”La salute è incontestabile. Qualora avete delle opposizioni a certe tecnologie e fate testimoniare delle associazioni di malati, tutti quanti aderiscono”. Che ne pensa?

E’ demagogico. Le associazioni difendo degli interessi particolari. Significa far credere ad una unità di malati, che devono pensare tutti la stessa cosa. Mai farò parte di un’associazione di malati, questo nega la mia singolarità, e non ho voglia di stare con dei malati!

Che bisognerebbe fare per i malati di Parkinson?

Stiamo scoprendo delle nuove vie in questo momento, in particolare riguardo al macrobiotica ed al suo ruolo nella comparsa di certe malattie.
Non sappiamo diagnosticare il morbo di Parkinson. Si procede per eliminazione delle altre malattie. Quindi non sappiamo molto.
Si dovrebbe riflettere sulle ragioni, sul senso filosofico, della malattia: quello di cui è costituita, per dargli un senso. Essa rivela un rapporto con il mondo. La malattia, è un insieme, e non qualcosa che possiamo scomporre. Vivo nella banlieu (periferia) Est di Parigi, riconosciuta come la valvola di scarico di tutto l’inquinamento della regione parigina. Sono nata in un periodo di sviluppo intenso delle industrie chimiche che inquinano in questa regione. Le persone parlano di ” quartiere della morte”, talmente forte era la puzza. I suoli sono contaminati.
Mi piacerebbe sapere chi sono i malati di Parkinson. Tanti agricoltori, a causa de pesticidi, ma ancora? Le condizioni di lavoro sono diventate molto dure, in molti settori, sarebbe interessante lavorare su questa domanda. Bisognerebbe indagare sulle ragioni.

Propos recueillis par Pièces et main d’œuvre
Grenoble, le 14 octobre 2018
www.piecesetmaindoeuvre.com

versione scaricabile: pdf scaricabile
versione originale: entretien_sur_parkinson

La teoria del pezzo di carne. Omaggio a Palette-Palace, ai mondi che vivono e che bruciano

La nostra rivista si è sfozata, fin da subito, di mettere in luce i rapporti tra la lotta nella foresta di Roybon e le trasformazioni del capitalismo contemporaneo… Abbiamo già espresso fin nei minimi dettagli come i grandi progetti delle infrastrutture (aeroporti, autostrade, centri di interramento di rifiuti nucleari, Center Parcs…) siano una delle manifestazioni del capitalismo. L’imperialismo consiste nella dinamica che lo obbliga a conquistare sempre nuovi territori per investire del Capitale e aprire nuovi mercati.[1] In passato questa dinamica ha preso differenti forme e non è in crisi: l’accaparramento dei corpi da parte della medicina ne è una manifestazione, denunciata da tempo dai movimenti ecologisti femministi. Questo testo è un abbozzo che cerca di ritrovare i sentieri segreti che serpeggiano nelle lotte di difesa dei territori e quelli che si oppongono a nuove forme di colonizzazione come la bioeconomia.

Tutto è politica! si sente ancora oggi questo slogan del maggio 68, che mirava a sovvertire la separazione tra la vita privata e quella politica. Ma questa formula è ormai il credo dei network sociali: se Facebook può utilizzare i suoi dati per influenzare le elezioni, vuol dire che la vita è diventata molto più politica, ma non come previsto. Ne siamo spossessati [2]. Lotte sociali, lotte per la terra o contro il nucleare: una generazione dopo, questi movimenti sono ancora vivi, ma le strategie del potere sono cambiate. Dopo l’abbandono dei progetti per le grandi infrastrutture [3], le scorie nucleari che non sono state smaltite e sono ancora a Bure, l’annuncio di una nuova legge sulla bioetica e l’investimento di 1,5 miliardi di euro nel progetto di intelligenza artificiale [4], tutto questo è avvenuto nell’ultimo anno, ci siamo detti allora che valeva la pena fare una riflessione – non ci fermiamo ma riflettiamo [5]. Che i focolai di lotta si moltiplichino questa primavera. Stiamo assistendo alla riorganizzazione rapida del capitale verso la bioeconomia. I dibattiti riguardanti la prossima legge sulla bioetica rappresentano l’occasione per osservare le nuove strategie adottate dal potere per ampliarsi. E rappresentano anche l’occasione per abbattere le pareti delle nostre lotte, per conferire loro più forza ed impedire ai nostri nemici di avanzare da un lato mentre siamo impegnati dall’altro.

 

1. Il meccanismo del potere

Noi pensiamo che il potere operi all’inizio con una separazione. Chiunque venga spossessato della propria terra, dei suoi saper-fare, tagliato fuori dalla sua comunità, alienato da se stesso, può essere sfruttato, dominato, governato, colonizzato. L’arte della separazione è la meccanica del potere. Si esercita imponendone la visione del mondo [6]: il nostro nemico sa riordinare l’immagine che abbiamo della realtà.

Ora, se il potere è diffuso, non ha dappertutto la stessa densità: siamo in grado di identificare questo nemico che settorializza il mondo? Si incarna oggi in un fenomeno a due facce che si nutrono l’una dell’altra: l’industria che ci separa da ciò che ci circonda, e la biomedicina [7] che ci separa da noi stessi. Industria e biomedicina appartengono alla stessa operazione di alienazione.

Sfortunatamente, la nostra resistenza le dissocia ideologicamente. Di fronte all’estensione dell’industria, opponiamo un vasto movimento offensivo (anche se separa le lotte sociali nelle città e le lotte per la terra al di fuori di queste); ma di fronte allo sviluppo della biomedicina, opponiamo solo resistenze modeste e frammentarie. Perché separare le lotte con delle barriere a tenuta stagna? Non vediamo alcun rapporto tra il prezzo degli affitti, la mercificazione delle foreste, e quella dei nostri simili [8]? Questa contraddizione ci indebolisce molto. La causa si trova in un doppio angolo morto simmetrico del nostro pensiero collettivo: abbiamo un rapporto ambiguo sia con la natura che con l’idea di corpo. Questo testo che si avventura un pò al di fuori della foresta di Roybon, cerca delle piste per risolvere queste contraddizioni [9]. Di fronte alle nostre debolezze proponiamo di ripopolare la nostra memoria collettiva e di fronte al potere di disegnare delle prospettive comuni.

2. Genesi

Nel corso della seconda guerra mondiale, l’intensificarsi delle ricerche scientifiche (chimiche, nucleari, informatiche, mediche,…) ha rivoluzionato la visione del mondo occidentale su più piani. Le tecnologie atomiche, per esempio, hanno fatto risorgere il mito apocalittico [10]. In parallelo, le sperimentazioni mediche hanno cambiato il ruolo degli umani in questo sistema-mondo, e accresciuto la separazione tra corpo e spirito. In effetti lo studio dei prigionieri nel campo di sterminio ha avuto delle conseguenze storiche contraddittorie: da un lato la condanna dei medici nazisti nel 1947; dall’altro la diffusione dell’idea del corpo come materia prima, e l’istituzione di regole che ne autorizzano lo sfruttamento, se la persona è consenziente. Si rende quindi necessario fabbricare il consenso. Il codice di Norimberga non ha vietato l’uso di cavie umane: ne ha regolamentato l’impiego [11]. Ecco l’origine della loro bioetica, questo momento cruciale dove i giudici dell’Occidente condannano ufficialmente quello che gli scienziati continuano a poter fare.
Quattro anni più tardi, negli Stati Uniti, un medico preleva una parte del collo dell’utero canceroso di Henrietta Lacks, una donna afro-americana, povera e malata, venuta all’ospedale per essere curata e alla quale non verrà chiesto il consenso – senza dubbio la sua posizione sociale ha avuto un ruolo agli occhi dei medici [12]. Le cellule prelevate verranno messe in coltura e nel 1951 verrà scoperto la prima linea cellulare immortale [13]. Per la religione del progresso, trovare l’immortalità in un utero malato, era come trasformare l’acqua in vino: il sogno della scienza moderna che si incarnava. Quindi accadono due cose: da un lato Henrietta Lacks muore, viene seppellita senza lapide né si conosce il luogo esatto di sepoltura, e l’origine delle cellule viene dissimulata nel mondo; e dall’altra parte dei frammenti di queste cellule vengono battezzati HeLa e si coltivano e si moltiplicano per milioni di tonnellate, e diffuse nei laboratori del mondo intero. Queste divengono la materia prima per le biotecnologie, dai vaccini della poliomielite alle manipolazioni genetiche (di cui gli OGM) ai FIV e alla clonazione, e servono per testare gli effetti del nucleare o dei voli nello spazio. Così questo piccolo cumulo umano malato di cellule rivoluziona il mondo, come il petrolio o l’uranio hanno fatto in precedenza.

Durante la seconda guerra mondiale, alcuni scienziati hanno assegnato alla carne lo status di sostanza sfruttabile. In seguito hanno incarnato questa visione con una scoperta: il caso delle cellule HeLa è il mito fondatore che ha diffuso l’idea del corpo come materia prima. Da allora questa idea contamina il sistema di produzione, il mercato e i rapporti sociali.

Questa contaminazione è facilitata dalla forte influenza che la biologia ha avuto sulle scienze sociali [14] e attraverso il mito della separazione corpo/spirito che è divenuto il pilastro della visione del mondo occidentale, diffuso ad alta frequenza dall’industria dello spettacolo e dalla volgarizzazione scientifica, al punto che ci possiamo considerare un pezzo di carne sospeso a dei neuroni.

3. Diffusione

Nell’economia capitalista, lavorare consiste nell’affittare la propria forza per un tempo determinato, essendo devoluto il resto a del lavoro invisibile o allo svago: il corpo viene considerato come uno strumento. Ora, noi viviamo già in una società della disoccupazione organizzata dall’automatizzazione e dalla delocalizzazione. Uno strano sistema si designa dove il tempo dedicato al lavoro aumenta, ma dove siamo, per la maggior parte del tempo, senza attività [15]. Gli occidentali respingono i loro schiavi, mentre questi sognano un avvenire senza lavoro [16]. E tra quelli che lavorano ancora, non hanno più orari fissi: quadri connessi che propagano il loro lavoro dappertutto, studenti che consegnano loro del sushi a tutte le ore. Così il lavoro colonizza il tempo libero, e ci incita a concepirci come una risorsa sfruttabile, senza tempi morti, né impedimenti [17]. L’uberificazione [18] è una fase intermedia nello scivolamento del nostro statuto di forza lavoro a quello di materia prima, e ci prepara al passaggio alla bioeconomia. La bioeconomia è un nome dato a questo sistema dove, secondo la misura in cui si estende l’automazione, noi diveniamo meno indispensabili in quanto manodopera, meno disponibili come risorsa organica o numerica. Mentre le élite mantengono il posto di controllo, le altre categorie (umana, animale o vegetale) sono relegate al ruolo di risorsa. In questo mondo-fabbrica in ristrutturazione, i dominati sono esposti ad essere prede e coloro che difendono il progetto di reddito universale vengono sospinti verso la bioeconomia.

Le nuove forme di sfruttamento vengono generalmente ad aggiungersi alle precedenti. Se il carbone e il petrolio sono state le risorse del capitalismo vecchio-stile, le risorse della società artificiale siamo noi e il nucleare. La creazione di valore nella bioeconomia non si basa solamente sui nostri corpi, ma anche sulle nostre realtà mediche o giuridiche, sui nostri gusti, sulle nostre idee, sui nostri scambi.

Tutto viene stoccato, e mentre il denaro diventa immateriale, nuove banche compaiono per i nostri dati informatici (datacenter) e organici (bio-banche). Il potere si esercita su due livelli, quello del corpo e quello dello spirito; la cosmo visione occidentale li separa e la biomedicina si impadronisce di entrambe. Così l’anno passato, la regione Lombardia ha concesso oltre 150 milioni di euro di sovvenzione per i documenti medici di tutta la popolazione all’IBM Watson, che cerca di commercializzare l’intelligenza artificiale applicandola alla diagnosi medica su larga scala. La stessa IBM che sviluppò le tecnologie di schedatura per il regime nazista, IBM che ha prodotto ormai da anni le metropoli con il marchio « smart city », IBM che produce innovazioni anche in campo biomedico. La razionalizzazione colonizza dunque il territorio così come i suoi abitanti, i loro corpi, così come la loro vita sociale.

4. Resistenza

E se domani lavorare fosse vendere pezzi della nostra carne e i nostri dati medici? Bisognerebbe lottare per far aumentare i loro prezzi? E se la Zad di domani fosse i nostri corpi, potremmo difenderla come difenderemo una terra? Non è semplice… sfuggire al destino di schiavi di ieri e di risorsa di domani, implica innanzi tutto di allargare il nostro sistema difensivo.

Certe correnti come l’ecofemminismo o la deep ecology, avanzano già su questo percorso: contro la rimozione progressista della natura e dei corpi, sviluppano un pensiero che rivalorizza tutti e due. Essi prendono così in contropiede il disprezzo dei transumanisti per l’involucro corporale, che non è altro che un’eredità cristiana. Ma rifugiarsi nel corpo-natura fa apparire due contraddizioni: una incita a ritrattare la politica nell’individuo e nel risentimento (che possono anche essere governati), l’altra a identificare i nostri corpi con la natura vuol dire cadere nella trappola del naturalismo occidentale (che si basa giustamente sull’idea che sono fatti della stessa sostanza) [19]. Non si tratta di cancellare i corpi, si tratta di non ripiegare nell’una o nell’altra delle due parti separate. E’ necessario uscire dal paradigma: il contrario del potere non è il corpo, ma l’autonomia. Vuol dire liberarsi della nostra dipendenza [20] della visione del mondo dominante.
Rompere il maleficio consiste prima di tutto nel comprendere e riconoscere le ideologie dualiste riesumando le loro radici. Da dove viene dunque la separazione tra corpo e spirito? Questo microdualismo è l’eco di un macrodualismo: dovuto al fatto che viviamo in una società che divide il mondo in due, natura e cultura, che, per contaminazione, ci rappresenta come separati [21]. Non vanno l’una dentro l’altra, né si distruggono l’una senza l’altra. Sfuggire a questo dualismo implica dunque di ripensare collettivamente il mondo, e noi stessi. Non solamente i nostri corpi, questa entità falsamente separata ad opera del nostro nemico, ma che ci coinvolge come singoli e come collettivi. Il movimento ecologista non sfugge a questo dualismo. Come testimonial o slogan : «non difendiamo la natura, siamo la natura che si difende». Si distinguono, tra i nostri ranghi, le posizioni naturaliste classiche (che affermano di difendere la natura) e quelle di un’ecologia più radicale (che affermano essere la natura a difendersi). Mentre talune vogliono salvare ciò che l’industria minaccia, le altre ci si identificano. Queste due posizioni divergono, ma si oppongono prima di tutto al pensiero progressista, che concerne ciò che bisognerebbe sacrificare o celebrare: natura o civilizzazione del progresso. Ma alla fine tutte si appoggiano sull’idea di natura (che ha più varianti) e condividono la stessa visione del mondo: quella di una realtà divisa in due, di un mondo frastornato.

5. Sentieri

Per uscire da questo mondo tagliato in due, non partiamo dal niente. Esiste un movimento storico di resistenza alla separazione e all’accaparramento dualistico dei corpi: noi ne abbiamo solo perduto le fila.

Il caso delle cellule HeLa mostra che la biomedicina, il rimedio di tutti i mali occidentali, è nato in un attimo da una ablazione (potremmo dire da uno stupro?) [22] di una donna nera e povera. Questo fenomeno è un eco sconcertante, cinque secoli dopo, della nascita della moderna medicina inventata sulle donne, che venivano tagliate e torturate prima di venir bruciate sul rogo [23], proprio quando l’idea di un corpo-macchina si diffondeva nella visione del mondo dell’Illuminismo. Di fronte a questo processo di alienazione primitiva, dei secoli di rivolte ci precedono, si è combattuto contro l’accaparramento delle terre, la marginalizzazione delle donne, lo spossessamento delle tecniche di cura, la depoliticizzazione dei domini della sessualità e della riproduzione, o la meccanizzazione dei mestieri. Ovunque delle comunità si sono opposte all’imperialismo ed hanno intrapreso usi autonomi contro la colonizzazione. Più vicino a noi, i gruppi di donne del MLAC che hanno praticato da sole o collettivamente parti e aborti, anche dopo la legalizzazione nel 1975, incarnano questa resistenza dell’autonomia rispetto alla biomedicina.
Abbiamo reso arida la nostra memoria collettiva, irrighiamola!
Finché vivremo al riparo dalle ideologie, genereremo spontaneamente e costantemente riflessi collettivi. Le nostre capacità di far nascere rapporti autonomi, fondati sulle nostre coordinate etiche, si rigenerano. A meno che un’ideologia non le falci, o che si fossilizzino esse stesse in ideologia. Pensare senza intermediari, genera costantemente nuove visioni del mondo. Quello che si inventa nelle zone liberate, grandi o piccole che siano: una proiezione del futuro nel presente. Dall’abbandono del progetto dell’aeroporto, abbiamo fatto esperienza di ciò che è stato messo in gioco: non è la difesa della natura, ma il confronto di due mondi. Un mondo industriale che vuole individualizzare, separare e distruggere per conservare il controllo, contro il mondo che sta nascendo, che si costruisce resistendo. E la Zad è solo la parte del vulcano che emerge. Ma questi mondi in gestazione hanno bisogno di generare le loro visioni del mondo, la loro autonomia di pensiero, e aprire nuovi fronti.

6. Alleanze

Non c’è nessuna differenza tra la maniera in cui la scienza estende il suo dominio del patologico e la maniera in cui il capitalismo si estende sui territori. Da un lato il nostro sistema medico tende a produrre socialmente e concretamente nuove malati, ciò che permette agli scienziati di mantenere il passo rispetto all’autonomia: ciò che Illich aveva identificato come iatrogenesi (la produzione delle malattie da parte della medicina). Dall’altro lato l’industria distrugge le nuove specie e produce del valore con quelle che ha distrutto. Sistema medico e sviluppo industriale sono due facce dello stesso processo di estensione del potere, che si nutre ad ogni passo di ciò che ha appena distrutto: è l’imperialismo.
E’ quindi fondamentale che si agisca, non per difendere la natura o i corpi, ma per sviluppare usi autonomi in contraddizione con il nostro nemico comune. Loro distruggono, noi ricostruiamo; loro separano, noi formiamo delle alleanze. Ora, le nostre lotte restano spesso intrappolate nel quadro simbolico di ciò che affrontano ed anche se combattiamo l’incarnazione del nostro nemico (l’aeroporto, o il parco per i turisti), la visione del mondo muta, assorbe le contraddizioni, ma resta intatta. Il pensiero degli scienziati colonizza così bene gli spiriti che si installa spesso nelle teste dei suoi oppositori. Ciò implica dunque che pensare collettivamente senza intermediario, di cambiare la maniera di apprendere il mondo. Noi siamo felici se i progetti vengano abbandonati, ma la vittoria che ricerchiamo risiede nella nascita di visioni del mondo incompatibili con quella dell’occidente industrializzato.

