Editing genetico per tutti! Chi li sta fermando?

 

Quando parliamo di ingegneria genetica siamo abituati sempre a pensare come se ci trovassimo in una specie di fase di passaggio o addirittura parliamo di scenari in là da venire. In genere quello che percepiamo e trasmettiamo è un monito a informarci e ad agire, altrimenti il rischio sarebbe di ritrovarsi sommersi dal transgenico.
La fase che ci troviamo ad affrontare adesso è ancora più pericolosa: non solo siamo nel pieno dell’era biotecnologica e transumanista, con tutto un sistema tecno-scientifico che va in questa direzione, ma le stesse biotecnologie stanno diventando un’altra cosa. O meglio stanno mutando da come le abbiamo conosciute fino adesso.
Il vero lavoro per l’Industria del Biotec, un complesso di multinazionali, Università, Enti di ricerca, fondazioni, associazioni di categoria, non è più dimostrare che l’ingegneria genetica è priva di conseguenze, ma cambiarne completamente volto: una manipolazione radicale. Il nuovo volto delle biotecnologie si chiama Editing genetico. L’intenzione con questa nuova tecnologia è sia riscrivere direttamente dal nulla il genoma di un organismo (biologia sintetica), sia la “correzione” o modificazione di un genoma già esistente (l’editing propriamente detto o riscrittura). La tecnologia di Editing più in voga è chiamata Crispr Cas/9 perché generalmente utilizza la proteina Cas9, ma per brevità viene indicata solo con la prima parte della sigla: CRISPR.
Questa nuova tecnologia si profila come economica: si calcola che il costo per avere una sonda Crispr specifica (a parte la manodopera) è attorno a poche centinaia di euro, veri e propri spiccioli se si considerano i costi in biotecnologia; il secondo aspetto è la velocità di sviluppo, i tempi infatti si abbassano da anni a mesi. Ma l’aspetto probabilmente più importante per il mondo della biotecnologia, e in particolare per le multinazionali agrogenetiche, è la possibilità che i prodotti figli dell’Editing non vengano più considerati come i tanto vituperati Ogm non essendoci inserimento di dna estraneo. Questo nei paesi dell’UE ridurrebbe assai i costi soprattutto alle compagnie biotecnologiche come Monsanto e Syngenta che non dovranno più comprarsi i posti chiave dentro gli enti di sicurezza alimentare come l’Efsa a Parma o l’Fda americana. Anche per i tempi di approvazione diverrebbe tutta un’altra cosa passando da anni di interminabili trafile burocratiche a solo pochi mesi, scavalcando moratorie e restrizioni e in generale, che forse è la cosa peggiore, creando un nuovo immaginario di accettazione assoluta.
Non stupisce che il totalitarismo democratico sta avendo il suo apice proprio per le tecnologie più controverse, quelle in grado di rifare il mondo, di manipolare il vivente fin dentro i processi più intimi, di controllare ogni aspetto della vita e se necessario essere anche in grado di distruggere l’intero pianeta, gli arsenali atomici sono sempre li a ricordarlo. I tempi attuali di pacificazione sociale e di perdita di
senso sono l’ideale per l’innestarsi di questa nuova fase dove non si deve più avere paura della tecnologia genetica perchè questa sarà ancora di più tra noi e guai dopo pensare di contestarla. Stanno lavorando proprio a queste basi solidissime come una gabbia di una prigione.
Sono sempre più lontani i tempi dei “semi terminator” della Monsanto, degli Ogm nemici dell’agricoltura, dei contadini indiani che si suicidano con il Glifosate davanti ai campi di cotone Bt e delle dimostrazioni di piazza.
Tutto l’impegno oggi va verso l’accettazione sociale, le compagnie investono molti più soldi in questo che nella ricerca, arrivano fin dentro le scuole a far “giocare” i bambini con la genetica, li si addestra che naturale è bello, ma artificiale è ancora meglio. Ma ancora non basta, i creatori del mondo biotec sanno benissimo cosa hanno tra le mani, o meglio non vogliono sorprese; come per il nucleare la campanella della ricreazione deve convivere con la sirena di allarme che addestra fin da piccoli al disastro radioattivo. Dalla scuola si passa alle metropolitane, poi quartieri, città e infine interi paesi come già avviene regolarmente in Giappone e in Francia. Per come stanno predisponendo le Smart city con specifiche infrastrutture e tecnologie, c’è da aspettarsi che presto la campanella inizierà a suonare sempre più anche da queste parti.
Con le nuove tecniche di Editing genetico il linguaggio dei suoi divulgatori si è fatto più ardito; Anna Meldolesi parla di Crispr come di una tecnologia dal basso, dove la sua facile applicazione ne permetterebbe un continuo controllo. Addirittura esiste un progetto già avviato dove tutte le informazioni raccolte dai centri di ricerca e dai singoli ricercatori vengono centralizzate e poi rese fruibili per la comunità scientifica che ne fa richiesta. Il grillismo tecnologico ancora ci mancava, a quanto pare dalla rete democratica siamo passati ai geni democratici. Senza andare tanto lontano la realtà è sempre un’altra cosa da come viene raccontata, questa si frantuma verso logiche che vanno ben oltre il semplice profitto, anche se questo resta un aspetto da non sottovalutare; i moventi sono da ricercarsi in quello che è sempre più un processo che parla l’imperativo linguaggio della tecnoscienza…
L’unità di ricerca Cibio dell’Università di Trento ha trovato una modalità Crispr in grado di intervenire in modo ancora più preciso per correggere i difetti dei geni. Non ha perso tempo e ha pubblicato subito i risultati nei soliti prestigiosi canali scientifici necessari per ottenere credibilità e ha chiamato Evocas9 il suo rivoluzionario risultato coprendolo da brevetto in attesa di mettersi in vetrina, dove gli acquirenti non tarderanno ad arrivare. Negli ultimi anni e ancora oggi più che mai sono in corso dispute legali fortissime per aggiudicarsi la corsa all’eldorado sul vivente: per qualcuno ci saranno nobel e riconoscimenti e per altri brevetti miliardari su applicazioni terapeutiche che vogliono isolare e controllare al più presto per metterle in commercio con nuove StarTapp. Anche Big Farma e Big Biotec con i novizi sposini sono al massimo dell’attenzione, ma con una certa discrezione, sanno che quando la confusione si placa si compreranno tutta la piazza con i rispettivi nuovi organi di controllo, se questi esisteranno ancora.
Apparentemente dando uno sguardo a come viene presentato l’Editing genetico, dai giornali che spettacolarizzano la tecnologia come Focus o riviste come Le Scienze , fino ad arrivare ai blogger disperati e ai social media, quello che appare come un fattore comune è la banalizzazione di questa tecnologia. La stessa co-ideatrice di Crispr ama definire il suo team come un semplice gruppo di ricerca con pochi mezzi. Il racconto del Crispr e delle sue procedure invita alla familiarità, non troppi soldi e un pò di conoscenza in biologia e quasi si può iniziare, quasi appunto, perchè di fatto non è così. Per un attimo ci si sente partecipi, finalmente si lavora seriamente per la salute, per l’ambiente e addirittura si può risollevare un’economia, visto che in agricoltura la Du Pont che è la maggior investitrice si aspetta miracoli e si sa che la voce dell’agribusinesse si esprime come se avesse già fatto il raccolto pronto. Questa tecnologia si presenta talmente di “base” che gli stessi organi regolamentari per la sicurezza esprimono le loro fatiche nel proporre regolamentazioni, giocando molto su quanto effettivamente venga manipolato, considerando che non si inserisce dna esterno negli organismi. Questo discorso apparentemente sembrerebbe tirare la colpa sui cattivi “vecchi” ogm, ma di fatto invece diventa un’accusa che si fa ancora più forte nei confronti di chi per anni ha instillato paure irrazionali e ha fatto ritardare i progressi tanto importanti della scienza.
Questo Editing genetico risolleva e da nuovo vigore all’ingegneria genetica sotto ogni aspetto, ovviamente rafforza anche la precedente tecnica, che non verrà certo messa da parte. L’ essere così di “base” equivale come ad una contaminazione senza precedenti, ma senza aver avuto bisogno di contaminare distribuendo per il mondo quintali di soia ogm (come è invece avvenuto in Brasile e Argentina da parte di Monsanto).
Non mancano ovviamente rischi medici gravissimi riconosciuti: se le precisissime forbici (che precise al 100% non lo sono affatto) tagliano qua e là il genoma, magari causano malattie ancora più gravi di quella da curare per cui sono state disegnate (non è così improbabile danneggiare il dna trasformando la cellula sana in cellula tumorale) o creano una sorta di effetto domino che sconvolge l’intero organismo, a causa dell’innaturale “taglia e cuci” fatto dalla Crispr. Ma niente di tutto questo sembra creare un reale allarme o una semplice attenzione. Sembra quasi che vi sia una taciuta consapevolezza che dice: tanto tutto questo sta passando, per le conseguenze se ne riparlerà a ultimazione delle StarTapp. Si sono anche levate le voci delle vecchie cariatidi di Asilomar per organizzare convegni internazionali, ma per altri rischi, evidentissimi con la tecnologia dell’Editing: quelli dell’eugenetica. Gli inventori della tecnologia del dna ricombinante riunitisi ad Asilomar oltre quarant’anni fa non sono riusciti a garantire un bel niente al tempo e sicuramente non potranno fare niente oggi. Soprattutto in Germania, dove era ancora fresco l’eco della ricerca nazista sull’eugenetica, una forte critica sociale ha fatto la differenza per impedire lo sviluppo delle tecnologie genetiche, rinforzata da gruppi come le Rote Zora che indicavano quello che per tanti era ormai evidente: la ricerca sulle biotecnologie ricombinanti era la continuazione della ricerca nazista con altri mezzi.
Ed è per questo che i nascenti istituti di ricerca sulla riproduzione artificiale dell’umano sono stati trattati con altri mezzi ancora.
Questi grandi convegni internazionali pieni di nomi altisonanti sembrano pieni di buone intenzioni, ma non ne hanno, il beneficio è per gli stessi promotori e per la causa che vanno a trattare che sembra all’improvviso passare sotto l’osservazione di un’altra scienza, non quella che guarda al transumanesimo, brevetti, miliardi e prossime multinazionali, ma una scienza fatta di saggezza e prudenza che guarda veramente l’uomo e il pianeta con un pensiero globale, quasi critico. Come al tempo si diceva che chi ha ricercato per una vita atomi per la guerra atomica non può venire poi a raccontarci storie di atomi per la pace, lo stesso è per la genetica ricombinante, dove era evidente fin dal suo inizio, considerando che gli esperimenti militari e civili su cavie umane certo non sono mancati e considerando che tecnicamente era possibile ingegnerizzare
esseri viventi in un processo irreversibile e che la direzione sarebbe stata intrapresa. Anche in tempi più recenti si sono viste forti preoccupazioni su altre tecnologie come le nanotecnologie, Bil Joy, un promettente scienziato della Silicon Valley, ha lanciato un allarme molto acceso, ma poi ha creato un nuovo lavoro sullo sviluppo di una nanotecnologia non a rischio di replicazione. Lo scienziato è il primo sguardo sulla possibilità del disastro, ma non è in grado di farvi fronte o meglio non ne ha la volontà perchè dovrebbe distruggere il suo mondo, la sua fama, i suoi privilegi ed è incapace di uscire dal dualismo “tecnologia buona o cattiva”, di fatto lo scienziato è parte integrante del problema qualsiasi sia la sua scelta.
Nel caso di una buona riuscita dell’Editin genetico i promotori ci tengono a precisare che non ci sarà alcun totalitarismo o imposizione, ma una totale libertà di scelta.
La medicina offre delle opzioni ai portatori di gravi mutazioni, sotto forma di test o terapie geniche, ognuno poi è libero di servirsene o di non farlo. Chiarisce ancora una volta la Meldolesi: “tra l’eugenetica di oggi e quella di ieri c’è tutta la differenza che passa tra la scelta individuale di un paziente o di un genitore e l’imposizione di un regime su una popolazione”.
E allora viene da chiedersi come verrà stabilito che una malattia sarà talmente grave da giustificare un’intervento di Editing genetico. L’opzione della libera scelta appare in tutta la sua ridicolezza, considerando che non esiste più niente dove non vi sia la mediazione di tecnici e specialisti, parlando di medicina questa è semplicemente la regola, almeno che per libera scelta non intendano le opzioni offerte da Google su uno smartphon.
Le istituzioni mediche, di cui ovviamente quelle pubbliche non sono escluse, sotto pressione da un sistema sempre più tecnico, nella convergenza delle scienze non hanno trovato una qualche forma di cooperazione ma linee guida che non hanno contribuito a stilare, ma che si ritrovano a doverle semplicemente confermare e rispettare.
Oggi vengono considerate come malattie quelle che un tempo venivano considerate come semplici condizioni, l’obesità ad esempio, o la predisposizione all’alcolismo. Il catalogo si allarga sempre di più di anno in anno tanto che un domani, che è ormai il nostro presente medicalizzato, potranno essere ritenuti patologici stati che oggi rientrano nello spettro della normale variabilità.
Nel dibattito internazionale intorno all’Editing genetico, uno degli aspetti che ricorre forse con più frequenza, o forse sarebbe meglio dire frenesia, è la velocità con cui il tutto sta avvenendo. La tecnologia genetica ha smesso di codificare il genoma degli esseri viventi (progetto Genoma Umano) che di fatto ancora la legava agli organismi di cui si occupava, mentre adesso nella nuova fase gli organismi vengono editati: non più leggendo ma riscrivendo il loro dna. Dalla lettura alla riscrittura. Non è un caso che l’interesse è diretto alla linea germinale umana senza più neanche aspettare le conseguenze che avranno i primati e gli altri animali che da anni vengono riprodotti in laboratorio con queste tecnologie.La tecnologia Editing funziona e semplicemente verrà fatta. Gli esperimenti condotti in Cina su animali ed embrioni umani impiantabili che facevano tanto inorridire e indignare fino a qualche mese fa e facevano urlare all’eugenismo in Europa e negli Stati Uniti, adesso sono fonte di discussione scientifica, per trovare un accordo, per gestire quello che comunque sia, in un modo o in un altro, Stati, istituzioni di ricerca e multinazionali hanno deciso di mettere in campo. E infatti come era prevedibile anche altri paesi tra cui Stati Uniti e Inghilterra hanno annunciato aperture alle ricerche con Editing genetico verso embrioni umani impiantabili. Quella che stiamo vivendo attualmente è un’accelerazione senza precedenti di quel processo di controllo dei corpi grazie all’ingegneria genetica. Questa grande velocità sorprende la politica, il sociale e la scienza stessa, nessuno vi era preparato; perchè i tempi delle tecno-scienze attuali hanno altre velocità. Si contano per cominciare circa diecimila patologie genetiche, legate alla mutazione di un singolo gene, che potrebbero essere cancellate dalla Crispr. Le forbici Crispr, com’era stato con il cannone genetico degli ogm, promettono di portare alla sconfitta definitiva gravissime patologie genetiche e con la stessa forbice si potranno modificare irrimediabilmente caratteristiche somatiche dell’embrione, secondo le preferenze di Stati, istituzioni mediche, specialisti, genitori. La strada all’eugenetica è spianata, ma non si parli di nazismo, visto che l’eugenetica di oggi dispone di mezzi e risorse tecnologiche inimmaginabili in quegli anni.
Sulla questione è importante ascoltare quello che arriva dal mondo transumanista, protagonista alatere della rivoluzione Crispr. Le manipolazioni genetiche sono in assoluto le tecnologie più promettenti conferma Roberto Manzocco, ricercatore transumanista: “Disponiamo già di procedure collaudate: come il Crispr Cas/9, una tecnica che consente di modificare in modo relativamente poco dispendio so il genoma umano. Alla fine il primo passo verso la trasformazione della nostra specie sarà portato a v a n ti d all’in g e g n e ria g e n e ti c a ; in p a r ti c ola r e si lavorerà molto sul prolungamento della vita, del la forma fisica e della gioventù”. Un tema che appassiona la Silicon Valley, al seguito di Google, che ha avviato la ricerca all’interno del Life Extension Project.
Senza andare a Palo Alto anche in Italia prendono sempre più piede in posti di alto livello spezzoni transumanisti, ecco perchè hanno sempre più successo i corsi della Singolarity University, questo think thank americano ha appena aperto a Roma (dopo la prima sede a Milano): “per aiutare perso ne, governi e aziende a comprendere le tecnologie più innovative. I loro impatti sociali e il loro ruolo nel risolvere i grandi problemi dell’umanità” , i loro proclami non vanno intesi come innocui appelli. Senza avere pretese di parlare di opposizione visto che su questo nuovo scenario non vi è uno straccio di critica e di riflessione che vada oltre i contorni del problema o che si limiti a descriverlo invece di capire effettivamente quello che sta succedendo. Si sente parlare di eugenismo con una leggerezza estrema, la banalizzazione imperante ha preso ormai il sopravvento. Se tutto questo scenario è già così tra noi, così comune, cosa resta da fare? Subire, subire e subire risponde il potere che ormai su questo campo non ha neanche bisogno di essere coercitivo e autoritario o di schierare eserciti. Nessuno impone la PMA eppure passa in nome della libertà, come passano su base volontaria sempre più farmaci, nuovi vaccini, paure di quello che non si conosce, ansie estetiche che portano ad appoggiare programmi di implementazione del corpo. E quando si è pronti a concedere al sistema medico e alla ricerca scientifica la gestione del proprio corpo, della propria salute, della propria quotidianità, la procreazione stessa dei figli sarà veramente difficile riuscire a innestare un granello di critica che non venga considerata folle e chi la esprime non più da mettere in sezioni speciali per prigionieri politici, ma da trattare come un caso sanitario.
I tempi corrono velocissimi, quello che prima veniva considerata una tecnologia anti etica può trasformarsi da un momento all’altro in una tecnologia di riferimento. Tutto questo non perchè nel mentre è cambiata la società con nuove richieste e necessità, ma perchè è cambiato ancora una volta qualcosa nel paradigma tecno-scientifico e la società può solo adattarsi.
Eppure è proprio dentro questo tempo che ci lascia sempre indietro che è importante fermare dei pezzetti e cercare di ricomporci con tempi altri dal processo tecnologico. I tempi della buona volontà sono finiti e il bilancio è stato solo l’elemosina.

