Su “La Riproduzione artificiale dell’umano” di Escudero

Ho volentieri accolto l’invito a presentare il lavoro di Escudero alla libreria Antigone a Milano.
“La riproduzione artificiale dell’umano” mi ha aperto orizzonti ancora più inquietanti dello scenario che da qualche tempo sto indagando, che è relativo alla “Gestazione per altri”. Due parole su questa: non è una tecnica, è un istituto giuridico che può avvalersi delle tecniche della riproduzione assistita oppure no – quindi la mia ricerca, critica quanto quella di Escudero, si sovrappone parzialmente al suo campo di indagine. Escudero mi ha dato uno sguardo lungo, illuminando le logiche conseguenze di quell’idea che, da lesbica, vedo con preoccupazione diventare un obiettivo del movimento Lgbt (lesbiche, gay, bisex, trans etc): che sia un diritto quello di riprodursi usando le tecniche medico-tecnologiche, addirittura a prescindere dal proprio effettivo stato di infertilità.
Come anche Escudero sottolinea, ci sono mille modi di relazionarsi tra i sessi per avere figli o anche procreare in prima persona senza ricorrere alla tecnologia e affidarsi ai suoi esperti: donazione di seme da parte di un uomo e autoinseminazione per le lesbiche, accordi informali per i gay con le donne, per tutti la richiesta della possibilità di essere valutati per le adozioni e anche gli affidi familiari.
Pur tenendo ferma la realtà della differenza sessuale, quindi le dovute differenze nel valutare da una parte le diverse pratiche di uso dello sperma, che naturalmente si stacca dal corpo, e di ovociti da estrarre o “uteri” cioè donne intere, dall’altra devo riconoscere che la china su cui si è messo il movimento Lgbt con un preteso “diritto all’omogenitorialità” di cui sempre più si sente parlare, è una china pericolosa. L’obiettivo dell’”uguaglianza” per le persone Lgbt rischia di diventare l’assimilazione completa agli imperativi matrimoniali e procreativi di una società tradizionale che non è più egemone: gli stessi eterosessuali vivono le loro relazioni sempre più senza sposarsi, non volendo tra le altre cose sottoporsi alle pressioni familiari per avere figli. Anche quando i figli nascono, i genitori rimangono liberi di stato, non volendo sottoporsi alle norme e agli stereotipi della vita da marito e moglie. Un terzo dei bambini che nascono in Italia hanno madri non sposate.
Le biotecnologie riproduttive rappresentano la possibilità di sfruttare economicamente il corpo delle donne estraendone chirurgicamente dopo pesanti trattamenti ormonali gli ovociti per la riproduzione e per altri usi, e considerandole come contenitori per la produzione e vendita di feti “altrui”. Posso anche dichiararmi felice che un uomo, non personalmente coinvolto nella critica a queste tecniche perché non incidono per nulla sui corpi maschili, abbia riconosciuto il problema e lavorato per aggiungere la sua voce a quelle femministe che rifiutano questa ennesima colonizzazione dei corpi femminili.
Daniela Danna

NOTE A MARGINE Spunti per nuovi approfondimenti e riflessioni a partire dalle presentazioni del libro “La riproduzione artificiale dell’umano” di Alexis Escudero (10-16 Gennaio 2017)

Le discussioni emerse durante le presentazioni hanno permesso di analizzare e comprendere in maniera più articolata il nodo che lega la PMA e la GPA ossia la tecnica della fecondazione in vitro e la conseguente selezione degli embrioni.
Emerge con forza ed evidenza come l’eugenetica sia implicata e imprescindibile da tale tecnica.
Di fatto entrambe queste tecniche si situano e si attuano all’interno di un sistema medico e commerciale. Nello specifico, la PMA non ha nulla a che vedere con le pratiche auto-organizzate di donne lesbiche e desiderose di avere una/un figlia/o che decidono di fare ricorso a dello sperma di un solidale. Al contrario, ricorrendo alla PMA, è escluso ogni carattere di solidarietà.
Prima di impiantare l’embrione nell’utero della futura madre, o della madre che ha affittato l’utero, viene effettuata una diagnosi pre-impianto a livello genetico su una decina di embrioni al fine di selezionarne “il migliore”.
Anche per questo tipo di tecnica, il primo discorso che si produce, per giustificarla e promuoverla, è un discorso di tipo medico che si lega da un lato ai problemi di fertilità dei genitori e, dall’altro al tentativo di rintracciare patologie genetiche della futura/o nata/o.
L’analisi dei dati su chi fa concretamente ricorso alla PMA dimostra poi che già una parte di questo discorso medico è messa in crisi: negli Stati Uniti sempre più coppie fertili e senza problemi di trasmissioni di patologie genetiche, scelgono la fecondazione in vitro con il solo scopo di fare comunque ricorso alla diagnosi pre-impianto unendovi la possibilità, ad esempio, di selezionare il sesso e altre caratteristiche fisiche come il colore degli occhi, il colore dei capelli, la forma del naso e delle orecchie…
Nella scelta di questi caratteri, resta sospesa una questione: per quanto tempo saranno ammessi degli “scarti”? Ciò che sarà considerato anormale, deviante, non produttivo, non funzionale a questo sistema, verrà semplicemente eliminato all’origine.
Ma chi definisce i caratteri “migliori”, performanti? Scorrendo le sitografie delle banche di ovociti e di sperma si tracciano nuovi margini di azione sulla base di pregiudizi sociali e culturali antichi e non ancora antiquati.
“La scelta spetterà ai futuri genitori!”. Si può parlare ancora di scelta? Si può parlare di soggetti attivi in un laboratorio?
Si tratta di fantascienza? In effetti, allo stato attuale, non si effettuano ancora manipolazioni genetiche nel momento delle diagnosi pre-impianto. Ma non temete! Esperti e tecnici ci rassicurano che il passo sarà breve verso il “miglioramento” e potenziamento dell’embrione.
La fabbricazione del “bambino/a perfetto/a” fa eco al sotteso mito dell’uomo perfetto (e questo mito è, ahi noi e guarda caso solo al maschile) tanto caro ai transumanisti. Uomo perfetto che ha il mito della propria onnipotenza… Noi siamo animali, abbiamo dei limiti, siamo mortali. E lo rivendichiamo!

Gli animali, umani e non, non si comprano e non si vendono. Le bambine e i bambini non sono merce: vanno protetti e tutelati dalla loro mercificazione. Al contrario, la GPA (a pagamento o gratuita) è una pratica nella quale sono connaturate piuttosto forme di compravendita di bambine/i, forme di sopraffazione, forme di sfruttamento.
In questo quadro di analisi va poi fatta una sostanziale differenza per quanto riguarda la GPA: è in coloro che non hanno la possibilità di portare in grembo una/un figlia/o ma che rivendicano il diritto di averla/o che si esercita il potere che insinua una nuova forma di mercificazione e sfruttamento della capacità riproduttiva delle donne.
Opporsi sia alla GPA (a pagamento o gratuita) sia alla PMA non significa fondere e appiattire la maternità alla paternità. Si parte da una riflessione consapevole del conflitto tra donne e uomini intorno al materno, che non mette sullo stesso piano i bisogni delle lesbiche, e in generale delle donne, con quelli dei gay.

Durante le presentazioni è emersa più volte questa considerazione:“È una questione di classe, perché sono pratiche a cui possono accedere solo i ricchi!”
Cosa evidenzia la strategia di criticare la PMA attraverso la lente delle classi sociali?
In un mondo globalizzato, partendo dalla stessa Europa, basta spostare lo sguardo verso est per trovare veri e propri discount di ovuli, sperma e uteri in affitto così come pacchetti promozionali. Sì, i ricchi hanno sicuramente accesso a “materiale umano” considerato da alcune/i come migliore, hanno sicuramente la possibilità finanziaria di scegliere non solo il grado di istruzione ma anche in base al prestigio dell’università dei venditori e delle venditrici. Come ne consegua un prodotto finale “migliore” non è dato saperne nella realtà… La domanda resta di nuovo sospesa: quale idea di animale umano abbiamo? A cosa aspiriamo? Richiamare la questione delle classi sociali sembra, in questo caso, la constatazione di una disparità con annesso il tentativo di invocare la PMA per rivendicare uguaglianza. Siamo convinte e convinti che sia l’intero sistema e le idee che sottendono che vadano non solo criticate ma abbattute. A noi, questa di libertà!
L’apologia della tecnologia e del potere “illimitabile” della scienza intesa come mezzo per soddisfare i propri desideri, nella fattispecie di maternità e paternità, ma anche di onnipotenza e, in maniera non troppo sottesa, di immortalità, è assolutamente allineato al progetto di questo nostro sistema: tradizionalista, fortemente patriarcale e consumistico. Vengono indotti bisogni e desideri e dopo avere abilmente e spietatamente propagandato l’assoluta necessità di soddisfarli, la voce grida: “Lo voglio e basta! E poiché posso, allora voglio, posso, comando e faccio quel che mi pare a qualsiasi costo e alla faccia del resto del mondo.” Il singolo si auto-convince e viene convinto di aver avuto completa gestione dell’intero processo. “Ho agito in libertà!” Ma di che tipo è questa libertà?
Le conseguenze, prevedibili e non prevedibili, per i bambini e le bambine e le donne non vengono prese in considerazione fino in fondo.
Inoltre se si alza lo sguardo oltre i nostri confini si vede come il problema per la Terra e per i suoi abitanti non sia l’infertilità degli umani, bensì il suo esatto contrario, ossia la sovrappopolazione.
Forse andrebbe riaperta la discussione sul senso dei limiti: il limite non è un tabù. Piuttosto una evidenza, una necessità. Talvolta, una opportunità. E allora si recupera un’idea di libertà non come assenza di limiti ma azione, decisione, consapevolezza e responsabilità.

PMA, GPA, predazione di organi, energia nucleare, sperimentazione sugli animali, organismi geneticamente modificati e ingegnerizzati, appartengono tutti alla stessa categoria di pratiche che manipolano il vivente con evidente arroganza antropocentrica, tecno-centrica, potere-centrica. Per tutte queste pratiche e tecniche il danno è insito nella pratica e nella tecnica stessa. Il danno è tanto più grave in quanto, nessuna di queste consente la valutazione dell’eventuale vantaggio che potrebbero apportare, nell’ombra resta il rapporto “rischio/beneficio”. Dato per assunto questo, emerge che, per le pratiche citate non è negoziabile un limite “quantitativo” poiché il limite è “qualitativo”. Non le riteniamo ammissibili, letteralmente, ossia: nemmeno da ammettere tra le pratiche da utilizzare nella comunità perché, appunto, intrinsecamente, gravemente e irreparabilmente dannose. Nessuna regolamentazione è accettabile perché la pratica stessa è inaccettabile. Se teniamo il focus sul senso da ricostruire di comunità dobbiamo avere un’ulteriore attenzione alle intersezioni tra scelte personali e scelte nella, per la comunità che desideriamo.
La PMA e la GPA non sono scelte personali. Anche se ad un primo sguardo certe scelte rientrano in una dimensione personale e privata, non possono essere considerate e rivendicate esclusivamente come scelte personali: hanno conseguenze sull’intera società. Sono quindi da considerare anche come scelte politiche e collettive. Sottrarsi dalla consapevolezza degli inevitabili effetti sul presente e sul futuro significa non voler comprendere che la procreazione artificiale si innesta in un preciso progetto di controllo, selezione, modificazione, omologazione e addomesticamento dell’umano e dell’intero vivente.

Da più parti arriva sovente una critica che sembra insistere e soffermarsi su alcune parole ritenute evidentemente contraddittorie o addirittura ambigue come, ad esempio, vivente e irreversibilità. Cosa si intende quando parliamo di attacco al vivente? L’assalto dell’industria biotecnologica e dello Stato verso le persone è qualcosa che non riguarda più soltanto le condizioni materiali in cui queste vivono e sopravvivono. Il potere si iscrive nel corpo, è entrato fin dentro i corpi andando o cercando di intercettare i più segreti processi vitali. Chi per “buona fede” e chi invece con precisi scopi manipolatori parla di miglioramento delle condizioni di vita con le tecno-scienze, in particolare quelle genetiche, magari fornendo qualche esempio specifico, perde di vista quello che è un processo che si muove su scala globale. Dovremmo difendere Terra e lavoratori schiavi per estrarre il Coltan così come, allo stesso modo, difendiamo i nostri corpi. Il vivente è sempre più territorio di colonizzazione, terra di ricerca e predazione: una nuova miniera.
Eppure sembra che qualcosa ci blocchi proprio nel momento in cui tutto è lì davanti, proprio nel momento in cui si mostra quale vuole essere il cammino del potere politico ed economico di domani che è già un oggi. Forse, si pensa che non si arriverà mai a tanto, che le manipolazioni genetiche si accontenteranno delle monocolture agricole. Sappiamo che non è così! Il mantra delle tecno-scienze è: “Se è possibile farlo tecnicamente verrà fatto socialmente”. Non esiste nessun comitato etico, più o meno fasullo, che possa far qualcosa, oltre alla descrizione di quello che già stiamo subendo. E noi, anche ora, non abbiamo bisogno di un racconto, ma di intervenire dove cannoni e forbici genetiche operano.
Sì, comparare gli OGM e la riproduzione umana ha scandalizzato diverse persone. Dal nostro canto abbiamo sempre parlato di OGM intesi non come un singolo aspetto particolarmente nocivo, ma portando uno sguardo più ampio che ce li ha fatti definire, con le parole di Cristian Fons: Ordine Genetico Mondiale. O ancora, con le parole di Vandana Shiva che, più prudentemente, parla di monocolture che dai campi arrivano sempre ed inevitabilmente alle menti. Anche la riproduzione artificiale ha una storia ben precisa che parte proprio dalle manipolazioni genetiche e dai processi di contenimento dei corpi. Così come le nanotecnologie hanno un raccordo diretto con le biotecnologie. Tracciare questi processi non è solo importante ma fondamentale per vedere e comprenderli; per ritrovare gli stessi fautori che si destreggiano nei diversi eppur simili laboratori.
Per quanto riguarda l’irreversibilità, senza voler essere degli esperti, è evidente che quando parliamo di manipolazioni genetiche e modificazioni della linea germinale stiamo parlando di qualcosa che ha conseguenze totalizzanti e irreversibili: innescati questi processi non è consentito tornare indietro perché tutto viene programmato prima biologicamente e poi socialmente, verso un’unica direzione. La manipolazione delle nostre menti e della realtà che ci circonda va di pari passo con la manipolazione del nostro genoma e di quello degli altri animali che da cavie anticipano solo il nostro turno. Non dovremmo avere il timore di parlare di irreversibilità, ma anzi ricordarlo sempre a gran voce. Non casualmente il sistema tecno-industriale sta investendo in questi diversi e complementari processi di “miglioramento” soldi, ricerche, speranze come mai ha fatto prima. Sembra che il sistema abbia ben compreso la posta in gioco e non ha nessuna intenzione di rinunciarvi.

Queste, in sintesi, alcune nostre convinzioni e spunti per nuovi approfondimenti e riflessioni. Alexis Escudero attraverso il suo libro ne ha messe in luce alcune, altre sono riflessioni emerse durante i dibattiti seguiti alle presentazioni. Altri restano da sviluppare e approfondire.
Mancanze di approfondimenti in alcuni ambiti inerenti alla questione, inesattezze, opinabilità di alcune sue asserzioni sono tutti elementi discussi e sempre discutibili nello spazio di un confronto costruttivo, senza pregiudizi, chiusure ideologiche e/o interessi personali. Un dibattito che metta in discussione le strutture di ogni forma di potere.
Urliamo ancora con forza: “No alla libertà di essere merce e di ridurre a merce il corpo delle donne e la nostra/loro capacità riproduttiva!”, “PMA per nessuna e nessuno!”.

Collettivo Resistenze al nanomondo

Ma quale libertà?! Donne, apriamo gli occhi! Contro l’utero in affitto, a pagamento o gratuito, contro la procreazione artificiale dell’umano.

Il corpo della donna non è in vendita, non è mercificabile, non è un pezzo di ricambio, non è sacrificabile. Le donne non sono contenitori per produrre figli, non sono macchine da riproduzione.
In nome della libertà si celano abomini, in nome della libertà di disporre del proprio corpo e in nome dell’autodeterminazione si fanno proprie le logiche di mercificazione di questo sistema tecno-industriale dove tutto è merce, tutto è quantificabile e soggetto al criterio dell’utile, tutto è in vendita, tutto è ingranaggio in una mega macchina che stritola i corpi e il mondo intero.
Logiche che si incarnano.
Una logica malsana equipara la vendita della propria forza fisica o mentale alla maternità per altri. Sicuramente portare via un bambino a una madre che ha firmato un contratto è la forma suprema dell’alienazione della lavoratrice dal proprio “prodotto”.
Le motivazioni a supporto dell’affitto dell’utero sono illogiche, contraddittorie, franose. Una questione che reputiamo sbagliata non può essere usata come argomentazione per giustificarne un’altra. Se il vendere la propria forza lavoro è sfruttamento, altrettanto o ancor di più lo sarà vendere il proprio corpo. Ci stiamo arrendendo allo sfruttamento estremo ed è paradossale che un’area femminista anticapitalista usi proprio le logiche del capitalismo tentando di trasformarle in argomenti a sostegno della libertà e dell’autodeterminazione. Quando si afferma che la critica all’utero in affitto per le donne indiane è parziale in quanto non contrasterebbe le cause che generano le situazioni di povertà che, a loro volta, spingono le donne a tale scelta, si usa l’argomentazione anticapitalista laddove appare utile, dimenticandosi di aver fatta propria l’argomentazione capitalistica un attimo prima.
Il capitalismo ha mercificato gli stessi elementi vitali, che acquisiscono un valore economico per ciò che producono di sfruttabile. Il valore in sè è distrutto. Così un fiume non ha valore perchè parte integrante di un ecosistema e una foresta non è percepita come una fitta rete di interrelazioni vitali, ma fiume e foresta sono considerati e resi risorse da depredare. Così i semi terminator della Monsanto sono modificati geneticamente per essere resi sterili. Così ci facciamo inseminare e produciamo un figlio. Così ci facciamo bombardare da ormoni per produrre un sovrannumero di ovuli al fine di venderli. Così facendo stiamo aprendo ancora di più i nostri corpi.
Se combattiamo questo sistema è totalmente senza senso arrivare poi ad estendere le sue logiche ai nostri corpi vendendo servizi sessuali in cambio di denaro o affittando l’utero, ossia diventando imprenditrici del nostro corpo attraverso lo sfruttamento della nostra capacità riproduttiva. Ma siamo convinte che in un sistema patriarcale e tecno-industriale davvero il potere della nostra capacità riproduttiva potrà rimanere nelle nostre mani se entriamo nel suo circuito di mercato e di reificazione? Non diventiamo forse un mezzo di cui il sistema si appropria? E se ne approprierebbe anche senza denaro in cambio, per il semplice fatto che gli concediamo la nostra capacità riproduttiva. Non siamo padrone del gioco in campo, siamo in balia di un gioco che ci attraversa.
La società patriarcale ha sempre sfruttato la capacità riproduttiva delle donne, è in coloro che non hanno il potere di portare in grembo un figlio, ma che sono desiderosi di averne uno per sé, che si annida il rischio di una nuova forma di sfruttamento del corpo femminile.
Ma attenzione, non facciamoci abbagliare dalla retorica dell’altruismo. Non può esistere una “gestazione per altri etica”: se legalizzata e generalizzata sarà commerciale, basta semplicemente pensare a tutti i rimborsi spese per la madre in gravidanza. Il denaro è una condizione necessaria anche nel modo detto “altruistico” come in Gran Bretagna, dove i presunti “rimborsi” approvati dai tribunali hanno raggiunto le 30.000 sterline.
La richiesta della legalizzazione e della regolamentazione per tutelare delle piccole situazioni realmente solidali di fatto amplierà solo la mercificazione.
Stravolto è il rapporto tra la donna, il proprio corpo e il proprio figlio.
Mercificata è la donna, la sua capacità riproduttiva e il figlio.
Tutto questo viene nascosto dietro la bandiera dell’altruismo e della generosità!
Così come abbiamo i consumatori etici e il mercato etico, così avremo il prestito etico dell’utero, dove la donna non sarà più solo una donna indiana povera e sfruttata, ma magari una donna occidentale trattata bene, così avremmo le coscienze a posto, ma purtroppo nella sostanza nulla cambia. La donna diventa fattrice.
Anche nella GPA “gratuita” ci sarà un contratto, una regolamentazione e anche se ci fosse la clausola che permette alla donna di poter decidere se tenersi il bambino o di interrompere la gravidanza, come possiamo essere così ingenue da pensare che dietro a quella che si chiama scelta, nella realtà non ci sia una situazione di necessità, come possiamo non pensare che da tali contratti e regolamentazioni non si arrivi a una degenerazione e a una situazione coercitiva.
Una donna, in una situazione estrema, di povertà, situazione tanto usata per giustificare l’ingiustificabile, oltre a coltivare patate per una vita, sposare un vecchio ricco occidentale e affittare l’utero ha anche un’altra strada: quella dell’orgoglio di sè e della non accettazione. Potrebbe risuonare male se scritto da una posizione “privilegiata”, ma teniamo ben presente la differenza tra l’accettare o il non accettare lo stato di cose presenti. Semplicemente, senza troppi giri di parole, se si contrasta lo sfruttamento di ogni essere vivente è insensato arrivare a giustificarne alcune espressioni e manifestazioni e addirittura volerle regolamentare. Semplicemente non ci devono essere.
O non ci interessano le conseguenze o siamo fiduciose, ingenue e ci illudiamo che le regolamentazioni trasformino tutto in cosa “buona e giusta”, o abbiamo interessi personali o come donne e come soggetto politico non possiamo non porci il problema sia della GPA che della PMA. Il dibattito si infiamma sull’utero in affitto, ma dietro la porta rimane la procreazione assistita…
Il potere da sempre si esercita sugli altri animali attraverso la manipolazione del corpo, dalla selezione e l’incrocio alla fecondazione artificiale, all’ingegneria genetica. Tecnologie eugenetiche per un animale migliorato, funzionale all’allevamento e alla sperimentazione. L’animale è così trasformato in strumento di produzione, in prodotto, in un interscambiabile modello di specie sperimentale che deve corrispondere a determinate caratteristiche. Altri corpi animali, nell’oscurità dell’assenza di uno sguardo, nella normale pratica dell’allevamento subiscono inseminazioni forzate, costrette continuamente a riprodursi, a diventar madri per essere poi depredate della loro prole.
Il ricercatore che ha fabbricato il primo bambino in provetta in Francia, come tutti i ricercatori specializzati nella riproduzione artificiale umana, si è prima fatto le ossa sugli animali, in questo caso sulle mucche da latte per aumentare la loro produzione.
Oggi assistiamo a donne sottomesse volontariamente ad una tecnocrazia in camice bianco: medici, ginecologi, genetisti, esperti vari, sottomesse a un intero apparato tecnico-scientifico. Un catalogo di vendita di ovuli da donatrici selezionate per le loro caratteristiche così da avere una materia prima di qualità per fabbricare un bambino. Un processo industriale vero e proprio: selezione ed estrazione della materia prima, analisi nelle prime fasi di produzione, scarto della merce non idonea, controlli su tutto il processo.
Il movimento lesbico sarà il cavallo di troia per l’estensione generalizzata della PMA a tutte le coppie anche eterosessuali senza problemi di fertilità e senza presunte, o tali, malattie genetiche. Dovremmo urlare no alla procreazione artificiale per tutte e per tutti.
E questa non ha nulla a che vedere con altre pratiche auto-organizzate slegate e fuori da tutto il sistema medico e commerciale con il ricorso allo sperma maschile da parte di donne lesbiche che vogliono un figlio.
Anche qui non dobbiamo cadere nell’illusione della regolamentazione, analogamente avviene per le nocività: non si possono regolamentare perchè equivarrebbe a diffonderle, regolamentare vuol dire che il disastro è già avvenuto, perchè è già insito nell’emissione stessa, è già insito nella diffusione della pratica. La procreazione artificiale equivale al controllo sociale dei corpi!
Una volta che la pratica sarà estesa a tutti e tutte si entrerà in un circuito in cui, in nome della libertà di scelta, si creerà un contesto in cui non si potrà fare altrimenti. In un domani non troppo lontano sarà definito prima irresponsabile e poi criminale mettere al mondo figli/e senza ricorrere alle tecniche di riproduzione artificiale garantite e gestite da un apparato medico. Se sempre più persone ricorreranno a tale pratica, il rifiuto di essa sarà sempre più difficile. Chi sceglierebbe di far diventare proprio figlio un escluso, un emarginato, un essere umano inferiore perchè non selezionato, e successivamente migliorato, alla nascita? Chi sceglierebbe di mettere al mondo un figlio con qualche probabilità di ammalarsi, con forse qualche difetto alla vista, con l’incertezza riguardo alle sue performance fisiche e intellettuali, insomma un figlio umano, quando il modello che avremmo interiorizzato sarà l’uomo perfetto?
La procreazione artificiale si innesta in un preciso progetto di controllo, selezione, modificazione, omologazione e addomesticamento dell’umano e dell’intero vivente.
Riconosciamo gli abbagli che si celano dietro alle belle parole di libertà e autodeterminazione, che altro non faranno che assecondare e facilitare questo processo in atto dove tutto il vivente è sotto attacco, dove il potere è arrivato a un livello ancora più profondo, con il controllo dei processi biologici dalla nascita alla morte di tutti i momenti della vita di un essere vivente.
Opponiamoci con forza contro ogni prevaricazione, mercificazione e sfruttamento.

Dicembre 2016
Silvia Guerini
www.resistenzealnanomondo.org

Tecnologia, seme del dominio

La natura della critica

Prima di partire occorre guardare cosa abbiamo dentro lo zaino, per evitare di portarci inutili zavorre che ci rallentano, rischiando invece di dimenticare l’indispensabile. Già perché finora eravamo nostro malgrado trascinati e chissà dove, dagli eventi, dai capi, dalle macchine, ma ora, nel processo rivoluzionario, si fa sul serio, e siamo noi a dover scegliere con che strumenti imbarcarci e questa scelta sarà determinante per il prosieguo dello scontro. La scienza odierna ci ha messi di fronte a un’infinità di conoscenze e applicazioni altrimenti impensabili; durante il processo rivoluzionario cosa dobbiamo farne di questo mastodonte tecnologico?

Come dobbiamo trattare la tecnoscienza durante il processo rivoluzionario (e fin da subito)? Come un’arma in mano al nemico, quindi utilizzabile anche dal suo antagonista, come un’arma propria del nemico, quindi inadatta all’uso per il suo antagonista (per ignoranza e incapacità), oppure come un elemento stesso del dominio, quindi inutilizzabile perché in qualsiasi verso la si adoperi produce comunque dominio? Nel primo caso si tratta di vedere nella tecnoscienza un semplice strumento, in questo momento in uso presso il potere, ma utilizzabile anche dagli oppressi per i propri scopi, senza preclusioni di sorta: è uno strumento che si adatta a qualsiasi fine venga proposto dal suo utilizzatore. Nel secondo caso la tecnoscienza è considerata come un oggetto frutto del lavoro e dell’organizzazione del potere, dunque predisposto per funzionare bene nelle mani del potere, e quindi, per questioni di difficoltà tecniche e conoscitive, si rende inutilizzabile alla classe sfruttata: i codici utilizzati per il funzionamento degli apparecchi tecnologici, la strumentazione per produrre apparecchi e la strumentazione ed i laboratori per sviluppare nuovi apparecchi non sono nelle mani degli sfruttati e anche se lo divenissero, solo con enormi difficoltà questi ultimi potrebbero accaparrarsi le conoscenze utili al loro funzionamento. Nel terzo caso, quello che interessa la critica rivoluzionaria, la tecnoscienza è considerata, non come uno strumento, non come un semplice oggetto, ma come un vero soggetto che, non solo contribuisce e collabora al progetto del potere, ma che col suo stesso funzionamento produce dominio.

Una ancora ingenua critica di classe alla tecnologia la indicherebbe come uno strumento nelle mani della classe dominante per difendersi dagli attacchi e garantirsi i privilegi. Troppo semplice considerare l’apparato tecnoscientifico come un organo utile solo al sistema industriale (o eventualmente a quello militare) in una visione funzionalista, senza vederlo invece come la negazione della possibilità di una conoscenza diretta e reciproca tra le persone e col mondo. Allora a ben guardare c’è qualcosa di più: la tecnoscienza non può intendersi mai come un semplice mezzo (che ha come verso un fine), ma oggi svolge la funzione del dominio in maniera sempre più attenta e approfondita, anche perché è diventato chiaro che è sparito il fine specifico da perseguire nei confronti del quale occorrerebbe approntare i mezzi necessari, poiché è sparito perfino l’oggetto della conoscenza (dietro la manipolazione e l’approfondimento estremo) ed il soggetto della conoscenza ne è ormai stato sopraffatto.

C’è una corrispondenza tra l’uso di certi apparecchi e il manifestarsi di forme sempre nuove e approfondite di dominio. Se fino ad un certo momento la correlazione si esprimeva dal dominio verso la tecnologia oggi il corso si è invertito.  Non a caso oggi si parla di controllo pervasivo, perché la diffusione dei mezzi di indagine e di controllo della realtà si riferisce ad aree, piuttosto che a corpi (a differenza del controllo invasivo) e viene messa in pratica attraverso i campi e le reti (la nuova struttura della realtà) capaci di riflettere la densità e la qualità della materia piuttosto che solamente la sua forma e superficie. Ogni nuova applicazione che entri in funzione, dunque, svolge oltre alle funzioni manifeste, cioè quelle positivamente pubblicizzate, quella latente del controllo. Allora se l’apparecchio, ed in particolare l’apparecchio in mezzo agli altri apparecchi, è portatore del seme del dominio (e lo fa con una convinzione tutta sua, in maniera del tutto gratuita, perché inventa ogni giorno nuove ed inesplorate forme di oppressione dell’uomo), l’asserto “la tecnologia è uno strumento, tra gli altri, nelle mani della classe dominante” è del tutto insufficiente. La tecnoscienza fa qualcosa di più che garantire la strumentazione adatta ad un modo di produzione rinnovato, perché le garanzie che offre al potere sono incomparabilmente più elevate rispetto alle vecchie forme di autorità che si riferivano alla personalità, al carisma, alla tradizione o all’organizzazione burocratica, proprio perché si basano sulla totale impersonalità, la capillarità e la diffusione del controllo nel territorio e fin nell’intimo della persona. Non c’è servitù più ligia, né lavoro più preciso di quello che svolge la tecnologia in questo campo, tant’è che a volte si rivela addirittura più avanzata rispetto alle richieste del potere, provocando delle modificazioni inaspettate nella società ma perfettamente congruenti col progetto di controllo.

La tecnoscienza

Qual’è dunque il ruolo della tecnoscienza oggi? La tecnoscienza è stata definita come quella scienza che ha come ambiente naturale, non più la materia ed il “vecchio” mondo, ma l’esperimento tecnologico con strumentazione e laboratori sofisticati; quel sistema di conoscenze derivate dalla sperimentazione in cui la prassi supera per importanza di gran lunga la teoria. Perciò il suo prodotto, la tecnologia, si allontana dalla tecnica e dalle tecniche, che sono state il modo sperimentato nel tempo per raggiungere un fine, che affinandosi e collettivizzandosi diventano infine arti. La dimensione collettiva della conoscenza segna il confine tra la scienza buona e quella in mano ai pochi, quindi inserita in un contesto autoritario. La definizione di tecnologia come “l’applicazione sistematica di conoscenze scientifiche avanzate al fine raggiungere risultati pratici in maniera efficiente” entra in vigore solo dopo la Rivoluzione Industriale, infatti è solo nel Settecento che il termine non viene più utilizzato nell’accezione greca di technologhìa, cioè discorso sulle arti e i mestieri, ma come miglioramento razionale dei mestieri. E solo tra la prima e la seconda Guerra Mondiale il termine arriva a designare le tecniche di punta adottate nei campi scientifici strategici: nucleare, elettronica, fisica, chimica. Per tecnica si deve invece intendere il semplice uso di una maniera riconosciuta dalla collettività per ottenere una cosa. Il campo d’azione della tecnica, la sua operabilità e la sua capacità di venir trasmessa, la differenziano dalla tecnologia. La tecnologia dal canto proprio, intesa come prodotto delle tecnoscienze, si innesta già su una base tecnica avanzata, che si serve di tutte le innovazioni precedenti sia per pervenire ad una qualche forma di conoscenza sia per giungere a delle applicazioni di una qualche utilità sul mercato.

Ma c’è da notare anche dell’altro. La possibilità di autogestirsi è minacciata dalla tecnologia anche da un punto di vista più eminentemente antropologico: se ogni produzione tecnica sviluppa alcune possibilità umane (fisiche e mentali) è altrettanto vero che inibisce altre facoltà: l’utilizzo di tasti e tastiere e tastierini e poi schermi a tatto ha certamente affinato la sensibilità e la velocità e l’accuratezza di certi gesti peraltro piuttosto meccanici, ma ha sicuramente incancrenito la possibilità di condensare, tirare fuori e utilizzare l’intera forza di un braccio; il limite di potenza si è indubbiamente abbassato. Ogni innovazione tecnologica produce un mutamento nella fisiologia umana, mutando anche le possibilità storiche dell’uomo. Occorre tenerlo sempre ben presente per non giungere infine ad un individuo incapace anche solo di reggersi in piedi.  Dunque? La lucidità per distinguere i passi fatali in un progresso altrimenti indistinto della tecnologia, quei passaggi capaci di chiudere l’uomo in una gabbia infrangibile; l’attenzione all’irreversibile, che ridisegna i limiti della libertà, al cospetto del quale nemmeno l’evasione ha poi alcun potere; la soppressione della tecnologia per mezzo di un costante combattimento contro i suoi elementi salienti e abominevoli per affermare le facoltà umane più interessanti e in accordo con un mondo privo di autorità.

Tecnologia e controllo

La tecnologia odierna ci ha messi di fronte ad una interminabile serie di strumenti dalle infinite potenzialità, ma questa ingombrante megamacchina ci è d’utilità davvero o piuttosto d’intralcio? La scienza odierna si è specializzata in un’infinità di rami fino a convergere per aumentare di nuovo le proprie possibilità evolutive, ma qualsiasi ramo scientifico va coltivato e mantenuto o piuttosto di alcuni ce ne dobbiamo liberare e altri fin d’ora combattere, operando una “selezione” di ciò che è utile e di ciò che è dannoso? Per dare una risposta occorre innanzitutto considerare di nuovo la funzione della tecnoscienza e del suo prodotto, la tecnologia, nella società, per delinearne infine il suo intimo progetto.

I prodotti delle tecnoscienze, nel loro complesso, svolgono una funzione di controllo capillare nella società: in maniera diretta, indiretta e organizzativa.1) Il controllo diretto attraverso la tecnologia avviene facilmente ed in maniera diffusa e capillare mediante le tecniche di intercettazione, sorveglianza, localizzazione, schedatura delle impronte digitali, della silhouette e del DNA. Questo tipo di controllo permette la verifica del comportamento (e la prevenzione della devianza) da parte delle agenzie di sicurezza, e facilita e permette operazioni strettamente militari, in cui per operare con armi a distanza si rende necessaria la visualizzazione immediata o contestuale del nemico. Queste tecnologie sono sempre in sviluppo e approfondimento e le ricerche sulle nanotecnologie, la  microelettronica e le scienze cognitive hanno aperto nuovi campi di invasione per un controllo sempre più approfondito e generalizzato: la scienza dei microchip (quelli sottopelle, quelli presenti nel passaporto e quelli aderenti ai prodotti che compriamo) garantisce l’identificazione e la localizzazione di tutti gli elementi presenti in un cosiddetto “scenario”, la rappresentazione del contesto in cui fisicamente si collocano. Dal punto di vista strettamente militare il controllo della persona, dei luoghi e degli oggetti permette a polizia e militari un intervento sempre più intrusivo e chirurgico: il controllo satellitare, quello per mezzo di droni e della videosorveglianza è oggi imprescindibile per certe operazioni militari e di polizia. 2) Il controllo indiretto avviene attraverso la modificazione dei comportamenti di chi è esposto alla tecnologia, volente o nolente: cambiano le forme di socialità, i luoghi, l’atteggiamento verso l’altro, verso l’azione, gli spostamenti, la loro velocità, la lingua, le parole e il valore stesso della parola, in buona parte senza che ne accorgiamo o l’avessimo preventivato, così per lo più da allentare i legami sociali e disgregare i gruppi, ottenendo un individuo che si comporta in maniera piuttosto preordinata e facilmente verificabile. Nemmeno con un grande sforzo e una grande consapevolezza si può fare un uso “liberato” di certi apparecchi: l’uso coscienzioso di tali aggeggi resta un mito progressista ed è puntualmente vanificato dalla complessità della tecnologia (l’interdipendenza di tutti i suoi elementi) che si configura come mondo e non come singolo prodotto. Proprio per questa complessità è del tutto illusorio parlare di scelta (possibilità di accettare o rifiutare un apparecchio) e quindi di stili di vita. 3) Il controllo nell’organizzazione si verifica per il fatto che la tecnologia odierna è sostanzialmente sconosciuta e inconoscibile ai suoi stessi utilizzatori, perché rifugge la sfera sensoriale e perché utilizza codici non simbolici, accessibili solo ai tecnici: dunque la delega nei confronti della categoria dei tecnici è costante: l’organizzazione sociale propende sempre più verso l’aumento del potere e della fiducia cieca nei confronti della ristretta cerchia dei possessori di conoscenze e strumentazioni tecnologiche. Ancora: il rischio e l’imprevedibilità di eventi catastrofici risultanti dall’uso di tecnologie avanzate, come costante della vita di tutti, rende d’obbligo l’utilizzo dello stato d’emergenza, del periodico intervento militare nella vita civile, della periodica restrizione delle cosiddette libertà. Rischio costante ed emergenza intensificano l’organizzazione militare del territorio e della società.

Tecnoscienza e comprensione

Ancora due parole sul linguaggio della tecnoscienza. Quando un operatore umano spinge un tasto, aziona un meccanismo più o meno complesso (dotato di interdipendenze con altri elementi, tanti o pochi) e più o meno complicato (dotato di una certa difficoltà di venirne a capo, alta o bassa), fatto per lo più di segnali elettronici che si sostituiscono o si integrano agli ormai obsoleti ingranaggi meccanici. Del resto lo stesso azionamento (il moto con cui si avvia il meccanismo di un dispositivo) è stato superato, arrivando all’affermazione di macchine capaci di sostituire vere e proprie operazioni mentali tipicamente umane (ad esempio il web semantico). Venire a capo di questo tecnomondo è ormai impossibile finanche per il tecnoscienziato che conosce solo la minima fetta del complesso mondo che abita (e solo se dotato della strumentazione adeguata). Tutte le conoscenze ottenute attraverso la manipolazione sofisticata della materia sfuggono ai sensi, dunque alla percezione, così per loro natura non possono essere né interpretate né comprese dallo sguardo umano (pare così che non abbiano rapporto col mondo perché si basano sulla dismisura, sull’infinitamente grande o sull’infinitamente piccolo). Così la tecnoscienza allontana l’uomo dalla comprensione del mondo, e l’uomo si trova così ad abitare un mondo che non solo non conosce ma che non può conoscere per definizione, se la sola conoscenza è quella indiretta e specialistica della tecnoscienza. L’incapacità crescente di interpretare la realtà provoca delle modificazioni anche nel campo della volontà. Se l’individuo è ormai sottomesso e trasportato dalla tecnologia, l’eteronomia della macchina evidentemente riduce l’autonomia dell’individuo. Non che eteronomia e potere siano fatti nuovi, ma fino a poco tempo fa la sospensione dell’iniziativa individuale doveva ascriversi a una qualche forma di autorità cui delegare le scelte (e questa autorità era sempre corrispondente a un tipo di comunità, fosse essa primordiale, patriarcale o moderna). Ora invece l’azione individuale è eterodiretta anche e soprattutto a causa della forza della tecnologia. S’impone un comportamento adatto all’apparecchio. L’azione, quella miscela spettacolare di limiti e possibilità, che scaturisce dalla volontà, la sua vera motivazione, non è più in grado di afferrare il proprio senso. L’automazione e l’incomprensione del mondo riducono l’uomo a comportarsi piuttosto che agire. Ora l’azione è il solo strumento indispensabile che abbiamo per rivoltare questo mondo; senza di essa non prenderemo mai possesso del mondo, dunque occorre coltivarla ed eliminare ciò che pian piano la sta sopprimendo. È solo attraverso l’azione che verremo a capo del tecnomondo: affinare le abilità proprie e di gruppo, essere in grado di coordinarsi è la sfida per recuperare quello che stiamo perdendo. Nel processo rivoluzionario il momento dell’iniziativa individuale è fondamentale, così come per la completa affermazione dell’iniziativa individuale è necessario il processo rivoluzionario.

Una questione strategica

Esiste un rapporto tra i mezzi a disposizione del dominio e la possibilità di creare delle rotture rivoluzionarie nella società: ogni nuovo sviluppo tecnologico allontana questa possibilità. Qui sta l’aspetto sia militare del conflitto, cioè che riguarda i mezzi a disposizione dell’uno e dell’altro schieramento, sia quello strategico, che riguarda l’attenzione verso l’aspetto tecnologico vista come dirimente il conflitto. Quello della tecnologia va trattato anche come un problema di ordine militare: la capillarità di alcuni strumenti unita alla chirurgia di altri offrono a polizia ed esercito una perfetta arma da guerra. Solo in questo senso la tecnologia va vista come instrumentum del potere per affermare ancora se stesso, per garantirsi nel tempo e nello spazio. Per le qualità eccezionali negli ambiti del controllo e della manipolazione della materia che è in grado di mettere in campo, la tecnoscienza è a buon diritto considerata come il campo strategico per lo sviluppo del potere. La sola quantità di investimenti in tecnoscienza dovrebbe palesare la posizione strategica che ha per il potere; l’inezia della critica pratica in termini di distruzione invece rivela la posizione periferica che la tecnologia ricopre nel discorso rivoluzionario.

