Raccolta di scritti intorno a Transfemminismo Queer Tecno-scienze Transumanesimo

Raccolta di scritti intorno a Transfemminismo Queer Tecno-scienze Transumanesimo

a cura del collettivo Resistenze al Nanomondo

Opuscolo, 62 pagine, 3 euro

Una raccolta di testi dal 2016 ad oggi pubblicati sul giornale ecologista L’Urlo della Terra e sul sito internet Resistenze al Nanomondo. Un filo li lega, negli anni lo squarcio si è fatto più grande, ciò che si intravedeva come possibile deriva futura nel pensiero critico di ampi pezzi di ambienti antispecisti, femministi, anarchici, di sinistra, negli anni si è man mano svelato e ha preso forma diventando esplicito. Una critica che fa delle istanze del neoliberismo, del transumanesimo e del sistema tecno-scientifico il proprio essere.

Indice:
Silvia Guerini
– Paradossi delle politiche d’identità
– Riflessioni sparse leggendo il libro “Smagliature digitali”
– Xenofemminismo. L’aberrazione è già qui
– La metamorfosi del mondo
– Dove transxeno -femminismo, queer e antispecismo incontrano la tecnoscienza. Il cyborg : una metafora che si incarna e la fine di ogni liberazione
– Attraversamenti postumani antipecisti
Pièces et main d’œuvre
– Dal “Transidentitario” al bambino-macchina

Per contatti e copie: www.resistenzealnanomondo.org info@resistenzealnanomondo.org

La procreazione al tempo delle biotecnologie

La procreazione al tempo delle biotecnologie

a cura del Collettivo Resistenze al Nanomondo

Opuscolo, 38 pagine, 2 euro

La PMA per tutte e tutti non è un grido di libertà e autodeterminazione, ma un futuro al quale potremmo essere tutte/i condannate/i.

Indice:

Silvia Guerini
La riproduzione artificiale dell’umano
Costantino Ragusa
Editing genetico per tutti! Chi li sta fermando?
Silvia Guerini
Il futuro è già qui, anche se non ha l’aspetto di una mostruosa chimera. Terapie geniche, clonazione, analisi genetiche prenatali, procreazione: prospettive eugenetiche

Per contatti e copie: www.resistenzealnanomondo.org info@resistenzealnanomondo.org

Meccanici i miei occhi. Nati in laboratorio 

Meccanici i miei occhi. Nati in laboratorio 

Dall’utero in affitto alla manipolazione genetica

Edizioni Ortica, pag.194,13 euro.

Autrici: Cristiana Pivetti, Giovanna Camertoni, Laura Corradi, Silvia Guerini, Marie-Jo Bonnet, Luisa Vicinelli, Daniela Pellegrini, Angela Giuffrida.

In questo libro sono raccolti gli interventi della Campeggia Femminista contro la riproduzione artificiale e il sistema che la rende necessaria.

Uno sguardo femminista radicale contro la riprogettazione del vivente: l’utero in affitto, la procreazione medicalmente assistita e l’ingegneria genetica.
Le autrici, partendo dal dibattito sulla pratica dell’utero in affitto, sollevano dubbi e domande anche sulla procreazione medicalmente assistita che, con l’inseminazione in vitro, sposta la riproduzione umana dai corpi ai laboratori ove si manipola il vivente, riflettono sul sistema etero-patriarcale capitalista, lo sviluppo delle tecno-scienze, la condizione della donna, la salute umana, lo sfruttamento degli animali e del pianeta. La riproduzione artificiale degli esseri umani fa parte di un processo più ampio di assoggettamento, mercificazione e ingegnerizzazione tecno-scientifica del vivente; è uno degli aspetti più pericolosi della contemporaneità.

Per contatti e richiesta di copie: www.resistenzealnanomondo.org

Sabotiamo il mondo macchina della rete 5G e la Smart city

“Dovrei parlarti della Berenice nascosta, la città dei giusti, armeggianti con materiali di fortuna nell’ombra di retrobotteghe e sottoscale, allacciando una rete di fili e tubi e carrucole e stantuffi e contrappe si che s’infiltra come una pianta rampicante tra le grandi ruote dentate (quando queste s’incepperanno, un ticchettio sommesso avvertirà che un nuovo esatto meccanismo governa la città)”.
Italo Calvino, 1974

Anche in Italia a breve si procederà con l’introduzione della rete 5G, si sono infatti da poco concluse le aste per l’assegnazione dei lotti di frequenza. Hanno partecipato Fastweb, Iliad, Tim, Vodafone e Wind-Tre. Tim e Vodafone sono gli operatori che più stanno investendo nella sperimentazione e in progetti pilota, tali attività vedono Vodafone operante a Milano, il gruppo Telecom-Fastweb a Bari e Matera, Wind-Tre a Prato e l’Aquila. Sia Tim che Vodafone prevedono di lanciare un’offerta iniziale nel corso dell’estate di quest’anno, le vere e proprie offerte commerciali complete sono previste per il 2020. Vodafone assicura di aver coperto Milano per l’80%, le città che seguiranno sono Roma, Napoli, Torino e Bologna. La Tim ha annunciato di aver acceso la prima stazione 5G a Torino, in collaborazione ovviamente con il Politecnico di Torino, con l’Ericson e l’amministrazione comunale nell’ambito di un più vasto studio per la realizzazione di una smart city.
Tutto sembra già predisposto: Samsung, Huawei, Zte, Nokia ed Ericson, un ristretto gruppo di aziende operanti nel campo delle infrastrutture 5G, forniranno le stazioni base da cui partiranno tutti questi processi, con lo scopo di poter passare poi ad una vera e propria introduzione su vasta scala della tecnologia 5G. Questa sperimentazione inaugurata al momento dalla Vodafone che non sappiamo neanche quando è cominciata, di fatto non è mai finita: siamo nel pieno di un esperimento in corso dove tutti siamo potenziali cavie. Presto arriveranno i nuovi tapirulan per intrattenere i cittadini consumatori sotto forma di nuovi smartphon 5G, con cui sarà possibile gingillarsi a scaricare velocissimamente tutto dall’universo di internet e ovviamente sarà non solo desiderabile, ma assolutamente imprescindibile relazionarsi in maniera nuova con l’ambiente che abbiamo intorno, soprattutto nelle nuove città rinominate smart city. Alla cablatura della città fatta di cavi e tralicci sotto i nostri piedi e sopra le nostre teste si aggiungeranno presto milioni di nuove antenne disseminate praticamente ovunque, all’inizio sopra i già presenti ripetitori della telefonia, ma ben presto questi dispositivi avranno strutture e micro strutture autonome che gli permetteranno di camuffarsi con arredi urbani e non sarà certo per una questione di estetica.
La fitta rete di microonde millimetriche e lo strato di radiazioni elettromagnetiche a cui saremo esposti non ha precedenti per il tipo di onde, per l’aumento del numero di dispositivi di emissione e ricezione, per la continuità e l’assiduità di utilizzo. Oltre a milioni di nuove stazioni base 5G sulla Terra e 20.000 nuovi satelliti nello spazio e 200 miliardi di oggetti trasmittenti. Con la rete 5G è previsto che sarà coperto il 98% del territorio, non solo smart city, ma anche piccoli paesi e territori non urbani. Come aveva ben previsto Orwell nel suo libro 1984 anche le campagne non saranno al sicuro o forse diventeranno luoghi ancora peggiori, sicuramente non più il primo posto dove difendersi e nascondersi dal controllo asfissiante che questa tecnologia imporrà.
La tecnologia 5G non è solo uno sviluppo delle precedenti reti 2G,3G,4G, questa cambia anche la frequenza d’onda con cui viene trasmessa, aggiunge una frequenza di onde millimetriche molto più corta e con una densità molto più alta. La particolarità di queste onde per arrivare a sostituirsi a quelle esistenti ed espandere il proprio potenziale è quella che necessita di un numero elevatissimo di ripetitori a brevissima distanza tra loro, con distanze che possono arrivare a non superare i cento metri e forse anche meno a seconda della conformità del luogo. Questa forte presenza e vicinanza dei ripetitori è dovuta anche al fatto che i corpi viventi per la loro capacità di assorbire le onde elettromagnetiche rappresentano un disturbo per il segnale. Per i corpi umani stanno lavorando già ad una soluzione, mentre per la vegetazione, soprattutto alberi di notevoli dimensioni, sono già previsti abbattimenti, cosa già avvenuta in quei paesi europei dove è già presente la 5G. Da noi si assistono a strane potature fuori stagione che spesso sono veri massacri di piante o alla denuncia di nuovi parassiti e malattie apparentemente ingestibili se non con pratiche di abbattimento su vasta scala. Nella nuova ridefinizione dello spazio la precedenza verrà data al flusso delle onde dei segnali e delle reti invece che all’esistenza della natura che a fatica ancora persiste in città.
Se la rete 4G era già un grosso passo in avanti rispetto al 3G, per passare al 5G l’esposizione alle radiazioni elettromagnetiche delle persone e di tutti gli esseri viventi aumenterà quindi in modo esponenziale con tutte le conseguenze sul piano della salute nostra e degli altri animali e del pianeta intero. Le onde elettromagnetiche sono cancerogene con danni a livello genetico, riproduttivo, neurologico e ai sistemi di orientamento di uccelli, api, formiche e rane e altri animali. Non ci si può sottrarre dall’irradiazione elettromagnetica: nessuna persona, nessun animale, nessuna pianta sarà in grado di evitare l’esposizione, 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno, a livelli di radiazione che sono centinaia di volte più grandi di quelli esistenti oggi.
Le conseguenze saranno irreversibili su tutti gli ecosistemi della Terra.
In tutto questo processo di ristrutturazione in chiave tecnologica degli spazi in cui viviamo la dimensione sociale viene schiacciata, ci si richiama a questa solo per distruggerla definitivamente sotto i colpi di una innovazione lontana dalle esigenze reali delle persone. Una tecnologia imposta senza alcuna o pochissima gestione da parte di enti pubblici locali e dove faranno ancora percepire la loro presenza sarà in gran parte di facciata, magari per dare la parvenza che vi sia comunque un controllo pubblico soprattutto nei piccoli centri urbani più attenti. Non uno sfacciato mercimonio sopra tutto e tutti, ma un mercimonio su cui si può forse ancora dire qualcosa, ma non si può certo più pretendere niente, che non sia nella forma della compensazione, come già avviene in certi casi per l’irradiamento da parte delle vecchie reti.
Gran parte delle strutture e dispositivi di rete sono controllate e gestite da multinazionali e aziende spesso in remoto con delle modalità e delle nuove tecnologie che non saranno mai svelate in tutta la loro portata. Tra alcuni dei progetti pilota per la 5G vi è stata anche la città dell’Aquila in gran parte ancora distrutta dal terremoto. Un problema sociale e ambientale del dopo terremoto si è trasformato per lo stato in una nuova occasione per immettere nuovo potere tecnologico con tutto il suo apparato e arredo che va ben oltre il semplice guadagno per le solite imprese.
Nella ricorrente modificazione strategica dell’ambiente architettonico urbano, negli smembramenti e nelle compartimentazioni che organizzavano e delimitavano le zone di pertinenza e di appartenenza delle varie classi sociali, oggi, sotto il vessillo della scarsità di risorse e dell’emergenza ambientale la Banca centrale europea, la Banca mondiale e i connessi organismi internazionali sperimentano nuovi modi di intervento centrati in modo privilegiato sulle metropoli cosiddette “emergenti” per farne dei modelli operativi a vocazione universale. Come quei progetti di “alfabetizzazione” verso le tecnologie di internet in quei paesi africani dove gli abitanti hanno problemi per la mancanza di acqua potabile e allo stesso modo ci ritroviamo popolazioni terremotate che avranno la 5G ma resteranno con l’incertezza abitativa ancora per molto tempo. Un’intero insieme di apparati che parlano la lingua delle tecno-scienze nella loro forma più evoluta e impongono il nuovo tecnototalitarismo che non ha assolutamente niente di simile ai precedenti per portata, estensione ma soprattutto per quella capacità di rendere aperto e fruibile al sistema ciò che era stato sempre indisponibile storicamente.
Questo processo apparentemente inesorabile di distruzione dello spazio pubblico con la conseguente sovrapposizione di ambienti privatizzati e flussi sorvegliati è un fenomeno strettamente connesso alla riduzione generalizzata del lavoro a “servitù automatizzata”, dell’istruzione ad “addestramento tecnologico”, della democrazia a “partecipazione controllata”, dei servizi pubblici a “servizi di interesse generale”, a tutte le componenti attive della guerra condotta dal modo di produzione dell’economia politica contro l’uomo e la natura tutta. Ci si appresta ad entrare in un nuovo “iperspazio” urbano fatto di città invisibili, urbanesimo postmoderno, reti elettroniche, comunità virtuali, geografie del nulla, mondi artificiali generati dai computer, cybercittà, simcities, città dei bit. La città, nel suo elemento urbano, tende inevitabilmente a trasformarsi in uno spazio in cui le persone sono scavalcate da dispositivi che sovraccaricano di stimoli sempre più ingestibili nella loro totalità e dove si fa impossibile articolare una mappa mentale che possa contenere la trama urbana per posizionarsi al suo interno.
Il mondo in 5G non solo sarà connesso, sarà iperconnesso, a una velocità che ancora non ci immaginiamo con un’invasione di spazi, corpi e menti come non avremmo mai potuto immaginare e dove il controllo delle persone e degli ambienti sarà qualcosa di costante e pervasivo. Lo status di smart city ha un suo preciso prezzo: l’intelligenza umana deve essere sostituita con quella delle macchine, che non ha niente a che vedere con la prima.
Con l’introduzione della rete 5G ci sarà un vero e proprio stravolgimento della vita delle persone, per la definitiva e completa esplosione dell’”Internet delle cose” che rivoluzionerà il modo di vivere: la rete 5G sarà in grado di sostenere una quantità di informazioni in gigabyte tale da permettere il definitivo passaggio a un’immensa rete informatica nella quale tutto – umani, animali, ambienti naturali, decori urbani, oggetti, infrastrutture, servizi – sarà interconnesso e comunicante.
Questa tecnologia è un qualcosa di più di una maggiore velocità di trasmissione di dati: oltre ad essere più veloce potrà permettere più connessioni in contemporanea e il passaggio di dati in simultanea con zero ritardo. Queste due caratteristiche sono fondamentali per l’esplosione su larga scala di tecnologie che utilizzano l’Intelligenza Artificiale, la realtà aumentata, il virtuale, il calcolo quantistico, il riconoscimento facciale con l’aiuto della biometria. Una smart city disseminata da sensori e telecamere è un esperimento a cielo aperto di ingegneria sociale in cui gli esperti di multinazionali come IBM, controlleranno e gestiranno tutti i dati, proprio coloro le cui tecnologie furono fondamentali per l’efficienza dello sterminio di milioni di persone durante il nazismo. Questa volta, almeno nell’immediatezza, non vi saranno stermini ma un mondo sotto costante sorveglianza; quel concetto di “informazione” apparentemente astratto tanto decantato nell’illustrare questi processi, prenderà tutta la sua nefasta consistenza, svelando quello che era il progetto originario: trasformare noi stessi in informazione, in individui automi predisposti per il mondo macchina.
L’apparato tecnologico degli ambienti “smart” rappresenta sicuramente l’aspetto fondamentale, ma il modo in cui questa ristrutturazione repressiva prende forma utilizza anche tutta una serie di altre modalità, apparentemente più banali di un impianto di videosorveglianza che utilizza sensori biometrici, ma che ne rappresentano in qualche modo il continuum. Questo scenario soprattutto negli Stati Uniti è stato definito da alcuni autori come una “guerra a bassa intensità”. Dove le prime vittime inermi sono i migliaia di poveri e i senza fissa dimora: panchine convesse, sistemi di innaffiamento e musicali notturni, rastrellamenti sistematici da parte di securitas e polizie. Se dallo spazio pubblico si vuole allontanare ogni avvicinamento di soggetti indesiderati, dall’altro si assiste alla nuova costruzione architettonica per impedire la minaccia di rivolte o per lo meno permettere che queste siano gestibili e controllabili nel nuovo spazio urbano. In questo modo si va dal setacciamento elettronico che fa suonare allarmi in caso di assembramenti sospetti, cassonetti dei rifiuti blindati, muri cittadini anti scritte e anti arrampicamento con l’aiuto di smalti nanotecnologici e arredi urbani resi inutilizzabili per utilizzo di guerriglia urbana fino a barriere semovibili attivate in remoto da utilizzare in particolare zone, soprattutto nei centri finanziari e abitativi dell’élite.
La quotidianità sarà apparentemente semplificata e completamente alienata, racchiusa in un libretto di istruzioni tecniche. Il tutto ovviamente incluso nei nuovi smartphon 5G che ci aiuteranno a navigare non più solo nello spazio di internet ma in un nuovo spazio ridefinito dal nuovo tecno potere per rinchiuderci tutti senza possibilità di uscita, dove non basterà disconnettersi o spegnere qualche dispositivo per esserne fuori.
In questo scenario nulla potrà esistere al di fuori della grande rete globale con dispositivi tecnologici che sempre di più si confonderanno con i nostri stessi corpi: l’invasione digitale aumenterà la nostra totale dipendenza da un sistema di cui ignoriamo gran parte del funzionamento dei suoi processi e intenzioni ultime. Tutto sembrerà più veloce e estremamente semplice perchè la realtà intorno a noi sarà stata ridotta a protesi, sensori, memorie e dispositivi all’interno del limitato mondo macchina. Le possibilità infinite del mondo artificiale che si va disponendo intorno a noi sono come una grandiosa utopia ma senza sogni. E senza sogni l’essere umano non può vivere.