Costantino Ragusa

Dal giornale ecologista L’Urlo della Terra, num.6, luglio 2018

 

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La metamorfosi del mondo

Metamorfosi

La metamorfosi è qualcosa di profondamente diverso rispetto a un cambiamento.
In un cambiamento alcune cose mutano ma altre possono rimanere uguali, la metamorfosi invece è una trasformazione totale e radicale che si spinge fino a ciò che costituisce l’essere umano e l’intero vivente. La metamorfosi, quando è completa, arriva ad avere il carattere dell’irreversibilità.
È in atto una profonda metamorfosi dell’essere umano: ciò che stà mutando è il nostro modo di sentire, di vedere, di pensare, di percepire il nostro corpo e i corpi tutti, di relazionarci al mondo e di conseguenza di agire nel mondo e nella realtà attorno a noi. Sentire, vedere, pensare, relazionarsi è quello che porta a un agire.
Vengono minate le basi per un sentire altro, per un immaginare altro e quindi per negare l’esistente e per un agire contro.
Le nuove generazioni non avranno la capacità di comprendere neanche l’idea che possa esistere un modo altro, un mondo altro. Bambine cresciute con un’interfaccia virtuale per una relazione mediata da uno schermo, la protesi del telefono cellulare, i social network: l’essere perennemente interconnesse trasforma il modo di percepire se stesse, gli altri, le relazioni e la stessa realtà. Percependoci come un nodo di un terminale, perfettamente in sintonia con una città sempre più cablata sotto gli occhi di telecamere e di passaggi controllati, diventiamo dei transiti della rete globale. Nella normalità del passare la tessera elettronica ad ogni entrata di una metro un microchip sotto pelle non è così lontano da ciò che gradualmente potrà diventare la normalità.
Il silenzio complice di un’intesa contiene più vicinanza e significato della comunicazione virtuale del cyborg-attivismo da poltrona segno di questi tempi. Ben lontano e al sicuro dalla vita reale, senza sudore e senza il fiato che si spezza.
La metamorfosi si spinge fino ad assumere le caratteristiche di una trasformazione antropologica dell’essere umano: un essere ibrido, senza identità, se non quella costruita sui propri profili, senza punti di riferimento fermi. Il risultato è un individuo frammentato e infinitamente manipolabile, un atomo individualizzato dove non è l’unicità e la diversità del singolo che conta, ma il medesimo trasparente perennemente esposto in vetrina sui social network e diponibile alle esigenze del sistema. Le uniche differenze ammesse sono quelle di fatto conformi al sistema e quelle sfruttabili nel nuovo mercato di consumi personalizzati dove le merci si vanno a confondere con le terapie individuali della medicina predittiva.
Nella fluidità delle merci, perfettamente conforme al modello dominante, la pluralità arcobaleno, la fluidità del genere è in realtà un’omologazione a un unico modello, la x è un neutro maschile.
Anche il pensiero subisce una metamorfosi annichilendosi e degradandosi. Nella società della trasparenza e del livellamento possono esistere solo opinioni. Le opinioni non comportano conseguenze, superficiali, fugaci non lasciano traccia del loro passaggio e quando lasciano tracce, queste non sono abbastanza forti e resistenti per scalfire l’esistente. L’agire e la messa in gioco non sono mosse e rette da opinioni, essendo queste un terreno fragile e franoso.
In questa logica si può disquisire su tutto e il contrario di tutto può essere logicamente argomentato.
Nella metamorfosi il concetto limite si sgretola.

Produzione di realtà
Normalizzazione e Invisibilizzazione

Il processo tecnologico non produce solo strumenti, ma produce la stessa realtà attraverso la percezione che di essa si ha. È un processo che crea e modifica la realtà e nel mentre cambia gli stessi paradigmi di pensiero su come vediamo il mondo e noi stesse.
Non è lo stato con i suoi apparati burocratici e i suoi eserciti a determinare i paradigmi dominanti in un preciso periodo storico-sociale, sono le innovazioni tecnologiche, è lo sviluppo tecno-scientifico che crea e determina i paradigmi. Da sempre sono state le rivoluzioni scientifiche a farlo. Un paradigma è l’insieme di metodi sperimentali, di griglie di interpretazione, di modelli esplicativi, che traccia sia i problemi da analizzare sia le stesse soluzioni. Gli stessi strumenti vengono creati in base all’esperimento, in base a ciò che si vuole trovare e una volta realizzati andranno quindi a determinare lo stesso esperimento. Solo l’idea dell’elettricità come un fluido potè far concepire la realizzazione della bottiglia per imbottigliarlo. Solo un mondo percepito a scala nanotecnologica fa realizzare strumenti in grado di spostare atomi e questi non sono semplici strumenti.
Il cambio di paradigma fa vedere la stessa realtà in modo diverso, ma non è un semplice vedere, è un vedere che crea e modifica quella realtà. Priestley e Lavoisier videro la stessa cosa, ma per il primo all’interno del paradigma dominante già in declino erano corpuscoli, per il secondo a cavallo del nuovo paradigma che si stava affermando era ossigeno. Così come un microscopio a effetto tunnel non è un semplice strumento, ma costruisce un mondo in cui la materia è pensata, misurata e quindi modificata a livello nanotecnologico.
Già il pensare a un corpo come scomponibile rende il corpo stesso disponibile e modificabile. Il percepire i corpi scomponibili è il fondamento delll’ingegneria genetica e delle tecnologie di riproduzione artificiale.
Gli sviluppi tecnologici sono totalizzanti e pervasivi perchè determinano la stessa interpretazione -costruzione della realtà. Questo non vuol dire che non esista una realtà, questa esiste, ma quello che conta è come e cosa diventa poi reale. Cinque anni dopo Chernobyl un esperto del settore dichiarava:

“Il futuro dell’energia nucleare dipende da due fattori: dal suo funzionamento efficace e sicuro, e dalla percezione che sia efficace e sicuro”.

Fu l’evento mediatico dopo Chernobyl e dopo Fukushima a rendere visibile il rischio invisibile del disastro. Ciò che diventa percepito diventa la realtà. Su questo ruotano, quando occorre, sia la produzione della percezione del rischio sia la produzione del non sapere, l’invisibilizzazione del rischio e del disastro. Su questo viene alimentato il costante senso di insicurezza per avere un controllo che penetra in ogni aspetto della vita.
Non è un evento tragico a innescare il lampo fulmineo di una sottospecie di reazione emotiva, tutt’altro ovviamente sia di una reale emozione, nella forza della sua passione, sia di una presa di consapevolezza e del conseguente agire, ma è l’immagine dell’evento veicolata attraverso i media e i social network che filtrano, strumentalizzano, esaltano, banalizzano in base all’occasione. Quell’immagine e la percezione di essa prendono il posto di quello che succede là fuori, fuori dallo schermo, fuori dallo spettacolo e fuori dalle griglie che ingabbiano una reale presa di consapevolezza.
Lo stato e i suoi apparati sono certamente necessari, ma funzionali al processo tecnologico. Un processo che si incarna nei centri di ricerca, nei colossi come Google, IBM, Microsoft, nelle multinazionali agro-alimentari, farmaceutiche e biotecnologiche.
Ciò che prima era impensabile ora viene dato per scontato. La discussione si sposta non su quello che è eticamente lecito, ma solo su quello che è tecnicamente possibile. La tecnologia sposta il limite. Dal respingere con orrore al respingere senza orrore, dalla perplessità fino alla convinta accettazione. Diventa normale ciò che prima non appariva per niente tale. I nuovi sviluppi tecnologici si affermano in un contesto in cui la moralità, la liceità scompaiono davanti agli imperativi tecnici, in cui si riducono alla possibilità. Una pratica diventa considerata accettabile semplicemente perché è realizzabile.
Il golfish, pesce rosso transgenico che brilla al buio, è un esempio inquietante, e bisognerebbe inquietarsi, ma di quell’inquietudine che spinge all’agire, di come le persone si stanno abituando a delle modificazioni genetiche per motivi esclusivamente estetici.
Günther Anders [1] scrive che nulla di più falso è il pensiero per cui vivremo già nell’epoca dell’angoscia. Questa tesi ci è inculcata da chi teme solo che si possa realizzare la vera paura, adeguata al pericolo. Scrive che viviamo invece nell’epoca della minimizzazione e dell’inettitudine all’angoscia in cui non bisogna aver paura della paura, ma avere il coraggio di aver paura e anche quello di far paura. Un’angoscia senza timore e vivificante, che non ci paralizza o non ci rinchiude in noi stesse, ma che ci fa agire.
Il processo tecno-scientifico produce il disastro e lo normalizza. La normalizzazione invisibilizza il disastro. Una strategia di invisibilizzazione è spostare il piano dagli effetti sulla salute e sugli ecosistemi al piano dei costi economici e della gestione amministrativa: il problema delle evacuazioni dopo Fukushima divenne un problema di gestione amministrativa, il piano venne spostato sulle conseguenze sociali di un’evacuazione di massa, non sui reali effetti dell’esposizione alla contaminazione.
La normalizzazione produce accettazione, ciò che diventa normale diventerà accettato. Viviamo in una società del rischio dove il rischio globale non significa solo catastrofe globale, ma convivere con la costante previsione della catastrofe. E questa convivenza diventa la normalità.
La considerazione che non riusciranno mai a far fronte a dei limiti biologici non deve rassicurarci, nel tentativo di superare questi limiti nuove chimere transgeniche prenderanno forma e moriranno nei freddi laboratori. Il sistema tecno-scientifico non produce catastrofi solo con le conseguenze del proprio operare, ma la catastrofe è già implicita nella direzione di una ricerca anche se non otterrà i risultati prefissati e anche se non uscirà mai dal laboratorio.
La realtà delle conseguenze della radioattività, delle nanoparticelle, degli organismi geneticamente modificati diventa un insieme di dati. Diventa la misurazione di variabili e le loro interpretazioni. Questo è in mano al sistema tecnico, ma in certe occasioni anche noi siamo chiamati a cogestire la fabbricazione della realtà e la conseguente cogestione del rischio o del disastro. A Fukushima le persone si autoproducevano i contatori geiger per misurare i livelli di radioattività.
Anche lo scopo del potere e gli stessi rapporti di potere subiscono una metamorfosi, se prima si poteva affermare che il guadagno economico era il principale motore, ora è riduttivo pensare che lo scopo sia solo il profitto. Lo scopo è soprattutto il controllo e la gestione. Controllo e gestione di dati, di informazioni e dello stesso rischio. E la produzione, valutazione, definizione, classificazione, monitoraggio, gestione del rischio, è in mano agli esperti e ai tecnici.
Pensiamo alle ricerche sulle cellule staminali che si fondano sulla capacità generativa delle donne da cui i laboratori traggono non solo profitti, ma materiali. Gli ovuli e gli embrioni per la ricerca derivano dalle cliniche di procreazione medicalmente assistita. Il trarre materiale umano nella scissione del processo generativo ha conseguenze che si spingono oltre al mero guadagno economico.
I laboratori di ricerca parlano di gestione di materiale biologico in eccedenza, ma non si tratta di questo, non è semplice materiale in eccedenza. È prodotto apposta per soddisfare le esigenze delle ricerche in un processo di produzione incarnata e in questa espropriazione si gioca il significato di essere umano.
Nella costruzione di una realtà del paradigma tecno-scientifico e nella sua decostruzione a opera del post-modernismo si ottiene lo stesso risultato: l’unico esistente è quello della macchina tecnologica.
Nello stagno post-moderno tutto è relativo, non esiste una realtà e se non esiste una realtà, non esiste nemmeno il sistema di potere contro cui rivoltarsi. E decostruito pure il soggetto non esiste neanche più un soggetto politico in grado di disgregare, ma realmente, l’ordine esistente.

Degradazione

La degradazione colpisce non solo la Terra, ma anche il pensiero e anche quello che si presuppone dovrebbe essere un pensiero radicale.
La degradazione arriva fin dentro gli stessi contesti che si pensa siano immuni e liberi da condizionamenti e dalle stesse logiche che si dovrebbero contrastare. Modalità che inizialmente sarebbero dovute servire per mettere in discussione la prevaricazione e per mettere in luce la questione del consenso, sottendono un’incapacità nel relazionarsi e arrivano ad essere spinte fino a degenerare e a minare gli stessi presupposti di un rapporto e della stessa responsabilità. Un incontro tra due persone è fatto di sguardi, intese e anche malintesi, insicurezze, incognite, imprevisti. Questo è quello che rende autentico un incontro con l’altro.
Un cartellino con scritto se sono impegnata o no, un foglio da leggere prima di entrare in un posto con i diktat su quello che è ammesso e non ammesso fare, non sono modalità liberatorie, ma sono degenerazioni di un qualsiasi autentico incontro. Le infinite possibilità non si possono prevedere, scansionare e ridurre a un elenco. Esporre, rendere trasparenti tutte le possibilità ammesse e non ammesse è perfettamente conforme alla società della trasparenza, dove tutto è esposto e trasparente, è perfettamente conforme con la società cibernetica dove tutto è prevedibile e calcolabile.
Delegando la compresione a un cartellino, delegando la responsabilità agli elenchi si polverizza la capacità di comprenderci e di comprendere l’altro. Così si va a modificare nel profondo noi stesse, metamorfosi perfettamente in linea con l’umano incapace di relazionarsi della società tecnologica.

“L’amore senza una lacuna nella visione è pornografia. E senza lacune nella conoscenza, il pensiero si riduce a calcolo.” [2]

Viviamo in tempi in cui alcune aree del femminismo, del movimento LGBTQIA, queer spacciano pratiche e logiche di mercificazione per libertà e autodeterminazione. Prostituzione, utero in affitto e come ultima tendenza gli ormoni alle bambine e bambini. Perfettamente in sintonia con il neoliberismo si diventa imprenditrici di noi stesse offrendoci come merce. L’”auto-sfruttamento” è più efficacie dello sfruttamento da parte di un terzo o del sistema perchè è mascherato dalla retorica della libera scelta e della libertà. Come se la schiavitù diventasse accettabile se fosse scelta liberamente. L’auto-sfruttamento porta alienazione da sè stesse e dal proprio corpo, l’autorealizzazione è in realtà autoannullamento.
Questo è un dispositivo di potere della società del controllo e della cogestione, dove noi stesse siamo chiamate a cogestire gli stessi disastri con una partecipazione attiva, diventando attive non percepiamo più che in realtà siamo ancora nella morsa del sistema e non ci rendiamo conto che stiamo solo oliando i suoi ingranaggi.

Post gender – Post human

Dal transumanista James Hughes: Verso un futuro post genere
Il post-genderism è una interpretazione radicale della critica femminista al patriarcato e al genere, e la critica genderqueer del fatto che il genere binario costringe il potenziale dell’individuo e le nostre capacità a comprendere e comunicare con le altre persone. Il post genere trascende l’essenzialismo e il costruzionismo sociale assertendo che la libertà dal genere ha bisogno sia della riforma sociale sia delle biotecnologie. Nonostante un benessere nella variazione antropologica e storica dei ruoli di genere, inclusa l’esistenza del 3^ ruolo di genere (neutro), non c’è traccia di una società libera dal genere. Oggigiorno i nostri sforzi nella creazione di società di generi neutrali hanno anche raggiunto il limite del genere biologico.
Oggi tuttavia, biotecnologie, neuroscienze e tecnologie di informazione rendono possibile il completamento del progetto di liberazione di noi stessi dal patriarcato e dal genere binario. Le tecnologie postgenere porranno fine alla propria identificazione sessuale e biologica statica, permettendo agli individui di decidere per sé stessi quali tratti di genere biologico e psicologico desiderano tenere o eliminare.
(Postgenderism: beyond the gender binary
George Dvorsky and James Hughes, PhD Institute for Ethics and Emerging Technologies, March 2008)

Dovrebbe destarci sospetto quando alcune rivendicazioni vengono riassorbite dal sistema, in questo caso ci troviamo davanti a una perfetta sovrapposizione e sintonia tra le rinvedicazioni post gender e post human, tra le rivendicazioni del queer e del transumanesimo. Il punto di incontro è l’apoteosi della tecnologia vista come mezzo per liberarci dai limiti del corpo, per superare il corpo, per cancellare il corpo, per modificare il corpo. Il corpo è percepito come la catena della biologia, come un mero involucro di cui possiamo liberarci, che possiamo migliorare e modificare grazie alle tecnologie. Il punto di incontro è il voler cancellare ogni limite. Il punto di incontro non può che essere il cyborg.
Il queer si presenta come un pensiero rivoluzionario, ma i suoi fondamenti corrono insieme alle tecno-scienze, corrono insieme al transumanesimo.
Se non esiste un limite tutto è possibile e le potenzialità di questo affascinano i tecno-scienziati, i transumanisti e il movimento queer.
Ecco il mondo post gender e post human che è già presente: nei manuali medici invece che vagina c’è scritto “front-hole”, buco di fronte e invece che taglio cesareo c’è scritto “window-birth”, finestra di nascita. Inoltre la raccomandazione della British Medical Association per i medici è di evitare l’espressione “mamme in attesa” o “donna che partorisce” per dire “una persona che partorisce” e invece di “allattamento al seno” dire “allattamento al petto” in quanto potrebbero offendere e discriminare le persone transessuali.
Non sono semplici tendenze linguistiche. È una precisa scelta che vuole cancellare la dimensione della procreazione e la dimensione della sessualità del corpo femminile. Nel caso di un transessuale che porta avanti una gravidanza dopo l’interruzione degli ormoni, non dimentichiamo che è la sua parte femminile che è rimasta incinta e che è in grado di portare avanti la gravidanza. Un uomo non può rimanere “incinto” ed è una differenza sostanziale, materiale, corporea. Nessun essenzialismo, semmai materialismo, la materia della carne.
Da un lato abbiamo il sistema che ha bisogno di corpi materiali e dall’altra parte dispositivi di potere e di risignificazione che cancellano quegli stessi corpi. Significativo che la tendenza del sistema è la stessa tendenza delle derive decostruzioniste e queer.
In Italia è stata recentemente autorizzata la somministrazione, rientrando nei trattamenti previsti nei livelli di assitenza di base, del farmaco a base di triptorelina per bloccare l’attività ormonale ai minori. Una medicalizzazione, una sperimentazione su bambine e bambini portata avanti come rivendicazione di libertà dal movimento transgender, queer e da alcune aree del femminismo. Per la libera scelta della bambina, si sente dire, ma bloccando la pubertà non si favorisce la scelta della bambina, siamo noi che attuiamo una scelta e ben precisa.
Non c’è il rischio che tale approccio vada a riconfermare e rafforzare gli stessi stereotipi di genere che si dovrebbero abbattere? Una bambina che non rientra nelle caratteristiche e nei comportamenti socialmente accettati che dovrebbe avere il suo genere, quindi che non è ciò che il nostro immaginario ci richiama alla femminilità, ma che gioca con giochi che non rientrano in quelli etichettati come da bambine, o che mostra un interesse verso altre bambine, viene vista come un maschio e non come una bambina che non rientra nello stereotipo.
Sono un sentimento, un comportamento, una tensione ad essere intrappolati. Questi vanno liberati, non attuando una medicalizzazione sulle bambine, ma scardinando la società che etichetta come “non nella norma”, in relazione a quel genere costruito socialmente, tale sentimento, comportamento, tensione. Non dovremmo cancellare i corpi per liberarci dai generi, ma dovremmo liberare i corpi dai generi.
Neil Harbisson, ospite alla conferenza dell’Università della Singolarità lo scorso Settembre a Rho, è un artistoide diventato famoso per essersi fatto impiantare un’antenna nel cranio. Affetto da una rara malattia che non gli permette di vedere i colori, grazie all’antenna può “sentirli” attraverso delle vibrazioni. Vanta di essere il primo cyborg e ha fondato la Cyborg Foundation per aiutare gli umani a diventare cyborg. La definizione di umano gli sta stretta e, sentendosi vicino alle altre specie, si definisce trans-specie collegandosi al movimento trans-gender.
Non vedremo spuntare antenne sul cranio degli/delle antispecisti/e, ma in tempi hi-tech dove già occhiali virtuali vengono usati da alcune associazioni animaliste per farci sentire le sofferenze degli animali negli allevamenti, non c’è da stupirci se una protesi tecnologica sarà considerata come un tramite per sentirci vicino e per relazionarci con gli altri animali e il mondo naturale.
Tutto questo è parte di quel processo di metamorfosi della percezione del corpo e di modificazione dei corpi tutti: corpi post-organici, implementati, artificializzati, geneticamente modificati.
Nel blog di Martine Rothblatt, Da transgender a transumano, si legge:

“Garantire l’uso etico delle biotecnologie sarà una preoccupazione tanto grande per i transumanisti quanto per i difensori della libertà di genere”.

Ed ecco che le biotecnologie diventano etiche…

1.   Günther Anders, Dell’incompatibilità tra nucleare e violenza, S-edizioni
2.  Byung-Chul Han, La società della trasparenza, pag. 15, ed. Nottetempo

Silvia Guerini

Dal giornale ecologista L’Urlo della Terra, num.6, luglio 2018

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Ecologismo e Transumanismo connessioni contro natura

Ecologisti, vegani e simpatizzanti di sinistra proliferano all’interno del movimento transumanista. Dopo Le Monde , Le Nouvel Obs e Politis , nel 2016 Primevère, la più grande fiera ecologista francese, ha invitato uno dei suoi rappresentanti ad esprimersi: Didier Coeurnelle, vice-presidente dell’Associazione francese transumanista ed eletto nei Verdi in Belgio. Avrebbe saputo sedurre i visitatori di Primevère con una «vita in buona salute molto più lunga, solidale, pacifica, felice e rispettosa dell’ambiente, non malgrado, ma grazie alle applicazioni della scienza.»1 Sono state necessarie le proteste degli oppositori alle necro-tecnologie affinché la fiera annullasse il suo invito.2 I transumanisti non lottano contro le nocività. Tecnofili e “resilienti”, si affidano all’ingegneria genetica, alla chimica ed alle nanotecnologie per adattare la natura umana e animale ad un ambiente devastato.