Come deve disporsi il rivoluzionario nei confronti dei nuovi apparecchi e armi tecnologici? Prendendo in considerazione le fonti della conoscenza (la categoria dei tecnoscienziati che lavora all’interno di laboratori pubblici negli atenei, all’interno di laboratori privati di aziende, all’interno di progetti: maxi progetti in cui l’università collabora con le grandi aziende per sviluppare applicazioni; oppure attraverso il trasferimento tecnologico, ossia sviluppando applicazioni all’interno dell’università per poi brevettarle e lasciarle utilizzare alle aziende, oppure mettendo in piedi una piccola azienda (start up) che svolge la funzione amministrativa e distributiva dell’applicazione sviluppata dal gruppo di ricerca); i luoghi della realizzazione (i laboratori pubblici e privati, gli atenei e le aziende); i prodotti in uso (ogni realizzazione come la troviamo per strada, al lavoro, a casa); la propaganda del prodotto (i mass media nei loro articoli e servizi di promozione degli sviluppi tecnologici, nella pubblicità e nell’opera di pubblicizzazione che comprende convegni e corsi di laurea e corsi di approfondimento); la distribuzione del prodotto (i luoghi dove attingere al prodotto); l’uso del prodotto (a chi va in uso l’applicazione); la sua efficienza (il suo funzionamento, la sua operatività: il rapporto che vige tra l’applicazione e la presenza/assenza umana: ad esempio quante telecamere può controllare un sorvegliante? Dello spazio realmente sorvegliato qual’è lo spazio sotto il controllo fisico dell’elemento umano e con che velocità? Insomma il livello di eludibilità dell’applicazione tecnologica); la sua efficacia (il raggiungimento dello scopo manifesto e di quello latente); a fronte di ciò: la sua distruttibilità. Talvolta è la massa cieca e inerme che con la sola propria forza si fa beffe delle più potenti applicazioni tecnologiche e va allo sbaraglio, dimostrando che l’eludibilità di un sistema di controllo, non si dispiega solo nella coordinazione e precisione dell’azione silenziosa di chi ha studiato l’anello debole della catena, ma anche nell’azione tumultuosa, nel rivolgimento di un’intera massa in direzione di un obbiettivo in maniera quasi del tutto cieca rispetto al rischio repressivo. Questa forza istantanea e tutta furore e passione, non si dà a comando, ma va attentamente seguita proprio per la sua repentina formazione e istantanea dissoluzione. Tuttavia non è abbastanza, e questa rivolta non può basarsi solo sul farsi beffa della periodica inefficienza della tecnologia, ma per essere tale deve per forza tener d’occhio nel medio-lungo periodo quelle innovazioni che più di altre precipitano la possibilità dell’uomo di autogestirsi. Tutto ciò non per prevenire l’introduzione di un nuovo specifico elemento di oppressione (fatto che comunque può essere utile sia per dimostrare la forza delle nostre possibilità, sia per arginare il controllo repressivo), cioè la critica (di per sé illusoria) di un apparecchio piuttosto che un altro, ma per giungere infine alla soppressione complessiva della tecnoscienza, non come realizzazione di questo o quel prodotto più o meno utili alla vita (quale vita? quella del fluire capitalista?), ma come maniera di conoscere, scoprire e rapportarsi al mondo, cioè di nuovo come possibilità di autogestirsi. L’utilità specifica di avversare un progetto piuttosto che un altro (la diffusione degli OGM, le nanotecnologie), si unisce alla possibilità di rovesciare il potere tecnoscientifico per intero, potere che è sia la sudditanza dell’individuo nei confronti della macchina, sia la sudditanza della classe nei confronti dei tecnici.

Il disinteresse dell’oppresso e il compito del rivoluzionario

In tutta questa storia c’è anche un problema di ordine strategico. Il disinteresse dell’oppresso è connaturato alla tecnoscienza, e questo è un elemento a vantaggio del dominio e a svantaggio del suo rovesciamento. Ma c’è un discorso sbagliato che naviga tra le bocche sempre spalancate dell’uomo della strada che va smascherato: che la tecnologia sia in definitiva una rovina per quel mondo che credevamo di conoscere (il “caro vecchio mondo”), che finisce per suonare così: “si stava meglio quando si stava peggio”. Un problema di immaginazione che gli stessi odierni sviluppi tecnologici rendono chiaro. Questi indicano un evidente ridisegnamento dei termini della libertà individuale e delle possibilità individuali (ma, e qui si sbaglia l’uomo della strada, non in meglio o peggio, opzioni di fronte cui è possibile scegliere distintamente, assegnando al mondo del futuro un voto negativo e a quello del passato un segno positivo, ma in maniera irreversibile in termini di volontà e potenza e immaginazione, e ciò ha più espressamente a che fare con l’idea di libertà): quello che parrebbe un autentico scioglimento dei legami collettivi in favore dell’autonomia individuale, l’ausilio tecnologico,  si rivela invece l’intensificarsi del legame-catena con gli apparecchi e ciò finisce per ridefinire anche i limiti della libertà, intesa non più come rapporto sociale, ma come questione privata, avviluppando l’oppresso in una spirale di inazione e divertimento. Solo l’azione, che si verifica unicamente in un contesto di conoscenza diretta col mondo, riabilita l’oppresso verso l’autentica possibilità di organizzare se stesso e la propria vita. Se il processo di rivolta contro le tecnoscienze è ostacolato dal generale disinteresse degli sfruttati nei confronti del mondo ormai incomprensibile che sono costretti ad abitare, ci sono alcune particolarità non del tutto insignificanti su cui è invece il caso di insistere: il progresso scientifico è costellato da un’enormità di catastrofi e devastazioni oltre che dalla consueta imprevedibilità e rischio di annientamento che dobbiamo subire ogni giorno, di fronte al quale poco vale il discorso postumanista del magnifico mondo di integrazione uomo-macchina che verrà. Questa favola, certo, va smascherata coi fatti della critica rivoluzionaria. Pare che l’interesse dell’oppresso nei confronti degli sviluppi tecnologici emerga unicamente in corrispondenza della nocività, ossia dell’evidente deterioramento fisico o psichico della popolazione o più generalmente del territorio abitato. Senz’altro il concetto di nocività aiuta lo sfruttato a comprendere il proprio posto nel mondo e nei confronti del dominio, ma non necessariamente è abbastanza stimolante per una rivolta contro la tecnoscienza. Se questo stato di incoscienza perdura il terreno d’azione continua a restringersi, allora spetta solo al rivoluzionario dimostrare coi fatti che la distruttibilità del sistema può aprire alla solidarietà, al rapporto diretto col mondo che abitiamo, all’autogestione.

I recenti sviluppi della tecnoscienza

Oggi pare troppo bonaria l’ipotesi di un mondo governato dalla tecnoscienza come una nave guidata da un timoniere ubriaco, che per l’ebrezza porta a naufragio la barca con tutto l’equipaggio, perché in fondo non ha il controllo delle proprie azioni, dunque degli effetti sul mondo. Ciò è vero non perché la scienza si sia liberata dalla potenza di produrre catastrofi immense, ma perché il suo attuale progetto è quello di approfondire il controllo della materia. Se fino a poco tempo addietro si è disegnato il percorso della scienza come in crescente ramificazione e specializzazione occorre ora prendere atto della nuova tendenza alla convergenza dei vari rami. Convergenza che ha ben poco a che fare coi vecchi lavori multidisciplinari, gli studi in cui i differenti rami scientifici erano tenuti insieme dall’oggetto della ricerca ma producevano solo sguardi differenti e incommensurabili di un unico campo, e si basa invece su una “naturale” tendenza all’integrazione. L’oggetto nelle sue microscopiche fattezze appare molto più manipolabile di un tempo ed è appunto nell’azione conoscitiva della manipolazione che si devono integrare le tecnologie fisiche con quelle biologiche e cognitive e informatiche. A questo punto la scienza all’avanguardia è ramificata in una miriade di specializzazioni ma converge in progetti comuni sulla base dell’integrabilità che la tecnologia, come piattaforma materiale, le consente. È vero, al progresso indefinito e pericoloso si stanno sostituendo progetti concreti, non perché sia cessata la superstizione nella tecnologia o l’infatuazione per il tecnomondo, ma perché l’intersecarsi di rami differenti della scienza ne moltiplica la possibilità di intrusione nella materia e così moltiplica i suoi effetti.

Se la convergenza delle tecnoscienze mette a nudo gli aspetti salienti del dominio, quelli su cui si investirà, proprio qui, in questo campo, occorrerà presto insistere. L’utilità, per giungere alla distruzione quanto più feroce e repentina, è ovviamente il criterio guida che seleziona le conoscenze di cui i rivoluzionari debbono dotarsi; e non sarà un criterio striminzito qualora i fini specifici siano ben presenti e ben determinati. In tutti gli altri casi l’accaparramento rivoluzionario delle conoscenze sarà controproducente e andrà nel senso di tenere in vita la macchina statale. Se il mondo si è informatizzato non significa che dobbiamo a tutti i costi scendere su quel terreno da gioco per operare un cambiamento significativo (con l’ingegneria informatica e l’hackeraggio); ma è altrettanto vero che sarà, oltre che ben accetto, in alcuni momenti decisivo, il contributo di quanti lavorano in quel campo (per quanto riguarda il reperimento di informazioni e la comprensione della struttura tecnoscientifica e del suo funzionamento). Facendo dunque attenzione che il processo rivoluzionario non si trasformi nell’adozione di mere tecniche, il cui fine rimane distante dalla nostra immaginazione; e attenzione affinché l’azione di distruzione sia quanto più intellegibile possibile; facendo insomma attenzione a non riempire il nostro zaino di quelle conoscenze approfondite e sofisticate che però lasciano intatta la macchina tecnica dello Stato, al posto di utilizzarle sommariamente per sopprimerla. Cosicché, nel momento susseguente, una volta che ci saremo liberati dalla tecnoscienza, la “selezione” delle discipline e dei campi di ricerca sarà vagliata sulla base della possibilità di ognuno di essi di formularsi in termini di tecnica e infine di arte.

Dalla rivista anarchica: I giorni e le notti, numero 1
rivistaigiornielenotti@autistici.org

 

La riproduzione artificiale dell’umano – Alexis Escudero

Introduzione

Fine 2012, inizio 2013. Il dibattito sul matrimonio omosessuale occupa la scena politica e mediatica francese. Cortei, magniloquenze da ogni parte, dibattiti senza fine all’Assemblea nazionale; diatribe sui giornali e nelle trasmissioni televisive proseguono per mesi. Chiasso alimentato dall’appena eletto governo socialista per distogliere l’opinione pubblica dalla sua politica economica.

Oltre al matrimonio omosessuale, collettivi e associazioni LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) impongono, nel brusio, l’estensione del diritto alla procreazione medicalmente assistita (PMA) alle coppie lesbiche. L’inter-LGBT1 ne ha fatto una posta in gioco della campagna presidenziale. La PMA, fino ad allora riservata alle coppie eterosessuali medicalmente infertili, viene mascherata come condizione imperiosa dell’uguaglianza tra omosessuali ed eterosessuali. Il dibattito è volontariamente ridotto a questa falsa simmetria.

Il ricatto paga e la parola d’ordine è ripresa da tutta la sinistra. Vediamo emergere il collettivo “Oui, Oui, Oui”– Sì al matrimonio, sì alla filiazione, sì alla PMA. Dal partito socialista all’area anarchica, dalla molto istituzionale inter-LGBT alle femministe queer del pink bloc, dagli eco-tecnocrati di Europa-Ecologie2 ai mélenchonistes3 del Fronte di sinistra: tutti riprendono l’ultimo grido dell’epoca: “La PMA per tutti e tutte!”. In poche settimane quest’ultima è istituita a norma. Diventa il marcatore identitario di una sinistra che fatica a distinguersi dalla destra in ambito sociale ed economico. Chi-non-sostiene4-la-P-M-A-non-è-di-sinistra-sì-sì! Forti di quest’unisono, membri del governo, azionisti del quotidiano Le Monde, militanti gay o femministe liberali uniscono le loro voci per reclamare la legalizzazione della gestazione per conto di altri (GPA), cioè delle madri portatrici.

Nello stesso momento, nelle strade e nelle trasmissioni televisive, la “manif pour tous” (la manifestazione per tutti), un movimento sociale eteroclito di grande ampiezza, guidato da Frigide Barjot si oppone al “mariage pour tous” (matrimonio per tutti). Riunisce alla rinfusa cattolici, militanti e cittadini di destra, difensori della famiglia, omosessuali contrari al matrimonio. Ai suoi margini, nazistoidi, identitari e cattolici integralisti, riuniti sotto le bandiere di Civitas e della Primavera francese di Béatrice Bourge. La destra istituzionale li sostiene. Non che Copé o Fillon (dirigenti della destra) siano ferventi difensori della Famiglia. I liberali di destra hanno un unico valore: i quattrini. L’UMP riscalda il vecchio discorso familiarista soltanto per adescare il popolo di destra, imbarazzare la sinistra al potere e approfittare delle ricadute elettorali di un movimento che non ha fondato. Centinaia di migliaia di persone manifestano sotto le bandiere blu-bianche-rosa. Anche se non tutti i manifestanti sono omofobi, molti di quelli che protestano contro il matrimonio, l’adozione omosessuale, la PMA o la GPA sfilano, in realtà, contro l’omosessualità.

I rappresentanti del Partito Progressista controllano tanto meglio le loro truppe dato che, queste ultime, non gli oppongono alcuna volontà di pensare con la propria testa. Chiunque critichi il matrimonio omosessuale o la PMA «fa il gioco della destra». Chiunque critichi il regime sovietico fa il gioco dell’imperialismo USA. Marie-Jo Bonnet, ex militante del MLF (Movimento femminista), del FHAR (Fronte omosessuale d’azione rivoluzionaria) e cofondatrice delle «Gouines Rouges» nel 1971, ha preso questo rischio:

«Nessuna argomentazione di sinistra può esprimersi contro il matrimonio. Se si è di sinistra, si deve unanimemente essere favorevoli al matrimonio, il che significa la parità dei diritti e il riconoscimento dell’omosessualità. I suoi avversari, invece, sono per forza di destra, reazionari e omofobi. Le posizioni sono talmente sentenziate che abbiamo l’impressione che il dibattito riguardi molto più l’omosessualità, e più esattamente i gay, che il matrimonio, cioè l’aspirazione di una piccola parte della comunità all’assimilazione, integrandosi alla norma piccolo- borghese della rispettabilità coniugale e familiare5».

Idem per la PMA. C’è qualcosa di rivelatore nella rapidità con cui la sinistra riprende questa rivendicazione. Dibattito sull’argomento: niente. Nulla. Nada. Come se essere di sinistra e sostenere la riproduzione artificiale dell’umano procedessero necessariamente di pari passo.

L’inseminazione praticata a domicilio con lo sperma di un amico non è la PMA. Per la prima occorrono soltanto un barattolo e una siringa. Solleva, essenzialmente, la questione dell’accesso alle origini per il bambino: dirgli chi è suo padre? La PMA invece, praticata in laboratorio, sottomette le coppie alla perizia medicale, trasforma la procreazione in merce, mette gli embrioni in balia del biologo e porta alla loro selezione: l’eugenismo. È la PMA che rivendicano la sinistra e il movimento LGBT.

Le rare persone etichettate «di sinistra» che hanno avuto posizioni discordanti sull’argomento sono state ignorate o accusate di fare il gioco della destra e dei reazionari. Come Sylviane Agacinski, che da anni denuncia la gestazione per conto di altri e il business della riproduzione artificiale nei termini in cui dovrebbero parlare tutti i militanti di sinistra6 – se si crede che la sinistra si opponga alla commercializzazione del corpo e di tutti gli aspetti della vita. I tre ecologisti ispirati da Jacques Ellul e Ivan Illich, i quali hanno espresso la loro opposizione, hanno avuto la stessa sorte. Si può discutere in merito alla loro idea di natura, ma bisogna discutere anche delle loro critiche alla PMA, completamente ignorate dai progressisti: disumanizzazione, onnipotenza degli esperti, fuga in avanti tecnologica, negazione dell’Altro e atomizzazione degli individui nel capitalismo globalizzato7. Aggiungiamo che hanno criticato a proposito, in maniera pungente; è troppo facile avere ragione troppo tardi, quando tutti gli argomenti sono stati rimuginati da tutti. Altri si sono espressi da diversi anni, senza trattare esclusivamente della PMA, avrebbero potuto permettere di pensarci doppiamente: denuncia delle manipolazioni genetiche, dell’eugenismo scientifico, dell’artificializzazione del vivente, del transumanesimo, della medicalizzazione di tutti gli aspetti della vita. Invano.

Senza dubbio l’unanimità in favore della PMA è soltanto apparente e numerose persone di sinistra non si riconoscono in questa innovazione. Ma, in politica, contano solo le apparenze. I silenziosi hanno torto.

Forti di questo mutismo, le avanguardie della sinistra cibernetica –filosofi post-moderni, transumanisti, post-femministe, medici e biologi specializzati nella procreazione – se la godono. L’omofobia di destra, che sia reale o gonfiata (esistono anche i Gays Libs, una destra omo, una borghesia gay), permette loro di presentare i propri deliri sotto un aspetto emancipatore. Questa sinistra ciber-liberale travisa la lotta per la libertà individuale con l’apologia della libertà mercantile. Confonde uguaglianza politica e uniformizzazione biologica degli individui. Sogna un eugenismo liberale, l’abolizione del corpo e l’utero artificiale. Fantastica una postumanità tramite la ri-creazione tecnologica della specie umana. Sotto la maschera della trasgressione e della ribellione: l’adesione entusiasta al tecnocapitalismo.

***

Per mesi ho sperato di sentire qualcuno esprimere queste evidenze: che la PMA non ha niente a che vedere con la parità dei diritti; che deve essere criticata in quanto tale e non per la sua estensione agli omosessuali; che non abbiamo niente da guadagnare e tutto da perdere nel lasciarci imbarcare sulla via della riproduzione artificiale dell’umano. Constatando che non si è mai meglio serviti che da se stessi (chi fa da sé fa per tre), in queste pagine mi decido a dire perché i partigiani della libertà e dell’emancipazione (ma sono ancora di sinistra?) devono opporsi allo sviluppo della riproduzione artificiale dell’umano. Né per gli omo, né per gli etero: la PMA per nessuno!

Capitolo 1

La sterilità per tutti e tutte!

«Il primo che, avendo cinto un terreno, pensò di affermare: questo è mio, e trovò persone abbastanza semplici per crederlo, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, guerre, omicidi, quante miserie ed orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i paletti e colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: guardatevi dall’ascoltare questo impostore; siete perduti se dimenticate che i frutti sono di tutti, e che la terra non è di nessuno!»

Jean-Jacques Rousseau,

Discorso sull’origine e i fondamenti dell’ineguaglianza tra gli uomini, 1755.

«La comparsa di questi nuovi diritti sociali, branditi come slogan, marchio democratico della società dell’abbondanza, è quindi sintomatica, in realtà, del passaggio degli elementi interessati al grado di segni distintivi e di privilegi di classe (o di casta). “Diritto all’aria pura” significa perdita dell’aria pura come bene naturale, il suo passaggio a statuto di merce e la sua ridistribuzione ineguale. Non bisognerebbe considerare come progresso sociale obiettivo (l’iscrizione come “diritto” nelle tavole della legge) quello che è un progresso del sistema capitalista- cioè la trasformazione progressiva di tutti i valori concreti e naturali in forme produttive, cioè come fonte di:

1- profitto economico

2- privilegio sociale.»

Jean Baudrillard,

La società dei consumi, 1970.

«“Il declino è stato spettacolare”, spiega al Los Angeles Times il dottor Jacob Roben, che dirige la banca del seme Cryobank Israel. “Questo fa pena. Vediamo arrivare questi bei ragazzi per fare un dono ma poi dobbiamo dirgli che la qualità del loro sperma è talmente bassa che potrebbero molto probabilmente tornare ma come clienti.”

Secondo Ronit Haimov-Kochman, del reparto di ostetricia dell’ospedale universitario Hadassah, a Gerusalemme, la concentrazione degli spermatozoi nelle provette conservate nelle banche del seme israeliane è crollata del 37% in solo dieci o quindici anni. […] Paghiamo forse il prezzo delle scelte che abbiamo fatto per svilupparci a passo di marcia e diventare un paese moderno.8».

Nel 1992, una équipe di ricerca danese, diretta dal professor Shakkebaek (endocrinologo e pediatra), pubblica uno studio che fa scalpore nella comunità scientifica. Dimostra che la concentrazione degli spermatozoi nello sperma umano è diminuita di metà tra il 1938 e il 1990, passando da 113 a 66 milioni per millilitri di sperma9. Contestato all’inizio, lo studio è ripreso nel 1997 da una epidemiologa americana che ne confronta i risultati con altri studi internazionali. Conferma: la produzione di spermatozoi è in caduta libera in Europa e in America del Nord10.

E questo crollo non s’è fermato negli ultimi anni. Nel dicembre 2012, un nuovo studio condotto in Francia su più di 26.000 uomini dimostra:

«Un declino ‘significativo’ della concentrazione degli spermatozoi nello sperma e della sua qualità tra il 1989 e il 2005 in Francia. […] In questo periodo di diciassette anni (1989-2005), la diminuzione è significativa e continua (1,9% all’anno) portando ad una riduzione totale del 32,3% della concentrazione nello sperma. […]. Per un uomo di 35 anni, in 17 anni, il numero di spermatozoi è passato da 73,6 milioni/ml a 49,9 milioni/ml in media. D’altronde, lo studio mostra una riduzione significativa, del 33,4%, della proporzione di spermatozoi di forma standard nello stesso periodo11».

Un declino con conseguenze dirette sulla fertilità umana e che spinge sempre più coppie a sollecitare l’aiuto della medicina e delle biotecnologie per fare un figlio. Sappiamo, in effetti, che il tempo tra l’interruzione della contraccezione e l’inizio della gravidanza si allunga significativamente quando la concentrazione spermica cade sotto i 40 milioni di spermatozoi/ml12. Oggi, tra il 18 e il 24% delle coppie non riesce ad avere un figlio dopo 12 mesi di rapporti sessuali senza contraccezione13. Per il professor Shakkebaek, che prosegue i suoi studi, «l’abbassamento della qualità dello sperma sembra così frequente che potrebbe ridurre i tassi di fertilità e accrescere ancora le domande di procreazione assistita14». Secondo due ricercatori dell’Istituto Nazionale della Sanità e della Ricerca Medica (INSERM), questa riduzione continua della qualità dello sperma, associata all’età sempre più avanzata in cui le donne decidono di avere un figlio, potrebbe provocare, a breve termine, «un aumento di quasi l’80% d’idoneità all’AMP [Assistenza Medicale alla Procreazione]. Così che quest’ultima riguarderebbe più di una coppia su cinque contro poco più di una su dieci (11,6%) oggi15». Dati confermati da René Frydman, co-progettista con Jacques Testart del primo bambino in provetta francese: in Francia, « il numero di PMA […] è in costante aumento e raggiungerà i 70.000 tentativi per anno.»16

Come spiegare questo declino della qualità dello sperma? Lo dobbiamo, evidentemente, allo stile di vita deleterio propagato in tutto il mondo dal capitalismo industriale: obesità, stress, tabagismo e mancanza di attività fisica. Ma questi mali delle società moderne non spiegano tutto. La causa principale è da ricercare nell’inquinamento del nostro ambiente quotidiano. La differenza è che se potete cambiare stile di vita, difficilmente potete astenervi dal respirare l’aria che vi circonda, di bere l’acqua del rubinetto e di nutrirvi.

Secondo un recente studio condotto da ricercatori dell’istituto Marques di Barcellona:

«Quasi sei giovani spagnoli su dieci avrebbero uno sperma di qualità inferiore alle norme dell’OMS che definiscono eventuali problemi di fecondità. […] Lo studio mostra una grande disparità nella qualità seminale secondo le regioni. In Galizia, nel nord-ovest del paese, soltanto l’8,5% dei giovani ha un livello di concentrazione anormalmente basso, contro il 22,7% nella regione di Valencia o in Catalogna. Le alterazioni della qualità dello sperma sono nettamente più alte nelle regioni industrializzate. Secondo Marisa Lopez-Teijon, co-autrice dello studio, questo significherebbe che “la contaminazione dovuta ai prodotti di origine industriale ha, sulla fertilità maschile, un’influenza maggiore rispetto all’età, allo stress o al consumo di tabacco, alcol e droga”.»17

Più recentemente, uno studio condotto in Francia, che ha comparato la qualità dello sperma secondo le regioni, è giunto alle stesse conclusioni:

«L’Aquitaine e il Midi-Pyrénées presentano un declino più marcato della media. […] Gli abitanti [di queste due regioni] non hanno delle particolarità fisiche, per quanto riguarda il loro indice di massa corporea. Questi territori non fanno parte di quelli in cui i tassi di consumo di tabacco o d’alcol sono tra i più importanti. Gli autori ricercano piuttosto la spiegazione nei fattori ambientali. […]

[Queste due regioni] hanno una parte importante della popolazione suscettibile di essere esposta a prodotti come i pesticidi, che possono perturbare il funzionamento ormonale. Le loro attività viticole “sono quelle in cui si utilizzano più pesticidi in rapporto alla superficie agricola”, precisa Joëlle le Moal [autrice dello studio].»18

Al primo posto tra questi prodotti industriali, colpevoli di alterare le funzioni riproduttive, dell’uomo ma anche della donna, troviamo i perturbatori endocrini: pesticidi19, massivamente usati nell’agricoltura industriale, ftalati (plastificanti che fanno parte della composizione dei PVC20), bisfenolo A (biberon, vernice interna bianca delle scatole di conserve, scontrini…), diossine e apparentati (PCB, isolanti, rifiuti industriali) o ancora eteri di glicole (solventi industriali solubili nell’acqua e nei grassi). Infine, tra le sostanze incriminate, bisogna nominare gli ormoni di sintesi assunti dall’essere umano (trattamenti medicali, trattamenti dell’infertilità), ma soprattuto usati per l’allevamento industriale. Queste sostanze evacuate nelle acque usate si propagano nell’ambiente e integrano la catena alimentare21. Questi veleni ci circondano e anche l’Agenzia francese di Sicurezza Sanitaria dell’Ambiente e del Lavoro lo riconosce:

«Tutta la popolazione è potenzialmente esposta ai perturbatori endocrini e alle sostanze reprotossiche attraverso l’aria, l’acqua e sopratutto gli alimenti (migrazione delle sostanze dall’imballaggio, contaminazione dei terreni coltivati, residui ormonali nella carne di manzo).»22

La maggior parte degli inquinanti reprotossici fa anche parte delle sostanze che gli studiosi dell’ecologia chiamano come inquinanti organici persistenti (POP): resistenti alle decomposizioni biologiche naturali, essi si accumulano allo stesso modo nei tessuti viventi (cervello, fegato, tessuto adiposo). La loro quantità cresce nel corso dell’intera catena alimentare ed essi si trasmettono alla discendenza tramite il latte23 e le uova. Grazie alle loro proprietà, queste molecole si spostano per migliaia di chilometri24. E la minaccia non ha finito di inquietarci. Gli specialisti in tossicologia infatti reputano che:

«La relazione tra la dose di queste sostanze e l’effetto prodotto non è lineare, potendo quest’ultimo essere più forte a basse dosi che ad alte dosi. […] È il periodo di esposizione che è importante, con una forte sensibilità durante la gestazione e l’infanzia. […] Inoltre, queste diverse sostanze esercitano tra loro effetti sinergici e cumulativi, formando un effetto cocktail. Tutti questi elementi conducono a un nuovo paradigma […] rimpiazzando ormai il vecchio paradigma di Paracelso (1493-1541), basato sul postulato secondo il quale: “È la dose che fa il veleno”.»25

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Inquietante, no? Potrebbe darsi però che la riduzione della qualità dello sperma sia soltanto un problema secondario. La disseminazione degli inquinanti reprotossici-perturbatori endocrini ma anche delle sostanze antiandrogeniche (fungicidi, conservanti alimentari) è ugualmente responsabile di un aumento delle malformazioni genitali, alterando la sessualizzazione degli uomini e delle donne, con evidenti conseguenze sulle nostre capacità di riprodurci.

Numerosi studi sugli animali, dagli anni Novanta, attestano una «femminilizzazione» o «devirilizzazione» delle specie:

«Uno dei casi più conosciuti è quello degli alligatori del lago Apopka in Florida. Louis Guillette e altri ricercatori dell’Università di Florida avevano notato una diminuzione importante del loro numero e un aumento del numero dei maschi con un micro pene e diverse anomalie testicolari. L’analisi dei sedimenti del lago hanno rivelato la loro contaminazione con pesticidi organoclorurati tra i quali il DDT (para-diclorodifeniltricloroetano) e il DDE (diclorodifenildicloroetilene). Le ricerche dimostrarono che il DDE che si trovava nel sangue degli alligatori di questo lago ammontava a livelli da 10 a 20 volte più alti di quelli presenti nel sangue degli animali dei laghi vicini; e a livelli 100 volte più alti nelle uova. Ora, il DDE ha un’azione estrogenica e anti-androgenica. Agiva perturbando il sistema endocrino degli alligatori e portava alla loro femminilizzazione.»26

Lo stesso rapporto sottolinea che:

«Malformazioni sessuali e problemi di riproduzione simili sono stati rilevati in orsi polari, foche, pantere, cervi, procioni o rapaci che, trovandosi al vertice della catena alimentare, concentrano gli inquinanti fino ad arrivare a livelli tossici.»

E indovinate un po’? Gli umani, anch’essi al vertice della catena alimentare, non vengono risparmiati. Per la donna, studi troppo rari attribuiscono la responsabilità dei perturbatori endocrini nelle anomalie della funzione ovarica, della fertilità, dell’impianto uterino dopo la fecondazione e della gestazione – e anche un aumento dell’incidenza del cancro al seno27. Per l’uomo, il numero dei cancri ai testicoli, imputabili ai perturbatori endocrini, è raddoppiato nel corso degli ultimi trent’anni nei paesi europei, per diventare il primo cancro dell’uomo giovane (20-34 anni)28. Gli stessi inquinanti portano ad una diminuzione della produzione di testosterone dei feti maschi in utero, la quale provoca difetti di mascolinizzazione nei bambini e la moltiplicazione delle malformazioni genitali, direttamente legate a problemi d’infertilità29.

«In particolare il criptorchidismo, quando i testicoli non sono discesi nel sacco scrotale, e l’ipospadia, quando il meato urinario non si trova all’estremità del pene, ma alla sua base, nei casi più gravi. In media, l’incidenza di queste due malformazioni è pressoché raddoppiata nel corso degli ultimi quarant’anni.»30

Avviso ai militanti della «Manif pour tous»: è qui che si gioca l’abolizione della differenza tra i sessi. Ormai aspettiamo che Frigide Barjot, Béatrice Bourges e i loro amici esigano l’interdizione dei PVC, dei pesticidi e di altri inquinanti, nonché la chiusura delle fabbriche che li producono.

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È da più di un anno che la sinistra, senza distinzioni, fa campagna per l’estensione della PMA alle coppie di lesbiche. Dalla Federazione anarchica al Partito socialista, i cantori del Progresso, convinti di condurre una lotta salutare «contro tutte le discriminazioni», si sono schierati dietro questa nuova parola d’ordine: «La PMA per tutti e tutte!». Non pensano d’aver colto così bene nel segno. Distruggendo l’ambiente e le condizioni di vita da due secoli, il capitalismo sottomette gli esseri umani ad un avvelenamento a basse dosi ma continuo, che compromette la loro capacità di riprodursi. Sterilizzati dall’industria chimica, gli esseri umani non hanno più altra scelta che ricorrere alla PMA – alla riproduzione artificiale dell’umano – e di sottomettersi alla perizia di medici e inseminatori. «La PMA per tutti e tutte» è più di uno slogan. È l’artificio che il capitalismo impone ai nostri corpi per compensare i suoi propri danni. Non è un diritto da conquistare ma il futuro al quale ci condanna, ogni giorno, sotto gli applausi stupidi della sinistra progressista, la fuga in avanti tecnologica.

Ci sono, di fronte a queste devastazioni, due modi di comportarsi. Possiamo mendicare alle autorità la distribuzione di pasticche di iodio per limitare i danni in caso di incidente nucleare o lottare per la chiusura delle centrali. Possiamo promuovere la ricerca sugli impianti neuronali per ridurre gli effetti della malattia di Parkinson o combattere per l’interdizione dei pesticidi chimici che ne sono la prima causa. Possiamo richiedere la PMA e militare nelle fila della riproduzione artificiale dell’umano o lottare contro l’industria che sterilizza la popolazione. Io scelgo ogni volta la seconda opzione. Non sono estremista, sono radicale.

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E non sapete ancora tutto! Queste sostanze chimiche – sì, sempre loro! – sono anche responsabili, per gli animali come per gli umani, di una modificazione del tasso di mascolinità alla nascita: il numero di maschi diviso per il numero di femmine, alla nascita. Gli scienziati hanno, da molto tempo, messo in evidenza la diminuzione del numero dei maschi tra i pesci dei fiumi inquinati. Il deficit riguarda ormai anche la specie umana, nella quale si contano normalmente 105 nascite maschili per 100 femminili. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Environment Health Perspectives:

«Le prove che attestano che la proporzione maschio/femmina alla nascita può essere alterata da un certo numero di esposizioni ambientali e professionali ai prodotti chimici sono sempre più numerose. Per esempio, constatiamo una proporzione inferiore di maschi nelle popolazioni esposte alla diossina, al mercurio, ai pesticidi, ai PCB (policlorobifenili) e al tabagismo dei genitori. È stata formulata l’ipotesi che alcuni di questi prodotti chimici ambientali e professionali possano agire come perturbatori endocrini. Possono allora influenzare il tasso di mascolinità modificando l’ambiente ormonale dei genitori o introducendo una mortalità in utero a seconda del sesso.»31

Presso alcune comunità inuit del Canada, nascono due femmine per un maschio. Infatti, «per alcuni PCB, oltre i 4 microgrammi per litro, si osserva un’inversione della proporzione in favore delle femmine. Gli ovuli che avrebbero dovuto essere maschi subiscono un aborto spontaneo precoce.»32

Secondo l’ultimo rapporto dell’OMS sulla questione, «nel corso degli ultimi decenni, una diminuzione della proporzione di maschi alla nascita è stata ravvisata nelle popolazioni o sotto-popolazioni di un certo numero di paesi e, in particolare, in Giappone, negli Stati Uniti, in Canada, nei Paesi Bassi, in Danimarca e nelle aeree metropolitane d’Italia.»33 In Giappone e negli USA, il deficit accumulato di nascite maschili tra il 1970 e il 2000 sarebbe dell’ordine di 260.00034. Ciò porterà, se il fenomeno si generalizza, degli sconvolgimenti sociali e demografici di cui è difficile immaginarne le conseguenze. Per farsene un’idea, possiamo guardare l’India e la Cina che conoscono un importante disequilibrio demografico tra i sessi. A differenza dei primi, in questi paesi sono le donne ad essere sempre meno numerose:

«Insieme a questi due giganti, il fatto riguarda anche il Pakistan, il Bangladesh, Taïwan, la Corea del Sud e, con meno intensità, l’Indonesia – paesi che, da soli, raggruppano tre dei sei miliardi e mezzo di abitanti del pianeta. Eliminazione delle bambine tramite aborti selettivi, trattamento disuguale dei bambini a seconda che si tratti di una femmina o un maschio, status sociale secondario e cattive condizioni sanitarie all’origine di una sovra mortalità femminile durante l’infanzia e l’età adulta rappresentano tante particolarità che partecipano a questo deficit. […] Ormai, i progressi tecnologici permettono d’intervenire sul sesso della propria discendenza: dopo qualche mese di gravidanza, la futura mamma fa un’ecografia o un’amniocentesi. Se è un maschio, può tornare a casa e aspettare pazientemente il felice evento. Ma, nel caso di una femmina, è il dilemma. […] Molto spesso, piuttosto che di dover rinunciare a un figlio, si prende la decisione di sbarazzarsi della bambina indesiderabile, e la donna abortisce. Così che, in Cina, l’eccedenza di maschi alla nascita è del 12% sopra il livello normale; in India, del 6%.»35

I test recentemente messi in vendita su internet che permettono di conoscere il sesso del bambino dalla settima settimana di gravidanza con un semplice prelievo di sangue della madre36 possono soltanto aggravare il fenomeno.

In Cina, dove si stima che un uomo su cinque nato negli anni 2000 avrà difficoltà a sposarsi37:

«Le autorità hanno ufficialmente avvertito che la mancanza di donne creerà delinquenza, problemi familiari e di società. Quando un uomo, per il fatto della politica del figlio unico, non ha né fratello, né sorella, né zio, né zia e né moglie, né figlio, la pressione sociale che si esercita su di lui è terribile, e può portare alla depressione, al suicidio. Per quanto riguarda le donne, esse rischiano ancora più di essere costrette a matrimoni forzati, o di essere vittime di violenze: donne comprate tramite intermediario, rapite, o costrette ad «essere la moglie» di più uomini di una stessa famiglia. […].»38

La sinistra progressista non è ancora stata così cinica da vedere negli aborti spontanei di feti maschili un giusto mezzo per colmare il deficit di nascite femminili in Asia. Ma non è insorta contro quest’inversione chimica della proporzione dei sessi. Piuttosto di preoccuparsi del deficit delle nascite maschili, ha preferito reclamare il diritto per le donne nubili di ricorrere alla PMA. Un modo comodo di colmare l’assenza di partner disponibili.

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La mercificazione dei semi:

«Il 24 agosto 2011, la tranquillità della cittadina di Campoalegre, nel sud della Colombia, è bruscamente interrotta dall’irruzione delle forze della polizia militare che accompagnavano cinque funzionari dell’Istituto Colombia d’Agricoltura e d’Allevamento (ICA). Quest’ultimi, confiscano e distruggono i sacchi di riso prodotti da una ventina di contadini locali. Sacchi con settanta tonnellate di riso destinati all’alimentazione umana sono stati così strappati con la pala meccanica, poi buttati nella discarica pubblica. Nel 2011, 1.167 tonnellate di semi, poi nel 2012, 2.793 tonnellate, principalmente di riso, ma anche di patate, di mais, di grano, di piante foraggere e di fagiolo rosso sono così ritirati dalla circolazione in cinque province, quasi la metà distrutta, l’altra confiscata. La motivazione di queste azioni […]: mostrare che la Colombia rispetta le clausole relative ai diritti di proprietà intellettuale applicate ai semi, previste dal Trattato di libero scambio con gli Stati Uniti, ratificato dalla Colombia nel 2008 e, dal Congresso di Washington, nel 2011. […] Ormai la vendita dei semi, tra cui quelli alimentari, provenienti dalla selezione contadina, è dichiarata illegale, con il pretesto che le loro qualità sanitarie non sarebbero garantite. […] Per i contadini colombiani, il costo dei semi certificati è da due a tre volte il costo dei semi contadini sui mercati locali. Secondo la loro esperienza, i primi non presentano alcun vantaggio significativo rispetto ai secondi, anche quando l’agricoltore compra l’insieme del “pacchetto tecnologico” (fertilizzanti, pesticidi) e segue i consigli previsti dalle industrie di sementi».

Pierre Johnson,

«In Colombia, guerra contro i semi nel nome del libero scambio»,

articolo pubblicato su www.reporterre.net, 19/10/2013

«Ho due figli, due bimbi nati tramite ICSI (fecondazione in vitro [FIV] con iniezione intracitoplasmatica di spermatozoi) nel 2008 e nel 2011. Il mio percorso di AMP è iniziato nel 2004 e ho avuto il mio primo figlio dopo 11 tentativi: 5 inseminazioni, 1 FIV che non ha prodotto embrioni, 5 ICSI. Nel corso dei mesi, l’AMP costringe ad una vita ridotta, regolata dalle iniezioni quotidiane, i prelievi di sangue, i trasferimenti e le mestruazioni che, inevitabilmente, arrivano. Le mestruazioni possono arrivare in qualsiasi momento, prima di un appuntamento professionale importante, un 31 dicembre a casa di amici, ed è ogni volta un profondo dolore senza nome. Ogni giorno di mestruazioni è una punizione».

Testimonianza di Marguerite C. al giornale Le Monde,

“FIV: per ogni fallimento, un dolore senza nome”,

Le Monde, 02/03/2012

Due storie, uno stesso fenomeno: la spoliazione da parte del capitalismo di beni comuni di cui gli individui e le comunità godevano, in passato, liberamente. Ciò che è in gioco, è l’appropriazione (e la distruzione) dei semi, vegetali o umani, da parte del capitalismo e la loro trasformazione in merce. Ed è anche la perdita dei saperi tradizionali. Bisognerà, un giorno, riappropriarci della tecnica per fare un figlio come oggi rimpariamo a coltivare il proprio orto? È probabile; è una tendenza inerente al capitalismo quella di estendere i suoi tentacoli in tutti i territori del globo, della vita sociale e del vivente.

Seguitemi qualche istante sul terreno dell’economia politica. Dalla rivoluzione industriale, lo sviluppo e l’espansione del capitalismo si basano su due dinamiche complementari e inseparabili. La prima fu il cuore delle analisi di Marx e dei marxisti. È su questa che, da 150 anni, riposano le principali rivendicazioni del movimento operaio. Si possono così schematizzare: il capitalista possiede i mezzi di produzione. È quindi il proprietario del prodotto fabbricato dall’operaio nella sua fabbrica, e vende questo prodotto più caro rispetto al salario dato all’operaio per la sua fabbricazione. Una parte del lavoro eseguito dall’operaio non gli viene quindi pagata, ma è estorta dal capitalista. Marx chiama ciò lo sfruttamento del lavoro. È lì che risiede la creazione di valore. Con il beneficio avuto dalla vendita dei prodotti, il capitalista compra nuovi macchinari, poi nuove fabbriche (ciò che chiamiamo del capitale). Aumenta così la sua produttività (il numero di prodotti fabbricati in un determinato tempo), la sua produzione, e può mettere sul mercato nuovi prodotti. E ciò gli permette di estorcere ai suoi operai una quantità di lavoro sempre maggiore, di avere sempre più benefici e di perseguire, senza tregua, l’accumulazione del Capitale. Evidentemente, bisogna attualizzare queste analisi. Le fabbriche oggi sono degli uffici e dei laboratori. Le macchine, dei computer. E la classe operaia in declino lascia il posto ad una nuova classe di produttori: ingegneri, impiegati e tecnici. Ma il principio rimane lo stesso: produrre, vendere, comprare nuovi mezzi di produzione per produrre di più.