Collettivo Resistenze al Nanomondo

Nei prossimi mesi verranno organizzati a Bergamo incontri e iniziative volti a preparare una mobilitazione contro l’introduzione della rete 5G e la smart city. Pubblicheremo i vari appuntamenti sul sito www.resistenzealnanomondo.org, se vuoi essere aggiornata/o scrivici.

Dal giornale L’Urlo della Terra, num.7, luglio 2019

 

Dal “Transidentitario” al bambino-macchina – PMO

Dal “Transidentitario” al bambino-macchina

Ecco un dialogo con Fabien Ollier a proposito del suo libro “L’uomo artefatto. Indistinzione dei sessi e fabbrica di bambini” (Ed.Quel Sport?) preceduto da richiami e considerazioni sul tema.

Dal rilascio del nostro “Manifesto degli scimpanzé del futuro contro il transumanesimo”, nel Settembre 2017 (Editions Service compreso) vediamo uno sciame di lavori volare nell’aria del tempo presente intorno allo stesso soggetto, per poi abbattersi sugli scaffali delle librerie. Forse abbiamo messo in luce un puzzle di fatti e di spiegazioni che, una volta assemblati, salta agli occhi con la forza dell’evidenza e della sorpresa, costringendo da quel momento quelli che l’hanno visto a pensarci e a parlarne. E sarà così fintanto che, il vivente politico nell’ambiente in cui vive, sarà una causa di disputa e non un prodotto di laboratorio ordinato su Amazon e consegnato con un drone.

Tra i pezzi di questo puzzle in corso da più di vent’anni si può citare alla rinfusa e in modo non esaustivo: i concetti di macchinazione e di auto- macchinazione (uomo-macchina, mondo-macchina etc.); il legame stabilito tra volontà di potenza e sviluppo dei mezzi/macchina (mekhané) di questa potenza; la filiazione che lega la tecnologia (mezzi di produzione) alla tecnocrazia (in quanto classe detentrice effettiva di questi mezzi) e la tecnocrazia al transumanesimo; il multiculturalismo e il transumanesimo come ideologie dominanti – e convergenti – della tecnocrazia dirigente. Allo stesso titolo l’arte contemporanea è l’arte ufficiale della nostra epoca. La riproduzione artificiale dell’umano e la convergenza, oggettiva e soggettiva, tra transumanisti transidentitari (alias queer).

Tra lo sciame di libri evocato più sopra ce ne sono di brutti e meno brutti. Senza parlare dei libri transumanisti, consacrati alla difesa e all’illustrazione dell’”uomo aumentato”, abbiamo visto passare lavori piattamente opportunisti, di autori ed editori desiderosi di figurare sul mercato e in questo dibattito aperto dall’intrigante audience del “Manifesto” a costo di parafrasarne le idee e i riferimenti. Si sarebbe dovuto recensire questi libri di volta in volta, instaurare una discussione con i loro autori, etc. Per mancanza di tempo, abbiamo preferito portare avanti la nostra indagine [1] e partecipare alla contestazione popolare delle città-macchine (smart city) con il movimento anti-Linky.

Quello che più ci scoraggiava era l’incoerenza della critica, la sua inerzia ottusa di gente ben diplomata, filosofi, psicanalisti, sociologi, economisti… dotati di tribune e microfoni aperti, professionisti celebrati del pensiero o specialisti scientifici. Dobbiamo evocare il patetico Testart il quale, libro dopo libro ci allerta sui “pericoli”, le “derive eugenetiche e transumaniste” della DPI (diagnosi pre-impianto) sostenendo d’altro canto con ostinazione la pratica della PMA per le coppie sterili. Cioè la riproduzione artificiale che egli ha introdotto in Francia, nel 1982, con il suo compare Reé Frydman. E’ tuttavia evidente che aprendo la possibilità della riproduzione artificiale si apre a quella del miglioramento del prodotto; e da innovazioni e miglioramenti a tutte le manipolazioni genetiche offerte da Crispr-CAS9 e i successivi avanzamenti delle conoscenze.
E cosa dire di Silvyane Agacinsky che pensa di fare muro con il suo CoRp (Collectif pour le Respect de la personne) contro la prostituzione delle madri surrogate (GPA) ma tace sulla PMA e non si rende conto, cinque anni più tardi, in questi giorni, del legame tra riproduzione artificiale e ideologia queer [2]. Da qui a cinque anni forse si accorgerà del legame stabilito da anni tra eugenetica e riproduzione artificiale, tra transumanesimo e transidentitarismo.
Lo stesso per Marianne Durano, cattolica e “ femminista integrale” ostile alla GPA, alle fabbriche di bambini, all’eugenetica e al transumanesimo, ma altrettanto muta sulla pratica della PMA per gli eterosessuali sterili.
E infine per finire questa recensione alla Dubout, quegli anarchici che hanno commesso il passo falso di accompagnarci nella contestazione della RAH (riproduzione artificiale dell’umano) si stupiscono dello “scandalo e si defilano con riverenze pacificanti.

Bisogna dire che noi avevamo spinto l’oltraggio ai buoni sentimenti fino alla critica del transidentitarismo, del suo diniego del reale e dei suoi deliri soggettivisti. Era in un testo del Novembre 2014 intitolato  “Questo non è una donna” (a proposito di contorti “queer”)” [3]. Circostanza aggravante, questo testo seguiva a una serie consacrata a “La Riproduzione artificiale dell’umano” co-redatta con “Alexis Escudero” e pubblicata in Maggio/ Giugno 2014 [4]. Induriti nel delitto d’opinione e nel crimine del pensiero abbiamo reiterato con un aggiornamento pubblicato in Giugno 2018: “La riproduzione artificiale per tutte; lo stadio infantile del transumanesimo” [5]. Oggi ancora ogni anarco-queer o “transgender” che si rispetti è colto da una crisi epilettica alla menzione di questi orrori. E se non è “iel” Saranno i loro amici “techno progressisti”. Tutta l’area liberal-libertaria, dall’estrema sinistra in decomposizione, al showbizz (musica,moda, cinema, pubblicità, passando per i media (gruppo Le Monde, Radio France, Libération etc.) l’editoria e l’università, tutti dimenandosi a rimorchio del Gay Pride.
In breve la danza macabra dei transumanisti, coscienti o incoscienti.