Serve uno Stato mondiale inter-specie per lottare contro le dominazioni tra umani e animali? O addirittura tra animali, con i predatori diventati erbivori dopo modificazione genetica? Anche se le loro idee possono far ridere, i transumanisti non sono delle stordite vittime di una indigestione di scadente fantascienza. Sono ecologisti e vegan (ossia chi rifiuta di consumare i prodotti di origine animale), certo! A volte anche buddisti. Ma anche filosofi, genetisti, informatici, sociologi o start-uppers retribuiti da Harvard, Oxford, dalla London School of Economics o Google. La maggior parte di loro vuole il bene del pianeta e dei suoi abitanti, vuole lottare contro le oppressioni, aumentando la nostra speranza di vita fino «alla morte della morte». I due portavoce del movimento transumanista francofono rivendicano il loro militantismo “ecologista”. Marc Roux ha fatto parte di Alternative rouge et verte . Didier Coeurnelle è eletto con i Verdi nel comune di Molenbeek. David Pearce, il co-fondatore di « Humanity+ », la principale associazione transumanista americana, è un militante antispecista e vegano. L’australiano Peter Singer, filosofo ed autore del libro di riferimento degli antispecisti La liberazione animale (1975), è lui stesso transumanista ed ex candidato Verde in Australia. Per quanto riguarda l’attuale direttore di « Humanity+ », James Hughes, come buddista, non farebbe male ad una mosca. Lontani dall’immagine ripugnante di libertariani insensibili alle disgrazie che li circondano, i transumanisti sono spesso dei progressisti di sinistra, ecologisti e femministe, che seguono la buona coscienza che regna nella Silicon Valley dal movimento hippy degli anni 60. In Francia, nell’avanguardia dei partigiani della riproduzione artificiale dell’umano (PMA-GPA) figurano i membri di Europe-écologie les Verts .
Secondo Marc Roux e Didier Coeurnelle, autori di Technoprog 3, i transumanisti sarebbero in maggioranza di sinistra, affezionati ad un sistema sociale e ad una medicina ridistribuitiva, contro l’idea di un’umanità a due velocità dopo selezione genetica.
Si dà il caso che abbiano anche punti in comune con gli “obiettori di crescita”4. Molto bene! Lasciamo da parte gli ultras, libertariani o tecnogaianisti, e interessiamoci a questi transumanisti socio-democratici e sedicenti ecologisti: coloro che introducono il lupo transumanista nell’ovile verde.

Benevolenza aumentata
Alle origini dei movimenti contestatari ed ecologisti americani, che un tempo venivano chiamati la New left , si ritrova l’opposizione alla guerra e all’arruolamento forzato. Gli anni passano: il post-modernismo fa il suo lavoro di depoliticizzazione e questa “non-violenza” si trasferisce sui rapporti interpersonali (si dice: le “micro aggressioni”) per partorire dei “ safe spaces ” che i lettori di Inrocks conoscono a memoria. I transumanisti, che sono tanto della loro epoca quanto un centro LGBT di provincia, vogliono anche loro un pianeta più safe, senza micro aggressioni.
Se i codici di buona condotta non bastano, suggeriscono il moral enhancement (il miglioramento morale) dell’umanità e degli animali (“non umani”, precisano i post-moderni), ossia «il miglioramento della compassione, della solidarietà e dell’empatia» attraverso mezzi genetici o medici. Come, ad esempio, l’assunzione di ossitocina che favorirebbe i comportamenti solidali. «Diminuire le sofferenze, aumentare i piaceri, questo fa parte di ciò che desideriamo intensamente per noi stessi e, forse ancora di più, per gli altri», proclamano gli autori “di sinistra” di Technoprog . Come parlar male di predicatori così sdolcinati. Due filosofi del M o r al e n h a n c e m e n t pubblicati dall’Oxford University Press assicurano che «La nostra conoscenza della biologia umana – in particolare, della genetica e della neurobiologia – inizia a permetterci d’influire direttamente sulle basi biologiche o fisiologiche della motivazione umana, sia con medicine o tramite selezione genetica, sia utilizzando dispositivi esterni che influenzano il cervello o il processo di apprendimento.»5
Lontano dalle elucubrazioni, questi progetti divengono ogni giorno più realisti – in particolare grazie ai progressi della modifica genomica del tipo CRISPR-CAS 9. Alcuni immaginano un’umanità e un’animalità geneticamente benevole e felici. Il neurobiologo Pierre-Marie Lledo, direttore del dipartimento di Neurologia dell’Istituto Pasteur vanta l’optogenetica per «formare e cancellare i ricordi» e creare così degli umani «che non hanno più paura della paura, o che conserverebbero un ricordo positivo di eventi molto negativi».6 Possiamo immaginare le applicazioni per prevenire i suicidi da Foxconn e i traumi dei soldati.
Da poco tempo abbiamo visto nascere in Francia, con il patrocinio dell’UFR di Filosofia della Sorbonne e l’approvazione dei transumanisti, il movimento “Altruismo efficace”- traduzione dell’ effective al truism di Peter Singer promosso da filantropi come Peter Thiel, fondatore di PayPal, Jaan Tallinn di Skype o, ancora, Duston Moskowitz di Facebook. Il loro desiderio: una più grande efficienza delle opere di carità sulla base del rapporto «euro dato/quantità di ‘’bene’’ raggiunto». Il ramo “Charity Science” di questo movimento calcolerà, grazie agli strumenti del Big data , la felicità provata. Un vegano come David Pearce, fondatore di « Humani ty+ », promuove il Paradise Engineering , ossia l’ingegneria genetica e le nanotecnologie al profitto della felicità e dell’empatia verso gli umani e gli animali. Da cui il loro entusiasmo per il wireheading , la stimolazione attraverso elettrodi delle zone del cervello assegnate al piacere. Amici depressi, impazzirete!
Oltre alla filantropia tipica del capitalismo anglosassone, emerge una specie di buddismo aumentato, una piena coscienza e un risveglio spirituale assicurati dalla farmacia, dall’ingegneria genetica e dalle tecnologie della comunicazione. Il più famoso dei buddisti francesi, Matthieu Ricard, lui stesso dottore in genetica cellulare, si mostra accanto a transumanisti come Peter Singer e agli “Altruisti efficaci”. È membro, allo stesso titolo del Dalai Lama, del Mind and Life Institute , un club di buddisti e di scientifici per i quali l’accesso alla piena coscienza con neuro stimolazione rappresenta una grande speranza (la neuro-teologia). Il Dalai Lama ha dato la sua “benedizione” al progetto “Avatar” del transumanista miliardario russo Itskov il cui fine è quello di raggiungere l’immortalità entro il 2045.7 Se la società va male, sarebbe quindi per mancanza di empatia. Ecco tutto. Da parte nostra? Da parte dei nostri dirigenti? Ritroviamo qui le ossessioni “safe” dei post-moderni che espellono ogni spiegazione politica a profitto dello sciroppo psicologizzante versato nelle cerchie di benevolenza non-miste. Ma è un modo di ingannarsi sulla natura di un sistema, che lo si chiami tecnico, burocratico o capitalista, quello di ignorare il ruolo degli interessi oggettivi , quelli delle classi possidenti, degli eletti e dei tecnici dell’amministrazione.
La loro macchina burocratica funziona . Non si tratta dell’opera di esseri sensibili che bisognerebbe moralizzare, ma di attori razionali che dobbiamo rovesciare.

Un antispecismo molto artificiale
«La natura, non esiste», ci ripete l’importatore francese delle tesi antispeciste Yves Bonnardel.8 Pertanto, perché commuoversi per il fatto che una bistecca in vitro possa rappresentare il futuro della nostra alimentazione? Conoscete la bistecca allevata nel 2013 in laboratorio a partire da cellule staminali di bovino? Questa bistecca da 250 000 dollari è stata finanziata dal boss di Google, Serguey Brin, preoccupato per la sofferenza animale. Bisognerà abituarvi all’idea, perché gli antispecisti e gli ecolo-transumanisti preparano la vostra pappa quotidiana, garantita senza dominio umano. Alcuni negozi bio propongono già dei sostituti di pasto completo sotto forma di polvere da diluire, garantiti bio, vegan e senza OGM. Si ispirano al primo sostituto proteinico vegan chiamato Soylent , in riferimento al film Soylent green nel quale l’umanità superflua ingerisce delle tavolette di umani per mancanza di cibo. L’ideatore di questo sostituto è un informatico. Rob Rhinehart sostiene di nutrirsene all’ 80 %. «Risultato: non è andato in un negozio di alimentari da anni. Non possiede più né frigo né piatti. Ha trasformato la sua cucina in biblioteca.»9 La composizione chimica-informatica del suo prodotto è open source . Ciò fa di lui un transumanista di sinistra, contro la proprietà privata, lo sfruttamento animale e la mal nutrizione nel terzo mondo. Un altro transumanismo è possibile, vi si dice.
Perché quest’attenzione verso la carne? Un kilo di carne bovina richiede 10 kg di nutrimento vegetale. Gli allevamenti consumano già il 30 % dei terreni coltivabili e sono responsabili del 15 % dei gas ad effetto serra. Nel 2050 saremo 9 miliardi di onnivori umani e il nostro consumo di proteine sarà raddoppiato. Una vera s fi da per ingegneri, informatici, biologi e busi ness angels della Silicon Valley. Anche Bill Gates se ne commuove e, dal 2013, investe nella carne senza carne. In materia, se si può dire, le maionesi e i cookies vegan della Hampton Creek’s, con sede a San Francisco, hanno successo. Il segreto della loro maionese senza uova al gusto di maionese? Un’intelligenza artificiale supervisionata da biochimici e dall’ex data scien tist di Google, Dan Zigmond. Addio Mamie Nova 10, addio alle domeniche pomeriggio passate a fare marmellate e conserve per l’inverno: il pro cess culinario del XXI secolo si ottiene attraverso la modellizzazione informatica di miliardi di possibili assemblaggi di proteine vegetali. Val bene la pena di aumentarsi, di migliorare la propria intelligenza e di vincere la morte se è per mangiare del pastone tecno-vegan per il resto della propria immortalità. Ma è il prezzo da pagare per sopravvivere al disastro ecologico.
«Tutto ciò che ci permette di trovare buone alternative, buone tecniche esenti da crudeltà, durevoli, sane ed economicamente competitive, ci fa fare un passo verso la fine dello sfruttamento animale», affermava Peter Singer, il nostro filosofo vegan e transumanista che faceva la pubblicità di Hampton’s Creek durante l’ultimo incontro nazionale dell’associazione L214 alla Cité des sciences et de l’indu strie . L214, ne avete sentito parlare quest’anno: i loro video dei mattatoi hanno commosso la Francia fino al ministro dell’agricoltura. Invitando Singer, hanno sollevato il paradosso nel quale si trovano gli antispecisti e i mangiatori di proteine tecno-vegetali? Anche se fanno luce, giustamente, contro le condizioni industriali di allevamento e di macellazione, appoggiano la fuga in avanti artificiale dell’agro-industria. Siamo passati, in qualche decennio, dai contadini allevatori che avevano premure per i loro animali, ai consumatori di surrogati proteinici cellofanati, calcolati da computer. Per quanto divaghino gli antispecisti, non c’è da scegliere tra una bistecca in vitro e la macellazione industriale brutale. Sappiamo che gli animali e gli umani sono dotati di sensibilità . Per i transumanisti come per gli antispecisti, eredi della cibernetica, la natura è un conti nuum tra vivente e inerte, tra l’uomo, l’animale e la macchina che renderebbe impossibile ogni distinzione definitiva tra loro. Cosa li unifica? Sarebbero ugualmente sensibili .
Secondo Norbert Wiener, la cibernetica affronta l’ «insieme dei problemi che riguardano la comunicazione, il controllo e la meccanica statistica, sia nella macchina sia nell’essere vivente.» ( Cybernetics, or Control and Communication in the Animal and the Machine , 1948). Gli animali sono delle macchine comunicanti e inversamente. Così è per il gattino secondo Wiener: «Lo chiamo e alza la testa. Gli ho mandato un messaggio che ha ricevuto tramite i suoi organi sensoriali e che traduce con un’azione. Il gattino ha fame e miagola. Allora è lui che manda un messaggio.» Impropria analogia: sensibilità e comunicazione non equivalgono a scambio di dati.
Se per gli antispecisti le specie non esistono in quanto tutti gli animali sono dotati di sensibilità, per i cibernetici «il funzionamento dell’individuo e quello di qualche macchina di trasmissione molto recente, sono precisamente paralleli. In questi due casi, una delle fasi del ciclo di funzionamento è costituita da recettori sensoriali.» Il gioco è fatto: il miagolio del gatto e la parola umana equivalgono al segnale di una macchina elettronica. Per questi ingegneri, animali, umani e macchine formano un tutto ri-programmabile.
Se non c’è differenza di specie tra un topo e un umano, come comprendere la volontà degli Istituti americani di salute11 di finanziare i trapianti di cellule staminali umane su embrioni animali?12 Non si tratterebbe più soltanto di trapiantare degli organi di animali a degli umani così come si fanno le talee, ma di creare delle chimere: ad esempio, un cervello umano in un cranio di topo (ossia il contrario di Peter Singer). Da un punto di vista teorico, sia da antispecista e/o da transumanista, niente lo impedisce, poiché «la natura non esiste», e noi siamo degli animali-macchine ugualmente dotati di «sensibilità». Non siamo però ancora a conoscenza di progetti di topi che cercano di trapiantarsi organi umani…

Aumentarsi o adattarsi alle nocività ecologiche
La Silicon Valley sostiene la candidatura di Hillary Clinton che difende gli interessi dei «techies». Se i transumanisti non sono tutti degli orribili individualisti libertariani, non sono nemmeno dei volgari clima-scettici non curanti degli effetti del nostro modo di vita sul nostro ambiente e sulla nostra salute. È qui che giace la trappola transumanista per gli ecologisti.
Già dal tempo della « World Transhumanist Asso ciation », l’antenata dell’attuale « Humanity+ », la questione ecologica si pone. Vivere 120 o 150 anni, posporre i limiti della fertilità femminile attraverso tecniche di procreazione assistita, non farà esplodere la popolazione mondiale, spremere gli ecosistemi, accelerare il cambiamento climatico, provocare carestie? I transumanisti statunitensi se ne preoccupano e, già dagli anni 2000, mobilitano il saggista e romanziere cyberpunk Bruce Sterling. Nel gennaio del 2000, Sterling consegna un manifesto per una nuova politica ecologista «Verde-Smeraldo». «Sterling difende più controlli dei capitali transnazionali, la ridistribuzione dei budgets militari per una politica di pace, lo sviluppo di industrie sostenibili, l’aumento del tempo libero, la garanzia di uno stipendio socializzato, l’estensione di un sistema di sanità pubblico e la promozione dell’uguaglianza di genere».13 La sinistra non può fare di meglio. Anti-luddisti col pretesto che la semplicità non sarebbe abbastanza attraente, le sue proposte per soppiantare le vecchie ed inquinanti industrie del XX secolo sono: «dei prodotti intensamente glamour e ecologicamente razionali; degli oggetti interamente nuovi fabbricati con nuovi materiali; la sostituzione della materialità con l’informazione; la creazione di una nuova relazione tra la cibernetica e la materia.»14 Un manifesto di cui i transumanisti non avranno difficoltà ad appropriarsene. Per quel che riguarda la sovrappopolazione (la “Bomba P”, diceva Ehrlich nel 1968), i transumanisti ripetono «che con l’estensione della durata di vita, ci sentiremo molto più responsabili delle conseguenze ecologiche dei nostri comportamenti» ( Humanity +) .15 Detto in altro modo dall’utilitarista Peter Singer: «è preferibile avere poca gente che vive a lungo, poiché chi è nato sa ciò di cui lo priva la morte, allorché chi non esiste non sa ciò che perde.»16 Logico, no? Da parte dei “tecno progressisti” francesi, si argomenta che «là dove i cittadini vivono più a lungo, hanno meno figli».
E quindi il progresso tecnico accelererà la transizione demografica. Sono soltanto ipotesi che siamo intimati di validare. Ma se dovessimo verificare l’azzardata correlazione tra speranza di vita e responsabilità ecologica, il XX secolo la smentirebbe; l’aumento della durata di vita sembra correlata con, tra gli altri esempi: l’aumento dei conflitti (di cui alcuni genocidari), le catastrofi ecologiche o la creazione di bombe apocalittiche. Per combattere il riscaldamento climatico, un certo Matthew Liao, professore di filosofia della New York University, accompagnato da Anders Sandberg e Rebecca Roach di Oxford (quindi, non dei gestori di un oscuro blog), hanno solide proposte transumaniste. La più semplice sarebbe quella farmaceutica: come l’assunzione di pillole che ci disgusterebbero dalla carne o aumenterebbero la nostra empatia. Potremmo anche, sempre grazie alla selezione e all’edizione genomica del tipo CRISPR, aumentare le nostre pupille con geni di felini per vedere la notte (e ridurre così le nostre installazioni luminose divoratrici di energia), ed abbassare il peso e l’altezza dell’umanità: «Se riducete di 15 cm l’altezza media degli americani, ridurrete la massa corporea del 21% per gli uomini e del 25% per le donne».17Minor massa corporea significa meno bisogni energetici e nutritivi. Si fabbricano infatti maiali nani da destinare ai laboratori farmaceutici. Perché non averci pensato prima? Perché lo stato dell’ingegneria genetica non ce lo permetteva.
Tutto ciò vi sembra fantascienza? Le Monde del 22 giugno 2016 ci informa che bisogna «prepararsi a vivere lontani della Terra» o, in ogni caso, a sopravvivere su un pianeta invivibile: «L’agenzia spaziale europea ha appena fatto il punto sulle ricerche che riguardano la vita in “ecosistema chiuso artificiale” e le loro applicazioni terrestri.» I nostri astronauti non dicono qualcosa d’altro rispetto a Marc Roux secondo cui «I transumanisti non esitano a contemplare il permesso ad alcuni dei loro congeneri di adattare la loro biologia ad altri pianeti o anche all’ambiente siderale. Non è ragionevole iniziare imparando ad adattarci alle nuove condizioni di vita nella nostra propria casa?»18 Riciclaggio dell’acqua, dell’aria e dei rifiuti. Trasformazione di CO2 in ossigeno grazie ad alghe nutrite con le deiezioni, nitrificazione delle urine fresche per trasformazione in acqua potabile: tutto ciò farebbe passare le polveri Soylent per della gastronomia! Uno dei ricercatori sviluppa già questo tipo di bagno – si dice “Sistema di supporto di vita”- per i paesi poveri incaricati di sperimentare i nostri futuri “chiusi habitat terrestri”. O come la sopravvivenza in ambiente spaziale ci regala un’anticipazione di disgusto della nostra sopravvivenza sulla Terra.
Ma torniamo al paragrafo precedente: «Adattarci alle nuove condizioni di vita nella nostra propria casa», dice il transumanista Marc Roux. Anziché ecologia, o perfino “aumento” delle nostre capacità fisiche e intellettuali, Roux non offre altra prospettiva all’umanità che quella di «respingere continuamente lo spettro della sua fine». È tutto qui! L’ecologia transumanista è infarcita di questa ideologia della “resilienza” – un termine che proviene dalla psicologia, sinonimo di adattamento alla degradazione delle condizioni di esistenza -, che prevale oggi fino all’interno delle Conferenze sul clima. «Nessuna idea è da scartare a priori se può sfociare in un migliore adattamento dei corpi al loro ambiente. […] A breve o medio termine, l’umano mi sembra infinitamente più flessibile e malleabile del pianeta che ci ospita.» Quest’idea, apparentemente nuova, è soltanto una rimasticatura di Norbert Wiener che, già nel 1950, ci confrontava a quest’obbligo: «Abbiamo modificato così radicalmente il nostro ambiente che dobbiamo modificare noi stessi per vivere a scala di questo nuovo ambiente» ( L’uso u m a n o d e gli e s s e ri u m a ni ).19 Si tratta, nella tradizione del darwinismo sociale, di permettere la sopravvivenza del meglio adattato. Crepino i deboli e gli inadatti!
Da cui l’appello alle trasformazioni genetiche. Ecco l’impostura: dietro al volontarismo tecnico, è la sottomissione che domina; la degradazione del nostro ambiente è un fatto ineluttabile, al quale possiamo solo adattarci .
Questo transumanismo ornato da valori ecologici e democratici contesta la vecchia amministrazione del disastro da parte delle «burocrazie verdi».20 Non si vuole un’ecologia della costrizione ma dell’aumento. O piuttosto, per ogni aumento, della messa a livello dell’umanità ad un ambiente propriamente inumano. Sia perché ci surclassa – è la tesi di Ray Kurzweil, pioniere del transumanismo per il quale l’intelligenza artificiale ci obbliga ad aumentare le nostre capacità cognitive- sia perché è ecologicamente invivibile. Probabilmente tutti e due insieme. Ecco tutta la loro ambizione: un insulto ai fondatori dell’ecologia, gli Ellul, Charbonneau, Illich.