Però questa dinamica, da sola, non basta a spiegare lo sviluppo del capitalismo e, in particolare, il modo in cui quest’ultimo ha superato le crisi economiche che, a volte, l’hanno sconvolto. Oltre allo sfruttamento del lavoro, l’espansione del capitalismo si è sempre basata su una seconda dinamica: quella che il geografo marxista americano David Harvey nomina “accumulazione tramite spossessamento”. L’idea è semplice: per assicurarsi nuovi mercati e nuovi sbocchi, il capitalismo spossessa gli uomini e le comunità di tutti i beni di cui disponevano fino ad allora gratuitamente, e se ne appropria. Li trasforma allora sia in merce, sia in capitale. Tutto quello che era gratuito diventa a pagamento e fonte di profitto: l’acqua, le foreste, le terre comunali, i fiumi, o ancora le culture popolari. Fin dal 1913, Rosa Luxembourg aveva avuto questa intuizione. Per lei, l’imperialismo e la politica coloniale degli Stati Europei, sono l’espressione di questa seconda dinamica del Capitale: violenza, truffa, oppressione, saccheggio39, fenomeni che oggi si estendono al vivente, dal profondo degli oceani al profondo del corpo umano.

Questa dinamica non ha niente di aneddotico. Per Marx, è essa che ha reso possibile la nascita del capitalismo, fornendo alla borghesia del XVIII secolo i capitali necessari ai suoi primi investimenti nell’industria. In Inghilterra, culla della rivoluzione industriale, prese soprattutto la forma delle “enclosures”. La parola indica il movimento di privatizzazione delle terre comunali – cioè possedute in comune da coloro che le utilizzavano -, a partire dal XVI secolo. Questo, nel XVIII secolo, con il voto della Camera dei Comuni dell’Enclosure Act. Le distese di terra di cui godeva gratuitamente la gente comune delle campagne furono divise in lotti, recintate e vendute a proprietari privati che ci fecero pascolare le pecore. L’industria tessile, in piena espansione, aveva bisogno di lana. Nello stesso momento, i paesani persero «il diritto di spigolatura, il diritto di raccogliere la legna per il riscaldamento, il diritto di pascolamento gratuito sui sentieri o nei campi di stoppie: diritti che potevano avere un’importanza cruciale per la sussistenza dei poveri.»40

Privati delle terre che assicuravano la loro sussistenza, i piccoli contadini furono costretti a disertare le campagne. Ormai obbligati a comprare il loro cibo e i mezzi per riscaldarsi e, quindi, a trovare un salario, si assunsero in massa nelle fabbriche e ingrossarono le fila del nascente proletariato urbano. Per lo storico Edward Palmer Thompson:

«Il movimento delle enclosures […] non è, né più né meno, un furto organizzato da una classe a danno di un’altra, conformemente alle giuste regole di proprietà e di legge che un parlamento di proprietari e di uomini di legge aveva stabilito.»41

Ciò che Marx non aveva previsto – ma era possibile allora? -, è che questa predazione del Capitale su tutto ciò che gli era esterno supera la fase primitiva del capitalismo. Essa continua e si aggrava «durante tutta la sua marcia attraverso il mondo.»42 Vedete come sottomette gli ultimi continenti e le loro popolazioni agli imperativi della redditività economica: dighe sull’Himalaya, distruzione dell’Amazzonia, colonizzazione dell’Artico, saccheggio dei fondi marini. Il vivente stesso è stato accaparrato. Il gene Terminator della Monsanto destinato a sterilizzare i semi per obbligare i contadini a ricomprarli ogni anno è l’esempio più famoso43. Avendo preso, poco a poco, tutti i territori del globo, di ogni aspetto della vita sociale, di ogni particella di vita che gli era sfuggita fino ad allora, l’espansione del Capitale si scontra con i limiti geografici della terra. Aspettando di colonizzare il pianeta Marte, la riproduzione umana è, ora, il suo nuovo terreno di gioco.

È difficile immaginare l’industria del bebè inserire negli umani un gene Terminator, che sterilizza le popolazioni e che le obbliga a fare ricorso al mercato della procreazione. Non ne ha bisogno. Nell’era tecnologica, la nuova via d’espansione del capitalismo consiste nel distruggere i beni comuni o naturali allo scopo di privarne le popolazioni. Poi, non resta altro che sintetizzarli – attraverso la tecnologia – e rivenderli sotto forma di surrogato. La bellezza della cosa risiede nel fatto che, all’industria, basta attendere che le sue proprie devastazioni gli aprano nuovi mercati. Mutilati della loro capacità di riprodursi, gli umani sono costretti a pagare per avere dei figli. È ciò che si chiama mercato vincolato.

Capitolo 2

AL BAZAR DEL BEL BEBÈ

« Liquidazione

Svendesi: quel che gli Ebrei non hanno venduto, quel che nobiltà e delitto non hanno assaporato, quel che l’amore maledetto e la probità infernale delle masse ignorano; quel che non spetta né al tempo né alla scienza di riconoscere;

Le Voci ricostituite; il fraterno destarsi di tutte le energie corali e orchestrali e le loro istantanee applicazioni; l’occasione, unica, di svincolare i nostri sensi!

Svendesi: i Corpi senza prezzo, di là da ogni razza, da ogni mondo, da ogni sesso, da ogni discendenza! Liquidasi: diamanti non soggetti a controllo!

Svendesi: l’anarchia per le masse; l’irrefrenabile soddisfazione per i dilettanti d’ordine superiori; la morte atroce per i fedeli e gli amanti!

Svendesi: abitazioni e migrazioni, sport, confort e fantasmagorie perfetti, e il suono, il movimento e l’avvenire che essi producono!

Svendesi: le applicazioni del calcolo e i salti d’armonia inauditi. Le trovate e i termini insupponibili, possedimento immediato.

Slancio insensato e infinito verso splendori invisibili, verso delizie insensibili, – e per ogni vizio i suoi sconvolgenti segreti – e la sua allegria spaventevole per la folla.

Svendesi: Corpi, voci, l’immensa inoppugnabile opulenza, quel che non sarà venduto mai. I venditori non hanno dato fondo alla liquidazione! I commessi viaggiatori non dovranno consegnare le loro provvigioni troppo in fretta!»

Arthur Rimbaud, Illuminazioni, Mondadori, 1975.

«Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio.»

Karl Marx, Miseria della filosofia (1847), Editori Riuniti, 1986.

«Saremo portati ad applicare alla produzione dei bambini il principio di organizzazione moderno del lavoro. È passato il tempo in cui si poteva considerare questa funzione fisiologica come derivante unicamente dal sentimento.»

Édouard Toulouse, «L’acte sexuel et la grossesse qui

en résulte ne sont pas matière à gaudriole»,

Le Progrès civique, 01/12/1919.

Signore e signori, benvenuti al Centro nazionale per la promozione della riproduzione artificiale dell’umano. Avvicinatevi, avvicinatevi, la visita sta per iniziare! Mentre aspettate la vostra guida, vi darò qualche informazione. Beneficiando dei progressi della sterilizzazione chimica della popolazione, la riproduzione artificiale dell’umano è diventata, in pochi anni, un gigantesco business. Un nuovo settore industriale che pesa più di 650 milioni di euro nel Regno Unito44, più di 3 miliardi di dollari negli Stati Uniti45. Sì signore, tre miliardi, ha sentito bene. Ed era così già sette anni fa! Ormai ci sono migliaia di aziende che, ovunque nel mondo, si posizionano sul mercato del nascituro. Esse sviluppano l’attività di innumerevoli medici, biologi, genetisti, direttori di banche di ovociti, giuristi e avvocati specializzati nella filiazione, reclutatori e pubblicitari. Fabbricare un bambino richiede, in effetti, un diversificato ventaglio di competenze. Noi assumiamo! Non esitate a presentare la vostra candidatura alla fine della visita. Ambiziosi ed efficienti, il vostro posto è tra noi.

Signore e signori, in un periodo di crisi economica, la riproduzione artificiale dell’umano offre un motore di una crescita opportuna. La sua grande forza è quella di sostenere congiuntamente i tre settori dell’economia! Innanzitutto, il settore primario, quello dell’estrazione delle materie prime – materie prime riproduttive –, poiché per fabbricare un bambino, bisogna estrarre e confezionare dello sperma e degli ovuli. Poi, il settore secondario, quello della fabbricazione industriale. Vedrete che le nostre aziende intervengono sia direttamente nel processo di produzione del bambino (inseminazione artificiale, fecondazione in vitro, o ancora utero in affitto), sia nella personalizzazione del prodotto, grazie al design (diagnosi pre impianto, selezione degli embrioni, miglioramenti genetici). Infine, il settore terziario, poiché l’industria del bambino non potrebbe svilupparsi senza le infinite varietà di servizi che non cessa di generare e che, in cambio, la sostengono: sequenziamento genetico, consigli giuridici, settore alberghiero e agenzie di viaggi…La nostra visita seguirà queste tre tappe.

Ah! Ecco la vostra guida. Vi lascio. Vi auguro un’eccellente visita e vi ricordo che tutto quello che è presentato qui è completamente vero. Per la fantascienza, visitate piuttosto il Futuroscope. E, nel caso in cui i tempi d’attesa durante la visita vi sembrassero lunghi, approfittatene per dare un’occhiata ai nostri cataloghi interattivi.

***

Connettetevi su www.eggdonor.com, il sito della Egg Donation Inc., leader americano nella vendita di ovuli. Digitate un indirizzo mail, una password, un numero di telefono ed eccovi iscritti. Sulla pagina che si apre, potete fin da ora scegliere, tra le centinaia di donne in competizione per vendere i propri ovuli, quella che corrisponde al vostro progetto parentale. Non abbiate paura: Eggdonor garantisce che tutte queste ragazze siano giovani (tra 21 e 30 anni), in buona salute, ben educate, carine e ben proporzionate.

Al fine di orientarvi nel vostro acquisto, affinate la vostra ricerca con l’aiuto dei seguenti criteri: tipo etnico (“race”, come si dice negli Stati Uniti), livello d’istruzione, colore degli occhi, altezza, tipo e colore dei capelli, religione… Con un semplice clic accedete al profilo di Rebecca #44710 e alle sue numerose foto. Eccola bambina vestita da principessa, con nonno e nonna; più tardi, mentre beve con le sue amiche, o ancora, il giorno del conferimento del suo diploma. Rebecca #44710 è una graziosa californiana di 29 anni, di tipo caucasico. 1,53 m per 56 kg. Non ha ancora figli, né venduto ovuli a un’altra coppia. Peccato, altrimenti vi potreste informare sullo stato del bambino e vedere se corrisponde veramente al tipo di prodotto che cercate.

Un secondo clic permette di verificare gli antecedenti medici e genetici della fornitrice. Impariamo che suo prozio è morto di un cancro, e che sua nonna materna soffriva di depressione. Brutto segno. Rebecca #44710 è eterosessuale e non moltiplica i partner (ma, da ragazza aperta, ha amici gay e amiche lesbiche). Presenta un quoziente intellettivo di 120, non assume droghe, ma beve un po’. Prende una pillola anticoncezionale di marca Loestrin. Precisazione importante, si è fatta rifare il seno nel febbraio 2004. Nessun inganno sulla merce: la scollatura generosa che vedete sulla foto non è iscritta nel suo patrimonio genetico. Ma non importa, interessiamoci alla sua “personalità”: Rebecca #44710 non dorme con un orsacchiotto, pensa che i poliziotti siano piuttosto i suoi amici, è fan degli sport da combattimento e bacia con gli occhi chiusi. La trovate bancabile? Aggiungetela ai vostri «favorite donors» e continuate la vostra spesa.

Una volta effettuata la scelta, vi costerà circa 20.000$, più le spese per gli avvocati per stabilire il contratto di vendita. E se tutte le ragazze del sito assicurano di far dono dei loro ovuli, con uno scopo umanitario, per aiutare coppie in difficoltà, la fornitrice riceverà tuttavia tra i 5 e i 10.000 dollari.

***

Di qui, di qui! Entriamo nella sala delle macchine…Come sapete, la produzione del bambino inizia con l’estrazione e il condizionamento della materie prima riproduttiva: gli ovuli e lo sperma. Il settore, in questi ultimi anni, conosce una crescita fenomenale. Il numero dei clienti che desiderano un figlio, e che sono incapaci di fornire essi stessi la materia prima, non smette di aumentare. Estrarre questa materia prima e valorizzarla sul mercato è il lavoro della banche dei gameti. Le più importanti aprono franchising in diversi continenti ed esportano in decine di paesi. La danese Cryos Bank, leader mondiale nello sperm business, consegna lo sperma in 24 ore, dietro ricompensa da 500 a 2000 euro, a seconda della qualità desiderata. Potrete scegliere il donatore in funzione di un numero sempre più elevato di criteri (includendo fino allo stile d’abbigliamento, come in Gran Bretagna). Approfittatene, la consegna a domicilio è possibile anche se il vostro paese vieta il dono dei gameti! La vita di Ole Schou, 58 anni, capo di Cryos Bank, è una success story all’americana:

«Fondatore di Cryos, dopo aver “sognato una notte di sperma congelato” quando era ancora studente in amministrazione, colui che si descrive come “interessato, da sempre, alle cose non convenzionali”, ha fatto prosperare il suo sogno ad Aarhus, la seconda città della Danimarca, di cui i 40.000 studenti rappresentano altrettanti possibili donatori.

Addio pazienti, buongiorno clienti: rodata al “business to business” con le cliniche, la banca ha deciso, da aprile 2010, di aprirsi ai privati. Perché il mercato si è mondializzato – Cryos International esporta già l’80 % – e la concentrazione è all’opera.

Questa scelta è una svolta per questa piccola azienda di 20 dipendenti e 3 milioni di euro di fatturato. La pressione della domanda lo esige, afferma il signor Schou. E l’effettiva diminuzione della fertilità maschile può soltanto farla crescere. La squadra di quarantenni riunita da Ole Schou in un ambiente rilassato assume questa svolta. “Stiamo entrando in una fase industriale mantenendo la prossimità con i clienti”, sostiene il direttore generale, Jesper Koch46

Chi dice “fase industriale” dice organizzazione industriale. Lo sfruttamento della materia prima riproduttiva funziona secondo un processo ben rodato: prospezione, estrazione, condizionamento, vendita. I reclutatori e i pubblicitari incaricati di trovare dei fornitori operano, in particolare, in ambienti universitari: gli studenti sono giovani (quindi più fertili) e hanno bisogno di soldi. E come in ogni settore industriale, quando l’offerta non soddisfa più la domanda, si fa ricorso alla mano d’opera straniera, assunta là dove è più competitiva: in Europa dell’Est e in Asia. Così delle giovani donne dell’Est riforniscono di ovuli la maggior parte delle cliniche specializzate spagnole.

Una volta ingaggiati i fornitori, l’estrazione della materia prima si svolge con processi tecnici diversi a seconda del sesso. Per l’uomo il prelievo avviene con una semplice masturbazione. Per la donna, l’operazione è più complessa:

«In molti paesi nei quali prospera l’industria del bambino, si lascia largamente in ombra il fatto che il “dono d’ovocita” non è una passeggiata: suppone, per prima cosa, un blocco delle ovaie grazie a un trattamento speciale (leuroprolide) che può provocare effetti secondari, come la tachicardia o l’abbassamento della densità ossea. Si praticano poi iniezioni quotidiane, per almeno dieci giorni, per stimolare le ovaie e produrre abbastanza ovociti (una donna ne produce normalmente soltanto uno per ciclo). Questo trattamento è pericoloso poiché può provocare una sindrome da iper stimolazione ovarica (OHSS) le cui forme possono essere leggere, ma anche severe, addirittura mortali. Le donne che subiscono questo trattamento per fini personali, per aumentare una fertilità insufficiente o per una fecondazione in vitro, non cercano di ottenere più di 7 o 8 ovociti, ma coloro che vendono le loro cellule a Kiev o a Cipro sanno che avranno diritto ad un incentivo se ne produrranno di più47

A questo si aggiungono i prelievi di sangue e le ecografie che deve subire la fornitrice, prima del prelievo, realizzate con anestesia locale o totale.

Arriva allora la fase di condizionamento. I prodotti ottenuti sono analizzati, classificati, condizionati e poi immagazzinati, generalmente nel reparto surgelati. Al servizio commerciale dell’azienda non resta che smerciare i surgelati sul mercato dei gameti. Internet aiuta e, seguendo l’esempio di Cryos Bank, le imprese trattano sempre più direttamente con i privati. I loro cataloghi informatici allineano centinaia di nomi, foto, profili. C’è ne per tutti i gusti.

Queste banche dei gameti sono soltanto degli intermediari. Il loro lavoro consiste nel comprare a basso prezzo le materie prime riproduttive che rivenderanno poi a peso d’oro. Negli Stati Uniti, il prezzo di un ovulo varia oggi tra i 2.500 e i 50.000 $, in funzione dei criteri: età della fornitrice, numero di gravidanze che hanno funzionato con i suoi ovuli, numero di ovuli prodotti ad ogni stimolazione ovarica, colore della pelle, profilo genetico, antecedenti medicali, origine sociale, caratteristiche fisiche, risultati ai test di QI e livello d’istruzione. Secondo il Journal International de bioéthique:

«Non è sorprendente apprendere che gli ovuli più cari sono quelli delle donne bianche di livello universitario (almeno con un livello master), il prezzo aumenta in funzione del prestigio delle università48

È sicuramente illusorio pensare che il figlio biologico di una dottoressa in fisica nucleare sarà necessariamente un piccolo genio – benché la ricerca dei determinanti genetici dell’intelligenza ossessioni già i ricercatori e gli Stati49. Questo non impedisce che, ciò che è monetizzabile sul mercato dei gameti, a torto o a ragione, siano le possibilità di riuscita sociale dei futuri bambini: intelligenza, bellezza, salute, altezza, fisico… Più siete ricchi, più potete sperare che i geni di vostro figlio gli permettano di brillare nella società e di fare una bella carriera. Per la sua più grande felicità. E la vostra.

Chi dice “fase industriale” dice soprattutto divisione tecnica del lavoro: separazione dei compiti e gerarchizzazione delle funzioni all’interno della fabbrica. Negli uffici lassù, medici e biologi mascherati da businessmen – a meno che non sia il contrario- occupano i posti di direzione. Più in basso, il personale di servizio, hostess, segretarie, infermiere o tecnici di laboratorio, assicurano la presa in carico dei clienti. Ancora più in basso, emerge un proletariato costretto a vendere non più la sua forza-lavoro, ma i prodotti del suo corpo. Nella Roma antica chiamavano proletario colui che aveva soltanto i suoi figli, la prole, come unica ricchezza.

«Ovunque negli Stati Uniti, la recessione ha incitato un numero crescente di uomini e donne a vendere i loro gameti in cambio di un redditto supplementare di cui hanno bisogno per pagare le rette scolastiche di un semestre, per comprare la macchina che gli permetterà di accettare un impiego lontano da casa, o anche per pagare l’affitto alla fine del mese. I documenti che attestano quest’aumento sono numerosi. In media, le banche del seme hanno avuto un aumento del 15-20% di donatori potenziali. Quanto alle donne che vendono i loro ovuli, un aumento del 30% è stato riferito in media in tutto il paese50

Ovviamente sono i paesi del terzo mondo, l’India in testa, che forniscono i più importanti contingenti di questo nuovo proletariato. Ma le donne povere dei paesi ricchi non sono risparmiate:

« “Non esistono registri nazionali delle donatrici, si preoccupa il professore François Olivennes, nessuno sa se queste donne moltiplichino i doni in diversi centri rischiando così di avere delle ulteriori complicazioni.” Durante il mese che precede il prelievo, esse devono subire un pesante programma di iniezione di ormoni al fine di produrre, al momento giusto, più ovociti possibile. “Sappiamo, confida Dominique Lenfant, la presidente dell’associazione ‘Pauline et Adrien’, che delle giovani francesi attraversano il confine per andare a vendere i loro ovociti in Spagna.”»51

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Avanti, continuiamo. Accelerate il passo, dietro! Alla vostra destra, la mappa indica l’ubicazione delle cliniche specializzate, o Centers for Human Reproduction, nel mondo. È all’interno di questi centri di (ri)produzione che la materia prima, una volta estratta, viene distribuita. Ne troviamo più di un centinaio in Spagna, più di mille in India. E, come per tutte le industrie del settore secondario, globalizzazione e concorrenza internazionale obbligano, l’industria del bambino ad essere de-localizzata nei paesi poveri.

In questi centri, il processo messo in opera varia a seconda dei bisogni del cliente (e dei mezzi finanziari di cui dispone). La messa in contatto dei gameti – la sintesi dell’embrione – si effettua tramite inseminazione artificiale, tramite fecondazione in vitro, o ancora, tramite iniezione diretta dello spermatozoo nel citoplasma (ICSI). Sì Signora, una domanda? La tariffa? Negli Stati Uniti contate 865 $ per un’inseminazione (senza contare il costo dello sperma), 12.000 $ per ciclo di fecondazione in vitro (ci vogliono, in media, 4 cicli per una gravidanza, ossia 48.000 $). Ogni ciclo vi costerà 14.000 $ in caso di FIV con iniezione diretta dello spermatozoo52.

La Spagna ha colto molto velocemente il potenziale di una tale attività:

«I soli francesi (che rappresentano il 10% della clientela del paese), portano, all’insieme delle cliniche specializzate spagnole, un giro d’affari di 350 milioni di euro. Senza contare l’aumento dei costi dovuti alle medicine non rimborsate, l’ eventuale congelazione degli embrioni, gli impianti supplementari, ecc…A seconda dei centri interessati, il tasso di riuscita della prima FIV sarebbe vicino al 40%, contro il 30% in Francia. Ma le coppie hanno comunque il 60% di possibilità di ritornare e di pagare di nuovo, a tariffa completa, per un secondo tentativo. 7.000 euro, in media, la FIV con dono di ovociti (contro 3.000 euro in Francia): l’avventura si paga a caro prezzo53

Intorno al nocciolo del loro mestiere – la produzione di bambini – diverse aziende hanno presentito la possibilità di un business ancor più lucrativo. Ponendo l’embrione alla diretta portata del biologo, la fecondazione in vitro apre la strada al design industriale del bambino. Se, di solito, il designer interviene a monte della messa in produzione, invece il baby-designer o antropodesigner interviene nel cuore della produzione: tra la fecondazione dell’embrione e l’inseminazione. Dopo avere ottenuto diversi embrioni con la fecondazione in vitro, il biologo li sottomette ad una diagnosi pre-impianto, un test genetico che permette di scegliere quello o quelli che saranno impiantati. Le prospettive di crescita per le società specializzate nella decodificazione del genoma e nella selezione degli embrioni sono enormi; e il design del bambino perfetto, senza dubbio è il settore più in espansione nell’industria del bambino.

Il signore sembra avere difficoltà a credermi? Non ne ha mai sentito parlare? Non avrete molto da aspettare. Nella periferia chic di Los Angeles, il Fertility Institute, diretto dal dottore Steinberg, fabbrica, ogni anno, 800 bimbi attraverso la fecondazione in vitro. Tra loro, 700 hanno genitori perfettamente fertili. Questi ricchi americani hanno preferito ricorrere alla FIV e alla diagnosi pre-impianto al fine di garantire le migliori caratteristiche genetiche alla loro progenie. E, accessoriamente, di scegliere il sesso del bambino.

Tre giorni dopo la fecondazione degli ovuli in provetta, si preleva una cellula di ogni embrione per scrutare il suo codice genetico. Più di 400 malattie e affezioni sono rivelate e, gli embrioni giudicati difettosi, sono scartati. Gli esperti del Fertility Institute procedono allora ad un secondo test:

«Se per esempio la paziente vuole una figlia, soltanto gli embrioni femminili gli saranno impiantati. L’insieme dell’intervento costa 18.400 dollari. Se si aggiungono le visite mediche, le analisi, i controlli e il trattamento ormonale, il prezzo totale supera i 25.000 dollari54

Fra poco: la scelta del colore degli occhi, dei capelli, dell’altezza e di tante altre caratteristiche genetiche. Il bambino su catalogo. L’eugenismo liberale. Ne riparleremo.

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Il vostro budget ovulo è limitato? Optate per il mercato dell’Est. Da Biotexcom, il Center for Human Reproduction di Kiev, il bambino è in saldo questa primavera. La versione francese del sito propone in particolare:

«Il pacchetto “Successo Garantito” (ovulo + inseminazione artificiale): promozione 9.900 euro invece di 12.000. Quantità illimitata di tentativi. Soldi rimborsati in caso di risultato negativo.»

E se la Signora (o il Signore) non può – o non vuole – portare il bambino in grembo, il ricorso a una madre portatrice è compreso nel pacchetto “All inclusive”. «Il prezzo del programma è di 27.900 euro, compresi tutti i costi dei servizi sanitari e le medicine necessarie55 La procedura si svolge essenzialmente in internet. Due viaggi a Kiev in aereo bastano per tornare con un bambino nei vostri bagagli. Albergo, formalità, accoglienza, traduzione, tutto è previsto, fino all’invio di finte pance in silicone, affinché la Signora possa ingannare il suo ambiente circostante56.

Sempre alla ricerca dell’occasione, dovete sapere, infine, che in materia di hard discount riproduttivo, il ricorso ad una mano d’opera proveniente dal Terzo Mondo sfida qualsiasi concorrenza. In India, da ArtBaby («Your baby,…our art») la fecondazione in vitro con una donatrice indiana costa 7.500 dollari americani, contro i 18.500 se scegliete una donatrice di tipo caucasico57. È sempre in India che troverete le tariffe le più competitive sulle madri portatrici. «Le Indiane affittano il loro corpo tra i 1.300 e i 7.000 euro, e la fattura totale pagata dagli stranieri si situa tra i 10.000 e i 25.000 euro58 Se desiderano tornare successivamente, i genitori devono soltanto far congelare gli embrioni che non sono stati impiantati «ad un costo annuale tra i 600 e i 700 euro, per farli impiantare in una madre portatrice nel momento in cui decideranno di avere un bambino tramite GPA59

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Una domanda alla mia destra, sì? Come fare se la cliente non è in grado, o se non desidera produrre il bambino lei stessa? Nessun problema: avete pensato alla GPA o gestazione per altri? Un settore della riproduzione artificiale dell’umano in piena espansione. L’affitto del materiale riproduttivo umano seduce particolarmente le coppie agiate dei paesi occidentali. Beneficiando della liberalizzazione di questa pratica in più paesi, il mercato delle madri portatrici è esploso nel corso degli ultimi dieci anni. Il suo giro d’affari raggiungerebbe un miliardo di euro all’anno soltanto in India60:

«La crescita del mercato procreativo si è inserita in un’economia nella quale l’India incoraggia il turismo medico, con delle specialità come gli interventi dentari, la sostituzione dell’anca o la chirurgia estetica. In questo contesto, sempre più stranieri hanno sollecitato delle madri portatrici indiane. Alcune regioni, tra cui quella di Ahmedabad-Anand nel Gujarat, si sono specializzate in questi servizi. Gli esperti e i medici stimano che dai 25.000 ai 30.000 stranieri ricorrono, ogni anno, a madri portatrici61

In questa stessa provincia, una gigantesca “fabbrica di bambini” è appena nata. Sotto la direzione di Nayna Patel, «una donna medico, specialista nella fecondazione in vitro, formata a Singapore, in Inghilterra e in Corea del Sud»62, riunisce, in uno stesso centro, centinaia di madri portatrici. Sottomesse a controlli ed esami regolari, queste ultime sono alloggiate in dieci per camera nella clinica durante tutta la gravidanza.

«Molte aspettano dei gemelli, poiché, per aumentare le possibilità di successo, spesso si impiantano due o anche tre embrioni – per poi procedere ad una “riduzione embrionaria” a seconda del desiderio del cliente. Siccome i futuri genitori desiderano spesso essere presenti il giorno del parto, si effettua spesso un parto cesareo. […]

Con 250 milioni di poveri, l’India offre un vivaio illimitato. Soltanto la Thailandia, che si è appena inserita sul mercato con la promessa di essere il 20% meno cara dell’India, può fare concorrenza. Ma la dottoressa Patel ha un vantaggio iniziale decisivo. Alcune agenzie americane le hanno già proposto di lavorare insieme. Lei diffida e preferisce, per il momento, conservare il controllo sulla “produzione”, realizzando da sola la maggior parte degli impianti e dei parti63

Nel paese, alcune voci si levano contro la commercializzazione del corpo delle donne e contro il loro sfruttamento a vantaggio dei ricchi occidentali. Studi indipendenti rivelano le condizioni sociali ed economiche della maggior parte delle madri portatrici: sono povere, molte analfabete e in grande difficoltà nel difendere i loro diritti in caso di problemi (cambiamento d’idea dei clienti, bambino disabile, aborto spontaneo, complicazioni della gravidanza)64. Sopraffatte dall’ampiezza del fenomeno, le autorità indiane, per regolare il mercato delle madri portatrici, recentemente non hanno trovato niente di meglio che vietare la GPA ai single e alle coppie omosessuali. Sul posto e all’estero, associazioni di difesa degli omosessuali si offendono. Si associano alle proteste dei dirigenti delle cliniche, preoccupati di conservare tutta la loro clientela. Stop alla discriminazione! Anche gli omosessuali ricchi hanno il diritto di sfruttare le donne del Terzo Mondo.

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Mi seguite sempre? Ecco adesso l’ultima sezione del centro. Attorno alla produzione di bambini, si è sviluppata un’intera industria di servizi, a cominciare dalle attività legate al turismo procreativo: affitto di camere d’albergo, biglietti d’aereo o di treno, pacchetti all inclusive che permettono di visitare, al volo, le città in cui vi recate per farvi inseminare.

Però, nulla è più importante dell’attività giuridica. La fabbricazione di un bambino fa intervenire sempre più persone. Ne risultano delle complesse costruzioni contrattuali ed economiche che fanno il profitto dei giuristi e degli avvocati specializzati nella medicina riproduttiva. Questi ultimi si dedicano esclusivamente alla redazione dei contratti tra i futuri genitori e le cliniche, o all’aggiramento delle leggi nazionali, quando il paese di origine vieta il ricorso alle madri portatrici. La competenza giuridica è diventata un trampolino per fare fortuna nell’ambiente, presto quasi allo stesso titolo delle competenze mediche. Andrew Vorzimer, ad esempio, il presidente e direttore generale della Egg Donation Inc (il capo di Rebecca#44710) è, prima di tutto, un avvocato specializzato nelle questioni riproduttive. Il suo studio Vorzimer-Masserman impiega, sulle questioni procreative, dieci avvocati a tempo pieno. Si vanta di avere rappresentato «più di duemila coppie, in più di trentacinque paesi del mondo, che sono ricorse alla maternità surrogata e/o al dono di ovuli al fine di scoprire le gioie parentali.» Ha ricevuto l’’Illumination Award’ dell’American Fertility Association (AFA)65.

Ovviamente, il baby business beneficia del settore pubblicitario. E viceversa. Che si tratti di reclutare delle fornitrici di ovuli o delle madri portatrici, di fare la promozione delle fabbriche di bambini, o de lobbying per la liberalizzazione del mercato del bambino, pubblicitari, sondaggisti, operatori della comunicazione e del marketing, sono dappertutto e intascano ad ogni colpo. La filiera, ormai, si espone al Fertility Show, la fiera della procreazione medicalmente assistita. La prima edizione a Londra, nel 2009, aveva attirato 80 espositori – dalle cliniche specializzate alle banche del seme – e 3.000 visitatori66. Nell’aprile 2013, una società americana specializzata nella GPA e nella fecondazione in vitro, doveva promuovere il suo nuovo programma «Creating your Family» in un albergo di lusso parigino67. Scandalo: gli anti-matrimonio gay l’hanno costretta ad annullare il suo show; mentre la sinistra, ancora una volta, faceva finta di non vedere nulla.

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Signore e signori, la visita è finita! Spero vi sia piaciuta e vi ringrazio della vostra attenzione. Come sapete, un tale centro di promozione della riproduzione artificiale dell’umano non esisterebbe senza il sostegno dei nostri partner e benefattori. Troverete, uscendo sulla vostra destra, una piccola scatola destinata a raccogliere i vostri doni. Saranno integralmente versati ad organizzazioni progressiste, di ogni tendenza, come ringraziamento per la loro lotta alla mercificazione del vivente. Una lotta che ha reso possibile, anno dopo anno, la realizzazione di un vero e proprio mercato del bambino. Grazie del vostro sostegno.

Ma vedo qualcuno che esita. Forse un turbamento? Ah, capisco, credete che la sinistra sia ancora di sinistra? Che combatta la mercificazione del mondo? Rassicuratevi, non siete i primi. Lasciate che vi spieghi.

Quasi 25 anni fa, André Gorz, giornalista, filosofo ed ecologista, osava ancora chiedere:

«Se, come è la tendenza oggi, la creazione di posti di lavoro è posta dalla classe dirigente come scopo principale, dove si fermerà la trasformazione di tutte le attività in attività retribuite che hanno la loro remunerazione come ragione e il rendimento massimo come scopo? Quanto tempo potranno resistere le fragili barriere che impediscono ancora la professionalizzazione della maternità e della paternità, la procreazione commerciale di embrioni, la vendita di bambini, il commercio di organi? […] Non stiamo già trasformando noi stessi in merce e non stiamo già trattando la vita come un mezzo tra gli altri, e non come il fine supremo che tutti i mezzi devono servire?»68

Oggi le “fragili barriere” saltano una dopo l’altra, sotto gli applausi di una sinistra che identifica il suo trionfo con quello del mercato. La mercificazione del vivente? La tendenza del capitalismo a vampirizzare ogni territorio del globo, a sottomettere ogni particella della vita umana alla legge del mercato? Tutto ciò non interessa più alla sinistra, signore. La sinistra, nel recente dibattito sulla PMA, ha assunto tre posizioni:

1. Una accettata ed entusiasta adesione al mercato dell’umano.

È, ad esempio Pierre Bergé, allo stesso tempo uomo d’affari multimilionario, militante LGBT, fondatore del giornale Têtu, sostegno finanziario di Act Up, di Vacarme, di SOS Racisme e del Partito Socialista, e co-proprietario del Gruppo Le Monde (Le Monde, Le Nouvel Observateur, Télérama):

«Non possiamo fare distinzioni nei diritti, che sia la PMA, la GPA o l’adozione. Io sono per tutte le libertà. Affittare la propria pancia per fare un bambino o affittare le proprie braccia per lavorare in fabbrica, dove è la differenza? È fare un distinguo che è scioccante69

Ignoriamo se Pierre Bergé ha mai affittato la sua pancia o lavorato in fabbrica. Ma la legittimità importa poco quando si è azionista del giornale di riferimento in Francia. E non ci stupiamo più di veder sfoggiare, da due anni, articoli e tribune in favore della fabbricazione artificiale dell’umano a tutta pagina di Le Monde.

Anche per Marcella Iacub la libertà delle donne si misura alla luce della loro sottomissione alle leggi dell’economia. La giurista liberale – libertariana sarebbe più corretto -, che moltiplica le dichiarazioni nelle trasmissioni televisive, alla radio e sulla stampa, è partigiana di una generalizzazione massiva della GPA. Liberate di questo orrore che è la maternità, le donne potrebbero consacrarsi anima e corpo alla loro carriera – in realtà, alla crescita economica – subappaltando la loro gravidanza donne il cui mestiere sarebbe di partorire per delle altre. «Si creerebbe così un numero considerevole di impieghi femminili e sarebbe un’occasione formidabile di ridistribuzione dei soldi tra i ricchi e i poveri»70 crede bene di precisare. Argomenti da far eccitare l’ex capo del Fondo Monetario Internazionale, con cui ha avuto una vantaggiosa relazione per diversi mesi71.

Sulla stessa linea, Ruwen Ogien, direttore di ricerca al Centro nazionale della ricerca scientifica (CNRS), fa parte di quei filosofi mondani, volontariamente provocatori, che hanno di ribelle soltanto il loro taglio di capelli. Sempre a favore del vento, anticipa e produce nel buon momento il pensiero di cui il sistema ha bisogno. Pubblica quasi un libro all’anno, anche lui moltiplica gli interventi sulla stampa, alla radio72 e nelle riunioni mondane73. Ispira le riflessioni del Partito Socialista sul ‘care’ e sulle teorie della giustizia74, e quelle dei ministri del governo come Najat Vallaud-Belkacem75. Con il preteso di lottare contro un paternalismo soffocante, quest’utilitarista milita per la distruzione di ciò che ancora, a malapena, protegge individui e comunità dalle devastazioni della mercificazione, tra le altre cose, la famiglia, le barriere morali, l’idea di dignità. La libertà è di poter vendere i propri organi!

«Perché dovrebbe essere vietato pensare che, grazie ai progressi della medicina, si possano considerare le parti e i prodotti del nostro corpo non più come cose quasi sacre, costitutive della nostra identità, ma come oggetti sostituibili così come un tavolo da cucina o una lavatrice? Questo punto di vista deflazionistico, che dissacra il corpo umano, i suoi prodotti, le sue parti, le sue funzioni, non è facile da difendere nel presente dibattito pubblico, poiché sembra escluso a causa della denuncia massiva del cosiddetto fenomeno di “mercificazione del corpo umano”. Eppure esso è il più coerente e il più promettente dal punto di vista delle sfide politiche e morali della bioetica76

Questa sottomissione volontaria alla mercificazione dell’umano ha almeno il merito della franchezza. Dichiara il vero progetto di questa sinistra culturale che si è costituita sulle macerie del dopo ‘68; una sinistra risolutamente moderna e liberale, che maschera da quarant’anni la lotta per la giustizia sociale con una semplice apologia della libertà individuale commerciale. È ovviamente formulata in modo troppo crudo perché i dignitari della sinistra se la riapproprino tale e quale. Nel loro elettorato ci sono ancora troppe persone che hanno una cultura politica e concezioni morali (sì Signore, è terribilmente retrogrado) che contraddicono il progetto della mercificazione totale della sinistra borghese.

Di fatto, il ruolo dei Bergé, Iacub e Ogien, è di concentrare le riprovazioni, di andare sempre oltre a ciò che la popolazione è pronta ad accettare. I dirigenti della sinistra, loro, possono fingere una saggia moderazione. «Ovviamente non si tratta di andare così lontano nella mercificazione dell’umano, ma queste persone pongono le buone domande». Preparano così le menti alla prossima tappa. Ascoltate Najat Vallaud-Belkacem, ministro dei diritti delle donne, a proposito di Ruwen Ogien:

«Un contributo originale, radicale, provocante, ma stimolante al dibattito sulla bioetica e sul nostro rapporto con il corpo (e con i soldi) nella società contemporanea. Non condivido tutte le sue conclusioni, ma penso, da molto tempo, che il suo approccio sia utile ad individuare un certo numero di false certezze e di posizioni morali, alla fine, abbastanza poco progressiste. È il ruolo di un intellettuale quello di impegnarsi così, e credo sia il ruolo di un responsabile politico quello di dargli uno spazio nel dibattito pubblico, senza schivare le domande che disturbano77

2. Denunciare la mercificazione per farla accadere.

Nel 2009, in un saggio intitolato Corps en miettes (Corpo in briciole), Sylviane Agacinski denunciava le manipolazioni del linguaggio che giustificano la mercificazione dei corpi:

«Si evita di usare il linguaggio della produzione economica o quello del mercato. Ci si guarda, ovviamente, dal parlare di merce, di clienti o di prodotti. Le remunerazioni non esistono, certo, si conoscono soltanto dei “compensi”. Ci sono, in tutto ciò, soltanto persone che hanno bisogno di aiuto (genitori che soffrono) e persone che sono pronte ad aiutare (gli intermediari e i donatori): help! è la formula magica che ritorna dappertutto. La pubblicità incitante alcuni a consumare e gli altri a fornire materiali e strumenti, funziona tanto meglio quanto assicura di avere come scopo, non il profitto, ma la generosità e l’altruismo. Non sappiamo se questa facciata sentimentale debba rassicurarci perché testimonia di un residuo d’inibizione di fronte all’entrata della “riproduzione umana” in una razionalità tecno-economica oppure se, con la sue mire manipolatrici (perché bisogna convincere le donne a dare il loro corpo), questi ritornelli commoventi e sentimentali non siano altro che l’aspetto più ripugnante dell’affare78

Con queste righe, Sylviane Agacinski denuncia il discorso delle aziende americane coinvolte nel mercato della riproduzione artificiale. Quattro anni dopo, queste stesse righe valgono anche per il discorso dei rappresentanti della sinistra – dirigenti, filosofi, eletti, di governo o di opposizione – sulla PMA e la GPA. Non contenti di nascondere la merce sotto il velo dell’altruismo, dell’uguaglianza o della libertà, questi ultimi arrivano a spacciarsi per resistenti alla mercificazione. In un contributo su Terra Nova, il think tank del Partito Socialista, Najat Vallaud-Belkacem, ancora lei, spiega:

«Riflesso di una società consumista dove ogni relazione è per natura commerciale, specchio anche di una società individualista, [gli oppositori alla GPA] ignorano soprattutto la parte di umanità e di libertà eminente che risiede indubbiamente in questo atto di generosità. […] Tra i difensori di una GPA gratuita e strettamente controllata, cioè più del 60% dei Francesi intervistati, si trovano persone responsabili che non scherzano con la mercificazione del corpo umano e ancor meno con la dignità umana […]. È perché credono ad una certa etica del dono che la nostra società ha perso di vista79

Nel romanzo 1984, George Orwell chiamava ciò il doppio pensiero:

«Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciavano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullavano a vicenda; sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo in entrambe, fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale proprio nell’atto di rivendicarla.80»

I detentori della mercificazione fanno finta di ignorare che, nel nostro mondo, lo sviluppo delle biotecnologie sarà, prima di tutto, il proseguimento della mercificazione del vivente. Nel mondo della competizione economica globalizzata, dove l’avanguardia della classe dominante è la tecnocrazia, in questo mondo dove il rapporto di forze tra il potere e i senza-potere non è mai stato così diseguale, sostenere lo sviluppo della PMA e della GPA, è sostenere il commercio degli ovuli e dello sperma, lo sfruttamento delle donne del terzo mondo, e in definitiva, il principio maestro del capitalismo secondo il quale tutto si vende e tutto si compra.