E’ pertanto dalla critica del transidentitarismo che è partito Fabien Ollier, cinque anni più tardi nel “L’Uomo Artefatto”, senza temere i riferimenti a “Questo non è una donna” né alla “Riproduzione artificiale dell’umano”.
Questo coraggio, così raro presso i critici della società industriale sarebbe stato sufficiente ad attirare la nostra attenzione. Ad eccezione degli Italiani di Resistenze al Nanomondo, dei Belgi della rivista Kairos, degli anarchici spagnoli di Contra toda Nocività e dei Lionesi de La Décroissance, noi non abbiamo incontrato, a proposito della riproduzione artificiale dell’umano, del legame tra eugenetica e transumanesimo, tra transumanesimo e transidentitarismo, altro che elusione, silenzio, orecchie sorde, sguardi sfuggenti. I nostri propositi sono “ divisivi” o vedete voi “maldestri”. Sarebbe stato più appropriato e riunente attenerci ai luoghi comuni della critica ecologista: la contestazione della devastazione territoriale, delle dighe, delle autostrade, aeroporti TGV etc. O ancora ai soggetti che ci procuravano tanto sospetto quando parlavamo, dal 2001, delle nanotecnologie e del nanomondo, della perdita di controllo e del totalitarismo tecnologico, a partire dai sintomi forniti da Minatec, Clinatec, il cellulare, le pulci RFID, i nems (sistema micro-elettro-meccanico), la biologia sintetica, le bio-e-neurotecnologie, etc. Tante critiche che sono diventate, dopo lunghi anni di studio, la materia del pensiero di Camille Ran-tan-plan o del Groupe Voiture-Balai.

Si dà il caso che inoltre, L’Homme artefact disegna ciò che noi non abbiamo fatto, né nessuno di nostra conoscenza: la storia generale di questa crisi antropologica a partire dagli anni 1970.
Senza dubbio, molti fatti, nozioni, episodi, personaggi, autori etc. erano stati reperiti in altri lavori. Tra i più recenti, “La philosophie devenue folle” di Jean Francois Braustein (Grasset 2018) che ricorda le sordide condizioni dell’invenzione del “genere sociale”di John Money; il saggio rimarchevole di Isabelle Barbéris su “L’arte del politicamente corretto” (PUF, 2019) ; l’ “Appuntamento con i mortali” di Jaques Luzi, sul “Diniego della morte di Descartes al transumanesimo” (La lenteur, 2019); “Richiamo e disgrazia del transumanesimo” di Olivier Rey (Desclée de Brouwer, 2018); e venti pagine di bibliografia, decine di note a piè di pagina, attestanti che Fabien Ollier ha riciclato una moltitudine di elementi sparsi, ma precisamente, lui l’ha fatto. E così facendo ne ha restituito le concatenazioni, le istanze e le articolazioni.

Ciò che ci è dato vedere è lo scatenamento della volontà di potenza (“ il desiderio”), grazie allo scatenamento tecnologico, nella produzione e riproduzione del cliente re. Si tratta, letteralmente, di prendere i propri desideri per delle realtà e di imporle come tali, sfidando, precisamente le realtà oggettive. E non è bello a vedersi. Macellerie chirurgiche e intossicazioni farmaceutiche per fabbricare delle fake donne e dei fake ragazzi. Imposizione di un linguaggio e del delirio mentale di una minoranza “contorta” (queer) all’insieme della società chiamata ad autenticare le sue allucinazioni e dar loro un falso sembiante di verità grazie agli ultimi progressi della scienza. Contraddizioni tra il rifiuto del biologico ed esigenza di validazione biologica dell’identità autocostruita artificialmente. Tra odio della carne, dei “brandelli” umani e sovrainvestimento narcisistico del corpo disegnato su misura. Egotismo degli auto imprenditori in identità ossessionati dalla dissezione delle loro particolarità e dallo stretto rispetto delle etichette. Chiunque confonda creature “binarie” e non “binarie” commette il crimine di lesa-identità. Sanzione incorsa: la messa al bando dalla nuova buona società, quella che rispetta tutte le differenze libera di fabbricarne per meglio strumentalizzarle. Se l’interesse dell’industria dell’auto-macchinazione per questa diversificazione delle opzioni identitarie non ha dubbi, più stupefacente è la compiacenza perversa del mondo intellettuale per questo rovesciamento del reale. Anne Fausto Sterling, Thierry Hocquet, Eric Fassin,Elsa Dorlin, Sam Bourcier, Paul Preciado e molti altri universitari citati da Fabien Ollier, che fanno carriera sulla difesa di pretese differenze. E’ la regola del gioco come direbbe Bourdier che l’ha così ben praticata [6]. Ci si distingue come si può sul mercato delle idee.

Quando i vestiti magici dell’imperatore si presume siano invisibili agli occhi degli imbecilli quale intellettuale avrebbe il coraggio di esclamare – “ Ma Sua Maestà è nuda!” [7]
Quale universitario oserebbe dire oggi davanti a una Marie Helène,<Sam>, Bourcier, Beatriz <Paul>, Preciado etc : “Ma questo non è un uomo!”

Che un simulacro più o meno riuscito possa farsi passare per quello che non è; che arrivi a credere nella propria finzione; e a trovare dei falsi testimoni diplomati per garantire, con tutta la competenza scientifica e filosofica, che bisogna crederci, verifica di ritorno il cliché di Debord su “l’era del falso senza replica”.

“Il solo fatto di essere ormai senza replica ha dato al falso una qualità nuova. E’ in un sol colpo che il vero ha cessato di esistere quasi ovunque o nel migliore dei casi si è visto ridotto ad un’ipotesi che non può mai essere dimostrata. Il falso senza replica ha fatto scomparire l’opinione pubblica che, in un primo momento, si è vista incapace di farsi sentire e, velocemente poi di conseguenza di formarsi.” [8]

Benché titolare di un master II in filososfia Fabien Ollier contribuisce alla sopravvivenza di un’opinione pubblica è vero che non insegna all’università e non ambisce a un posto al CNRS. Può bestemmiare il dogma postmoderno senza timore per la sua carriera d’insegnante in Educazione Fisica e Sportiva. Coloro che come lui preferiscono pensare liberamente potranno leggere, dopo l’intervista che ci ha concessa “L’uomo artefatto. Indistinzione dei sessi e fabbrica dei bambini” (Editions QS? 203 p. 15€ www.quelsport.org)

Pièces et main d’œuvre
9 juillet 2019

Intervista con Fabien Ollier

PMO: All’infuori di alcune eccezioni, gli umani nascono maschi e femmine e diventano uomini e donne. E’ quello che pensiamo, come te e come molti altri che non osano più dirlo a voce alta, tanto i discorsi dei transidentitari si impongono ormai in forma autoritaria. Tu scrivi che “ questi discorsi ideologici o utopici sui nuovi orizzonti sessuali degli umani si distinguono per uno stile di pensiero comune”. Qual’è questo stile di pensiero e quale idee veicola?

F.O.: I transidentitari che sono, a mio avviso, i gruppi di pressione transessuali, transgender, transbiomorfisti [9] e transumanisti formano attualmente ciò che l’epistemologo Ludwik Fleck chiama una “comunità di pensiero chiusa su sé stessa” o per dirla diversamente, una sorta di nebulosa settaria che adotta uno stile di pensiero caratterizzato dalla scelta di oggetti sui quali il collettivo può o non può riflettere, dai pregiudizi obbligatori che un membro di questo collettivo deve forzatamente aver interiorizzato e dai metodi che bisogna utilizzare o non utilizzare per elaborare delle “conoscenze” [10]. Questo significa più precisamente che uno stile di pensiero è un conformismo, un assoggettamento mentale, una limitazione dello spirito critico che confina con l’intolleranza. Così la propaganda transidentitaria, d’ispirazione liberal-libertaria in apparenza, diffonde in maniera autoritaria un’ideologia-cimento [11], una visione del mondo che coagula un numero sempre maggiore di persone le une alle altre al punto da formare un corpo mistico nuovo [12].
Questa idea-faro è che il corpo non ha alcuna gravità ontologica neppure minimale. Non sarebbe dato dalla vita,dalla natura e dal caso. Soprattutto non sarebbe costituito trascendentalmente come un “ corpo di carne soggettivo” non lacerabile [13], ma sarebbe al contrario una pura costruzione sociale, politica e infine individuale. Del corpo così ridotto allo stato di semplice materia fabbricata socialmente o meccanicamente in modo più o meno complesso da comporsi da sé medesimi, non resta che la cosa malleabile a volontà, o il capitale da far fruttare secondo le liturgie mediatiche e le messe tecno-mercantili del corpo feticcio, del corpo meraviglioso, del corpo glorioso quaggiù. Non c’è bisogno di insistere sul potenziale totalitario di tali concezioni del corpo-cosa. Da qui si è insinuata anche l’idea perniciosa che la sessuazione degli esseri umani in due categorie distinte e radicalmente altre in quanto complementari -maschio e femmina- non sarebbe, anch’essa, che il risultato di una forza socio-politica vincolante: quella della scienza maschile, occidentale, patriarcale, bianca, colonialista e eterosessuale. Tutto avviene come se la luna dovesse ormai rivelare al mondo intero che è costituita di formaggio roquefort con il pretesto che Neil Armstrong è il primo uomo ad avervi posto il piede sopra e che non ha necessariamente visto alcunché a causa del colore della sua pelle e del suo pene! Nuove questioni uscite dritte dallo spirito contorto (queer) si sono messe in circolo: e se i sessi non esistessero così come il corpo? E se tutto questo non fosse che menzogna idea dello spirito, finzione sociale, delirio di maschi dominanti? Per i transidentitari, in particolare coloro che sono molto attivi nei gender studies nei paesi anglosassoni e ormai anche in Francia, un vasto complotto metafisico sarebbe il fondamento di un’illusione maggiore: quella dell’esistenza del dimorfismo sessuale. Si dovrebbe altresì decostruire questo mito, uscire dalla binarietà uomo-donna alienante e oppressiva e per riconoscere infine che i sessi non sono due ma numerosi (tesi di Anne-Fausto Sterling) che i “generi” sono persino più essenziali dei sessi (tesi di Judith Butler) e che essendo fluidi,vaghi, confusi e senza frontiere bisognerebbe che proliferassero per realizzare il cyborg (tesi di Donna Haraway).
Dal fatto dimostrato che il maschile e il femminile derivano da una costruzione sociale effettuata sulla corporeità attraverso istituzioni che si fanno carico della vita quotidiana degli individui, si è insidiosamente arrivati, con l’abbandono di qualsivoglia critica istituzionale, e con l’ossessione identitaria, a pretendere che i ruoli sessuati sono puramente convenzionali (tesi di Bourdieu) e che la vera liberazione sessuale consisterebbe nel farla finita una volta per tutte con i sessi. L’ora sarebbe dunque venuta per i transidentitari e altri post-sessualisti di avere il diritto di scegliere il proprio genere. Questa ideologia psicotica e morbosa del corpo in cantiere permanente, del corpo sradicato e nomadizzato comporta una base materiale reale: il mercato della “transizione” è perfettamente organizzato e mondializzato per accogliere a braccia aperte nelle proprie cliniche di biodesign e nei suoi studi medici, i nuovi “disforici” o “pletorici” di genere che vogliono viaggiare dalla donna verso l’uomo e inversamente, a mezzo di grandi sparate di ormoni commercializzati dai laboratori Bayer-Monsanto, passando dai due contemporaneamente e infine non essendo né l’uno né l’altro a colpi di bisturi, o optando per l’ibridazione con altri “esseri senzienti” con i quali si sentirebbero molto vicini (animali, vegetali, robot).