Accortezza per coloro che non vogliono adattarsi alle nocività ma sopprimerle Sviluppando un discorso con pretese ecologiste, i transumanisti desiderano certamente disinnescare la critica ed allearsi l’opinione pubblica. Ma l’impostura rimane. Esiste una corrente “ecologista” tecnicista. Il prodigio del Club di Roma, con il suo studio Stop alla crescita ? del 1972, non è forse quello di aver modellizzato il mondo su computer qualche mese prima che la NASA lanciasse il suo primo satellite di osservazione e di monitoring della Terra?21 La fashionista americana del transumanismo, Natasha Vita-More, si regge sulla «seconda ondata cibernetica» degli anni 50-70, che riavvicinò due campi scientifici fino ad allora distinti: la biologia e le scienze cognitive. Sotto i colpi di zoologi e di biologi affascinati dalla cibernetica, la natura fu ridotta ad un «ecosistema», le relazioni tra esseri viventi e il loro ambiente, fino alla loro fisiologia, ridotte a dei «sistemi di comunicazione interconnessi». «Il nostro intero ambiente, e fino all’universo, è un ecosistema indipendente ma unificato; noi, in quanto forme di vita integrate in questo sistema, siamo agenti del nostro proprio sistema fisiologico», ci dice Vita-More. Quando gli «ecologisti» di Lille mettevano i primi mattoni della città «intelligente», non facevano altro che razionalizzare l’ecosistema metropolitano considerato come una macchina comunicante.22
Il progetto transumanista è l’esito della nostra sottomissione all’ expertise tecnicista. È un progetto anti-umanista, qualunque cosa ne dica Luc Ferry in La rivoluzione transumanista .23 Quando il saggista ci assicura che il transumanismo è un «iper umanismo», mente. Quando afferma che non si tratta più «di subire l’evoluzione naturale ma di padroneggiarla e di guidarla noi stessi», evita di definire questo “noi stessi”. Si tratta del popolo? O dei tecnocrati dirigenti, della sua propria casta di ingegneri delle anime e dei corpi? Ma cosa aspettarsi dall’autore del Nuovo ordine ecologico che, nel 1992, assimilava l’ecologia al nazismo ed all’anti-umanismo. Nella favola transumanista, l’umanità è composta non da animali politici, piuttosto da animali-macchine. Questa favola riduce la storia al solo progresso tecnologico. Ecologisti, se volete sopprimere le nocività e non adattarvi ad esse, dovete ristabilire la storia! Non confondete progresso tecnologico e progresso sociale ed umano. Bisogna scegliere: restare degli umani di origine animale o diventare degli inumani del futuro meccanico.

TomJo, Ottobre 2016 www.piecesetmaindouvre.com

Dal giornale ecologista L’Urlo della Terra, num.5, Luglio 2017

1 Programma della fiera Primevère , 2016.
2 «Le salon Primevère invite les transhumanistes», Pièces et main d’oeuvre, 2016.
3 Edizioni FYP, 2016.
4 Marc ROUX, «Transhumanisme et décroissance », 23 gennaio 2015, consultabile al sito www.transhumanistes.com
5 Julian Savulescu e Ingmar Persson, Philosophy Now agosto-settembre 2016. Il loro libro si intitola Un fi t for the Future: The Urgent Need for Moral Enhancement (Inadatto per il futuro: l’urgenza della valorizzazione morale).
6 Le Monde , 6 ottobre 2014. 7 www.atlantico.fr, 31 luglio 2012.
8 Usbek & Rica, luglio 2016.
9 «Silicon Valley gets a taste for food», The Economist , 7 marzo 2015.
10 Mamie Nova : marca commerciale francese di prodotti freschi trasformati, di tipo agro-industriale. (Ndt)
11 Centri di ricerca dipendenti del Ministero della sanità americano.
12 « N.I.H. May Fund Human-Animal Stem Cell Research », The New York Times, 4 agosto 2016.
13 « Ecologists », Humanity +, senza data.
14 www.viridiandesign.org/manifesto.html 15 idem
16 Peter Singer, «Should we live o 1000?»,www. project-syndicate.org, 10 dicembre 2012
17 Référence.
18 Marc Roux, «Transhumanisme et écologie», 11 aprile 2016, www.transhumanistes.com
19 Citato da Sarah Guillet in «La colonisation des sciences sociales par le ‘sujet informationnel’», Rivista L’Inventaire n. 5, edizioni La Lenteur, luglio 2016.
20 Catastrofismo, amministrazione del disastro e sottomissione durevole, René Riesel e Jaime Semprun, Encyclopédie des nuisances, 2008. Nel suo Manifesto, Bruce Sterling: “è poco probabile che la maggior parte di noi tollerino di vivere in uno Stato del Razionamento del CO2. Ciò significherebbe che ogni attività umana sia prima di tutto autorizzata da commissariati all’energia.”
21 Le Monde, 25 luglio 2015.
22 TomJo, L’Enfer vert, L’échappée, 2013.
23 Luc Ferry, La Révolution transhumaniste. Comment la technomédecine et l’ubérisation du monde vont bouleverser nos vies, Plon, 2016

Monsanto-Bayer Matrimonio criminale

“Per estendere i confini dell’impero umano a ogni cosa possibile”
Francis Bacon

Trovare modi tecnologicamente più efficienti per manipolare la natura a scopi utilitaristici è stato il sogno e l’obiettivo principale nell’era moderna, a partire da Francis Bacon, il fondatore della scienza moderna, che raccomanda alle future generazioni di “spremere”, “plasmare” e “formare” la natura al fine di “allargare i confini dell’impero dell’uomo verso la realizzazione di tutte le cose possibili” . Per Bacon l’uomo aveva a disposizione una metodologia che gli avrebbe consentito di avere “il potere di conquista re e di soggiogare” la natura e di “scuoterla fino alle sue fondamenta”. Così è stato fatto, con un’accelerazione distruttiva senza precedenti nell’ultimo secolo, portando nel campo dell’agricoltura ad una perdita della diversità genetica fortemente legata alle pratiche di coltivazione che enfatizzano la monocoltura rispetto ai metodi di coltivazione differenziati.
Le compagnie agricole e chimiche sono continuamente alla ricerca del “prodotto perfetto”, che cresca velocemente, che sia resistente alle malattie e che sia facile da raccogliere e da trasportare.
Soggiogando e scuotendo la natura fino alle sue fondamenta , il codice genetico, le multinazionali dell’agrobiotech hanno lavorato per forzare i contadini a passare dalla coltivazione di diverse specie alle eccellenti potenzialità della monocoltura e l’abbandono dell’enorme numero delle tradizionali varietà a favore dei nuovi ceppi ha pesantemente indebolito la diversità genetica, creando un pericoloso oligopolio che non tiene minimamente conto del pericolo di contaminazione dovuto all’introduzione su vasta scala di colture geneticamente modificate. I colossi della chimica e della farmaceutica stanno unendo le forze, con fusioni e acquisizioni che concentrano in pochi gruppi il controllo pressoché totale del settore, si muovono velocemente per consolidare il loro controllo sulle ultime riserve di germoplasma rimaste al mondo, per controllare la distribuzione dei semi brevettati resistenti ai loro stessi erbicidi e pesticidi, assicurando alle compagnie chimiche un’egemonia virtuale e reale sulla maggior parte dell’agricoltura globale. La restrizione commerciale dei semi del mondo, una volta eredità naturale di tutti gli esseri umani, è avvenuta in meno di un secolo, con rare e isolate voci critiche. “L’introduzione nella biosfera di una seconda
Genesi, artificiale questa volta, significa condividere, nel campo del mercato, alcuni invidiabili successi a breve termine e solo successivamente, cadere nelle mani di una natura imprevedibile e inflessibile” , scriveva nel 1998 Jeremy Rifkin nel suo saggio “Il secolo biotech”. “Mentre le tecnologie genetiche che abbia mo inventato per colonizzare nuovamente la biologia mondiale sono formidabili, la nostra totale mancan za di conoscenza degli intricati funzionamenti della biosfera sui quali stiamo conducendo esperimenti fornisce una costrizione ancora più potente” , prosegue Rifkin evidenziando come le stesse compagnie che hanno contribuito alle più drammatiche devastazioni del pianeta oggi siano intente a trarre profitti dal reinventare la natura per poi controllarla su scala globale, in una “nuova colonizzazione, comunque, priva di bussola”.

I dominatori della Terra: l’acquisizione di Monsanto da parte di BAYER e quell’umano impero senza più confini
Fino a poco tempo fa erano sei le grandi corporation dell’agrobiotech: BASF, Bayer, Dow Chemical, DuPont, Monsanto e Syngenta che, insieme, oggi controllano circa l’80% del mercato mondiale del settore agrochimico, il 65% del mercato mondiale di semi e più del 75% di tutta la ricerca privata nel settore di semi e pesticidi. Oggi però i poli del male si stanno riducendo a tre, quando saranno completate le fusioni in atto: Du Pont-Dow Chemical, Sygenta-ChemChina e Bayer-Monsanto. Ed è proprio l’acquisizione di Monsanto (fondata nel 1901 a St. Louis) da parte di Bayer quella destinata a creare uno scenario decisamente allarmante, che ci riporta alla mente le profetiche parole di Francis Bacon: “Il Fine della nostra Fondazione è la conoscenza delle cause e dei segreti moti delle cose e l’allargamento dei confini dell’Umano Impero, per effettuare tutte le cose possibili”. Il nuovo colosso controllerà quasi il 30% del mercato mondiale delle sementi ed il 24% dei pesticidi.
Lo slogan usato da Monsanto per presentarsi al mondo è: “Insieme nutriamo il mondo e proteggiamo il pianeta” . Con un maquillage paradossale il colosso dell’agrochimica riesce a cancellare oltre un secolo di crimini ambientali e contro l’umanità come la produzione dell’agente arancio (che ha creato una delle più grandi epidemie umane colpose della storia moderna), la saccarina, il PCB (poli-cloro-bifenili), gli erbicidi alla diossina, gli ormoni della crescita bovina, il diserbante RoundUp (a base di glifosato, sostanza cancerogena e al centro di dibattiti importanti per il rinnovo della commercializzazione in Europa) e gli OGM.
Le promesse degli OGM, scandite dagli slogan della Monsanto, non corrispondono alla realtà, in parte perché le spese a carico degli agricoltori sono più che triplicate, con evidenti ricadute sui prezzi alimentari in tutto il mondo, e in parte perché l’aggressione chimica sta aumentando le piante che presentano resistenza al glifosato, spingendo le aziende ad immettere nel mercato molecole sempre più devastanti per l’ambiente e per ogni forma di vita, basti pensare al nuovo composto ottenuto aggiungendo al glifosato il 2,4D, un componente del famigerato agente arancio usato come defoliante in Vietnam tra il 1961 ed il 1971. Quasi cinque milioni di persone sono state esposte a queste irrorazioni che furono solo l’inizio di una lunga scia di morte che arriva fino ad oggi.
E se nella storia di Monsanto abbiamo evidenziato il ruolo fondamentale nella produzione dell’agente arancio, in quella della tedesca Bayer è bene ricordare che si tratta di una società con stretti rapporti con i nazisti durante la seconda guerra mondiale. Facciamo un salto indietro nel tempo per ripercorrere il curriculum dei crimini – per lo più impuniti – commessi dalla Bayer.

Bayer e la strage dell’eroina.
Fondata in Germania nel 1863, nel 1899 la Bayer inizia a commercializzare l’eroina, sostenendo che curasse il dolore a dosi inferiori rispetto alla morfina e senza indurre dipendenza. Per decenni fu un analgesico di grande successo, superando l’oppio e la morfina. Venduta nei negozi e per posta, un paio di dosi e una siringa per un dollaro e cinquanta, ma l’eroina era molto più letale, un killer. Nel 1913 supera la morfina come sostanza più diffusa che causava tossicodipendenza.
Nel 1925 in Europa iniziarono i veri preparativi aziendali per la seconda guerra mondiale: Bayer, Basf, Hoechst ed altre società si unirono per formare il cartello della IG Farben ed il loro obiettivo era l’acquisizione di mercati globali emergenti. A Norimberga i vertici della IG Farben furono processati per crimini contro l’umanità, una storia occultata per oltre sessant’anni che rischia di ripetersi. I documenti del processo dimostrano che la IG Farben aveva investito oltre 80 milioni di Reichsmark nelle organizzazioni naziste, l’equivalente di 800 milioni di euro, una cifra enorme a quell’epoca. Nelle conclusioni del processo non ci sono dubbi: senza questa somma di denaro i nazisti non sarebbero stati in grado di ottenere il controllo ed il potere che hanno raggiunto. La IG Farben detenne il monopolio quasi totale sulla produzione chimica durante il periodo della Germania nazista e fu il cuore finanziario del regime di Hitler. Durante l’olocausto fu il principale fornitore al governo tedesco dello Zyklon B, la sostanza mortale utilizzata nelle camere a gas dei lager. Fu inoltre la società che richiese più deportati come cavie per esperimenti e test di medicinali di vario genere, per mezzo dei quali furono inventati il gas nervino, il metadone ed altre sostanze per lo più ad opera della Bayer. Fu la IG Farben a costruire ad Auschwitz nel 1941 la più grande industria chimica dell’epoca, utilizzando in regime di schiavitù la manodopera del vicino campo di concentramento.

Criminali seriali e intoccabili.
Al processo di Norimberga su 24 consiglieri indiziati, solo 13 vennero condannati alla prigione con pene variabili dai 6 mesi agli 8 anni, colpevoli di genocidio, schiavitù ed altri gravi crimini. Ma solo un anno dopo la condanna, nel 1952, tutti i responsabili furono liberati grazie alla mediazione dell’ex ministro delle finanze e negli anni successivi tornarono attivi nell’economia tedesca. L’esempio più significativo è quello di Fitz Ter Meer, uno dei dirigenti della IG Farben, condannato per schiavitù e omicidi di massa, gravi crimini contro l’umanità: liberato dopo aver scontato 2 anni di carcere (su 7 previsti dalla sentenza) fu nominato da Bayer presidente del consiglio di sorveglianza, incarico che ha continuato a svolgere per 8 anni.

Negli anni ottanta la Bayer è responsabile della messa in commercio di farmaci emoderivati infetti, che contagiarono principalmente i politrasfusi (emofilici e talassemici). Dopo che la vendita fu bloccata negli Stati Uniti, lo stesso farmaco fu dirottato in tutto il mondo, anche in Italia. Migliaia di persone in Italia furono infettate con il virus di HIV ed epatite C tramite la trasfusione di sangue ed emoderivati infetti e non controllati tra il 1970 e il 1987. Un calvario giudiziario che da trent’anni incespica tra faldoni abbandonati, errori di notifica, richieste di proscioglimento, problemi di rogatorie e quanto di meglio può esprimere il sistema giudiziario a tutela dei soliti intoccabili. In quegli anni, come evidenziato dai carteggi delle case farmaceutiche coinvolte nello scandalo (Baxter, Bayer, Aventis Behring, Alpha), il plasma proveniva da donatori mercenari a rischio: tossicodipendenti, carcerati, paesi del terzo mondo. I rischi erano noti ma non furono diffusi. In Italia il sangue locale non era sufficiente, ed il 90% di plasma ed emoderivati era statunitense. L’inchiesta iniziata a Trento finisce a Napoli, dove il reato di epidemia colposa viene archiviato perché caduto in prescrizione. Non esiste un database di chi ha ottenuto il nesso causale tra infezione e malattia, le vittime si stima siano 100.000 e che gran parte di queste non possano accedere a rimborsi per decorrenza dei termini.
Nel 2002 la Bayer ha acquisito la Aventis Crop Science, formando la Bayer Crop Science, una delle società attualmente più innovative del settore agrochimico e impegnata nel campo dell’ingegneria genetica del cibo. Nel maggio 2016, Bayer e l’irlandese ERS Genomics, hanno firmato un accordo che consente a Bayer di accedere ai brevetti di editing del genoma CRISPR-Cas9 di ERS. L’accordo ha concesso a Bayer diritti per applicazioni di ricerca definite di questa tecnologia in settori strategici selezionati. Nel dicembre 2016, Bayer e Versant Ventures hanno istituito la società BlueRock Therapeutics, che sarà attiva nel settore della medicina rigenerativa. L’azienda intende sviluppare terapie altamente efficaci basate sulle cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC) per curare varie malattie cardiovascolari, disturbi neurologici e malattie del sistema nervoso centrale.

Il disastro di Seveso e le menzogne di Monsanto
10 luglio 1976, ore 12:37: una nube di diossina fuoriesce dal reparto B dello stabilimento ICMESA, di Meda. “…voi, che vivete tranquilli nella vostra coscienza di uomini giusti, che sfruttate la vita per i vostri sporchi giochetti allora, allora am mazzateci tutti!” Antonello Venditti, Canzone per Seveso A 41 anni di distanza da uno dei peggiori disastri ambientali della storia, ricordiamo che la ricerca di Zack & Gaffey del 1983 (una di quelle che non correlava l’esposizione ai tumori) era basata su dati epidemiologici forniti direttamente dalla multinazionale chimica Monsanto, ovviamente i risultati erano stati manipolati ad arte.

Con l’acquisizione di Monsanto da parte di Bayer, definita dagli analisti del settore come “il matrimonio del peggio del peggio con il peggio del peggio” è evidente che il nuovo polo del male rappresenti un ulteriore passo avanti nel controllo delle risorse alimentari e della salute dell’umanità e del pianeta. Una minaccia di fronte alla quale siamo tutti chiamati ad agire perché è palesemente prevedibile che chi trae profitto contemporaneamente dal vendere farmaci e pesticidi eserciterà sempre maggiori azioni lobbistiche volte a favorire un pericoloso, mortifero ed incontrastato controllo e dominio di ogni forma di vita. Chi sono i veri ecoterroristi?