Legittimando la vendita e l’affitto del corpo umano e dei suoi prodotti, i militanti dell’economia costruiscono la base ideologica, filosofica, e (a)morale di cui le lobbies scientifiche ed economiche della riproduzione artificiale dell’umano hanno bisogno per mandare avanti la loro impresa. Queste ultime tormentano i governi allo scopo di rimuovere gli ultimi ostacoli alla riproduzione artificiale dell’umano, fino a vincere, prima o poi. Nel 2008, quando il fisco danese aveva voluto obbligare le banche del seme a rivelare l’identità dei donatori con lo scopo di tassare la loro remunerazione, Ole Schou, il direttore di Cryos Bank, aveva picchiato i pugni sulla tavola. Azioni di lobbying e minacce di delocalizzazione avevano costretto Kristian Jansen, ministro delle imposte, a tornare indietro in merito alla sua decisione. Ancora oggi, il signor Schou fustiga «questi uomini politici ciechi che non vogliono vedere la realtà dei meccanismi del mercato81

In Francia, la lobby della riproduzione artificiale dell’umano ha ben capito «la realtà dei meccanismi del mercato». Mentre organizza una continua campagna mediatica sulla bioetica e l’inquadramento della ricerca, si assicura che queste leggi non ostacolino mai la libertà dei ricercatori e quella del mercato. René Frydman, ad esempio, ne ha fatto il suo secondo lavoro. Ex membro del Comitato consultivo nazionale di etica, membro della Commissione nazionale consultiva dei diritti dell’uomo, denuncia senza tregua «la proibizione della ricerca sull’embrione eretta a dogma nel nostro paese [e che] è un freno all’innovazione82 E, quindi, alla crescita. A fronte di una penuria di donatrici e gravato dalla preoccupazione di dover assicurare la perennità del suo business, egli milita per la remunerazione del dono d’ovocita83: «Senza cadere nella posizione ultra liberale che prospera a Cipro o in alcuni paesi dell’Est, dove possiamo veder svilupparsi una forma di commercio del corpo umano su catalogo, dobbiamo uscire dal sacrosanto principio della gratuità del dono d’ovocita». Non è porco, è maiale.

3. Il silenzio e la vigliaccheria

È l’attitudine che ha predominato a “sinistra della sinistra”, quella che si rivendica “anti-liberale”, storicamente influenzata dal marxismo e meno portata alle questioni sociali. Terrorizzata all’idea di fare “il gioco dei reazionari”, o peggio, che li si accusi di farlo interrogando la PMA, la maggior parte ha rinnegato i propri ideali anti-capitalistici – quello che ne rimane – per allearsi con la sinistra liberale. È una colpa che non ha finito di pagare.

La politica, come la natura, ha orrore del vuoto. La destra cattolica ormai ha il campo libero per invadere questi territori abbandonati dalla critica. Nel dibattito in corso sulla PMA è, ahimè, a Monsignor Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi e fervente oppositore al matrimonio omosessuale, che spetta il compito di denunciare:

«una società commerciale dove tutto si compra e tutto si vende, ma dove niente vale. Potremo fabbricare dei bambini, potremo comprare dei bambini su internet, potremo metterli a disposizione di chi li vuole, ma cosa vorrà dire?»84

Siccome la sinistra l’ha abbandonata, è ormai facile affermare che ogni critica della mercificazione è necessariamente di destra e reazionaria. Ruwen Ogien ha iniziato:

«Ciò che orienta queste prese di posizione selettive e repressive, in realtà, sono spesso degli impegni conservatori o religiosi, la volontà di proteggere ad ogni costo la famiglia “normale”, cioè giovane, feconda ed eterosessuale. Ciò che significa “timore di una deriva commerciale” non è nient’altro, in questo caso, che “protezione di una certa forma di normalità”.»85

Capitolo 3

DELLA RIPRODUZIONE DEL BESTIAME UMANO

«Poiché siamo riusciti a perfezionare la razza dei cavalli, dei cani, dei gatti, delle galline, dei piccioni, dei canarini [sic], perché non dovremmo fare alcun tentativo sulla specie umana?»

Alexandre-Théophile Vandermonde, Essai sur la manière de perfectionner l’espèce humaine, 1756.

«In Francia, le ricerche sulla “riproduzione animale” sono state condotte soprattutto all’interno dell’Istituto di ricerca agronomica (INRA) e il pioniere fu il biologo Charles Thibault a cui […] riuscì la prima FIV [Fecondazione in vitro] sull’animale, negli anni ’50. Tutti i pionieri della FIV umana, in Gran Bretagna, in Australia, negli Stati Uniti, in Francia, ecc.., furono universitari, agronomi o veterinari, con esperienza di ricerca sugli animali, i medici, non avevano allora né attrattiva né competenza per queste ricerche. Certo, il mondo medico recupererà subito queste innovazioni che, a volte, aveva incoraggiato.»

Jacques Testart, Faire des enfants demain, Seuil, 2014.

Per i bovini non c’è stato bisogno di aspettare che l’inquinamento chimico sterilizzasse l’insieme dei bestiami per fare della riproduzione artificiale l’unico modo per riprodursi. A partire dagli anni quaranta, la razionalità tecnicista, che si estende fino all’agricoltura, spinge i contadini – ormai “imprenditori agricoli”, -ad adottare l’inseminazione artificiale. In pochi anni, la maggioranza ha optato per il procedimento.

«Con 5.258.136 mucche inseminate artificialmente nel 1961 (4.622.147 nel 1960, 3.964.687 nel 1959) la Francia si classifica al terzo posto nel mondo per il numero, mentre è soltanto al quinto posto per la percentuale del bestiame sottomesso a questa tecnica. […] Ottantaquattro centri di inseminazione funzionavano in Francia nel 196186».

Con l’inseminazione artificiale, tutto è talmente più semplice! Una telefonata e lo sperma è consegnato a domicilio. L’abolizione del coito tra maschio e femmina sopprime in un solo colpo anche i rischi di malattie sessualmente trasmissibili. E, soprattutto, non c’è più bisogno di mantenere un maschio all’anno, cosa vincolante e che costa troppo per le poche volte che ce ne serve (e immaginate se, in più, non lava nemmeno i piatti). Ma il vero interesse di questa tecnica è quello di migliorare il rendimento delle mandrie offrendo agli agricoltori il miglior materiale genetico. Il lavoro secolare di selezione e d’incrocio dei riproduttori, abbandonato dai contadini, è delegato ai professionisti: tecnici e biologi formati e finanziati dal nuovo Istituto Nazionale di Ricerca Agronomica (INRA). I migliori tori sono scelti in funzione della redditività attesa dai loro discendenti (produzione di latte, velocità di crescita…), e i loro semi sono venduti su catalogo. E mentre i riproduttori si perfezionano, il loro numero diminuisce. Già nel 1964:

«Il vantaggio dell’inseminazione è di permettere a tutti l’impiego di riproduttori di qualità elevata e di favorire così un rapido miglioramento della mandria. Lo stesso toro assicurerà, annualmente, dai 50 ai 60 accoppiamenti se messo in libertà con una mandria di mucche, 200 nella stalla, ma dai 3.500 ai 5.000 grazie all’inseminazione artificiale; è stato raggiunto anche un massimo di 10.000.87»

La congelazione dello sperma, che inizia negli anni ’6088, abolisce le ultime costrizioni geografiche e temporali legate al trasporto e alla conservazione della materia prima riproduttiva, e rende completamente possibile la gestione del bestiame bovino ad un livello nazionale. Il progresso genetico delle popolazioni bovine, vera sfida nella competizione economica e tecnologica mondiale, diventa ‘naturalmenteuna prerogativa dello Stato. È esso ormai che, tramite l’INRA, orienta e organizza la riproduzione del bestiame nazionale:

«[All’inizio degli anni ’60,] il ministero dell’Agricoltura accoglie i centri d’inseminazione, accoglie i programmi di test e di selezione, accoglie i tori messi alla prova e poi i tori usati sulla base di un valore genetico provato e sufficientemente preciso […] e, infine, fornisce le licenze di direttore di centro o d’inseminatore. La legge del 1966 completa questo dispositivo con la messa in campo dei controlli di prestazioni e della registrazione dello stato civile [dei bovini]. Essa prevede, soprattutto, una centralizzazione della gestione e dell’analisi dei dati corrispondenti. I calcoli degli standard di selezione sono stati affidati all’INRA, incaricato di assicurare una modernizzazione costante dei metodi di valutazione e garante, presso gli utilizzatori, dell’obbiettività dei risultati. Essa comportava, infine, un insieme di disposizioni finanziarie di accompagnamento che sono ugualmente all’origine della sua efficacia.89»

Cinquant’anni dopo, gli agricoltori francesi sono diventati dei dipendenti pubblici. Vivono soltanto di incentivi e sovvenzioni allocategli dallo Stato. In cambio delle quali adempiono alla loro missione: gestire e ottimizzare il bestiame nazionale, ormai considerato implicitamente come proprietà dello Stato. Col susseguirsi delle innovazioni – sessaggio dei semi, super ovulazione, trasferimento di embrioni nelle madri portatrici – lo Stato sostiene ed organizza una selezione sempre più spinta e razionale dei riproduttori. Prodotto degli ultimi progressi della genomica e delle biotecnologie, ecco il sequenziamento genetico dei bovini. All’INRA si entusiasmano:

«Nel 2012, il 60% delle mucche delle tre principali razze lattifere francesi è nato da tori valutati grazie alla genomica! Se prima la scelta di un riproduttore si basava sulle prestazioni della sua discendenza, oggi, si è capaci di predire il valore genetico di un animale con l’aiuto di un test realizzato su un chip a DNA che contiene decine di migliaia di marcatori. La selezione genomica permette quindi di selezionare i riproduttori in base al loro valore genetico predetto a partire dai marcatori genetici distribuiti su tutto il genoma. […] Questa selezione genomica accelera il progresso genetico informandosi sui vantaggi di un riproduttore riguardo nuovi caratteri complessi quali la fertilità, la resistenza alle malattie o la qualità dei prodotti latte e carne.90»

Con l’aggiunta: la standardizzazione delle mandrie in base a criteri di produttività industriale, a scapito dell’antica diversità delle razze animali, adattate ai climi ed ai territori.

Ogni progresso tecnologico che permette di controllare la discendenza delle mandrie si accompagna alla promulgazione di nuove norme, con le quali, lo Stato, estende la sua influenza al lavoro degli agricoltori e alla vita stessa. Semplice possibilità offerta agli agricoltori – ma non senza controparte – subito dopo la seconda guerra mondiale, il ricorso alle biotecnologie, ed in particolare alla selezione genetica, diventa obbligatorio. A partire dal 2015, la legge costringe gli allevatori francesi di capre, di pecore e di mucche a fare ricorso a riproduttori maschi certificati dallo Stato, per produrre le generazioni future. Chiamiamo questo la “via maschile” (inseminazione artificiale). Soltanto gli individui selezionati in base al loro genoma e certificati dall’amministrazione competente potranno ancora perpetuare la specie. Secondo il ministro dell’agricoltura, Stéphane le Foll:

«L’obiettivo di questo provvedimento [è] di favorire la diffusione del progresso genetico creato dagli allevatori selezionatori e attori della selezione animale. […] L’effetto atteso del provvedimento è quindi di migliorare il livello del bestiame e di garantire agli allevatori la qualità zootecnica dei maschi bovini, ovini e caprini, così come l’assenza di tare genetiche, appoggiandosi sul processo collettivo della selezione dei ruminanti.91»

Ciò che si fa agli animali, lo si fa agli umani.

***

Vi ricordate di Cryos Bank92? La più grande banca del seme nel mondo, installata nei Paesi Bassi, esporta in più di 70 paesi. Se si crede al suo sito internet, l’azienda ha permesso circa 22.000 gravidanze dal 1991. Il suo direttore si congratula:

«Un tasso di riuscita maggiore del 30%. Questi risultati sono ottenuti grazie ad una severa selezione dei donatori: soltanto uno su quattro merita, dopo analisi e selezioni, di figurare su questo catalogo che è di un genere ancora inedito in Europa, ma banale dall’altro lato dell’Atlantico.93»

Come e su quali criteri si effettua questa selezione? Ogni banca del seme ha la sua ricetta. Il sito del ministero della salute israeliano, per esempio, spiega in dettaglio il processo di selezione in vigore nelle banche del seme riconosciute dallo Stato d’Israele:

«Gli uomini che possono essere ammessi come donatori di sperma:

Il donatore è responsabile dei suoi atti e li comprende.

Solamente celibi, e non degli uomini sposati, divorziati o vedovi.

Età preferita: 18-30 anni. 

In possesso del diploma di maturità – raccomandato e, ovviamente, in possesso di una laurea. 

Non ci sono limiti riguardo la religione o l’origine.

Il donatore accetta che il suo DNA sia conservato per ulteriori test, in caso di bisogno.

Processo di selezione dei donatori:

Prima preselezione – al telefono.

Primo incontro – per una valutazione ed un esame dello sperma.

Dopo diversi esami dello sperma, compresi il congelamento e lo scongelamento, l’équipe del laboratorio decide se lo sperma del donatore è di qualità soddisfacente.

Intervista personale con il direttore della banca del seme – storia sanitaria, personale e familiare, compresi l’esame di malattie genetiche, del contesto sociale, dell’educazione, l’esame fisico, gli esami del sangue e il test della sifilide.

Dopo aver ricevuto i risultati degli esami di laboratorio, durante una riunione dell’équipe del laboratorio, dei segretari e dell’équipe medica, si svolge la valutazione del donatore, che comprende: credibilità e affidabilità, condizioni di salute, caratteristiche e apparenza, disponibilità e se la qualità del suo sperma ne fa un donatore appropriato.

Il donatore è informato del fatto che non ha diritto di fornire il suo sperma ad altre banche del seme […].

Il donatore firma un attestato secondo il quale le informazioni sanitarie che ha fornito sono vere.

Il donatore firma un attestato secondo il quale non può ricevere informazioni su gravidanze o su una nascita, e la banca del seme si impegna a rispettare per sempre la confidenzialità del donatore.

Il donatore riceve la sua controparte in denaro direttamente della banca del seme.»

Avete capito: selezionare un buon riproduttore – o una buona riproduttrice – è abbastanza semplice. Si valuta la sua prestazione in termini di fertilità. Lo sperma del maschio deve avere una concentrazione ottimale di spermatozoi. Si verificano i precedenti sanitari del candidato, come quelli dei suoi ascendenti, per diverse generazioni. Malattie, problemi psicologici, cancri, ma anche asma, allergie, depressione…bastano a definire un individuo improprio alla riproduzione. Infine e soprattutto, si selezionano i riproduttori in base a criteri che mirano ad assicurare la loro competitività sul mercato della riproduzione: livello di istruzione, QI, professione e caratteristiche fisiche (altezza, rapporto altezza-peso, colore dei capelli, colore degli occhi). Sono selezionati soltanto i candidati che corrispondono ai canoni sociali ed estetici del capitalismo e dell’industria del divertimento. Gli altri: non abbastanza istruiti – e quindi non abbastanza produttivi – grassottelli, magrolini, calvi, o non abbastanza sexy, sono esclusi del catalogo. I criteri di selezione non si ingombrano di romanzesche considerazioni sulle circostanze dell’incontro o sul misterioso gioco delle affinità tra persone. Con la riproduzione artificiale, la scelta è razionale. Dal settembre 2011 Cryos non accetta più lo sperma degli uomini con i capelli rossi94, non abbastanza redditizio sul mercato del gamete.

Questa selezione dei riproduttori è ancora troppo rudimentale per gli ingegneri della riproduzione umana. I questionari multipli, i colloqui psicologici e le visite mediche che subiscono i riproduttori in vista di essere certificati, non bastano a stroncare i rischi della natura, in particolare le malformazioni alla nascita. Un rompicapo per i fabbricanti di bambini. Come lo spiega Ole Schou, direttore di Cryos Bank:

« “È importante per noi identificare il più velocemente possibile il donatore il cui sperma ha provocato malformazioni alla nascita per limitare i danni e determinare se si tratta di malattie genetiche o postnatali”, dice. L’ideale sarebbe di fare “un esame di tutta la massa genetica” dei donatori per prevenire la nascita di bambini malformati.95»

Ciò che spera Ole Schou, è il test genetico dei riproduttori umani. Sì, come per gli animali! «È una missione impossibile oggi», aggiungeva nel 2009. Quattro anni più tardi, il sequenziamento del genoma è alla portata di chiunque. Siti Internet, come 23andme.com, finanziato da Google, propongono ai privati di sequenziare il loro DNA per qualche centinaio di dollari96. Grazie a delle aziende come DNAvision, leader europeo del sequenziamento DNA diretto alla medicina e alle biotecnologie, (e presieduta da Laurent Alexandre, di cui avremo l’occasione di riparlare), il sogno di Ole Schou diventerà presto realtà.

Triste condizione degli animali umani. Per rimediare alla sterilità che il flagello chimico infligge loro, sempre più uomini e donne devono sottomettersi alla riproduzione artificiale. Per rispondere alla loro domanda, aziende private si incaricano di selezionare all’interno del bestiame umano i migliori riproduttori: i fortunati che hanno ancora il privilegio di possedere sperma e ovuli funzionali e che, per di più, corrispondono al meglio alle norme sociali, culturali ed estetiche della tecnocrazia globale. Lo faranno con strumenti tecnologici sempre più potenti. Giustificata primariamente con la necessità di evitare le malformazioni infantili e le malattie ereditarie, la selezione genetica dei riproduttori sarà presto sistematizzata. Determinerà un numero sempre maggiore di caratteristiche legate non soltanto alla salute, ma anche al fisico, addirittura all’intelligenza ed ai tratti del carattere (i quali non dipendono esclusivamente dai nostri geni).

Soltanto i riproduttori eletti in base a questi criteri saranno autorizzati de facto a trasmettere il loro patrimonio genetico al gregge futuro. E nello stesso modo in cui un toro può generare centinaia di migliaia di vitelli, negli Stati Uniti lo stesso uomo può oggi generare più di 150 figli97. Il film Starbuck, nel quale David Wosniak, simpatico loser che ha fatto molti doni di sperma per guadagnare soldi facili, si scopre padre di più di 500 figli, è soltanto un’anticipazione. In Danimarca, siccome al momento la legge limita a 15 il numero di bambini per venditore di sperma, Cryos Bank aggira questa legge esportando all’estero. Molti dei suoi fornitori sono già padri di più di un centinaio di bambini98.

Le pecore umane si sono ridotte a scegliere su catalogo, tra qualche centinaio di Barbie e di Ken preselezionati, standardizzati e certificati, i genitori biologici dei loro futuri figli.

***

Tuttavia, in base all’opinione stessa degli specialisti in riproduzione artificiale, la selezione dei riproduttori non è abbastanza efficace. Per Jacques Testart, biologo che ha dedicato la sua carriera allo sviluppo della riproduzione artificiale umana:

«Non è selezionando dei “genitori” che si potrà ottenere nella generazione seguente, e neanche in quelle successive, degli individui di migliore qualità, e questo per ragioni che riguardano le lotterie successive che precedono la concezione di un bambino.99»

Cioè: i migliori riproduttori possono dare dei cattivi risultati. Selezionare i fornitori di materia prima riproduttiva non basta più. La selezione deve ormai operarsi sugli embrioni.

Esistono due metodi. Il primo, la diagnosi prenatale (DPN), consiste nello scoprire in utero, con ecografia, amniocentesi o, più recentemente, tramite test genetici, alcune caratteristiche dell’embrione o del feto. In caso di caratteristiche indesiderabili, la selezione si effettua con l’aborto. In Francia, i medici sono tenuti, nel corso della gravidanza, a proporre lo screening della trisomia 21 ai futuri genitori. L’aborto è scelto nel 97% dei casi in cui viene rivelata. La DPN non serve unicamente a selezionare i bambini immuni da malattie genetiche. Permettendo la selezione degli individui nascituri in base a criteri sociali e culturali, la DPN, associata all’aborto, costituisce un primo passo verso l’eugenismo. Ricordate: in Asia, la possibilità di conoscere il sesso dei bambini molto prima della loro nascita ha permesso, da decine di anni, l’aborto massivo dei feti femminili – quando le bambine non sono semplicemente uccise alla nascita. «In totale, da una trentina d’anni, circa 150 milioni di donne non sono nate100.» Questo ci dà la misura di ciò che permette la DPN. Avete detto eugenismo? Non avete ancora visto niente. Esso è ormai rimpiazzato da un metodo molto più efficace nella selezione delle future generazioni: la diagnosi pre-impianto (DPI).

Ricordatevi. Durante una fecondazione in vitro, si fa subire alla donna una stimolazione ovarica al fine di raccogliere più ovuli (una decina circa). Questi ultimi vengono poi messi in una provetta in cui sono fecondati al contatto con lo sperma, per produrre degli embrioni. La DPI consiste nel testare, in provetta, il genoma di ciascuno degli embrioni così creati, allo scopo di scegliere quale impiantare nell’utero della futura madre – o della madre portatrice, dipende dai casi. Tecnicamente, i criteri di selezione sono gli stessi usati per i riproduttori: assenza di malattie ereditarie o d’infermità, ma anche sesso del bambino, caratteristiche fisiche e intellettuali.

Notate che qui non è questione di manipolazioni genetiche o di qualche altro processo spettacolare. Gli embrioni testati contengono soltanto il materiale genetico dei due genitori. I promotori della riproduzione artificiale dell’umano si affrettano a brandire questo argomento per rassicurarci. Tuttavia, la DPI demoltiplica la potenza eugenistica della diagnosi prenatale. La selezione non si opera più in modo negativo, facendo ricorso ad un aborto. Si effettua prima della gravidanza, della quale migliora le possibilità di riuscita selezionando gli embrioni in condizioni migliori. La potenza eugenistica della DPI risiede soprattutto nel fatto che si esegue su un effettivo multiplo: non si testa più un unico embrione, ma una decina, al fine di selezionare “il migliore”.

La sfida per i mercanti di bambini è ora di allargare il numero di embrioni da proporre alla scelta dei genitori. Esattamente, ricerche condotte attualmente sulle cellule staminali permetterebbero, in un vicino futuro, la produzione di ovuli in quantità illimitata101. È quindi su migliaia di embrioni che la DPI del futuro porterà, accrescendo così, altrettanto, le esigenze dei clienti. Si è meno scrupolosi davanti ad una decina di embrioni quando se ne hanno migliaia a disposizione.

Ci rendiamo conto che un tale privilegio non saprebbe essere riservato alle sole coppie sterili. Non appena il ricatto medicale e la lamentela per il diritto al bambino resero accettabile la FIV per le coppie sterili, quest’ultima perse il suo aspetto strettamente medicale. Negli Stati Uniti e nei paesi in cui è autorizzata, sempre più coppie perfettamente fertili – e ricche – scelgono ormai la fecondazione in vitro con il solo ed unico scopo di fare ricorso alla DPI, e di garantire così alla loro discendenza il migliore potenziale genetico.

«Rendendo possibile la selezione degli embrioni in base a criteri genetici, la DPI ha aperto la strada a una medicina di compiacimento che mira a soddisfare un fantasma vecchio come il mondo: quello del bambino perfetto.

Il 42% delle cliniche americane, che ammettono attualmente di realizzare delle DPI per motivi non medicali, ci ricordano che siamo già ben lontani dall’onorevole vocazione primaria di questa innovazione tecnica, che consisteva nel far nascere un bambino esente da una malattia genetica grave, ereditata dai suoi genitori.

Delle coppie benestanti spendono cifre astronomiche per poter scegliere il sesso del loro futuro bambino grazie alla DPI! D’altronde, alcuni paesi, come la Gran Bretagna, hanno già esteso le indicazioni della DPI alla ricerca di predisposizioni ad alcuni tipi di cancri (seno, colon…), nonostante le forme più frequenti di queste malattie non siano ereditarie! Lo stesso per lo strabismo, la malattia di Alzheimer, l’artrosi, che fanno già parte delle “affezioni” ricercate dalla DPI in Gran Bretagna…Non è impossibile, in un futuro molto più vicino di quello che sembra, che le cliniche di procreazione si lancino in una pericolosa spirale proponendo ai ricchi genitori di scegliere un bambino “à la carte” in base a criteri genetici sempre più lontani dalle prerogative mediche della DPI: quoziente intellettivo, colore degli occhi, attitudine allo sport, predisposizione all’obesità e, perché no, resistenza all’HIV? Albert Cohen, eminente specialista nell’assistenza medica alla procreazione, lancia l’allarme dicendo: Nei prossimi dieci o vent’anni, saremo capaci di passare al vaglio ogni embrione umano per tutte le anomalie cromosomiche numeriche ma anche per numerose affezioni genetiche […]. In un futuro differito, si dovrebbero poter identificare diversi tratti genetici come l’altezza, la calvizia, l’obesità, il colore dei capelli e della pelle e anche il QI…”102»

Con la DPI, le maledizioni che sono, su scala individuale, la ricerca del bambino perfetto e, su scala collettiva, il miglioramento della specie umana, diventano realtà. Mai nella storia le élite avevano disposto di un tale potere. Ecco i semenzai capaci di decidere dei nostri destini genetici, di diventare “protagonisti dell’evoluzione”, di “giocare a dio”, secondo il filosofo tedesco Jürgen Habermas103. In un vicino futuro, la fecondazione in vitro diventerà, almeno per i ricchi, la maniera normale di fare figli. Non soltanto perché papà e mamma non potranno più procreare in modo autonomo, ma perché potranno così scegliere la migliore soluzione genetica per il loro erede.

Kevin Warwick, apostolo del transumanesimo e professore di cibernetica all’università di Reading in Inghilterra, ve l’aveva detto dieci anni fa:

«Coloro che decideranno di restare umani e che rifiuteranno di migliorarsi avranno un serio handicap, saranno una sottospecie e formeranno gli scimpanzé del futuro.104»

Coloro che rifiuteranno di selezionare il genoma dei loro figli sceglieranno consapevolmente di far nascere degli scimpanzé. Ciò che era presentato come una libertà diventerà presto un’ingiunzione, una costrizione sociale alla quale nessuno potrà sottrarsi. I refrattari saranno trattati da reazionari – tanto vale usare le candele! -, prima di diventare dei criminali. Perché, avendo i mezzi tecnici per preservarli, avranno fatto correre il rischio ai propri figli di essere handicappati, di soffrire di una malattia ereditaria, o di non essere così fotogenici come le star delle riviste. «Presto sarà un peccato dei genitori quello di avere un figlio che porta il fardello di un disordine genetico», spiegava Robert Edwards, pioniere della riproduzione artificiale dell’umano e premio Nobel della medicina105. L’associazione transumanista francese minaccia già:

«Quando la scelta è possibile, non scegliere/agire è anche una scelta con la responsabilità che ne deriva. I genitori non “nuocciono” ai loro figli mettendoli al mondo con degli handicaps. Se un bambino ha la possibilità di avere una vita ricca e bella è una buona cosa averlo messo al mondo. Ma se qualcuno avesse potuto rendere la sua vita più facile, se non migliore, e non l’ha deliberatamente fatto, come definirlo?106»

***

Jacques Testart è conosciuto per aver fabbricato con René Frydman il primo bambino in provetta in Francia. Come tutti i ricercatori specializzati nella riproduzione artificiale umana, si è prima fatto le ossa sugli animali, le mucche, in questo caso. Negli anni ‘60, entra all’INRA:

«La missione che mi fu affidata dall’istituto Nazionale della Ricerca Agronomica era di accelerare l’efficienza di selezione delle mucche da latte, aumentando la discendenza delle produttrici migliori. Grazie a metodi di “super-ovulazione”

attraverso stimolazione delle ovaie con ormoni, facevo produrre diversi ovuli per ciclo (la mucca produce, normalmente, soltanto un ovulo ogni tre settimane). Dopo l’inseminazione artificiale con lo sperma di tori selezionati, dieci, venti, o trenta embrioni, supposti di alta qualità genetica, erano presenti nell’utero, troppo numerosi per sopravviverci tutti. Perfezionai quindi tecniche per estrarre gli embrioni, tramite lavaggio dell’utero, e per trapiantarli nella matrice di mucche comuni (“madri portatrici”), dove si sarebbero sviluppati fino alla nascita.107»

Ma Testart è un scienziato con – cattiva – coscienza:

«È soltanto nel momento in cui ho ottenuto il primo successo, nel 1972, che ho realizzato l’assurdità di ciò che avevo compiuto: l’Europa soffriva di eccedenze di latte ben prima della mia implicazione in questa ricerca…[…] Si trattava già di mettere avanti la competitività senza preoccuparsi della disoccupazione, del malessere, della desertificazione delle campagne. Si trattava di mettere la ricerca al servizio di fantasmi economici (e di interessi particolari reali) piuttosto che al servizio dell’uomo. Forte di questa lezione inaugurale sul ruolo della scienza optai, nel 1977, per la ricerca medica, la quale doveva essere al di sopra di tali bassezze.108»

Occorsero quindi cinque anni a Testart per abbandonare questo compito che giudicava così assurdo. E non lo fece per andare ad allevare capre in Ardèche. Una cosa è avere convinzioni – o scrupoli?- un’altra è rinunciare ad una promettente carriera. Sfruttando la sua esperienza sugli animali, Testart raggiunge quindi l’INSERM, dove diventa direttore di ricerca.

Per trent’anni egli contribuisce al perfezionamento delle tecniche chiave della riproduzione artificiale dell’umano: fecondazione in vitro, congelazione dell’embrione, FIV con iniezione diretta dello spermatozoo. Tante trovate che gli valgono gli onori: Ordine del merito nel 1983, Premio scientifico della città di Parigi nel 1990. Molto presto, comprende che per alleggerire la sua coscienza e proseguire i suoi lavori in tutta tranquillità, deve esprimere pubblicamente delle reticenze. Da qui le numerose opere nelle quali, per anni, condanna, come se egli non c’entrasse niente, le applicazioni dei suoi propri lavori. Testart bada a non nominare mai i suoi colleghi francesi. Sicuramente teme che, stanchi di essere denunciati da colui che fa il loro medesimo lavoro, non lo rimandino alle sue contraddizioni.

Avendo così dedicato tutta la sua carriera a creare e perfezionare la fecondazione in vitro, il biologo si commuove oggi per le possibilità terrificanti che permette la DPI. Nel suo ultimo libro intitolato Faire des enfants demain (Fare dei figli domani), denuncia «l’eugenismo molle e democratico» reso possibile con la DPI:

«Oso affermare che l’eugenismo sia alla sua nascita e ipotizzo che non sia arrivato per caso.109»

A ragione! È stato lui a permetterlo. Abbiamo capito, la DPI è inseparabile dalla fecondazione in vitro. È la FIV che rende possibile la DPI, mettendo l’embrione a portata di mano del biologo e dei suoi test genetici. La DPI, in cambio, migliora le possibilità di riuscita della FIV permettendo di impiantare nell’utero soltanto gli embrioni più sani. Come rifiutare questa scelta a una donna che ha avuto tre o quattro gravidanze abortite?

Colmo di falsa coscienza, Testart lo ammette a fior di labbra:

«Il trasferimento in utero del “migliore embrione” aumenterebbe il tasso di parto anche dopo il trasferimento di uno solo di essi, evitando le gravidanze multiple […]. Un argomento supplementare per la generalizzazione della DPI!»

Una volta ammesso il principio della fecondazione in vitro, è non solo illusorio ma anche disonesto pretendere di opporsi alla DPI. Testart persiste comunque:

«Capitemi bene, non sono ostile ai tentativi di far evolvere la FIVET iniziale se è per aumentarne l’efficienza e/o diminuirne i rischi e le schiavitù.»110

Riferendosi continuamente a Ivan Illich, Testart dovrebbe capire che la FIV esige un armamentario tecnologico e non ha niente di una tecnica “conviviale”, cioè controllabile da una piccola comunità umana, limitando la sua dipendenza al sistema tecnico, ed emancipatrice.

Durante tutta la sua carriera, Testart non ha smesso di denunciare ciò che faceva, e di fare ciò che denunciava. Negando le sue contraddizioni e i suoi errori, persistendo nel difendere la FIV mentre denunciava la DPI, pretende, oggi, di opporsi all’eugenismo rivendicando che il numero dei criteri genetici esaminati nel quadro di una DPI sia limitato ad uno solo. Uno solo? Perché non due? Tre? La «controperizia cittadina» è una resa permanente.

***

Pesci d’acquario fosforescenti, e di diversi colori. Maiali a crescita ultra veloce – ma che muoiono dopo un anno. Conigli e capre di cui il latte serve come medicine. Mosche portatrici della febbre gialla e della dengue, e dalla discendenza non vitale. Pecore dalle qualità nutrizionali migliorate111. Topi super resistenti capaci di correre chilometri senza fermarsi112… Ecco i risultati di ricerche che brillanti scienziati conducono, oggi, in tutto il mondo. Questi caratteri così particolari non sono stati ottenuti con un lavoro di selezione genetica. Hanno origine dalle manipolazioni del genoma, con l’aggiunta, la modificazione o la soppressione di alcune sequenze di DNA, di alterazioni trasmesse alla generazione seguente.

Meno mediatizzate degli OGM, le ricerche sulla manipolazione genetica degli animali aveva inizio una trentina di anni fa. Dagli anni 2000, i primi AGM – animali geneticamente modificati – premono dietro le porte dei laboratori, pronti ad invadere le fattorie, i campi, le foreste e i nostri piatti.

«Il salmone AquAdvantage®, dell’azienda americana Aquabounty Technologies situata nel Massachusetts, è dal 2010 in corso di valutazione da parte della Food and Drug Administration (FDA), l’agenzia americana per la salute. Questo pesce transgenico ha la capacità di crescere due volte più velocemente di un salmone d’Atlantico classico. Può arrivare sul mercato in 16 o 18 mesi, invece dei 3 anni abituali.

La ricetta? Prelevare, sul salmone chinook del Pacifico, il gene che produce un ormone di crescita e modificarne l’espressione con l’aiuto di un gene antigelo presente nell’anguilla di roccia americana. Integrare il tutto nelle uova di salmone d’Atlantico che, normalmente, produce l’ormone di crescita soltanto quando si trova nelle acque calde. La versione transgenica lo secreta tutto l’anno, e quindi accelera la sua crescita. […]

L’autorizzazione di questo salmone sarebbe soltanto questione di qualche mese. E questo aprirebbe una breccia, poiché altri animali geneticamente modificati aspettano di essere messi sul mercato, come il maiale Enviropigs, di cui gli escrementi meno ricchi in fosfati sono più rispettosi dell’ambiente, o le galline che non trasmettono l’influenza aviaria.113»

Secondo uno studio dell’INRA:

«È possibile agire con la trans-genesi sulla qualità del latte di mucca, per esempio, per rendere la sua composizione più compatibile con l’alimentazione del neonato, per “maternizzarlo” ancora meglio rispetto a ciò che è realizzato attualmente, o per renderlo più digeribile agli adulti. È sicuramente uno dei settori nei quali l’ottenimento di animali di fattoria transgenici si realizzerà per prima cosa.114 […]»

Selezionare, in base al loro genoma, la totalità dei riproduttori del bestiame nazionale non bastava quindi ad assicurare la redditività del gregge né ad offrire sbocchi ai biologi e ai genetisti. La tappa successiva, nella corsa in avanti economica e tecnologica, è la modificazione genetica degli animali. E indovinate? Quello che si fa agli animali, si fa agli esseri umani. Questa volta, non sono io che lo dico, ma Miroslav Radman. Questo biologo di origine croata, membro dell’Accademia francese delle scienze, direttore di ricerca all’INSERM e professore all’università Paris-Descartes, ha ricevuto la Légion d’honneur nel 2012 «in riconoscimento della sua opera scientifica eccezionale nell’ambito della biologia molecolare115». Un curriculum di cui non va poco fiero, a vedere dal numero di foto di se stesso che pubblica sul suo sito internet. Nel 2004 spiegava:

«[Nel 2002] dei ricercatori spagnoli hanno ottenuto un topo transgenico resistente al cancro. Hanno inserito in alcune cellule staminali riproduttrici una o due copie supplementari di un gene conosciuto nei mammiferi per essere implicato nella resistenza al cancro, il gene P53. […] I topi transgenici spagnoli resistono ai cancerogeni chimici e alle radiazioni. […]

Fra vent’anni, cent’anni, la questione dell’uomo transgenico sarà posta. E non solo per il cancro. Per l’AIDS, la malaria, la tubercolosi. Poiché esistono, nell’immensa diversità genetica umana, individui che resistono a queste malattie in quanto possiedono una variante di gene particolare, rara. Potremmo immaginare di costituire un pool di queste preziose varianti e metterlo a disposizione del più grande numero. Vieteranno di farlo? Abbiamo visto un bambino chiedere il conto al corpo medico per il pregiudizio di essere nato handicappato. Quando avremo i mezzi per prevenire le malattie, con quale diritto potremo rifiutare questa prevenzione?116»

Il megalo-biologo ha visto giusto. Tranne per il fatto che la questione dell’umano geneticamente modificato si sia posta prima del previsto. Tre anni dopo le sue previsioni, un’équipe di ricercatori del Center for Reproductive Medicine and Infertility di New York creava il primo embrione geneticamente modificato. Secondo la rivista americana alla moda Wired:

«Diretti da Nikica Zaninovic, dei ricercatori della Cornell University hanno aggiunto una proteina verde fosforescente a un embrione proveniente da una fecondazione in vitro. Hanno distrutto l’embrione cinque giorni più tardi. Si tratta del primo caso documentato di modificazione genetica di un embrione umano.

Se tali embrioni fossero autorizzati a svilupparsi, le modificazioni genetiche – che sarebbero permanenti e trasmesse alle future generazioni – potrebbero prevenire alcune malattie.117»

E, lucido, il giornalista precisava:

«Tali modificazioni potrebbero anche essere usate per altri motivi – apparenza fisica, prodezze intellettuali, personalità.118»

Il meccanismo sarà lo stesso utilizzato per la FIV e la selezione genetica degli embrioni. Non appena il ricatto medicale avrà reso accettabile la modificazione genetica degli embrioni, e quindi la creazione di esseri umani geneticamente modificati «a fine terapeutico», la tecnologia smetterà di essere esclusivamente medica. Sotto la pressione delle aziende che avranno fiutato una fonte di profitto straordinario, i miglioramenti genetici avranno come scopo, non più di evitare tare, malattie e malformazioni ai neonati, ma di renderli migliori: più belli, più alti, più sportivi, più intelligenti… Migliori degli umani – imperfetti per natura – cioè sovra-umani. Superando l’umano, questo essere sorpassato, cioè post-umani.

Se non avete passato gli ultimi dieci anni in fondo ad una grotta in Ardèche, avete già sentito parlare del transumanesimo. Quest’ultimo dedica un odio senza nome all’umano, alla sua corporeità, alla sua finitudine, a tutto ciò che lo imprigiona nel mondo fisico, biologico – a tutto ciò che lo rende umano, alla fine. Il transumanesimo è, prima di tutto, un antropofobia. L’umanità, per esso, deve essere superata, trasformata, migliorata. Le tecnologie convergenti (NBIC: nanotecnologie, biotecnologie, informatica e scienze cognitive) forniscono gli strumenti per questo «miglioramento»: impianti bionici bio-tecnologici – intelligenza artificiale e, naturalmente, miglioramento genetico degli embrioni.

Nato negli anni ’50 negli Stati Uniti, il transumanesimo non è più la setta degli anni ’90 che raggruppava un pugno di illuminati. In questi ultimi dieci anni si è imposto nel dibattito pubblico come una forza maggiore. I suoi rappresentanti oggi occupano dei posti all’interno delle più grandi ditte tecnologiche mondiali e dei più grandi campus americani. Molto di più di una corrente di pensiero, il transumanesimo è la religione tacita della tecnocrazia – più precisamente delle sue avanguardie. Orienta già i programmi di ricerche che avranno conseguenze dirette, e funeste, sulle nostre vite. Lobby organizzata, gode ormai del sostegno di Google. Laurent Alexandre, chirurgo-urologo, fondatore del sito Doctissimo, milionario dopo la rivendita di quest’ultimo, fondatore di DNA Vision, cronista al giornale Le Monde, habitué dei media, è, in Francia, uno dei principali porta-voce del transumanesimo (anche se non lo ammette mai):

«Oggi Google è diventato uno dei principali architetti della rivoluzione NBIC e sostiene attivamente il transumanesimo, tra l’altro, patrocinando la Singularity University che forma gli specialisti dei NBIC. Il termine Singularity indica il momento in cui la mente umana sarà superata dall’intelligenza artificiale, che dovrebbe crescere esponenzialmente a partire dall’anno 2045. Ray Kurzweil, il “papa” del transumanesimo, dirige di persona questa università. Questo specialista dell’intelligenza artificiale è convinto che le NBIC permetteranno di ritardare la morte in modo spettacolare a partire dal XXI secolo. È stato assunto da Google come capo ingegnere per fare del motore di ricerca la prima intelligenza artificiale della storia.119»

In Francia, un’associazione francese transumanista, Technoprog, ha iniziato a farsi notare, partecipando agli Stati generali della bioetica nel 2009. Presieduta da Marc Roux, ex professore di storia e militante della sinistra di sinistra, sostiene, ovviamente, la selezione e il miglioramento genetico degli embrioni, allo scopo di migliorare la specie umana. La sua influenza è però molto minore di quella degli scienziati in vista. Se pochi tra di loro lo rivendicano, molti ricercatori francesi importano in Francia le idee dei transumanisti americani. È il caso di Laurent Alexandre o di Miroslav Radman. Nella sua ultima opera, quest’ultimo giustifica così il ricorso al miglioramento genetico dell’umano:

«Alla fine, come esempio degli esercizi utili per i comitati di etica, ecco una questione che mi pongo. Soltanto due secoli fa, la metà dei bambini non sopravviveva al proprio decimo compleanno. L’altra metà sopravviveva, nella stessa famiglia. Quindi, ora che questa mortalità infantile è stata quasi eliminata nei paesi relativamente ricchi, la selezione naturale – e crudele – non “purifica” più il patrimonio genetico dalle sue debolezze genetiche.»