PMO: I transumanisti che progettano un corpo su misura auto prodotto dalla tecnologia affermano il loro disgusto per il carnale e il corpo biologico (“carne” o “gelatina”, secondo gli autori). Da cosa deriva, nella negazione del dimorfismo sessuale, l’odio del corpo?

F.O.: Esistono delle passerelle ideologiche tra i gruppi LGBTQ+ o post femministi attuali che negano in modo mistificatorio i due sessi e i transumanisti che pretendono di poter “aumentare” o “trascendere” l’umano grazie a delle trasformazioni profonde del corpo e a delle condizioni di esistenza. Per questi due movimenti a forte tendenza settaria che professano delle nuove verità più vere di quelle che erano sostenute nel “vecchio mondo” il corpo umano non sarebbe altro che un brogliaccio che deve essere assolutamente corretto senza tregua. Da qui, il rapporto con il corpo è a mio avviso più ambivalente del semplice odio per il medesimo. Theodor W. Adorno e Max Horkheimer lo avevano ben messo in evidenza: “l’amore-odio verso il corpo impregna tutta la civiltà moderna. Il corpo è schernito e rigettato come la parte inferiore e asservita dell’uomo e al tempo stesso oggetto di desiderio come ciò che è “proibito, reificato, alienato”. [14] Nel caso dei transgender, il bricolage tecno-medico del corpo necessita di un investimento narcisistico considerevole ma questo è anche negativo o morboso perché si tratta di rifare un corpo rifiutandolo quasi completamente. Dal momento in cui ciò che distingue radicalmente l’uomo dalla donna- ne convengo – si tratta di un quasi niente metafisico che diventa un quasi tutto – è ridotto ad un insieme di meccanismi quantificabili, di tassi di ormoni, di organi o geni osservabili, diventa facile enunciare che un uomo non è altro che una donna dotato di un forte tasso di testosterone, eventualmente dotato di un pene o di qualcosa di vagamente somigliante. Si ingaggia allora la lunga “transizione” durante la quale le attenzioni egocentriste al proprio piccolo corpo amato-odiato captano tutta l’attenzione, assorbono tutta l’energia, vuotano anche le borse nel passaggio e sicuramente allontanano da tutte le altre preoccupazioni più fondamentali del genere umano: l’arte, la politica, la morale, la creazione sociale etc.. in questo tipo di obnubilazione corporale a tendenza maniacale, si tratta insomma di auto generarsi applicando al corpo una volontà di onnipotenza infantile e (auto)distruttrice che contesta in profondità l’appartenenza all’umanità dell’umano. Da qui l’attrazione per il post-umano, per il post-sessuale, per l’uomo artefatto. E’ quello che esprime molto esattamente Max Valerio, molto spesso preso a modello nella letteratura trans e queer, perché si qualifica come uomo con vagina: “Noi ristrutturiamo i nostri glandi, i nostri fluidi corporali, la nostra pelle, i nostri nervi e le nostre parti genitali, noi intensifichiamo gli archetipi della mascolinità e della femminilità in modo da vedere attraverso di essi, ad attraversarli e a riconfigurarli completamente così come il loro significato una volta per tutte”. [15]
Ora, l’etnopsicanalista Georges Devereux ha messo in exergo la forte pregnanza masochista che cela questo tipo di “bionegatività”. Dice qualcosa che mi sembra fondamentale per ben cogliere l’estensione dei danni che può generare sull’insieme della società l’idea a priori solamente stupida e delirante che i sessi sono vaghi e manipolabili a volontà. “Il tentativo di individualizzarsi attraverso la negazione delle proprie caratteristiche di base rappresenta la distruzione dell’identità reale come un mezzo privilegiato per costruirsi un’identità fittizia. I lemmings umani pretendono di affermare la vita dimostrando la loro capacità di morire. E’ come se l’eunuco provasse al meglio l’esistenza delle non-donne: degli uomini”. [16]

Performare i generi”, “ derivare attraverso i generi” e le loro combinazioni potenziali, far “proliferare i generi” e diventare, secondo l’espressione della post-umanista Katherine Hayles, “gender drifter” ritorna a militare anche per delle identità cyborg, dei tecnocorpi mutanti, provvisti di organi genitali adattati alle forme, quantità e qualità desiderate, e dotate di attributi necessari alle attività sessuali realizzati come ci si dotasse di utensili per cucinare o fare sport. E’ il fantasma del corpo totale, del tutto in uno. Ecco perché l’ordine corporale che si realizzerebbe nel caso si applicasse una tecnopolitica mirante a liberalizzare e incoraggiare le mutilazioni delle sessuazioni originarie per “ aumentare” si fa per dire i piaceri, le sensazioni, le vibrazioni o gli spasmi del corpo artificialmente transgenerato sarebbe per forza totalitario. George Orwell aveva visto bene nel suo 1984: il Grande Fratello s’infiamma all’idea di abolire l’orgasmo e quelli che pretendono di migliorarlo o demoltiplicarlo per transizione o ibridazione di genere ci arriveranno grazie ad una forma di censura per eccesso.

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Note:

1. Cf. Ecrasons l’infâme. Le culte de la Mère Machine et la matrice religieuse du transhumanisme (2017); Reproduction artificielle pour toutes : le stade infantile du transhumanisme (2018); Alain Badiou nous attaque, et nous faisons (humblement) notre autocritique (2019)
2. L’homme désincarné. Du corps charnel au corps fabriqué. Editions Gallimard, juin 2019
3. http://www.piecesetmaindoeuvre.com/spip.php?page=resume&id_article=539 4
4. http://www.piecesetmaindoeuvre.com/spip.php?page=resume&id_article=507 5
5. http://www.piecesetmaindoeuvre.com/spip.php?page=resume&id_article=1064
6. Cf. Les Règles de l’art, Le Seuil, 1992
7. Cf. Les Habits neufs de l’empereur, Andersen
8. Commentaires sur la société du spectacle, Editions Gérard Lebovici, 1988
9. Partisans de l’hybridation du corps humain avec d’autres entités, ils contestent les frontières entre genre humain et machines, espèces animales, végétales ou minérales et veulent transformer/transcender le corps humain en mixant le tout (ingestion de puces NFC, injection de sang de cheval ou de chlorophylle, implants de fausses cornes…).
10. Voir Ludwik Fleck, Genèse et développement d’un fait scientifique, Paris, Flammarion, « Champs sciences », 2008, pp. 173-182.
11. Voir à ce sujet Louis-Vincent Thomas, « Les fonctions de l’idéologie », in Louis-Vincent Thomas, Humains, non-humains, extra-humains. De la pluralité anthropologique des mondes. Écrits socioanthropologiques (1973-1994), Alboussière, QS? éditions, « Archives du futur », 2018.
12. Sur le corps mystique, voir Jean-Marie Brohm, Ordre corporel et incorporations. Corps sociaux, corps politiques, corps mystiques, Alboussière, QS? éditions, « Horizon critique », 2019.
13. Voir à ce sujet Michel Henry, Philosophie et phénoménologie du corps. Essai sur l’ontologie biranienne, Paris, PUF, « Epiméthée », 2006.
14. Max Horkheimer et Theodor W. Adorno, « L’importance du corps », in La Dialectique de la raison. Fragments philosophiques, Paris, Gallimard, « Tel », 1996, p. 251.
15. Cité in Sam Bourcier, Queer Zones. La trilogie, Paris, Éditions Amsterdam, 2018, p. 601.
16. Georges Devereux, Femme et mythe, Paris, Flammarion, « Champs », 1988, p. 5.

Versione pdf: Dal transidentitario al bambino macchina trad
Versione pdf in francese:http://www.piecesetmaindoeuvre.com/IMG/pdf/entretien_avec_fabien_ollier.pdf

 

 

 

 

 

È uscito il settimo numero del giornale ecologista radicale L’URLO DELLA TERRA

In questo numero:

– Il Green New Deal e l’ecologismo di stato: la trappola della sostenibilità (Costantino Ragusa)
– I Paradossi delle politiche dell’identità (Silvia Guerini)
…O verso una civilizzazione post-umana? Conoscenza contro sapere, scienza contro mondo sensibile: progressione del disumano (André Gorz da L’immatèriel, editions le Galilée)
– Un resoconto equilibrato del mondo: uno sguardo critico alla visione del mondo scientifico (Wolfi Landstreicher)
– Il corpo di genere nello specchio delle nuove tecnologie (Game Over _ για τη διάσωση της αμήχανης σκέψης)
– Sabotiamo il mondo macchina della rete 5G e della smart city (Collettivo Resistenze al Nanomondo)
– Dal collettivo di Grenoble Anti Linky e da Pièces et Main d’Oeuvre
– Stralci dal libro “Meccanici i miei occhi. Nati in laboratorio. Dall’utero in affitto alla manipolazione genetica”.

Editoriale

Ci piacerebbe concentrare queste nostre righe su quelle che sono le questioni che da anni portiamo avanti con questo giornale, ma dobbiamo fare i conti anche con altri aspetti che riguardano questo clima sempre più repressivo che si respira in questi ultimi mesi. Ovviamente il decreto sicurezza appena approvato da questo governo con tutto il suo carico di attacco alle libertà degli individui e alle lotte sociali rappresenta un aspetto importante. Ma sarebbe sicuramente inadeguato porre la nostra attenzione solo su questo e soprattutto solo su singoli ministri, che seppur accaniti non hanno fatto tantissimo di più dei precedenti di sinistra. È proprio la sinistra democratica che ha messo in piedi le peggiori infrastrutture repressive, chi è arrivato dopo non ha fatto altro che continuare e confermare dove necessario su quel medesimo solco.
Se ci troviamo in questa situazione senza riuscire sempre a comprenderla lo si deve anche a tutti quegli anti di tutto, soprattutto di sinistra, per quel che ne rimane, e progressisti convinti che impegnati a evidenziare aspetti particolari e parzialità si sono fatti scappare la totalità del problema o quei punti cardine che meritavano non solo degli slogan o pensieri di superficie ma riflessioni approfondite.
Abbiamo a che fare con un processo repressivo che di anno in anno stringe sempre di più il proprio nodo su fasce proletarie più deboli, migranti, disoccupati svantaggiati di ogni tipo, che si ritrovano le asfissianti attenzioni di questa repressione, sempre più diluita nei contesti, ma non per questo meno feroce. Senza tetto spazzati via di strada in strada man mano che arrivano gli impianti di luce “intelligenti”, spinti fino agli ingressi delle cliniche. Migranti trasformati in invisibili, magari senza documenti, costretti ad attività extralegali destinati a rinfoltire le carceri e ad essere strumentalizzati per le politiche securitarie cittadine. La pressione repressiva soffiata con gran vigore da ogni possibile canale di informazione crea quel giusto clima che si respira ormai un pò ovunque: un nemico istituzionale impalpabile, virtuale, mai raggiungibile che crea frustrazione nella gran parte delle persone comuni; dall’altra parte abbiamo i migranti invece presi a capro espiatorio per sfogare rabbia e frustrazione in quello che viene definito nuovo razzismo, ma forse andrebbe maggiormente indagato anche questo aspetto. La realtà e i vari fenomeni vengono rappresentati e descritti sempre ed esclusivamente con poche parole chiave che dovrebbero immediatamente spingere all’attenzione del problema. Queste non sono più adatte perché sono state per troppo tempo utilizzate in modo inadeguato, retoricamente o semplicemente perché sono state per molti contesti l’unico modo di opporsi alla realtà delle cose con toni vuoti e ridondanti da trasformarsi in tanti dischi rotti che nessuno riesce più ad ascoltare.
Se consideriamo la repressione come processo è evidente che saranno molti ad essere tagliati fuori dalla nuova società che si va creando, ma sarà un qualcosa che riguarderà tutti senza escludere nessuno, il cambiamento è inarrestabile. Le differenze ci saranno ovviamente, ma saranno privilegi in questo nuovo assesto.
Una società sempre più a misura di macchina non può che essere una società sempre più repressiva, anche solo per l’aspetto di quell’enorme porzione di popolazione che si troverà esclusa semplicemente perché non più utile nei nuovi processi economici produttivi “intelligenti” e che si ritroverà ai margini. Le infrastrutture ad alta tecnologia e non solo, che arrederanno le nuove smart city, nascono per il controllo e quindi per la repressione: tecnologie di guerra utilizzate in teatri di pace. Questo tipo di repressione che procede nonostante tutto e tutti, senza curarsi dei tempi della politica del governo, delle elezioni… procede a prescindere e trasforma la nostra realtà in un modo così profondo che a gran fatica si potrà arrestare qualche passaggio, probabilmente il tornare indietro forse neanche più è possibile.
Abbiamo il presente dove provare ad incidere, a diffondere pensieri critici e anche solo dei dubbi che possano insinuarsi e arrestare quel flusso di interattività che sempre più pervade il campo sociale e le relazione tra le persone.
Questo assetto repressivo sprigiona e impone il nuovo modo di protestare e di esprimere il proprio dissenso. Con l’esempio il potere dello Stato mette in chiaro come saranno da intendersi le proteste future. Da una parte abbiamo scioperi operai e proteste di studenti represse sotto i colpi dei manganelli o sommerse di restrizioni, dall’altra invece abbiamo gli scioperi del clima che mettono insieme tutti, nessuno escluso, che con la loro espressione vuota di contenuto e conflitto rappresentano un’ottima rappresentazione di una protesta senza protesta, cosa può essere di più congeniale per un tecnototalitarismo che non solo dà ampio spazio al dissenso, ma se ne fa portavoce con le migliori istanze contemporanee del momento: rilanciando in ecosostenibilità e nell’economia verde.