Incendiato centro ricerca MONSANTO
Un attacco incendiario ha causato danni ingenti alla sede della multinazionale Monsanto di Olmeneta (Cremona), dove lavorano 11 persone. Nella notte di sabato 15 Aprile sono state lanciate contro il magazzino e il laboratorio di ricerca quattro bottiglie molotov che hanno provocato un incendio, domato solo dopo parecchie ore da squadre dei vigili del fuoco giunte da Cremona. Incendio che sarebbe stato ancora più grave se due delle molotov non fossero rimaste inesplose. Su un muro esterno dei laboratori è stata lasciata la scritta: “Bayer Monsanto matrimonio criminale – No Ogm”. I responsabili dell’azienda stimano che il danno ammonti a diverse centinaia di migliaia di euro: nel rogo sono state distrutte le attrezzature per la ricerca e le fiamme hanno colpito anche la cosìddetta
“camera del freddo”, dove sono stoccati semi sperimentali. La scritta si riferisce all’acquisizione della Monsanto da parte della Bayer nel 2016. Nell’Aprile del 2001, i magazzini di Lodi dove erano stoccati semi di soia e mais vennero distrutti da un incendio doloso. Anche in quel caso era stata trovata una scritta sui muri dello stabilimento: “Monsanto assassina – No ogm”. Lo stabilimento della Syngenta Seeds spa a Casalmorano (Cremona) nell’Aprile 2004 subì un attacco rivendicato da una scritta anti-ogm sul lato nord del fabbricato. La multinazionale era già stata presa di mira l’anno prima. E nel Maggio 2002 era stato colpito lo stabilimento di Madignano (Cremona). In tutti i casi i danni causati sono stati ingenti.
Info da: www.autistici.org/cna

TGMaddalena.it

Dal giornale ecologista L’Urlo della Terra, num. 5, Luglio 2017

Dove trans-xeno-femminismo, queer e antispecismo incontrano la tecnoscienza – Il cyborg: una metafora che si incarna, un dispositivo di potere e la fine di ogni liberazione

“Tuttavia, dai laboratori scientifici in cui ormai la Natura e gli altri viventi erano imprigionati, studia ti, torturati e vivisezionati, geneticamente modificati, o anche avviati verso una soluzione finale, la Natura riemerge prepotentemente dal seppellimento ideologico del meccanicismo, come un filo d’erba ritrova la luce spuntando dall’asfalto e dal cemento che ha sepolto la terra.”1

Viviamo in tempi di alleanze e di incontri tra realtà trans-xeno-femministe, queer, antispeciste, e lungo questi sentieri riemerge e si afferma con forza il cyborg e le tecnoscienze trovano la propria strada. È significativo e preoccupante, segno di questi tempi, che anche da contesti antispecisti, quindi si dovrebbe presupporre dalle ceneri dell’umano e dell’antropocentrismo, emerga il cyborg. Il significato del cyborg va oltre alla stessa Haraway, è rappresentativo di queste tendenze contemporanee. Con queste mie riflessioni vorrei mettere in luce le vicinanze, i punti di contatto e le sovrapposizioni con le stesse logiche e strutture di dominio e perchè queste nuove tendenze rappresentano la fine di ogni possibile liberazione.
Il cyborg, per i suoi sostenitori, è una creatura in un mondo post-genere, non condizionato dalla riproduzione sessuale biologica, è figura sovversiva del sistema dominante fondato su una serie di dicotomie sè/altro, femmina/maschio, natura/cultura, mente/corpo, uomo/macchina. Si situa -non situato- al di là della differenza intesa come opposizione maschile/femminile, per decostruire la soggettività fondata su un sistema eteronormativo, aldifuori da ogni binarismo.
Dalla moltitudine di Negri e Hardt già si delineava una contaminazione e un meticciato con le macchine. Una moltitudine ora diventata queer che include il cyborg.
Il cyborg diventa compagno di specie nella grande famiglia di queer, alieni, ibridi, surrogati, strumenti viventi, oncotópe. 2
Una fusione tra organico e inorganico, tra carne e silicio dove i confini del corpo non coincidono più con la pelle, la tecnologia pervade il corpo che diventa oggetto di intervento tecnologico. Queste trasformazioni e fusioni tecnologiche non sono possibili e sono inimmaginabili senza gli sviluppi delle tecno-scienze. La metafora cartesiana animale come macchina viene ribaltata in macchina come animale, non si esce da quella logica, la si cristallizza nei corpi. Viene difesa la visione del corpo come macchina in quanto immagine del soggetto multiplo e denaturalizzato. L’artefatto, il simulacro, lo spazio virtuale diventano parametri della nuova soggettività. La soggettività viene ripensata in termini di processo, complessità e rapporto con le tecnologie. Le tecnologie della comunicazione e le biotecnologie diventano gli strumenti principali per ricostruire i nostri corpi. Queste tecnologie costruiscono oggetti in cui la differenza tra macchina e organismo è offuscata.
Il significato di questo affascina le teoriche e i teorici delle teorie queer e della decostruzione, un significato che si fonde in profondità con l’ossessione del corpo, un corpo percepito come una gabbia, con la non accettazione della nostra animalità, della nostra vulnerabilità, dei nostri limiti, della nostra inadeguatezza alla fredda tecnica, con l’ossessione della natura. Ma qui non c’è nulla da decostruire perchè non c’è nulla di costruito. Se poi tutto è filtrato attraverso una concettualizzazione è un altro discorso e se il concetto di natura è stato usato dal potere per distinguere chi era ritenuto diverso, anormale, deviante, in base a norme sociali, culturali e politiche, per reprimerlo e normalizzarlo, questo non vuol dire che la natura in sè, e non resa concetto e potere normativo, sia portatrice di tali disuguaglianze e soprusi, questo non vuol dire che non esiste un già dato, a prescindere da quello che noi possiamo cogliere. Affermare che la natura non esiste è pericoloso e al tempo stesso senza fondamento reale, è solo una speculazione filosofica. Sempre se non vogliamo arrivare ad affermare che la stessa realtà non esiste, perchè con queste premesse è qui che si arriva. Dovremmo sbarazzarci di questa eredità cartesiana o arriveremo in un deserto della critica paralizzando ogni possibile resistenza e sovvertimento. Il pensiero invece che espandersi si annichilirebbe su sé stesso incapace di cogliere le reali sfide che questo esistente ci pone davanti.
Il cyborg diventa anche la nuova soggettività femminista e il simbolo dell’anti materno. La procreazione è considerata come il principio della dipendenza dall’uomo, così con le tecniche di riproduzione assistita le donne si svincolerebbero dal ruolo storico di genere sciogliendo il binomio donna/madre. In quest’ottica la realizzazione dell’utero artificiale finalmente libererebbe le donne dal vincolo biologico della procreazione e annullerebbe le differenze tra sessi intorno al materno.
Le implicazioni di tutto questo vanno invece proprio nella stessa direzione di un sistema patriarcale che da sempre ha cercato di dominare la donna e di appropriarsi della sfera riproduttiva. Viviamo in tempi tempi di risignificazione della maternità, della dimensione procreativa, di cancellazione della madre, della donna, della lesbica. Rivendicare che la maternità è una dimensione che appartiene alla donna e riappropriarsi di essa non è “ridurre la donna al ruolo di madre”, come spesso viene contestato, la gravidanza è una possibilità e una scelta, significa opporsi a questa appropriazione da parte dell’uomo, del sistema medico e tecnico, dello stato, delle aziende della riproduzione.
Alcune analisi trans-xeno-femministe-queer-antispeciste sono consapevoli delle conseguenze di un sistema tecno-scientifico, ma la loro risposta è creare una resistenza interna e fanno emergere una visione positiva e amichevole del rapporto corpo-macchina nel nostro mondo ad alta tecnologia considerando le tecnoscienze come potenzialmente liberatrici.
“Noi possiamo essere i responsabili delle macchine, loro non ci dominano, nè minacciano; noi siamo i responsabili dei confini, noi siamo loro”, “Alla fine del Ventesimo secolo, in questo nostro tempo mitico, siamo tutti chimere, ibridi teorizzati e fabbricati di macchina e organismo: in breve, siamo tutti cyborg”, afferma la Haraway nel Manifesto cyborg. 3
“I cyborg non comprendono solo i corpi high tech dei piloti militari o degli atleti, ma anche le masse enormi del proletariato digitale che nutre l’economia globale.” scrive Braidotti. 4
Secondo queste analisi la tecnologia, la macchina siamo già noi, con le lenti a contatto, pace maker, cellulari. Constatare che siamo pervase dalla tecnologia e circondate da protesi tecnologiche non equivale ad eccettare questo stato di cose. Si leggono accostamenti alquanto superficiali, c’è un’enorme differenza tra le lenti a contatto, un pace maker e un intero sistema tecno-scientifico che penetra nella nostre vite, che modifica la stessa percezione della realtà attorno a noi. Stiamo parlando di ingegneria genetica, nanotecnologie, neuroscienze, di un controllo totale sui processi vitali di ogni essere vivente, di una nocività ecologica, sociale e sistemica. In questa direzione precipiteremo in un mondo interamente guidato dalla macchina dove saremo ingranaggi di questa macchina.
Le tecnoscienze attraversano i corpi, ma non è un attraversamento metaforico e indolore, non è una rappresentazione astratta, è politica e fisica. È in atto una profonda trasformazione, un cambiamento strutturale proprio come una mutazione genetica. Di fatto chi può permettersi di immaginare futuri distopici sta parlando da una situazione privilegiata che ha perso il contatto con la realtà, con le conseguenze sociali ed ecologiche delle tecnoscienze.
Basterebbero queste parole della Haraway per respingerla dall’universo antispecisita: “Si, tutti i calcoli valgono ancora; si, difendo l’uccisione degli animali per delle ragioni e in particolari condizioni material-semiotiche che ritengo tollerabili in base al calcolo di un bene superiore.” 5
Eppure viene presa come spunto anche da contesti antispecisti nonostante il fatto che con le sue argomentazioni offra una copertura ideologica e una giustificazione alla sperimentazione animale, all’allevamento, addestramento, uccisione di animali per scopi di ricerca e alimentari e all’ingegneria genetica. La Haraway afferma che l’animale all’interno del laboratorio avrebbe uno spazio di libertà: “gli esperimenti non possono dare risultati in assenza di cooperazione da parte degli animali”6. Che libertà sadica e perversa, all’interno dei laboratori c’è solo sottomissione e coercizione: animali rinchiusi, immobilizzati in strutture di contenzione, sottoposti a torture, come immaginare una cooperazione? Il laboratorio, come l’allevamento, è una strutture di potere, l’unica libertà gli animali rinchiusi la strappano ai loro aguzzini in quelle forme di resistenza che segnano e incidono una rottura e che rappresentano ciò che rimane di non addomesticato. Eppure la Haraway pensa agli animali in un laboratorio non come vittime, ma come “attori del laboratorio” attribuendogli un potere d’azione che nella realtà è loro negato.
Viene effettuato un riconfiguramento perverso e crudele dove i vivisettori diventano “persone che assistono agli animali”, “addetti alla cura degli animali” per ottenere i risultati sperimentali e l’animale diventa “paziente”. “I cuccioli dovevano diventare pazienti per poter divenire in seguito tecnologie e modelli. […] I cani non avrebbero potuto fungere da modelli se non fossero stati trattati come pazienti” 7 .
Il rapporto di potere e prevaricazione tra aguzzino e animale, totalmente riconfigurato, diventa un rapporto tra paziente e chi se ne prende cura. Ottima copertura ideologica e giustificazione alla sperimentazione animale. I vivisettori vengono assolti per le atrocità commesse e al tempo stesso viene sviato lo sguardo e la comprensione dalla realtà del dominio.
“Josef Mengele mostrava lo stesso tipo di falsa cura, per i bambini ebrei o zingari, sui quali eseguiva i propri esperimenti ad Auschwitz, quando li alloggiava in camere pulite e offriva loro qualche dolcetto.”8
Dai laboratori della DuPont viene creata l’oncotopa, un topo transgenico brevettato nel 1987. Nel suo DNA e in quello di tutta quanta la sua progenie, c’è un gene che se stimolato sviluppa un tumore. La chiamo oncotopa e non oncotopo perchè è la femmina che è stata modificata per gli studi sul tumore al seno. Ci troviamo davanti a una femmina ingegnerizzata per altre femmine. La Haraway si chiede per chi vive e muore oncotopo e si risponde per le donne malate di tumore al seno, quando in realtà vive e muore per le multinazionali farmaceutiche e biotecnologiche anch’esse responsabili di un mondo tossico e cancerogeno e di quel paradigma che vede il vivente come modificabile e artificializzabile.
La Haraway rivendica un dominio strumentale e lo rafforza ancora più in profondità affermando che animali ibridi come l’oncotopa incarnano una politica trasgressiva, anti-umanista: “L’incrocio trasgressivo inquina le eredità genetiche trasformando la natura nel suo opposto binario, la cultura.” 9
In questa concezione, che non è solo della Haraway, ma fa parte delle tendenze contemporanee, l’oncotopa è una sfida all’antropocentrismo, in grado di decostruire la nozione di purezza, di razza, mettendo in discussione la sacralità della vita, individuando nell’angoscia di contaminazione l’origine del razzismo così come è parte delle parallele angosce di genere.
Usare l’ibridazione come interessante concetto non porta nessun oltrepassamento dei confini umanistici: diventa una nuova ideologia dell’appropriazione e affonda prepotentemente nella carne del mondo. Modificare il vivente è il culmine di una visione umanista che vede la natura e l’intero vivente come mera materia da domare e piegare ai nostri fini. Un ritorno a Bacone. L’apoteosi di una razionalità tecnologica. Una stretta di mano alla Du-Pont.
La Haraway e la Braidotti affermando che l’oncotopa è loro sorella stanno nascondendo il vero abisso che le separa da questa creatura transgenica, l’abisso in cui sprofondano i corpi animali ingegnerizzati, l’abisso in cui sprofonda la natura artificializzata, l’abisso di un sistema tecno-scientifico. Chiamandola sorella oncotopa non aprono interessanti incontri con nuove soggettività in divenire, ma perpetuano il dominio.10
Come una trottola impazzita verso futuri fantascientifici e strane visioni, entusiasmandosi da nuove creature post disastro, un accellerazionismo che mentre accellera la sua corsa stritola sempre di più corpi e il mondo intero. Anche animali con tre occhi resilienti a una catastrofe atomica potrebbero aprirci nuovi entusiasmanti incontri e riflessioni su altre soggettività, ma non dovremmo forse distruggere una società mortifera?
“Come potrebbero, nell’ambito dell’attuale situazione culturale, femministe e antirazzisti fare a meno del potere del laboratorio di rendere dubbio ciò che è ritenuto normale?” 11 In queste considerazioni attenzione a non far sfuggire un particolare fondamentale. Si sta parlando di un laboratorio e di ciò che si crea al suo interno. Tutto ciò che esce da un laboratorio non può essere considerato quale elemento potenzialmente in grado di scardinare una struttura di potere di cui è intriso. Che logica perversa. Attraverso un gesto di decostruzione che i derridiani invidierebbero, il racconto fondativo della tecnoscienza rovescia termini ereditati di cultura e natura per poi dislocarli. 12
Dislocarli nei laboratori… Se femministe e antispecisti si trovano a loro agio tra creature transgeniche, se si trovano a loro agio nelle stanze dei laboratori significa che non sono più in grado di vedere la violenza, l’orrore, il dominio per quello che sono. Come potremmo situarci nelle stanze delle multinazionali biotech, agrochimiche, farmaceutiche dove esercitano il loro potere senza sentire l’odore dei cadaveri? Marcuse afferma: “In questo mondo vi sono modi di essere in cui uomini e cose sono “in sé” e “per sé” e modi in cui essi non sono, e cioè in cui la loro natura (essenza) è distorta, limitata o negata”. 13
Le creature transgeniche diventano sostrato del dominio, private della libertà, esistono nella distorsione e nella negazione della loro natura. L’essere topo, il vivere libero, nel suo ambiente, con i suoi simili, è negato. La struttura del sistema non è per niente intaccata da tutte queste decostruzioni, anzi, né esce rafforzata.
Se le riflessioni antispeciste contemporanee non prendono atto di tutto questo ma seguiranno queste direzioni si stanno di fatto schierando dalla parte dell’ideologia del dominio.
Come possiamo rivendicare che siamo tutte/i dei tecno-mostri, dei cyborg e percepire in questo un potenziale in grado di scardinare strutture di potere? Un post-umano troppo umano, che non ha per nulla decostruito l’umano, altrimenti avrebbe ben compreso che siamo animali e non cyborg… Il/la cyborg costruisce l’uomo come interrelazione con le macchine. Diventa costruttore di significato come tutti quegli aggettivi oggettivanti che costruiscono l’uomo, maschio, etero, occidentale, sano, bello. Il cyborg si immerge nella macchina antropologica facendo scomparire ancora di più l’animale che siamo, gli altri animali e la vita stessa. Appropriandosi di queste metafore e di questi significati si stà gettando le fondamenta di una nuova edificazione dell’umano. Se questa concettualizzazione passa, non passa semplicemente per registrare l’attualità, ma arriva a costruire la stessa percezione della realtà e di noi stesse/i e a legittimare e rafforzare un sistema tecno-scientifico di biopotere.
Noi e ogni altro animale veniamo dissolte/i nell’affermare che siamo tutte/i prodotti delle tecno-scienze, che siamo tutte/i cyborg. Veniamo fagocitate/i. La tristezza è che questo dispositivo di cancellazione, della nostra e altrui animale esistenza è creato e messo in moto da aree femministe e antispeciste. Si stanno imprigionando corpi in strutture di potere ancora più impercettibili perchè travestite da processi emancipatori, il cyborg è un dispositivo di potere performativo che smembra corpi come quegli stessi dispositivi specisti che si combattono. Un divenire di nuove soggettività che in realtà esse stesse fagocitano… e cosa rimane nell’arido terreno delle tecno-scienze? Solo oncotope, ibridi, mutazioni genetiche, cyborg…
Riscopriamoci animali come carne-del-mondo non separabile dalla natura. Ciò che ci accomuna con gli altri corpi, con gli altri animali è l’essere senzienti, desideranti, l’essere vulnerabili, l’essere mortali e i nostri vissuti carnali. Questo che ci accomuna, la zòe, il vivere comune a tutti gli esseri viventi, precede ogni costruzione, categorizzazione, concettualizzazione. Dalla riflessione sugli altri animali non dobbiamo far scomparire, come spesso accade, gli animali selvatici e il mondo naturale. Non vengono presi in considerazione perché nella nuova visione di mondo che parte dell’antispecismo propone il selvatico è stato rimosso e la natura o non esiste o è da riprogettare o è da cancellare, con un eco che risuona di transumanesimo.14
La difesa del selvatico e degli ecosistemi rappresenta la breccia per resistere al dominio della megamacchina che si estende a tutti gli elementi vitali resi merci da utilizzare, da depredare e resi basi inerti da modificare e plasmare. Un altro sguardo riconosce un valore intrinseco a un ecosistema nella sua complessità e biodiversità, dove ogni parte della natura non è oggetto rispetto a un soggetto umano, ma soggetto.
Si sta parlando di riprogettare il mondo e i corpi, di tecnoscienze come strumento di liberazione, tutto questo ha oggettivamente un significato ben chiaro e delle conseguenze sull’intero vivente.

Contributo per l’Incontro di Liberazione Animale e della Terra, Luglio 2017
Silvia Guerini dal giornale ecologista “L’Urlo della Terra”, num.5, Luglio 2017 www.resistenzealnanomondo.org

1 Giannetto E. (2012), La natura come persona, in Animal Studies, rivista italiana di antispecismo, politiche della natura, Novalogos, p.32

2 Haraway D. J. (1995), Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli. Preciado P., Moltitudini queer – Note per una politica degli anormali, www.incrocidegeneri.wordpress.com

3 Haraway D. J. (1995), Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli, pag. 40,41

4 Braidotti R. (2014), Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte, Derive Approdi.

5 Ibid., pag.187 6 Weisberg Z. (2010), Le promesse disattese dei mostri. La Haraway, gli animali e l’eredità umanista, op. cit., pag.185 7 Ibid, pag.188 8 Ibid., pag. 189

9 Ibid, pag. 99 10 Braidotti R. (2015), Per amore di zoe. Intervista di Massimo Filippi ed Eleonora Adorni. Liberazioni, rivista di critica antispecista, numero 21.