Testo di Pierrette Rigaux & Max
Per le critiche amichevoli scrivere a:
pierrette.rigaux@laposte.net

Pubblicato su: L’Urlo della Terra, num.6, luglio 2016

Note:

[1] David Harvey, Le Nouvel impérialisme, 2010.
[2] Libreria delle donne di Milano, non credere di avere dei diritti, Rosenberg & Sellier 1987 pp. 192.
[3] Le rapport du Conseil d’orientation des infrastructures (1er février 2018) annoncia la procrastinazione o l’annullamento della Lyon-Turin, di certi tratti dell’autostrada e dell’aereoporto di Notre-Dame-des-Landes.
[4] Annuncio di Macron che segue il rapporto di C.Villani su l’IA, di fine marzo 2018.
[5] « On arrête tout et on réfléchit » è un altro slogan celebre del maggio 68.
[6] Per visione del mondo o cosmovisione intendiamo sia come noi viviamo la realtà che il modello del pensiero a partire dal quale la produciamo. (George Lapierre, Être ouragans. Écrits de la dissidence, L’insomniaque, 2015) : colui che vive via internet pensa il mondo come una rete, e lo riproduce come tale, sebbene costui scivoli già nella categoria delle persone-senza-mondo.
[7] Utilizziamo «biomedicina» per definire il sistema medico che ci rende più malati di quanto non ci curi, secondo il principio iatrogeno (Ivan Illich, Nemesis Médicale, Seuil, 1975) e aprendo così dei nuovi mercati. et ouvrant ainsi de nouveaux marchés.
[8] À propos du marché du corps humain : Céline Lafontaine, Le corps-marché. La marchandisation de la vie humaine à l’ère de la bioéconomie, Seuil, 2014.
[9] Questo testo è solo un abbozzo, una tappa nel cammino del pensiero. domande e critiche amichevoli a pierrette.rigaux@laposte.net.
[10] Günther Anders, La Menace nucléaire. Considérations radicales sur l’âge atomique, Serpent à Plumes, 2006 ; D. Danowski et E. Viveiros de Castro, « L’Arrêt de monde » in De l’univers clos au monde infini, Dehors, 2014.
[11] Philippe Amiel, Expérimentations médicales : les médecins nazis devant leurs juges. F. Vialla, Les grandes décisions du droit médical, LGDJ, pp.431-444, 2009, 978-2275034706, <hal-00867313>.
[12] L’enquête de R. Skloot révèle que les prélèvements et analyses sans consentement étaient systématiques dans le service en question : Rebecca Skloot, La vie immortelle d’Henrietta Lacks, Calmann-Levy, 2011.
[13] Le cellule si moltiplicano per sdoppiamento. Dopo un certo numero di sdoppiamenti, la linea muore: è il limite di Hayflick (una delle ragioni del vostro invecchiamento), scoperto solo nel 1961: dalle prime colture cellulari del 1907, la biologia cercava l’immortalità nelle cellule.
Le cellule cancerogene HeLa sono un’eccezione: continuano a sdoppiarsi dal 1951.
[14] Pensiamo per esempio all’impiego dello schema cellulare per l’analisi dei gruppi umani, che ha facilitato l’ingegneria sociale e il menagement. Céline Lafontaine, L’Empire cybernétique. Des machines à penser à la pensée machine, Seuil, 2004.
[15] Secondo le ultime cifre ufficiali della disoccupazione, meno della metà del tempo della popolazione totale in Francia è sottoposta al lavoro « il tasso di impiego equivalente ad un tempo pieno arriva a un 60,4% nel 2017 (https://www.insee.fr/fr/statistiques/2966612#titre-bloc-8), cifra che scende sotto il 50% con i minori di 15 anni e gli over 64. La parte della popolazione disponibile ad essere preda della bio-economia è dunque importante.
[16] Tomjo, Au Nord de l’économie. Des corons au coworking, Le monde à l’envers, 2018.
[17]«Vivre sans temps-mort, jouir sans entrave» «vivere senza tempi morti gioire senza impedimenti » è un altro slogan del maggio 68.
[18] (Neologismo) Adozione di un modello aziendale di mettere le risorse a disposizione dei clienti dai loro smartphone, in qualsiasi momento e senza indugio. (ndt)
[19] Pour une critique féministe de l’identification et de l’empathie avec la nature : Val Plumwood, « La Nature, le moi et le genre : féminisme, philosophie environnementale et critique du rationalisme », Cahiers du genre n° 59, 2015/2.
[20] Aurélien Berlan, Pouvoir et dépendance, 2016. https://sniadecki.wordpress.com/2017/01/13/berlan-pouvoir/ À propos des débats sur l’idée de nature : Philippe Descola, Par-delà nature et culture, Gallimard, 2005, et sa critique dans Lapierre, op. cit., 2015.
[21] Il découpage delle donne torturate precede la chirurgia moderna e la rappresentazione del corpo come macchina organica. A proposito della devalorizzazione della natura e dei corpi nell’occidente cristiano, ed in particolare del corpo femminile: Silvia Federici, Caliban et la sorcière. Femmes, corps et accumulation primitive, Entremonde, 2015 ; Pierre Musso, La Religion industrielle, Fayard, 2017. À propos des machines organiques pendant les siècles suivants : Bertrand Louart, Les Êtres vivants ne sont pas des machines, La Lenteur, 2018.
[22] Nel testo si fa un gioco di parole irriproducibile in lingua italiana (ndt).
[23] Documentario di Yann Le Masson, Regarde elle a les yeux grand ouverts, 1980. MLAC: Movimento per la libertà di aborto e della contraccezione.

 

L’emancipazione fittizia: decostruzionismo, lotte e perpetuazione del potere

Nota preliminare: si parlerà principalmente di decostruzione e decostruzionismo, col quale si intende uno stile di pensiero e una corrente filosofica nata dal poststrutturalismo. Si farà riferimento principalmente ai campi di pensiero e indagine che come corrente ha sviluppato; tuttavia verranno citati/e anche autori/trici che ne usano le tecniche e lo stile, pur non rientrando totalmente nella corrente filosofica o non rivendicandola come propria.

“La filosofia non è altro che il censimento di tutte le ragioni che l’uomo si dà per obbedire”

La filosofia, soprattutto quella accademica ma non solo, è un complicato mondo di specialismi. Fa uso di un linguaggio astruso pieno di tecnicismi, i libri prodotti da vari/e filosofi/e sono praticamente illeggibili, e in una discussione anche a sfondo politico o sociale con qualcuno che sia stato/a iniziato alla filosofia, chi non sappia fare riferimento a determinati capisaldi della tradizione filosofica viene tacciata di incompetente e, quindi, non può a titolo entrare nel dibattito. Da questa gerarchia tra chi sa e chi non sa si generano le dottrine e i/le vari/e guru di turno.
Di più, fondandosi sul pensiero dialogico e argomentativo astratto e su premesse che di volta in volta possono cambiare (a seconda della ideologia), la filosofia si riveste di paroloni con i quali può argomentare a favore di qualsiasi cosa, dandole una giustificazione teorica e razionale. È così, allora, che l’amore per il sapere non è altro che uno strumento ideologico fortissimo in mano al tecno
capitale e ai potenti, che da ben prima di Bacone
ne dirige e giustifica i movimenti, continuando paradossalmente a rivendicare la propria autonomia.
Nel mondo democratico di oggigiorno, poi, la filosofia diventa un grande tavola rotonda dove dialogano pacificamente, nel clima di diffusa “correttezza politica”, vari/e pensatori/trici che propugnano anche tesi totalmente in contrasto tra di loro, e che sostengono visioni del mondo che si annichiliscono violentemente l’un l’altra. Il “valore” democratico del dialogo apre la strada al dibattito, nascondendo e riducendo a nulla la portata politica che una teoria può avere per il semplice fatto che essa si propone come una delle due o più alternative in un felice- e piacevole- meeting del sapere filosofico.
Se la filosofia non uscisse dalle accademie e lì si rinserrasse, non sarebbe altro che uno dei tanti aspetti del sistema tecnoindustriale- specificamente, insieme al sistema scientifico, sarebbe il suo gabinetto ideologico-, però in movimenti politici di diversi colori c’è la tendenza a leggere e fare riferimento a tesi filosofiche per appoggiare e argomentare, anche da un punto di vista teorico e con strumenti accademici, le proprie lotte.
Vale allora la pena soffermarsi a pensare a un movimento filosofico delle ultime decadi che è sin dalla sua nascita riferimento per molti movimenti sociali: in ambienti antispecisti o femministi/queer si fa spesso riferimento a pensatori/trici accademici/he della corrente decostruzionista, che ha portato a estreme conseguenze tendenze già presenti nel poststrutturalismo.
Il pensiero decostruzionista non vuole darsi una sua definizione, ma si può tentare di darne una come un metodo di lettura e confronto dei testi e degli autori della filosofia occidentale, nonché delle strutture della società, nell’intento di metterne in luce i presupposti e i pregiudizi impliciti, e le loro contraddizioni latenti. In termini ancora più tecnici, sarebbe un’analisi dell’esperienza che ne esibisce le condizioni a priori implicite.
Sostanzialmente, si analizzano testi e autori/trici della tradizione o istituzioni sociali per decostruire, ovvero smontare pezzo per pezzo, le ideologie e i pensieri di fondo nascosti dietro al sistema integro e non smontabile che pretendono di essere.
Nonostante la decostruzione abbia fornito ai vari movimenti strumenti teorici molto utili per analizzare i sistemi di dominio e le loro ideologie, tuttavia, per motivi che cercherò di abbozzare in seguito, ha lasciato aperta la strada a degenerazioni politiche.
Infatti, proprio grazie a quegli stessi strumenti fornitogli dalla filosofia, molte istanze hanno trovato giustificazioni teoriche e appoggio nelle accademie e, di lì, nelle strutture del neoliberismo e, con le loro lotte subito riassorbite dal sistema perché mal rivendicate, hanno lavato la faccia al capitalismo tecnoscientifico, regalandogli una facciata democratica di riconoscimento delle differenze (sessuali, di genere, di specie…) senza veramente metterne in discussione le fondamenta decostruite pochi attimi prima.
Sembrerebbe di trovarsi di fronte a un esempio del bipensiero orwelliano, ma del resto, anche solo prendendosi la briga di leggere certi/e autori/trici si nota nella loro stessa scrittura di marco decostruzionista e postrututturalista il retaggio del bipensiero.
Per esempio, facendo una divagazione non del tutto inappropriata, in testi della Haraway o di Preciado, dopo aver incontrato interessanti critiche al pensiero e al sistema tecnoscientifico- di cui si nega la neutralità, anzi di cui si afferma l’impossibile neutralità perchè indissolubilmente legato a pratiche del potere come la guerra e le bombe nucleari, nonché perché nato e cresciuto in un sistema patriarcale- se rivendica la sua riappropriazione e l’uso degli strumenti e dei saperi tecnoscientifici, poiché la colonizzazione della specie umana (e non solo) da parte della tecnologia è già in atto, e poco possiamo fare contro di essa, se non prenderne atto e diventarne partecipi promuovendo un suo uso femminista e queer… Ma non si diceva poc’anzi che la scienza non è neutrale? E se non è neutrale, allora non se ne può fare un uso femminista e queer, ma essa sarà sempre eteropatriarcale, proprio perché non è neutrale e non può negare la sua storia. Questo è un esempio del bipensiero filosoficamente argomentato da due esponenti di spicco della filosofia di fine novecento e inizio millennio, che sono diventate referenti per i movimenti femministi e queer.
Il bipensiero, però, pare essere un’aporia (come direbbero i/le filosofi/e) dello stesso decostruzionismo.
Infatti, la decostruzione non solo sarebbe un’analisi dell’esperienza che ne esibisce le condizioni a priori, ma anche una strategia d’ascolto per decostruire la cultura e i testi che produce, che sono già in decostruzione per loro propria natura. Essa è un processo già sempre cominciato, perché- dicono- nasce, si sviluppa e si nasconde- impercepibile ma presente- nelle aporie e nelle contraddizioni dei testi e delle culture. È qui che il decostruzionismo rivendica la sua natura politica: la decostruzione è la trasformazione, anche radicale, delle strutture e delle istituzioni.
Questa rivendicazione, come accennato, nasconde il bipensiero. Pur sostenendo che la strategia di ascolto permetta, in maniera maieutica, di far nascere ciò che è già in sé nelle istituzioni che si desidera cambiare, fino al punto di cambiarle radicalmente, il decostruzionismo non dichiara ciò che è evidente, ovvero che proprio perché la decostruzione è già in atto nelle istituzioni, essa non costruisce nulla di nuovo, ma semplicemente svela ciò che già è e facendolo replica l’esistente e in nessun modo potrebbe controllarne o dirigere radicalmente i processi. Il suo, quindi, è un lavoro atomico e fino, ma comunque descrittivo che tutt’al più, maieuticamente, può dar luce e accelerare ideologicamente i processi in corso. E’ il soggetto/oggetto della decostruzione (sia istituzione, cultura, linguaggio, testo…) che limita le capacità, i fini e le modalità d’azione politica della decostruzione stessa reinquadrandola nello stesso sistema che si voleva decostruire.
A peggiorare il quadro appena descritto, i testi filosofici di stampo decostruzionista aggravano la tipica difficoltà linguistica della filosofia. La maniera di scrivere è astrusa e complicata, ci sono giri e rigiri di parole, il linguaggio è difficile da intendere, non è facilmente riproducibile per i non iniziati e non è replicabile. L’oscurità del testo, cioè la sua difficile se non addirittura impossibile piena comprensione, porta direttamente alla sua ambiguità. Se non si sa bene cosa viene detto, è perché ciò non è chiaro, cioè è ambiguo e interpretabile in forme radicalmente opposte. E tutto ciò che è ambiguo è facilmente recuperabile.
Tutto ciò è abbastanza paradossale, visto che l’analisi del linguaggio è la punta di diamante del decostruzionismo. Eppure, invece che chiarificare le connessioni di potere/dominio (nella decostruzione di qualche istituzione, per esempio, o nella decostruzione dei rapporti tra specie o generi) le si rende più oscure con perifrasi e analisi che partono e rimangono in un testo. Si tenta cioè di decostruire un ordine di dominio, che è concreto e reale, ma lo si fa solo analizzando le strutture e le aporie del linguaggio (per esempio come una parola chiave di quel sistema di dominio porti con sé contemporaneamente due significati opposti) e dimenticandosi, o ricordando di sfuggita, gli esseri senzienti che soffrono sui loro corpi la repressione quotidiana. Per esempio riguardo le tematiche antispeciste si trovano lunghi articoli che trattano la decostruzione del binomio essere umano/animali o natura/essere umano etc. ma si lasciano da parte spesso i rapporti di forza reali e concreti che vivono altri esseri senzienti, e di conseguenza si lasciano da parte le possibilità di azione concrete e reali per distruggere quel particolare sistema di dominio.
Questo ci permette di introdurre un altro punto cruciale dei discorsi decostruzionisti, quello sulla decostruzione di vari binomi che porterebbe al superamento dell’umanesimo e alla denaturalizzazione del naturale. Pur essendo estremamente interessante, perché inquadra con molta precisione le costruzioni storico-sociali e ideologiche che sottendono a diversi sistemi di dominio (di specie, di genere…), tuttavia i binomi in gioco (uomo/natura, uomo/donna, uomo/animali, naturale/innaturale, natura/cultura, corpo/mente…) vengono smontati fino al più piccolo atomo e abbandonati a sé stessi, senza prospettive di azione politica concreta volta a eliminare le forme di dominio. Abbandonati in un mondo neoliberale, capitalista e tecnocratico, e decostruiti ma non eliminati nelle loro cause sociali, economiche, politiche e ideologiche, solo uno dei due poli del binomio ne riesce vincitore.
Per esempio, nelle teorie queer l’abbattimento della categoria naturalizzata del corpo, che non possiede più per natura un genere, si spinge fino a decostruire il binomio corpo naturale/macchina, e finisce col relegarlo ancora una volta e più profondamente a una dimensione inferiore. Esempio ne è la rivendicazione a poterlo modificare (i transumanisti direbbero migliorare) a proprio piacimento, anche impiantando protesi invasive di vario tipo. Il corpo allora è un sub-strato, un qualcosa che sta sotto e che, da sempre cultura, può essere culturizzato ancora di più, a seconda dei mezzi che la società e il tecnocapitale ci mette a disposizione (oggigiorno info-bio-cogno-nanotecnologie). Nel binomio decostruito corpo naturale/macchina, allora- il corpo riassume, sulla vecchia scia di Cartesio- caratteristiche tipiche della macchina, ovvero smontabilità e manipolabilità.
Altra forma di quest’ultimo binomio, è quello di natura/cultura. C’è un grande interesse nella filosofia degli ultimi vent’anni nel decostruire questo binomio. Per esempio, la Haraway parla di naturcultura, e questo le permette poi di sviluppare le sue proposte filosofiche sul cyborg. Vale la pena sottolineare come Donna Haraway sia una referenza nel mondo femminista e queer, tanto per dare un esempio di come la filosofia finisca con l’entrare in maniera poco critica nei movimenti sociali. Tornando al binomio, se natura e cultura non si oppongono più, allora la cultura è naturale ma, soprattutto, la natura è culturale. Allora il nostro concetto di natura è culturale, quindi perché non includiamo la macchina in esso? Nelle proposte transumaniste appoggiate dal postumanesimo, l’abbattimento di questo dualismo si appiattisce fino a raggiungere il sogno e il progetto politico della completa meccanizzazione, tecnologizzazione e ingegnerizzazione del vivente.
Anche nella questione animale è probabile che la macchinizzazione e lo sfruttamento dell’animale si estenda all’essere umano, invece che liberarli entrambi.
Vari esponenti del decostruzionismo, in primis Derrida, che ne fu il fondatore, si impegnano in lotte politiche e sociali per l’estensione dei diritti. Eppure, a mio avviso, le teorie decostruzioniste, seppur impregnate di una notevole dimensione etica, mancano della controparte necessaria della politica, intesa come sapere cosa non si vuole e chi è e dove si trova il nemico. Infatti il decostruzionismo tutto comprende (più o meno), ma non agisce direttamente su ciò che vuole cambiare, anzi, sostenendo come prima accennato che la decostruzione è già da sempre presente nel suo stesso oggetto, lascia nelle mani delle istituzioni che cerca di smontare il compito di mutare secondo lo sviluppo a cui già da prima esse tendevano.
Inoltre, mascherandosi dietro la pretesa di essere consapevoli (non innocenti, dice la Haraway) grazie al lavoro di decostruzione- che renderebbe evidenti le strutture e le giustificazioni del dominio-, invece, proprio perché manca la prospettiva reale e concreta di cosa non si vuole e di chi è il nemico, le rivendicazioni politiche proposte da esponenti di questa filosofia, o da militanti di vari movimenti che alle sue teorie si ispirano, mancano totalmente di lucidità.
La lucidità non è semplicemente la capacità di saper prestare attenzione, in quello il decostruzionismo è campione. Piuttosto è la capacità di vedere e sentire le estensioni reali e concrete del dominio, di non dimenticarsele anche se non stanno sotto al naso.
Vengono decostruite la democrazia e il sistema tecnoscientifico, vengono dimostrate le loro inevitabili connessioni con guerre, stermini di massa e fascismi di diverso tipo; eppure, al momento della verità, ciò quello di sapere cosa non si vuole e non si accetta, vari/e pensatori/trici fanno rientrare dalla porta di servizio gli oggetti stessi della loro decostruzione. Non sorprende allora che Derrida sia uno dei filosofi più democratici di sempre, e che molti professori/resse dell’accademia, formatesi anche su letture decostruzioniste, entrino in comitati bioetici.
Non tutti/e i/le filosofi/e però vengono per nuocere. Di fatto molti/e hanno sviluppato critiche radicali che, se prese fino alle loro estreme conseguenze, non sono recuperabili all’interno di un sistema democratico. Penso, giusto per dare un paio di referenze, ad alcuni scritti di Simone Weil (nel concreto Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale e Appunti sulla soppressione dei partiti politici) o alle analisi di Günther Anders sulla tecnica, l’obsolescenza dell’essere umano, lo stato nucleare e le strategie d’azione possibili per contrastarlo (L’uomo è antiquato e Stato di necessità e legittima difesa, Violenza sì o no). Eppure, ancora una volta, le pratiche accademiche di analisi dei loro testi li smontano totalmente e li allontanano dall’integrità del pensiero e della vita dei/lle loro autori/trici, fino a renderli completamente recuperabili reintegrandoli in un sistema di pensiero democratico e liberale.
Nell’approccio accademico,sia di marco decostruzionista o di altre correnti filosofiche, a questi/e autori/trici si studiano solo alcuni aspetti del loro pensiero o della loro vita, li si smonta per analizzarli con una sorta di microscopio filosofico, li si impregna di significati profondi che magari c’erano già nel testo, ma magari anche no, e che, soprattutto, se abbandonati in un’analisi che non riconosce il contesto integrale in cui sono stati prodotti li svuota di qualsiasi portata rivoluzionaria. Ecco come il loro pensiero viene recuperato se non totalmente, sicuramente almeno in parte. Il decostruzionismo, sminuzzando una parola, una frase, un paragrafo, un concetto in un/a autore/trice amplifica ancora di più questa tendenza totalizzante dell’accademia.
Come già accennato, le analisi decostruzioniste hanno fornito i presupposti teorici per le filosofie postumaniste e la base ideologica del programma transumanista.
Non stupisce allora che testi del decostruzionismo vadano a braccetto in programmi universitari con i risultati delle scienze cognitive, moda accademica imperante dell’ultimo decennio, che è praticamente impossibile criticare all’interno delle stesse università (autoproclamantesi luoghi di libertà del sapere) per il semplice motivo che forniscono i fondi economici di indagine e ricerca filosofica.
Come si sa, le scienze cognitive fanno parte della convergenza tecnologica NBIC, e che la filosofia accademica ne faccia parte (insieme a psicologia, informatica, linguistica, neuroscienze e studi sull’intelligenza artificiale) dimostra come essa non sia altro che una delle maniere che l’essere umano si dà per obbedire.
Da tutto ciò che è stato detto, risulta inutile e controproducente per i/le nemici/che di questo mondo tecnoscientifico e nucleare entrare e muoversi nel terreno della filosofia. Essa ha gli strumenti storici, teorici e ideologici per argomentare e portare avanti le sue tesi.
In un mondo basato sulla frammentazione dei saperi, dove anche e soprattutto la filosofia si muove in specialismi di vario tipo, è importante e imprescindibile evitare di cadere in argomenti e dibattiti per specialisti e iniziati.
Allo stesso modo in cui rifiutiamo di discutere con scienziati e tecnocrati se le loro teorie e tecnologie siano tecnicamente utili o meno, per il semplice fatto che il mondo che propongono è totalizzante e aberrante, ugualmente dovremmo fare con i/le filosofi/e del regime. Non c’è possibilità alcuna di superare in modo sano (cioè antiautoritario) alcune “conquiste” della filosofia (come la decostruzione del binomio macchina/natura) su di un campo metafisico. Quello non è il nostro terreno e per essere efficaci dobbiamo muoverci dove e come meglio sappiamo.