E conclude:

«Soltanto un miglioramento umano del proprio genoma (sì, con la modificazione genetica) potrà rimediare, a lungo termine, alla degradazione probabile o ineluttabile del suo patrimonio.120»

Miroslav Radman fa parte di quegli studiosi che rompono i tabù oscurantisti e retrogradi. Per giustificare le loro ricerche, succhiare dei finanziamenti pubblici, e imporre i loro fantasmi di onnipotenza, riabilitano, sotto l’apparenza del progressismo tecnologico, la mostruosità eugenista: odio per la decadenza della specie, purezza genetica, miglioramento e avvento di una specie superiore. Proseguono così l’opera dei loro predecessori. Alexandre Théophile Vandermonde, filosofo, matematico e chimico, nel 1756:

«I vegetali, fiduciosi nella loro specie, si sono moltiplicati senza imbastardirsi; gli animali, asserviti ad una meccanica semplice, a leggi sempre uguali, si sono riprodotti senza degenerare; l’uomo è l’unico che si è allontanato del suo primo stato indebolendo la sua conformazione naturale, e alterando tutti i tratti della sua impronta originaria. […] Il nostro corpo langue, si indebolisce, e perde le belle proporzioni che ha ricevuto dalla natura. La nostra ragione si oscura, il nostro spirito si irrita, e non ritroviamo più nell’uomo il capolavoro del Creatore.121»

Charles Richet, premio Nobel della medicina nel 1914:

«Creeremo tra le razze che popolano la terra una vera aristocrazia, quella dei bianchi, di razza pura, non mischiata con i detestabili elementi etnici che l’Africa e l’Asia introdurrebbero tra di noi.122»

James D. Watson, premio Nobel della medicina nel 1962:

«Bisognerà che alcuni abbiano il coraggio di intervenire sulla stirpe germinale senza essere sicuri del risultato. In più, e nessuno osa dirlo, se potessimo creare degli esseri umani migliori grazie all’aggiunta di geni (provenienti da piante o animali), perché farne a meno? Dove è il problema?123»

***

L’eugenismo è, per prima cosa, un’ideologia scientifica, sistematizzata nel XIX secolo da Sir Francis Galton, cugino di Charles Darwin, che la definiva così:

«Scienza del miglioramento della razza, che non si limita assolutamente alle questioni di unioni giudiziose, ma che, particolarmente nel caso dell’uomo, si occupa di tutte le influenze suscettibili di dare alle razze meglio dotate un più gran numero di possibilità di prevalere sulle razze meno buone.124»

Etimologicamente, l’eugenismo è «l’arte di generare bene»125. Si è realizzato all’inizio del XX secolo, in seno alle democrazie liberali. Negli Stati Uniti, per esempio, numerosi furono gli Stati che imposero la sterilizzazione forzata dei malati mentali, degli alcolisti e dei criminali126. Misure simili furono applicate nel Regno Unito e in Svezia.

Ma è in Germania, negli anni Trenta, che l’ideologia eugenista si attualizza nel modo più terribile. Il terzo Reich impone la sterilizzazione o lo sterminio degli handicappati, degli alcolisti, degli omosessuali, delle persone affette da alcune malattie, degli ebrei e degli zingari. Questo eugenismo “negativo”, che procede con l’eliminazione degli indesiderabili, si accoppia con un eugenismo “positivo”, che mira alla creazione di una razza superiore all’interno delle genealogie umane:

«Fu un progetto terrificante, inverosimile, inedito nella storia dell’umanità. Nome in codice: Lebensborn. Tra il 1935 e il 1945, i nazisti hanno tentato di creare una “razza superiore di germani nordici”. Per questo, le SS avevano aperto delle maternità molto particolari in cui, dopo aver subito una “selezione razziale”, delle donne, incinte di un SS o di un soldato tedesco, partorivano dei bambini “perfetti”, biondi, dagli occhi blu. I bambini potevano essere abbandonati nel Lebensborn per essere poi adottati da famiglie dette “modello”. Circa 20.000 bambini sono nati nell’ambito di queste maternità SS.127»

Dopo la guerra, gli orrori perpetrati dal regime nazista discreditano l’eugenismo. Il soggetto diventa tabù e le misure eugeniste sono abolite ovunque nel mondo, ad eccezione di alcuni paesi come la Svezia, dove sono mantenute fino al 1976. Il primato della dignità umana è iscritto nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948:

«Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo […]:

Articolo 1: Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti.128»

Le più belle dichiarazioni non pesano mai molto di fronte ai poteri del mercato e all’infatuazione tecnologica. Secondo Marx, la filosofia, la morale e la cultura di un’epoca (la sovrastruttura) sono il prodotto più o meno determinato dell’economia, della tecnologia e dei rapporti di produzione (l’infrastruttura). Ad ogni modo, mentre lo sviluppo delle biotecnologie rende possibile la selezione e la manipolazione genetica delle future generazioni, (ed essendo inteso che apre nuove prospettive di crescita e di espansione al Capitale), l’unanimità filosofica che condannava l’eugenismo del dopoguerra si spacca. Man mano che guadagna in potenza, la tecnocrazia, avanguardia della borghesia all’epoca del capitalismo tecnologico, impone le sue idee alla società – integralismo scientista e tecnologico, confusione tra progresso tecnologico e benessere sociale e umano, odio della natura e antropofobia, disprezzo dei limiti biologici e naturali – e riabilita l’eugenismo sotto una forma cosiddetta “liberale”.

I più ferventi partigiani della riproduzione artificiale dell’umano si reclutano tra gli scienziati e gli universitari. Medici, biologi, genetisti da un lato, “accettologhi” – filosofi, etici, giuristi, sociologi – dall’altro, si chiamano Laurent Ségalat, Miroslav Radman, René Frydman, Jacques Testart, Henri Atlan, Ruwen Ogien o Laurent Alexandre. Moltiplicando gli interventi mediatici conducono, da anni, un’offensiva ideologica di grande ampiezza. I loro disaccordi di facciata servono soltanto a mascherare il loro accordo di fondo sull’ineluttabilità del fenomeno e abituano così le menti alla riproduzione eugenista del bestiame umano. Sentendo il vento in poppa, avanzano con una fredda sicurezza. Ascoltate Laurent Alexandre:

«Stiamo entrando nell’universo dell’eugenismo 2.0 – una bomba etica che passa inosservata. Sarà un eugenismo liberale, non statalista. Ma ugualmente un eugenismo… […]. Siatene persuasi: la manipolazione del vivente è appena iniziata. […] Niente fermerà questo movimento. La generazione del baby-boom sta per diventare la generazione Alzheimer. Credetemi, nei prossimi quindici anni essa dirà di sì agli impianti elettronici, sì alle cellule staminali, sì alle terapie geniche. Accetterà tutte le trasgressioni biologiche. Con la diagnosi prenatale, faremo, domani, altrettanto con le altre patologie…129»

In questa lotta per l’asservimento tecnologico, ogni argomento è buono. Tra i più fallaci, quello secondo cui praticheremmo già alcune forme di eugenismo e che, avendole accettate, dovremmo accettare anche le successive. Lo stesso Laurent Alexandre:

«E dopo, come si impedirà ai genitori di preferire figli con gli occhi blu o più dotati della media? Lo studio del cablaggio neuronale del feto permetterà di conoscere le varianti genetiche che favoriscono l’intelligenza. I genitori potranno essere tentati di sopprimere i feti con potenziale intellettuale limitato. Ma non è ciò che facciamo già in Francia: in trent’anni abbiamo quasi “sradicato” la trisomia 21. È più immorale che abortire per convenienza personale?130»

Laurent Ségalat non dice cose diverse quando spiega, nel suo ultimo libro, che l’educazione, ma anche la trasmissione del nome, del cognome, o del mestiere di padre in figlio costituisce già una forma di clonazione sociale. Poiché accettiamo già questa clonazione sociale, perché non dovremmo accettare anche la clonazione riproduttiva?131

Altri sottolineano lo straordinario accrescimento delle libertà individuali che apporterebbe questo nuovo eugenismo. Così il bioetico Nicholas Agar, autore di Liberal Eugenics: In Defence of Human Enhancement132:

«Mentre gli eugenisti autoritari vecchia maniera cercavano di produrre cittadini a partire da un solo e unico stampo rispondendo al progetto del centro politico, la marca distintiva del nuovo eugenismo liberale è la neutralità dello Stato. L’accesso all’informazione, portando su un completo ventaglio di terapie geniche, permetterà ai genitori promotori di ricercare i propri valori nella scelta dei miglioramenti voluti per i loro futuri figli. Gli eugenisti autoritari sopprimevano le libertà ordinarie di procreazione. I liberali, al contrario, propongono di estendere radicalmente queste stesse libertà.133»

Ciò che sfugge a questa mente illuminata, è che la libertà di scegliere il proprio figlio sarà soltanto quella di sceglierlo su catalogo. Una libertà da consumatore, ridotto alla scelta tra modelli preselezionati, standardizzati e migliorati da grandi gruppi industriali – pubblici, semi-pubblici o privati, poco importa.

La selezione si opererà secondo due tipi di criteri. Il primo sarà l’adeguamento alle normi sociali, economiche ed estetiche del capitalismo e dell’industria del divertimento. Saranno scelti soltanto gli embrioni che garantiscono prodotti sani, standard, funzionali e sfruttabili sul mercato del lavoro. In seguito i futuri genitori eserciteranno tutta la loro libertà di consumatori. La distinzione consisterà nel colore degli occhi, dei capelli, la forma del viso. Seguirà le mode e tendenze del momento. Quest’inverno, scegliete il moro tenebroso.

Per James J. Hughes, sociologo e bioetico americano, ex direttore esecutivo della World Transhumanist Association, la libertà eugenista è, prima di tutto, quella delle donne:

«È lo stesso dibattito che per l’aborto. Se pensate che le donne abbiano il diritto di controllare i loro propri corpi, allora dovrebbero avere il diritto di fare questa scelta. Non dovrebbe esserci nessuna legge limitante il tipo di bambino che le persone fanno, tranne se è provato che potrebbero ferire questo bambino, o causare un torto alla società.134»

Libertà dei consumatori liberi su un mercato libero e concorrenziale. Totale servitù dell’oggetto di consumo selezionato, manipolato, prodotto su misura e comprato. Quest’oggetto, è un bambino. Il diritto di proprietà comprende l’abusus, la possibilità di disporre di un oggetto, vendendolo, modificandolo, e anche distruggendolo. Se l’oggetto è consegnato a sproposito, la libertà del consumatore è quindi di poterlo sopprimere. Così, sedicenti femministe – in realtà consumatrici estremiste – scrivono a proposito dell’infanticidio:

«Un bambino esiste soltanto quando c’è un progetto di figlio, soltanto quando la donna che lo porta lo fa esistere come tale, quindi dai primi minuti, se lo si desidera. […] Quando non si vuole un figlio, quando non lo si aspetta, è un problema, un guaio, una catastrofe, ma non un bambino. La donna in tal caso non è madre, non uccide un bambino, risolve un problema.135»

Nella quale si vede che l’espressione «liberal-libertaria» non è una parola vana!

Ultimo argomento della retorica eugenista: ogni opposizione testimonia, nella migliore delle ipotesi, una tensione passatista e religiosa, nella peggiore, di un’ideologia reazionaria. Laurent Ségalat è un genetista pericoloso. Non soltanto perché fu condannato nel novembre 2012 a 16 anni di carcere in Svizzera per l’assassinio della suocera, e che, in contumacia, continua le sue ricerche in Francia. Ma soprattutto perché, godendo della sua posizione di direttore di ricerca al CNRS, e con il pretesto della «divulgazione», legittima le ricerche sulla clonazione, l’avvento dell’uomo-macchina e la selezione genetica degli embrioni:

«È probabile che da qui a qualche decennio, avremo la possibilità di scegliere in anticipo il fisico dei nostri figli su un catalogo, come oggi scegliamo i nostri rosai. “Ragazzo, tipo svedese, atletico, buona salute”; “Ragazza, tipo italiano, bruna, occhi a mandorla, bocca larga, fossette rimanenti nell’età adulta, 1,65 m circa, snella, leggera miopia, perfetta salute e fecondità”. Questo può scioccare poiché abbiamo alle spalle duemila anni di cultura giudeo-cristiana.136»

Pronunciate le parole «cultura giudeo-cristiana» e vi assicurate il sostegno automatico della massa, la più stupida della sinistra e dell’estrema sinistra, senza dovere argomentare.

«Ma in un mondo in cui la filiazione biologica all’interno delle famiglie continuerà ad indietreggiare, questo quadro, oggi provocatorio, non è irrealizzabile. Perché una coppia di portoghesi non potrebbe avere una figlia che assomiglia a Claudia Schiffer, se lo desidera? Perché una coppia di olandesi biondi non potrebbe avere un figlio che assomiglia a Johnny Depp? Non c’è niente di intrinsecamente scioccante in questo, è il peso delle abitudini che rende quest’idea perturbante.137»

E perché una coppia di artisti non potrebbe avere un figlio fosforescente? E perché una coppia di sordi non potrebbe avere un figlio muto? Questa brillante dimostrazione prova che non bisogna, a nessun costo, offrire a Laurent Ségalat o ad uno dei suoi simili la minima facoltà di realizzare i loro desideri.

Poco a poco, la propaganda degli eugenisti e le loro lobbying presso gli organismi dello Stato finiscono per pagare. Ecco la definizione che il Consiglio di Stato francese dà, oggi, dell’eugenismo:

«L’eugenismo può essere designato come l’insieme dei metodi e delle pratiche che mirano a migliorare il patrimonio genetico della specie umana. Può essere il frutto di una politica deliberatamente condotta da uno Stato e contraria alla dignità umana. Può anche essere il risultato collettivo di una somma di decisioni individuali convergenti prese dai futuri genitori, in una società in cui prevarrebbe la ricerca del “bambino perfetto” o, almeno, indenne da numerose affezioni gravi.138»

L’eugenismo quindi, non è più necessariamente «contrario alla dignità umana». Lo rimane sotto la sua forma autoritaria, ma non più come «risultato collettivo di una somma di azioni individuali», cioè sotto la sua forma commerciale.

***

Ma i profeti di felicità vanno dritti allo scopo quando annunciano l’arrivo di un «eugenismo liberale». Quest’ultimo non ha niente a che vedere con una qualsiasi libertà: è la prigione genetica nella quale rinchiudiamo le generazioni future.

Nel 2001, il filosofo tedesco Jürgen Habermas è insorto contro i sostenitori di questo «eugenismo liberale». In un saggio intitolato Il futuro della natura umana139 denuncia l’alienazione subita dall’essere geneticamente programmato. Avviso ai dilettanti di filosofia tedesca, Habermas scrive delle frasi così limpide come:

«Dall’istante in cui, un giorno, degli adulti considereranno il bagaglio genetico che desiderano per il loro futuro figlio come un prodotto cui basta dare una forma e dove, conformemente alla loro fantasia, immagineranno a questo fine, un “design” appropriato, essi eserciteranno, in rapporto a questo “prodotto” geneticamente manipolato una forma d’intervento cogente che diverrà un’usurpazione nei fondamenti somatici della relazione elementare di ciascuno con se stessi e della libertà etica di un’altra persona.»

Tuttavia succede che, in mezzo alle tenebre della filosofia tedesca, si intraveda la luce. Capiamo che Habermas formula due idee principali: la prima, secondo cui la determinazione deliberata del genoma del futuro bambino va contro la sua libertà:

«Se una persona assume una decisione irreversibile per un’altra persona, decisione che tocca profondamente l’apparato organico di quest’ultima, allora la simmetria di responsabilità che esiste, per principio, tra delle persone libere e uguali si trova necessariamente limitata. In una maniera generale, di fronte alla sorte che ci riserva la nostra socializzazione, disponiamo, per principio, di una libertà altra rispetto a quella che avremmo di fronte alla fabbricazione prenatale del nostro genoma. Crescendo, l’adolescente potrà, un giorno, assumere la responsabilità della sua biografia e di ciò che è. Può, in effetti, stabilire una relazione ponderata al processo della sua formazione, forgiare via via una nuova comprensione di sé e, approfondendo i fatti  compensare, retrospettivamente, la responsabilità asimmetrica che i genitori recano nell’educazione dei propri figli. Questa possibilità di appropriazione autocritica di ciascuno verso la storia della sua formazione non è più data nello stesso modo in presenza di una manipolazione genetica data.140»

La seconda idea: la dissimmetria tra coloro che determinano il genoma e quelli che subiscono questa determinazione introduce un’ineguaglianza di fatto all’interno della comunità degli uomini.

Non so voi, ma io proverei come un’usurpazione insopportabile alla mia libertà di essere e di agire, di fronte all’idea che qualcuno abbia potuto manipolare coscientemente il mio genoma, e decidere anche solo una frazione delle mie caratteristiche fisiche o intellettuali. Le attese dei genitori pesano già sui figli concepiti ed educati in modo ordinario. Immaginate come peseranno sui figli geneticamente programmati e che saranno stati oggetto di un investimento finanziario e narcisistico straordinario!

La mia vita vale quel che vale. Molto probabilmente non sono immunizzato contro il cancro. Non correrò mai la maratona, e comunque ho l’asma quando corro al freddo. Non ho né il fisico di Brad Pitt, né l’intelligenza di Laurent Ségalat. Sono più di 15 anni che pratico il judo ma, per quanto mi alleni, non sarò mai Teddy Rinner. (L’avete già visto su un tatami? Sposta i suoi 135 chili con la grazia di una pattinatrice artistica!). No, non sono stato selezionato o migliorato geneticamente al momento della mio concepimento. Ma almeno questa vita è la mia! Ho una responsabilità in ciò che riesco così come nei miei fallimenti (certo, la mia educazione ha determinato gran parte di quello che sono. Ma una reazione è sempre stata possibile: ho potuto appropriarmi coscientemente di ciò che m’interessava, rigettare una parte del resto e continuare a subire ciò di cui non avevo coscienza). Questa responsabilità, a volte, è un fardello ed è molto probabile che sia per voler mettere le proprie bassezze sul conto di qualcun altro che gli eugenisti rimpiangono di non essere stati programmati. Ma non c’è libertà senza responsabilità. Dando ad altri, anche in parte, la determinazione di quello che sono, l’eugenismo mi priva dell’una e dell’altra.

Questa riflessione, che vale su scala individuale, vale a maggior ragione sulla scala di intere generazioni. Cosa significa per una generazione il potere di determinare geneticamente la successiva? Si chiede il filosofo Hans Jonas:

«Ma di chi è dunque il potere? E su chi o cosa si esercita? Manifestamente, si tratta del potere di coloro di oggi su quelli di domani i quali saranno gli oggetti senza difesa della decisioni pregresse assunte da dei pianificatori di oggi. Il rovescio del potere di oggi diventa l’ulteriore servitù dei viventi nei confronti dei morti.141»

Le nostre centrali nucleari condannano già le generazioni future alla gestione dei nostri rifiuti radioattivi per i prossimi millenni. Le nostre fabbriche le condannano a vivere in una discarica mondializzata; i prodotti chimici che riversiamo nell’aria, nell’acqua e nei cibi ad un’endemia di cancri sempre più precoci. Dovremmo arrivare a determinare persino le loro caratteristiche genetiche? Sappiamo che la selezione di caratteristiche particolari negli animali porta a delle fragilità e alla maggiore sensibilità ad alcune malattie. Applicate tutto ciò agli umani. Nessuno può, in buona fede, pretendere di assumersi questa responsabilità.

***

In realtà, «l’eugenismo liberale» è una finzione. Quando gli Stati e i gestori del bestiame umano avranno gli strumenti a loro disposizione, niente gli impedirà di migliorare la qualità della loro mandria. Coloro che si riposano sulla legge per impedire le «derive» danno fiducia a tigri di carta. L’eugenismo può essere soltanto un eugenismo di costrizione.

Ce lo conferma Laurent Alexandre, che prova un piacere perverso nel dettagliare, ogni settimana sul giornale Le Monde, le conseguenze della lotta transumanista, che lui conduce peraltro su tutti i fronti:

«La Cina ha appena avviato un grande programma di sequenziamento del DNA dei superdotati. 2.200 individui portatori di un quoziente intellettuale pari almeno a 160 […] saranno sequenziati. Questo programma sarà realizzato dal Beijing Genomics Institute (BGI), che è il più importante centro di sequenziamento del DNA nel mondo. L’obiettivo dei cinesi è di determinare le varianti genetiche che favoriscono l’intelligenza, paragonando il genoma dei superdotati a quello di individui a QI medio. […]

La ricerca dei determinanti genetici dell’intelligenza potrebbe sembrare aneddotica se la tecnologia che permette di sequenziare il DNA dei feti con semplice prelievo di sangue della madre non fosse operazionale. Alcuni genitori vorranno selezionare i bambini portatori del migliore patrimonio neuro-genetico.142»

Geoffrey Miller, psicologo e professore all’università di New York, è uno dei 2.200 geni che hanno fornito il loro DNA per lo studio:

« – Ogni coppia potrebbe potenzialmente avere alcune uova fecondate in laboratorio con lo sperma del padre e gli ovuli della madre. In seguito, potrebbero far analizzare diversi embrioni per sapere quale sarà il più intelligente. Il bambino apparterrebbe alla coppia come se l’avesse avuto naturalmente, ma sarebbe il più intelligente che i genitori possano avere, anche se avessero 100 figli. Non si tratta di ingegneria o di modificazione genetica, sono dei geni che la coppia possedeva già.

– [Domanda del giornalista]: E dopo qualche generazione, essi sarebbero capaci di moltiplicare in modo esponenziale l’intelligenza della popolazione.

– Esatto! Anche se stimolasse il QI del bambino soltanto di 5 punti in media, questo farebbe un’enorme differenza in termini di produttività economica, di competitività del paese, del numero di brevetti ottenuti, di gestione delle loro aziende e di innovazione della loro economia.143»

Sappiamo che la Cina è uno dei rari paesi con una legislazione per le misure esplicitamente eugeniste. Ma se impiega tali metodi per migliorare la competitività della propria mano d’opera, e se le sue ricerche vanno a buon fine, quanto tempo occorrerà agli esperti degli altri paesi per spiegare alle popolazioni che devono anch’esse entrare nella corsa? Seguendo il teorema di Fioraso144: se non lo facciamo noi, i Cinesi lo faranno; è meglio che questo si faccia in un paese democratico e con un inquadramento legislativo ed etico.

Vedo che alcuni battono i piedi e protestano! «La selezione degli embrioni è soltanto una tecnica! Non è né buona né cattiva di per sé! Tutto dipende dell’uso che se ne fa!». Che ecologisti e cittadini si rassicurino, la selezione degli embrioni può servire altre cause che non siano la competizione economica! Dei maiali sono stati modificati geneticamente affinché le loro deiezioni siano meno inquinanti. Perché non fare altrettanto agli esseri umani?

È ciò che propone S. Mathew Lio, professore di filosofia all’Università di New York. Come la maggior parte delle persone già citate, non si tratta di un istrione, ma di un eminente membro dell’ambiente scientifico. In un articolo pubblicato recentemente con i suoi colleghi, egli presenta un programma innovativo ai gestori della mandria umana.

La loro tesi è semplice: la principale minaccia per l’umanità è il riscaldamento climatico. Per contenerlo numerosi scienziati prevedono il ricorso alla geo-ingegneria: la manipolazione deliberata del clima terrestre. Ma S.Mathew Lio rifiuta questa soluzione, che giudica troppo pericolosa e complicata. Secondo lui, è all’ingegneria umana – human engeeniring – che bisogna ricorrere. La trasformazione genetica degli umani (attraverso selezione o modificazione), sia per far diminuire il loro impatto sul riscaldamento climatico, sia per renderli più adatti a sopportarlo.

Tra le piste evocate: indurre un’intolleranza alla carne (il consumo di carne è produttore di CO2), migliorare le facoltà cognitive degli umani (più intelligenti, e quindi più educabili, le popolazioni faranno meno figli – sic) e migliorare l’empatia e l’altruismo delle popolazioni con sostanze chimiche. L’ultima pista consiste nel produrre uomini di piccola statura. Meno pesanti, consumeranno meno CO2, in modo diretto145 o indiretto (un veicolo consuma meno se è meno carico).

Per fare questo, gli autori dello studio indicano:

«una soluzione consiste nel fare ricorso alla diagnosi genetica pre-impianto (DPI). Mentre le modificazioni genetiche sono suscettibili di essere abbastanza complesse e, aldilà delle nostre capacità attuali, tuttavia sembra ora possibile usare la DPI per selezionare bambini di piccola misura. Non si tratterebbe di intervenire per modificare il materiale genetico degli embrioni, o impiegando metodi clinici non usati attualmente. Consisterebbe semplicemente nel ripensare i criteri di selezione degli embrioni da impiantare.146»

Ecco delle prospettive per i gestori delle mandrie e per i partigiani della pianificazione ecologica. L’inferno verde147 è anche l’eugenismo verde.

Man mano che il capitalismo distrugge l’acqua, l’aria, i legami sociali e le condizioni di vita, con il sottofondo della competizione economica, la selezione della popolazione ci adatterà geneticamente a un mondo invivibile. Nell’allevamento bovino, si selezionano già gli individui in funzione della loro «docilità», allo scopo di acclimatarli alle condizioni dell’allevamento industriale:

«La docilità, definita come “la facilità di accettazione delle manipolazioni imposte dall’uomo” (Boivin et al., 2003) è un carattere che acquisisce un’importanza crescente negli allevamenti di bovini da latte in Europa a causa dell’ingrandimento continuo delle mandrie e della riduzione dei contatti tra l’uomo e l’animale. Una selezione basata sulla docilità degli animali può essere un modo di migliorare il benessere dell’allevatore e dell’animale diminuendo lo stress della manipolazione.148»

Prendete già dei neurolettici. Non avete niente contro gli impianti neuro-elettronici di Clinatec149. Chiederete l’adattamento genetico dei vostri figli al mondo che gli preparate. Gli uomini-macchina nel mondo-macchina sono degli schiavi felici.

***

«Ieri castrato, campione per sempre, domani il padre dei vostri puledri. Il suo clone apporterà ai vostri puledri la sua stessa genetica vincente! […]

Qui nella Drôme delle colline, nella scuderia dove si fiancheggiano nove stalloni, c’è la star. Pieraz Cryozootech Stallion (Pieraz Z), puro sangue arabo, non deve tutte le attenzioni al suo percorso personale in gara. Ma a quello del suo “originale”: Pieraz, di cui è il clone. Un crack di resistenza dal palmarès prestigioso. Poiché, quattro anni fa, per la prima volta nel mondo, una società basata nelle Yvelines, Cryozootech, ha puntato sulla “genetica vincente”. […]

Pieraz l’originale”, come lo soprannomina Claire Martin, era un asso di resistenza. Il migliore al mondo! Essendo stato, tra l’altro, due volte campione del mondo in individuale, nel 1994 e nel 1996. Ma, castrato giovane, a tre anni, lo stallone non poteva avere una discendenza. Una copia conforme, tramite clonazione, è stata quindi realizzata per i suoi 23 anni. […] Ciò che fa il prestigio di Pieraz Z, non è il fatto che sia clonato. Ma è il suo “originale” che gli dà il suo particolare valore. Ha lo stesso materiale genetico del cavallo che ha vinto tutto! E in questo box, tranne il fatto che non ha né padre né madre, è un cavallo come gli altri”, dice divertita Claire Martin.150»

Ottenere un cavallo come «Pieraz l’originale» richiede anni di selezione, un controllo permanente delle gare e del palmarès dei campioni, degli incroci incerti e, ovviamente, un investimento finanziario. E vorreste che tutto ciò svanisse nel nulla, con il pretesto che gli siano stati tagliati i coglioni? Un animale con caratteristiche genetiche così perfette, è impensabile non renderlo redditizio al massimo! La clonazione è l’esito necessario della selezione e del miglioramento genetico. All’INRA, l’hanno compreso:

«Nell’unità Biologia dello Sviluppo e Riproduzione all’INRA di Jouy-en-Josas, numerosi bovini sono stati clonati: All’inizio, le ricerche erano soprattutto motivate dalla comprensione delle prime fasi dello sviluppo dell’individuo. E, in un quadro agronomico come il nostro, l’interesse nel riprodurre in modo identico un individuo che abbia prestazioni agronomiche notevoli era anche una scommessa, racconta Hélène Jammes, ricercatrice dell’unità. […] La produzione di animali attraverso clonazione a scopo commerciale deve essere soprattutto riservata a un’élite di animali ad alto potenziale genetico e/o aventi delle caratteristiche particolari.151»

Non occorre essere economista per capire che più cloni producete, più l’investimento iniziale per clone – il costo della selezione e del miglioramento genetico del vostro modello originale – diminuisce. La standardizzazione dei prodotti ha come esito la riduzione del loro costo di fabbricazione. Gli industriali dell’umano hanno gli occhi che brillano! Si sanno già clonare dei cavalli, delle mucche, dei maiali, delle capre, dei muli, dei conigli, dei daini, dei topi, dei gatti, dei cani e qualche altra specie. Per le scimmie, è troppo presto, ci si lavora. Quello che si fa agli animali, si fa agli esseri umani.

Capitolo 4

I crimini dell’uguaglianza

«Le attuali pecore dell’intellighenzia […] non conoscono altro che tre crimini inammissibili, ad esclusione di tutto il resto: razzismo, antimodernismo, omofobia.»

Guy Debord, Correspondance, [1993]152

Anche se tutte le pecore sono identificate e tracciate tramite chip elettronici (chip senza contatto RFID – radio frequency identification), non tutte camminano a quattro zampe. Ascoltate il belato del gregge negli ovili del potere:

«Vogliamo aprire la PMA alle coppie omosessuali. È una questione d’uguaglianza153» (Najat Vallaud-Belkacem); «Non c’è uguaglianza senza PMA!», «Uguaglianza fino in fondo!154» (Inter-LGBT); «Non c’è uguaglianza dei diritti senza la PMA per TUTTE!155» (Oser le féminisme); «PMA: il governo non deve arrendersi sull’uguaglianza156» (Parti Comuniste Francais); «PMA, l’uguaglianza non può più aspettare157» (Front de gauche); «L’accesso di tutte le donne alla PMA è una condizione indispensabile all’uguaglianza dei diritti158» (Europe Ecologie Les Verts); «PMA, l’uguaglianza non aspetta, l’uguaglianza non si divide!159» (Collectif Oui oui oui); «L’NPA continuerà a difendere questa rivendicazione essenziale, […] per l’uguaglianza dei diritti160».

Rossi o verdi, associazionisti o radicalisti, la PMA attiva e alimenta il loro orgoglioso gregarismo. Uguaglianza! Uguaglianza! Uguaglianza! In questi ultimi anni, la sinistra non ha mai così tanto usato e pasticciato questo termine per promuovere la diffusione delle tecniche di riproduzione artificiale dell’umano. Il governo, su questo tema, è indietreggiato nel 2013 soltanto per saltare meglio nel 2015. I rapporti e le dichiarazioni delle eminenze socialiste si moltiplicano in questo senso. Bertrand Delanoë, ex sindaco di Parigi, quando gli si chiede se Ayrault (Primo ministro fino al marzo 2014) abbia definitivamente seppellito la PMA: «Un mandato dura 5 anni. Dobbiamo essere vigili, dobbiamo essere esigenti, ma dobbiamo essere pure pazienti161». Bruno Le Roux, presidente del gruppo socialista all’assemblea: «Non rinuncio a nessuna apertura a nuovi diritti per i bambini del nostro paese162». Alain Vidales, ministro delle Relazioni con il Parlamento: «Nessuno può dire che questo dibattito sia chiuso per l’eternità.[…] Questa questione sarà comunque inserita nel dibattito pubblico dopo il parere [del consiglio nazionale di etica]163». Dominique Bertinotti, ministro delegato alla famiglia: La PMA «non si farà nell’immediato, ma fra due anni, tre anni, quattro anni164». Stessi discorsi per Europe Ecologie Les Verts165.

Eppure non occorre essere un competente zoologo per notare quanto i belati di questi lupi mascherati da agnelli siano falsi. Falsi, perché ancora una volta, la pretesa uguaglianza sul piano societale serve soltanto ad occultarne le disuguaglianze. Falsi soprattutto perché i pastori della sinistra liberale confondono volontariamente uguaglianza e identità – intesa qui come carattere di ciò che è identico.

***

31 dicembre 2013: durante i suoi auguri ai francesi, François Hollande annuncia un patto di responsabilità. Promette «meno tasse sul lavoro, meno obblighi sull’[attività delle aziende] e, nello stesso tempo, come controparte, più assunzioni e maggior dialogo sociale». In altri termini: promozione della competizione economica, creazione di impieghi precari, regalo fiscale alle aziende e riduzione delle spese pubbliche. Sono ovviamente le classi popolari che ne pagheranno le conseguenze. Pierre Gattaz, capo del MEDEF166 (equivalente di confindustria in Francia) applaude «un discorso che va nella buona direzione167». Poche voci a sinistra si alzano contro questo piano di austerità. Che fine hanno fatto oggi le pecore dell’uguaglianza per tutti? Poiché «l’uguaglianza non aspetta”, e che «il governo non deve cedere sull’uguaglianza», come mai le proteste contro il patto di responsabilità sono così marginali? Eppure le manifestazioni in favore del matrimonio omosessuale, che hanno mobilitato centinaia di migliaia di persone meno di un anno fa, dimostrano che non sono né le reti, né i talenti da organizzatori, che mancano alla sinistra.

Il motivo di questo mutismo è l’abbandono, da quarant’anni, delle classi popolari da parte della sinistra. Seguendo il «liberalismo avanzato» di Giscard d’Estaing (presidente della Francia negli anni ’70), la sinistra preferisce sedurre le classi medie con trastulli societali. È ormai un luogo comune: l’uguaglianza messa avanti dai governi in materia societale serve ad occultare e a far accettare le disuguaglianze sociali ed economiche. Sotto Giscard: il diritto di voto a 18 anni, la depenalizzazione dell’aborto, la legge sul divorzio per occultare la recessione, la deindustrializzazione e l’aumento della disoccupazione dopo le crisi petrolifere. Oggi, l’eutanasia, il matrimonio omosessuale, e fra poco la depenalizzazione della cannabis, per mascherare il rifiuto, da parte del governo, di prendere i soldi da dove si trovano. Essere di sinistra nel 2014 significa sostenere la competizione tecno-industriale e il matrimonio omosessuale.

Non sono io che lo dico, ma Terra Nova, il think tank della sinistra liberale, i cui consigli hanno favorito l’insediamento di François Hollande al potere. Questo gruppo di riflessione definisce questa strategia con un crudo cinismo, abbandonando così la classe operaia al Front National per rispondere meglio alle aspirazioni culturali delle classi medie:

«Storicamente, la sinistra politica porta i valori della classe operaia, sia in termini di valori socio-economici sia culturali. È la portavoce delle sue rivendicazioni sociali e della sua visione dell’economia: potere d’acquisto, salario minimo, ferie pagate, welfare, nazionalizzazione delle grandi aziende, inquadramento dei prezzi…Ed entrambe restano relativamente conservatrici sul piano dei costumi, che rimangono dei temi di secondo piano rispetto alle priorità socio-economiche.

A partire dalla fine degli anni ’70, la rottura si fa sul fronte culturale. Il maggio ’68 ha trascinato la sinistra politica verso il liberalismo culturale: libertà sessuale, contraccezione e aborto, messa in discussione della famiglia tradizionale…Questo movimento sulle questioni sociali si rinforza con il tempo per incarnarsi oggi nella tolleranza, nell’apertura alle differenze, nell’attitudine favorevole agli immigrati, all’islam, all’omosessualità, alla solidarietà con i più disagiati.168»

Fuori i proletari! Il bersaglio elettorale di questa nuova sinistra si chiama «la Francia di domani», conglomerato artificiale di gruppi sociali e di minoranze etniche, sessuali, religiose, che non condividono niente e, soprattutto, nessun interessi economico in comune.

«La ricomposizione [della sinistra] in corso si fa sui valori. […] La nuova sinistra ha il volto della Francia di domani: più giovane, più femminile, più diversa, più istruita, più urbana. Questa Francia di domani, in costruzione, è unificata dai valori culturali: vuole il cambiamento, è tollerante, aperta, solidale, ottimista, offensiva. […]

Per accelerare questo scivolamento tendenziale, la sinistra deve, da quel momento, fare propaganda su questi valori, specialmente culturali: insistere sull’investimento nel futuro e sulla promozione dell’emancipazione, e condurre una battaglia sull’accettazione di una Francia diversa. […]169»

E mettere in sordina qualsiasi discorso sull’uguaglianza economica. Il rapporto di Terra Nova costituisce il piano di comunicazione del governo socialista da quando è stato eletto, e motiva tutta questa agitazione intorno al matrimonio omosessuale. Il saggista Jean-Claude Michéa spiega bene questa dinamica:

«Dal momento che la sinistra condivide le stesse illusioni della destra in materia di economia (l’idea che l’unica politica possibile sia quella che consiste nel “rassicurare i mercati finanziari”) era evidente che avrebbe cercato, al suo ritorno al potere, di mascherare questa complicità dietro le nuvole nere delle questioni “societali”.

Finché i francesi si confrontano soltanto sull’unica questione del matrimonio gay (e, domani, sulla “depenalizzazione” della cannabis o sul voto degli stranieri) il sistema capitalista può effettivamente dormire sonni tranquilli.170»

Nel sostenere le politiche di diversione societale orchestrate dal governo, la sinistra ha giocato contro il proprio campo – se si crede ancora che l’uguaglianza economica sia un valore di sinistra. Nessuno ci scappa. Dagli associazionisti ai radicalisti, hanno applaudito il matrimonio omosessuale come fosse il risultato di una lotta vittoriosa – in verità un gadget gratuito per divertire il popolo, e che permette agli accessori sinistroidi di sentirsi utili. Nessuna voce a sinistra per denunciare la frode e il chiasso intorno ad una misura irrisoria. Se la sinistra, che ha sempre preteso di essere dal lato dell’emancipazione, non si occupa delle condizioni materiali di esistenza del popolo, la destra e l’estrema destra lo faranno volentieri. Nella Manif pour tous, si sente questo grido: «vogliamo lavoro, non il matrimonio omo.»

«Ciò non significa, pertanto, continua Michéa, che queste questioni “societali” siano sempre una diversione elettoralistica. Alcune riforme rappresentano, certamente, un vero progresso. Una volta ammesso, ad esempio, che l’orientamento sessuale di un individuo non ha nulla a che vedere con il suo grado di decenza personale (Pierre Bergé vomita sul popolino, Pasolini lo difendeva), sarebbe un evidente progresso umano il proporre un nuovo patto di unione civile che dia a tutti gli individui, quale che sia il loro orientamento sessuale, gli stessi diritti di protezione (particolarmente in caso di separazione o di decesso di uno dei coniugi) di quelli che sono garantiti dal matrimonio tradizionale. Dal momento che, al contrario, una delle funzioni antropologiche del matrimonio tradizionale è quella di organizzare ufficialmente la filiazione (e, tramite essa, un nuovo sistema di parentela tra due famiglie ora alleate) era chiaro che la volontà politica di sostituire al progetto di un vero “patto per tutti” quello – puramente liberale – del “matrimonio per tutti”, avrebbe fatto sorgere subito tutta una serie di problemi connessi, come la procreazione assistita, l’“affitto” di “madri portatrici” o l’allargamento del mercato dell’adozione.

Ed è soltanto partendo da questi problemi apparentemente connessi che è possibile capire che, con questa rivendicazione liberale di “un matrimonio per tutti”, si trattava molto meno – per la sinistra – di lottare contro l’“omofobia” piuttosto che destabilizzare un po’ di più tutto ciò che, nell’organizzazione familiare esistente, fa ancora da ostacolo allo scatenamento dei rapporti commerciali (la famiglia è, infatti, una delle ultime istituzioni in cui la logica del dono prende ancora il sopravvento su quella dello scambio economico).171»

L’antifona progressista vorrebbe che non si opponesse l’uguaglianza sociale all’uguaglianza societale: «possiamo avere il matrimonio gay E il salario minimo a 2.000 euro». Sfortunatamente, non abbiamo ancora il salario minimo a 2.000 euro. In realtà, la rivendicazione di un diritto al bambino da parte di borghesi sterili (omo o etero) si paga con lo sfruttamento di migliaia di donne povere, costrette a vendere i loro ovuli e ad affittare la loro pancia nelle fabbriche di bambini172. Le GPA «conviviali», tra volontari, sono soltanto l’eccezione che conferma la regola. Nella quale vediamo la diversità contraddire l’uguaglianza.

***

Ma la menzogna del belato egualitario non si ferma qui. La decomposizione, a sinistra, di ogni pensiero radicale coerente, da quarant’anni a questa parte, e la sua progressiva sostituzione con la pappa post-strutturalista hanno svuotato il senso dell’idea di uguaglianza. Credendo di promuovere un’uguaglianza di diritto sulle questioni di procreazione, il gregge progressista difende l’uniformazione biologica degli individui. Questa confusione tra uguaglianza e identità trasforma la lotta per l’emancipazione politica in ode al transumanesimo. Nega la nostra condizione di animale politico. Scalza le basi di ogni vita politica.