11 Haraway D.J. (2000), Testimone_Modest@ FemaleMan©_ incontra_Oncotopo™ Zipporah W., Le promesse disattese dei mostri, op.cit., pag.205

12 Haraway D. J. (2000), Testimone_Modest@ FemaleMan©_incontra_Oncotopo™. op. cit., pag.144

13 H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, pag. 141

14 lesbitches.wordpress.com: manifesto xenofemminista; estetica aliena: xenofemminismo e animali non umani

scaricabile in pdf: cyborg

Non una semplice isola

37.374 ettari di territorio sotto controllo militare con la presenza di poligoni missilistici, poligoni per esercitazioni a fuoco terrestri, aeree e navali, aeroporti militari e depositi di carburante. I due poligoni più grandi dello Stato italiano, uno dei quali il più vasto d’Europa con un’estensione a mare oltre l’intera superficie dell’isola stessa. Il 60% delle installazioni italiane-Nato. Eppure la presenza militare in Sardegna non si ferma entro i soli perimetri delle basi militari. Gli aerei che partono per la Libia volano dall’aeroporto militare di Decimomannu, le forze armate israeliane si addestrano nei poligoni di Capo Frasca e Teulada, le bombe lanciate in Yemen vengono prodotte nel Sulcis dalla fabbrica RWM di Domusnovas. Una lunga lista di eserciti e aziende della guerra si addestrano e testano le nuove armi proprio nell’isola.

La lotta contro l’occupazione militare in Sardegna, dunque, si inserisce necessariamente all’interno di una più vasta lotta contro l’imperialismo, gli eserciti di Stato e il Capitalismo. La centralità dell’isola nelle politiche imperialiste ha radici lontane: per la Nato e gli Usa rivestiva un ruolo strategico importante in virtù della sua posizione geografica, tanto che in una nota della Cia del ’57 veniva “considerata nei piani di guerra degli Usa”. Non solo: le basi erano importanti supporti logistici e operativi utili in caso di conflitto, ma soprattutto erano terra di esercitazione, addestramento e sperimentazione. Di lì a poco, tra il 1955 e il 1956, vennero così installate in Sardegna alcune delle più importanti basi militari d’Europa: Teulada, Decimomannnu-Capo Frasca e Perdasdefogu-Quirra. Tra queste, Capo Frasca veniva inserita in un triangolo strategico insieme alle basi di Aviano e di Ghedi Torre dove si sarebbero addestrati piloti Nato alla guerra atomica. Oggi i venti di guerra sono cambiati, ma il Mediterraneo rimane per la NATO uno degli scenari strategici: ed ecco che ancora ad oggi, le alte sfere dell’esercito ribadiscono la necessità degli USA di tenere la Sardegna come luogo strategico militare (vedi dichiarazioni dell’ammiraglio S.J. Locklear, comandante della Nato per il Sud Europa e per l’Africa). Dall’altro lato, negli ultimi anni le basi hanno rafforzato un altro aspetto importante: si chiama business economico, o meglio sfruttamento legalizzato. I poligoni sono diventati una delle sedi preferite dalle industrie belliche per testare i loro prodotti e mostrarne l’efficacia ai compratori. Sofisticati sistemi d’arma targati Fiat, Alenia, OtoMelara, Finmeccanica, Thompson, Aerospatiale, solo per citarne alcuni. Prezzo d’affitto: 50 mila euro l’ora.

INTORNO ALLE BASI

L’insediamento delle basi militari deve essere inserito anche all’interno di una politica tutta “nostrana” in cui lo Stato ha saputo farne un valido strumento di controllo del territorio e delle sue comunità; un controllo non solo militare, ma soprattutto sociale basato sulla profonda penetrazione di un’economia militare che si è progressivamente imposta quale unico e possibile modello di sviluppo.
Tra le principali conseguenze che ricadono sui territori circostanti le basi troviamo:

  • sottrazione di sovranità: le popolazioni subiscono decisioni prese completamente al di fuori del proprio controllo, estranee ai propri interessi, senza avere alcuna voce in capitolo, anzi spesso volutamente disinformate dalle autorità;

  • cristallizzazione economica (se non arretramento): tutti i paesi mostrano un tasso di disoccupazione maggiore alla media in Sardegna (e tra le più alte rispetto alle regioni italiane) e in generale uno smantellamento dell’economia tradizionale e legata al territorio, sostituita da un’economia di dipendenza dalle briciole date dal sistema militare con sussidi, indennizzi e una manciata di posti di lavoro nelle basi.

  • spopolamento: costante spopolamento, dovuto soprattutto all’emigrazione, delle comunità intorno alle basi; Teulada dal 1961 ad oggi ha perso il 41% degli abitanti, Perdasdefogu un quarto della sua popolazione.

  • distruzione del patrimonio archeologico e naturalistico: vale per tutti il caso del complesso carsico di S’Ingutidroxa presso il PISQ (Poligono Interforze del Salto di Quirra).

  • inquinamento tanto da causare modificazioni genetiche negli organismi vegetali ed animali e diffusione di alcune patologie (aumento dei malati di diabete fino al 300%, disturbi alla tiroide, ecc.), linfomi e cancri di vario genere, aborti e malformazioni negli animali e nell’uomo. Nella sola Escalaplano negli anni ’80 nascono 11 bambini con evidenti malformazioni ed handicap fisici gravi; 6 di loro vengono alla luce nel 1988, un anno che registra statisticamente circa il 25% di nascite anomale. Dal 1998 al 2008 i militari e i civili che abitano a lavorano a Quirra hanno mostrato una presenza di tumori 10 volte superiore alle statistiche nazionali e 16 volte per quanto riguarda le leucemie. E’ la cosiddetta Sindrome di Quirra causata, come rivelarono gli studi di una ricercatrice dell’Università di Modena, dalle azioni militari nella base: “Ci sono polveri sottilissime di metalli nelle foglie di lentischio prelevato a Quirra, nei linfonodi, nel fegato e nei reni delle persone malate. Le stesse ritrovate nei tessuti dei militari reduci dalle missioni nell’Ex Iugoslavia. Nanoparticelle che per forma e dimensione possono essere causate solo da combustioni a certe temperature e da esplosioni: ci sono metalli combinati tra loro che non esistono sui libri”. Le nano particelle di materiali esplodenti e di metalli, quindi, insieme alla presenza di un campo magnetico elevato (frutto delle attività dei radar militari) tra le principali cause delle neoplasie al sistema emofiliaco.

GRANELLI E INGRANAGGI

Il diffuso sentimento popolare contro la presenza delle basi, i loro orrori ambientali e gli effetti devastanti sulla salute umana e animale ha portato nell’ultimo anno una nuova ripresa della lotta contro le basi. Una lotta che ha origini antiche e che ha visto diverse fasi e modalità di azione. In questo contributo vogliamo però ricostruire le tappe di questi due ultimi anni perché pensiamo sia importante per definire anche nuove prospettive e azioni in rete. Il momento simbolico da cui partiamo è quello della manifestazione di Capo Frasca nell’estate 2014 per arrivare a quello più recente della manifestazione del 23 Novembre 2016. Due date che, a nostro avviso, tracciano un percorso importante per tanti aspetti, ma uno in modo particolare: segnano, infatti, il passaggio dalla rappresentazione del dissenso all’azione diretta. La lotta contro le basi, infatti, si è spesso giocata su due binari: uno più orientato alla manifestazione del “dissenso” e al tentativo di coinvolgere ampi strati della popolazione per avere una forza maggiore nel chiedere lo smantellamento delle basi, un’altra più orientata all’azione diretta che creasse disagio e perdita di profitto al sistema militare. Due modalità che in qualche modo si sono manifestate in contemporanea proprio nella manifestazione di Capo Frasca, durante la quale c’è stato sia il momento del dissenso, con la presenza di migliaia di persone e vari interventi dal palco allestito dagli organizzatori, sia il momento dell’azione diretta con la rottura delle reti e l’ingresso di centinaia di manifestanti dentro la base. Da quel momento sono stati diversi i momenti di lotta che hanno visto l’organizzazione di altre manifestazioni, tra cui quella di Cagliari del 13 dicembre 2014, a diversi momenti di azione diretta tesi a impedire lo svolgimento delle esercitazioni, come l’invasione della base di Teulada (con la sospensione delle esercitazioni a seguito della rottura delle reti e l’ingresso di alcuni e alcune dentro il perimetro), il tentativo di blocco della “nave gialla” al porto di Sant’ Antioco, la manifestazione di Decimomannu per bloccare l’esercitazione Starex (la principale esercitazione aeronautica delle forze NATO prevista per il 2015) e il blocco il 3 Novembre 2015 della più grande esercitazione Nato del post Guerra Fredda, la Trident Juncture, con l’ingresso di alcuni e alcune nella base di Teulada. Ultima, la manifestazione del 23 Novembre a Capo Frasca durante la quale, in occasione della riapertura del calendario delle esercitazioni, centinaia di persone si sono trovate davanti la base tagliando decine di metri di rete. In occasione di quest’ultima, è importante sottolineare come la lotta alle basi militari e al militarismo si sia estesa oltre mare, attraverso diverse azioni solidali tra Pisa, Trento e Milano in concomitanza con la manifestazione che si svolgeva in Sardegna.

Tutte queste tappe, ognuna con le sue peculiarità e criticità, rafforzano la nostra idea che la direzione presa sia quella più giusta al momento: l’azione diretta dà la possibilità a ognuno, secondo le proprie modalità, di partecipare in modo attivo alla lotta, di affinare una coscienza individuale e collettiva al tempo stesso, e soprattutto di creare una diseconomia a chi per anni ci ha imposto un’economia di dipendenza e stretto intorno solo filo spinato e catene. Non solo, offre la possibilità di intessere nuovi pratiche solidali con chi lotta contro il militarismo nel proprio territorio con la prospettiva di creare sempre più momenti di azione dislocati in posti lontani, ma accomunati da un unico obiettivo: nessuna pace per chi vive di guerra.

Collettivo S’idealibera, https://sidealibera.noblogs.org/, evaliber2@inventati.org

Dal giornale ecologista L’Urlo della Terra, num.5, Luglio 2017

Come sbancarsi la vita. La Fondazione Mach in Trentino

La data di nascita della Fondazione Mach si può situare il 12 gennaio 1874, quando la Dieta tirolese di Innsbruck (il suo compito è quello di redigere e deliberare le leggi regionali e di eleggere il Governo Regionale) acquistò il monastero di San Michele all’Adige ed i suoi relativi beni, con lo scopo di aprire una scuola agraria con annessa stazione sperimentale. Il compito della nuova scuola e delle sue sperimentazioni era quello di lavorare alla rinascita dell’agricoltura in Tirolo. Il primo direttore fu Edmund Mach, il quale arrivava da un’altra stazione sperimentale, quella di Klosterneuburg presso Vienna, ed ebbe un’intensa carriera nel campo della chimica agraria e dell’enologia. Edmund era ritenuto un ottimo organizzatore sia a livello scolastico che sperimentale, tanto che gli viene riconosciuto il “merito” di aver costituito il binomio indissolubile tra ricerca e didattica. Nel 1919 l’istituto passò alle competenze della provincia di Trento e nel 1926 venne attivato il Consorzio con lo Stato italiano per la gestione dell’Ente. Uno dei successivi direttori dell’istituto fu Rebo Rigotti, il quale svolse una ricerca considerevole nel campo cerealicolo, frutticolo e viticolo, tanto che ottenne dai suoi esperimenti il riconoscimento di una nuova varietà autoctona di bacca rossa soprannominata Rebo, una bacca ottenuta tramite nuovi incroci tra le viti che le migliorava geneticamente.

Dopo la seconda guerra mondiale arrivò Bruno Kessler, il quale era anche Presidente della Provincia Autonoma di Trento, che diede nuovo impulso all’istituto agrario grazie al modo in cui considerava il progresso e lo legava alle nuove tecnologie, ossia una prospettiva di sviluppo intensivo dell’agricoltura locale e il suo perfezionamento attraverso la ricerca scientifica, intersecando il lavoro in loco con quello di altri istituti simili, soprattutto tedeschi. Un passo importante avviene con la legge provinciale n°28 del 1990, in cui viene delineata la linea attuale della scuola, l’incrocio tra didattica, ricerca ed assistenza tecnica. Nel 2008 l’istituto diventa fondazione con il nome del suo primo direttore, Edmund Mach.

Ma di cosa si occupa oggi la Fondazione Mach? A livello locale si potrebbe rispondere con un semplice “tutto”. Per tutto quello che concerne l’agricoltura, le montagne, le foreste, l’allevamento, l’apicoltura, le acque, e così via, la Fondazione ha voce in capitolo, una voce grossa, arrogante ma pacata, e nessuno fino ad ora sembra capire cosa comporti avere una struttura di potere così nella valle dell’Adige, così importante per le multinazionali agricole locali e per i poteri politici. La Fondazione viene interpellata a 360°, le vengono commissionati studi sui ghiacciai, sui cambiamenti climatici in regione, sulla salute delle risorse idriche, i contadini cercano l’aiuto dei suoi tecnici il giorno stesso delle gelate, come quelle pesanti verificatesi quest’inizio di primavera. Le multinazionali della mela, dell’uva e dei piccoli frutti come la Melinda, Cavit, Ferrari, Menz & Gasser collaborano in stretto contatto con il vecchio monastero.

È un centro di potere nel senso stretto della parola, perchè quello che esce dalle sue mura e dalla voce dei suoi addetti ai lavori è legge, nessuno guarda più in là delle sue parole. Se si gira per il Trentino, nei paesi ci sono tanti piccoli contadini che forse neanche sanno cos’è la Fondazione Mach, ma loro non sono un problema, non è necessario che seguano i consigli perché quello che producono è per il loro sostentamento, al massimo per la famiglia e qualche amico, quindi non sono fruttuosi dal punti di vista del guadagno. Gli altri, invece, cioè quelli che producono entro un certo tipo di economia, sì che rischiano di restare impigliati nella burocrazia provinciale e nelle scelte tecnologiche “imposte” dell’ex monastero. È molto difficile toccare in senso critico la Mach in Trentino: è un istituzione. Lì dentro puoi trovare il biotecnologo insieme al giovane contadino che non vuole utilizzare pesticidi e vuole lavorare la terra in nome del biologico e della salvaguardia dell’ecosistema, tutti insieme senza alcun occhio critico su cosa succeda veramente all’interno di quei laboratori tecnologici. Nessuno ha l’impressione che il mondo previsto ed elaborato dalla Fondazione sia un mondo che distacchi sempre più l’uomo dalla natura, in cui essa viene vista solo come fonte di guadagno, indifferentemente se il prodotto sia biologico o biotecnologico. La “salvaguardia” del territorio è un’argomentazione fasulla che alimenta questi due percorsi.

Intorno a tutto questo c’è un territorio che difende, finanzia, giustifica e pubblicizza come necessaria questa collaborazione. L’annuale convegno GreenWeek a Trento si presta proprio a questo scopo, in quanto il ritrovo tra scienziati, politici ed industriali rafforza il loro connubio rifacendosi la facciata quanto a sostenibilità e rispetto dell’ambiente.

Questo luogo ha degli scopi ben precisi, e non sarà il singolo individuo a incrinare i rapporti di potere esistenti all’interno della Fondazione, così come la tecnologia utilizzata in quei laboratori non è imparziale, ma detta già il mondo che verrà. Lo scopo più o meno velato del Capitale è quello di crearsi una nuova facciata più pulita e più ecologica, continuando invece a distruggere tutto quello che tocca: oggi è il momento di investire in questa strada con una propaganda oculata.

Se ci pensiamo però, anche all’interno del movimento anarchico c’è voluto del tempo perchè si sviluppasse una critica alla tecnologia. Elisèe Reclus fu uno dei pochi che a fine Ottocento pose il problema del progresso tecnologico nell’analisi libertaria, criticando indirettamente, per esempio, le tesi positiviste di Kropotkin ed altri riguardo al problema. Qual è il punto? C’è chi si pone il problema della produzione in modo tale che gli uomini siano liberi ed uguali, ma con una credenza che il progresso sia la strada che salverà l’umanità dai pericoli e fatiche per le quali in tanti sono morti, altri invece ragionano sulla produzione ed il progresso in termini di profitto e sopraffazione. Purtroppo per decenni la critica al progresso tecnologico è stata sviata soltanto da una giusta questione di classe, ma ormai bisogna andare più affondo dei problemi.

Questo filo storico segue esattamente la storia della Fondazione. Essa voleva sì la prosperità della sua regione, ma nella direzione di un’innovazione tecnologica competitiva. Forse il nocciolo è proprio qui. Tutti questi studi sono legati all’aspetto economico, che oggi nel 2017 si tinge di verde: il linguaggio utilizzato oggi da padroni, scienziati, politici, filosofi, opinionisti, riesce a distoglierci dai problemi sociali legati a questo sistema tecnoindustriale: le caramelle zuccherate vengono distribuite gratuitamente a tutti gli sfruttati, facendo loro credere che l’alternativa “buona” ci sia, ma siano solo loro a poterla elargire. Ad esempio negli ultimi cinquant’anni in Trentino la temperatura dell’aria è aumentata di 1,5 °C, ed è come se il territorio fosse sprofondato di 200 metri, e chi risolverà i problemi? La Fondazione Mach, che da una parte con i suoi studi darà consigli alla Melinda ed alla Cavit nel momento in cui queste aziende dovranno sbancàre foreste sempre più in alto per far sì che i loro prodotti rimangano competitivi sul mercato e digeribili per i consumatori, dall’altra forniranno loro dei prodotti selezionati geneticamente tramite i biotecnologi.

Un altro slogan in voga in questi ultimi anni è “basta pesticidi”, questi sono veleni, e bisogna seguire le direttive europee in merito: ecco quindi la creazione in vitro di piante che resistono a caldo, insetti, grandine, gelate e così via. Il veleno è direttamente presente nelle piante, e non più sulla buccia, nella terra o nell’acqua.

Allo stesso tempo però è doveroso fare un ragionamento che vada più in là dell’aspetto naturale del problema, andando un attimo oltre la critica del come e cosa produrre in senso alimentare e il come convivere veramente con la natura che qui abbiamo solo abbozzato o criticato. Cosa sta accadendo in Trentino negli ultimi anni? C’è una massa di lavoratori, le cosiddette tute blu o colletti bianchi che stanno perdendo il lavoro, tante fabbriche chiudono, e noi non disperiamo, se non per la poca conflittualità dei lavoratori contro i padroni. Allo stesso tempo negli ultimi anni si assiste a una crescente richiesta di studenti, scienziati e simili che vadano a spremere le loro meningi in tutta una serie di strutture che qui in Trentino trovano spazio, soldi ed una certa cultura. Quindi questa terra sta diventando un laboratorio a tutti gli effetti in più settori, e uno di questi è proprio l’ex monastero a San Michele all’Adige. La crisi del lavoro in realtà non esiste, perché il capitalismo locale investe in quello che per lui è veramente profitto, cioè le nuove tecnologie e la ricerca: è qui che vengono investiti miliardi di euro ogni anno, quindi è qui che il Trentino si gioca le sue carte migliori, e chi non rientra in questo rinnovamento è tagliato fuori. Senza questo pezzo di ragionamento sul locale non si capirebbe cosa ci sta accadendo attorno e qual è il futuro di questa terra.