I nostri non possono essere criteri utilitaristici (utile/inutile), metafisici (possibile/impossibile) o solamente etico-morali (giusto/sbagliato), ma devono essere anche criteri politici, dove ciò che in ultima istanza marca la differenza è sapere chi è amico/a e chi no.
Sappiamo qual’è il mondo che non vogliamo, sappiamo chi sono i/le nostri/ nemici/che. Non ci occorre nulla di più.

Lu

Pubblicato su: L’Urlo della Terra, num. 6, luglio 2016

Note:

1. Corrente filosofica ma non solo di stampo postmodernista, relativista e anti-positivista. Privilegia l’analisi delle forme simboliche (del linguaggio, dei vari dispositivi di potere e sociali…) come basi per la costruzione del soggetto, negando che l’essere umano (il soggetto per eccellenza della tradizione filosofica) abbia qualsiasi tipo di privilegio gnoseologico e quindi rifiutando le teorie per cui sia lui a plasmare le strutture simboliche in cui è immerso e non viceversa.
2. L’istituzione e l’istruzione accademica si configura effettivamente come una iniziazione, con i rituali di fare la matricola, sostenere gli esami- cosa possibile solo se si ha acquisito un lingua specialistica per pochi- e la prova finale della discussione della tesi di laurea, momento in cui una serie di sacerdoti in toga analizzano chi ha completato il percorso di iniziazione e gli danno la loro benedizione. Di più, una volta laureatasi, la persona che ha completato il percorso di studi ottiene un nome e un titolo diversi (dottore/dottoressa).
3. Credo che sia opportuno usare la parola tecnocapitale, e non solo capitale perché il capitalismo si è pienamente (anche se la sua ideologia era già in germe) formato nel momento in cui ha avuto gli strumenti tecnologici, come la macchina a vapore, per farlo.
La scienza è stata, è e sarà la concubina della tecnologia per partorire, nutrire e fare crescere il sistema capitalistico in tutti i suoi aspetti. Banalmente, senza le conoscenze sulla struttura rotonda della terra e senza la bussola l’uomo bianco eterosessuale non sarebbe giunto in America.
4. Un esempio è il dibattito filosofico in corso sul movimento trans-postumanista, dove esponenti di diverse correnti di pensiero dialogano pacificamente, come se gli obiettivi del transumanismo non potessero distruggere totalmente le altre visioni del mondo, degli esseri viventi e del loro rapporto con la natura. In seguito vedremo come la filosofia da anni sta decostruendo il concetto di natura. Il concetto di natura come inteso sopra potrebbe essere sostituito da un suo sinonimo, come ambiente, ma chiamarlo in questo modo lo spossessa della sua interezza e lo priva di ogni personalità.
5. Termine coniato dallo scrittore marxista antistalinista George Orwell nel suo capolavoro 1984, romanzo distopico in cui si descrive un mondo dove ha trionfato il totalitarismo politico e il controllo totale della vita. Il bipensiero fa parte della neolingua inventata dalla classe dirigente, ed è la capacità di pensare due cose contraddittorie allo stesso tempo, ovvero credere all’inganno dell’ideologia totalitarista anche se si è coscienti della sua falsità, ed aver fiducia in tutto ciò che dica il Partito.
6. Donna, J. Haraway, Testimone_Modesta@FemaleMan©_incontra_OncoTopo™. Femminismo e tecnoscienza.
7. Paul B. Preciado, Manifesto contrasessuale.
8. L’unico modo di risolvere questa contraddizione sarebbe accettare (e quindi dichiarare apertamente) che il femminismo e i movimenti queer sono da intendere come necessariamente legati al tecnocapitalismo, alle sue guerre e alle dinamiche di sfruttamento e dominio totalitario che porta con sé. Forse è questo che intende dire Haraway quando sostiene che la sua posizione sul socialismo femminista tecnoscientifico non è mai innocente?
9. Paradosso o difficoltà logica insuperabile.
10. Si noti bene l’uso delle parole: strategia d’ascolto rimanda all’etica/ideologia democratica del politicamente corretto e del lasciare spazio a tutti/e.
11. Dal greco maieutiké, arte della levatrice, designa il metodo filosofico di Socrate che consiste nell’ aiutare a far uscire (a dare alla luce) idee che erano già presenti nei suoi interlocutori.
12. Ovvero al togliere al concetto di naturale la pretesa di essere così per natura e non per costruzione storico-sociale. Un esempio: le differenze di genere non sono naturali, ma sono frutto di un preciso percorso storico e soprattutto di una precisa dimensione sociale.
13. Da notare bene come nel decostruzionismo ma non solo (in generale in tutta la filosofia del Novecento e degli anni duemila quando tenta di costruire qualche antropologia) il linguaggio viene visto come la prima tecnologia dell’essere umano, ed essendo la capacità simbolica sua condizione fondante, l’essere umano stesso viene descritto come per natura (o naturcultura) tecnologico.
Il corpo umano, allora, è esso stesso una macchina. È la rivincita della teoria dualistica di Cartesio nel mondo capitalista neoliberale della tecnoscienza.
14.  NBIC (nano-bio-info-cogno tecnologie). Vorrei evidenziare come il tema della convergenza tecnologica non nasce dalla critica alle tecnologie come modo per individuare la costruzione sinergica della MegaMacchina in cui differenti ambiti scientifici si impegnano, ma viene prodotto negli stessi ambienti che propugnano in maniera religiosa lo sviluppo ipertecnologico. Nei testi transumanisti, infatti, la convergenza delle tecnologie viene vista in maniera positiva, come punto cruciale nello sviluppo esponenziale delle capacità tecniche dell’essere umano, tanto esponenziale che, dicono, a breve la specie umana (sempre che di specie umana si potrà parlare) entrerà in una nuova fase di singolarità tecnologica, ovvero un cambiamento totale di stato dovuto alla tecnologia globale, che permetterebbe ad una superintelligenza artificiale di manifestarsi in forma auto-cosciente. Gli stessi fautori del mondo ipertecnologico, quindi, ci indicano le connessioni di dominio tra vari ambiti della tecnoscienza.
15. Che mi risulti, un binomio che non fa parte dell’agenda della decostruzione è quello violenza/nonviolenza. Ancora una volta, la decostruzione agisce dove la porta la struttura che sta studiando.
16.    Il tema del diritto naturale nasce e si sviluppa a cavallo tra seicento e settecento con le teorie giusnaturaliste, e ha marcato il solco del pensiero filosofico democratico. È importante notare come la questione dei diritti civili nasca in ambiente borghese proprio nel momento della nascita dello Stato moderno e del capitalismo classico. Nei dibattiti odierni, per esempio su quale debba essere l’estensione di alcuni diritti, come per esempio l’accesso alla GPA, è interessante soffermarsi su come il diritto, nato e inteso nel seicento come naturale, ovvero proprio dell’essere umano per sua stessa natura, non viene più inteso in tal senso, probabilmente anche grazie alla decostruzione del sopracitato binomio natura/cultura. Sarebbe infatti un controsenso in termini pensare alla GPA o alla procreazione medicalmente assistita come diritto naturale, se prima non si fosse svuotato di qualsiasi significato lo stesso termine natura.
17. Derrida in uno dei suoi scritti più recenti (Stati canaglia) sostiene che la democrazia porta in sé stessa il germe del suo suicidio. Infatti essa, lasciando spazio sulla base di principi democratici anche a pensieri e movimenti antidemocratici (per esempio il fascismo) la possibilità di entrare nel dibattito democratico e nelle sue stesse istituzioni (campagne elettorali e parlamento), tiene aperta la porta ai suoi assassini, e non potrebbe fare altrimenti, siccome il prezzo di una politica diversa sarebbe l’annientamento stesso della democrazia. Questa sarebbe la sua più grande aporia, insolubile ma accettata come sforzo etico-morale di grande portata.
18. La metafisica è la parte della filosofia che tratta dell’essere, delle sue facoltà, proprietà e cause prime.

Un vento impetuoso contro il mal francese. Critica della filosofia postmoderna e dei suoi effetti sul pensiero critico e sulla pratica rivoluzionaria

Il regresso teorico provocato dalla scomparsa del vecchio movimento operaio ha consentito l’egemonia d’una filosofia sorprendente, la prima che non si basi sull’amore della verità, oggetto primordiale della conoscenza. Il pensiero debole – o pensiero della post modernità – relativizza tale filosofia, che fa derivare da un insieme di convenzioni, di pratiche e costumi mutevoli nel tempo qualcosa di “costruito” e, di conseguenza, artificiale, privo di fondamento. Lo stesso vale per qualsiasi idea razionale di realtà, natura, etica, linguaggio, cultura, memoria, ecc. Anzi, certe autorità del piccolo mondo post-moderno non hanno mancato di etichettare alcuni di questi concetti come “fascisti”. Alla fine, parafrasando Nietzsche, non esiste più la verità, ma solo interpretazioni della medesima. In effetti una tale sistematica demolizione d’un pensiero che nasce coi Lumi e reclama la costituzione della libertà, da cui sorgerà più tardi, con l’apparire della lotta di classe, la critica sociale (e per quelli, specialmente professori e studenti, che preferiscono sguazzare nel fango dell’impostura delle ideologie rivoluzionarie piuttosto che bagnarsi nell’acqua pura dell’autenticità), ha tutta la parvenza d’una demistificazione radicale, condotta a buon fine da pensatori incendiari, il cui obiettivo finale non sarebbe altro che il caos liberatorio dell’individualità esasperata, la moltiplicazione delle identità e l’eliminazione di qualsiasi norma di comportamento comune. Al termine d’una tale orgia decostruttivista, nessun valore o concetto universale avranno ragione d’esistere: essere, ragione, giustizia, eguaglianza, solidarietà, comunità, umanità, rivoluzione, emancipazione… saranno tutti tacciati come “essenzialisti”, cioè come abomini “pro-natura”. Tuttavia, l’estremismo negatore dei post-filosofi manifesta, su un piano spirituale, coincidenze sospette con l’attuale capitalismo. Un radicalismo di una tale intensità confligge non soltanto con la vita e le scelte politiche dei suoi autori, molto accademici per gli uni e convenzionali per gli altri, ma coincide perfettamente con l’attuale fase della globalizzazione capitalista, caratterizzata dalla colonizzazione tecnologica, da un perpetuo presente, dall’anomia e dallo spettacolo. È un supplemento per il quale tutto è facilitato.
Nessuno li disturberà nelle loro cattedre universitarie. Grazie alla priorità conferita dalla mentalità dominante alla conoscenza strumentale e alla conseguente svalutazione degli studi umanistici, sono potute sorgere, senza ostacoli, sia delle bolle filosofiche pseudo-trasgressive sia ogni sorta di ciarlatanerie speculative totalmente estranee alla realtà circostante, ma in grado di produrre una contraffazione vorticosa del pensiero critico moderno, che ama essere accompagnata da un vasto clamore mediatico.

Le lodi postmoderne alla trasgressione normative corrispondono, in una certa misura, alla scomparsa della socialità negli agglomerati urbani. Coerentemente con la nuova debolezza in materia filosofica, niente è originale, tutto è costruito e dunque, tutto dimora sulla sabbia: l’economia politica, le classi, la storia, il tessuto sociale, le opinioni… In tal caso, se non esiste alcuna relazione sociale che valga, nessuna reale liberazione collettiva, nessuna dialettica o criterio definitivo da prendere come modello a questo riguardo, quale è il significato di norme, di criteri e di fini? Si parte dal niente per non approdare in nessun luogo. Nichilismo in armonia coi mercati, per cui tutto quanto non abbia valore economico conta poco.

Non bisogna del resto stupirsi che l’elogio della disumanizzazione e il caos tipico dei decostruttori vadano di pari passo con l’apologia della tecnica. Il pensiero debole, fra l’altro, celebra l’ibridazione dell’uomo con la macchina. La natura meccanica, libera da costrizioni, non sarebbe forse più libera di una natura umana schiava delle leggi naturali?

Il nichilismo legato alla logica meccanica riflette e risponde all’abolizione della storia, alla soppressione dell’autenticità, alla liquidazione delle classi e alla consacrazione dell’individualità narcisista: è dunque un prodotto della cultura del tardo capitalismo, se di cultura a tal proposito si può ancora parlare, e la sua funzione non sarebbe altro che l’adattamento ideologico al mondo della merce tale come oggi lo conosciamo. La filosofia post-moderna consiste in una legittimazione dell’esistente.

Ciò che era nato come una reazione alla rivolta del Maggio ‘68 “nei bassifondi dello Spirito del Tempo” (Debord) è stato recepito dalle università americane come un paradigma della profondità critica e, a partire da quel momento, la “French Theory” si è diffusa in tutti i laboratori pensanti della società capitalista, facendo irruzione nei ghetti giovanili sotto forma di moda intellettuale trasgressiva. Tenendo conto del loro carattere ambiguo e malleabile, i sillogismi liquidi della postmodernità si sono rivelati buoni per ogni sorta di ideologi del vuoto, dai cittadinisti più camaleontici agli anarchici più alla moda. Anche un anarchismo di tipo nuovo, nato dal fallimento dei valori borghesi storici e incentrato sull’affermazione soggettivista, un attivismo senza progetti né scopo, unito alla perdita di memoria sostituisce, nella maggioranza degli spazi, l’antico, figlio della ragione, nato dalla lotta di classe e costruttore di un’etica universale, il cui impegno rivoluzionario era fortemente ancorato alla storia. Nella “French Theory”, o piuttosto nel “morbus gallicus” di cui il post-anarchismo è figlio illegittimo, le referenze non contano: esse denotano anzi nostalgia del passato, cosa esecrabile agli occhi d’un decostruzionista. La questione sociale si dissolve in una miriade di questioni identitarie: genere, sesso, età, religione, razza, cultura, nazione, specie, sanità, alimentazione ecc. sono al centro del dibattito e danno vita a un politicamente corretto assai singolare, che si caratterizza per un’ortografia massacrata e un discorso zeppo di contorsioni e confusioni grammaticali. Una pletora d’identità fluttuanti sostituisce il soggetto storico, il popolo, il collettivo sociale o la classe. La sua affermazione assolutista ignora la critica dello sfruttamento e dell’alienazione e, di conseguenza, un gioco “intersezionale” di minoranze oppresse soppianta la resistenza collettiva al potere costituito. Secondo quest’ottica, la liberazione arriverà da una trasgressione ludica delle regole che ostacolerebbero queste identità e minoranze e non da una “alternativa” globale o da un progetto rivoluzionario di cambiamento sociale; indubbiamente percepito come totalitario poiché, una volta “insediatosi”, detterebbe a sua volta nuove regole, maggior potere e, dunque, maggior oppressione. Il comunismo libertario, da questo punto di vista, altro non sarebbe che l’incarnazione d’una dittatura. L’analisi critica e lo stesso anticapitalismo, grazie all’annullamento di ogni riferimento storico, lasciano spazio alla messa in discussione della normatività, alla contorsione del linguaggio e all’ossessione della differenza, del multiculturalismo e della singolarità. Non si può discuterne la coerenza poiché la categoria della contraddizione è stata relegata nell’oblio assieme a quelle di alienazione, superamento e totalità. Costruire o decostruire, ecco la questione.

Indubbiamente, il proletariato non ha “realizzato” la filosofia come Marx, Korsch o l’Internazionale situazionista auspicavano; non ha cioè esaudito le sue aspirazioni alla libertà e oggi tutti noi ne paghiamo le conseguenze. È vero che, nello sviluppo della lotta di classe, si è manifestato un pensiero critico che poneva la classe operaia al centro della realtà storica, e che è stato considerato marxista, anarchico o semplicemente socialista. In effetti, si trattava di immortalare la realtà il più fedelmente possibile, come totalità che si sviluppa nella storia, allo scopo d’elaborare teorie in grado di sconfiggere il nemico della classe. La vittoria finale doveva inscriversi essa stessa nella storia. Tuttavia gli attacchi proletari contro la società delle classi non hanno avuto successo. E mentre il capitalismo superava le sue crisi, le contraddizioni cominciavano ad erodere i postulati del pensiero rivoluzionario, mostrando l’esigenza di nuove formulazioni teoriche. I contributi furono molteplici e non è il caso di rievocarli. Ciò che li caratterizzò fu una maggior chiarezza nel senso della lotta di liberazione, ma immersa in un contesto di regressione e poi, progressivamente, avulso dalla pratica. Nondimeno, la sua fruizione rafforzò il convincimento che una società libera era possibile, che la lotta era utile a qualcosa e non bisognava mai arrendersi, che la solidarietà fra resistenze ci avrebbe resi migliori e la formazione ci avrebbe resi lucidi… Pertanto la lotta delle minoranze, lungi dallo smantellare la critica sociale, l’avrebbe arricchita. E, lungi dall’essere secondarie, le questioni dell’identità divennero sempre più importanti a mano a mano che il capitalismo avanzava, distruggendo le strutture tradizionali. Tali questioni denunciavano degli aspetti dello sfruttamento fino ad allora poco considerate.

In un primo momento, universalità e identità convergevano; non si potevano concepire soluzioni alla segregazione razziale, alla discriminazione sessuale, al patriarcato ecc. prescindendo da una trasformazione rivoluzionaria globale. Nessuno poteva immaginare auspicabile un razzismo nero, una società d’amazzoni, un capitalismo gay o uno stato d’emergenza vegetariano.

La rivoluzione sociale rimaneva l’unico ambito dove tutte le questioni potevano veramente esser sollevate e risolte. Fuori di essa non restava che il particolarismo elitario, il settarismo del “centro”, il narcisismo attivista e lo stereotipo militante. Si apriva così la strada al postmoderno.

Il pensiero debole approfittò anch’esso della crisi ideologica, recuperandone gli autori e le idee ma con effetti e conclusioni opposte. Una volta neutralizzato nella pratica, il soggetto rivoluzionario doveva essere eliminato anche dalla teoria, in modo che le sue lotte rimanessero isolate, marginali e incomprensibili, intrappolate in una verbosità sciocca e autoreferenziale, buona solo per gli iniziati. Fu questo il compito della French Theory, che scalò le vette del pensiero ingenerando quella confusione sofisticata e criptica che consacrava, come santoni privilegiati, la casta intellettuale e, come popolo eletto, o discepoli, soprattutto universitari. Il “mal francese” è stata la prima filosofia irrazionalista legata allo stile di vita degli apparati, piuttosto ben retribuita e a giusto titolo: la sua revisione della critica sociale del potere e la contestazione dell’idea rivoluzionaria hanno reso uno splendido servizio alla “causa” della dominazione. La nozione di potere come un etere onnipresente che si estende ovunque relega qualsiasi pratica collettiva alla ricerca d’un ideale insito nel potere stesso, una sorta di cane che si morde la coda. Il potere apparentemente non è più incarnato dallo Stato, dal Capitale o dai Mercati, come ai tempi in cui il proletariato era la classe potenzialmente rivoluzionaria. Il potere, adesso, siamo tutti; è il tutto. La rivoluzione sarebbe così ridefinita come il richiamo del potere allo scopo di riaffermarsi, nei casi estremi, a partire dai nuovi valori e norme arbitrarie almeno quanto quelle che le hanno precedute. Il discredito della rivoluzione sociale è più utile per il potere reale in tempo di crisi, poiché una opposizione sovversiva organizzata che cerca di costituirsi (un soggetto sociale che cerca di nascere) sarebbe immediatamente denunciata come potere di esclusione. In breve, un pessimo “racconto della modernità” (per usare una terminologia lyotardiana), come quello della lotta di classe. Il rifiuto della nozione di classe lascia apparire pure, involontariamente, un odio di classe, eredità della dominazione passata attiva nell’immaginario post-razionale. Insomma, si abbandona qualsiasi velleità comunista rivoluzionaria per la trasmigrazione dei generi, il poliamore, la trasversalità e il regime vegano. Risolti in questo modo i problemi individuali, il cammino è aperto per una opposizione collaborativa e partecipativa, pronta ad entrare nel gioco e naturalmente a votare, a occupare spazi di potere e a controllare dall’interno l’ordine attuale con un discorso radicalmente identitario dunque politicamente molto corretto, e di riflesso un discorso iper-cittadinista ormai irritante non solo per la nuova sinistra ma anche per la sinistra integrata di sempre.