Iniziamo con questa semplice constatazione: non c’è uguaglianza biologica tra gli esseri umani. Il biologo e umanista Albert Jacquard lo esprime così:

«Gli uomini non nascono uguali. La constatazione è tanto più evidente per il biologo il quale sa bene che la nascita è soltanto una transizione in un processo iniziato nove mesi prima. Il punto di partenza è stato la procreazione, risultato di un meccanismo molto sottile che permette di fabbricare un individuo a partire da due. L’essenza di questo meccanismo è l’intervento di una lotteria che riguarda un tale numero di caratteristiche che i possibili risultati sono praticamente inesauribili. Ognuno dei procreati è quindi unico. Due patrimoni genetici non sono mai “uguali”, con l’unica eccezione dei gemelli omozigoti, provenienti da una stessa fecondazione ma, se sono identici alla partenza, essi non lo sono più alla nascita, poiché la vita intrauterina li ha differenziati.173»

Disuguali per natura, gli uomini e le donne sono, al contrario, uguali per volontà politica. Una volontà che assilla le società da millenni. È questa volontà che ha sotteso la Rivoluzione francese, l’abolizione dei privilegi e della monarchia. È ancora lei che – sotto una forma radicalizzata ed estesa all’economia – ha guidato il movimento operaio. È in suo nome che furono condotte le lotte anti colonialiste, femministe e per i diritti civili. Questa uguaglianza che ha formato fino ad ora la matrice ideologica della sinistra, è un’uguaglianza sociale, economica e politica. È l’idea che gli individui, quali che siano le loro differenze biologiche (fisiche, cognitive, intellettuali, sessuali, etniche…) devono beneficiare degli stessi diritti, delle stesse ricchezze e di uno stesso potere di decisione nelle cose della città. Poco importa se siete un uomo o una donna, se siete alti e robusti o bassi e magrolini, se siete bianchi o neri, validi o handicappati. L’uguaglianza non mira ad abolire le differenze biologiche tra gli individui, ne fa astrazione. È qui che risiede tutta la bellezza dell’idea e delle lotte che furono condotte in suo nome.

È questa concezione dell’uguaglianza che le avanguardie della sinistra liberale – cyber-femministe, transumanisti, filosofi postmoderni e altri avatar della French Theory – falsificano giorno dopo giorno, a favore di biologi, medici e industriali specializzati nella riproduzione artificiale. Riducendo la realtà sociale all’opposizione binaria tra dominanti e dominati, ossessionati dall’idea che ogni differenza è necessariamente disuguaglianza174, ne deducono che non si può lottare contro la seconda senza abolire la prima. L’uguaglianza è l’identità. Le biotecnologie sono le armi di questa lotta per l’uniformazione. Fra poco, la depigmentazione delle persone di colore per lottare contro il razzismo. In effetti, non c’è niente di più uguale tra loro che due hamburger.

Questa confusione tra uguaglianza e identità, questo odio per la differenza, il biologo François Jacob la denunciava già trent’anni fa:

«Il più delle volte questa diversità è considerata sia come un argomento di scandalo da coloro che criticano l’ordine sociale e che vogliono rendere gli individui equivalenti, sia come mezzo di oppressione da coloro che cercano di giustificare quest’ordine sociale con un preteso ordine naturale nel quale vogliono classificare tutti gli individui in funzione della “norma”, cioè di loro stessi. […] Con un singolare equivoco si cerca tuttavia di confondere due nozioni ben distinte: l’identità e l’uguaglianza. Una si riferisce alle qualità fisiche o mentali degli individui; l’altra ai loro diritti sociali e giuridici. La prima rientra nel campo della biologia e dell’educazione; la seconda della morale e della politica. L’uguaglianza non è un concetto biologico. Non si dice che due cellule o due molecole sono uguali. Neanche due animali, come ha ricordato George Orwell. È certamente l’aspetto sociale e politico che è in gioco in questo dibattito, sia che si voglia fondare l’uguaglianza sull’identità, sia che, preferendo la disuguaglianza, si voglia giustificarla con la diversità. Come se l’uguaglianza non fosse stata inventata precisamente perché gli esseri umani non sono identici. Se fossero tutti così tanto simili come gemelli monozigoti, la nozione di uguaglianza non avrebbe alcun interesse. Ciò che le dà il suo valore e la sua importanza, questa avversità degli individui, sono le loro differenze negli ambiti più svariati.175»

Non lo diremo mai abbastanza: l’uguaglianza ha senso soltanto tra individui diversi.

***

Lo sviamento del femminismo in post-femminismo, e specialmente in cyber-femminismo, illustra questa negazione delle differenze biologiche. Combattere le disuguaglianze uomo/donna è ormai fuori moda. L’ineguaglianza di salario, la suddivisione dei lavori domestici, l’affermazione delle donne nella sfera pubblica, andavano bene per le femministe terribilmente universaliste degli anni ’70. Apparso negli Stati Uniti all’inizio degli anni ’90 sotto l’influenza di Donna Haraway, arricchito con Foucault, Derrida e la fantascienza, il cyber-femminismo si vuole molto più radicale. Sono le differenze biologiche tra uomini e donne che intende abolire.

L’andropausa è più tardiva della menopausa? Gli uomini possono avere figli più tardi delle donne? Ecco un’ingiustizia che bisogna abolire nel nome dell’uguaglianza! Per Peggy Sastre, autrice di Ex Utero. Pour en finir avec le feminisme:

«Qualche tempo fa, avevo tradotto per Slate [una rivista online] un articolo che si soffermava sulla scoperta, fatta da un team di ricercatori italiani, di un mezzo efficace e relativamente facile da generalizzare, per ritardare la menopausa (se non addirittura per abolirla, semplicemente): chiedere a delle donne di congelare i loro tessuti ovarici quando sono ventenni, per farseli impiantare più tardi, e aumentare così in maniera spettacolare le loro possibilità di procreare al di là della data di scadenza “decisa” dalla natura. […] Come concepire una tecnica più femminista, più sessualmente egualitaria? L’interruzione brutale della fertilità femminile, in media a cinquant’anni, non fa parte delle ingiustizie più vergognose tra uomini e donne, e di quelle che possiedono ramificazioni sociali e societali tanto profonde quanto numerose?176»

Un’ingiustizia che le biotecnologie compensano: congelamento degli ovuli, fecondazione in vitro e inseminazione artificiale. Ma quando BioTexCom, il più grande centro di procreazione artificiale in Ucraina, rivolge nella prima pagina del suo sito «le sue più calorose congratulazioni alla sua paziente, originaria della Svizzera che ha partorito due gemelli all’età di 66 anni!177», lo slogan femminista «un bambino se voglio, quando voglio!», che aveva accompagnato la lotta per la libertà di aborto, nasconde ormai una sordida realtà; un ragazzino di 15 anni non dovrebbe visitare i suoi genitori in una casa di riposo. Perché nell’ambito di una società, il rimandare in modo illimitato l’età della procreazione annulla le solidarietà tradizionali più elementari – i figli adulti si prendono cura dei loro genitori quando questi ultimi invecchiano.

Tra le disuguaglianze da abolire tra uomini e donne, la più insopportabile è, ovviamente, la gravidanza: questa possibilità esclusivamente femminile di portare e di partorire un bambino. È quindi in nome dell’uguaglianza che le avanguardie liberali giustificano e promuovono – «interrogano», si dice nella neo-lingua dell’accettabilità – le ricerche sull’utero artificiale.

Non ne avevate mai sentito parlare? L’utero artificiale è un dispositivo tecnologico che permette l’ectogenesi: lo sviluppo di un embrione, dalla fecondazione fino alla nascita, in una macchina.

«Durante una FIV, sappiamo già far vivere gli embrioni all’esterno di una donna fino al quinto giorno, spiega Henri Atlan, biologo, ex membro del Comitato consultivo nazionale di etica per le scienze della vita e della sanità e autore del libro L’utero artificiale (2007). In incubatrice, sappiamo anche mantenere in vita bambini prematuri a partire da ventiquattro settimane. Rimane da mettere a punto la macchina che farà il collegamento tra i due, durante i sei mesi rimanenti.178»

In fin dei conti è soltanto un «problema di tubatura molto complicato», aggiunge, stimando che esso potrebbe essere risolto tra cinquanta o cent’anni. Ancora una volta, le ricerche sugli animali apriranno la strada all’applicazione sugli esseri umani:

«Dal 1997, il ricercatore giapponese Yoshinori Kuwabara era riuscito a mettere dei feti di capra in una cisterna. Gli animali si sono sviluppati per tre settimane in una specie di liquido amniotico di sintesi. I loro cordoni ombelicali erano legati a tubi che li nutrivano ed eliminavano gli scarti. Risultato? Le capre sono effettivamente nate ma sono sopravvissute soltanto pochi giorni.179»

Con la clonazione riproduttiva umana, l’utero artificiale è l’ultima frontiera tecnica che ci separa dal Brave new world. Rende possibile la produzione di bambini in batteria; bambini prodotti senza padre né madre, e che saranno i pupilli dello Stato e dell’Industria.

Per Henri Atlan, biologo e sedicente filosofo, l’ectogenesi «apporta un’uguaglianza in più tra uomini e donne, che è l’uguaglianza di fronte al fatto di portare il bambino180». Nelle conferenze sull’utero artificiale organizzate a Parigi dall’associazione FixScience, che raggruppavano il fior fiore francese della bioetica, l’uguaglianza è così invocata: «L’utero artificiale potrebbe sopprimere la dissimmetria fondamentale tra i sessi per quanto riguarda la procreazione e favorire così un modello egalitario181». Una concezione che è anche quella di Marcella Iacub, giurista scandalistica del CNRS e delle pagine «rebonds» del giornale Libération:

«[L’utero artificiale] permetterà di arrivare finalmente all’uguaglianza uomo-donna, di sopprimere la dissimmetria fondamentale tra i sessi, tra le donne sterili e le donne feconde. La parentela sarà più equilibrata. Il padre e la madre avranno la stessa distanza nei confronti del bambino, che avrà sicuramente più facilità a diventare autonomo.182»

Ma non crediate che Marcela Iacub o Henri Atlan inventino qualcosa. In realtà, l’utero artificiale fa parte dei deliri post-femministi sin dall’inizio. Così Shulamith Firestone, femminista canadese, scriveva nel 1979:

«Al contrario di ciò che pensava il primo movimento femminista, lo scopo finale della rivoluzione femminista deve essere non soltanto l’eliminazione del privilegio maschile ma anche l’abolizione della distinzione stessa tra i sessi: culturalmente, le differenze genitali tra gli esseri umani allora non avrebbero più nessuna importanza. […] La riproduzione della specie da parte di un solo sesso a beneficio di entrambi sarebbe sostituita dalla riproduzione artificiale (o almeno dalla scelta di questa opzione): i figli nascerebbero dai due sessi con egual proporzione, o da nessuno dei due, se si preferisce vedere le cose così. La dipendenza del bambino nei confronti della madre (e viceversa) lascerebbe posto ad una dipendenza molto più breve nei confronti di un piccolo gruppo di altre persone in generale, e ciò che resterebbe dell’inferiorità rispetto agli adulti legata alla forza fisica sarebbe compensata tramite la cultura.183»

***

Altro esempio: quello dell’uguaglianza tra omosessuali ed eterosessuali. Sabato 29 giugno 2013, qualche settimana dopo l’apertura del matrimonio agli omosessuali, e l’abbandono (per quanto tempo?) di un progetto di legge sulla PMA, migliaia di persone partecipano alla «marcia dell’orgoglio» organizzato dall’Inter-LGBT (Interassociative lesbienne, gay, bi et trans). La loro parola d’ordine: «Non c’è uguaglianza senza PMA». Questo slogan è da prendere alla lettera. Per la sinistra cyber-liberale: non c’è uguaglianza senza ricorso alle biotecnologie. Qui, ancora, confonde uguaglianza e identità.

L’inter-LGBT, seguita da tutta la sinistra, presenta l’estensione della PMA alle coppie di lesbiche come una lotta per l’uguaglianza dei diritti. Formula quest’idea di (falso) buon senso: poiché gli eterosessuali hanno il diritto di fare ricorso alla PMA, anche le omosessuali devono averlo. Quest’argomento, rimuginato da anni, ha permesso di ottenere l’adesione delle persone di sinistra, subito mobilitate non appena si pretende di difendere l’uguaglianza e di opporsi alla destra.

Sfortunatamente, quest’argomento è falsato e questa gente manipolata. Al contrario di quello che lasciano intendere i partigiani della sua generalizzazione, la PMA oggi non è né aperta né rimborsata all’insieme delle coppie eterosessuali, ma unicamente a quelle di cui uno dei membri soffra di infertilità medicalmente diagnosticata. La stretta uguaglianza dei diritti consisterebbe nel chiedere il diritto alla PMA per le coppie omosessuali di cui uno dei due membri soffra di infertilità medicalmente diagnosticata. Ciò che nessuno ha mai difeso. A ragione, la rivendicazione della PMA per le coppie infertili di lesbiche fertili prova che la posta in gioco non è l’uguaglianza dei diritti – pretesto per radunare la sinistra – ma la possibilità per persone dello stesso sesso di «fare» dei figli. Si abbandona l’uguaglianza per l’identità, l’equivalenza biologica. Si tratta di un salto qualitativo, e non di un semplice scivolamento.

Presentando la PMA, e più largamente il ricorso alle biotecnologie della procreazione come la condizione sine qua non dell’uguaglianza tra omo ed etero, le associazioni LGBT, e con loro tutta la sinistra liberale, vietano, con il pretesto ricattatorio della discriminazione, ogni critica della riproduzione artificiale dell’umano. Una volta ammessa quest’idea assurda che l’uguaglianza tra omo ed etero passa per la possibilità di riprodursi tra persone dello stesso sesso, chiunque osi criticare la riproduzione artificiale dell’umano e le sue implicazioni, è squalificato come omofobo e reazionario. Rassicuratevi: siamo per l’uguaglianza. Rifiutiamo la riproduzione artificiale dell’umano agli uni come agli altri. Se il loro desiderio di avere figli in un mondo sovrappopolato li tormenta a tal punto, possono sempre adottare. Dare dei genitori agli orfani togliendo le restrizioni alle procedure di adozione, ecco un impegno degno. Non c’è niente di più naturale né di più culturale, e ciò dovrebbe riconciliare tutti.

La scelta della PMA da parte della sinistra come emblema della «lotta per l’uguaglianza dei diritti», costituisce la più bella vittoria della lobby della riproduzione artificiale. Garantisce ai Jacques Testart, René Frydman, Miroslav Radman e altri Victor Frankenstein che le loro ricerche sull’artificializzazione del vivente non potranno più essere rimesse in discussione. L’«uguaglianza dei diritti» è la leva delle avanguardie della sinistra liberale per allenare la popolazione ad ogni tappa della loro guerra contro il vivente.

Questa guerra condotta nel nome di una minoranza – le poche migliaia di persone omosessuali che desiderano fare un figlio tramite la PMA – tuttavia ha conseguenze per tutti. L’estensione del diritto alla PMA alle coppie di lesbiche, è prima di tutto la sua estensione a tutte le coppie fertili. Così il ricorso alla fecondazione in vitro sarà presto legittimo per chi lo desidera, così come la selezione e la manipolazione genetica degli embrioni. Ora, è ben un «diritto alla PMA» che reclamano i liberali di sinistra, un diritto opponibile, che costringe la società a fornire ad ognuno i mezzi per esercitare questo diritto, e non soltanto «un diritto a ricorrere alla PMA», semplice assenza di divieto. L’estensione della PMA alle coppie di lesbiche è quindi, prima di tutto, il passaggio da una tecnica palliativa (già discutibile in sé184) ad una tecnica di convenienza e alla sua generalizzazione. Fertili o sterili: la PMA per tutti e tutte! Un gran passo in avanti sulla strada della riproduzione artificiale, dell’eugenismo e dell’essere umano potenziato.

Una volta smontati questi meccanismi è facile indovinare la prossima tappa dell’artificializzazione dell’umano: la possibilità di produrre figli con due gameti maschi o con due gameti femmine – la riproduzione omosessuale. Nessuno rivendica oggi una cosa simile? Cosa importa! Nel 2012, alcuni scienziati sono riusciti a produrre in un topo degli ovuli e dello sperma a partire da cellule staminali. Secondo Laurent Alexandre:

«La tecnologia permetterà agli omosessuali di avere figli biologici portatori di geni dei due genitori, come le coppie eterosessuali. La tecnica delle cellule staminali iPS – il cui inventore giapponese Shinya Yamanaka è premio Nobel per la medicina 2012 – permette di fabbricare degli spermatozoi e degli ovuli a partire da fibroblasti, delle cellule che si trovano sotto la pelle. È già possibile fabbricare un topolino a partire da due padri. Il passaggio di queste tecniche alla specie umana è soltanto questione di tempo, e le associazioni omosessuali militeranno affinché questo termine sia breve.185»

Vediamo che la tecnologia comanda le rivendicazioni egualitarie, e non il contrario. Senza la FIV nessuno avrebbe pensato a rivendicare un uguale diritto al bambino. E come la tecnica delle cellule staminali iPS permetterà anche ad un individuo di auto fecondarsi producendo sia lo sperma sia gli ovuli, vedremo presto dei consumatori narcisisti rivendicare, nel nome dell’uguaglianza con le coppie, il loro diritto di fare un bebè da solo.

In fondo, ai ricercatori non importa niente delle rivendicazioni egualitarie. L’ingranaggio e il panico tecnologico hanno lasciato largamente distanziata l’uguaglianza dei diritti, che gli serviva da copertura.

***

Dietro alla pretesa «lotta per l’uguaglianza dei diritti»: il fantasma di un mondo di uomini e di donne resi dalla tecnologia, non uguali, ma identici. Un mondo di cyborg unisex e monocolore, dove manipolazioni, selezioni genetiche e di embrioni, impianti bionici e tecnologie convergenti cancellano le differenze e rendono uniformi i corpi – e le menti? L’uguaglianza, è la tecnologia!

I transumanisti non la pensano diversamente. Per James Hughes:

«La tecnologia può aiutarci a trascendere alcune delle cause fondamentali delle disuguaglianze di potere. Anche se non si potranno mai eliminare le disuguaglianze di intelligenza e di conoscenza, il giorno in cui ogni essere umano potrà avere garantita l’intelligenza sufficiente per funzionare come un cittadino attivo non è così lontano. Una delle domande progressiste più importanti sarà quella di garantire l’accesso universale alle tecnologie di scelta genetica che permettono ai genitori di assicurarsi che i loro figli abbiano capacità biologiche uguali a quelle degli altri. Le nascite assistite tecnologicamente, che includono eventualmente le gravidanze artificiali, libereranno le donne della necessità di essere le portatrici necessarie e vulnerabili della prossima generazione. La libertà morfologica, la possibilità di cambiare il proprio corpo (comprese le nostre capacità, il peso, il sesso e le caratteristiche razziali) ridurranno le oppressioni legate al corpo (handicap, grasso, sesso e razza) ai pregiudizi estetici.186»

Questo preteso egualitarismo tecnologico si pagherà con un rafforzamento di tutte le disuguaglianze. Quali che siano le rassicurazioni della sinistra transumanista, domani sarà come oggi: non tutti trarranno uguali benefici dai progressi tecnologici. L’élite della tecnocrazia continuerà ad accedere ai migliori mezzi di selezione genetica, alle migliori tecniche di manipolazione di embrioni, agli impianti elettronici più efficaci. Le disuguaglianze sociali si accompagneranno ad una disuguaglianza biologica. Nel mondo-macchina, tutti sono potenziati, ma alcuni sono più “migliorati” degli altri.

Le parole sono importanti. Chiamare «uguaglianza» ciò che è soltanto uniformizzazione biologica degli individui, significa accettare il principio fondatore del liberalismo economico secondo il quale l’uomo è un lupo per l’uomo. Siccome gli uomini sono incapaci di stabilire delle regole, di regolare collettivamente i loro comportamenti per permettere a tutti di vivere e di realizzarsi nonostante le loro differenze, la sinistra assegna alla tecnologia il compito di renderli identici, nella speranza che questo livellamento possa mettere fine alle discriminazioni e alle disuguaglianze. Questo pessimismo liberale abbandona alla tecnologia la lotta per l’uguaglianza, e rinuncia in realtà ad ogni vita politica poiché l’uguaglianza, come ogni valore democratico, non è mai data per scontata. È una lotta permanente, che si gioca nell’educazione, nel dibattito di idee, nel confronto perpetuo degli individui e dei gruppi che costituiscono la società, nell’organizzazione, nell’istituzione di regole di vita e nella presa di decisioni comuni…Affidarsi alla tecnologia, credere di poterci risparmiare questo sforzo necessario alla vita in società, equivale a rinunciare alla nostra natura di animale politico. È accettare di lasciare che le forze impersonali della Tecnologia (e quindi dello Stato e del Mercato) gestiscano e governino le nostre vite. È sostituire il governo degli uomini con l’amministrazione delle cose. È il brave new world, il tecno-totalitarismo. È una lotta che ha molto più in comune con un odio smisurato per i corpi umani e per la natura – dal latino «ciò che nasce» -, che con il sogno di un’emancipazione individuale o collettiva.

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«Filinte: Volete proprio male alla natura umana!

Alceste: Sì! Per essa ho concepito un odio spaventoso.»

Molière, Il misantropo, Atto I, Scena 1

Dietro questa confusione ovina tra uguaglianza e identità, si nasconde una concezione liberale e antropofoba della libertà: una libertà non più politica, ma consumeristica, e il cui unico criterio è l’abolizione della natura, di ciò che nasce; una libertà che confonde emancipazione e disincarnazione. Il corpo è vissuto come una prigione da cui conviene liberarsi grazie alla tecnologia. In questo sogno convolano post-femministe e transumanisti, fra poco seguiti da tutto il gregge progressista. Nel 1983, Alison Jaggar, oggi professore di filosofia e studi di genere all’Università del Colorado, spiegava già:

«Dobbiamo ricordarci che la trasformazione ultima della natura umana alla quale aspirano le socialiste femministe va al di là della concezione liberale dell’androginìa psicologica: è una possibile trasformazione delle capacità “fisiche” umane, tra le quali alcune, fino ad ora, sono state considerate come biologicamente limitate ad un solo sesso. Questa trasformazione potrebbe anche includere la possibilità dell’inseminazione, dell’allattamento e della gestazione di modo che, per esempio, una donna potrebbe inseminarne un’altra, di modo che gli uomini e le donne che non hanno mai partorito potrebbero allattare, e che gli ovuli fecondati potrebbero essere trapiantati nelle donne o anche nel corpo degli uomini.187»

Una benedizione per i transumanisti, come Georges Dvorsky, fondatore e presidente della Toronto Transhumanist Association, direttore del «programma per il diritto delle persone non umane» all’IEET (Institute for Ethics and Emerging Technologies) e regolarmente intervistato nei media anglofoni. Ispirato dai deliri post-femministi, si vanta di avere inventato il «post-genderismo», che spiega in un articolo co-firmato da James Hughes:

«Il post-genderismo è un’interpretazione radicale della critica femminista del patriarcato e del genere, e una critica queer del modo in cui la divisione binaria dei generi costringe il nostro potenziale individuale e la nostra capacità a comunicare e a capire gli altri. Il post-genderismo trascende l’essenzialismo e il costruzionismo sociale, affermando che la liberazione dei generi passerà tramite sia le riforme sociali sia le biotecnologie. Malgrado numerose variazioni storiche e antropologiche nei ruoli di genere, […] non vediamo alcun segno di una società liberata dal genere. I nostri sforzi contemporanei per creare una società in cui il genere non abbia importanza hanno incontrato i limiti del genere biologico. Oggi invece, biotecnologie, neurotecnologie e tecnologie dell’informazione rendono possibile il progetto di liberarci dal patriarcato e dalle costrizioni della divisione binaria del genere. Le tecnologie post-generi metteranno fine all’auto-identificazione biologica e sessuale statica, permettendo agli individui di decidere per loro stessi quali tratti biologici e fisiologici di genere desiderino tenere o rigettare.188»

Essi aggiornano, con l’aiuto di tecnologie particolarmente più efficaci, l’incubo dell’uomo nuovo, promosso da futuristi, fascisti e comunisti, all’inizio del XX secolo. Un incubo che un vero progressista come Trotsky non poteva fare a meno di esaltare:

«Cos’è l’Uomo? Non è in nessun modo un essere compiuto o armonioso. No, è ancora una creatura estremamente maldestra. L’uomo, in quanto animale, non si è evoluto seguendo un piano, ma spontaneamente, e ha accumulato multiple contraddizioni. La questione di educare e di regolare, di migliorare e di perfezionare la costruzione fisica e spirituale è un problema colossale che è possibile soltanto sulla base del socialismo. […] Produrre una “versione migliorata”, nuova, dell’uomo: questo è il compito futuro del comunismo. E perciò, bisogna prima sapere tutto dell’uomo, della sua anatomia, della sua fisiologia e di quella parte della sua fisiologia che chiamiamo psicologia. L’uomo deve guardarsi e vedersi come una materia prima, o come nella migliore delle ipotesi, come un prodotto semi-manufatto e dirsi: “Finalmente, mio caro Homo Sapiens, lavorerò su di te.189»

Sotto la copertura della libertà e dell’emancipazione, post-femministe e transumanisti dedicano un odio senza limiti alla natura; odio dell’innato, di ciò che è dato all’essere umano alla nascita; di ciò che non è prodotto, manufatto, normato, regolato, razionale; odio di ciò che sfrega, che mal funziona, che si ammala, di ciò che non è efficace e produttivo 24 ore su 24; odio di ciò che sfugge e che non controlliamo. Un odio che ha tutto a che vedere con la vergogna prometeica, secondo Gunther Anders, quella di essere meno perfetto delle macchine – presto degli umanoidi – che costruiamo.

Il loro ideale: l’uomo fabbricato, costruito, poi auto-costruito. Il self-made man. L’uomo-nuovo bolscevico, il superuomo nazi. Il cyborg, sbarazzato da ogni costrizione sociale, culturale, storica e, naturalmente, biologica. Donna Haraway, biologa e sacerdotessa del femminismo cyborg, spiega:

«Il cyborg non ha una storia originale nel senso occidentale del termine, ultima ironia, poiché è anche l’orribile conseguenza, l’apocalisse finale della scalata della dominazione dell’individuazione astratta, l’io per eccellenza, finalmente sbarazzato di ogni dipendenza, un uomo nello spazio.190»

E come costruire quest’uomo nuovo se non controllando dalla A alla Z una riproduzione umana artificializzata? «L’atto sessuale dovrebbe cessare di essere il mezzo impiegato dalla società per rinnovare la popolazione191», proclamava la femminista americana Ti-Grace Atkinson nel 1979. Quarant’anni più tardi, la fecondazione in vitro, la diagnosi pre-impianto e la genetica permettono di fabbricare dei bebè su misura. Ultimo progresso, l’utero artificiale permetterà presto la coltura dei feti e la fabbrica dei bambini in laboratorio, sotto la direzione degli scienziati e dei bio-designer.

Quest’odio per la natura è anche un odio dei corpi, della loro imperfezione, dei loro limiti e della loro materialità. Odio per l’animale in noi, per le nostre pulsioni, per i nostri bisogni naturali. Odio per la carne, per lo strofinamento dei corpi. Odio e rifiuto di tutto ciò che ci radica nel mondo fisico.

L’orizzonte di questa disincarnazione è il corpo virtuale e il download della coscienza in un computer. È il sogno dei transumanisti, in particolare di Ray Kurzweill, informatico, membro del Consiglio Scientifico dell’esercito americano (Army Science Board), premiato da Bill Clinton con la più alta distinzione scientifica americana, e recentemente assunto da Google per dirigere un gruppo di ricerca sull’intelligenza artificiale. Secondo lui, saremo capaci di scaricare la mente umana integralmente su un computer entro il 2045:

«Scaricare un cervello umano significa scansionare tutti i dettagli essenziali e installarli, in seguito, su un sistema di calcolo sufficientemente potente. Questo processo permetterebbe di catturare l’integralità della personalità di una persona, la sua memoria, i suoi talenti, la sua storia.192»

«Diventeremo sempre più non-biologici, al punto che la nostra parte non-biologica sarà dominante, e che la nostra parte biologica perderà ogni importanza. In realtà, la nostra parte non-biologica, la macchina che è in noi, sarà così potente che potrà interamente modellare e comprendere la parte biologica. E quindi, anche se la parte biologica sparisse, ciò non farebbe una grande differenza. Avremo anche dei corpi non-biologici – si possono creare dei corpi con le nanotecnologie, si possono creare anche dei corpi virtuali in una realtà virtuale che sarebbe realista quanto la nostra realtà attuale. I corpi virtuali saranno anche perfezionati e convincenti quanto i veri corpi. In effetti abbiamo bisogno di un corpo, la nostra intelligenza è diretta verso un corpo, ma quest’ultimo non ha bisogno di essere questo corpo biologico così fragile che è vittima di ogni sorta di incapacità.193»

Ridotto allo stato di bit, di 1 e di 0, un umano non ha più sesso, genere, razza (dal momento che per i postmoderni il concetto di razza si adegua ai tempi). Non ha più nessun difetto, né handicap, neanche malattie. Eccolo emancipato dalle costrizioni naturali che pesavano su di lui e asservito alle costrizioni tecnologiche che si è lui stesso dato.

Il fantasma del download della mente – mind uploading – sottintende tutte le ricerche all’incrocio della robotica, dell’intelligenza artificiale e delle biotecnologie. Trova la sua origine con Norbert Wiener, teorico della cibernetica, che nel 1948 annunciava la possibilità futura di «telegrafare un uomo». Per i cibernetici, l’uomo non è altro che un insieme di informazioni. Il suo cervello: un computer. Il suo corpo: una macchina. Questo «paradigma informazionale» è la matrice comune del transumanesimo e della filosofia postmoderna194 – Lyotard, Derrida, Foucault, Deleuze, Guattari – e quindi del post-femminismo.

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Quest’odio per il corpo, questo disprezzo della materia, quest’amore per il virtuale e per la mente pura non sono da ieri. Nato nel 216 dopo Cristo in Babilonia, Manicheo era un profeta che si ispirava contemporaneamente a Budda, Zoroastro e a Gesù. La sua dottrina, il manicheismo, si propagò in Palestina, in Egitto e a Roma, poi in Africa del Nord, in Spagna, in Italia, e anche sino in Cina e in Asia centrale, dove talvolta, diventò religione di Stato. Per i manichei, la materia (compreso l’uomo) è una creazione del Male. L’anima è una parte del Reame delle Luci, imprigionata nel corpo dell’uomo dal demonio. Per liberarla e permettergli di raggiungere le sue origini divine, l’uomo deve staccarsi dal suo «cencio» corporale195. «Il primo dovere del manicheo consisterà nel praticare un ascetismo spinto al suo massimo. L’ideale sarebbe, ovviamente, di annientare al più presto la sua corporalità196». Per i manichei, la vita terrestre è un castigo. I loro sacerdoti, i «Puri», s’impongono duri sacrifici: astinenza sessuale e digiuni rigorosi che possono durare un mese. Combattuto dalle religioni costituite, ed in particolare dal cristianesimo, il manicheismo sopravvive bene o male fino all’XI secolo, quando l’eresia catara riprende i suoi precetti197.

«Dal principio del Bene, sopravviene tutto ciò che è Luce e Spirito; dal principio del Male, sopravviene tutto ciò che è Materia e Tenebre», afferma una professione di fede dei catari fiorentini.198 Gli antropofobi contemporanei non dicono meglio. Sono, senza saperlo (?), e dopo i catari, i discepoli di Manicheo e dei primi manichei. Sylviane Agacinski l’ha ben capito:

«Quello che mi disturba nel progetto di utero artificiale, è che la libertà sia associata alla disincarnazione […] Dietro tutto ciò si profila l’idea che il carnale, sempre associato al femminile, sia inferiore, e che il progresso consista nell’eliminare questa dimensione del corpo. Alla fine, sotto aspetti molto avanguardisti, quest’idea raggiunge il vecchio sogno cristiano di disincarnazione e di mascolinizzazione dell’umanità.199»

Non cristiano, ma manicheo. Secondo Fernand Niel, «la morale manichea avrebbe rischiato di portare molto lontano. Spinta fino ai suoi estremi, avrebbe teso all’estinzione della specie umana200». Affascinati dall’idolo tecnologico, i transumanisti spingono questa morale fino ai suoi estremi. Il loro ateismo e il loro razionalismo di facciata dissimulano la religione nel nome della quale operano all’estinzione della specie umana.

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Romeo #46273 ha incontrato Giulietta #78236 su Meetic: colpo di fulmine. Mesi di corte su internet, si mandano lunghi tweet passionali, prima di dichiararsi in coppia su Facebook. Grazie a Fundawear, una filiale di Durex, possono accarezzarsi l’un l’altro a distanza, tramite biancheria intima vibrante connessa al loro smartphone201. Diventando seria la loro relazione, investono nei sextoys Zeus e Hera della ditta Lovepalz:

«Una volta connesso, attraverso un’applicazione iPhone non ancora disponibile sull’appstore, ogni apparecchio riconosce il movimento del suo umano e li invia al suo compare che li riproduce. I due oggetti sono dotati di sensori di movimento, pressione, velocità per mandare, in tempo reale, ogni dato al partner. Ed ecco i nostri amanti riuniti grazie alla tecnologia!202»

Relazioni sessuali pulite, senza peli e senza odori, senza rischio di MST e che permettono a Romeo #46273 di continuare la sua partita di World of Warcraft durante l’atto. Una meraviglia!

Ma ecco che, nel corso degli anni, il loro desiderio di avere un bambino si fa sempre più presente. I fotomontaggi della loro coppia che pubblicano ogni settimana sui social network sarebbero tanto più belli con un bimbo. Un giorno si decidono. Romeo #46273 manda il suo sperma al centro di incubazione. Giulietta #78236 fa lo stesso con i suoi ovuli. Scelgono online le caratteristiche genetiche del futuro bimbo. La macchina consegna l’ordine nove mesi più tardi. Assistono meravigliati all’apertura del vaso su Skype. L’evento suscita 424 mi piace su Facebook.

Gioia delle tecnologie senza contatto: papà e mamma non hanno neanche più bisogno di toccarsi per fare un figlio. L’amore finalmente liberato dall’incontro, dal contatto dei corpi, e dall’Altro. Un amore finalmente disimpegnato da ogni dipendenza, un amore nello spazio. Un amore senza amore. Nel XXI secolo, Romeo e Giulietta non si incontreranno mai, ma avranno avuto molti figli. La storia non dice se vissero felici. Né come si organizza l’affidamento alternato.

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Sulla scia dei Lumi, la sinistra aveva fatto sua l’idea che un ordine naturale, quasi divino, doveva lasciare il posto alla Ragione, «la facoltà di giudicare bene, di discernere il vero dal falso, il bene dal male203», per organizzare la società degli uomini. Pensava, giustamente, che il carattere naturale o meno di un oggetto – la sua «naturalità» – non costituiva un criterio morale e politico pertinente per decidere dell’organizzazione della città. La sinistra combatteva allora un pensiero reazionario – nel senso primo del termine, cioè rivolto alla restaurazione dell’ancien régime – che legittimava le disuguaglianze sociali in nome della natura.

Denunciando oggi, in coloro che difendono la natura, una pulsione rancida, reazionaria e di ancien régime, tutta la sinistra è in comunione col lucferrysmo 204(Luc Ferry è un ex ministro di Sarkozy). Nel Nuovo Ordine Ecologico, pubblicato nel 1992, Luc Ferry, accessoriamente laureato in filosofia, mette nello stesso sacco i verdi, gli eco-warriors, gli antispecisti e i nazi. I nazi hanno promulgato una legislazione protettrice della foresta e degli animali. Gli ecologisti vogliono proteggere la foresta e i suoi animali. Quindi gli ecologisti difendono delle idee nazi. Idem per gli eco-warriors e gli antispecisti.

I progressisti, come Luc Ferry, buttano, in realtà, la natura con l’acqua sporca. Poiché i reazionari fantasticano su un ordine naturale a partire da una natura ben reale, la sinistra crede di tagliargli l’erba sotto i piedi proclamandosi «anti-essenzialista», e dichiarando che la natura è trascurabile, o che «non esiste».

«Privilegiando il costruito sul dato, i gender studies intendevano liberarsi delle pesantezze carnali e naturali, con il pretesto che queste servissero quasi sempre da paravento alla dominazione. L’approccio porta ad un vicolo cieco. Ritorna a trascurare, se non disprezzare, il vissuto dell’incarnazione, cioè l’esperienza soggettiva del corpo, quella della vita vivente. Ciò equivale, insomma, a cadere dall’altro lato del cavallo, sostituendo l’errore naturalista con la sua immagine rovesciata. La verità del corpo comprende, strettamente connesse, le due dimensioni. Tra natura e cultura, occupa un posto intermedio.205»

Eppure la natura esiste. Altrimenti perché i militanti di sinistra chiedono il diritto per le lesbiche di fare ricorso alla PMA piuttosto che all’adozione? È che in fondo, il fatto di avere un figlio proveniente dal proprio corpo, con una parte del loro patrimonio genetico, è importante per loro. È che il biologico esiste e conta. Trascurarlo sarebbe un errore pericoloso. Per Noam Chomsky:

«Se, in realtà, l’uomo è un essere infinitamente malleabile e completamente plastico, sprovvisto di strutture innate della mente e senza bisogni intrinsechi di carattere naturale o sociale, allora esso è un soggetto che si presta perfettamente alla “modellatura del comportamento”, da parte dell’autorità dello Stato, dei direttori di società, dei tecnocrati o del Comitato Centrale.206»

Avviso ai decostruzionisti e apostoli di Derrida, per i quali l’umano è una pasta da modellare che si può costruire, decostruire e ricostruire a modo proprio…

Queste considerazioni non saranno sfuggite né ai genetisti né ai biologi. Se siete di sinistra, dovreste pensare che il genetico non determina nulla, che tutto è sociale, costruito, culturale, e che basta denunciare il fantasma del tutto-genetico perché il genoma non determini niente. Leggeteli, e vedrete che oggi la maggior parte dei genetisti rifiuta questo tutto-genetico. Secondo loro, i geni determinano, al contrario, soltanto una minima parte di ciò che siamo. Così sottile che non dobbiamo preoccuparci per le loro manipolazioni. Purtroppo, di ricercatori che trovano ne troviamo. Cosa importa se l’intelligenza ha effettivamente cause più culturali che naturali? I miliardi investiti per anni al fine di isolare i «determinanti genetici dell’intelligenza» e per manipolare i nostri geni, avranno delle conseguenze ben reali, anche se non sono quelle sognate dai genetisti.

Posizionandosi sistematicamente in opposizione alla destra, questo anti-essenzialismo primario s’impedisce ogni riflessione. Lungi dall’eliminare la natura dal dibattito politico, come lo pretenderebbe, la reintroduce come criterio negativo. Non è la Ragione che orienta la sua azione, ma una nuova concezione moralista e religiosa della natura. È cattivo ciò che è naturale. È buono ciò che è artificiale. Nuova epoca, stesso oscurantismo. L’americana Barbara Epstein, in una critica contro il post-femminismo, spiega:

«In generale, sembra che una delle debolezze dell’anti-essenzialismo sia la sua sostanziale dipendenza dall’essenzialismo che rifiuta. […] Il primo non può fare a meno dell’elemento di contrasto che l’altro costituisce, in un gioco di false dicotomie. Questa dipendenza conduce il discorso anti-essenzialista verso un genere di argomenti polemici e ad una spirale costruita sulla sola critica delle presunzioni essenzialiste di anteriore concezione.207»

In altre parole: non è perché Christine Boutin (politica francese di destra, presidente del Partito Cristiano Democratico) combatte la clonazione che voi dovete promuoverla.

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«Conoscendo la forza e le azioni del fuoco, dell’acqua, dell’aria, degli astri, dei cieli e di tutti gli altri corpi che ci circondano, altrettanto distintamente quanto conosciamo i differenti mestieri dei nostri artigiani, li potremo utilizzare allo stesso modo per tutti gli usi cui sono atti e renderci in tal modo come signori e possessori della natura. Il che non è solo da desiderarsi per la scoperta di una infinità di congegni che ci permetterebbero di godere senza pena alcuna dei frutti della terra e di tutte le comodità che vi si trovano, ma principalmente anche per la conservazione della salute, che è senza dubbio il primo bene ed il fondamento di tutti gli altri beni di questa vita.208»

È così che Cartesio formula, nel 1637, il progetto moderno di dominio sulla natura. Permettendo all’uomo di capire e di padroneggiare i fenomeni naturali, la Scienza, l’Industria e le Arti devono liberarlo dalle costrizioni che la natura gli impone, renderlo capace, «senza pena alcuna», di nutrirsi, vestirsi, ripararsi, spostarsi, ed essere risparmiato «da una infinità di malattie, sia del corpo sia dello spirito, e forse anche dall’indebolimento della vecchiaia209».

Nato dalle migliori intenzioni, il progetto di dominio sulla natura ignora che siamo degli esseri ibridi: animali politici, fatti di natura e di cultura. Esso considera la natura come pura esteriorità, come una semplice materia prima che l’uomo può – e deve – modificare a proprio piacimento. È nell’artificializzazione di tutti gli aspetti della vita che risiede la chiave del progresso e della felicità. Un progetto che la sinistra ha sempre sostenuto.

In questa lotta contro la natura, il nemico è il caso, questa «parte della trama e della natura della Natura. […] Questo carattere contingente, questa imperfezione organica, che possiamo, usando una formula un po’ violenta, […] considerare come il diavolo210» (Norbert Wiener, fondatore della cibernetica). Niente deve più essere lasciato all’imprevisto. Tutto, a cominciare dal vivente, deve essere pianificato, controllato, sorvegliato, padroneggiato, ottimizzato, ridotto allo stato di macchina e gestito da altre macchine.

A Parigi, dal 2006, 95.000 alberi hanno un chip RFID. Grazie ad un lettore associato ad un tablet PC, i giardinieri accedono direttamente ai dati specifici di ogni albero. Il processo non tarderà ad essere esteso alla gestione di intere foreste. I giardinieri saranno rimpiazzati da macchine, che forniranno direttamente l’acqua e i fertilizzanti agli alberi, quando i sensori elettronici segnaleranno un deficit. Anche gli animali hanno il loro chip RFID, presto obbligatorio per tutti gli animali di allevamento. Permette la tracciabilità di ogni individuo, l’ottimizzazione della sua alimentazione – fornendo ad ogni individuo la dose che corrisponde precisamente ai suoi bisogni – e la gestione interamente informatizzata del gregge. Nella «fattoria intelligente»211, i parametri biologici di ogni individuo (bisogni alimentari, produttività, peso, calore, malattie…) sono individuati e analizzati in tempo reale. In caso di bisogno avviano una risposta automatizzata. Ciò che si fa agli animali, si fa agli umani. Sul mercato stanno arrivando vestiti intelligenti, che controllano in permanenza il nostro polso, la nostra temperatura, il nostro tasso di disidratazione, il nostro livello di stanchezza. «Sono perfino capaci di indicare quale parte del corpo è riscaldata! Una meraviglia per gli allenamenti. […] L’abbigliamento intimo sarà ugualmente connesso e intelligente. I sensori integrati nei nuovi tessuti sapranno individuare quando il portatore non si sente bene o un cambiamento di temperatura. Questi indumenti intimi intelligenti potranno anche capire quando il corpo avrà bisogno di medicine o di un’iniezione212». Fra poco, opereranno gli aggiustamenti da sé, iniettando un po’ di glucosio qui, un po’ di antibiotici lì. Il corpo sotto pilotaggio automatico. La natura non ha che ben attenersi!