Quindi la Fondazione Mach è una delle punte di diamante di questo territorio, ma con chi collabora? Se si guarda la scaletta di Greenweek edizione 2016 possiamo trovare la Fondazione Bruno Kessler che insieme alla Fondazione Mach quest’anno è arrivata prima, secondo l’ANVUR1, in chimica, ingegneria, scienze della formazione, agraria-veterinaria, biologia, e avanti così. La collaborazione della Fondazione vede anche altri organi d’élite dell’innovazione tecnologica militare, del controllo, della repressione, come FBK, Eurotech (Finmeccanica ne possiede 11%), ENI. Ma non finisce qui. Nel 2005 a San Michele è stata presentata un’applicazione informatica per la catalogazione e gestione dei prodotti chimici, reagenti, microrganismi in laboratorio, e la gestione di esperimenti mediante il sistema di etichettatura a codice a sbarre. Chi ha prodotto questa applicazione? Quest’applicazione è stata creata da una collaborazione tra il centro Safecrop e l’Università di Haifa, università che collabora con quella di Trento nello studio di nuove tecnologie di controllo e repressione. Un comunicato stampa della Fondazione del 9 agosto del 2007 afferma che due ricercatori hanno attivato un procedimento per limitare l’utilizzo del rame nella viticoltura. La collaborazione è avvenuta tra il Dipartimento di Protezione delle Piante dell’Istituto agrario e il MIS (Department of Management Information Systems) dell’Università di Haifa. E dove è andato nel 2010 l’ex direttore della Fondazione Francesco Salamini? Proprio ad Haifa assieme ad una delegazione trentina. Un’altra collaborazione della Fondazione Mach è con il gruppo Eledia: insieme stanno applicando ad un meleto a Cles (TN) alcune tecnologie wireless: i nodi wireless nel terreno hanno il compito di rilevare la temperatura e l’umidità del terreno. La crescita dei fusti viene fatta con dei dendrometri, cioè dei chip applicati alle piante, che comunicano grazie ad una tecnologia chiamata WSN (Wireless Sensor Network). Hanno creato quindi un ambiente intelligente e pervasivo.

È evidente che la Fondazione Mach non ha niente di etico, di naturale, di “green”, non si fa scrupoli nel collaborare con guerrafondai patentati, teorici dell’atomo e petrolieri, la sua ricerca va sempre più a limitare la capacità dell’uomo ad avere un senso critico rispetto a come convivere con la natura, a come nutrirsi, è una direzione sempre più accentratrice di saperi e degli strumenti, riuscendo tramite la politica a darsi una facciata “trasparente”, coprendo quello che fa tra le sue mura; niente viene nascosto, ma tutto viene distorto, e il fine ultimo è sempre il profitto ed il controllo. Ma, oltre a questo, detta anche la linea di come sarà l’alimentazione del domani. Questo a profitto dei padroni a livello di denaro, ed a profitto dello Stato per la capacità sempre più sottile di un controllo intimo e pervasivo, come avviene nei meleti di Cles.

Questo articolo è un primo approccio alla questione della Fondazione Mach, perché non si può svincolarla dal potere locale e altro, potere che arriva a toccare l’essenziale, cioè l’alimentazione e l’ambiente, che continua a offrirci cose indispensabili come legna, cibo, acqua. Vorremmo riuscire a far intravedere che quello che sta succedendo nel paesino di San Michele all’Adige è in realtà un’innovazione nello sfruttamento tra uomini, ed è uno sfruttamento che non ha niente a che vedere con un rapporto etico uomo-natura come loro vogliono far credere in tutte le loro manifestazioni di propaganda. Il problema rimane complesso perché vuol dire avere una reale alternativa a quello che sta creando la Fondazione a livello di immaginario, ma qui vorrebbe dire parlare di rivoluzione: un luogo liberato non ha bisogno di niente di ciò che pensa e produce questa Fondazione. Ne riparleremo.

Stecco

1 L’Agenzia per la valutazione del sistema Universitario e della ricerca (ANVUR) sovraintende al sistema pubblico nazionale di valutazione della qualità delle Università e degli Enti di ricerca. Essa cura la valutazione esterna della qualità delle attività delle Università e degli Enti di Ricerca destinatari di finanziamenti pubblici e indirizza le attività dei Nuclei di valutazione. Infine, valuta l’efficacia e l’efficienza dei programmi pubblici di finanziamento e di incentivazione alle attività di ricerca e innovazione.

Dal giornale ecologista L’Urlo della Terra, num.5, luglio 2017

Vaccini: armi di distruzione di massa

Questa volta, con i vaccini, il modo di procedere della sanità, serva dell’industria farmaceutica, non è stata una modalità partecipata, inclusiva, muovendo tutti quegli apparati costruiti e ormai rodati negli anni per creare quell’accettazione e pseudo dibattito pubblico per dare impressione di scelta e decisione a chi non ha invece scelta e decisione su niente. Sono partiti direttamente con un decreto emergenzialista saltando direttamente il parlamento utilizzando presupposti di straordinaria necessità e urgenza necessari in questi casi per passare sopra a tutto e tutti. Ma qual’è il caso dei vaccini se mai ne esiste uno? Sicuramente tanto clamore non va ricercato in una prossima epidemia. ll rischio meningite, tanto sbandierato negli scorsi mesi, è stato smentito subito dopo dallo stesso ministro della sanità, abbastanza dopo però da far svuotare prima i depositi farmaceutici. Ancora una volta il morbillo, ma anche in questo caso l’istituto superiore della sanità parla di un calo dell’84% per Maggio rispetto ad Aprile e dell’87% rispetto a Marzo. E guardare i casi di morbillo rispetto dal 1970 fa capire che quelli del 2017 non sono niente di allarmante, ce n’erano più del doppio nel 2008, in piena copertura vaccinale.
Ancora una volta le ragioni vanno cercate altrove nell’angolo più in ombra della pseudo informazione, proprio tra chi ha lanciato l’allarme terrorizzando il più possibile, abbastanza da offuscare una riflessione critica e imponendo immediatamente la propria soluzione: aumentare le vaccinazioni obbligatorie da quattro a dodici. Ovviamente la loro non è una proposta, ma una imposizione con pesanti sanzioni per chi si opporrà fino ad arrivare al Tribunale dei minori per la sospensione della patria potestà e con successiva vaccinazione coatta. Non solo, qualsiasi voce critica viene stroncata con una fortissima censura: proiezioni video sospese sotto minaccia, dottori contrari all’impianto vaccinale, ma senza essere contrarii ai vaccini in sè, radiati dall’ordine, messaggi mediatici unidirezionali, quando non si assiste a vere e proprie menzogne costruite su misura. Tanto accanimento in tempi di pace sociale, sarà che forse si preparano alla guerra sociale ?
Tutto questo non sembra partire da un semplice ministro pupazzo in mano al farmaceutico ma va visto come una connivenza tra governi e multinazionali, un accordo che non attira l’attenzione perchè non ha neanche un nome, ma vede gli Stati Uniti come regista e l’Italia, scelta per portare l’inasprimento delle politiche vaccinali in Europa, come uno dei paesi europei con più vaccini obbligatori; siamo forse di fronte ad una nuova sperimentazione di massa dove l’Italia si porrà da apripista? Cosa c’è dietro la porta in fila che aspetta di entrare? Si sa che un’emergenza porta con sè sempre un’altra emergenza in una spirale continua di spoliazione e degradazione degli sfruttati.
Questo atteggiamento ricorda per certi risvolti quello adottato dalla Germania nazista nei confronti dei bambini cronicamente ammalati, disabili o ritardati mentali. Essi venivano sottratti alle famiglie nella concretizzazione di un progetto biomedico sostenuto da concezioni razziali. I genitori che esitavano a mettere loro figlio nelle mani dei biologi del Reich venivano privati della patria potestà, con il pretesto che rifiutavano terapie adeguate. La coercizione giuridica serviva anche in questo caso, al mantenimento di una particolare struttura al servizio di interessi statali e di quell’apparato formato dall’industria chimica tedesca che avrebbe preso il nome di IG-Farben e oggi potremmo vederlo benissimo nella fusione di Bayer e Monsanto, in entrambe albergano ancora i virus del nazismo sicuramente mai vaccinati da nessuno.
Concretamente i vaccini si occupano non di un problema reale ma aleatorio. La vaccinazione non è una misura terapeutica, ma profilattica: sono individuati bambini e persone adulte sani, che non necessitano di alcuna cura, che vengono vaccinati con lo scopo di cautelarsi da un’eventuale malattia futura. Una malattia di cui nessuno sa se potrà o no manifestarsi; è un gioco di probabilità, esattamente come per quanto riguarda il rischio.
In una medicalizzazione sempre più crescente il confine tra malattia e persona sana sfuma. In alcune zone del Giappone o in Bielorussia i tassi di radiazioni sono talmente alti che molte persone sono costrette a sottoporsi a continui controlli e trattamenti medici e psicologici: si vive nell’anticamera della clinica, del laboratorio e della prigione. Forse non ci si ammalerà mai, ma è già stata introiettata dentro di noi una dimensione dell’automa non più autossuficente perennemente attaccato a quella macchina che per primo gli ha negato l’ossigeno e adesso gli restituisce un’aria viziata.
Come spiegarsi vaccinazioni a bambini di dodici anni per l’epatite, malattia nota per trasmettersi con siringhe infette e rapporti sessuali a rischio non protetti? O la recentissima legge che obbliga le madri a sottoporre il bambino appena dopo la nascita a uno screening genetico per decine di malattie. In quest’ultimo caso le informazioni raccolte diventeranno denaro, ma anche e soprattutto gestione e controllo della persona. I grandi dell’informazione (i cosiddetti Big data) si stanno impegnando tantissimo con enormi investimenti verso il mondo dell’informazione genetica. Recentemente è stato siglato un’accordo nell’ex sede di Expo per la nascita di un importantissimo centro di ricerca della multinazionale dell’informatica IBM, l’accordo dell’insediamento della compagnia prevedeva che avrebbe ricevuto tutti i dati sanitari della regione lombardia concessi dal presidente del consiglio in persona presente all’inaugurazione.
L’ex presidente del consiglio era presente anche ad un’altra inaugurazione, quella tenutasi nel Settembre 2016 all’auditorium della multinazionale farmaceutica GlaxoSmithKline (GSK) per la presentazione del piano industriale 4.0 del governo.
Ebbene a questo punto fare alcuni passi indietro e ricordarci che la Glaxo è la principale produttrice del vaccino esavalente in Italia, apparentemente in “crisi” l’anno prima aveva fatto un’ annuncio che suona sempre come una minaccia, di chiudere il suo stabilimento in Italia e trasferirsi in Cina. Ma poi ecco che improvvisamente ha cambiato idea e ha fatto un primo investimento solo in Italia di un miliardo di euro. Già nel 1991 la Glaxo aveva oliato la politica per aggiudicarsi l’obbligatorietà del vaccino sui neonati dell’epatite B. In quel caso l’allora ministro della sanità si intascò una tangente di 600 milioni. A processo chiuso, dopo la bellezza di 26 anni, con la condanna del ministro, quel vaccino, frutto di accordi finanziari e di conseguenze sulla salute che nessuno racconterà mai, è ancora in circolazione.
Oggi assistiamo all’imposizione del dogma vaccinale in tutti i paesi del mondo, all’imposizione di vaccinazioni di massa uguali per tutti; medesima sostanza, medesima dose, tempi uguali.
Ancora una volta in campo abbiamo una concezione medica che considera il corpo umano come una macchina che si può piegare, ricostruire, standardizzare, distruggere e migliorare a proprio piacimento.
La realtà è ben diversa, l’organismo umano è inserito in un contesto naturale che ha le sue esigenze e i suoi limiti: superati questi limiti ogni squilibrio è possibile. Ma quando parliamo di vaccini e nocività in generale i molti squilibri e le patologie da essi provocati sono visibili e riscontrabili solo nel lungo periodo, rendendo difficile se non impossibile la correlazione fra causa ed effetto.
Per altro gli stessi contenuti dei vaccini non sono così chiari, quello che si sa è grazie a pochi coraggiosi che hanno lavorato in proprio evidenziando certe sostanze altamente cancerogene per qualsiasi essere vivente e il resto dei componenti resta un mistero. Sarebbe una fatica vana chiedere ai produttori, per altro questi sanno bene che le smentite sulle loro “verità” non hanno spazio, visto che controllano tutte le pubblicazioni scientifiche di un certo livello e, come abbiamo visto con l’Efsa in Europa e l’Fda negli Stati Uniti, controllano anche la sicurezza sui loro disastri.
I vaccini sono una categoria di farmaci troppo importante per lo Stato e le multinazionali farmaceutiche. Se è forte la questione economica, visto che i vaccini non necessitano di essere sperimentati e dunque non dovendo sostenere spese importanti per la loro realizzazione, regalano valori aggiunti estremamente appetitivi e, per di più, ne vengono acquistati in quantità enormi da parecchie nazioni che, poi, se le aziende hanno agito nel modo “giusto” ne rendono obbligatorio l’uso; c’è da tenere presente la questione della gestione della “malattia” o della cosiddetta “urgenza sanitaria”, che non è altro che il controllo sulle nostre vite. Vaccini, screning genetici, bambini in provetta… permetteranno sempre di più che lo Stato possa gestire le vite dei nostri figli come una questione sanitaria all’interno di un paradigma tecno-scientifico.
Questi mesi, dal lancio di questo “decreto vaccini” si è visto in tutta Italia una forte e variegata mobilitazione fatta di manifestazioni, fiaccolate, conferenze, discussioni… per opporsi a questo ennesimo attacco contro le vite delle persone.
La vera libertà di scelta è quella che resta fuori dalle loro scelte, dai loro tecnici, dalle loro tavole accomodanti per farci avvelenare con consenso informato, quella libertà che possiamo prenderci soltanto con la consapevolezza che se non lottiamo ora e subito non lo farà nessun’altro, costruendo situazioni, reti e momenti di solidarietà attiva.

Costantino Ragusa
dal giornale ecologista “L’Urlo della Terra”, num.5

 

 

Verso il laboratorio mondo – Introduzione alla presentazione del libro “Fare un figlio per altri è giusto – Falso” di Daniela Danna

VERSO IL LABORATORIO MONDO

Introduzione alla presentazione del libro “Fare un figlio per altri è giusto – Falso” di Daniela Danna, 13 Settembre 2017, Rovereto

L’utero in affitto, con la mercificazione della capacità riproduttiva della donna, con la compra-vendita di una bambina, con il diventare imprenditrici di noi stesse, si colloca perfettamente all’interno delle logiche neoliberali di questo sistema che mercifica e che si appropria di ogni dimensione. Questo mio intervento cerca di cogliere la complessità in cui si situano l’utero in affitto e la procreazione medicalmente assistita all’interno del paradigma e dell’operare del sistema tecno-scientifico, soffermandomi sulle tecnologie di riproduzione artificiale: la fecondazione in vitro e la diagnosi pre-impianto.
Gli sviluppi dei processi tecnologici che manipolano il vivente ci pongono su un piano differente, più profondo: non si tratta più solo di mercificazione, di sfruttamento, di gestione e di controllo. Benchè tutti questi piani non scompaiano, ci troviamo anche davanti a una pervasività tecnologica totale, che penetra nelle dimensioni vitali, che nel mentre modifica il vivente e la materia – come accade per le modificazioni genetiche e nanotecnologiche – trasforma e crea anche una nuova realtà, una nuova percezione di noi stesse, del nostro essere e stare nel mondo e del mondo attorno a noi. Nello specifico, la riproduzione artificiale è la risignificazione e la conseguente metamorfosi della maternità, della procreazione, e un passo verso la metamorfosi dell’essere umano e dell’intero vivente. Un passo in quel processo che sta artificializzando il mondo: se il vivente diventa altra cosa, sia in seguito ai processi di ingegnerizzazione, sia nella percezione che di esso se ne ha, il vivente sarà totalmente inglobato dal sistema.

Dalla sperimentazione sugli animali, che sia effettuata in un laboratorio di vivisezione o in un allevamento ipermoderno industriale, lo sguardo si sposterà sempre sulle possibili applicazioni sull’uomo, che costituiscono in molti casi il vero scopo della ricerca intrapresa. Individuare l’origine delle tecnologie riproduttive è fondamentale per comprendere che si sono sviluppate per selezionare determinate caratteristiche e successivamente modificarle con l’ingegneria genetica.
La zootecnia è la storia della produzione di corpi docili attraverso la selezione di caratteristiche esteriori fisiche, produttive, comportamentali. Le tecnologie riproduttive hanno affinato tale selezione e, procedendo di pari passo con le acquisizioni nell’ambito della transgenesi e della clonazione, sono stati prodotti i primi animali transgenici per diversi scopi come aumentare la filiazione, diventare resistenti ad alcune patologie, estrarre molecole per la realizzazione di farmaci, xenotrapianti, modelli di ricerca – pensiamo all’oncotopa, topa modificata geneticamente per sviluppare il tumore al seno.
Il primo ricercatore che in Francia ha fabbricato la prima bambina in provetta, non a caso si è prima cimentato sugli altri animali, nella fattispecie sulle mucche da latte per aumentare la loro produzione. Ritroviamo gli stessi fautori che si destreggiano nei diversi eppur simili laboratori.
Nella Gestazione Per Altri (GPA) gli ovuli possono essere della stessa donna che affitta l’utero o di un’altra donna. Esistono cliniche con enormi banche di ovuli di venditrici selezionate per le loro caratteristiche. Basta ascoltare le interviste di alcune donne che affittano l’utero alla Biotexcom a Kiev, interviste che si possono trovare sul sito internet della clinica1, per renderci conto che per queste donne è meglio se gli ovuli provengono da altre donne, al fine di tentare di allontanarsi psicologicamente dalla bambina che nascerà, per tentare di non sentirla come propria: “noi dobbiamo prepararci psicologicamente a non provare un amore materno, […] so che quando li vedrò non mi somiglieranno, avranno i lineamenti di due persone a me estranee e per questo non potranno mancarmi.”, spiega una donna in attesa di due figli avuti con ovuli di un’altra.
Se gli ovuli provengono da un’altra donna viene effettuata la fecondazione in vitro (FIV), che presuppone la diagnosi pre-impianto (DPI). Prima di impiantare gli embrioni nell’utero della futura madre che ha fatto ricorso alla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) o della madre che ha affittato l’utero, vengono praticati dei test genetici su una decina di embrioni, per determinare i probabili tratti e la predisposizione a svariate patologie, al fine di selezionarne i migliori“.
Nella scelta di questi caratteri resta sospesa una questione: per quanto tempo saranno ammessi degli “scarti”? Chi definisce i caratteri “migliori”, performanti? Ciò che sarà considerato anormale, deviante, non produttivo, non funzionale a questo sistema verrà semplicemente eliminato all’origine. L‘eugenetica è imprescindibile da tali tecnologie. Come pensiamo di poter rimanere soggetti attivi in grado di gestire o controllare l’intero processo?
La FIV e la DPI hanno tutte le caratteristiche per diffondersi. Lo sviluppo della genomica, per un’analisi del DNA e un’interpretazione delle sue variazioni sempre più precisa, oggi è cruciale in ogni campo della medicina. Una medicina che sta diventando sempre più genomica, personalizzata e preventiva. Abbiamo già vari test genetici post natali obbligatori per patologie metaboliche ereditarie,2 e la conseguente schedatura delle/dei neonate/i testate/i, in un secondo tempo il numero di questi test si amplierà a molte altre patologie, o presunte tali. Non sarà necessario che siano obbligatori anche gli interventi di prevenzione, basterà far leva sulla paura.
L’infinita possibilità delle nostre vite viene ridotta alla probabilità di un algoritmo e messa nelle mani di chi deciderà cosa definire normale o patologico in un riduzionismo genetico che rimane tale anche se personalizzato.
La previsione adesso arriva fino all’embrione. Non sono necessari investimenti specifici perchè è l’intero settore della genomica che sta crescendo in questa direzione.
Anche per la FIV e la DPI, come tutte le altre tecnologie, per creare accettazione e per promuoverle, si fa leva sulla salute, nello specifico per i problemi di fertilità e per rintracciare patologie genetiche della futura/o nata/o. Ma l’analisi dei dati su chi fa concretamente ricorso alla PMA dimostra che sempre più coppie fertili e senza problemi di trasmissioni di patologie genetiche scelgono la fecondazione in vitro con il solo scopo di fare ricorso alla diagnosi pre-impianto unendovi la possibilità, ad esempio, di selezionare alcune caratteristiche fisiche come il sesso o il colore degli occhi. Questo è quanto avviene per ora negli Stati Uniti, ma è una tendenza significativa della direzione che sta prendendo.
Verrà creato e alimentato il desiderio di dare alla figlia che nascerà un’eredità genetica migliore di quella che potrebbero fornire i propri stessi gameti. Con la nuova tecnologia di ingegneria genetica CRISPR/CAS 9 è possibile praticare la correzione del genoma -l’editing del genoma- in modo più economico, rapido e preciso. Questa tecnologia si sta sviluppando per la modificazione di vegetali, di animali da allevamento e da laboratorio, per le terapie geniche, con un’attenzione particolare verso il potenziale uso per creare modificazioni nella linea germinale umana. Gli esperimenti vengono effettuati su embrioni scartati dalle cliniche di fecondazione assistita.
Tutto ciò che serve per la selezione umana è già presente o in fase di ulteriore affinamento o in fase di ricerca: l’estrazione degli ovuli, essere in grado di fecondarli e trapiantarli, la crioconservazione degli embrioni, i software per analizzare e comparare i risultati della sequenza genetica, nuove tecnologie di ingegneria genetica e le ricerche su cellule staminali per trasformarle in gameti.
Allo stato attuale, non si effettuano ancora manipolazioni genetiche al momento delle diagnosi pre-impianto, ma l’idea della fabbricazione della “bambina/o perfetta/o” sottende il mito dell’uomo perfetto, dell’uomo potenziato del transumanesimo.
Nel corpo delle donne avverrà una sperimentazione biotecnologica con conseguenze per le future generazioni. Le manipolazioni genetiche, così come le modificazioni della linea germinale, hanno conseguenze irreversibili. Forse si pensa che non si arriverà mai a tanto, che le manipolazioni genetiche si fermeranno alle monocolture agricole. Ma tutto ciò che è possibile fare tecnicamente verrà fatto socialmente e non esiste nuvola etica che possa impedirlo. E se anche non sarà possibile farlo tecnicamente, nel mentre avremo interiorizzato una precisa idea di vivente, un vivente imperfetto da modificare e migliorare.
Non sarà un dittatore visionario che imporrà l’eugenismo, ma progressisti democratici stanno aprendo la strada a una genetica liberale. Una volta che la procreazione medicalmente assistita sarà estesa a tutte e tutti si entrerà in un circuito in cui, in nome della libertà di scelta, si creerà un contesto in cui non si potrà fare altrimenti. In un domani non troppo lontano sarà definito prima irresponsabile e poi criminale mettere al mondo figlie/i senza ricorrere alle tecnologie di riproduzione artificiale garantite e gestite da un apparato medico e tecnologico.
Tanto più sono profonde e irreversibili le conseguenze di queste tecnologie, tanto la nostra lotta dovrebbe essere radicale e dovrebbe andare in profondità, con la consapevolezza che nel nuovo mondo che si va costruendo, o de-costruendo, avremo sempre più a che fare con chimere e con figlie/i che, anche se resteranno tali, diventeranno dello Stato e del capitale tecno-industriale che ne rivendicherà la gestazione nel proprio grembo, il laboratorio, e il successivo controllo e gestione.
Stiamo consegnando nelle mani di tecno-scienziati, biotecnologi, cliniche della riproduzione la dimensione procreativa, quanto dobbiamo aspettare prima che i colossi come Bayer-Monsanto punteranno su questo settore?
Le conseguenze vanno ben oltre la procreazione, così come per gli ogm o le particelle nanotecnologiche rilasciati nell’ambiente le conseguenze vanno oltre la pur gravissima nocività per la salute e per l’ecosistema. Ci troviamo davanti a una nocività sistemica, l’intera società viene ristrutturata. Possiamo immaginare queste tecnologie come dei nodi in cui si intrecciano varie dimensioni creando una rete in cui si sviluppa il sistema tecno-scientifico, in cui si sta progettando e costruendo un mondo sempre più informatizzato, ingegnerizzato, nanotecnologico e artificiale.