La situazione critica, in preda al mal francese, è sconsolante almeno quanto la vita nel mondo occidentale e urbano devastato dal capitalismo. È la fine della ragione, la chiusura spirituale d’un mondo superato nel quale la resistenza al potere era possibile, lo svaporamento della coscienza di classe storica, l’apoteosi del relativismo, il trionfo completo dell’inganno, il regno realizzato dello spettacolo… Si potrà chiamare questo fenomeno come si vuole, ma è soprattutto l’effetto intellettuale della disfatta storica del proletariato tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento e, di conseguenza, della scomparsa di due o tre generazioni di combattenti sociali e dell’incapacità di questi ultimi di trasmettere le loro esperienze e conoscenze alle nuove generazioni le quali restano, così, in balia della psicosi postmoderna e del suo gergo inintelligibile. Esiste una linea di rottura generazionale molto chiara che coincide più o meno con l’apparizione del “milieu” o ghetto della gioventù, alla fine degli Ottanta, e una relazione di quest’ultimo col processo d’imborghesimento dei centri urbani. In conclusione, si può stabilire con evidenza una relazione tra la diffusione della malattia post-moderna e
lo sviluppo delle nuove classi medie.
Il crollo del movimento sociale rivoluzionario e la catastrofe teorica sono due aspetti del medesimo disastro, e dunque del duplice trionfo, pratico e ideologico, della dominazione capitalista, patriarcale e statale.
Malgrado tutto, la disfatta non è mai definitiva, perché gli antagonismi proliferano ben più delle identità, e la volontà di liberarsi insieme è più forte del desiderio narcisistico di distinguersi. Dieci minuti di patetica celebrità virtuale sono gocce d’acqua nell’oceano tempestoso della “conflittività” permanente.

La lotta di classe ricompare nella critica al mondo della tecnologia e nella difesa del territorio, nei progetti comunitari di uscita dal capitalismo e nelle lotte che oppongono le classi contadine all’agricoltura industriale e alla mercificazione della vita. Probabilmente, nei paesi turbo-capitalisti, questi conflitti non riusciranno a sfuggire all’approccio “intersezionale”, alle questioni “di genere” e ad altri riduzionismi identitari, perfettamente compatibili con una casistica riformista tratta dall’”economia sociale”; ma in ogni luogo in cui si costituirà un autentico fronte di lotta le bagattelle si disperderanno, consumate dal fuoco dell’universalità.

Miquel Amorós

Discussione su «Anarchismo e postmodernità» del 14 novembre 2017 al Centro Sociale Ruptura, Guadalajara (Jalisco), e del 25 novembre 2017 alla Biblioteca social Reconstruir, Ciudad de México.

Tratto da: www.piecesetmaindoeuvre.com

Pubblicato su: L’Urlo della Terra, num.6, luglio 2016

Editing genetico per tutti! Chi li sta fermando?

 

Quando parliamo di ingegneria genetica siamo abituati sempre a pensare come se ci trovassimo in una specie di fase di passaggio o addirittura parliamo di scenari in là da venire. In genere quello che percepiamo e trasmettiamo è un monito a informarci e ad agire, altrimenti il rischio sarebbe di ritrovarsi sommersi dal transgenico.
La fase che ci troviamo ad affrontare adesso è ancora più pericolosa: non solo siamo nel pieno dell’era biotecnologica e transumanista, con tutto un sistema tecno-scientifico che va in questa direzione, ma le stesse biotecnologie stanno diventando un’altra cosa. O meglio stanno mutando da come le abbiamo conosciute fino adesso.
Il vero lavoro per l’Industria del Biotec, un complesso di multinazionali, Università, Enti di ricerca, fondazioni, associazioni di categoria, non è più dimostrare che l’ingegneria genetica è priva di conseguenze, ma cambiarne completamente volto: una manipolazione radicale. Il nuovo volto delle biotecnologie si chiama Editing genetico. L’intenzione con questa nuova tecnologia è sia riscrivere direttamente dal nulla il genoma di un organismo (biologia sintetica), sia la “correzione” o modificazione di un genoma già esistente (l’editing propriamente detto o riscrittura). La tecnologia di Editing più in voga è chiamata Crispr Cas/9 perché generalmente utilizza la proteina Cas9, ma per brevità viene indicata solo con la prima parte della sigla: CRISPR.
Questa nuova tecnologia si profila come economica: si calcola che il costo per avere una sonda Crispr specifica (a parte la manodopera) è attorno a poche centinaia di euro, veri e propri spiccioli se si considerano i costi in biotecnologia; il secondo aspetto è la velocità di sviluppo, i tempi infatti si abbassano da anni a mesi. Ma l’aspetto probabilmente più importante per il mondo della biotecnologia, e in particolare per le multinazionali agrogenetiche, è la possibilità che i prodotti figli dell’Editing non vengano più considerati come i tanto vituperati Ogm non essendoci inserimento di dna estraneo. Questo nei paesi dell’UE ridurrebbe assai i costi soprattutto alle compagnie biotecnologiche come Monsanto e Syngenta che non dovranno più comprarsi i posti chiave dentro gli enti di sicurezza alimentare come l’Efsa a Parma o l’Fda americana. Anche per i tempi di approvazione diverrebbe tutta un’altra cosa passando da anni di interminabili trafile burocratiche a solo pochi mesi, scavalcando moratorie e restrizioni e in generale, che forse è la cosa peggiore, creando un nuovo immaginario di accettazione assoluta.
Non stupisce che il totalitarismo democratico sta avendo il suo apice proprio per le tecnologie più controverse, quelle in grado di rifare il mondo, di manipolare il vivente fin dentro i processi più intimi, di controllare ogni aspetto della vita e se necessario essere anche in grado di distruggere l’intero pianeta, gli arsenali atomici sono sempre li a ricordarlo. I tempi attuali di pacificazione sociale e di perdita di
senso sono l’ideale per l’innestarsi di questa nuova fase dove non si deve più avere paura della tecnologia genetica perchè questa sarà ancora di più tra noi e guai dopo pensare di contestarla. Stanno lavorando proprio a queste basi solidissime come una gabbia di una prigione.
Sono sempre più lontani i tempi dei “semi terminator” della Monsanto, degli Ogm nemici dell’agricoltura, dei contadini indiani che si suicidano con il Glifosate davanti ai campi di cotone Bt e delle dimostrazioni di piazza.
Tutto l’impegno oggi va verso l’accettazione sociale, le compagnie investono molti più soldi in questo che nella ricerca, arrivano fin dentro le scuole a far “giocare” i bambini con la genetica, li si addestra che naturale è bello, ma artificiale è ancora meglio. Ma ancora non basta, i creatori del mondo biotec sanno benissimo cosa hanno tra le mani, o meglio non vogliono sorprese; come per il nucleare la campanella della ricreazione deve convivere con la sirena di allarme che addestra fin da piccoli al disastro radioattivo. Dalla scuola si passa alle metropolitane, poi quartieri, città e infine interi paesi come già avviene regolarmente in Giappone e in Francia. Per come stanno predisponendo le Smart city con specifiche infrastrutture e tecnologie, c’è da aspettarsi che presto la campanella inizierà a suonare sempre più anche da queste parti.
Con le nuove tecniche di Editing genetico il linguaggio dei suoi divulgatori si è fatto più ardito; Anna Meldolesi parla di Crispr come di una tecnologia dal basso, dove la sua facile applicazione ne permetterebbe un continuo controllo. Addirittura esiste un progetto già avviato dove tutte le informazioni raccolte dai centri di ricerca e dai singoli ricercatori vengono centralizzate e poi rese fruibili per la comunità scientifica che ne fa richiesta. Il grillismo tecnologico ancora ci mancava, a quanto pare dalla rete democratica siamo passati ai geni democratici. Senza andare tanto lontano la realtà è sempre un’altra cosa da come viene raccontata, questa si frantuma verso logiche che vanno ben oltre il semplice profitto, anche se questo resta un aspetto da non sottovalutare; i moventi sono da ricercarsi in quello che è sempre più un processo che parla l’imperativo linguaggio della tecnoscienza…
L’unità di ricerca Cibio dell’Università di Trento ha trovato una modalità Crispr in grado di intervenire in modo ancora più preciso per correggere i difetti dei geni. Non ha perso tempo e ha pubblicato subito i risultati nei soliti prestigiosi canali scientifici necessari per ottenere credibilità e ha chiamato Evocas9 il suo rivoluzionario risultato coprendolo da brevetto in attesa di mettersi in vetrina, dove gli acquirenti non tarderanno ad arrivare. Negli ultimi anni e ancora oggi più che mai sono in corso dispute legali fortissime per aggiudicarsi la corsa all’eldorado sul vivente: per qualcuno ci saranno nobel e riconoscimenti e per altri brevetti miliardari su applicazioni terapeutiche che vogliono isolare e controllare al più presto per metterle in commercio con nuove StarTapp. Anche Big Farma e Big Biotec con i novizi sposini sono al massimo dell’attenzione, ma con una certa discrezione, sanno che quando la confusione si placa si compreranno tutta la piazza con i rispettivi nuovi organi di controllo, se questi esisteranno ancora.
Apparentemente dando uno sguardo a come viene presentato l’Editing genetico, dai giornali che spettacolarizzano la tecnologia come Focus o riviste come Le Scienze , fino ad arrivare ai blogger disperati e ai social media, quello che appare come un fattore comune è la banalizzazione di questa tecnologia. La stessa co-ideatrice di Crispr ama definire il suo team come un semplice gruppo di ricerca con pochi mezzi. Il racconto del Crispr e delle sue procedure invita alla familiarità, non troppi soldi e un pò di conoscenza in biologia e quasi si può iniziare, quasi appunto, perchè di fatto non è così. Per un attimo ci si sente partecipi, finalmente si lavora seriamente per la salute, per l’ambiente e addirittura si può risollevare un’economia, visto che in agricoltura la Du Pont che è la maggior investitrice si aspetta miracoli e si sa che la voce dell’agribusinesse si esprime come se avesse già fatto il raccolto pronto. Questa tecnologia si presenta talmente di “base” che gli stessi organi regolamentari per la sicurezza esprimono le loro fatiche nel proporre regolamentazioni, giocando molto su quanto effettivamente venga manipolato, considerando che non si inserisce dna esterno negli organismi. Questo discorso apparentemente sembrerebbe tirare la colpa sui cattivi “vecchi” ogm, ma di fatto invece diventa un’accusa che si fa ancora più forte nei confronti di chi per anni ha instillato paure irrazionali e ha fatto ritardare i progressi tanto importanti della scienza.
Questo Editing genetico risolleva e da nuovo vigore all’ingegneria genetica sotto ogni aspetto, ovviamente rafforza anche la precedente tecnica, che non verrà certo messa da parte. L’ essere così di “base” equivale come ad una contaminazione senza precedenti, ma senza aver avuto bisogno di contaminare distribuendo per il mondo quintali di soia ogm (come è invece avvenuto in Brasile e Argentina da parte di Monsanto).
Non mancano ovviamente rischi medici gravissimi riconosciuti: se le precisissime forbici (che precise al 100% non lo sono affatto) tagliano qua e là il genoma, magari causano malattie ancora più gravi di quella da curare per cui sono state disegnate (non è così improbabile danneggiare il dna trasformando la cellula sana in cellula tumorale) o creano una sorta di effetto domino che sconvolge l’intero organismo, a causa dell’innaturale “taglia e cuci” fatto dalla Crispr. Ma niente di tutto questo sembra creare un reale allarme o una semplice attenzione. Sembra quasi che vi sia una taciuta consapevolezza che dice: tanto tutto questo sta passando, per le conseguenze se ne riparlerà a ultimazione delle StarTapp. Si sono anche levate le voci delle vecchie cariatidi di Asilomar per organizzare convegni internazionali, ma per altri rischi, evidentissimi con la tecnologia dell’Editing: quelli dell’eugenetica. Gli inventori della tecnologia del dna ricombinante riunitisi ad Asilomar oltre quarant’anni fa non sono riusciti a garantire un bel niente al tempo e sicuramente non potranno fare niente oggi. Soprattutto in Germania, dove era ancora fresco l’eco della ricerca nazista sull’eugenetica, una forte critica sociale ha fatto la differenza per impedire lo sviluppo delle tecnologie genetiche, rinforzata da gruppi come le Rote Zora che indicavano quello che per tanti era ormai evidente: la ricerca sulle biotecnologie ricombinanti era la continuazione della ricerca nazista con altri mezzi.
Ed è per questo che i nascenti istituti di ricerca sulla riproduzione artificiale dell’umano sono stati trattati con altri mezzi ancora.
Questi grandi convegni internazionali pieni di nomi altisonanti sembrano pieni di buone intenzioni, ma non ne hanno, il beneficio è per gli stessi promotori e per la causa che vanno a trattare che sembra all’improvviso passare sotto l’osservazione di un’altra scienza, non quella che guarda al transumanesimo, brevetti, miliardi e prossime multinazionali, ma una scienza fatta di saggezza e prudenza che guarda veramente l’uomo e il pianeta con un pensiero globale, quasi critico. Come al tempo si diceva che chi ha ricercato per una vita atomi per la guerra atomica non può venire poi a raccontarci storie di atomi per la pace, lo stesso è per la genetica ricombinante, dove era evidente fin dal suo inizio, considerando che gli esperimenti militari e civili su cavie umane certo non sono mancati e considerando che tecnicamente era possibile ingegnerizzare
esseri viventi in un processo irreversibile e che la direzione sarebbe stata intrapresa. Anche in tempi più recenti si sono viste forti preoccupazioni su altre tecnologie come le nanotecnologie, Bil Joy, un promettente scienziato della Silicon Valley, ha lanciato un allarme molto acceso, ma poi ha creato un nuovo lavoro sullo sviluppo di una nanotecnologia non a rischio di replicazione. Lo scienziato è il primo sguardo sulla possibilità del disastro, ma non è in grado di farvi fronte o meglio non ne ha la volontà perchè dovrebbe distruggere il suo mondo, la sua fama, i suoi privilegi ed è incapace di uscire dal dualismo “tecnologia buona o cattiva”, di fatto lo scienziato è parte integrante del problema qualsiasi sia la sua scelta.
Nel caso di una buona riuscita dell’Editin genetico i promotori ci tengono a precisare che non ci sarà alcun totalitarismo o imposizione, ma una totale libertà di scelta.
La medicina offre delle opzioni ai portatori di gravi mutazioni, sotto forma di test o terapie geniche, ognuno poi è libero di servirsene o di non farlo. Chiarisce ancora una volta la Meldolesi: “tra l’eugenetica di oggi e quella di ieri c’è tutta la differenza che passa tra la scelta individuale di un paziente o di un genitore e l’imposizione di un regime su una popolazione”.
E allora viene da chiedersi come verrà stabilito che una malattia sarà talmente grave da giustificare un’intervento di Editing genetico. L’opzione della libera scelta appare in tutta la sua ridicolezza, considerando che non esiste più niente dove non vi sia la mediazione di tecnici e specialisti, parlando di medicina questa è semplicemente la regola, almeno che per libera scelta non intendano le opzioni offerte da Google su uno smartphon.
Le istituzioni mediche, di cui ovviamente quelle pubbliche non sono escluse, sotto pressione da un sistema sempre più tecnico, nella convergenza delle scienze non hanno trovato una qualche forma di cooperazione ma linee guida che non hanno contribuito a stilare, ma che si ritrovano a doverle semplicemente confermare e rispettare.
Oggi vengono considerate come malattie quelle che un tempo venivano considerate come semplici condizioni, l’obesità ad esempio, o la predisposizione all’alcolismo. Il catalogo si allarga sempre di più di anno in anno tanto che un domani, che è ormai il nostro presente medicalizzato, potranno essere ritenuti patologici stati che oggi rientrano nello spettro della normale variabilità.
Nel dibattito internazionale intorno all’Editing genetico, uno degli aspetti che ricorre forse con più frequenza, o forse sarebbe meglio dire frenesia, è la velocità con cui il tutto sta avvenendo. La tecnologia genetica ha smesso di codificare il genoma degli esseri viventi (progetto Genoma Umano) che di fatto ancora la legava agli organismi di cui si occupava, mentre adesso nella nuova fase gli organismi vengono editati: non più leggendo ma riscrivendo il loro dna. Dalla lettura alla riscrittura. Non è un caso che l’interesse è diretto alla linea germinale umana senza più neanche aspettare le conseguenze che avranno i primati e gli altri animali che da anni vengono riprodotti in laboratorio con queste tecnologie.La tecnologia Editing funziona e semplicemente verrà fatta. Gli esperimenti condotti in Cina su animali ed embrioni umani impiantabili che facevano tanto inorridire e indignare fino a qualche mese fa e facevano urlare all’eugenismo in Europa e negli Stati Uniti, adesso sono fonte di discussione scientifica, per trovare un accordo, per gestire quello che comunque sia, in un modo o in un altro, Stati, istituzioni di ricerca e multinazionali hanno deciso di mettere in campo. E infatti come era prevedibile anche altri paesi tra cui Stati Uniti e Inghilterra hanno annunciato aperture alle ricerche con Editing genetico verso embrioni umani impiantabili. Quella che stiamo vivendo attualmente è un’accelerazione senza precedenti di quel processo di controllo dei corpi grazie all’ingegneria genetica. Questa grande velocità sorprende la politica, il sociale e la scienza stessa, nessuno vi era preparato; perchè i tempi delle tecno-scienze attuali hanno altre velocità. Si contano per cominciare circa diecimila patologie genetiche, legate alla mutazione di un singolo gene, che potrebbero essere cancellate dalla Crispr. Le forbici Crispr, com’era stato con il cannone genetico degli ogm, promettono di portare alla sconfitta definitiva gravissime patologie genetiche e con la stessa forbice si potranno modificare irrimediabilmente caratteristiche somatiche dell’embrione, secondo le preferenze di Stati, istituzioni mediche, specialisti, genitori. La strada all’eugenetica è spianata, ma non si parli di nazismo, visto che l’eugenetica di oggi dispone di mezzi e risorse tecnologiche inimmaginabili in quegli anni.
Sulla questione è importante ascoltare quello che arriva dal mondo transumanista, protagonista alatere della rivoluzione Crispr. Le manipolazioni genetiche sono in assoluto le tecnologie più promettenti conferma Roberto Manzocco, ricercatore transumanista: “Disponiamo già di procedure collaudate: come il Crispr Cas/9, una tecnica che consente di modificare in modo relativamente poco dispendio so il genoma umano. Alla fine il primo passo verso la trasformazione della nostra specie sarà portato a v a n ti d all’in g e g n e ria g e n e ti c a ; in p a r ti c ola r e si lavorerà molto sul prolungamento della vita, del la forma fisica e della gioventù”. Un tema che appassiona la Silicon Valley, al seguito di Google, che ha avviato la ricerca all’interno del Life Extension Project.
Senza andare a Palo Alto anche in Italia prendono sempre più piede in posti di alto livello spezzoni transumanisti, ecco perchè hanno sempre più successo i corsi della Singolarity University, questo think thank americano ha appena aperto a Roma (dopo la prima sede a Milano): “per aiutare perso ne, governi e aziende a comprendere le tecnologie più innovative. I loro impatti sociali e il loro ruolo nel risolvere i grandi problemi dell’umanità” , i loro proclami non vanno intesi come innocui appelli. Senza avere pretese di parlare di opposizione visto che su questo nuovo scenario non vi è uno straccio di critica e di riflessione che vada oltre i contorni del problema o che si limiti a descriverlo invece di capire effettivamente quello che sta succedendo. Si sente parlare di eugenismo con una leggerezza estrema, la banalizzazione imperante ha preso ormai il sopravvento. Se tutto questo scenario è già così tra noi, così comune, cosa resta da fare? Subire, subire e subire risponde il potere che ormai su questo campo non ha neanche bisogno di essere coercitivo e autoritario o di schierare eserciti. Nessuno impone la PMA eppure passa in nome della libertà, come passano su base volontaria sempre più farmaci, nuovi vaccini, paure di quello che non si conosce, ansie estetiche che portano ad appoggiare programmi di implementazione del corpo. E quando si è pronti a concedere al sistema medico e alla ricerca scientifica la gestione del proprio corpo, della propria salute, della propria quotidianità, la procreazione stessa dei figli sarà veramente difficile riuscire a innestare un granello di critica che non venga considerata folle e chi la esprime non più da mettere in sezioni speciali per prigionieri politici, ma da trattare come un caso sanitario.
I tempi corrono velocissimi, quello che prima veniva considerata una tecnologia anti etica può trasformarsi da un momento all’altro in una tecnologia di riferimento. Tutto questo non perchè nel mentre è cambiata la società con nuove richieste e necessità, ma perchè è cambiato ancora una volta qualcosa nel paradigma tecno-scientifico e la società può solo adattarsi.
Eppure è proprio dentro questo tempo che ci lascia sempre indietro che è importante fermare dei pezzetti e cercare di ricomporci con tempi altri dal processo tecnologico. I tempi della buona volontà sono finiti e il bilancio è stato solo l’elemosina.