Quattro secoli dopo il Discorso sul Metodo, il progetto cartesiano si realizza. La natura non è più da dominare: è asservita, presa in una rete tecnologica. Battaglie dopo battaglie, scienziati ed industriali vincono la guerra al vivente che conducono da 50 anni. Dopo gli OGM, gli animali transgenici, la selezione e il miglioramento genetico del bestiame umano, le NBIC – nanotecnologie, biotecnologie, informatica e scienze cognitive, o «tecnologie convergenti» – rendono possibile l’abolizione della natura e la sua ri-creazione sintetica. È l’obbiettivo rivendicato dalla biologia di sintesi: la fabbricazione di esseri viventi artificiali a partire da un DNA interamente codificato dall’uomo213.

Urlare ancora con le pecore che la natura è il nemico equivale a sparare su un carro funebre. Si possono rimpiangere le sue ultime costrizioni: una donna o un uomo solo non può fare figli, due uomini o due donne neanche; succede che un bambino nasca con un handicap o una malattia; è difficile per una donna fare un figlio dopo i 45 anni; alcuni non potranno mai farne. La nascita è un fenomeno aleatorio. Come diceva il più grande pazzo che la società francese abbia conosciuto: «ci saranno degli uomini bianchi, ci saranno degli uomini neri, ci saranno degli uomini alti, ci saranno degli uomini bassi, ci saranno degli uomini belli, ci saranno degli uomini brutti, e tutti saranno uguali; ma non sarà facile… E poi […] ce ne saranno anche di neri, bassi e brutti e, per loro, sarà molto difficile!214». Sappiamo che il ruolo dei pazzi è di proferire delle verità sconvenienti sotto la copertura della loro pazzia.

Bisogna accettarlo: la natura – e il caso inerente – sarà vincolante fino quando non sarà stata abolita.

Nell’era del capitalismo tecnologico, la lotta per il dominio sulla natura, che fu fattore di emancipazione, diventa fattore di asservimento. È la distinzione stabilita da Ivan Illich tra la tecnica autonoma e la tecnologia eteronoma che si ritorce contro l’emancipazione politica215. La distruzione dei nostri fondamenti biologici si paga al centuplo in sottomissione al capitalismo, alla tecnologia, allo Stato, e alla perizia medica. Cambiamo il nostro assoggettamento ad una natura incosciente, impersonale ed indifferente con una sottomissione entusiasta agli interessi dei tecnocrati e dei gestori del bestiame umano: industriali, medici e biologi, dirigenti di start-up, genetisti e dirigenti statali. Se non c’è alcuna indegnità nel cedere davanti a quella forza bruta e disinteressata che ci prodiga, in modo indiscriminato, i suoi benefici e i suoi malefici, perdiamo invece ogni dignità sottomettendoci agli interessi e alle tirannie della parte peggiore dell’umanità, la classe predatrice al vertice della catena economica.

La distruzione della natura e la sua ri-creazione sotto forma di surrogato tecnologico, di natura artificiale, seguendo l’ossimoro già in vigore, significa semplicemente, e stricto sensu, la fine della vita e dell’umanità, l’avvenimento trionfale e senza condivisione dell’automatizzazione meccanica: del morto vivente.

L’emancipazione sarà politica o non sarà.

Conclusione

Da tutto ciò che precede, risulta:

1 – I progressi del tecno-capitalismo concorrono, da due secoli, alla sterilizzazione chimica della popolazione.

1 bis – Selezione e manipolazione genetiche dell’embrione sono l’ultimo mezzo per rendere possibile la sopravvivenza in un mondo diventato invivibile: riscaldamento climatico, stress permanente, dissoluzione del legame sociale, inquinamento generalizzato.

1 ter«La PMA per tutti e tutte» non è l’ultimo grido dell’emancipazione, ma il futuro al quale siamo condannati.

2 – La riproduzione artificiale dell’umano non significa l’uguaglianza delle minoranze e delle maggioranze sessuali nel loro rapporto con la procreazione, ma la sottomissione di tutti all’istituzione medica, allo Stato, all’economia e alla tirannia tecnologica.

3 – Al culmine della servitù volontaria, l’assistenza medica, così orgogliosamente rivendicata nella procreazione, sottomette uomini e donne ad una tecnocrazia in camice bianco: medici, ginecologi, banchieri del seme e genetisti. Essa segna l’intrusione degli esperti e del potere biomedico fin nella stanza da letto.

4 – La riproduzione artificiale dell’umano genera un nuovo proletariato, soprattutto femminile, costretto ad affittare il proprio corpo e a vendere i prodotti che da questo provengono. Trasforma i bambini in prodotti manufatti, sfruttabili sul mercato del bambino. È una nuova forma di tratta degli esseri umani, senza essere dichiarata.

4 bis – Tutto ciò che era libero è accaparrato. Tutto ciò che era gratuito diventa a pagamento. Mentre Marx distingueva la sfera della produzione e quella della riproduzione della forza lavoro, la riproduzione artificiale dell’umano dissolve la seconda nella prima. La stessa procreazione umana diventa un’industria, sottomessa alla guerra economica.

5 – La riproduzione artificiale dell’umano è l’ingiunzione fatta ai genitori di selezionare e di migliorare geneticamente la loro progenie, pena il vederla relegata al rango di sotto-umanità. Essa abolisce la libertà e la responsabilità dei figli così fabbricati.

5 bis – Il bambino su misura è nella pipetta. Non c’è riproduzione artificiale senza eugenismo.

5 ter – Non esiste un eugenismo liberale – anche se i ricchi potranno esaudire, in parte, i loro capricci di figli perfetti. Sarà un eugenismo costretto, dettato dagli imperativi dello Stato e dell’economia.

5 quater – La riproduzione artificiale del bestiame umano è una nuova tappa nella razionalizzazione del mondo e nel pilotaggio automatico delle popolazioni.

6 – Selezioni e manipolazioni genetiche, utero artificiale e clonazione trasformano l’umanità in post-umanità.

7 – La riproduzione artificiale dell’umano è un nuovo fronte nella guerra del potere contro i senza potere.

8 – Non esiste eugenismo cittadino, né «transumanismo democratico». Ogni critica parziale della riproduzione artificiale dell’umano sarà digerita dai comitati di etica, e servirà all’accettazione dell’inaccettabile.

9 – La sinistra tecno-liberale – transumanisti dichiarati o no, inter-LGBT, filosofi post-moderni, cyber-femministe – mantiene volontariamente la confusione tra uguaglianza ed identità biologica, tra emancipazione politica e abolizione della natura.

9 bis – Sotto la copertura del progresso, questa sinistra nutre un progetto totalitario: l’abolizione, attraverso ri-creazione tecnologica, di tutto ciò che nasce.

10 – Se a sinistra rimangono dei partigiani dell’uguaglianza e dell’emancipazione, devono prendere la parola e denunciare questa impresa condotta in loro nome.

1

L’Inter-LGBT (L’Interassociative lesbienne, gaie, bi et trans) è una inter-associazione creata, nel 1999, con il nome di Lesbo&Gay Pride Ile-de-France. Partecipa al movimento che, da più di 30 anni, inscrive sulla piazza pubblica la questione dell’orientamento e dell’identità di genere attraverso manifestazioni di rivendicazione a carattere festivo. [ndt]Per maggiori informazioni si veda il sito: www.inter-lgbt.org

2 Europa-Ecologie è il nome dato alle liste che riuniscono i movimenti ecologisti in Francia lanciato dal partito politico dei Verdi per le elezioni europee del 2009. [ndt]

3 Mélenchonistes: sostenitori di Jean-Luc Mélenchon, membro fondatore del Front de gauche. [ndt]

4 In francese si produce un gioco di parole: sostenere, soutenir che è anche sou-tenir: con il significato di tenere-denaro ma anche, foneticamente, tenere sotto. [ndt]

5 Marie-Josèphe Bonnet, Adieu les rebelles, Flammarion, 2014, pp. 82-83.

6 Si veda, tra l’altro, Sylviane Agacinski, Corps en miettes, Flammarion, 2009.

8

“En Israël, la chute de la fertilité masculine est un enjeu de société”, Le Monde, 22/08/2012.

9 Le Monde, 14/07/2011 e 06/12/2012.

10Bernard Jégou, Pierre Jouannet e Alfred Spira, La fertilité est-elle en danger?, INSERM / La Découverte, 2009, pp. 60-61.

11 Studio pubblicato il 05/12/2012 nella rivista Human Reproduction, e ripreso da Le Monde, 05/12/2012.

12 Bernard Jégou, Pierre Jouannet et Alfred Spira, op. cit.

13 Rémy Slama, Béatrice Ducot, Niels Keiding, Béatrice Blondel e Jean Bouyer, « La fertilité des couples en France », Bulletin épidémiologique hebdomadaire, Fevrier 2012.

14 Le Monde, 05/12/2012.

15 Le Figaro, 28/04/2008.

16 Le Monde, 12/01/2013.

17 Le Monde, 25/11/2008. Lo studio in questione è stato pubblicato nell’ottobre 2008.

18 Le Monde, 28/02/2014.

19 Noto è il caso del DDT, il famoso insetticida proibito in Francia negli anni novanta (i cui i residui continuano ad inquinare ancor oggi), ma anche dei pesticidi usati attualmente e perfettamente autorizzati.

20 Per un dibattito sull’industria del PVC e i suoi difensori: Collecif, Métro, boulot, chimio. Débats autour du cancer industriel, Le monde à l’envers, 2012.

21 Cf. in particolare Amber Wise, Kacie O’Brien, Tracey Woodruff, « Are Oral Contraceptives a Significant Contributor to the Estrogenicity of Drinking Water ? », Environment, Science, Technology, n° 45, 2011, pp. 51-60.

22 Pauline Brosselin, « Perturbateurs du système endocriniens », Afsset, Janvier 2006.

23 Dall’80 al 90% delle sostanze tossiche passano attraverso il latte materno provocando, nel nuovo nato, un assorbimento 10 volte più elevato rispetto all’adulto. Cf. Geneviève Duval e Brigitte Simonot, « Les perturbateur endocriniens: un enjeu sanitaire pour le XXIème siècle », Air pur, n° 79, 2010.

24 Sito internet del Programma delle nazione unite per l’ambiente: www.chem.unep.ch/pops/fr/default.htm

25 Geneviève Duval, Brigitte Simonot, art. cit.

26 Office parlementaire d’évaluation des choix scientifiques et technologiques, Rapport sur les perturbateur endocriniens, le temps de la précaution, Juillet 2011, www.senat.fr/rap/r10-765/r10-7651.pdf

27 Afsset, « Perturbateurs du système endocrinien », Janvier 2006.

28 Alain Houlgatte, Cancer du testicule, Springer, Monographie en urologie, 2006, p. 13.

29 « Le bisphénol A réduit la testostérone chez le foetus humain », Le Monde, 19/01/2013.

30 Ibidem.

31 «Declining Sex Ratio in a First Nation Community», Environmental Health Perspectives, n. 113, Octobre 2005, pp.1295–1298. (Traduzione dall’inglese dell’autore)

32 Le Monde, 19/09/2007.

33 United Nations Environment Programme / World Health Organization, State of the Science of Endocrin Disrupting Chemicals – 2012, 2013, p. 85. (Traduzione dall’inglese dell’autore)

34 Davis e al., Environment Health Perspective, Juin 2007, 115-6, pp. 941–946.

35 Isabelle Attané, «Vers le célibat forcé des prochaines générations: L’Asie manque de femmes», Le Monde diplomatique, Juillet 2006.

36 «Un test pour connaître le sexe du bébé », L’Express, 12/08/2011.

37 Le Monde, 16/04/2010.

38 La Croix, 05/03/2010.

39 Rosa Luxembourg, L’accumulation du Capital, [1913], Maspero, 1967.

40 Edward P. Thompson, La formation de la classe ouvrière anglaise, [1963], Points, 2012, p. 281.

41 Edward P. Thompson, Op. cit., p.279.

42 Rosa Luxembourg, Op. cit.

43 Cf. Jean-Pierre Berlan, La Guerre au vivant, Agone, 2001.

44

Nel 2009. La Tribune de Genève, 11/11/2009.

45 Courrier international, 21/12/2006.

46 Le Monde, 16/07/09.

47 Sylviane Agacinski, Corps en miettes, Flammarion, 2009, p. 48.

48 Jennifer Merchant «Assisted Reproductive Technology (ART) in the United States: Towards a National Regulatory Framework ?», Journal International de Bioéthique, 4/2009 (Vol. 20), pp. 55-71.

49 Cf. infra.

50 Jennifer Merchant, art. cit.

51 Le Figaro, 13/10/2008.

52 Jennifer Merchant, art. cit.

53 L’Express, 16/09/2010.

54 Le Monde, 31/07/2010.

55 Il sito precisa: «Nel caso di una nascita di gemelli (gemelle), un’indennità supplementare di un importo forfettario di 5000 euro dovrà essere erogato dai Genitori Genetici, dopo il parto. Quest’indennità non fa parte del costo forfettario del programma.»

56 «Ces enfants apatrides nés d’une mère porteuse à l’étranger », lexpress.fr, 06/04/2011.

57 www.artbaby.in/fr/forfaits-pour-fiv

58 Lepoint.fr, 01/02/2013.

59 Courrier International, 04-10/07/2013.

60 Lucy Wallis, «Living inside the house of surrogates», BBC News, 30/09/2013.

61 Lepoint.fr, 01/02/2013.

62 www.sudouest.fr/2013/10/05/une-usine-a-bebes-va-voir-le-jour-en-inde-1190389-4803.php

63 Le nouvel Observateur, 27/10/2013.

64 Delhi Centre for Social Research, Surrogate Motherhood: Ethical or Commercial, 2012.

65 Si veda il sito internet dello studio: www.vmfirm.com/our-team/

66 La Tribune de Genève, 11/11/2009.

67 Bérénice Rocfort-Giovanni, «Mères porteuses: les américains débarquent à Paris», Le Nouvel Observateur, 12/04/2013.

68 Le Monde Diplomatique, juin 1990.

69 Le Figaro, 16/12/2012.

70 Marcella Iacub, «La reconnaissance des ventres», Libération, le Mag, 12-13/01/2013.

71 Éric Aeschimann, «DSK par MarcelaIacub: une stupéfiante puissance littéraire», Le Nouvel Observateur, 21/02/2013.

73 Era, tra l’altro, l’invitato del Forum Libé a Grenoble nel 2010 per sostenere, da militante dell’economia, la liberalizzazione della prostituzione.

78 Sylviane Agacinski, Corps en miettes, Op. cit.

79 Najat Vallaud-Belkacem, «Gestation pour autrui, l’éthique du do », 16/01/2010, sul sito di Terra Nova: http://tnova.fr/note/gestation-pour-autrui-l-thique-du-don

80 George Orwell, 1984 (1949), Mondadori, Milano, 1989, p. 38.

81 Le Monde, 16/07/2009.

82 Le Monde, 12/01/2013.

83 Le Monde, 02/11/2006.

84 L’Express, 20/11/2012.

85 www.raison-publique.fr/spip.php?page=ispip-article&id_article=534

86 Già nel 1964, il 50 % delle mucche erano inseminate artificialmente. Cf. Wolkowitsch Maurice, «Le cheptel bovin et l’insémination artificielle en France», Annales de Géographie, 1964, T. 73, n° 399, pp. 585-589.

87 Ibidem.

88 12.516 inseminazioni nel 1961. Ibid.

89 J. Mallard, J.-C. Mocquot, « Insémination artificielle et production laitière bovine: répercussions d’une biotechnologie sur une filière de production», INRA Productions animales, n° 11, 1998, pp. 33-39.

90 Cécile Poulain, «La génomique haut débit: un domaine en mutation accélérée», pubblicato il 19/08/2012 sul sito dell’INRA: www.INRA.fr/Chercheurs-etudiants/Biologie-animale/Tous-les-dossiers/genomiqueanimale

91 Risposta del ministro dell’agricoltura pubblicata nel Journal Officiel il 15/01/2013, in risposta a una domanda di Joëlle Huillier, deputata dell’Isère.

92 Cf. capitolo 2.

93 Le Monde, 16/07/2009.

94 Le Monde, 28/09/2011.

95 www.7sur7.be/7s7/fr/1523/Famille/article/detail/847127/2009/05/08/Celibataires-en-mald-enfants-a-l-assaut-des-banques-de-sperme.dhtml

96 Si veda, tra l’altro: Sciences et Avenir, n° 771, mai 2011.

97 Le Monde, 28/09/2011. In Francia, per il momento, la legge limita il numero di bambini per donatori a 10.

98 «Voulez-vous un bébé viking?», le Temps, 06/02/2007.

99 Jacques Testart, «De la procréation assistée à un nouvel eugénisme», sul suo sito internet: www.jacques.testart.free.fr/index.php?post/texte716

100 Marianne Gomez e Nathalie Lacub, «Un déséquilibre démographique qui inquiète l’Asie», La Croix, 05/03/2010.

102 Saïd Amzazi et Nouzha Bouamoud, «Sélection génétique de l’humain : de l’intérêt de former et d’informer sur une dérive annoncée», Women Health Education Programme, Groupe Inter-académique pour le Développement, 24 mars 2010.

103 Jürgen Habermas, L’Avenir de la nature humaine. Vers un eugénisme libéral?, Gallimard, NRF essais, 2001, p. 38.

104 Libération 11-12/05/02.

105 Citato da Jacques Testard, Faire des enfants demain, Seuil, 2014, p. 86.

107 Jacques Testart, «De la procréation assistée à un nouvel eugénisme», sul suo sito internet: www.jacques.testart.free.fr/index.php?post/texte716

108 Ibidem.

109 Jacques Testart, Faire des enfants demain, Seuil, 2014, p. 92.

110 Ibidem, p. 67.

111 Per un’idea generale, si veda: www.future.arte.tv/fr/animaux-transgeniques

114 L.M. Houdebine, J.C. Mercier, L. Vilotte, «Médicaments, aliments-santé, xénogreffes: que peut apporter la transgénèse animale?», INRA, Organismes génétiquement modifiés à l’INRA. Environnement, agriculture et alimentation, mai 1998.

115 Sito internet dell’ambasciata di Francia a Zagreb: www.ambafrance-hr.org/M-Radman-chevalier-de-la-Legion-d

116 Libération, 12-13/06/2004.

119 «Google et les transhumanistes», leMonde.fr, 18/4/2013.

120 Miroslav Radman et Daniel Carton, Au-delà de nos limites biologiques: les secrets de la longévité, Plon, 2011, pp. 160-161.

121 Alexandre-Théophile Vandermonde, Essai sur la manière de perfectionner l’espèce humaine, 1756, préface.

122 Charles Richet, La Sélection humaine, Paris, F. Alcan, 1912.

123 Dichiarazione durante una conferenza all’università di California nel 1998. Riportata da Frank Tinland, «Du mode d’existence de l’être vivant», Kairos, n° 23, 2004.

124 Citata da Dominique Aubert-Marson, «Les politiques eugénistes aux Etats-Unis dans la première moitié du XXème siècle», Médecine sciences, vol. 21, n° 3, 2005.

125 Ibidem..

126 Ibidem.

127 Boris Thiolay, «Lebensborn, l’incroyable histoire des enfants SS», L’Express, 05/12/2012.

128 Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, 1948.

130 Ibidem.

131 Laurent Ségalat, La fabrique de l’homme, pourquoi le clonage humain est inévitable, Bourin éditeur, 2008, chapitre 5: «Le clonage social existe déjà».

132 Letteralmente: «Eugenismo liberale: per il miglioramento dell’umano», non tradotto in francese e in italiano, Blackwell, 2004.

133 Nicholas Agar, «Liberal Eugenics», in H. Kuhse, P. Singer (dir), Bioethics, Londres, Blackwell, 2000, citato da Jürgen Habermas, L’Avenir de la nature humaine. Vers un eugénisme libéral?, Op. cit., pp. 76-77.

135 Collectif, Réflexions autour d’un tabù: l’infanticide, 2009.

136 Laurent Ségalat, La fabrique de l’homme. Pourquoi le clonage humain est inévitable, Bourin Éditeur, 2008.

137 Ibidem.

138 Conseil d’État français, Étude sur la révision des lois de bioéthique, 2009, p. 30.

139 Jürgen Habermas, L’Avenir de la nature humaine, vers un eugénisme libéral?, Op. cit.

140 Ibidem.

141 Hans Jonas, citato da Jürgen Habermas, L’Avenir de la nature humaine, Vers un eugénisme libéral?, Op. cit.

142 Le Monde, 09/03/2013.

144 Effimero ministro dell’università e della ricerca dell’inizio del XXI secolo.

145 «Reducing the average US height by 15 cm would mean a mass reduction of 23 % for men and 25 % for women, with a corresponding reduction of metabolic rate (15 % /18 %), since less tissue means lower nutrients and energy needs.»

146 S. Matthew Liao, Anders Sandberg et Rebecca Roache, «Human Engineering and Climate Change Forthcoming as a Target Article» in Ethics, Policy and the Environment, 02/02/2012.

147 Tomjo, L’Enfer Vert, un projet pavé de bonnes intentions, L’Échappée, 2013.

148 Philippe Boulesteix (Institut de l’Élevage), Philippe Lajudie (Institut de l’Élevage), Florence Phocas (INRA GABI), Xavier Boivin (INRA Paris), Haïfa Benhajali (Institut de l’Élevage), Jean Sapa (INRA GABI), Patricia Pellegrini (INRA GABI), Étienne Neuts (France Limousin Sélection), «Quel critère de sélection en ferme pour améliorer la docilité des veaux Limousins?», Renc. Rech. Ruminants, 2009, 16.

149 Centro di ricerche in Neuroscienze di Grenoble. Si veda: Pièces et Main d’oeuvre, «Clinatec, le laboratoire de la contrainte», 01/09/2011, su: www.pieceetmaindoeuvre.com

150 Le Dauphiné Libéré, 02/04/09.

152 Guy Debord, «Lettre à Michel Bounan du 21 avril 1993», Correspondance, vol. 7, Fayard, 2008, p. 407.

163 Le Figaro, 02/05/14.

164 Ibidem.

165 «Les verts veulent relancer le débat sur la PMA», Le Figaro 28/04/2014.

166MEDEF è l’equivalente di confindustria in Francia, n.d.t.

168 Ferrand Olivier, Jeanbart Bruno, Prudent Romain, Gauche: quelle majorité électorale pour 2012?, Rapport de la fondation Terra Nova, 2011.

169 Ibidem.

171 Idem.

172 Cf. capitolo 2.

173 Albert Jacquard, «L’égalité comme source de richesse», Le Monde Diplomatique, mai 1988.

174 Troviamo quest’idea anche in altre correnti femministe, né liberali, né post-moderne. «La gerarchia non viene dopo la divisione, viene insieme – o anche un quarto di secondo prima – come intenzione. I gruppi sono creati nello stesso momento e distinti e ordinati gerarchicamente.» Christine Delphy, Classer, dominer. Qui sont les autres?, La fabrique, 2008. Per dirlo in un altro modo, «In ogni differenza c’è già una contraddizione, e la differenza stessa costituisce una contraddizione.», Mao, De la contradiction, 1957.

175 François Jacob, Le Jeu des possibles, Fayard, 1981.

176 Peggy Sastre, «Égalité des sexes et maternité tardive: Alice au pays des mères vieilles». Consultabile al sito: www.leplus.nouvelobs.com, 9/12/2012.

177 www.uteroinaffitto.com Si tratta della versione italiana del sito ukraino. [Ndt]

178 Le Parisien Magazine, 02/09/2013.

179 Ibidem.

183 Shulamith Firestone, The Dialectic of Sex, The Women’s Press, 1979. (Traduzione dall’inglese dell’autore)

184 «Se il desiderio di avere un figlio fosse ben legittimo, perché la bio-medicina se ne è impossessata con tanto entusiasmo? Nessuna urgenza umana spiega lo straordinario arsenale impiegato per padroneggiare la vita. Il problema primario del pianeta non era certamente la sterilità ma, al contrario, la sovrappopolazione.» (Monette Vacquin, citata da Marie-Jo Bonnet, Adieu les rebelles, Flammarion, 2014, p.114).

185 Le Monde, 25/10/2012.

186 James Hughes, «Le Transhumanisme Démocratique 2.0», 2002.

187 Jaggar Alison, Feminist Politics and Human Nature, Rowman & Allanheld, 1983.

188 George Dvorsky, James Hughes, «Postenderism beyond the gender binary», 2008, disponibile al sito: www.ieet.org/archive/IEET-03-PostGender.pdf. (Traduzione dall’inglese dell’autore)

189 Léon Trotski, citato da Orlando Figes dans La révolution Russe, 1891-1924, Paris, Denoël, 2007.

190 Donna Haraway, Manifeste Cyborg, [1985], Exils, 2007.

191 «The Institution of Sexual Intercourse», Women’s Liberation, 1970, p. 45.

192 Ray Kurzweil, Humanité 2.0: la bible du changement, M21 Editions, 2007, p. 214.

193 www.digitaljournal.com/article/352787 Tradotto dall’inglese dall’autore.

194 Céline Lafontaine, L’Empire cybernétique. Des machines à penser à la pensée machine, Seuil, 2004.

195 Fernand Niel, Albigeois et Cathares, PUF, Que sais-je ?, 1994.

196 Ibidem. (Anche se Manès non ha mai direttamente incoraggiato il suicidio.)

197 Ibidem.

198 Citato da Fernand Niel, Op. cit., 1994, p. 52.

200 Fernand Niel, Ibidem, p. 23.

204 Luc Ferry è un ex ministro di Sarkozy, n.d.t.

205 Jean-Claude Guillebaud, La vie vivante, contre les nouveaux pudibonds, Les Arènes, 2011.

206 Noam Chomsky, Raison et Liberté, sur la nature humaine, l’éducation et le rôle des intellectuels, Agone, 2010.

208 René Descartes, Discorso sul metodo, in Giulia Belgioioso (a cura), Opere 1637-1649. Il pensiero occidentale, Bompiani, Milano, 2014, p. 97.

209 Ibidem, p. 99.

210 Norbert Wiener, Cybernétique et société, l’usage humain des êtres humains, [1948], Seuil, 2014, p. 45.

213 Si veda in proposito: Pièces et Main d’œuvre, «Alerte à la biologie de synthèse», 9 avril 2013. On line: www.piecesetmaindoeuvre.com

214 Coluche, «Le blouson noir», album Coluche: l’intégrale, vol. 2, 1989, chez Carrère.

215 Cf. Ivan Illich, La convivialité, Seuil, 1975;Idem, Œuvres complètes, volume 1, Fayard, 2005.

Attraversamenti postumani antipecisti

“La tecnica integra tutto, evita gli urti e i drammi: l’uomo non è adatto a questo mondo d’acciaio, la tecnica lo adatta. Ma bisogna anche notare che nello stesso momento, per fare ciò ella cambia la disposizione di questo mondo cieco perchè l’uomo possa entrarci senza ferirsi negli spigoli e senza provare l’angoscia di essere destinato all’inumano”
Jacques Ellul

C’è una soglia, superata la quale perdi il contatto con le conseguenze del tuo pensiero sul mondo…

Scorro, mi soffermo, cerco di addentrarmi nelle tesi di Rosi Braidotti in “Il postumano – La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte” e la metofara del cyborg di Donna Haraway come rappresentativi di tendenze pericolose che hanno trovato spazio in un antispecismo accademico, pericolose perchè fuoriescono da questa nicchia e si riversano sui contesti e le situazioni di movimento, e sono in grado di scavare solchi profondi e imprimerci un ben preciso modo di percepire, sentire, considerare, analizzare il presente nella sua espressione più performativa e totalizzante della tecnologia, delle tecno-scienze, del rapporto con le macchine. Se queste tentenze prenderanno forma il rapporto con il tecno-mondo non potrà più diventare conflittuale.

Antispecismo può voler dire tutto e, se la tendenza sarà quella di affiancarsi agli sviluppi tecnologici, sicuramente non sarà l’antispecismo a cui potrò fare riferimento nel considerarlo un contributo nella lotta di liberazione. Sarà solo da respingere.

Sicuramente mi rendo conto che si parte da presupposti diversi oppure anche con una comprensione di ciò che sono e rappresentano gli sviluppi delle tecno-scienze se alla base non c’è una forte critica anti-tecnologica si può arrivare a guardarli con entusiasmo. Se alla base non c’è un rifiuto totale dell’artificializzazione del vivente e un rifiuto della modificazione degli organismi, nel cammino si può fare confusione e confondere un opporsi alle categorie di genere e una libertà con la ingegnerizzazione e potenziamento del corpo.

“La svolta postumana è percepita come felice opportunità di decidere cosa e chi possiamo divenire, una possibilità unica per l’umanità di reinventarsi in senso affermativo. La prestazione sovraumana di Bolt ha ampliato i confini di ciò che il corpo umano è in grado di raggiungere. Rimane da capire se questi confini finiranno per rappresentare un ostacolo fisiologico attraversando e mischiandosi insormontabile, un limite autoimposto dalla collettività o la soglia di cambiamenti potenziali dei nuovi corpi a venire.

Pistorius è stato il primo essere umano potenziato a correre su arti artificiali di carbonio.

I confini e i limiti dei nostri corpi devono divenire oggetto di discussione collettiva e di decisione da parte delle istituzioni della politica e della società civile.

È inquietante, ma anche esilarante confrontarsi quotidianamente con cambiamenti vertiginosi, con l’immensità di nuovi orizzonti.

Umane, troppo postumane, tutte queste estensioni e queste protesi che i nostri corpi sono in grado di sostenere sono già qui e qui resteranno. Stiamo andando al passo con i nostri sè postumani, o vogliamo continuare a indugiare in una cornice teorica e immaginativa sospesa e confusa rispetto all’ambiente reale in cui viviamo? Questo non è il mondo nuovo alla Huxley, vale a dire una versione disutopica del peggiore degli incubi modernisti. Non è neppure il delirio transumanista della trascendenza dai corpi umani attuali. Questa è la nuova situazione in cui siamo immersi nell’immanente hic et nunc del pianeta postumano; uno dei possibili mondi che ci siamo costruiti. E dal momento che esso è il risultato dei nostri sforzi congiunti e dell’immaginario collettivo, è semplicemente il migliore dei mondi postumani possibili.”

A una prima lettura potrebbero sembrare pensieri di un fanatico della Silicon Valley, di Ray Kurzwell, di Gregory Stoch o per una pubblicità dell’IBM del migliore dei mondi possibili, ma invece no, sono stralci dal libro “Il postumano” di Rosi Braidotti.

È certamente più facile criticare e mettere in luce i deliri dei transumanisti, più difficile è scorgere ciò che attraversa e si mischia con contesti antispecisti.

C’è una linea, bella netta, di demarcazione tra noi e chi costruisce e difende questa società. C’è solo da scegliere da che parte stare. Sicuramente chi sta nelle aule accademiche o in qualche ricerca alternativa si tiene ben salda a quella posizione e difficilmente la metterà a repentaglio, come non metterà a repentaglio la propria tranquilla esistenza.

Questo mondo non lo abbiamo costruito collettivamente, ce lo hanno imposto o meglio hanno creato le condizioni per farcelo desiderare… e non è il mondo che tutti vorremmo, dallo sguardo di chi può permettersi il lusso di pensare a come creativamente potremmo divenire postumani non così entusiasticamente la penserebbero le donne indiane che affittano l’utero, le popolazioni a cui espropriano le terre per estrarre minerali rari per l’Ipod di ultima generazione, gli animali tutti con effetti cancerogeni della diffusione di nanoparticelle, non penso proprio che per loro sarà il miglior mondo possibile… e non c’è proprio nulla di esilarante in tutto questo. Nessuna cornice teorica o confusa, anzi, con ben in mente le conseguenze delle tecno-scienze, ce n’è di marcio prima di arrivare alla transizione postbiologica dei transumanisti…

Constatare che siamo pervasi dalla tecnologia e circondate da protesi tecnologiche e che alcune di queste probabilmente le innesteremo nel nostro corpo non equivale ad eccettare questo stato di cose.

Umano, troppo umano, l’uomo nuovo si sviluppa nel peggiore degli scenari possibili…

Ecco ciò che, per Rosi Braidotti, dovrebbe caratterizzare il soggetto postumano: nuova prossimità con gli animali, e qui il cavallo di Troia antispecista, la dimensione planetaria, gli alti livelli di mediazione tecnologica. Una tecnologia intesa sia come una protesi sia come un innesto nel corpo.

Un sè incarnato, relazionale ed esteso in una mutua dipendenza tra corpi e tecnologia, una fusione tra umano e tecnologico. Un “divenire macchina” che crea nuove soggettività. (Rosi Braidotti)

La natura dell’interazione umano-tecnologico si è spostata verso l’indeterminatezza dei confini tra generi, le razze e le specie. Quali sono le conseguenze del fatto che l’apparato tecnologico non è più sessualizzato, naturalizzato e razzializzato, ma ibrido, interconnesso, nel momento in cui la transessualità è il topos postumano per eccellenza? Se la macchina è capace di autogestione e transessuale, il vecchio organico corpo umano necessita di essere collocato altrove. Un capitalismo post-genere… (Rosi Braidotti)

Uno slittamento delle linee di demarcazione e delle categorie ontologiche tra organico/inorganico.

Dall’era industriale all’era elettronica dalla metafora della macchina arriviamo alla metafora tanto cara alla Haraway, del cyborg. Una metafora che si incarna. Che ha un peso. Che ha conseguenze. I cyborg non comprendono solo i corpi high tech dei piloti militari o degli atleti, ma anche le masse enormi del proletariato digitale che nutre l’economia globale. (Rosi Braidotti)

Un mondo cyborg potrebbe comportare il vivere realtà sociali e corporee in cui le persone non temano la loro parentela con macchine e animali insieme, scrive Donna Haraway nel Manifesto Cyborg. Haraway legge nella tecnologia potenzialità radicali di cambiamento e la considera come uno strumento di liberazione. Il/la cyborg è figura centrale della sua teoria, proprio in quanto ibrido di macchina e organismo che consente di superare le dicotomie tra umano e meccanico, natura e cultura, maschile e femminile, normale e alieno, psiche e materia. Il/la cyborg come metafora centrale del soggetto per un superamento del genere: è una creatura in un mondo post-genere, libera dal sessismo, non condizionata dalla riproduzione sessuale biologica e dalla famiglia nucleare, una figurazione della soggettività capace di nuove forme di interazione e comunicazione.

Il limite dei corpi non deve per forza coincidere con la pelle. Il/la cyborg è un aspetto, positivo, della nostra nuova incarnazione. “Noi possiamo essere i responsabili delle macchine, loro non ci dominano né ci minacciano; noi siamo i responsabili dei confini, noi siamo loro(Manifesto Cyborg).

Oggi possiamo vedere una prolifera interconnessione tra antispecismo, femminismo e teorie queer. Spingendo all’estremo l’indeterminatezza e l’ibridismo possiamo arrivare a non saper più collocare il nostro corpo guardando alla “macchina libera dal sessismo e transessuale”. Decostruire e scardinare le differenze tra specie e le categorie di genere non vuol dire prendere come modello la macchina, il/la cyborg perchè fuori da queste categorie. Perchè arrivare a includere la dimensione tecnologica?

Una fobia del corpo biologico come sinonimo di catene, costrizioni e non libertà. Mi chiedo quale libertà si può fondare negando le nostre origini -non biologiste- ma semplicemente naturali, animali, fatte di carne e non artificiali. Una fobia della natura che arriva a negarla, la natura non esiste, “è solo una costruzione per reprimere il diverso, è reazionaria”. E così, al di fuori dalla natura diventiamo macchine, anzi lo siamo già, “perchè in fondo siamo già soggettività ibride”. Nessuna libertà, solo gabbie invisibili, gabbie che nell’indeterminatezza rinchiudono e reprimono ciò che resta di selvatico e naturale. Gabbie che vanno a fondersi e confondersi con quelle del potere.

Stiamo superando e oltrepassando il confine che distingue l’umano dall’inumano.

Troppe cose sfumano, diventano indefinite. Manteniamo invece belle nette queste linee di demarcazione tra organico/inorganico, carne/metallo, circuiti elettronici/sistemi nervosi.

Dovremmo forse essere entusiaste delle nuove frontiere della biologia sintetica e delle neuroscienze?

Siamo corpi, carne del mondo, fondere l’umano e la macchina in una nuova soggettività porta a chiuderci nell’universo artificiale delle macchine. Apre le porte a un’unica dimensione totalizzante, dove l’uomo diventerà perfettamente integrato nel sistema tecnico e adattato alle sue nocività, dove il solco della resisitenza si assottiglierà sempre di più…

Siamo animali, abbiamo dei limiti, siamo mortali. Il nostro corpo non è da potenziare o ingegnerizzare. Nulla di religioso in questo, solo l’avversione a un sistema tecnico che penetra nelle nostre vite, che mercifica gli stessi elementi vitali.

Perchè diventare postumani? Lasciamo ai transumanisti questa parola, non facciamola nostra, sarebbe un grave errore. Non abbiamo bisogno di questo. Semmai dovremmo solo riscoprirci animali e parte della natura. La nostra animalità annichilisce e scompare con il mondo-macchina.

Il resto sono solo filosofeggiamenti di chi ha il tempo per farli senza porsi l’urgenza di combattere questa società. Perchè forse, in fondo, ci sta anche bene. Perchè forse dovremmo ribaltare e mettere in discussione la nostra vita. E così si diventa utili a chi dovremmo combattere, si diventa portatori delle stesse istanze di questo sistema in chiave alternativa condannando gli estremi transumanisti, ma facendo proprio il suo gioco. Il potere critica gli stessi suoi eccessi e contraddizioni e sempre di più cerca di darsi una facciata democratica: quali migliori alleati.

E allora non stupiamoci se proprio dei transumanisti potrebbero diventare dei nostri interlocutori, e se il miglioramento e potenziamento degli animali viene difeso in nome della protezione animale. Il transumanista Hughes che si è espresso contro l’antropocentrismo promuove l’utilizzo delle nanotecnologie e dell’ingegneria genetica per gli animali. E non deve stupirci se l’unica critica posta ai transumanisti sia il fatto che la ricerca scientifica che promuovono poggia sulla sperimentazione animale. (Da “Animal Enhancement: un fututo incubo per gli animali da allevamento? In Animal studies Rivista italiana di antispecismo, numero 1 Novembre 2012)

Se allora grazie alla tecnologia fossero superati gli esperimenti su animali, l’impero tecno-scientifico sarebbe condiviso? La ricerca sarebbe condivisa? Con questi presupposti da alcune/ si…

Le macchine sono considerate capaci di autopoiesi, intelligenti e generatrici: caratteristiche che portano all’alterità e soggettività. L’autopoiesi delle macchine ci indica che la tecnologia è un luogo del divenire postantropocentrico, una soglia per altri mondi possibili. (Rosi Braidotti)

Per Rosi Braidotti la pecora Dolly clonata, figura ideale della nuova relazione postantropocentrica umano-animale, si situa inoltre oltre le dicotomie di sesso del sistema binario e patriarcale di parentela. Come Dolly l’oncotopo è “un sempre-vivo che inquina l’ordine naturale perchè non nasce ma si fabbrica”. Esso è “un apparato tecno-teratologico che interferice con i codici prestabiliti e destabilizza e ricostruisce il soggetto postumano”.

Mi chiedo quale sia la perversione mentale che può definire “relazione postantropocentrica umano-animale” quando stiamo parlando di selezione, transgenesi, clonazione. Quale perversione mentale che vede in Dolly un qualcosa che scardina le categorie di genere. Non interferisce per nulla con i codici prestabiliti, ma ne crea altri e di più mortiferi. Non dovrebbero destabilizzarci questi viaggi pindarci, ma il suo essere diventata realtà.

Non ha senso porsi la domanda di come poterci relazionare a queste “nuove soggettività” o quali vincoli affettivi potremmo scoprire. Queste sono aberrazioni e non dovrebbero semplicemente esistere.

Riflettere sulla soggettività delle macchine supera gli stessi promotori delle tecno-scienze.

Che cos’è la vita? Cosa caratterizza gli esseri viventi? Viene sviluppato negli anni ’70 da Maturana e Varela, neuroscienziati, il concetto di autopoiesi per rispondere a queste antiche domande mai risolte. Ogni macchina autopoietica capace di autorganizzazione, da cui deriva la riproduzione e l’evoluzione, è un essere vivente. Ritorna la vecchia idea degli esseri viventi come macchine tanto cara a Cartesio. Delle macchine viventi. Cosa ci distinguerà allora da un ammasso di circuiti in silicio?

Una necessità di regolamentare la manipolazione del Dna non può significare porre dei limiti alla ricerca scientifica. Allo stesso tempo l’elaborazione di una etica pubblica sul postumano deve evidenziare il lato oscuro, cioè la riduzione del corpo a merce che può essere scomposta, smembrata, venduta e riassemblata secondo rapporti di potere che vede sempre dei dominanti e dei dominati. Anche in questo caso, però, non possono essere posti dei limiti alla autodeterminazione del proprio corpo.

Nuove rivendicazioni etiche, un’etica sostenibile delle trasformazioni in una nuova democrazia tecno-scientifica.