Silvia Guerini
www.resistenzealnanomondo.org

http://www.uteroinaffitto.com/dossier-di-rai-2-maternita-surrogata-presso-biotexcom/

Legge 19 agosto 2016, n.167 Disposizioni in materia di accertamenti diagnostici neonatali obbligatori per la prevenzione e la cura delle malattie metaboliche ereditarie.

Corpi animali, dispositivi di potere, attacco al vivente. Dove si legano lo smembramento degli altri corpi animali e l’appropriazione della dimensione procreativa della donna

“Vista in sezione, la struttura sociale del presente dovrebbe configurarsi all’incirca così: su in alto i grandi magnati dei trust dei diversi gruppi di potere capitalistici che però sono in lotta tra loro; […] poi il proletariato, dagli strati operai qualificati meglio retribuiti, passando attraverso i manovali fino ad arrivare ai disoccupati cronici, ai poveri, ai vecchi e ai malati. Solo sotto tutto questo comincia quello che è il vero e proprio fondamento della miseria, sul quale si innalza questa costruzione, giacché finora abbiamo parlato solo dei Paesi capitalistici sviluppati, e tutta la loro vita è sorretta dall’orribile apparato di sfruttamento che funziona nei territori semi-coloniali e coloniali, ossia in quella che è di gran lunga la parte più grande del mondo. Larghi territori dei Balcani sono una camera di tortura, in India, in Cina, in Africa la miseria di massa supera ogni immaginazione.
Sotto gli ambiti in cui crepano a milioni i coolie della terra, andrebbe poi rappresentata l’indescrivibile, inimmaginabile sofferenza degli animali, l’inferno animale nella società umana, il sudore, il sangue, la disperazione degli animali… Questo edificio, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale, dalle finestre dei piani superiori assicura effettivamente una bella vista sul cielo stellato.”

Max Horkheimer1

In uno scritto di commento alla giornata dell’otto marzo leggo: “[…] la giornata dell’otto marzo ha mostrato contraddizioni interessanti. Da una parte a Milano, dal palco delle istituzioni in piazza Duomo, le oratrici parlavano della lotta per i diritti delle donne insieme ai diritti dei cani e dei gatti (perché il genere finisce per diventare una delle tante differenze e la violenza sulle donne una delle tante violenze). […]”2
Prendo come spunto questa considerazione portando un altro sguardo.
Inizio con una domanda: cosa significa essere umano?
Se ci pensiamo quel che viene considerato umano è una costruzione, è un fenomeno storico costruito sul sangue. L’uomo non è un’invariante, l’uomo esiste storicamente solo nella misura in cui trascende ed esclude la donna, la sua stessa animalità e gli altri animali.
Nei secoli l’umano viene definito mettendo in luce alcune caratteristiche che lo distinguerebbero, in modo inequivocabile, dagli altri animali. Una presunzione arbitraria e un’ideologia antropocentrica è il voler definire le caratteristiche che ci eleverebbero sopra gli altri animali.

“L’animale non parla, l’umano sì (Cartesio)
L’animale non ha un volto, l’umano sì (Levinas)
L’animale non muore, l’umano sì (Heidegger)”

Queste caratteristiche attraverso cui avviene la costruzione dell’umano sono esse stesse costruite. Si fondano su un’ideologia specista. Lo specismo non è un pregiudizio, ma un’ideologia che legittima, giustifica, naturalizza le pratiche, le strutture e i sistemi di disciplinamento, di sfruttamento, di smembramento e di uccisione dei corpi animali.
Solo perchè qualcosa come una vita animale è stata separata all’interno dell’uomo, solo perchè la distanza e la vicinanza con l’altro animale sono state riconosciute, è possibile opporre l’uomo agli altri viventi.
Agamben descrive perfettamente il dispositivo che permette la separazione e la ri-articolazione della coppia uomo/animale:

“Una macchina antropologica dove è in gioco la produzione dell’umano attraverso l’opposizione uomo/animale, umano/inumano, la macchina funziona necessariamente attraverso un’esclusione (che è anche e sempre già una cattura) e un’inclusione (che è anche e sempre già un’esclusione). Proprio perchè l’umano è, infatti, ogni volta già presupposto, la macchina produce in realtà una sorta di stato di eccezzione, una zona di indeterminatezza in cui il fuori non è che l’eslusione di un dentro e il dentro, a sua volta, soltando l’inclusione di un fuori.”3

Il confine, la barriera tra “animalità/umanità” è assolutamente arbitraria ed è una barriera che si sposta escludendo, e al tempo stesso producendo, di volta in volta un umano non ancora o non abbastanza umano, un subumano, animalizzandolo, designandolo come bestia, maiale, pidocchio, ratto…
Al centro di questa macchina dove dovrebbe situarsi il veramente umano c’è una zona di ridefinizione in cui la barriera può essere spostata. Al centro quindi in realtà c’è un vuoto, una vita separata ed esclusa da essa, una nuda vita.
L’umano quindi è un dispositivo di potere che traccia il confine tra ciò che è umano e ciò che non è umano. È un meccanismo di produzione dell’umano stesso che al contempo produce l’inumano.
La costruzione di significato passa anche attraverso tutti quegli aggettivi oggettivanti che costruiscono l’uomo come maschio, etero, occidentale, sano, bello. In questo processo di costruzione ciò che viene sacrificato, e non solo metaforicamente, è la donna e alla luce di quando emerso dalla macchina antropologica, uno sguardo più profondo non può non vedere l’Animale.
Ci troviamo immerse in una costruzione di senso, significato e valore attraverso il meccanismo di esclusione di chi rimane, strangolato e soffocato, ai margini.
Come se non esistesse la donna in quanto soggetto, ma solo in relazione al maschio, come se non esistesse l’animale in quando soggetto, ma solo in relazione all’umano. La stessa concezione della donna e dell’animale solo come oggetti di appropriazione.

Lo sguardo femminile decentrato sarebbe nella posizione favorevole per cogliere il legame con gli altri corpi animali da sempre assenti e oggetto del potere normativo e dei dispositivi di potere che si iscrivono nei corpi. Quello che vorrei mettere in luce è ciò che lega la donna agli altri animali, in quanto è il loro corpo che serve come materiale. La violenza contro i loro corpi viene naturalizzata, reinterpretata, risignificata e infine negata.
Esiste un sommerso che viene non solo reificato e sfruttato, ma annullato in quanto tale e riprodotto da questo sistema di potere che si esercita sull’animale attraverso il corpo e che produce corpi biopolitici. Un disciplinamento dei corpi e una produzione di corpi docili con la morsa dell’allevamento e le tecniche zootecniche che mirano a piegare il comportamento e la personalità dell’animale. Da una selezione a una manipolazione dei corpi: l’inseminazione artificiale e la genomica permettono di selezionare gli animali, l’ingegneria genetica permette di creare animali transgenici.
Il corpo dell’animale diventa un interscambiabile modello di specie. Le individualità vengono trasformate in esemplari di specie. Abbiamo mucche “da latte”, vitelli “da carne bianca”, tori “riproduttori”, maiali “da ingrasso”, scrofe “per la riproduzione”, galline “ovaiole”, visoni “da pelliccia e fattrici”, conigli “da carne” e da “sperimentazione”, pesci “d’allevamento”.
L’animale è così trasformato in strumento di produzione, in prodotto, in modello sperimentale che deve corrispondere a determinate caratteristiche.
Nella macellazione avviene uno smembramento dei corpi e gli animali diventano referenti assenti, animali in carne ed ossa vengono resi assenti come animali, affinché possa esistere la carne. Se gli animali sono vivi, non possono essere carne, di conseguenza, un corpo morto sostituisce l’animale vivente. Sono assenti nell’atto del mangiare carne in quanto trasformati in cibo. Sono resi assenti attraverso il linguaggio che rinomina i loro corpi morti, sono rinominati carne. Smembrati fisicamente e anche nella stessa ridefinizione di essi con le loro parti: la coscia, il petto, l’ala…

L’idea della catena di montaggio deve la sua nascita alla visita di Henry Ford alla catena di smontaggio del mattatoio di Chicago:

“L’idea mi venne naturalmente guardando il carrello sopraelevato che veniva utilizzato nelle industrie della carne di Chicago per la lavorazione del manzo”.4

Il destino degli animali nella macellazione è utilizzato per descrivere l’oppressione delle donne. La Dworkin osserva che

“l’idea prediletta della cultura patriarcale è che l’esperienza possa essere frammentata, che letteralmente se ne possano dividere le ossa, e che se ne possano esaminare i pezzi come se non ne facessero parte, o che si possano considerare le ossa come se non fossero parte di un corpo. Indugiamo sulla bistecca o sulle cosce di pollo come se non fossero parti di corpi. […] Ogni cosa è divisa: l’intelletto dai sentimenti e dall’immaginazione; l’azione dalla conseguenza; il simbolo dalla realtà; la mente dal corpo. Una parte sostituisce il tutto e il tutto è sacrificato alla parte.5

La descrizione metaforica della cultura patriarcale offerta dalla Dworkin si fonda sulla consapevolezza del fatto che gli animali vengono macellati nello stesso modo.
Riferirsi alle donne come a corpi senza volto, petti, cosce, spalle, natiche, rimanda all’atto violento della macellazione e, al tempo stesso, rafforza la violenza del riferirsi alle donne come a dei pezzi di carne. 6
Quando le femministe usano metafore animali in relazione alle donne usano metaforicamente ciò che viene fatto realmente agli animali. Rivolgendo il proprio sguardo solo verso le donne si inabissa la realtà che si nasconde dietro la metafora, che è parte della stessa struttura di potere che si vorrebbe stravolgere. Una sfida per il pensiero femminista è riconoscere i punti di intersezione e di sovrapposizione di queste due forme di oppressione, quella sulle donne e quella sugli altri animali.

Un’ingnegneria dei corpi in un sistema di fabbrica che invece di produrre merci utilizza esseri viventi come materia prima sfornando la morte come prodotto finale, un sistema di morte. Questa descrizione può ben rappresentare cosa erano i campi di concentramento e di sterminio, così come può ben rappresentare la realtà degli allevamenti, questi in più hanno la peculiare caratteristica di essere un’infinita riproduzione di corpi.
La violenza si de-materializza nell’automatizzazione della tecnonologia e i soggetti viventi diventando solo animali acquisiscono un’invisibilità, una distanza fisica e morale che separando l’essere umano dall’animale crea una separazione tra azione e conseguenze, annulla l’empatia e la responsabilità. Ampliando la ciecità anche verso le conseguenze su tutti gli esseri viventi e sul mondo intero di questo sistema tecnoscientifico.

Altri corpi animali, nell’oscurità dell’assenza di uno sguardo, nella normale pratica dell’allevamento subiscono inseminazioni forzate, costrette continuamente a riprodursi, a diventar madri per essere poi depredate della loro prole.
Le mucche “da latte” come tutti i mammiferi producono latte solo dopo il parto ed è per questo che vengono inseminate artificialmente e trascorrono in gravidanza nove mesi ogni anno. Miliardi di mucche diventano così macchine da riproduzione. Verranno quindi munte per mesi, durante i quali produrranno una quantità smisurata di latte, venendo “consumate”, nel vero senso della parola, in soli due-tre anni per poi essere macellate.
Il sistema tecnico-scientifico si appropria della loro dimensione procreativa, i loro corpi diventano veicoli di un dispositivo di potere che li ingloba. Quel che rimane dell’animale non è che lo spettro di una vita.
Anche la dimensione procreativa della donna è oggetto di appropriazione dalle industrie della riproduzione artificiale e da un sistema tecnico-scientifico.
L’utero in affitto ci pone una situazione a cui non possiamo sottrarci. In gioco non c’è solo la mercificazione della capacità riproduttiva della donna, ridotta a macchina da riproduzione e a materiale umano, non c’è solo la compra-vendita di una figlia che diventa un prodotto strappato dalla madre dopo la sottoscrizione di un contratto, non c’è solo la svendita di ogni autodeterminazione e libertà facendo proprie le logiche di questo sistema dove tutto è sottoposto al criterio dell’utile e dove diventiamo imprenditrici di noi stesse, non c’è solo la giustificazione dell’ingiustificabile, spesso da una posizione privilegiata, non c’è solo l’illusione delle regolamentazioni e non il vedere i reali interessi in campo, non c’è solo una nuova faccia del patriarcato, del potere maschile di coloro che non possono portare in grembo un figlio ma che ne vogliono uno per sé, non c’è solo l’eugenetica sottesa alla tecnica di fecondazione in vitro, non c’è solo l’appropriazione della dimensione procreativa da parte dello stato e delle aziende di riproduzione.
Nell’utero in affitto si intersecano e si sovrappongono tutti questi piani, tralasciarne uno e non cogliere l’insieme è far diventare parziale una critica e un’opposizione potenzialmente radicale.
Il filo che lega i vari piani è l’attacco al vivente in un mondo macchina dove la distopia di un mondo con l’utero artificiale che ci libererà da quel fardello della maternità e che cancellerà la differenza tra i sessi, ben rappresenta dove siamo arrivate.
Le biotecnologie riproduttive hanno una storia ben precisa che parte dalle manipolazioni genetiche e dai processi di disciplinamento dei corpi. Tracciare questi processi è fondamentale per comprenderli, per ritrovare gli stessi fautori che si destreggiano nei diversi eppur simili laboratori. In quest’ottica la critica non è più solo verso una questione prettamente commerciale, ma si allarga al paradigma e all’operare di questo sistema tecnico.
Procreazione medicalmente assistita (PMA), gestazione per altri (GPA), sperimentazione sugli animali, organismi geneticamente modificati e ingegnerizzati, per tutte queste pratiche e tecniche il danno è insito nella pratica e nella tecnica stessa, in quanto scandagliano nel profondo gli esseri viventi come mai prima. Al tempo della pecora Dolly ci dissero che il passo successivo di clonare esseri umani non sarebbe mai stato fatto, eppure anche prima di Dolly avevano detto che le manipolazioni genetiche sui vegetali non sarebbero mai state trasferite sugli animali. E oggi a che punto siamo? Una cosa sappiamo per certo e la storia della scienza ce lo dimostra: se vi è interesse su alcuni processi, e vi sono le possibilità tecniche di intervenire, questo verrà fatto e non esiste nuvola etica che possa impedirlo. Dalla sperimentazione sugli animali, che sia in un laboratorio di vivisezione o in un allevamento ipermoderno industriale, lo sguardo si poserà sempre sulle società umane, in molti casi il vero scopo della ricerca intrapresa.
Tanto sono più profonde e irreversibili le conseguenze di queste tecnologie, tanto la nostra lotta dovrebbe essere radicale e dovrebbe andare in profondità, con la consapevolezza che nel nuovo mondo che si va costruendo, o de-costruendo, avremo sempre più a che fare con chimere e con figlie/i che, anche se resteranno tali, diventeranno dello Stato e del capitale tecno-industriale che ne rivendicherà la gestazione nel proprio grembo, il laboratorio.
Come potremmo anche solo pensare di avere un’idea diversa di mondo quando l’unico modello sarà l’artificializzazione continua?

Luglio 2017
Silvia Guerini

1 M. Horkheimer, Crepuscolo. Appunti presi in Germania (1926-1931), trad. it. di G. Backhaus, pp. 68 – 70.
2 S. Gandini e L.Colombo, Di cosa parliamo quando parliamo di femminismo?, Via Dogana 3, 29 marzo 2017
3G. Agamben (2002), L’aperto. L’uomo e l’animale, Bollati Boringhieri, p. 42.
4C. Patterson (2015), Un’eterna Treblinka, il massacro degli animali e l’olocausto, Massimo Filippi (a cura di), Editorieir, p.77
5C. J. Adams (2010), Lo stupro degli animali, la macellazione delle donne, Liberazioni, rivista di critica antispecista, numero 1, p.49
6 I nostri corpi sono, non solo metaforicamente, ma realmente macellati e resi dei pezzi di ricambio nella predazione degli organi. La retorica del dono fa leva soprattutto sulle donne: madri che donano gli organi del figlio, ingannate da un potere medico che chiama morto un corpo con il cuore che batte e con il sangue che circola nelle vene, madri che portano avanti una gravidanza di un figlio anencefalico solo per poi farlo espiantare. www.antipredazione.org