Costantino Ragusa

Dal giornale ecologista L’Urlo della Terra, num.6, luglio 2018

 

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La metamorfosi del mondo

Metamorfosi

La metamorfosi è qualcosa di profondamente diverso rispetto a un cambiamento.
In un cambiamento alcune cose mutano ma altre possono rimanere uguali, la metamorfosi invece è una trasformazione totale e radicale che si spinge fino a ciò che costituisce l’essere umano e l’intero vivente. La metamorfosi, quando è completa, arriva ad avere il carattere dell’irreversibilità.
È in atto una profonda metamorfosi dell’essere umano: ciò che stà mutando è il nostro modo di sentire, di vedere, di pensare, di percepire il nostro corpo e i corpi tutti, di relazionarci al mondo e di conseguenza di agire nel mondo e nella realtà attorno a noi. Sentire, vedere, pensare, relazionarsi è quello che porta a un agire.
Vengono minate le basi per un sentire altro, per un immaginare altro e quindi per negare l’esistente e per un agire contro.
Le nuove generazioni non avranno la capacità di comprendere neanche l’idea che possa esistere un modo altro, un mondo altro. Bambine cresciute con un’interfaccia virtuale per una relazione mediata da uno schermo, la protesi del telefono cellulare, i social network: l’essere perennemente interconnesse trasforma il modo di percepire se stesse, gli altri, le relazioni e la stessa realtà. Percependoci come un nodo di un terminale, perfettamente in sintonia con una città sempre più cablata sotto gli occhi di telecamere e di passaggi controllati, diventiamo dei transiti della rete globale. Nella normalità del passare la tessera elettronica ad ogni entrata di una metro un microchip sotto pelle non è così lontano da ciò che gradualmente potrà diventare la normalità.
Il silenzio complice di un’intesa contiene più vicinanza e significato della comunicazione virtuale del cyborg-attivismo da poltrona segno di questi tempi. Ben lontano e al sicuro dalla vita reale, senza sudore e senza il fiato che si spezza.
La metamorfosi si spinge fino ad assumere le caratteristiche di una trasformazione antropologica dell’essere umano: un essere ibrido, senza identità, se non quella costruita sui propri profili, senza punti di riferimento fermi. Il risultato è un individuo frammentato e infinitamente manipolabile, un atomo individualizzato dove non è l’unicità e la diversità del singolo che conta, ma il medesimo trasparente perennemente esposto in vetrina sui social network e diponibile alle esigenze del sistema. Le uniche differenze ammesse sono quelle di fatto conformi al sistema e quelle sfruttabili nel nuovo mercato di consumi personalizzati dove le merci si vanno a confondere con le terapie individuali della medicina predittiva.
Nella fluidità delle merci, perfettamente conforme al modello dominante, la pluralità arcobaleno, la fluidità del genere è in realtà un’omologazione a un unico modello, la x è un neutro maschile.
Anche il pensiero subisce una metamorfosi annichilendosi e degradandosi. Nella società della trasparenza e del livellamento possono esistere solo opinioni. Le opinioni non comportano conseguenze, superficiali, fugaci non lasciano traccia del loro passaggio e quando lasciano tracce, queste non sono abbastanza forti e resistenti per scalfire l’esistente. L’agire e la messa in gioco non sono mosse e rette da opinioni, essendo queste un terreno fragile e franoso.
In questa logica si può disquisire su tutto e il contrario di tutto può essere logicamente argomentato.
Nella metamorfosi il concetto limite si sgretola.

Produzione di realtà
Normalizzazione e Invisibilizzazione

Il processo tecnologico non produce solo strumenti, ma produce la stessa realtà attraverso la percezione che di essa si ha. È un processo che crea e modifica la realtà e nel mentre cambia gli stessi paradigmi di pensiero su come vediamo il mondo e noi stesse.
Non è lo stato con i suoi apparati burocratici e i suoi eserciti a determinare i paradigmi dominanti in un preciso periodo storico-sociale, sono le innovazioni tecnologiche, è lo sviluppo tecno-scientifico che crea e determina i paradigmi. Da sempre sono state le rivoluzioni scientifiche a farlo. Un paradigma è l’insieme di metodi sperimentali, di griglie di interpretazione, di modelli esplicativi, che traccia sia i problemi da analizzare sia le stesse soluzioni. Gli stessi strumenti vengono creati in base all’esperimento, in base a ciò che si vuole trovare e una volta realizzati andranno quindi a determinare lo stesso esperimento. Solo l’idea dell’elettricità come un fluido potè far concepire la realizzazione della bottiglia per imbottigliarlo. Solo un mondo percepito a scala nanotecnologica fa realizzare strumenti in grado di spostare atomi e questi non sono semplici strumenti.
Il cambio di paradigma fa vedere la stessa realtà in modo diverso, ma non è un semplice vedere, è un vedere che crea e modifica quella realtà. Priestley e Lavoisier videro la stessa cosa, ma per il primo all’interno del paradigma dominante già in declino erano corpuscoli, per il secondo a cavallo del nuovo paradigma che si stava affermando era ossigeno. Così come un microscopio a effetto tunnel non è un semplice strumento, ma costruisce un mondo in cui la materia è pensata, misurata e quindi modificata a livello nanotecnologico.
Già il pensare a un corpo come scomponibile rende il corpo stesso disponibile e modificabile. Il percepire i corpi scomponibili è il fondamento delll’ingegneria genetica e delle tecnologie di riproduzione artificiale.
Gli sviluppi tecnologici sono totalizzanti e pervasivi perchè determinano la stessa interpretazione -costruzione della realtà. Questo non vuol dire che non esista una realtà, questa esiste, ma quello che conta è come e cosa diventa poi reale. Cinque anni dopo Chernobyl un esperto del settore dichiarava:

“Il futuro dell’energia nucleare dipende da due fattori: dal suo funzionamento efficace e sicuro, e dalla percezione che sia efficace e sicuro”.

Fu l’evento mediatico dopo Chernobyl e dopo Fukushima a rendere visibile il rischio invisibile del disastro. Ciò che diventa percepito diventa la realtà. Su questo ruotano, quando occorre, sia la produzione della percezione del rischio sia la produzione del non sapere, l’invisibilizzazione del rischio e del disastro. Su questo viene alimentato il costante senso di insicurezza per avere un controllo che penetra in ogni aspetto della vita.
Non è un evento tragico a innescare il lampo fulmineo di una sottospecie di reazione emotiva, tutt’altro ovviamente sia di una reale emozione, nella forza della sua passione, sia di una presa di consapevolezza e del conseguente agire, ma è l’immagine dell’evento veicolata attraverso i media e i social network che filtrano, strumentalizzano, esaltano, banalizzano in base all’occasione. Quell’immagine e la percezione di essa prendono il posto di quello che succede là fuori, fuori dallo schermo, fuori dallo spettacolo e fuori dalle griglie che ingabbiano una reale presa di consapevolezza.
Lo stato e i suoi apparati sono certamente necessari, ma funzionali al processo tecnologico. Un processo che si incarna nei centri di ricerca, nei colossi come Google, IBM, Microsoft, nelle multinazionali agro-alimentari, farmaceutiche e biotecnologiche.
Ciò che prima era impensabile ora viene dato per scontato. La discussione si sposta non su quello che è eticamente lecito, ma solo su quello che è tecnicamente possibile. La tecnologia sposta il limite. Dal respingere con orrore al respingere senza orrore, dalla perplessità fino alla convinta accettazione. Diventa normale ciò che prima non appariva per niente tale. I nuovi sviluppi tecnologici si affermano in un contesto in cui la moralità, la liceità scompaiono davanti agli imperativi tecnici, in cui si riducono alla possibilità. Una pratica diventa considerata accettabile semplicemente perché è realizzabile.
Il golfish, pesce rosso transgenico che brilla al buio, è un esempio inquietante, e bisognerebbe inquietarsi, ma di quell’inquietudine che spinge all’agire, di come le persone si stanno abituando a delle modificazioni genetiche per motivi esclusivamente estetici.
Günther Anders [1] scrive che nulla di più falso è il pensiero per cui vivremo già nell’epoca dell’angoscia. Questa tesi ci è inculcata da chi teme solo che si possa realizzare la vera paura, adeguata al pericolo. Scrive che viviamo invece nell’epoca della minimizzazione e dell’inettitudine all’angoscia in cui non bisogna aver paura della paura, ma avere il coraggio di aver paura e anche quello di far paura. Un’angoscia senza timore e vivificante, che non ci paralizza o non ci rinchiude in noi stesse, ma che ci fa agire.
Il processo tecno-scientifico produce il disastro e lo normalizza. La normalizzazione invisibilizza il disastro. Una strategia di invisibilizzazione è spostare il piano dagli effetti sulla salute e sugli ecosistemi al piano dei costi economici e della gestione amministrativa: il problema delle evacuazioni dopo Fukushima divenne un problema di gestione amministrativa, il piano venne spostato sulle conseguenze sociali di un’evacuazione di massa, non sui reali effetti dell’esposizione alla contaminazione.
La normalizzazione produce accettazione, ciò che diventa normale diventerà accettato. Viviamo in una società del rischio dove il rischio globale non significa solo catastrofe globale, ma convivere con la costante previsione della catastrofe. E questa convivenza diventa la normalità.
La considerazione che non riusciranno mai a far fronte a dei limiti biologici non deve rassicurarci, nel tentativo di superare questi limiti nuove chimere transgeniche prenderanno forma e moriranno nei freddi laboratori. Il sistema tecno-scientifico non produce catastrofi solo con le conseguenze del proprio operare, ma la catastrofe è già implicita nella direzione di una ricerca anche se non otterrà i risultati prefissati e anche se non uscirà mai dal laboratorio.
La realtà delle conseguenze della radioattività, delle nanoparticelle, degli organismi geneticamente modificati diventa un insieme di dati. Diventa la misurazione di variabili e le loro interpretazioni. Questo è in mano al sistema tecnico, ma in certe occasioni anche noi siamo chiamati a cogestire la fabbricazione della realtà e la conseguente cogestione del rischio o del disastro. A Fukushima le persone si autoproducevano i contatori geiger per misurare i livelli di radioattività.
Anche lo scopo del potere e gli stessi rapporti di potere subiscono una metamorfosi, se prima si poteva affermare che il guadagno economico era il principale motore, ora è riduttivo pensare che lo scopo sia solo il profitto. Lo scopo è soprattutto il controllo e la gestione. Controllo e gestione di dati, di informazioni e dello stesso rischio. E la produzione, valutazione, definizione, classificazione, monitoraggio, gestione del rischio, è in mano agli esperti e ai tecnici.
Pensiamo alle ricerche sulle cellule staminali che si fondano sulla capacità generativa delle donne da cui i laboratori traggono non solo profitti, ma materiali. Gli ovuli e gli embrioni per la ricerca derivano dalle cliniche di procreazione medicalmente assistita. Il trarre materiale umano nella scissione del processo generativo ha conseguenze che si spingono oltre al mero guadagno economico.
I laboratori di ricerca parlano di gestione di materiale biologico in eccedenza, ma non si tratta di questo, non è semplice materiale in eccedenza. È prodotto apposta per soddisfare le esigenze delle ricerche in un processo di produzione incarnata e in questa espropriazione si gioca il significato di essere umano.
Nella costruzione di una realtà del paradigma tecno-scientifico e nella sua decostruzione a opera del post-modernismo si ottiene lo stesso risultato: l’unico esistente è quello della macchina tecnologica.
Nello stagno post-moderno tutto è relativo, non esiste una realtà e se non esiste una realtà, non esiste nemmeno il sistema di potere contro cui rivoltarsi. E decostruito pure il soggetto non esiste neanche più un soggetto politico in grado di disgregare, ma realmente, l’ordine esistente.

Degradazione

La degradazione colpisce non solo la Terra, ma anche il pensiero e anche quello che si presuppone dovrebbe essere un pensiero radicale.
La degradazione arriva fin dentro gli stessi contesti che si pensa siano immuni e liberi da condizionamenti e dalle stesse logiche che si dovrebbero contrastare. Modalità che inizialmente sarebbero dovute servire per mettere in discussione la prevaricazione e per mettere in luce la questione del consenso, sottendono un’incapacità nel relazionarsi e arrivano ad essere spinte fino a degenerare e a minare gli stessi presupposti di un rapporto e della stessa responsabilità. Un incontro tra due persone è fatto di sguardi, intese e anche malintesi, insicurezze, incognite, imprevisti. Questo è quello che rende autentico un incontro con l’altro.
Un cartellino con scritto se sono impegnata o no, un foglio da leggere prima di entrare in un posto con i diktat su quello che è ammesso e non ammesso fare, non sono modalità liberatorie, ma sono degenerazioni di un qualsiasi autentico incontro. Le infinite possibilità non si possono prevedere, scansionare e ridurre a un elenco. Esporre, rendere trasparenti tutte le possibilità ammesse e non ammesse è perfettamente conforme alla società della trasparenza, dove tutto è esposto e trasparente, è perfettamente conforme con la società cibernetica dove tutto è prevedibile e calcolabile.
Delegando la compresione a un cartellino, delegando la responsabilità agli elenchi si polverizza la capacità di comprenderci e di comprendere l’altro. Così si va a modificare nel profondo noi stesse, metamorfosi perfettamente in linea con l’umano incapace di relazionarsi della società tecnologica.

“L’amore senza una lacuna nella visione è pornografia. E senza lacune nella conoscenza, il pensiero si riduce a calcolo.” [2]

Viviamo in tempi in cui alcune aree del femminismo, del movimento LGBTQIA, queer spacciano pratiche e logiche di mercificazione per libertà e autodeterminazione. Prostituzione, utero in affitto e come ultima tendenza gli ormoni alle bambine e bambini. Perfettamente in sintonia con il neoliberismo si diventa imprenditrici di noi stesse offrendoci come merce. L’”auto-sfruttamento” è più efficacie dello sfruttamento da parte di un terzo o del sistema perchè è mascherato dalla retorica della libera scelta e della libertà. Come se la schiavitù diventasse accettabile se fosse scelta liberamente. L’auto-sfruttamento porta alienazione da sè stesse e dal proprio corpo, l’autorealizzazione è in realtà autoannullamento.
Questo è un dispositivo di potere della società del controllo e della cogestione, dove noi stesse siamo chiamate a cogestire gli stessi disastri con una partecipazione attiva, diventando attive non percepiamo più che in realtà siamo ancora nella morsa del sistema e non ci rendiamo conto che stiamo solo oliando i suoi ingranaggi.

Post gender – Post human

Dal transumanista James Hughes: Verso un futuro post genere
Il post-genderism è una interpretazione radicale della critica femminista al patriarcato e al genere, e la critica genderqueer del fatto che il genere binario costringe il potenziale dell’individuo e le nostre capacità a comprendere e comunicare con le altre persone. Il post genere trascende l’essenzialismo e il costruzionismo sociale assertendo che la libertà dal genere ha bisogno sia della riforma sociale sia delle biotecnologie. Nonostante un benessere nella variazione antropologica e storica dei ruoli di genere, inclusa l’esistenza del 3^ ruolo di genere (neutro), non c’è traccia di una società libera dal genere. Oggigiorno i nostri sforzi nella creazione di società di generi neutrali hanno anche raggiunto il limite del genere biologico.
Oggi tuttavia, biotecnologie, neuroscienze e tecnologie di informazione rendono possibile il completamento del progetto di liberazione di noi stessi dal patriarcato e dal genere binario. Le tecnologie postgenere porranno fine alla propria identificazione sessuale e biologica statica, permettendo agli individui di decidere per sé stessi quali tratti di genere biologico e psicologico desiderano tenere o eliminare.
(Postgenderism: beyond the gender binary
George Dvorsky and James Hughes, PhD Institute for Ethics and Emerging Technologies, March 2008)

Dovrebbe destarci sospetto quando alcune rivendicazioni vengono riassorbite dal sistema, in questo caso ci troviamo davanti a una perfetta sovrapposizione e sintonia tra le rinvedicazioni post gender e post human, tra le rivendicazioni del queer e del transumanesimo. Il punto di incontro è l’apoteosi della tecnologia vista come mezzo per liberarci dai limiti del corpo, per superare il corpo, per cancellare il corpo, per modificare il corpo. Il corpo è percepito come la catena della biologia, come un mero involucro di cui possiamo liberarci, che possiamo migliorare e modificare grazie alle tecnologie. Il punto di incontro è il voler cancellare ogni limite. Il punto di incontro non può che essere il cyborg.
Il queer si presenta come un pensiero rivoluzionario, ma i suoi fondamenti corrono insieme alle tecno-scienze, corrono insieme al transumanesimo.
Se non esiste un limite tutto è possibile e le potenzialità di questo affascinano i tecno-scienziati, i transumanisti e il movimento queer.
Ecco il mondo post gender e post human che è già presente: nei manuali medici invece che vagina c’è scritto “front-hole”, buco di fronte e invece che taglio cesareo c’è scritto “window-birth”, finestra di nascita. Inoltre la raccomandazione della British Medical Association per i medici è di evitare l’espressione “mamme in attesa” o “donna che partorisce” per dire “una persona che partorisce” e invece di “allattamento al seno” dire “allattamento al petto” in quanto potrebbero offendere e discriminare le persone transessuali.
Non sono semplici tendenze linguistiche. È una precisa scelta che vuole cancellare la dimensione della procreazione e la dimensione della sessualità del corpo femminile. Nel caso di un transessuale che porta avanti una gravidanza dopo l’interruzione degli ormoni, non dimentichiamo che è la sua parte femminile che è rimasta incinta e che è in grado di portare avanti la gravidanza. Un uomo non può rimanere “incinto” ed è una differenza sostanziale, materiale, corporea. Nessun essenzialismo, semmai materialismo, la materia della carne.
Da un lato abbiamo il sistema che ha bisogno di corpi materiali e dall’altra parte dispositivi di potere e di risignificazione che cancellano quegli stessi corpi. Significativo che la tendenza del sistema è la stessa tendenza delle derive decostruzioniste e queer.
In Italia è stata recentemente autorizzata la somministrazione, rientrando nei trattamenti previsti nei livelli di assitenza di base, del farmaco a base di triptorelina per bloccare l’attività ormonale ai minori. Una medicalizzazione, una sperimentazione su bambine e bambini portata avanti come rivendicazione di libertà dal movimento transgender, queer e da alcune aree del femminismo. Per la libera scelta della bambina, si sente dire, ma bloccando la pubertà non si favorisce la scelta della bambina, siamo noi che attuiamo una scelta e ben precisa.
Non c’è il rischio che tale approccio vada a riconfermare e rafforzare gli stessi stereotipi di genere che si dovrebbero abbattere? Una bambina che non rientra nelle caratteristiche e nei comportamenti socialmente accettati che dovrebbe avere il suo genere, quindi che non è ciò che il nostro immaginario ci richiama alla femminilità, ma che gioca con giochi che non rientrano in quelli etichettati come da bambine, o che mostra un interesse verso altre bambine, viene vista come un maschio e non come una bambina che non rientra nello stereotipo.
Sono un sentimento, un comportamento, una tensione ad essere intrappolati. Questi vanno liberati, non attuando una medicalizzazione sulle bambine, ma scardinando la società che etichetta come “non nella norma”, in relazione a quel genere costruito socialmente, tale sentimento, comportamento, tensione. Non dovremmo cancellare i corpi per liberarci dai generi, ma dovremmo liberare i corpi dai generi.
Neil Harbisson, ospite alla conferenza dell’Università della Singolarità lo scorso Settembre a Rho, è un artistoide diventato famoso per essersi fatto impiantare un’antenna nel cranio. Affetto da una rara malattia che non gli permette di vedere i colori, grazie all’antenna può “sentirli” attraverso delle vibrazioni. Vanta di essere il primo cyborg e ha fondato la Cyborg Foundation per aiutare gli umani a diventare cyborg. La definizione di umano gli sta stretta e, sentendosi vicino alle altre specie, si definisce trans-specie collegandosi al movimento trans-gender.
Non vedremo spuntare antenne sul cranio degli/delle antispecisti/e, ma in tempi hi-tech dove già occhiali virtuali vengono usati da alcune associazioni animaliste per farci sentire le sofferenze degli animali negli allevamenti, non c’è da stupirci se una protesi tecnologica sarà considerata come un tramite per sentirci vicino e per relazionarci con gli altri animali e il mondo naturale.
Tutto questo è parte di quel processo di metamorfosi della percezione del corpo e di modificazione dei corpi tutti: corpi post-organici, implementati, artificializzati, geneticamente modificati.
Nel blog di Martine Rothblatt, Da transgender a transumano, si legge:

“Garantire l’uso etico delle biotecnologie sarà una preoccupazione tanto grande per i transumanisti quanto per i difensori della libertà di genere”.