Da qualche giorno Anna, Silvia e Natascia prigioniere nel carcere dell’Aquila hanno interrotto il loro lungo sciopero della fame per ottenere la chiusura della sezione in cui sono state rinchiuse tra mille restrizioni, angherie e vigilate dai GOM (Gruppo Operativo Mobile della polizia penitenziaria). La chiusura non vi è stata e neanche il trasferimento in un altro carcere, in questo senso le disposizioni del Viminale trapelate sono state molto chiare: non concedergli niente o si darà il presupposto per l’innescarsi di altre lotte. Ma la lotta si è già innescata, sia all’esterno con numerosi momenti solidali, sia all’interno delle carceri con le battiture quotidiane nelle sezioni del 41bis all’Aquila, tutt’ora in corso, e con lo sciopero solidale della fame di altri compagni in altri carceri. La realtà si fa più complessa, il senso delle cose sembra perdersi, anche noi siamo parte di questo mondo e non siamo certo immuni dalle intossicazioni quotidiane che ammorbono il presente instupidito dagli smartphon. Ma spazi ancora persistono, a volte scompaiono, ma poi riappaiono, sta a noi saperli vedere, riconoscere, ricomporre e soprattutto mantenerli vivi. La repressione è come una febbre, dobbiamo essere in grado di misurarla e gestirla, ma non dobbiamo avere la pretesa di debellarla completamente, questo sarà possibile soltanto con il rovesciamento dell’attuale assetto di dominio a cui è imprescindibilmente legata, anzi ne è l’essenza stessa.

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Incontro con L’Âge de Faire – Intervista a Pieces et Main d’Oeuvre

Incontro con L’Âge de Faire

Intervista a Pieces et Main d’Oeuvre

Maggio 2019

L’Âge de Faire: Sono ormai molti anni che date l’allerta in merito all’«inferno verde» e ai pericoli della Smart city. Ho l’impressione -ma sta a voi dirmelo- che la presa di coscienza abbia raggiunto una certa ampiezza grazie, o a causa, dell’arrivo del Linky. Lo avete percepito anche voi? E come lo spiegate? Si può dire che Linky, presentato come «la prima pietra degli Smart grids (reti intelligenti n.d.t.)», ha finalmente mostrato agli occhi del grande pubblico un progetto globale di società, quello delle città intelligenti, e tutto quel che le riguarda?

PMO: la carcerazione dell’uomo macchina nel mondo-macchina, questo è il modo in cui abbiamo riassunto la traiettoria della fuga tecnologica per vent’anni. Da una parte il progetto transumanista di auto-macchinazione dell’umano, dall’altra, «il pianeta intelligente» e le sue declinazioni, oggetti connessi, big data, smart city, smart home, etc. Le due cose sono legate, dall’interfaccia elettronica degli individui con il loro «tecnotopo»: lo smartphone, chiave d’accesso ai servizi urbani, amministrativi, sanitari, di consumo, lascerà senza dubbio il posto a dispositivi incorporati -più «pratici». Il tutto, ormai, sotto la bandiera promozionale della «transizione ecologica», in effetti una transizione nuerica liberticida, che non ha nulla di ecologico: l’Inferno Verde.

Quando spiegavamo il progetto di «pianeta intelligente» concepito dall’IBM alla fine degli anni 2000, prendendo come esempio l’arrivo imminente dei computer ad elettricità comunicante, ci ascoltavano con circospezione. Sembrava improbabile, o troppo astratto. Come spesso accade, c’è stato bisogno che Linky venisse impiegato perchè una parte dell’opinione vi si opponesse. Ed è così che i movimenti di opposizione reagiscono invece di anticipare, perdendo il beneficio del vantaggio e la forza di slancio. Ma è la regola: prima, non siamo qui, poi non siamo più qui. Siamo stati i primi felicemente sorpresi dal movimento di rifiuto dei sensori comunicanti, dalla sua ampiezza e dai suoi contenuti.

Tuttavia fatichiamo a far capire perchè, ai nostri occhi, il vero soggetto del Linky, è la «città intelligente» ed il pilotaggio centralizzato delle nostre città e delle nostre vite ad opera dell’apparato cibernetico. E’ più facile preoccuparsi per la tua salute, la tua fattura e la sicurezza della tua installazione elettrica (delle domande pertinenti, ma che non hanno niente di specifico).

Se il tema della «città intelligente» progredisce all’interno del movimento anti-Linky, non siamo sicuri che tocchi il «grande pubblico». Detto questo, Linky è un buon «oggetto pedagogico per una lezione politica» (vedere infra): tiriamo il filo e arriviamo all’invenzione del Carbone bianco come al nucleare e al tutto-connesso. A partire da quell’oggetto insignificante che è un computer, possiamo smontare la società elettrica e numerica, farne la storia, decriptarne gli aspetti economici, politici, sociali, e riflettere sulle ragioni e i mezzi di liberarcene.

L’AdF: Quali sono le due o tre principali obiezioni che fate alle città intelligenti?

PMO: La città «intelligente», o città-macchina, è un prodotto del numero e della densificazione – provocata – delle popolazioni urbane (la «metropolizzazione»). Ques’ultima realizza, in senso proprio, il progetto cibernetico – di kuber in greco, che significa «pilota».

Si tratta di eliminare l’umano del processo decisionale, individuale o collettiva, rimpiazzandola con il pilotaggio centralizzato ed automatizzato della vita urbana, nelle quali siamo trattati dei flussi e degli stock. Questo progetto è reso possibile dall’interconnessione di tutti gli oggetti connessi (smartphone, GPS, tablet, etc), dei sensori, e dei microchip RFID disseminati nell’arredo e nell’ambiente urbano, delle reti (smartgrids), dei sistemi di bigliettazione dei trasporti, delle camere di videosorveglianza, con o senza riconoscimento facciale e lettura della targa d’immatricolazione, il tutto supervisionato da un cyber-torre di controllo. La quale può accelerare o rallentare i flussi (compreso il vostro ritmo di camminata in una stazione della metro [1]), orientarli verso una certa direzione, innescare dei dispositivi (illuminazione,semafori, apertura/chiusura di stazioni metro), tra gli altri automatismi, in funzione dei dati raccolti massivamente e analizzati in tempo reale (il numero di smartphone rilevati in una certa strada, o il tempo di evacuazione di un binario della stazione, per esempio).

Questa descrizione disgusta ogni essere umano sensibile e attaccato alla libertà, a una certa facilità della vita quotidiana – ovvero sempre meno persone. Nello stesso modo che gli algoritmi di Amazon influenzano le vostre scelte di lettura, o che Facebook chiude i suoi membri in cerchi di interesse limitati, distruggendo tutte le iniziative o scoperte improvvise d’altre cose, la città «intelligente» ci priva del nostro libero arbitrio in maniera insidiosa. A modello di razionalizzare tutto, tende ad eliminare l’imprevisto, il caso, quello che è il sale della vita. Ognuno constata a che punto già questo sistema, presentato, come più pratico, complica al contrario tutte le pratiche. E’ che l’ingegnosità, l’improvvisazione, il legame umano ne sono escluse. Non ci saranno più accordi né debolezze. Provate a negoziare con l’automa della SNCF(Trenitalia francese), o con la piattaforma Linky.

Come nell’automobile autonoma, siamo obbligati a diventare i passeggeri della nostra stessa vita. L’umano, è l’errore, e il mondo-macchina non tollera errori.

L’Adf: Quello che spiegate molto bene attraverso i vostri testi, è che questa orientazione verso le smart cities e il mondo ultra-connesso non è stata mai discussa democraticamente. Ma si mette pertanto in piazza… La lotta contro Linkiy è anche una lotta per avere più democrazia?

PMO: Che Linky sia un oggetto connesso imposto, a domicilio per di più, rinforza l’opposizione che suscita. Molte persone detestano questa intrusione forzata. In questa occasione, prendono coscienza di quello che chiamiamo il tecno-totalitarismo. Nessuna legge vi costringe a comprare un telefono portatile o un computer, ciononostante la vostra vita si complica, al punto da diventare quasi impossibile, se non vi sottomettete alle tecnologie della vostra epoca. A meno di rinunciare a tutta la vita sociale nonché alla ricerca di un lavoro. Non soltanto ognuno è costretto ad adattarsi, ma inoltre, nessuna delibera collettiva ha deciso tale innovazione. E’ inteso che la storia, è la storia del progresso, e che non fermiamo più né l’una né l’altra. Il «progresso» considerato solo dal punto di vista tecno-scientifico, e non umano e sociale, è determinato da quelli che padroneggiano i mezzi/macchine (in greco, «mekhanè») della potenza: gli esperti, o piuttosto i tecnocrati. Il governo della competenza è il contrario della democrazia. Si tratta seguendo il termine di Saint-Simon (1760/1825) di «rimpiazzare il governo degli uomini con l’amministrazione delle cose». Non c’è dubbio, l’opposizione a Linky e ai sensori comunicanti è un movimento democratico e «antropologico».

L’AdF: Pensate che l’opinione pubblica, allertata grazie a Linky, estenderà la sua lotta al di là del rilevatore e rifiuterà più globalmente, questo progetto del «mondo intelligente»?

PMO: Niente può prevedere gli effetti di una rivolta d’opinione. Potrebbe essere sia la goccia che fa traboccare il vaso che un fuoco di paglia. Ma in ogni caso, questo allarga la coscienza della disumanizzazione e della macchinizzazione che ne è il corollario. Prepara al minimo le condizioni di un movimento più esteso e più radicale. C’è bisogno per questo che gli elementi più attivi e più radicali del movimento anti-Linky, approfondiscano la loro critica del progetto di società sottostante ai computer comunicanti ; e che siano capaci di condividere questa critica con l’insieme della società. Tra le prospettive figurano la questione degli oggetti connessi, quella del 5G e più, semplicemente, la società elettrica che da sola merita un’inchiesta completa dalle sue origini ai giorni nostri.