Ed ecco che le biotecnologie diventano etiche…

1.   Günther Anders, Dell’incompatibilità tra nucleare e violenza, S-edizioni
2.  Byung-Chul Han, La società della trasparenza, pag. 15, ed. Nottetempo

Silvia Guerini

Dal giornale ecologista L’Urlo della Terra, num.6, luglio 2018

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Ecologismo e Transumanismo connessioni contro natura

Ecologisti, vegani e simpatizzanti di sinistra proliferano all’interno del movimento transumanista. Dopo Le Monde , Le Nouvel Obs e Politis , nel 2016 Primevère, la più grande fiera ecologista francese, ha invitato uno dei suoi rappresentanti ad esprimersi: Didier Coeurnelle, vice-presidente dell’Associazione francese transumanista ed eletto nei Verdi in Belgio. Avrebbe saputo sedurre i visitatori di Primevère con una «vita in buona salute molto più lunga, solidale, pacifica, felice e rispettosa dell’ambiente, non malgrado, ma grazie alle applicazioni della scienza.»1 Sono state necessarie le proteste degli oppositori alle necro-tecnologie affinché la fiera annullasse il suo invito.2 I transumanisti non lottano contro le nocività. Tecnofili e “resilienti”, si affidano all’ingegneria genetica, alla chimica ed alle nanotecnologie per adattare la natura umana e animale ad un ambiente devastato.

Serve uno Stato mondiale inter-specie per lottare contro le dominazioni tra umani e animali? O addirittura tra animali, con i predatori diventati erbivori dopo modificazione genetica? Anche se le loro idee possono far ridere, i transumanisti non sono delle stordite vittime di una indigestione di scadente fantascienza. Sono ecologisti e vegan (ossia chi rifiuta di consumare i prodotti di origine animale), certo! A volte anche buddisti. Ma anche filosofi, genetisti, informatici, sociologi o start-uppers retribuiti da Harvard, Oxford, dalla London School of Economics o Google. La maggior parte di loro vuole il bene del pianeta e dei suoi abitanti, vuole lottare contro le oppressioni, aumentando la nostra speranza di vita fino «alla morte della morte». I due portavoce del movimento transumanista francofono rivendicano il loro militantismo “ecologista”. Marc Roux ha fatto parte di Alternative rouge et verte . Didier Coeurnelle è eletto con i Verdi nel comune di Molenbeek. David Pearce, il co-fondatore di « Humanity+ », la principale associazione transumanista americana, è un militante antispecista e vegano. L’australiano Peter Singer, filosofo ed autore del libro di riferimento degli antispecisti La liberazione animale (1975), è lui stesso transumanista ed ex candidato Verde in Australia. Per quanto riguarda l’attuale direttore di « Humanity+ », James Hughes, come buddista, non farebbe male ad una mosca. Lontani dall’immagine ripugnante di libertariani insensibili alle disgrazie che li circondano, i transumanisti sono spesso dei progressisti di sinistra, ecologisti e femministe, che seguono la buona coscienza che regna nella Silicon Valley dal movimento hippy degli anni 60. In Francia, nell’avanguardia dei partigiani della riproduzione artificiale dell’umano (PMA-GPA) figurano i membri di Europe-écologie les Verts .
Secondo Marc Roux e Didier Coeurnelle, autori di Technoprog 3, i transumanisti sarebbero in maggioranza di sinistra, affezionati ad un sistema sociale e ad una medicina ridistribuitiva, contro l’idea di un’umanità a due velocità dopo selezione genetica.
Si dà il caso che abbiano anche punti in comune con gli “obiettori di crescita”4. Molto bene! Lasciamo da parte gli ultras, libertariani o tecnogaianisti, e interessiamoci a questi transumanisti socio-democratici e sedicenti ecologisti: coloro che introducono il lupo transumanista nell’ovile verde.

Benevolenza aumentata
Alle origini dei movimenti contestatari ed ecologisti americani, che un tempo venivano chiamati la New left , si ritrova l’opposizione alla guerra e all’arruolamento forzato. Gli anni passano: il post-modernismo fa il suo lavoro di depoliticizzazione e questa “non-violenza” si trasferisce sui rapporti interpersonali (si dice: le “micro aggressioni”) per partorire dei “ safe spaces ” che i lettori di Inrocks conoscono a memoria. I transumanisti, che sono tanto della loro epoca quanto un centro LGBT di provincia, vogliono anche loro un pianeta più safe, senza micro aggressioni.
Se i codici di buona condotta non bastano, suggeriscono il moral enhancement (il miglioramento morale) dell’umanità e degli animali (“non umani”, precisano i post-moderni), ossia «il miglioramento della compassione, della solidarietà e dell’empatia» attraverso mezzi genetici o medici. Come, ad esempio, l’assunzione di ossitocina che favorirebbe i comportamenti solidali. «Diminuire le sofferenze, aumentare i piaceri, questo fa parte di ciò che desideriamo intensamente per noi stessi e, forse ancora di più, per gli altri», proclamano gli autori “di sinistra” di Technoprog . Come parlar male di predicatori così sdolcinati. Due filosofi del M o r al e n h a n c e m e n t pubblicati dall’Oxford University Press assicurano che «La nostra conoscenza della biologia umana – in particolare, della genetica e della neurobiologia – inizia a permetterci d’influire direttamente sulle basi biologiche o fisiologiche della motivazione umana, sia con medicine o tramite selezione genetica, sia utilizzando dispositivi esterni che influenzano il cervello o il processo di apprendimento.»5
Lontano dalle elucubrazioni, questi progetti divengono ogni giorno più realisti – in particolare grazie ai progressi della modifica genomica del tipo CRISPR-CAS 9. Alcuni immaginano un’umanità e un’animalità geneticamente benevole e felici. Il neurobiologo Pierre-Marie Lledo, direttore del dipartimento di Neurologia dell’Istituto Pasteur vanta l’optogenetica per «formare e cancellare i ricordi» e creare così degli umani «che non hanno più paura della paura, o che conserverebbero un ricordo positivo di eventi molto negativi».6 Possiamo immaginare le applicazioni per prevenire i suicidi da Foxconn e i traumi dei soldati.
Da poco tempo abbiamo visto nascere in Francia, con il patrocinio dell’UFR di Filosofia della Sorbonne e l’approvazione dei transumanisti, il movimento “Altruismo efficace”- traduzione dell’ effective al truism di Peter Singer promosso da filantropi come Peter Thiel, fondatore di PayPal, Jaan Tallinn di Skype o, ancora, Duston Moskowitz di Facebook. Il loro desiderio: una più grande efficienza delle opere di carità sulla base del rapporto «euro dato/quantità di ‘’bene’’ raggiunto». Il ramo “Charity Science” di questo movimento calcolerà, grazie agli strumenti del Big data , la felicità provata. Un vegano come David Pearce, fondatore di « Humani ty+ », promuove il Paradise Engineering , ossia l’ingegneria genetica e le nanotecnologie al profitto della felicità e dell’empatia verso gli umani e gli animali. Da cui il loro entusiasmo per il wireheading , la stimolazione attraverso elettrodi delle zone del cervello assegnate al piacere. Amici depressi, impazzirete!
Oltre alla filantropia tipica del capitalismo anglosassone, emerge una specie di buddismo aumentato, una piena coscienza e un risveglio spirituale assicurati dalla farmacia, dall’ingegneria genetica e dalle tecnologie della comunicazione. Il più famoso dei buddisti francesi, Matthieu Ricard, lui stesso dottore in genetica cellulare, si mostra accanto a transumanisti come Peter Singer e agli “Altruisti efficaci”. È membro, allo stesso titolo del Dalai Lama, del Mind and Life Institute , un club di buddisti e di scientifici per i quali l’accesso alla piena coscienza con neuro stimolazione rappresenta una grande speranza (la neuro-teologia). Il Dalai Lama ha dato la sua “benedizione” al progetto “Avatar” del transumanista miliardario russo Itskov il cui fine è quello di raggiungere l’immortalità entro il 2045.7 Se la società va male, sarebbe quindi per mancanza di empatia. Ecco tutto. Da parte nostra? Da parte dei nostri dirigenti? Ritroviamo qui le ossessioni “safe” dei post-moderni che espellono ogni spiegazione politica a profitto dello sciroppo psicologizzante versato nelle cerchie di benevolenza non-miste. Ma è un modo di ingannarsi sulla natura di un sistema, che lo si chiami tecnico, burocratico o capitalista, quello di ignorare il ruolo degli interessi oggettivi , quelli delle classi possidenti, degli eletti e dei tecnici dell’amministrazione.
La loro macchina burocratica funziona . Non si tratta dell’opera di esseri sensibili che bisognerebbe moralizzare, ma di attori razionali che dobbiamo rovesciare.

Un antispecismo molto artificiale
«La natura, non esiste», ci ripete l’importatore francese delle tesi antispeciste Yves Bonnardel.8 Pertanto, perché commuoversi per il fatto che una bistecca in vitro possa rappresentare il futuro della nostra alimentazione? Conoscete la bistecca allevata nel 2013 in laboratorio a partire da cellule staminali di bovino? Questa bistecca da 250 000 dollari è stata finanziata dal boss di Google, Serguey Brin, preoccupato per la sofferenza animale. Bisognerà abituarvi all’idea, perché gli antispecisti e gli ecolo-transumanisti preparano la vostra pappa quotidiana, garantita senza dominio umano. Alcuni negozi bio propongono già dei sostituti di pasto completo sotto forma di polvere da diluire, garantiti bio, vegan e senza OGM. Si ispirano al primo sostituto proteinico vegan chiamato Soylent , in riferimento al film Soylent green nel quale l’umanità superflua ingerisce delle tavolette di umani per mancanza di cibo. L’ideatore di questo sostituto è un informatico. Rob Rhinehart sostiene di nutrirsene all’ 80 %. «Risultato: non è andato in un negozio di alimentari da anni. Non possiede più né frigo né piatti. Ha trasformato la sua cucina in biblioteca.»9 La composizione chimica-informatica del suo prodotto è open source . Ciò fa di lui un transumanista di sinistra, contro la proprietà privata, lo sfruttamento animale e la mal nutrizione nel terzo mondo. Un altro transumanismo è possibile, vi si dice.
Perché quest’attenzione verso la carne? Un kilo di carne bovina richiede 10 kg di nutrimento vegetale. Gli allevamenti consumano già il 30 % dei terreni coltivabili e sono responsabili del 15 % dei gas ad effetto serra. Nel 2050 saremo 9 miliardi di onnivori umani e il nostro consumo di proteine sarà raddoppiato. Una vera s fi da per ingegneri, informatici, biologi e busi ness angels della Silicon Valley. Anche Bill Gates se ne commuove e, dal 2013, investe nella carne senza carne. In materia, se si può dire, le maionesi e i cookies vegan della Hampton Creek’s, con sede a San Francisco, hanno successo. Il segreto della loro maionese senza uova al gusto di maionese? Un’intelligenza artificiale supervisionata da biochimici e dall’ex data scien tist di Google, Dan Zigmond. Addio Mamie Nova 10, addio alle domeniche pomeriggio passate a fare marmellate e conserve per l’inverno: il pro cess culinario del XXI secolo si ottiene attraverso la modellizzazione informatica di miliardi di possibili assemblaggi di proteine vegetali. Val bene la pena di aumentarsi, di migliorare la propria intelligenza e di vincere la morte se è per mangiare del pastone tecno-vegan per il resto della propria immortalità. Ma è il prezzo da pagare per sopravvivere al disastro ecologico.
«Tutto ciò che ci permette di trovare buone alternative, buone tecniche esenti da crudeltà, durevoli, sane ed economicamente competitive, ci fa fare un passo verso la fine dello sfruttamento animale», affermava Peter Singer, il nostro filosofo vegan e transumanista che faceva la pubblicità di Hampton’s Creek durante l’ultimo incontro nazionale dell’associazione L214 alla Cité des sciences et de l’indu strie . L214, ne avete sentito parlare quest’anno: i loro video dei mattatoi hanno commosso la Francia fino al ministro dell’agricoltura. Invitando Singer, hanno sollevato il paradosso nel quale si trovano gli antispecisti e i mangiatori di proteine tecno-vegetali? Anche se fanno luce, giustamente, contro le condizioni industriali di allevamento e di macellazione, appoggiano la fuga in avanti artificiale dell’agro-industria. Siamo passati, in qualche decennio, dai contadini allevatori che avevano premure per i loro animali, ai consumatori di surrogati proteinici cellofanati, calcolati da computer. Per quanto divaghino gli antispecisti, non c’è da scegliere tra una bistecca in vitro e la macellazione industriale brutale. Sappiamo che gli animali e gli umani sono dotati di sensibilità . Per i transumanisti come per gli antispecisti, eredi della cibernetica, la natura è un conti nuum tra vivente e inerte, tra l’uomo, l’animale e la macchina che renderebbe impossibile ogni distinzione definitiva tra loro. Cosa li unifica? Sarebbero ugualmente sensibili .
Secondo Norbert Wiener, la cibernetica affronta l’ «insieme dei problemi che riguardano la comunicazione, il controllo e la meccanica statistica, sia nella macchina sia nell’essere vivente.» ( Cybernetics, or Control and Communication in the Animal and the Machine , 1948). Gli animali sono delle macchine comunicanti e inversamente. Così è per il gattino secondo Wiener: «Lo chiamo e alza la testa. Gli ho mandato un messaggio che ha ricevuto tramite i suoi organi sensoriali e che traduce con un’azione. Il gattino ha fame e miagola. Allora è lui che manda un messaggio.» Impropria analogia: sensibilità e comunicazione non equivalgono a scambio di dati.
Se per gli antispecisti le specie non esistono in quanto tutti gli animali sono dotati di sensibilità, per i cibernetici «il funzionamento dell’individuo e quello di qualche macchina di trasmissione molto recente, sono precisamente paralleli. In questi due casi, una delle fasi del ciclo di funzionamento è costituita da recettori sensoriali.» Il gioco è fatto: il miagolio del gatto e la parola umana equivalgono al segnale di una macchina elettronica. Per questi ingegneri, animali, umani e macchine formano un tutto ri-programmabile.
Se non c’è differenza di specie tra un topo e un umano, come comprendere la volontà degli Istituti americani di salute11 di finanziare i trapianti di cellule staminali umane su embrioni animali?12 Non si tratterebbe più soltanto di trapiantare degli organi di animali a degli umani così come si fanno le talee, ma di creare delle chimere: ad esempio, un cervello umano in un cranio di topo (ossia il contrario di Peter Singer). Da un punto di vista teorico, sia da antispecista e/o da transumanista, niente lo impedisce, poiché «la natura non esiste», e noi siamo degli animali-macchine ugualmente dotati di «sensibilità». Non siamo però ancora a conoscenza di progetti di topi che cercano di trapiantarsi organi umani…

Aumentarsi o adattarsi alle nocività ecologiche
La Silicon Valley sostiene la candidatura di Hillary Clinton che difende gli interessi dei «techies». Se i transumanisti non sono tutti degli orribili individualisti libertariani, non sono nemmeno dei volgari clima-scettici non curanti degli effetti del nostro modo di vita sul nostro ambiente e sulla nostra salute. È qui che giace la trappola transumanista per gli ecologisti.
Già dal tempo della « World Transhumanist Asso ciation », l’antenata dell’attuale « Humanity+ », la questione ecologica si pone. Vivere 120 o 150 anni, posporre i limiti della fertilità femminile attraverso tecniche di procreazione assistita, non farà esplodere la popolazione mondiale, spremere gli ecosistemi, accelerare il cambiamento climatico, provocare carestie? I transumanisti statunitensi se ne preoccupano e, già dagli anni 2000, mobilitano il saggista e romanziere cyberpunk Bruce Sterling. Nel gennaio del 2000, Sterling consegna un manifesto per una nuova politica ecologista «Verde-Smeraldo». «Sterling difende più controlli dei capitali transnazionali, la ridistribuzione dei budgets militari per una politica di pace, lo sviluppo di industrie sostenibili, l’aumento del tempo libero, la garanzia di uno stipendio socializzato, l’estensione di un sistema di sanità pubblico e la promozione dell’uguaglianza di genere».13 La sinistra non può fare di meglio. Anti-luddisti col pretesto che la semplicità non sarebbe abbastanza attraente, le sue proposte per soppiantare le vecchie ed inquinanti industrie del XX secolo sono: «dei prodotti intensamente glamour e ecologicamente razionali; degli oggetti interamente nuovi fabbricati con nuovi materiali; la sostituzione della materialità con l’informazione; la creazione di una nuova relazione tra la cibernetica e la materia.»14 Un manifesto di cui i transumanisti non avranno difficoltà ad appropriarsene. Per quel che riguarda la sovrappopolazione (la “Bomba P”, diceva Ehrlich nel 1968), i transumanisti ripetono «che con l’estensione della durata di vita, ci sentiremo molto più responsabili delle conseguenze ecologiche dei nostri comportamenti» ( Humanity +) .15 Detto in altro modo dall’utilitarista Peter Singer: «è preferibile avere poca gente che vive a lungo, poiché chi è nato sa ciò di cui lo priva la morte, allorché chi non esiste non sa ciò che perde.»16 Logico, no? Da parte dei “tecno progressisti” francesi, si argomenta che «là dove i cittadini vivono più a lungo, hanno meno figli».
E quindi il progresso tecnico accelererà la transizione demografica. Sono soltanto ipotesi che siamo intimati di validare. Ma se dovessimo verificare l’azzardata correlazione tra speranza di vita e responsabilità ecologica, il XX secolo la smentirebbe; l’aumento della durata di vita sembra correlata con, tra gli altri esempi: l’aumento dei conflitti (di cui alcuni genocidari), le catastrofi ecologiche o la creazione di bombe apocalittiche. Per combattere il riscaldamento climatico, un certo Matthew Liao, professore di filosofia della New York University, accompagnato da Anders Sandberg e Rebecca Roach di Oxford (quindi, non dei gestori di un oscuro blog), hanno solide proposte transumaniste. La più semplice sarebbe quella farmaceutica: come l’assunzione di pillole che ci disgusterebbero dalla carne o aumenterebbero la nostra empatia. Potremmo anche, sempre grazie alla selezione e all’edizione genomica del tipo CRISPR, aumentare le nostre pupille con geni di felini per vedere la notte (e ridurre così le nostre installazioni luminose divoratrici di energia), ed abbassare il peso e l’altezza dell’umanità: «Se riducete di 15 cm l’altezza media degli americani, ridurrete la massa corporea del 21% per gli uomini e del 25% per le donne».17Minor massa corporea significa meno bisogni energetici e nutritivi. Si fabbricano infatti maiali nani da destinare ai laboratori farmaceutici. Perché non averci pensato prima? Perché lo stato dell’ingegneria genetica non ce lo permetteva.
Tutto ciò vi sembra fantascienza? Le Monde del 22 giugno 2016 ci informa che bisogna «prepararsi a vivere lontani della Terra» o, in ogni caso, a sopravvivere su un pianeta invivibile: «L’agenzia spaziale europea ha appena fatto il punto sulle ricerche che riguardano la vita in “ecosistema chiuso artificiale” e le loro applicazioni terrestri.» I nostri astronauti non dicono qualcosa d’altro rispetto a Marc Roux secondo cui «I transumanisti non esitano a contemplare il permesso ad alcuni dei loro congeneri di adattare la loro biologia ad altri pianeti o anche all’ambiente siderale. Non è ragionevole iniziare imparando ad adattarci alle nuove condizioni di vita nella nostra propria casa?»18 Riciclaggio dell’acqua, dell’aria e dei rifiuti. Trasformazione di CO2 in ossigeno grazie ad alghe nutrite con le deiezioni, nitrificazione delle urine fresche per trasformazione in acqua potabile: tutto ciò farebbe passare le polveri Soylent per della gastronomia! Uno dei ricercatori sviluppa già questo tipo di bagno – si dice “Sistema di supporto di vita”- per i paesi poveri incaricati di sperimentare i nostri futuri “chiusi habitat terrestri”. O come la sopravvivenza in ambiente spaziale ci regala un’anticipazione di disgusto della nostra sopravvivenza sulla Terra.
Ma torniamo al paragrafo precedente: «Adattarci alle nuove condizioni di vita nella nostra propria casa», dice il transumanista Marc Roux. Anziché ecologia, o perfino “aumento” delle nostre capacità fisiche e intellettuali, Roux non offre altra prospettiva all’umanità che quella di «respingere continuamente lo spettro della sua fine». È tutto qui! L’ecologia transumanista è infarcita di questa ideologia della “resilienza” – un termine che proviene dalla psicologia, sinonimo di adattamento alla degradazione delle condizioni di esistenza -, che prevale oggi fino all’interno delle Conferenze sul clima. «Nessuna idea è da scartare a priori se può sfociare in un migliore adattamento dei corpi al loro ambiente. […] A breve o medio termine, l’umano mi sembra infinitamente più flessibile e malleabile del pianeta che ci ospita.» Quest’idea, apparentemente nuova, è soltanto una rimasticatura di Norbert Wiener che, già nel 1950, ci confrontava a quest’obbligo: «Abbiamo modificato così radicalmente il nostro ambiente che dobbiamo modificare noi stessi per vivere a scala di questo nuovo ambiente» ( L’uso u m a n o d e gli e s s e ri u m a ni ).19 Si tratta, nella tradizione del darwinismo sociale, di permettere la sopravvivenza del meglio adattato. Crepino i deboli e gli inadatti!
Da cui l’appello alle trasformazioni genetiche. Ecco l’impostura: dietro al volontarismo tecnico, è la sottomissione che domina; la degradazione del nostro ambiente è un fatto ineluttabile, al quale possiamo solo adattarci .
Questo transumanismo ornato da valori ecologici e democratici contesta la vecchia amministrazione del disastro da parte delle «burocrazie verdi».20 Non si vuole un’ecologia della costrizione ma dell’aumento. O piuttosto, per ogni aumento, della messa a livello dell’umanità ad un ambiente propriamente inumano. Sia perché ci surclassa – è la tesi di Ray Kurzweil, pioniere del transumanismo per il quale l’intelligenza artificiale ci obbliga ad aumentare le nostre capacità cognitive- sia perché è ecologicamente invivibile. Probabilmente tutti e due insieme. Ecco tutta la loro ambizione: un insulto ai fondatori dell’ecologia, gli Ellul, Charbonneau, Illich.

Accortezza per coloro che non vogliono adattarsi alle nocività ma sopprimerle Sviluppando un discorso con pretese ecologiste, i transumanisti desiderano certamente disinnescare la critica ed allearsi l’opinione pubblica. Ma l’impostura rimane. Esiste una corrente “ecologista” tecnicista. Il prodigio del Club di Roma, con il suo studio Stop alla crescita ? del 1972, non è forse quello di aver modellizzato il mondo su computer qualche mese prima che la NASA lanciasse il suo primo satellite di osservazione e di monitoring della Terra?21 La fashionista americana del transumanismo, Natasha Vita-More, si regge sulla «seconda ondata cibernetica» degli anni 50-70, che riavvicinò due campi scientifici fino ad allora distinti: la biologia e le scienze cognitive. Sotto i colpi di zoologi e di biologi affascinati dalla cibernetica, la natura fu ridotta ad un «ecosistema», le relazioni tra esseri viventi e il loro ambiente, fino alla loro fisiologia, ridotte a dei «sistemi di comunicazione interconnessi». «Il nostro intero ambiente, e fino all’universo, è un ecosistema indipendente ma unificato; noi, in quanto forme di vita integrate in questo sistema, siamo agenti del nostro proprio sistema fisiologico», ci dice Vita-More. Quando gli «ecologisti» di Lille mettevano i primi mattoni della città «intelligente», non facevano altro che razionalizzare l’ecosistema metropolitano considerato come una macchina comunicante.22
Il progetto transumanista è l’esito della nostra sottomissione all’ expertise tecnicista. È un progetto anti-umanista, qualunque cosa ne dica Luc Ferry in La rivoluzione transumanista .23 Quando il saggista ci assicura che il transumanismo è un «iper umanismo», mente. Quando afferma che non si tratta più «di subire l’evoluzione naturale ma di padroneggiarla e di guidarla noi stessi», evita di definire questo “noi stessi”. Si tratta del popolo? O dei tecnocrati dirigenti, della sua propria casta di ingegneri delle anime e dei corpi? Ma cosa aspettarsi dall’autore del Nuovo ordine ecologico che, nel 1992, assimilava l’ecologia al nazismo ed all’anti-umanismo. Nella favola transumanista, l’umanità è composta non da animali politici, piuttosto da animali-macchine. Questa favola riduce la storia al solo progresso tecnologico. Ecologisti, se volete sopprimere le nocività e non adattarvi ad esse, dovete ristabilire la storia! Non confondete progresso tecnologico e progresso sociale ed umano. Bisogna scegliere: restare degli umani di origine animale o diventare degli inumani del futuro meccanico.

TomJo, Ottobre 2016 www.piecesetmaindouvre.com

Dal giornale ecologista L’Urlo della Terra, num.5, Luglio 2017

1 Programma della fiera Primevère , 2016.
2 «Le salon Primevère invite les transhumanistes», Pièces et main d’oeuvre, 2016.
3 Edizioni FYP, 2016.
4 Marc ROUX, «Transhumanisme et décroissance », 23 gennaio 2015, consultabile al sito www.transhumanistes.com
5 Julian Savulescu e Ingmar Persson, Philosophy Now agosto-settembre 2016. Il loro libro si intitola Un fi t for the Future: The Urgent Need for Moral Enhancement (Inadatto per il futuro: l’urgenza della valorizzazione morale).
6 Le Monde , 6 ottobre 2014. 7 www.atlantico.fr, 31 luglio 2012.
8 Usbek & Rica, luglio 2016.
9 «Silicon Valley gets a taste for food», The Economist , 7 marzo 2015.
10 Mamie Nova : marca commerciale francese di prodotti freschi trasformati, di tipo agro-industriale. (Ndt)
11 Centri di ricerca dipendenti del Ministero della sanità americano.
12 « N.I.H. May Fund Human-Animal Stem Cell Research », The New York Times, 4 agosto 2016.
13 « Ecologists », Humanity +, senza data.
14 www.viridiandesign.org/manifesto.html 15 idem
16 Peter Singer, «Should we live o 1000?»,www. project-syndicate.org, 10 dicembre 2012
17 Référence.
18 Marc Roux, «Transhumanisme et écologie», 11 aprile 2016, www.transhumanistes.com
19 Citato da Sarah Guillet in «La colonisation des sciences sociales par le ‘sujet informationnel’», Rivista L’Inventaire n. 5, edizioni La Lenteur, luglio 2016.
20 Catastrofismo, amministrazione del disastro e sottomissione durevole, René Riesel e Jaime Semprun, Encyclopédie des nuisances, 2008. Nel suo Manifesto, Bruce Sterling: “è poco probabile che la maggior parte di noi tollerino di vivere in uno Stato del Razionamento del CO2. Ciò significherebbe che ogni attività umana sia prima di tutto autorizzata da commissariati all’energia.”
21 Le Monde, 25 luglio 2015.
22 TomJo, L’Enfer vert, L’échappée, 2013.
23 Luc Ferry, La Révolution transhumaniste. Comment la technomédecine et l’ubérisation du monde vont bouleverser nos vies, Plon, 2016

Monsanto-Bayer Matrimonio criminale

“Per estendere i confini dell’impero umano a ogni cosa possibile”
Francis Bacon

Trovare modi tecnologicamente più efficienti per manipolare la natura a scopi utilitaristici è stato il sogno e l’obiettivo principale nell’era moderna, a partire da Francis Bacon, il fondatore della scienza moderna, che raccomanda alle future generazioni di “spremere”, “plasmare” e “formare” la natura al fine di “allargare i confini dell’impero dell’uomo verso la realizzazione di tutte le cose possibili” . Per Bacon l’uomo aveva a disposizione una metodologia che gli avrebbe consentito di avere “il potere di conquista re e di soggiogare” la natura e di “scuoterla fino alle sue fondamenta”. Così è stato fatto, con un’accelerazione distruttiva senza precedenti nell’ultimo secolo, portando nel campo dell’agricoltura ad una perdita della diversità genetica fortemente legata alle pratiche di coltivazione che enfatizzano la monocoltura rispetto ai metodi di coltivazione differenziati.
Le compagnie agricole e chimiche sono continuamente alla ricerca del “prodotto perfetto”, che cresca velocemente, che sia resistente alle malattie e che sia facile da raccogliere e da trasportare.
Soggiogando e scuotendo la natura fino alle sue fondamenta , il codice genetico, le multinazionali dell’agrobiotech hanno lavorato per forzare i contadini a passare dalla coltivazione di diverse specie alle eccellenti potenzialità della monocoltura e l’abbandono dell’enorme numero delle tradizionali varietà a favore dei nuovi ceppi ha pesantemente indebolito la diversità genetica, creando un pericoloso oligopolio che non tiene minimamente conto del pericolo di contaminazione dovuto all’introduzione su vasta scala di colture geneticamente modificate. I colossi della chimica e della farmaceutica stanno unendo le forze, con fusioni e acquisizioni che concentrano in pochi gruppi il controllo pressoché totale del settore, si muovono velocemente per consolidare il loro controllo sulle ultime riserve di germoplasma rimaste al mondo, per controllare la distribuzione dei semi brevettati resistenti ai loro stessi erbicidi e pesticidi, assicurando alle compagnie chimiche un’egemonia virtuale e reale sulla maggior parte dell’agricoltura globale. La restrizione commerciale dei semi del mondo, una volta eredità naturale di tutti gli esseri umani, è avvenuta in meno di un secolo, con rare e isolate voci critiche. “L’introduzione nella biosfera di una seconda
Genesi, artificiale questa volta, significa condividere, nel campo del mercato, alcuni invidiabili successi a breve termine e solo successivamente, cadere nelle mani di una natura imprevedibile e inflessibile” , scriveva nel 1998 Jeremy Rifkin nel suo saggio “Il secolo biotech”. “Mentre le tecnologie genetiche che abbia mo inventato per colonizzare nuovamente la biologia mondiale sono formidabili, la nostra totale mancan za di conoscenza degli intricati funzionamenti della biosfera sui quali stiamo conducendo esperimenti fornisce una costrizione ancora più potente” , prosegue Rifkin evidenziando come le stesse compagnie che hanno contribuito alle più drammatiche devastazioni del pianeta oggi siano intente a trarre profitti dal reinventare la natura per poi controllarla su scala globale, in una “nuova colonizzazione, comunque, priva di bussola”.

I dominatori della Terra: l’acquisizione di Monsanto da parte di BAYER e quell’umano impero senza più confini
Fino a poco tempo fa erano sei le grandi corporation dell’agrobiotech: BASF, Bayer, Dow Chemical, DuPont, Monsanto e Syngenta che, insieme, oggi controllano circa l’80% del mercato mondiale del settore agrochimico, il 65% del mercato mondiale di semi e più del 75% di tutta la ricerca privata nel settore di semi e pesticidi. Oggi però i poli del male si stanno riducendo a tre, quando saranno completate le fusioni in atto: Du Pont-Dow Chemical, Sygenta-ChemChina e Bayer-Monsanto. Ed è proprio l’acquisizione di Monsanto (fondata nel 1901 a St. Louis) da parte di Bayer quella destinata a creare uno scenario decisamente allarmante, che ci riporta alla mente le profetiche parole di Francis Bacon: “Il Fine della nostra Fondazione è la conoscenza delle cause e dei segreti moti delle cose e l’allargamento dei confini dell’Umano Impero, per effettuare tutte le cose possibili”. Il nuovo colosso controllerà quasi il 30% del mercato mondiale delle sementi ed il 24% dei pesticidi.
Lo slogan usato da Monsanto per presentarsi al mondo è: “Insieme nutriamo il mondo e proteggiamo il pianeta” . Con un maquillage paradossale il colosso dell’agrochimica riesce a cancellare oltre un secolo di crimini ambientali e contro l’umanità come la produzione dell’agente arancio (che ha creato una delle più grandi epidemie umane colpose della storia moderna), la saccarina, il PCB (poli-cloro-bifenili), gli erbicidi alla diossina, gli ormoni della crescita bovina, il diserbante RoundUp (a base di glifosato, sostanza cancerogena e al centro di dibattiti importanti per il rinnovo della commercializzazione in Europa) e gli OGM.
Le promesse degli OGM, scandite dagli slogan della Monsanto, non corrispondono alla realtà, in parte perché le spese a carico degli agricoltori sono più che triplicate, con evidenti ricadute sui prezzi alimentari in tutto il mondo, e in parte perché l’aggressione chimica sta aumentando le piante che presentano resistenza al glifosato, spingendo le aziende ad immettere nel mercato molecole sempre più devastanti per l’ambiente e per ogni forma di vita, basti pensare al nuovo composto ottenuto aggiungendo al glifosato il 2,4D, un componente del famigerato agente arancio usato come defoliante in Vietnam tra il 1961 ed il 1971. Quasi cinque milioni di persone sono state esposte a queste irrorazioni che furono solo l’inizio di una lunga scia di morte che arriva fino ad oggi.
E se nella storia di Monsanto abbiamo evidenziato il ruolo fondamentale nella produzione dell’agente arancio, in quella della tedesca Bayer è bene ricordare che si tratta di una società con stretti rapporti con i nazisti durante la seconda guerra mondiale. Facciamo un salto indietro nel tempo per ripercorrere il curriculum dei crimini – per lo più impuniti – commessi dalla Bayer.

Bayer e la strage dell’eroina.
Fondata in Germania nel 1863, nel 1899 la Bayer inizia a commercializzare l’eroina, sostenendo che curasse il dolore a dosi inferiori rispetto alla morfina e senza indurre dipendenza. Per decenni fu un analgesico di grande successo, superando l’oppio e la morfina. Venduta nei negozi e per posta, un paio di dosi e una siringa per un dollaro e cinquanta, ma l’eroina era molto più letale, un killer. Nel 1913 supera la morfina come sostanza più diffusa che causava tossicodipendenza.
Nel 1925 in Europa iniziarono i veri preparativi aziendali per la seconda guerra mondiale: Bayer, Basf, Hoechst ed altre società si unirono per formare il cartello della IG Farben ed il loro obiettivo era l’acquisizione di mercati globali emergenti. A Norimberga i vertici della IG Farben furono processati per crimini contro l’umanità, una storia occultata per oltre sessant’anni che rischia di ripetersi. I documenti del processo dimostrano che la IG Farben aveva investito oltre 80 milioni di Reichsmark nelle organizzazioni naziste, l’equivalente di 800 milioni di euro, una cifra enorme a quell’epoca. Nelle conclusioni del processo non ci sono dubbi: senza questa somma di denaro i nazisti non sarebbero stati in grado di ottenere il controllo ed il potere che hanno raggiunto. La IG Farben detenne il monopolio quasi totale sulla produzione chimica durante il periodo della Germania nazista e fu il cuore finanziario del regime di Hitler. Durante l’olocausto fu il principale fornitore al governo tedesco dello Zyklon B, la sostanza mortale utilizzata nelle camere a gas dei lager. Fu inoltre la società che richiese più deportati come cavie per esperimenti e test di medicinali di vario genere, per mezzo dei quali furono inventati il gas nervino, il metadone ed altre sostanze per lo più ad opera della Bayer. Fu la IG Farben a costruire ad Auschwitz nel 1941 la più grande industria chimica dell’epoca, utilizzando in regime di schiavitù la manodopera del vicino campo di concentramento.

Criminali seriali e intoccabili.
Al processo di Norimberga su 24 consiglieri indiziati, solo 13 vennero condannati alla prigione con pene variabili dai 6 mesi agli 8 anni, colpevoli di genocidio, schiavitù ed altri gravi crimini. Ma solo un anno dopo la condanna, nel 1952, tutti i responsabili furono liberati grazie alla mediazione dell’ex ministro delle finanze e negli anni successivi tornarono attivi nell’economia tedesca. L’esempio più significativo è quello di Fitz Ter Meer, uno dei dirigenti della IG Farben, condannato per schiavitù e omicidi di massa, gravi crimini contro l’umanità: liberato dopo aver scontato 2 anni di carcere (su 7 previsti dalla sentenza) fu nominato da Bayer presidente del consiglio di sorveglianza, incarico che ha continuato a svolgere per 8 anni.

Negli anni ottanta la Bayer è responsabile della messa in commercio di farmaci emoderivati infetti, che contagiarono principalmente i politrasfusi (emofilici e talassemici). Dopo che la vendita fu bloccata negli Stati Uniti, lo stesso farmaco fu dirottato in tutto il mondo, anche in Italia. Migliaia di persone in Italia furono infettate con il virus di HIV ed epatite C tramite la trasfusione di sangue ed emoderivati infetti e non controllati tra il 1970 e il 1987. Un calvario giudiziario che da trent’anni incespica tra faldoni abbandonati, errori di notifica, richieste di proscioglimento, problemi di rogatorie e quanto di meglio può esprimere il sistema giudiziario a tutela dei soliti intoccabili. In quegli anni, come evidenziato dai carteggi delle case farmaceutiche coinvolte nello scandalo (Baxter, Bayer, Aventis Behring, Alpha), il plasma proveniva da donatori mercenari a rischio: tossicodipendenti, carcerati, paesi del terzo mondo. I rischi erano noti ma non furono diffusi. In Italia il sangue locale non era sufficiente, ed il 90% di plasma ed emoderivati era statunitense. L’inchiesta iniziata a Trento finisce a Napoli, dove il reato di epidemia colposa viene archiviato perché caduto in prescrizione. Non esiste un database di chi ha ottenuto il nesso causale tra infezione e malattia, le vittime si stima siano 100.000 e che gran parte di queste non possano accedere a rimborsi per decorrenza dei termini.
Nel 2002 la Bayer ha acquisito la Aventis Crop Science, formando la Bayer Crop Science, una delle società attualmente più innovative del settore agrochimico e impegnata nel campo dell’ingegneria genetica del cibo. Nel maggio 2016, Bayer e l’irlandese ERS Genomics, hanno firmato un accordo che consente a Bayer di accedere ai brevetti di editing del genoma CRISPR-Cas9 di ERS. L’accordo ha concesso a Bayer diritti per applicazioni di ricerca definite di questa tecnologia in settori strategici selezionati. Nel dicembre 2016, Bayer e Versant Ventures hanno istituito la società BlueRock Therapeutics, che sarà attiva nel settore della medicina rigenerativa. L’azienda intende sviluppare terapie altamente efficaci basate sulle cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC) per curare varie malattie cardiovascolari, disturbi neurologici e malattie del sistema nervoso centrale.

Il disastro di Seveso e le menzogne di Monsanto
10 luglio 1976, ore 12:37: una nube di diossina fuoriesce dal reparto B dello stabilimento ICMESA, di Meda. “…voi, che vivete tranquilli nella vostra coscienza di uomini giusti, che sfruttate la vita per i vostri sporchi giochetti allora, allora am mazzateci tutti!” Antonello Venditti, Canzone per Seveso A 41 anni di distanza da uno dei peggiori disastri ambientali della storia, ricordiamo che la ricerca di Zack & Gaffey del 1983 (una di quelle che non correlava l’esposizione ai tumori) era basata su dati epidemiologici forniti direttamente dalla multinazionale chimica Monsanto, ovviamente i risultati erano stati manipolati ad arte.

Con l’acquisizione di Monsanto da parte di Bayer, definita dagli analisti del settore come “il matrimonio del peggio del peggio con il peggio del peggio” è evidente che il nuovo polo del male rappresenti un ulteriore passo avanti nel controllo delle risorse alimentari e della salute dell’umanità e del pianeta. Una minaccia di fronte alla quale siamo tutti chiamati ad agire perché è palesemente prevedibile che chi trae profitto contemporaneamente dal vendere farmaci e pesticidi eserciterà sempre maggiori azioni lobbistiche volte a favorire un pericoloso, mortifero ed incontrastato controllo e dominio di ogni forma di vita. Chi sono i veri ecoterroristi?