Non ci sarà il «pianeta intelligente» senza il 5G. Questo permette l’interconnessione generale, l’impiego di automobili autonome (elettro-nucleari) e di miliardi di oggetti connessi tra loro ed a Internet, che devono funzionare al nostro posto. La sola critica dei pericoli sanitari del 5G, sebbene giustificati, lasciano intatto questo progetto di mondo-macchina. Tutto quello che chiedono gli uomini-macchina, è che non gli si faccia del male. Quello che vogliamo noi, è di non diventare uomini-macchina. E’ dunque da un punto di vista politico e antropologico che bisogna attaccare questa questione politica ed antropologica.

(Incontro da ritrovare nella Parte staccata n°.88: «E se tornassimo alla candela? Il mito nero del “Carbone bianco”»)

Nota:
1. Questo dispositivo è utilizzato in particolare nelle metro di Londra dove, secondo l’affluenza e i bisogni di scorrimento dei flussi, le macchine (biglietterie e tornelli automatici) accelerano o rallentano il ritmo dei pedoni. Insomma, la stazione della metro è pilotata secondo dei principi della meccanica dei fluidi.

Tradotto dal francese da: Pieces et Main d’Oeuvre

versione stampabile in pdf: intervista PMO

http://www.piecesetmaindoeuvre.com/spip.php?page=resume&id_article=113
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Contro l’anarco-liberismo e la maledizione delle politiche di identità

Contro l’Anarco-Liberismo e la maledizione delle politiche identitarie

L’anarchismo in Gran Bretagna è una barzelletta. Un simbolo di dure battaglie per la libertà, questa parola è stata completamente svuotata per lasciare spazio a politiche identitarie ottuse, separatiste e cariche di odio da parte di attivisti della classe media desiderosi di proteggere i propri privilegi. Scriviamo questo opuscolo per riprenderci l’anarchismo da questi politicanti identitari.

Chi scrive si definisce anarchico e vede le proprie radici nelle lotte politiche del passato. Siamo anti-fascisti, anti-razzisti, femministi. Vogliamo vedere la fine di ogni forma di oppressione e prendiamo parte attiva a queste lotte. Il nostro punto di partenza tuttavia non è l’oscuro linguaggio accademico dei liberali di sinistra, ma l’anarchismo ed i suoi principi: la libertà, la cooperazione, il mutuo aiuto, la solidarietà e l’eguaglianza per tutti senza distinzioni. Le gerarchie del potere, in qualunque modo si manifestino, sono nostre nemiche.

Le politiche identitarie sono parte del mondo che vogliamo distruggere

Le politiche identitarie non sono liberatrici, ma riformiste. Non è nient’altro che un terreno di coltura per aspiranti politicanti identitari della classe media. La loro prospettiva a lungo termine è la completa integrazione dei gruppi tradizionalmente oppressi in quel sistema sociale competitivo e gerarchico che è il capitalismo, piuttosto che la distruzione di tale sistema. Il risultato finale è il Capitalismo Arcobaleno – una forma di controllo sociale più efficiente e sofisticata alla quale ognuno ha la possibilità di prendere parte! Confinati nei ‘safe spaces’ [spazi sicuri, ndt] di persone uguali a loro, i politicanti identitari diventano sempre più distaccati dal mondo reale.

Un buon esempio è la ‘teoria queer’, ed il modo in cui si sia svenduta ai dirigenti delle multinazionali. Il concetto di queer era fino a non troppo tempo fa qualcosa di sovversivo, che suggeriva una sessualità indefinibile, un desiderio di sfuggire ai tentativi della società di definire, studiare e diagnosticare tutto, dalla nostra salute mentale alla nostra sessualità. Ad ogni modo, con poco da dire in termini di critica di classe, il concetto è stato rapidamente cooptato dai politicanti e dagli accademici identitari per creare una nuova etichetta esclusiva per un ristretto gruppo trendy che è, ironicamente, tutto meno che liberatorio. Queer è sempre più un bel distintivo sfoggiato da alcuni che fingono di essere anche loro oppressi, e evitano in questo modo di essere messi in discussione per le loro politiche borghesi di merda.

Non ci interessa nulla del prossimo evento DIY, notte queer o squatter fest che esclude tutti quelli che non usano il linguaggio, l’abbigliamento o le frequentazioni giusti… Tornate quando avrete qualcosa di genuinamente significativo, sovversivo e pericoloso per lo status quo.

Le politiche identitarie sono ottuse, elitarie e creano divisioni. In un momento in cui più che mai dovremmo sforzarci di uscire dai nostri piccoli circoletti, le politiche identitarie non fanno che spingerci a guardare verso l’interno. Questa probabilmente non è una coincidenza. Mentre affermano di essere a favore dell’inclusione, sono altamente escludenti, dividendo il mondo in due grandi gruppi: gli Indiscutibilmente Oppressi e gli Innatamente Privilegiati. Nella pratica sono contemplate poche aree grigie e tra questi due gruppi viene costantemente alimentato il conflitto.

Lo sappiamo, non tutto dipende dalla classe, ma se non riusciamo neppure a metterci d’accordo nel riconoscere chi realmente tiene le redini del potere allora non abbiamo una sola speranza di andare da nessuna parte. Se la loro visione fosse realmente una di liberazione per tutti, allora la loro non sarebbe una politica di divisione, intenta a contrappore costantemente un gruppo contro l’altro in una maniera simile a capitalismo e nazionalismo. Quelle cose che confondono la semplice dicotomia di oppresso vs. Privilegiato, come le esperienze personali o traumi (che non possono essere semplicemente riassunti dall’identità di una persona come membro di un gruppo oppresso), o cose con le quali alcuni potrebbero non sentirsi a proprio agio, come la salute mentale o la classe, sono spesso deliberatamente ignorate dai politicanti identitari.

Come, ovviamente, viene ignorato il punto più vistosamente ovvio: che i problemi che affrontiamo vanno molto oltre la queer-fobia o la trans-fobia, ma abbracciano tutto il fottuto sistema di schiavitù, distruzione, sfruttamento e prigionia globali. Non vogliamo più vedere nessuno nel sistema penitenziario, siano donne nere trans o uomini bianchi cis (che, per inciso, costituiscono la stragrande maggioranza delle persone in carcere). Non sorprende che le politiche basate su una simile esclusività sfocino in costanti scontri interni e nel percepirsi reciprocamente come nemici, soprattutto data la facilità con cui possono essere sfruttate dai politicanti identitari della classe media.

Le politiche identitarie sono uno strumento della classe media. Sono usate ed abusate sfacciatamente da gruppi istruiti ed eloquenti per consolidare e mantenere il proprio potere attraverso la politica, i dogmi e la prepotenza. L’estrazione agiata di questi attivisti è tradita non solo dal loro uso di un un linguaggio accademico, ma anche dal loro senso di importanza e sicurezza nell’usare il tempo e le energie degli altri attivisti nello spostare l’attenzione su sé stessi e sulle proprie emozioni. In effetti, la mancanza di etica del lavoro, una certa fragilità e la preoccupazione per la sicurezza ed il linguaggio più che per le condizioni materiali ed un cambiamento significativo sono altri aspetti che rivelano la provenienza sociale di molti politicanti identitari.

Questo può essere facilmente riscontrato quando questi individui ‘denunciano’ altre persone alla minima deviazione da codici di comportamento che essi hanno unilateralmente imposto, ritenendo che tutti dovrebbero pensarla come loro o avere il tempo per dedicarsi ad impararlo. Ignorando in questo modo la realtà della quotidiana lotta di classe.

Esiste una falsa equivalenza tra l’appartenenza al gruppo degli Indiscutibilmente Oppressi e l’appartenere alla classe lavoratrice. Al contrario molti Indiscutibilmente Oppressi sposano valori liberali radicati nell’ideologia capitalista invece che valori realmente libertari.

Una politica basata sull’utilizzare il linguaggio e il tono corretti e sull’attenersi ai codici giusti è intrinsecamente uno strumento di oppressione. Non è senz’altro rappresentativo di coloro per i quali essa afferma di parlare, quelli ai margini della società. Un’analisi anarchica riconosce che benché qualcuno possa appartenere ad un gruppo oppresso, le sue politiche, o le rivendicazioni avanzate in nome degli Indiscutibilmente Oppressi, possano comunque risultare puramente liberali, borghesi o pro-capitaliste.

Le politiche identitarie sono gerarchiche. Consolidando il potere e lo status dei meschini politicanti della classe media, le politiche identitarie sono gerarchiche. Al di là dei cavilli, imporre determinati dogmi permette inoltre a tale potere di sfuggire alla critica. Questi includono: gerarchie di oppressione implicite; la creazione e l’utilizzo di termini caricati di significato per provocare una risposta emotiva (‘triggering’, ‘sentirsi a disagio’, ‘TERF’, ‘fascist’); a chi non appartiene a determinati gruppi viene negato il diritto ad avere un’opinione sulle politiche più ampie di tali gruppi; l’idea che i membri del gruppo non debbano in nessuna circostanza fare lo ”sforzo” di spiegare la propria politica ai non-appartenenti al gruppo; etichettare come “violenza” i punti di vista differenti; e l’idea che un rappresentante o un membro di questi gruppi non possa mai essere messo in discussione (non importa quanto sia pessima la loro politica) in virtù del fatto che sono degli Indiscutibilmente Oppressi.

Questi dogmi vengono usati per mantenere delle norme, sia nelle sottoculture che nella società in generale. Gli anarchici dovrebbero guardare con sospetto ogni tendenza che sia basata su principi che non possono essere messi in discussione, in particolare quelli che tanto evidentemente creano delle gerarchie.

Le politiche identitarie spesso sfruttano la paura, le insicurezze e il senso di colpa. E’ doppiamente importante riconoscerlo: da un lato perché sono utilizzate per indebolire invece che, come viene sostenuto, per rafforzare. Rinforzano l’idea che le persone siano fragili vittime piuttosto che agenti di cambiamento, e pertanto hanno bisogno di un leader. Nonostante degli spazi maggiormente sicuri e un linguaggio più attento siano importanti, il livello di ossessione per queste cose non è un sintomo di forza ma di un vittimismo auto-perpetuantesi.

Attraverso l’ansia sociale, gettano su tutti gli altri la colpa di essere in qualche modo privilegiati e di poter essere ritenuti in tutto e per tutto responsabili dei giganteschi sistemi di oppressione che in realtà vanno a beneficio solo di una piccola minoranza. Essi permettono anche a quelli che fanno parte di questa ristretta minoranza di individui che trae effettivamente beneficio dalle strutture statali e capitalistiche di sfuggire a qualunque tipo di responsabilità per le proprie azioni oppressive o comportamenti basati su dei pregiudizi.

Un’analisi anarchica implica la capacità di riconoscere che membri dei gruppi oppressi possano anche assumere posizioni repressive o in favore dell’élite, e dovrebbero essere criticati allo stesso modo, non semplicemente ricevere un’accettazione codarda.

Le politiche identitarie hanno infettato gli spazi anarchici.

Malauguratamente, l’anarchismo sta venendo svuotato nella foga di dare un segnale di buone intenzioni, di presentarsi come “validi alleati”. La ricerca acritica di alleati è fin troppo spesso attuata con la cieca accettazione delle politiche di coloro che sono Indiscutibilmente Oppressi o che affermano di esserlo, a prescindere da quanto schifo facciano le loro politiche o i loro comportamenti personali. Questo è l’assoggettamento volontario alle politiche degli altri, la meno anarchica delle posizioni che si possono assumere, priva di qualunque dignità.

Non dovremmo concedere sostegno agli autoproclamati leader che non approvano le nostre posizioni. Quindi è ironico che sia stato permesso a gruppi con politiche poco o nulla radicali di entrare nei nostri spazi e di porre fine ad ogni dibattito affermando che tutto ciò che è in disaccordo con i loro punti di vista debba essere considerato fascista. Non dovrebbe essere necessario spiegare che il fascismo non è qualcosa che possa essere banalizzato in questo modo.

Ci meraviglia anche che gli ovvi paralleli con le politiche di destra passino inosservati, non ultimo nel modo in cui le femministe, bollate come ‘nazifemministe’, rifletta l’attuale uso da parte degli attivisti per i diritti trans della parola ‘fascista’ contro le femministe radicali, oltre agli slogan che incitano all’uccisione delle ‘terf’ che regolarmente spuntano fuori negli spazi anarchici sia virtuali che reali. E’ scioccante che la violenza di questa misoginia venga celebrata piuttosto che condannata.

L’anarchismo è contro gli déi. Esiste forse una parola che sintetizzi il pensiero anarchico meglio di ‘né dio né stato’? La gerarchia e l’esclusività sono antitetiche all’anarchismo. Gli anarchici un tempo assassinavano i politici, un numero imprecisato di compagni ha dato la propria vita nella lotta contro il potere. Noi rifiutiamo ancora i politici di ogni colore, siano essi conservatori, progressisti o quelli che si credono leader di movimenti basati sull’identità. Accettare la leadership di qualcuno va contro i più basilari principi dell’anarchismo, perché crediamo che tutti siano uguali. Allo stesso modo non accettiamo l’idea di non poter criticare o mettere in dubbio le posizioni di altri anarchici – cosa su cui sfortunatamente molto spesso le politiche identitarie insistono.

L’anarchismo non sostiene le religioni patriarcali e gli anarchici hanno una lunga storia di conflitto con quest’ultime. E’ imbarazzante il modo in cui buona parte di ciò che oggi passa come anarchismo in Gran Bretagna finisca per fare apologia di quelli che non vogliono mettere in discussione il proprio sessismo e patriarcato o persino continuare con le loro religioni oppressive soltanto perché i conservatori e i reazionari li trattano come capri espiatori.

La distruzione dei progetti anarchici è messa in atto e celebrata nel nome delle politiche identitarie, semplicemente per accontentare chi non ha alcun interesse nell’anarchismo stesso. E se qualcuno alza la testa e critica tali politiche, viene affrontato con violenza verbale e fisica – comportamenti che un tempo venivano condannati ma che ora sono condonati quando provengono da quelli considerati oppressi. Qui più che mai il completo fallimento dell’anarchismo da parte di chi dovrebbe rappresentarlo è più evidente. Cominciamo facendo il nome di Freedom News, il cui sostegno acritico a gruppi che poco hanno in comune con l’anarchismo è vergognoso.

L’anarchismo non è una politica identitaria. L’anarchismo non è soltanto un’altra identità, come ad alcuni piace affermare. Questa è una reazione impulsiva grossolana e sciatta da parte di chi porta avanti politiche identitarie, che serve ad evitare di affrontare questioni politiche concrete. Tale risposta dimostra anche una mancata comprensione di come le politiche identitarie siano usate per sovvertire e manipolare gli spazi anarchici per fini personali. Certo, anche quella anarchica può essere rivendicata come un’identità, e gli anarchici tendono ad assumere comportamenti stereotipati (che vengono giustamente criticati). Ma le somiglianze finiscono qui.

Diversamente dai politicanti identitari o dal SWP [Socialist Worker Party, ndt], la maggior parte degli anarchici non cerca di arruolare seguaci, ma piuttosto prova a diffondere idee che forniranno un sostegno alle comunità in lotta per trovare percorsi di lotta che non possano essere recuperati. La nostra prospettiva è radicalmente differente e unica per il fatto che la nostra progettualità non riguarda il perseguimento del nostro potere e status personale. L’anarchismo incoraggia le persone a mettere in dubbio tutto, persino ciò che noi stessi diciamo, con spirito libertario.

A differenza delle caratteristiche intrinseche di esclusione proprie delle politiche identitarie con i loro gruppi in e i loro gruppi out, l’anarchismo per noi è un sistema etico che guida la nostra comprensione del mondo ed il nostro agire al suo interno. E’ aperto a chiunque voglia guardare o ascoltare, è qualcosa che chiunque può sentire, a prescindere dal proprio background. Spesso i risultati saranno diversi, perché le persone lo combineranno con le proprie personalità, esperienze di vita ed altri aspetti delle proprie identità.

Non è necessario conoscere la parola anarchia per sentirla. E’ un insieme di idee semplici e coerenti che possono fare da guida in qualunque situazione, dal prendere parte ad una particolare lotta alla fondazione di società future. Riferirsi ai principi anarchici quando c’è un conflitto sulle politiche identitarie ha dunque senso quando siamo uniti sotto questi principi.

Essere gay o avere la pelle marrone dà origine ad esperienze simili a quelle di altri che hanno le medesime caratteristiche, e ovviamente significa che uno avrà relazioni sociali, empatia o un senso di appartenenza verso tale gruppo. Ad ogni modo la vita è in realtà molto più complessa e uno potrebbe avere in realtà molto più in comune con una donna queer che con un suo compagno uomo cis dalla pelle marrone.

Le politiche identitarie a volte mimano lo sciovinismo del nazionalismo, con diversi gruppi che cercano di ritagliarsi un proprio spazio in base a categorie derivanti dall’ordine capitalista. Noi, d’altro canto, siamo internazionalisti che credono nella giustizia per tutti. L’anarchismo cerca di dare voce a tutti, non solo a chi appartiene ad una minoranza. La nozione che l’oppressione colpisca soltanto le minoranze piuttosto che le masse è il prodotto della politica borghese che non ha mai avuto alcun interesse nel cambiamento attraverso la rivoluzione.

Le politiche identitarie alimentano l’estrema destra. Come nota finale, vale la pena evidenziare come le politiche identitarie facciano il gioco dell’estrema destra. Nel migliore dei casi, le politiche ‘radicali’ appaiono sempre più irrilevanti e intente a guardarsi l’ombelico. Nel peggiore, i politicanti identitari della classe media stanno facendo un ottimo lavoro nell’allontanare da noi le persone bianche e cis oppresse, che per inciso sono la stragrande maggioranza della popolazione britannica, e che cominciano a gravitare sempre più verso le destre.

Ignorare questo fatto e continuare a cimentarsi in lotte intestine riguardo le politiche identitarie sarebbe il picco dell’arroganza. Eppure, in un’epoca in cui vediamo i movimenti fascisti moltiplicarsi, gli anarchici sono ancora distratti da politiche di divisione. Per troppi le politiche identitarie sono semplicemente un gioco, ma tollerarlo porta alla continua disgregazione dei circoli anarchici.

Nota finale. Per noi l’anarchismo è cooperazione, mutuo aiuto, solidarietà e lotta contro i veri centri del potere. Gli spazi anarchici non dovrebbero essere a disposizione di chi vuole soltanto combattere quelli che gli stanno intorno. Abbiamo una fiera storia di internazionalismo e differenze, quindi rivendichiamo le nostre pratiche per un futuro realmente inclusivo.

wokeanarchists@protonmail.ch – wokeanarchists.wordpress.com

 

Testo in pdf in italiano: Opuscolo Politiche Identitarie

Testo originale in inglese:
https://wokeanarchists.wordpress.com/2018/11/25/against-anarcho-liberalism-and-the-curse-of-identity-politics/

Testo in pdf in inglese:
https://wokeanarchists.files.wordpress.com/2018/11/aal-a5_brochure1.pdf

Testo tradotto in spagnolo:
http://alasbarricadas.org/noticias/node/41054

Programme – Trois journées contre les techno-sciences

TROIS JOURNÉES CONTRE LES TECHNO-SCIENCES

26-27-28 JUILLET 2019-05-17

Capo di Ponte, Località Prada, province de Brescia, Italie.

 

VENDREDI 26

13h Repas
14h30 Présentation de la renconte
15h

Dans le temple de Janus. Sur le rapport entre technologie, exploitation et racisme.
Pour les Italiques Janus avait deux visages : une barbue qui représentait le soleil, et une imberbe qui représentait la lune. Pour les Romains, soleil et lune devinrent vite paix et guerre. Le temple de Janus, sur le forum romain, restait fermé en temps de paix, et ouvert en temps de guerre. Aujourd’hui la porte de ce temple est toujours fermée parce que la guerre est le véritable nom de notre époque. Incorporée dans le complexe technologique et dans ses muettes injonctions, la guerre est le mouvement planétaire de la démocratie digitale. Le racisme est son « moment de vérité », en cela qu’il affirme explicitement ce que ses machines n’ont jamais cessé de faire aux peuples coloniaux. Le commandement des algorithmes préparent les ordres du Chef. L’extraction du corps, de la terre, de la narure, produit comme contrecoup un commode rempart à l’appartenance nationale et le désir de lyncher le différent. Ce qui a été expérimenté dans les colonies nous revient en pleine figure.
Des rédacteurs de la revue anarchiste « I Giorni e le notti » (Les jours et les nuits, Italie).
19h30 Repas
21h
La non-neutralité de la technique.

La pensée dominante traite les techniques et les technologies comme de simples instruments au service des désirs humains. À cette idée, normalement, il est fréquent d’ajouter celle d’un processus indéfini et continu, qui fait de la trajectoire de développement technologique un destin universel et indiscutable de l’être humain. Ces notions renforcent le paradigme de la neutralité de la technique. Dans ce débat, nous chercherons de détruire et construire une proposition plus ample qui nous permettra de comprendre les techniques comme des créations sociales, comme des éléments non neutres.
Adrian Almazan Gomez, membre du collectif Cul de Sac et de la maison d’édition El Salmon (Espagne), Nicolas du groupe Écran Total (France).

SAMEDI 27

8h Petit-déjeuner
9h
Les machines peuvent produire de la communication ?
Communications automatiques en réseaux digitaux et médiation électronique de la fabrique sociale.
Les réseaux sont une infrastructure de base des sociétés développées occidentales, pour laquelle sont nécessaires d’importants investissements, tant matériels que technologiques. Le progrès de l’intelligence artificielle fait resurgir la question : les machines peuvent-elles être plus intelligentes que les humains. La communication moderne digitale, qui établit la machine comme centrale à la place des humains, contribue à la transformation des relations sociales d’une manière qui nous échappe. Les secrétaires digitales apparaissent ainsi comme ce qui nous sauvera et organisera notre vie quotidienne à travers les algorythmes. Au final, au jeu de l’automation, serons-nous des joueurs ou des pions ?
Collectif GameOver (Grèce).
12h30 Repas
15h
Les dangers du postmodernisme, repenser la nature à l’ère de l’artificiel.
Voilà déjà plusieurs décennies que le paradigme dominant de la pensée est celui que nous connaissons comme la « postmodernité ». Un des effets les plus dangereux de son hégémonie a été la manière avec laquelle le concept de nature a été attaqué. Avec l’excuse de mettre fin à tout l’essentialisme protégé par l’idée de « naturel », les penseurs postmodernes ont entrepris une croisade contre la nature qui prétend réduire tout à un artefact sous notre contrôle. Aujourd’hui toute la pensée qui se prétend critique a l’obligation de critiquer cette idée délirante et redonner de l’espace à la nature.
Adrian Almazan Gomez, membre du collectif Cul de Sac et de la maison d’édition El Salmon (Espagne), Nicolas du groupe Écran Total (France).
19h30 Repas
21h
Il est temps de faire taire la machine pour faire à nouveau parler les corps.
La nouvelle des jeunes filles éditées en Chine représente un nouveau seuil parmi ceux qui ont été franchis, duquel nul ne peut penser revenir en arrière. La reproduction artificielle est une question centrale : c’est mettre dans les mains du système techno-scientifique la dimension de la procréation. C’est une profonde et radicale transformation de l’humain et de tout le vivant qui est en jeu. Le corps, les corps sont au centre et toujours plus sous l’attaque, pris dans un étaux : d’un côté le système techno-scientifique et le biomarché ont en toujours plus besoin et s’en accaparent jusque dans leurs processus vitaux, de l’autre leurs idéologies les déconstruisent et les fragmentent. Un corps fluide, sans confins, sans limites, protéiformes, poreux, malléable et infiniment manipulable. En des temps de re-signification transhumaniste et d’effacement de la réalité-même, une réflexion pour comprendre et faire front aux nouveaux défits du présent et au non sens qui envahit, avec la conscience ardente et profonde d’une urgence et d’une priorité. Dans la dissolution et l’indéterminé postmodernes, nous ne devons pas avoir de doutes sur le chemin que le pouvoir est en train de tracer, et sur le chemin à prendre pour faire dérailler la machine.
Silvia Guerini, Resistenze al Nanomondo (Italia)