Incendiato centro ricerca MONSANTO
Un attacco incendiario ha causato danni ingenti alla sede della multinazionale Monsanto di Olmeneta (Cremona), dove lavorano 11 persone. Nella notte di sabato 15 Aprile sono state lanciate contro il magazzino e il laboratorio di ricerca quattro bottiglie molotov che hanno provocato un incendio, domato solo dopo parecchie ore da squadre dei vigili del fuoco giunte da Cremona. Incendio che sarebbe stato ancora più grave se due delle molotov non fossero rimaste inesplose. Su un muro esterno dei laboratori è stata lasciata la scritta: “Bayer Monsanto matrimonio criminale – No Ogm”. I responsabili dell’azienda stimano che il danno ammonti a diverse centinaia di migliaia di euro: nel rogo sono state distrutte le attrezzature per la ricerca e le fiamme hanno colpito anche la cosìddetta
“camera del freddo”, dove sono stoccati semi sperimentali. La scritta si riferisce all’acquisizione della Monsanto da parte della Bayer nel 2016. Nell’Aprile del 2001, i magazzini di Lodi dove erano stoccati semi di soia e mais vennero distrutti da un incendio doloso. Anche in quel caso era stata trovata una scritta sui muri dello stabilimento: “Monsanto assassina – No ogm”. Lo stabilimento della Syngenta Seeds spa a Casalmorano (Cremona) nell’Aprile 2004 subì un attacco rivendicato da una scritta anti-ogm sul lato nord del fabbricato. La multinazionale era già stata presa di mira l’anno prima. E nel Maggio 2002 era stato colpito lo stabilimento di Madignano (Cremona). In tutti i casi i danni causati sono stati ingenti.
Info da: www.autistici.org/cna

TGMaddalena.it

Dal giornale ecologista L’Urlo della Terra, num. 5, Luglio 2017

Dove trans-xeno-femminismo, queer e antispecismo incontrano la tecnoscienza – Il cyborg: una metafora che si incarna, un dispositivo di potere e la fine di ogni liberazione

“Tuttavia, dai laboratori scientifici in cui ormai la Natura e gli altri viventi erano imprigionati, studia ti, torturati e vivisezionati, geneticamente modificati, o anche avviati verso una soluzione finale, la Natura riemerge prepotentemente dal seppellimento ideologico del meccanicismo, come un filo d’erba ritrova la luce spuntando dall’asfalto e dal cemento che ha sepolto la terra.”1

Viviamo in tempi di alleanze e di incontri tra realtà trans-xeno-femministe, queer, antispeciste, e lungo questi sentieri riemerge e si afferma con forza il cyborg e le tecnoscienze trovano la propria strada. È significativo e preoccupante, segno di questi tempi, che anche da contesti antispecisti, quindi si dovrebbe presupporre dalle ceneri dell’umano e dell’antropocentrismo, emerga il cyborg. Il significato del cyborg va oltre alla stessa Haraway, è rappresentativo di queste tendenze contemporanee. Con queste mie riflessioni vorrei mettere in luce le vicinanze, i punti di contatto e le sovrapposizioni con le stesse logiche e strutture di dominio e perchè queste nuove tendenze rappresentano la fine di ogni possibile liberazione.
Il cyborg, per i suoi sostenitori, è una creatura in un mondo post-genere, non condizionato dalla riproduzione sessuale biologica, è figura sovversiva del sistema dominante fondato su una serie di dicotomie sè/altro, femmina/maschio, natura/cultura, mente/corpo, uomo/macchina. Si situa -non situato- al di là della differenza intesa come opposizione maschile/femminile, per decostruire la soggettività fondata su un sistema eteronormativo, aldifuori da ogni binarismo.
Dalla moltitudine di Negri e Hardt già si delineava una contaminazione e un meticciato con le macchine. Una moltitudine ora diventata queer che include il cyborg.
Il cyborg diventa compagno di specie nella grande famiglia di queer, alieni, ibridi, surrogati, strumenti viventi, oncotópe. 2
Una fusione tra organico e inorganico, tra carne e silicio dove i confini del corpo non coincidono più con la pelle, la tecnologia pervade il corpo che diventa oggetto di intervento tecnologico. Queste trasformazioni e fusioni tecnologiche non sono possibili e sono inimmaginabili senza gli sviluppi delle tecno-scienze. La metafora cartesiana animale come macchina viene ribaltata in macchina come animale, non si esce da quella logica, la si cristallizza nei corpi. Viene difesa la visione del corpo come macchina in quanto immagine del soggetto multiplo e denaturalizzato. L’artefatto, il simulacro, lo spazio virtuale diventano parametri della nuova soggettività. La soggettività viene ripensata in termini di processo, complessità e rapporto con le tecnologie. Le tecnologie della comunicazione e le biotecnologie diventano gli strumenti principali per ricostruire i nostri corpi. Queste tecnologie costruiscono oggetti in cui la differenza tra macchina e organismo è offuscata.
Il significato di questo affascina le teoriche e i teorici delle teorie queer e della decostruzione, un significato che si fonde in profondità con l’ossessione del corpo, un corpo percepito come una gabbia, con la non accettazione della nostra animalità, della nostra vulnerabilità, dei nostri limiti, della nostra inadeguatezza alla fredda tecnica, con l’ossessione della natura. Ma qui non c’è nulla da decostruire perchè non c’è nulla di costruito. Se poi tutto è filtrato attraverso una concettualizzazione è un altro discorso e se il concetto di natura è stato usato dal potere per distinguere chi era ritenuto diverso, anormale, deviante, in base a norme sociali, culturali e politiche, per reprimerlo e normalizzarlo, questo non vuol dire che la natura in sè, e non resa concetto e potere normativo, sia portatrice di tali disuguaglianze e soprusi, questo non vuol dire che non esiste un già dato, a prescindere da quello che noi possiamo cogliere. Affermare che la natura non esiste è pericoloso e al tempo stesso senza fondamento reale, è solo una speculazione filosofica. Sempre se non vogliamo arrivare ad affermare che la stessa realtà non esiste, perchè con queste premesse è qui che si arriva. Dovremmo sbarazzarci di questa eredità cartesiana o arriveremo in un deserto della critica paralizzando ogni possibile resistenza e sovvertimento. Il pensiero invece che espandersi si annichilirebbe su sé stesso incapace di cogliere le reali sfide che questo esistente ci pone davanti.
Il cyborg diventa anche la nuova soggettività femminista e il simbolo dell’anti materno. La procreazione è considerata come il principio della dipendenza dall’uomo, così con le tecniche di riproduzione assistita le donne si svincolerebbero dal ruolo storico di genere sciogliendo il binomio donna/madre. In quest’ottica la realizzazione dell’utero artificiale finalmente libererebbe le donne dal vincolo biologico della procreazione e annullerebbe le differenze tra sessi intorno al materno.
Le implicazioni di tutto questo vanno invece proprio nella stessa direzione di un sistema patriarcale che da sempre ha cercato di dominare la donna e di appropriarsi della sfera riproduttiva. Viviamo in tempi tempi di risignificazione della maternità, della dimensione procreativa, di cancellazione della madre, della donna, della lesbica. Rivendicare che la maternità è una dimensione che appartiene alla donna e riappropriarsi di essa non è “ridurre la donna al ruolo di madre”, come spesso viene contestato, la gravidanza è una possibilità e una scelta, significa opporsi a questa appropriazione da parte dell’uomo, del sistema medico e tecnico, dello stato, delle aziende della riproduzione.
Alcune analisi trans-xeno-femministe-queer-antispeciste sono consapevoli delle conseguenze di un sistema tecno-scientifico, ma la loro risposta è creare una resistenza interna e fanno emergere una visione positiva e amichevole del rapporto corpo-macchina nel nostro mondo ad alta tecnologia considerando le tecnoscienze come potenzialmente liberatrici.
“Noi possiamo essere i responsabili delle macchine, loro non ci dominano, nè minacciano; noi siamo i responsabili dei confini, noi siamo loro”, “Alla fine del Ventesimo secolo, in questo nostro tempo mitico, siamo tutti chimere, ibridi teorizzati e fabbricati di macchina e organismo: in breve, siamo tutti cyborg”, afferma la Haraway nel Manifesto cyborg. 3
“I cyborg non comprendono solo i corpi high tech dei piloti militari o degli atleti, ma anche le masse enormi del proletariato digitale che nutre l’economia globale.” scrive Braidotti. 4
Secondo queste analisi la tecnologia, la macchina siamo già noi, con le lenti a contatto, pace maker, cellulari. Constatare che siamo pervase dalla tecnologia e circondate da protesi tecnologiche non equivale ad eccettare questo stato di cose. Si leggono accostamenti alquanto superficiali, c’è un’enorme differenza tra le lenti a contatto, un pace maker e un intero sistema tecno-scientifico che penetra nella nostre vite, che modifica la stessa percezione della realtà attorno a noi. Stiamo parlando di ingegneria genetica, nanotecnologie, neuroscienze, di un controllo totale sui processi vitali di ogni essere vivente, di una nocività ecologica, sociale e sistemica. In questa direzione precipiteremo in un mondo interamente guidato dalla macchina dove saremo ingranaggi di questa macchina.
Le tecnoscienze attraversano i corpi, ma non è un attraversamento metaforico e indolore, non è una rappresentazione astratta, è politica e fisica. È in atto una profonda trasformazione, un cambiamento strutturale proprio come una mutazione genetica. Di fatto chi può permettersi di immaginare futuri distopici sta parlando da una situazione privilegiata che ha perso il contatto con la realtà, con le conseguenze sociali ed ecologiche delle tecnoscienze.
Basterebbero queste parole della Haraway per respingerla dall’universo antispecisita: “Si, tutti i calcoli valgono ancora; si, difendo l’uccisione degli animali per delle ragioni e in particolari condizioni material-semiotiche che ritengo tollerabili in base al calcolo di un bene superiore.” 5
Eppure viene presa come spunto anche da contesti antispecisti nonostante il fatto che con le sue argomentazioni offra una copertura ideologica e una giustificazione alla sperimentazione animale, all’allevamento, addestramento, uccisione di animali per scopi di ricerca e alimentari e all’ingegneria genetica. La Haraway afferma che l’animale all’interno del laboratorio avrebbe uno spazio di libertà: “gli esperimenti non possono dare risultati in assenza di cooperazione da parte degli animali”6. Che libertà sadica e perversa, all’interno dei laboratori c’è solo sottomissione e coercizione: animali rinchiusi, immobilizzati in strutture di contenzione, sottoposti a torture, come immaginare una cooperazione? Il laboratorio, come l’allevamento, è una strutture di potere, l’unica libertà gli animali rinchiusi la strappano ai loro aguzzini in quelle forme di resistenza che segnano e incidono una rottura e che rappresentano ciò che rimane di non addomesticato. Eppure la Haraway pensa agli animali in un laboratorio non come vittime, ma come “attori del laboratorio” attribuendogli un potere d’azione che nella realtà è loro negato.
Viene effettuato un riconfiguramento perverso e crudele dove i vivisettori diventano “persone che assistono agli animali”, “addetti alla cura degli animali” per ottenere i risultati sperimentali e l’animale diventa “paziente”. “I cuccioli dovevano diventare pazienti per poter divenire in seguito tecnologie e modelli. […] I cani non avrebbero potuto fungere da modelli se non fossero stati trattati come pazienti” 7 .
Il rapporto di potere e prevaricazione tra aguzzino e animale, totalmente riconfigurato, diventa un rapporto tra paziente e chi se ne prende cura. Ottima copertura ideologica e giustificazione alla sperimentazione animale. I vivisettori vengono assolti per le atrocità commesse e al tempo stesso viene sviato lo sguardo e la comprensione dalla realtà del dominio.
“Josef Mengele mostrava lo stesso tipo di falsa cura, per i bambini ebrei o zingari, sui quali eseguiva i propri esperimenti ad Auschwitz, quando li alloggiava in camere pulite e offriva loro qualche dolcetto.”8
Dai laboratori della DuPont viene creata l’oncotopa, un topo transgenico brevettato nel 1987. Nel suo DNA e in quello di tutta quanta la sua progenie, c’è un gene che se stimolato sviluppa un tumore. La chiamo oncotopa e non oncotopo perchè è la femmina che è stata modificata per gli studi sul tumore al seno. Ci troviamo davanti a una femmina ingegnerizzata per altre femmine. La Haraway si chiede per chi vive e muore oncotopo e si risponde per le donne malate di tumore al seno, quando in realtà vive e muore per le multinazionali farmaceutiche e biotecnologiche anch’esse responsabili di un mondo tossico e cancerogeno e di quel paradigma che vede il vivente come modificabile e artificializzabile.
La Haraway rivendica un dominio strumentale e lo rafforza ancora più in profondità affermando che animali ibridi come l’oncotopa incarnano una politica trasgressiva, anti-umanista: “L’incrocio trasgressivo inquina le eredità genetiche trasformando la natura nel suo opposto binario, la cultura.” 9
In questa concezione, che non è solo della Haraway, ma fa parte delle tendenze contemporanee, l’oncotopa è una sfida all’antropocentrismo, in grado di decostruire la nozione di purezza, di razza, mettendo in discussione la sacralità della vita, individuando nell’angoscia di contaminazione l’origine del razzismo così come è parte delle parallele angosce di genere.
Usare l’ibridazione come interessante concetto non porta nessun oltrepassamento dei confini umanistici: diventa una nuova ideologia dell’appropriazione e affonda prepotentemente nella carne del mondo. Modificare il vivente è il culmine di una visione umanista che vede la natura e l’intero vivente come mera materia da domare e piegare ai nostri fini. Un ritorno a Bacone. L’apoteosi di una razionalità tecnologica. Una stretta di mano alla Du-Pont.
La Haraway e la Braidotti affermando che l’oncotopa è loro sorella stanno nascondendo il vero abisso che le separa da questa creatura transgenica, l’abisso in cui sprofondano i corpi animali ingegnerizzati, l’abisso in cui sprofonda la natura artificializzata, l’abisso di un sistema tecno-scientifico. Chiamandola sorella oncotopa non aprono interessanti incontri con nuove soggettività in divenire, ma perpetuano il dominio.10
Come una trottola impazzita verso futuri fantascientifici e strane visioni, entusiasmandosi da nuove creature post disastro, un accellerazionismo che mentre accellera la sua corsa stritola sempre di più corpi e il mondo intero. Anche animali con tre occhi resilienti a una catastrofe atomica potrebbero aprirci nuovi entusiasmanti incontri e riflessioni su altre soggettività, ma non dovremmo forse distruggere una società mortifera?
“Come potrebbero, nell’ambito dell’attuale situazione culturale, femministe e antirazzisti fare a meno del potere del laboratorio di rendere dubbio ciò che è ritenuto normale?” 11 In queste considerazioni attenzione a non far sfuggire un particolare fondamentale. Si sta parlando di un laboratorio e di ciò che si crea al suo interno. Tutto ciò che esce da un laboratorio non può essere considerato quale elemento potenzialmente in grado di scardinare una struttura di potere di cui è intriso. Che logica perversa. Attraverso un gesto di decostruzione che i derridiani invidierebbero, il racconto fondativo della tecnoscienza rovescia termini ereditati di cultura e natura per poi dislocarli. 12
Dislocarli nei laboratori… Se femministe e antispecisti si trovano a loro agio tra creature transgeniche, se si trovano a loro agio nelle stanze dei laboratori significa che non sono più in grado di vedere la violenza, l’orrore, il dominio per quello che sono. Come potremmo situarci nelle stanze delle multinazionali biotech, agrochimiche, farmaceutiche dove esercitano il loro potere senza sentire l’odore dei cadaveri? Marcuse afferma: “In questo mondo vi sono modi di essere in cui uomini e cose sono “in sé” e “per sé” e modi in cui essi non sono, e cioè in cui la loro natura (essenza) è distorta, limitata o negata”. 13
Le creature transgeniche diventano sostrato del dominio, private della libertà, esistono nella distorsione e nella negazione della loro natura. L’essere topo, il vivere libero, nel suo ambiente, con i suoi simili, è negato. La struttura del sistema non è per niente intaccata da tutte queste decostruzioni, anzi, né esce rafforzata.
Se le riflessioni antispeciste contemporanee non prendono atto di tutto questo ma seguiranno queste direzioni si stanno di fatto schierando dalla parte dell’ideologia del dominio.
Come possiamo rivendicare che siamo tutte/i dei tecno-mostri, dei cyborg e percepire in questo un potenziale in grado di scardinare strutture di potere? Un post-umano troppo umano, che non ha per nulla decostruito l’umano, altrimenti avrebbe ben compreso che siamo animali e non cyborg… Il/la cyborg costruisce l’uomo come interrelazione con le macchine. Diventa costruttore di significato come tutti quegli aggettivi oggettivanti che costruiscono l’uomo, maschio, etero, occidentale, sano, bello. Il cyborg si immerge nella macchina antropologica facendo scomparire ancora di più l’animale che siamo, gli altri animali e la vita stessa. Appropriandosi di queste metafore e di questi significati si stà gettando le fondamenta di una nuova edificazione dell’umano. Se questa concettualizzazione passa, non passa semplicemente per registrare l’attualità, ma arriva a costruire la stessa percezione della realtà e di noi stesse/i e a legittimare e rafforzare un sistema tecno-scientifico di biopotere.
Noi e ogni altro animale veniamo dissolte/i nell’affermare che siamo tutte/i prodotti delle tecno-scienze, che siamo tutte/i cyborg. Veniamo fagocitate/i. La tristezza è che questo dispositivo di cancellazione, della nostra e altrui animale esistenza è creato e messo in moto da aree femministe e antispeciste. Si stanno imprigionando corpi in strutture di potere ancora più impercettibili perchè travestite da processi emancipatori, il cyborg è un dispositivo di potere performativo che smembra corpi come quegli stessi dispositivi specisti che si combattono. Un divenire di nuove soggettività che in realtà esse stesse fagocitano… e cosa rimane nell’arido terreno delle tecno-scienze? Solo oncotope, ibridi, mutazioni genetiche, cyborg…
Riscopriamoci animali come carne-del-mondo non separabile dalla natura. Ciò che ci accomuna con gli altri corpi, con gli altri animali è l’essere senzienti, desideranti, l’essere vulnerabili, l’essere mortali e i nostri vissuti carnali. Questo che ci accomuna, la zòe, il vivere comune a tutti gli esseri viventi, precede ogni costruzione, categorizzazione, concettualizzazione. Dalla riflessione sugli altri animali non dobbiamo far scomparire, come spesso accade, gli animali selvatici e il mondo naturale. Non vengono presi in considerazione perché nella nuova visione di mondo che parte dell’antispecismo propone il selvatico è stato rimosso e la natura o non esiste o è da riprogettare o è da cancellare, con un eco che risuona di transumanesimo.14
La difesa del selvatico e degli ecosistemi rappresenta la breccia per resistere al dominio della megamacchina che si estende a tutti gli elementi vitali resi merci da utilizzare, da depredare e resi basi inerti da modificare e plasmare. Un altro sguardo riconosce un valore intrinseco a un ecosistema nella sua complessità e biodiversità, dove ogni parte della natura non è oggetto rispetto a un soggetto umano, ma soggetto.
Si sta parlando di riprogettare il mondo e i corpi, di tecnoscienze come strumento di liberazione, tutto questo ha oggettivamente un significato ben chiaro e delle conseguenze sull’intero vivente.

Contributo per l’Incontro di Liberazione Animale e della Terra, Luglio 2017
Silvia Guerini dal giornale ecologista “L’Urlo della Terra”, num.5, Luglio 2017 www.resistenzealnanomondo.org

1 Giannetto E. (2012), La natura come persona, in Animal Studies, rivista italiana di antispecismo, politiche della natura, Novalogos, p.32

2 Haraway D. J. (1995), Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli. Preciado P., Moltitudini queer – Note per una politica degli anormali, www.incrocidegeneri.wordpress.com

3 Haraway D. J. (1995), Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli, pag. 40,41

4 Braidotti R. (2014), Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte, Derive Approdi.

5 Ibid., pag.187 6 Weisberg Z. (2010), Le promesse disattese dei mostri. La Haraway, gli animali e l’eredità umanista, op. cit., pag.185 7 Ibid, pag.188 8 Ibid., pag. 189

9 Ibid, pag. 99 10 Braidotti R. (2015), Per amore di zoe. Intervista di Massimo Filippi ed Eleonora Adorni. Liberazioni, rivista di critica antispecista, numero 21.

11 Haraway D.J. (2000), Testimone_Modest@ FemaleMan©_ incontra_Oncotopo™ Zipporah W., Le promesse disattese dei mostri, op.cit., pag.205

12 Haraway D. J. (2000), Testimone_Modest@ FemaleMan©_incontra_Oncotopo™. op. cit., pag.144

13 H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, pag. 141

14 lesbitches.wordpress.com: manifesto xenofemminista; estetica aliena: xenofemminismo e animali non umani

scaricabile in pdf: cyborg