DIMANCHE 28

8h Petit-déjeuner.
9h
La nécessité de la résistance
Lutter contre l’exploitation aux temps du nouveau techno-totalitarisme signifie avant tout se rendre compte que ce qui est érodé, ce sont justement les prémisses qui nous font sentir et désirer un monde libre. Ce sont justement les conditions qui rendent possible la vie sur la planète et nous rappellent que nous sommes des animaux parmi une multitude d’autres animaux, qui à leur tour ont besoin d’un environnement intègre pour vivre. Le monde artificiel change les relations et les émotions en des songes virtuels et des environnements synthétiques. Cela ne peut que produire des chimères OGM et des mondes d’intelligence artificielle. Le techno-monde détruit et manipule chaque liberté jusqu’à la racine, récrivant une histoire qui naît en laboratoire et qui utilise le langage de la guerre pour survivre. Les résistants dans ce processus non seulement risqueront de rester derrière, perdus dans des luttes sans contenu, mais ils tarderont toujours plus à le comprendre, à le déchiffrer pour pouvoir aussi l’expliquer. Dans ce non sens généralisé une réaction ne peut plus se faire attendre. Ne plus en être complices n’est plus suffisant. Et qui sait si la graine de la liberté sera celle qui ne voudra pas mourir.
Costantino Ragusa, Résistance au Nanomonde (Italie)

 

Come arrivare

En avion: aéroport Orio al Serio – Bergamo, puis rejoindre la ville (bus n ° 1) et prendre le train pour Brescia
In treno:
Treno da Brescia per Edolo, scendere a Capo di Ponte (1 ora e 35, nove fermate)
proseguire a piedi 1,2 Km
Procedi in direzione sud su Via Nazionale verso Via S. Martino
Alla rotonda prendi la 1ª uscita e prendi Via Sebastiano Briscioli
Svolta a sinistra e prendi Via Santo Stefano
Svolta a sinistra e ancora a sinistra, trovi il Parco Tematico Capo di Ponte, località Prada
In auto:
Da DIREZIONE SUD/OVEST: A Bergamo prendere la SS42 in direzione Edolo, fino a Via Breda a Ceto. Da Via Breda svoltare in Via Nazionale a destra, alla rotonda imboccare la seconda uscita in via Sebastiano Briscioli, svoltare a sinistra per via Santo Stefano e poi ancora a sinistra per il Parco Tematico Capo di Ponte.
Da DIREZIONE SUD/EST: A Brescia prendere la SP510 in direzione Edolo, fino al congiungimento con la SS42 verso Costa Volpino (indicazioni per Darfo B.T./Lovere) ed entrare in SS42 fino a Via Brada a Ceto. Da Via Breda svoltare in Via Nazionale a destra, alla rotonda imboccare la seconda uscita in via Sebastiano Briscioli, svoltare a sinistra per via Santo Stefano e poi ancora a sinistra per il Parco Tematico Capo di Ponte.

PER TUTTA LA 3 GIORNI:
– CAMPEGGIO LIBERO, PORTA LA TENDA
– CIBO SENZA SFRUTTAMENTO ANIMALE E SENZA VELENI A SOTTOSCRIZIONE
– SONO PRESENTI I BAGNI E UNA STRUTTURA AL COPERTO IN CASO DI PIOGGIA
– DISTRIBUZIONI DI MATERIALE INFORMATIVO: PORTA LIBRI, GIORNALI, TESTI CHE VUOI CONDIVIDERE
– MOSTRE

Aiutaci ad organizzare l’incontro al meglio, facci sapere in anticipo della tua presenza.

Per informazioni e contatti:
www.resistenzealnanomondo.org, info@resistenzealnanomondo.org
www.facebook.com/3giornatecontroletecnoscienze

Program – Tree days against the tecno-sciences

THREE DAYS AGAINST THE TECNO-SCIENCES

26-27-28 JULY 2019

Capo di Ponte Theme Park” in Prada – Capo di Ponte (BS) – Italy

FRIDAY 26TH

13. 00 lunch
14. 30 Presentation of the meeting
15. 00
In the temple of Janus. About the relationship between technology, exploitation and racism
For the Italics Janus had two faces: a bearded one depicting the sun and a beardless one depicting the moon. For the Romans, the sun and the moon soon became peace and war. The temple of Janus, in the Roman Forum, was closed in time of peace and open in time of war. Today the door of that temple is always closed because of the war and the unnamed of the present time. Embodied in the technological apparatus and its silent injunctions, war is the planetary movement of digital democracy. Racism is its “moment of truth”, in that it explicitly affirms what its machines have never stopped doing to the colonial peoples. The algorithm command prepares the chief’s orders. The abstraction from the body, from the earth, from nature produces the comfortable bulwark of national belonging and the desire to lynch the different as a backlash. What was experienced in the colonies goes back.
Some of the editors of the anarchist magazine “I Giorni e le Notti” (Days and Nights) (Italy)
19. 30 dinner
21. 00
The non-neutrality of the technique/technology
The dominant thought treats techniques and technologies as simple tools at the service of human desires.
To this idea, normally, it is usual to add the idea of an indefinite and continuous progress that makes the trajectory of technological development a universal and indisputable destiny of the human being.
These notions reinforce the paradigm of technical neutrality.
In this debate we will try to destroy these notions and build a broader proposal that will allow us to understand techniques as social creations, as non-neutral elements.
Adrián Almazán Gómez, member of the Cul de Sac Collective and the publishing house Ediciones El Salmón (Spain), Nicolas del groupo Écran total (France)

SATURDAY 27TH

8. 00 breakfast
9. 00
The dangers of postmodernism, rethinking nature in the era of the artificial
It’s been several decades since the dominant paradigm of thought is what we know as “postmodernity”.
One of the most dangerous effects of its hegemony was the way in which the concept of nature was attacked.
With the excuse of putting an end to all essentialism protected by the idea of “natural”, postmodern thinkers have implemented a crusade against nature that claims to reduce everything to an artifact under our control. Today, all the critical thoughts have the obligation to criticize this delirious idea and return to give space to nature.
Adrián Almazán Gómez, member of the Cul de Sac Collective and the publishing house Ediciones El Salmón (Spain), Nicolas del groupo Écran total (France)
12. 30 lunch
15. 00
Can Machines Produce Communication?
Communication automatics in digital networks and electronic mediation of the social factory
Networks are a basic infrastructure of the western developed societies, for which major investments are needed, both material and ideological. The advance of artificial intelligence brings forward the question if machines can be smarter than humans. Modern digital communication, which establishes the machine as a node rather than humans, contributes to the transformation of social relations in a way that eludes us. Digital secretaries thus appear as the saviours who shall organize our everyday life through algorithms. In the end, within the game of automation, will we be players or pawns?
GameOver Collective (Greece)
19. 30 dinner
21. 00
It’s time to shut up the machine and get the bodies talking again
The news of the children edited in China is another of the thresholds that have been crossed from which no one can think to go back. Artificial reproduction is a central issue: it means putting the dimension of procreation in the hands of the techno-scientific system, at stake there is a profound and radical transformation of the human and the entire living.
The body, the bodies are at the center and increasingly under attack, taken in a grip: on the one hand the techno-scientific system and the bio-market have more and more need of them and they hoard it up to their vital processes, on the other hand their ideologies deconstruct and fragment them. A fluid body, without boundaries, without limits, protein-shaped, porous, malleable and infinitely manipulatible.
In times of transhumanist re-signification and the cancellation of reality itself, a reflection to understand and face the new challenges of the present and the non-sense that spreads with ardent and profound awareness of an urgency and a priority.
In post-modern dissolution and indeterminacy there is no need for doubts about the road that power is increasingly shaping and the road to take to derail the machine.
Silvia Guerini, Resistenze al Nanomondo Collective (Italy)

SUNDAY 28

8. 00 breakfast
9. 00 The necessity of resistance
Fighting against exploitation in these times of the new techno-totalitarianism first of all means realizing that the same premises that make us feel and desire a free world are corroded. The same conditions that make life on the planet possible are eroded and also remind us that we are animals among a multitude of other animals that in turn need an intact environment in which to live. The artificial world is changing relationships and emotions in virtual dreams and synthetic environments, and this can only produce GMO chimeras and worlds of Artificial Intelligence. The techno-world destroys and manipulates every freedom from the root, rewriting a history that comes from laboratories and uses the language of war to survive.
The resistants in this process will not only risk to remain behind, lost in struggles without content, but also they will take much longer to understand the process, to decipher it in order to be able to explain it. In this generalized nonsense, a reaction that can no longer be expected is urgently needed; not being just accomplices is no longer sufficient. And who knows if the seed of freedom will be the hard one to die.
Costantino Ragusa, Resistenze al Nanomondo Collective (Italy)
12. 30 lunch

How to get there

Airport: Orio al Serio – Bergamo, then reach the city (bus number 1) and take the train to Brescia
By Train: Train from Brescia to Edolo, get off at Capo di Ponte (1 hour 35, nine stops)
continue on foot for 1,2 Km
Proceed south on Via Nazionale towards Via S. Martino
At the roundabout take the 1st exit and take Via Sebastiano Briscioli
Turn left and take Via Santo Stefano
Turn left and left again, you will find the “Capo di Ponte Theme Park” in Prada.
By Car:
From SOUTH/WEST DIRECTION: At Bergamo take the SS42 towards Edolo, up to via Breda a Ceto. From Via Breda turn right onto Via Nazionale, at the roundabout take the second exit onto Via Sebastiano Briscioli, turn left onto Via Santo Stefano and then left again onto the Capo di Ponte Theme Park.
From SOUTH/EAST DIRECTION: In Brescia take the SP510 towards Edolo, until the junction with the SS42 towards Costa Volpino (signs for Darfo B.T./Lovere) and enter SS42 up to Via Brada a Ceto. From Via Breda turn right onto Via Nazionale, at the roundabout take the second exit onto Via Sebastiano Briscioli, turn left onto Via Santo Stefano and then left again onto the Capo di Ponte Theme Park.

FOR THE WHOLE THREE DAYS:

– FREE CAMPING, BRING YOUR TENT
– FOOD WITHOUT ANIMAL EXPLOITATION AND WITHOUT POISONS
– TOILETS AND INDOOR STRUCTURE IN CASE OF RAIN
– DISTRIBUTION OF INFORMATION MATERIAL: BRING BOOKS, NEWSPAPERS, TEXTS YOU WANT TO SHARE
– EXHIBITIONS

The debates will be translated into English
Help us to organize the meeting in the best way, let us know in advance of your presence

For information and contacts:
www.resistenzealnanomondo.org info@resistenzealnanomondo.org
www.facebook.com/3giornatecontroletecnoscienze/