Rifiutare le tecnologie non porterebbe molto lontano, meglio allora impegnarsi in un lungo processo etico che riguarda nuovi sistemi di parentela, nuove connessioni con l’alterità animale e tecnologica. (Rosi Braidotti)

Oltre al fatto che partiamo da presupposti diversi e da un’idea di mondo diversa, non è questione di porre un limite alla ricerca, non può esistere un limite a ciò che per sua stessa natura e costituizione è già in sè controllo e dominio sul vivente. Il lato oscuro che viene identificato non è semplicemente l’altra faccia di una medaglia, è parte costitutiva di essa.

È oscuro solo perchè sono lontani dai nostri occhi le sue conseguenze mortifere, ma basta spostarsi un pò. Decentrarsi.

Nei cavi e circuiti d’acciaio e di carbonio scorre alienazione e dominio, ancora prima della fusione con la macchina tanto agognata dai transumanisti si sono interiorizzate le logiche del sistema.

In nome della libertà di scelta si crea un contesto in cui non si potrà fare altrimenti, in nome della libertà si celano abomini. La libertà di ricorrere alla procreazione artificiale nasconde tecniche di selezione embrionale che gettano le basi della creazione del bambino perfetto, la libertà di un mondo intelligente è un’immensa gabbia, così grande che sfuma e diventa trasparente, una gabbia di desideri e bisogni indotti, di atrofizzazione del pensiero. Una parte del mondo antispecista dalle proprie poltrone disquisisce su nuovi sistemi di parentela tra noi, gli altri animali e la macchina; su una cosa han visto giusto: miliardi di persone (totalmente insensibili verso l’altro animale) sono già aperte e interconnese con le protesi tecnologiche.

Non è possibile pensare una nuova etica all’interno degli imperativi della mega-macchina.

Anche se la lotta a questo tecno-mondo non porterebbe molto lontano, anche se ovviamente non riusciremo ad abbatterlo, questo non vuol dire rassegnarsi. Il punto è che non è stato preso in considerazione un lottare contro tutto questo perchè si vuole essere agenti del cambiamento proprio in questa direzione, sperando di smussare gli spigoli, ritagliandosi una voce importante e di riferimento nel nuovo capitolo epocale. Intanto mentre si pensa al lungo processo etico, nel mentre, i disastri diventano la normalità con cui convivere e miliardi di sommersi dall’impero tecnologico sono lontani dal nostro sguardo.

Questo animale è sempre presente ma ad afferrarlo sfugge, di fatto si fà sempre riferimento a un animale selezionato per le caratteristiche funzionali all’allevamento, di un animale ingegnerizzato e clonato per la sperimentazione animale, di un animale addomesticato… Dov’è l’Animale in tutto questo? Non è afferrabile da queste analisi, è ciò che rimane di selvatico e indomito, sia nelle resistenze alla reclusione e all’addomesticamento, sia nelle vite libere che man mano spariscono sotto i colpi della civilizzazione. Una vera parentela con questo animale è niente di più lontano di una parentela con la macchina.

O forse semplicemente preferiamo un antispecismo dagli hamburger artificiali…

Del tecno-mondo noi non ne saremo mai complici. Nelle vene scorre ancora lo spirito indomito e selvaggio, refrattario, che urla e strepita, che vive e combatte…

Silvia

“Non lo sai tu ancora? Getta dalle braccia il vuoto
dentro a quegli spazi, che noi respiriamo, così che magari gli uccelli
sentano l’ampliata aria con più intimo volo.”
Rilke

Da L’Urlo della Terra, numero 5

Per ricominciare dalla natura

Noi esseri umani, indubbiamente un elemento della Natura, ci poniamo questioni su di essa da millenni. Per molto tempo e per molte società una costante della riflessione umana sulla Natura è stata quella di sottolineare la separazione e la distanza reciproca basandosi su questa o quella specificità dell’Homo sapiens, o la volontà di questo o quel dio, in modo da giustificare con le idee quello che avveniva sul piano materiale: l’oppressione e lo sfruttamento di tutto quello che è opprimibile e sfruttabile, la distruzione di ciò che era considerato di volta in volta ostile o nocivo: animali, ambienti o popolazioni “diverse”.

Questa bella logica è ancora in vigore, non è la logica solo del capitalismo, o del colonialismo, o del nazismo… è la logica della civiltà sin dalla sua origine. Detto in modo semplicistico, la logica di chi si sentì padrone di un pezzo di terra invece che sentirsene una parte tra le tante.

Solo negli ultimi decenni queste concezioni arbitrarie sono state messe in discussione da varie correnti di pensiero e d’azione. Si può dire che la liberazione animale – antispecismo, l’ecologismo radicale e il primitivismo abbiano attaccato la logica antropocentrica ponendo l’attenzione più su un aspetto che su un altro, a seconda delle priorità sentite; che fossero il destino delle masse enormi di animali allevati dall’industria o quello delle masse umane alienate instupidite nelle metropoli velenose del mondo contemporaneo. La crescita di queste voci di critica radicale, al di là del contributo del singolo pensatore o del singolo guerriero, è legata a precise condizioni materiali all’interno della società umana.

La potenza tecnica del sistema consente alle attività di sfruttamento di raggiungere livelli parossistici, e così quello che aveva dei limiti, che era condotto a livello “artigianale” diventa inquietante agli occhi di sempre più persone quando non sembra avere più limiti. Due esempi su due diversi “campi” di osservazione: per quanto riguarda lo sfruttamento animale non si tratta più solo dell’addomesticamento o dell’uccisone di individui senzienti per l’alimentazione, ma della trasformazione di individui in merce a produzione industriale, costretti a vivere nelle ben note condizioni e a morire ammazzati a miliardi. Per la distruzione dell’ambiente: i danni delle attività umane mettono ormai a rischio la sopravvivenza della nostra stessa società; cambiamenti climatici, deforestazione e desertificazione, inquinamento delle acque, delle terre e dell’aria, estinzione quotidiana di specie e la bomba demografica che impedisce di affrontare o anche solo gestire questi fenomeni con provvedimenti a misura di sistema. Più queste cose si aggraveranno, più scaveranno conflitti all’interno della società umana. Quelli che vogliono attaccare l’antropocentrismo non concluderanno gran chè se questo attacco sarà parziale e prenderà le mosse della critica ad un solo settore nel quale l’antropocentrismo si materializza. Bisogna affrontare la questione della Natura, cioè bisogna dare tutta l’importanza che merita alla lotta per difendere gli habitat, tutti gli ambienti selvaggi che compongono il nostro pianeta, la nostra casa. Per quanto l’uomo abbia distrutto e costruito e distrutto ancora e ricostruito, per quanto abbia selezionato o plasmato molte specie di animali e varietà di piante, paesaggi, per quanto abbia fatto tutto ciò che ha fatto, la gran parte della Terra e la gran parte degli esseri viventi vivono senza prestare grande attenzione alle sue mire di dominio. Fino a quando non arriva la fucilata, le motoseghe, l’automobile, la spruzzata di erbicida o la colata di cemento, queste miriadi di nostri fratelli animali tirano avanti… liberi. Potevo dire secondo Natura, ma questa seconda opzione di termini forse non sarebbe stata accolta nello stesso modo nei nostri circoli così presi dalle discussioni teoriche. Nel mondo reale non fa differenza, nel nostro mondo certe volte sì.

So che parlare di Natura condanna alla parzialità, alla contraddizione magari, ma non avendo alcun sistema da costruire la cosa non mi turba. Tra le tante battaglie da combattere c’è anche quella di non dimenticare da dove veniamo, per mantenere con i piedi ben saldi sulla terra e poter affrontare battaglie ben più dure che chiamano con sempre maggior urgenza. Non mi interessa la semantica, disquisire sulle definizioni, citare quelle di altri, allargarle o restringerle per arrivare dove si vuole arrivare. No, non mi interessa definire, usare gli strumenti dell’intelletto e della cultura per manipolare, astrarre, studiare a tavolino un oggetto staccato da se stessi (quando so che sto parlando pure di me). Questo modo di procedere me ne ricorda vagamente altri. I modi del nemico; spesso crudeli nelle loro concretizzazioni, sempre ridicoli e presuntuosi.

Sento invece di condividere qualcosa con tutto quanto è vivo, di essere un’infinitesima parte di una continuità, di un flusso ininterrotto e cangiante che si dipana da centinaia di milioni di anni con risultati sempre diversi: meravigliosi, divertenti, spaventosi… certe volte incomprensibili, incredibili. Comunque irrimediabilmente destinati a passare. Questo sentire non deriva da filosofie new age, sento ciò che sono; è passato più di un secolo e mezzo da quando un razionalissimo studioso europeo di nome Charles Darwin ha intuito e spiegato almeno parzialmente i meccanismi di questo divenire (dando così un colpo micidiale a tutte le religioni), questo è ora riconosciuto da tutto l’apparato accademico che si occupa di scienze naturali.

Un tempo forse tutti gli esseri umani sentivano questa cosa e certo in modo più immediato e concreto di quanto possa toccare a noi civilizzati. Anche qui molti studi di antropologia haanno dato qualche suggerimento a chi ha voluto indagare le realtà delle popolazioni non addomesticate dalla civiltà. Ma insomma, dove voglio arrivare? Voglio affermare che non c’è niente di reazionario nella Natura, anzi essa è il regno della spontaneità, della diversità, delle possibilità innumerevoli e sempre in movimento.

Cercare di conoscere praticamente le infinite sue meraviglie può solo aiutare nella lotta contro tutto l’apparato tecnologico e ideologico che sfrutta esseri umani e animali e contemporaneamente distrugge le basi ecologiche di una possibile vita libera.

Se qualcuno tra i tanti apologeti dell’oppressione nella società umana ha tentato e tenta di giustificare le pratiche di dominio con giochi di parole rifacendosi tra le altre cose a “leggi di natura”, questo non deve spingerci ad entrare nello stesso meccanismo e fare nostri i loro ragionamenti. Un esmpio, tirando in ballo di nuovo il vecchio Darwin. Egli si accorse che tutti gli organismi viventi, pur nella loro diversità, hanno una capacità di riproduzione a dir poco esplosiva, sono cioè in grado di mettere al mondo una quantità di discendenti di molto superiore alle proporzioni necessarie per la sostituzione delle generazioni. Eppure normalmente la consistenza delle popolazioni non varia granchè. Dove finiscono tutti gli altri? Muoiono… di fame, di freddo, divorati da altri esseri viventi. Quelli che sopravvivono sono coloro che si sono adatti meglio, non necessariamente tutti quanti e non sopravvivono solo perchè più adatti, il caso è importante… questa selezione opera attraverso il clima, i competitori e mille altri fattori accumulandosi nel gran numero degli individui e nel corso delle generazioni. Così le specie si adattano e si modificano. Se da questa osservazione di un dato di fatto che precede di miliardi di anni la comparsa della specie umana, qualche contemporaneo del naturalista inglese più interessato all’ordine sociale che al mondo naturale, volle tirar fuori quella accozzaglia di giustificazioni classiste note come “darwinismo sociale”. Non si può accusare di questo la Natura (nè Darwin).

Qualche erudito alla fine dell’800 volle vedere in queste rivelazioni di storia naturale una sorta di specchio della società umana, affermando che era normale che i deboli soccombessero (i poveri) e i forti prevalessero (i ricchi). Ma non era la Natura a far morire di tubercolosi i bambini che lavoravano nelle fabbriche e mendicavano nella città… erano i padroni, gli industriali, coloro che vedevano negli uomini, animali, ambienti naturali solo una possibile fonte di profitti.

Sono sempre stati i dominatori a ridurre la complessità del mondo a qualcosa di uniforme, di controllabile e prevedibile, che si tratti del mondo fisico, degli habitat e del mondo imprevedibile del comportamento degli esseri viventi.

Nel contesto atroce di questi ultimi tempi un fenomeno positivo è quello che vede crescere la consapevolezza dei legami e delle similitudini tra diverse forme di oppressione.

Molto si è scritto e qualcosa si è fatto, ma è forte la limitazione che deriva dall’angolo in cui siamo stati spinti tutti quanti, comprese la varie tipologie di critica al sistema. Viviamo prigionieri in un ambiente urbano fatto a misura neanche più degli esseri umani, ma solo di macchine e merci, nel frastuono di mille oggetti e cose inanimate che tuttavia si muovono e strepitano. Apprendiamo la realtà del mondo principalmente dai media assorbendo immagini su immagini dai video, anche quelli di denuncia e i nostri percorsi, che per molti sono percorsi obbligati, sono sempre più spesso circondati dal colore grigio quando il colore di questo pianeta sarebbe naturalmente il verde. Con questo “addestramento” è difficile dire se si fanno più danni al corpo o alla mente. Le nostre facoltà così maltrattate percepiscono solo le cose più semplici ed evidenti. Vediamo giustamente l’orrore di un allevamento di galline in batteria, ma ettari ed ettari di monocoltura tirati avanti ocn concimi e pesticidi sempre più velenosi ci sono indifferenti. Quando viene costruita una diga su un fiume o qualsiasi altra grande opera non si vede il sangue e non si sentono le urla, ma milioni di animali sono uccisi direttamente o indirettamente.

I rifiuti e i procedimenti delle ordinarie attività produttive per come sono organizzate oggi vanno a sterminare miliardi di esseri viventi, esseri che non sono degnati di nessuna attenzione per tanti motivi, ma forse semplicemente perchè non li conosciamo, non sono quella decina di specie di “animali della fattoria” con cui è facile immedesimarsi e verso i quali un essere umano decente prova empatia. Sempre più spazio è nelle mani di pochi privilegiati esseri umani che lo distruggono o lo organizzano (è la stessa cosa in molti casi) per il loro tornaconto, relegando altri esseri, umani e non in sempre meno spazio. Questo spazio è la nostra casa, con le relazioni tra esseri che vi si instaurano spontaneamente, piante, funghi, batteri, una lista infinita di organismi, questo si può chiamare Natura.

Insomma, nessuna paura a parlare di Natura e di difesa della Natura, dobbiamo farlo se vogliamo preservare la possibilità di vivere finalmente liberi dal sistema, ma anche per amore di tutto ciò che ha un valore intrinseco al di là delle vicende della storia umana. E poi c’è la Natura dentro di noi, che evidentemente non si è ancora del tutto adeguata agli imperativi della Megamacchina; che altro è, in fondo, ciò ci fa ribellare, che ci fa resistere, che urla ancora e ancora che non siamo ingranaggi, non siamo pezzi di plastica… siamo animali, in tanti casi animali da soma, ma con il desiderio mai spento di calpestare il padrone e saltare fuori da quel recinto maledetto.

Federico
Dall’Urlo della Terra, numero  5

Fukushima: cogestire l’agonia

In questo 11 marzo 2015, quattro anni dopo l’incompiuto disastro nucleare di Fukushima, si può redigere un bilancio ufficiale: 87 bambini affetti da cancro alla tiroide, altri 23 sospettati di esserlo, 120.000 «rifugiati», 50.000 liquidatori mobilitati alla soglia sacrificale dovutamente rilevata, piscine piene di combustibili pronti ad esploderci in faccia, scorie massicce e costanti di acqua contaminata nell’oceano, non meno di 30 milioni di m3 di scorie radioattive da immagazzinare per l’eternità.
Questo bilancio esiste. Ci torneremo sopra.

 Lo Stato trasforma gli abitanti di Fukushima in cogestori del disastro

 Una volta tracciato questo «bilancio», considerate con rispetto le vittime e le preoccupazioni, è il momento di trarre le debite conseguenze. Una di queste è la seguente: man mano che si allestiva l’aiuto fornito da gruppi di cittadini, dalle ONG, da strutture più o meno indipendenti, lo Stato trasformava gli abitanti di Fukushima, in maniera innegabile e mascherata da «partecipazione cittadina», in cogestori del disastro. Si potrà magari sottolineare che questo slancio civico ha denotato spontaneità, ovvero amore per il prossimo, che lo Stato non ha dato nessun ordine in tal senso, che ognuno era e resta libero di «impegnarsi» in simili movimenti, certo! Tuttavia, molti uomini e donne che lo hanno fatto, anche se inconsapevolmente, hanno fatto il gioco dello Stato.

Ecco cosa abbiamo constatato.

La maggior parte dei suoi gruppi cittadini, delle ONG, di quelle strutture più o meno indipendenti hanno esortato gli abitanti a equipaggiarsi con dosimetri, li hanno aiutati a procurarseli o a costruirli in modo fai-da-te, li hanno assistiti nell’immane compito di una impossibile decontaminazione, hanno raccolto fondi con cifre anche colossali per acquistare attrezzature che permettessero di compiere delle antropogammametrie, vi hanno fatto sedere i loro simili per assegnare loro somme che non sapevano come utilizzare, hanno elaborato documenti dettagliati sulle ricadute radioattive, hanno aperto ambulatori di analisi dei dosaggi ricevuti e di controllo sanitario delle popolazioni. Queste «iniziative cittadine» miravano a mostrare una realtà i cui protagonisti ritenevano che fosse negata dalle autorità. Così facendo, invece di indurre le persone a «salvare la propria vita», cioè a fuggire a gambe levate (come hanno fatto alcune strutture, nello Yamanashi ad esempio, aiutando la gente a rifarsi una vita altrove), la maggior parte di loro le hanno aiutate a restare sul posto, cosa che ha fatto il gioco di uno Stato il cui solo obiettivo, fin dall’inizio degli avvenimenti, era di mantenere le popolazioni sul luogo. Così, invece di rimettere in discussione la thanato-politica di folli società umane edificate sul pericolo e sul governo della morte, queste strutture hanno insegnato alle persone a convivervi, nell’attesa che i dosimetri facessero il miracolo.

Da Chernobyl a Fukushima, la cogestione ha fatto fare un salto qualitativo all’amministrazione del disastro: lavorando alla grande inversione del disastro in contromisura, ha portato a un grado di perfezione mai raggiunto prima la responsabilizzazione di ciascuno nella propria distruzione e nella nazionalizzazione del popolo che la genera.

 

Gruppi indipendenti… integrati

 Prendiamo due esempi che mostrano come, prima o poi, queste strutture più o meno indipendenti lo siano state sempre meno e si siano, più o meno intenzionalmente, allineate alle strutture statali.

Primo esempio: Ethos, programma sviluppato in Bielorussia negli anni 90 per «migliorare le condizioni di vita nelle zone contaminate», sostenuto dalla commissione europea, il cui leader era anche direttore del CEPN, Centro di studi sulla valutazione della protezione in ambito nucleare, associazione finanziata da EDF, CEA, Cogema e IRSN. Un clone di questo programma, Ethos in Fukushima, è nato in Giappone sei mesi dopo l’11 marzo 2011, su iniziativa di una ONG locale mirante a sostenere il morale delle truppe contaminate attraverso riunioni informative in cui vengono raccomandati l’aiuto reciproco fra abitanti ed alcune misure illusorie di protezione dalla radioattività. La parola d’ordine della ONG, la cui fede, è risaputo, abbatte le montagne, è:

«Malgrado tutto, vivere qui è meraviglioso, e possiamo trasmettere un futuro migliore».

Avendo l’allievo superato rapidamente il maestro, questa iniziativa è stata assorbita dalla Commissione Internazionale di Protezione Radiologica (CIPR), che ha istituito dei «Dialoghi». Questi seminari partecipativi hanno così raggruppato degli eletti, esperti scientifici e gruppi di cittadini preoccupati di «rivitalizzare» le zone contaminate che ne avevano davvero bisogno, al fine di inculcare una «cultura pratica radiologica» e di aiutare ciascuno ad «ottimizzare il dosaggio».

Secondo esempio: Safecast, «rete globale di sensori che raccoglie e condivide misure delle radiazioni al fine di abilitare le persone a gestire la situazione grazie a dati relativi al loro ambiente». In seguito alla loro partecipazione ad una conferenza dell’AIEA nel febbraio 2014 a Vienna, il leader di Safecast definisce i propri membri «hacker, non di quelli che svaligiano banche [sic!], bensì di quelli che costituiscono il motore dell’innovazione», e mostra chiaramente il proprio attestato di professionalità, considerando di «aver modificato con successo i presupposti che l’AIEA aveva in relazione a quanto i gruppi indipendenti sono capaci di fare […] al fine di fornire fonti alternative di informazione», dichiarandosi con penosa fierezza «sicuro del suo progredire nella prossima revisione delle direttive che prepara l’AIEA in risposta al disastro». La delegata norvegese all’AIEA, che ha colto tutto l’interesse dei «sensori cittadini», ha immediatamente visto in Safecast: «Persone creative e innovative che sviluppano soluzioni efficaci da sé, e in caso di incidente nel vostro paese, sarete ben contenti che ci siano persone come loro. Di fatto, dovreste fin d’ora cercare persone come loro».

Felicitandosi che questa dichiarazione sia stata accolta da applausi, i responsabili falsamente ingenui di Safecast precisano:

«Il consenso nella sala è girato […], la CIPR ci ha proposto di trovare dei finanziamenti, il ministero dell’energia americano vuole integrare i nostri input nel loro nuovo sistema informativo d’emergenza, l’IRSN vuole che li aiutiamo in uno dei loro progetti, la Commissione di regolazione nucleare discute con noi per vedere come integrare al meglio la misura cittadina nei loro piani di catastrofe».

 

 I «sensori-cittadini» di Fukushima: cittadini prigionieri

La cogestione dei danni fonda il consenso: salutata da tutti nel nome della necessità di superare la situazione, è decisamente auspicata e s’inscrive in una strategia basata su quell’arte di utilizzare gli avanzi che è la resilienza. Approccio apprezzato dai pronuclearisti, si integra anche per molti anti-nuclearisti in una attuazione della partecipazione cittadina che essi invocano — non arretrando davanti ad alcun paradosso — con tutto se stessi, inciampando pericolosamente nella messa in discussione del ricorso all’energia nucleare su cui si presume si basi la loro lotta, e della società industriale che rende questo ricorso indispensabile. In fondo, l’oggetto della cogestione nel nome della democrazia è lo stesso Stato. Facendo di ciascuno un contro-esperto che bisogna educare, informare, attrezzare, per farlo diventare un misuratore competitivo, perché si sottometta a priori all’autorità scientifica che decreterà le nuove norme necessarie al buon funzionamento della macchina sociale, la cogestione si manifesta per quello che è: l’arte di diffondere metastasi statali, per riprendere la chiara formula di Jaime Semprun e René Riesel.

Alcuni sociologi dell’allarme, che non perdono occasione di lodare i «lanceur d’alerte»[*], hanno insistito a vantare i pregi delle «reti di cittadini-sensori che partecipano alla costruzione di una intelligenza collettiva attrezzata e atta a conferire una capacità attiva ai cittadini per interpretare il loro ambiente, captarlo e misurarlo e alla fine agire su di esso». In questo modo, gli allertologi rifiutavano di vedere la stupefacente realtà: molti «cittadini-sensori» di Fukushima erano diventati appunto dei cittadini prigionieri.

 

Cogestire, consentire, obbedire

 Cogestire i danni del disastro nucleare aiuta a superare la distanza che separava il terribile dall’acquiescenza al terribile. Cogestire i danni del disastro nucleare porta a partecipare al dispositivo che permette di consentire la contaminazione, d’insegnare agli uomini a vivere in così pessime condizioni d’esistenza e di introdurla nella cultura di massa. Cogestire i danni del disastro nucleare è iscriversi nel paradigma dell’ordine, non in quello della trasformazione. Significa accompagnare l’agonia al quotidiano dei corpi e quella, altrettanto grave, delle menti e del loro eventuale pensiero contrario. Divenuto maestro nell’arte di disprezzare i suoi avversari che sono gli individui coscienti, lo Stato cogestito, voluto da tutti, non ha più che falsi nemici nella cui mano ha saputo far scivolare la sua. L’identificazione con ciò che si teme incide qui tanto più pesantemente quanto la cogestione tende verso l’autogestione, che sta al disastro nucleare come l’autocritica stava allo stalinismo: una tecnica di interiorizzazione della colpevolezza e, in tal senso, del dominio, perché la cogestione è una congestione della libertà e del rifiuto di esserne privati. Si tratta allora di trovare una causa comune per evitare di scontrarsi con il proprio salvataggio attraverso il rifiuto. Ora, le cause comuni abbondano a Fukushima: trarre vantaggio da una esperienza unica, imparare a far fronte al prossimo disastro, restaurare la comunità, ridare impulso alle forze economiche, far rinascere l’impiego per i giovani, incitare le popolazioni a un «ritorno al paese natale»… Dalle minacce di non risarcimento delle spese sanitarie ai buoni di riduzione per i turisti, dal risviluppo dell’industria dello svago (stadi di baseball, musei) alla costruzione di minimarket con terrazze «più conviviali»… a Fukushima, non ci sono dubbi: l’inventiva morbosa fa furore.

Di certo, pretendendo da un lato di salvare ciò che si distrugge dall’altro, non si fa che ribadire l’obbedienza al potere.

 

Nadine e Thierry Ribault

Tratto dal sito Finimondo

 

[*] Questa espressione, coniata nel 1990 da alcuni sociologi, ha assunto negli anni vari significati. Ecco la definizione della Fondation Sciences Citoyennes: «Semplice cittadino o scienziato che lavora in ambito pubblico o privato, il lanceur d’alerte si trova in un dato momento a scontrarsi con un fatto potenzialmente pericoloso per l’uomo e il suo ambiente, e decide di portare questo fatto a conoscenza della società civile e dei poteri pubblici…»

Xylella fastidiosa, Stato insopportabile Cronistoria di un’emergenza inventata e riflessioni in merito.

Il nome del patogeno che avrebbe dovuto infestare nei mesi scorsi tutti gli ulivi del Salento contiene un aggettivo singolare: fastidiosa. E di fatto fastidioso questo batterio lo è stato, perché anziché far morire tutti gli ulivi, le piante da frutto e le piante ornamentali, così come paventato dal piano emergenziale del Commissario straordinario, dalla Regione Puglia, dal Governo e dalla Comunità Europea, la notizia della sua diffusione e dei rimedi per abbatterlo – taglio di centinaia di migliaia di ulivi e irroramento massiccio di pesticidi –, ha suscitato un moto d’orgoglio da parte di molti che, in qualche modo, ha rallentato questo piano. Se da un lato è stato abbastanza chiaro, per coloro che si sono interessati alla questione, che si trattava di un piano devastante e biocida senza alcuna logica apparente – ma forse con una sua logica intrinseca legata al tipo di economia e di potere che regge il pianeta –, dall’altra i metodi utilizzati per affrontare tale questione hanno risentito al solito dei limiti legati ad un modello rappresentativo-democratico davvero poco credibile, ma che si sostiene e si riforma, autoriproducendosi. Se più della metà degli elettori non va a votare il potere trova ancora linfa da utilizzare per governare e specula su questioni come il disseccamento degli ulivi o una grande opera come il gasdotto Tap, spendendo inutili parole di politichese, mentre al chiuso degli uffici lavora per peggiorare la vita di tutti. L’altra metà di elettori si afferra a questa illusione per paura del baratro. Qualcuno si chiude occhi, orecchie e bocca e contribuisce al mantenimento dei privilegi di questi veri parassiti. Qualcun altro invece è proprio convinto che quella sia la strada da percorrere. E così di ricorso in ricorso alla magistratura, di colloquio in colloquio con chi gestisce il potere, di richiamo in richiamo alla democrazia, alla costituzione, ai diritti dell’uomo, della natura e degli animali, il tempo passa, le energie si esauriscono e lo Stato e le sue lobby compaiono all’improvviso, militarizzano con centinaia di uomini delle forze dell’ordine la zona in cui devono intervenire e operano all’insaputa di tutti, infischiandosene ovviamente di tutti i ricorsi, le raccolte delle firme, le inchieste della magistratura, la volontà della persone. Nonostante questo c’è chi continua ad appellarsi alla magistratura, al Governatore neo eletto, a quello uscente, al parlamentare, alla Commissione Europea, ecc. ecc. È evidente che lo Stato viene considerato qualcosa di insuperabile, senza il quale non si può immaginare null’altro. Eppure non esiste un cattivo Stato e uno buono, c’è chi governa meglio, c’è chi governa peggio, ma che lo Stato faccia davvero l’interesse dei propri cittadini dovrebbe essere una favola ormai vecchia a cui sembra davvero sorprendente si possa ancora credere.

Responsabili

Il 7 luglio 2015 a Oria, in provincia di Brindisi, sono stati tagliati 45 alberi di ulivo. Questo provvedimento è stato messo in opera sulla base del piano della Comunità Europea, recepito dal Governo italiano ed eseguito da un Commissario straordinario. Ciò per contenere il diffondersi del batterio di Xylella fastidiosa. Nessuna analisi, nessuna certezza che quegli alberi fossero malati, solo l’esecuzione di un delirio di onnipotenza da parte delle istituzioni che inventano un’emergenza e mettono in campo tutti i mezzi necessari, compresa la forza, per attuare i propri piani. Piani solo in parte comprensibili data l’assurdità della situazione. Le immagini degli operai dell’Arif (Agenzia regionale per le attività irrigue e forestali) intenti a tagliare alberi bellissimi e verdissimi e apparentemente in ottima salute, accerchiati da decine di sbirri, dà il senso di quello che è accaduto. Probabilmente il tentativo di sostituire un metodo di agricoltura tradizionale con uno intensivo che utilizzi pesticidi in gran quantità e una differente varietà di piante, più produttive ma dalla vita meno longeva, cercando poi pian piano di introdurre anche l’utilizzo di Ogm, almeno come possibilità e smussando così le resistenze. È sembrato di vivere in un laboratorio a cielo aperto e ad essere sperimentate o testate sono state anche le reazioni delle persone. Si prova con l’illusione della partecipazione; se funziona, bene, la strada è spianata per qualunque nocività e il “progresso” può andare avanti. Se non funziona si procede con la paura e col terrore, si usano i media per spaventare le persone, si fa una propaganda serrata e quotidiana per instillare nella mente i concetti che tornano utili come “batterio killer”, zona infetta, eradicazione e, se non funziona ancora, si procede con la forza. Queste tre possibilità a volte si combinano, a volte vengono usate singolarmente, ma spesso ritornano nella gestione dei territori e dei luoghi dove il potere, economico e statale, vuole intervenire per imporre qualcuna delle sue opere o dei suoi nuovi modelli di controllo dell’esistente.
Questo però non dovrebbe farci dimenticare che sempre di un’imposizione si tratta e chi la esegue è, anch’esso, complice di chi dà il comando. Siamo troppo abituati a dire sì, a vivere irreggimentati, a rispettare l’Autorità per dire no, per disobbedire, per disertare, per rifiutarsi.
Tuttavia la disobbedienza c’è stata, poiché in molti hanno cercato di impedire che il piano di eradicazioni, proseguito ad ottobre, questa volta in maniera più decisa, andasse avanti. Ma per stroncare le proteste il cosiddetto piano bis ha previsto che, a tagliare gli alberi, fossero gli stessi proprietari ai quali è stato notificato che i propri alberi erano malati, naturalmente senza alcuna prova di laboratorio. Per fare queste notifiche lo Stato si è servito della Guardia Forestale, forza di polizia a tutti gli effetti  e che presto verrà accorpato nei carabinieri, che si è presentata a casa dei proprietari, spesso anziani contadini proprietari di pochi alberi, alle quattro del mattino con più uomini.
Se i contadini non avessero adempiuto al taglio degli alberi avrebbero ricevuto una multa salatissima e gli alberi sarebbero stati comunque tagliati con la forza. Il piano bis ha cercato quindi di troncare le gambe alla protesta, tuttavia azioni di resistenza si sono verificate ugualmente, quali difesa degli alberi con i corpi degli oppositori, presìdi permanenti, manifestazioni di piazza, ripiantumazione di alberi eradicati, rifiuto degli operai di una ditta di eradicare, minacce all’autista della ruspa che avrebbe dovuto espiantare e furto delle chiavi, chiusura di tutti gli accessi al paese dove erano previsti tagli, piantumazione di nuove piante d’ulivo dello stesso tipo di quelle tagliate, scritte murali. Infine l’occupazione dei binari in un paese in provincia di Brindisi per sette ore da parte di decine di persone.

Troppe domande, qualche certezza

Spesso abbiamo troppe domande in testa per riuscire ad avere una proposta valida, ma alcune certezze ci accompagnano sempre, e non potrebbe essere altrimenti. Abbiamo una visione del mondo e in base ad essa cerchiamo anche di intervenire nelle varie questioni, apparentemente slegate tra di loro, ma che in realtà non lo sono affatto. Se pensiamo ad esempio allo sfruttamento di vari luoghi nel mondo, alla distruzione di interi territori, alla desertificazione provocata da questo sistema economico, alle catastrofi poco naturali che mettono in fuga milioni di persone, non possiamo non pensare di essere accomunati all’esistenza di altri individui quando sulle nostre teste viene imposta una nocività o si decide qualsiasi progetto tolga un pò di libertà.
Se molti posti nel mondo vengono depredati delle risorse, se la costruzione di una diga toglie l’acqua alla popolazione che vi era insediata e che per forza di cose è costretta a spostarsi, se la costruzione di infrastrutture toglie terra e mezzi di sostentamento a chi vive quei luoghi, se i semi da piantare diventano proprietà privata tramite un brevetto di una multinazionale, come possiamo non collegare tutto questo all’emigrazione forzata che milioni di persone si trovano ad affrontare. Senza contare le guerre che vengono scatenate in giro per il mondo, spesso al fine di controllare le risorse energetiche di alcune nazioni.
Del Salento si vuole fare un luogo per un turismo d’èlite e un punto di passaggio e di produzione strategico per varie fonti di energia, fonti fossili, gasdotti, energie rinnovabili, eolico, solare, biomasse. Se a ciò si aggiunge il tentativo di insediare un’agricoltura industriale intensiva il quadro è completo.
Un modello che si sostituisce ad un altro, a volte più lentamente, a volte con un’accelerata, come in questo periodo, e spazza via ogni altra cosa, aspetti ambientali, culturali e sociali prima esistenti.
Naturalmente ciò che vogliamo difendere non sono le tradizioni di un popolo, né un’identità qualsivoglia essa sia, ma una vita a misura d’uomo, naturale, selvaggia se possibile, i luoghi dove viviamo e che si vuole trasformare in deserti inquinati e asettici, tutti uguali. Ciò che vogliamo è resistere alle imposizioni, all’Autorità di qualunque tipo che pretende di gestire le nostre vite, vogliamo difendere la nostra possibilità di scelta, se ancora ne rimane qualcuna.
Ed è per tutti questi motivi che non potremo mai trovarci, nella nostra battaglia, al fianco di un fascista, di uno che ha la gerarchia in testa, che fomenta l’odio contro il diverso, lo straniero, e che è parte integrante di questo sistema di sfruttamento, nonostante il suo populismo. Non abbiamo bisogno di una falsa unità, di difendere un ulivo e dimenticare tutto il resto. Non abbiamo bisogno di difendere il nostro orticello e chiudere gli occhi davanti alle morti in mare di migliaia di persone, alle guerre, alla devastazione del pianeta. Non abbiamo bisogno di difendere un territorio perché salentini; il patriottismo non ci appassiona, ci sentiamo accomunati ad altri individui in quanto sfruttati. Non ci sentiamo fratelli di chi vorrebbe, come un fascista o un integralista di qualsiasi tipo, vietare, negare, limitare la libertà.
E vogliamo ribadire tutto questo perché, nei mesi scorsi, in uno dei presìdi a difesa degli ulivi erano presenti anche esponenti di Casapound, che anche in altre occasioni hanno cercato di inserirsi. Quando qualche pecora nera poco propensa ad accettare la loro presenza ha sollevato la questione, la gente del posto li ha difesi, ma soprattutto li ha difesi il cittadinista che vuole l’unità a tutti i costi, anche con i fascisti, che vuole i numeri, che vuole le masse perché senza non si può fare nulla, che cerca visibilità, che è alleato dei giornalisti perché i media pensa si possano utilizzare a proprio vantaggio; che utilizza parte del suo tempo a filmare e fare foto, che comunica quasi esclusivamente tramite facebook perché i social network tengono in rete e pensa che i “parteciperò” e i “mi piace” siano il metro della protesta e non un modo comodo per appoggiare qualcuno o qualcosa standosene tranquillamente dietro un pc. La rete però sempre più non è sinonimo di interconnessione ma di gabbia, di controllo, di costante monitoraggio. Il cittadinista è un pompiere, un ostacolo forte a che si possa cambiare davvero qualcosa e intervenire in maniera incisiva. È colui che sostiene questo sistema più di ogni altro con la sua fiducia nelle istituzioni, con il suo pacifismo da imporre agli altri, con la sua delazione (quando occorre).

Che la paura cambi di campo

All’indomani dell’eradicazione dei 45 ulivi a Oria, una delegazione di presidianti si è recata dal Prefetto di Brindisi per chiedere spiegazioni su quanto accaduto. Per tutta risposta il funzionario, con modi spicci e arroganti, ha affermato che in quanto elettori dovevano sottostare a quanto deciso, che era una legge dello Stato e che dovevano rispettarla. Che in quanto semplici cittadini non rappresentavano proprio nessuno. Per il Prefetto, che è espressione del Governo sul territorio, la forza e la legge sono essenzialmente la stessa cosa. Decide il più forte, non c’è altro da dire. Per chi non ha fiducia nell’Autorità e neanche nel Diritto non c’è tanto da stupirsi poiché il Prefetto ha affermato quella che è l’essenza di uno Stato democratico.
Non è uno stato d’eccezione, è la gestione del diritto, e la forza è uno degli elementi fondanti. Dietro l’apparenza della partecipazione, in realtà, si tenta di indurre alla paura e si tiene in scacco il più debole, decidendo del suo destino.
E allora ciò che occorre è che la paura cambi di campo. Che le persone non siano più succubi, suddite di un potere che cerca di sopravvivere. Ad avere paura dovrebbero essere coloro che hanno creato questa emergenza e i loro esecutori e tutte le figure istituzionali locali, nazionali ed europee. Ad avere paura dovrebbero essere i giornalisti che alimentano il terrore e creano confusione.
Ad avere paura dovrebbero essere tutti quelli che hanno accreditato questa emergenza e hanno messo in atto i mezzi per sostenerla fino al necessario. Ad avere paura dovrebbero essere loro e questa è l’unica unità che vorremmo auspicare.

Non si può pensare liberamente all’ombra di un tribunale

Verso la metà di dicembre 2015 c’è stato il colpo di scena. La procura di Lecce, dopo un’indagine durata 18 mesi, ha posto sotto sequestro circa un milione di ulivi, con facoltà d’uso da parte degli agricoltori e ha indagato formalmente 10 persone. Funzionari della Regione Puglia, professori universitari e il Commissario straordinario Silletti. In seguito a questa inchiesta Silletti si è dimesso, così come i funzionari indagati e la protezione civile ha richiesto alla Regione Puglia e al Governo la revoca dello stato d’emergenza dichiarato nel febbraio 2015. Di fatto le eradicazioni sono state sospese e il futuro immediato sulla vicenda sembra più che mai incerto. Molti hanno plaudito all’operato della procura, che ha ridato un’immagine presentabile ad uno Stato in deficit di credibilità. L’intervento della magistratura darà sponda alle istanze cittadiniste che hanno esultato per l’inchiesta invocando condanne, repressione e giustizia contro le mele marce. Intanto la procura di Brindisi, come era prevedibile, ha emanato i suoi primi decreti penali di condanna – ne seguiranno molti altri, probabilmente – a carico di alcuni agricoltori che in una mattinata di novembre avevano manifestato in piazza. Mossa che tra l’altro mira a ristabilire i confini di una protesta democratica e che accresce il potere dello Stato che, per mezzo al suo organo giudiziario, si mostra equidistante. Vengono repressi tutti, chiunque agisca al di fuori delle regole imposte. Ma questo è ciò che accade abbastanza frequentemente quando si creano situazioni limite, quando singoli pezzi dello Stato si spingono talmente oltre che i loro inganni rischiano di diventare troppo evidenti e anche quando, dall’altra parte, la protesta deborda i confini della legalità e si esprime con pratiche che vanno oltre il consentito, rischiando di diventare efficaci e di sfuggire ai margini imposti – ad hoc – dalla legge.
Tuttavia, ciò che è accaduto in questi anni è qualcosa di inquietante e la vicenda della Xylella è davvero esemplificativa di come il sistema economico funzioni nel mondo. Seppure non sia nulla di nuovo, fa un certo effetto venire a conoscenza che nel Salento, secondo dati riportati da alcuni giornali, tra il 2010 e il 2012 sono stati irrorate quantità ingentissime di pesticidi in campi sperimentali avviati da Monsanto e Basf in deroga alle autorizzazioni, per testare la resistenza delle piante di ulivo alla cosiddetta “Lebbra dell’olivo”.
Anche al di là di quanto riportato dalle carte della procura, si aveva la percezione che il Salento fosse utilizzato come luogo di sperimentazione, sociale e ambientale, e ciò sta accadendo anche con il gasdotto Tap e soprattutto è già accaduto con l’Ilva di Taranto e la centrale a carbone di Cerano; un territorio, gli aspetti sociali, culturali, economici che lo riguardano e i suoi abitanti vengono sacrificati sull’altare del profitto e dell’economia.

Ruolo dell’Europa

Molti hanno considerato l’Europa, con le sue istituzioni, estranea a quanto accaduto: semplicemente coinvolta nell’emanare provvedimenti emergenziali che prevedevano l’eradicazione di migliaia di alberi e l’uso di pesticidi, perché tratta in inganno. Al contrario l’Europa non può non aver avuto un ruolo centrale in tutta questa vicenda. Oltreché direttamente influenzata da esponenti politici locali, uno dei quali anche funzionario europeo, al soldo probabilmente di qualche multinazionale, il ruolo delle istituzioni europee è abbastanza chiaro e mira all’introduzione o alla diffusione di un modello di “sviluppo” mondiale basato, in questo caso, su un’agricoltura intensiva e sull’uso di pesticidi e Ogm. Un dato di fatto risultante dalla politica di Efsa (Agenzia europea per la sicurezza alimentare) riguardo gli Ogm, tutta a favore degli studi  e dei risultati delle grosse multinazionali che li producono. Di recente inoltre Efsa ha dichiarato, con un documento ufficiale, che l’uso di glifosato (principale elemento dei pesticidi) in agricoltura non è causa di malattie cancerogene, mentre parere esattamente contrario ha dichiarato l’OMS. Efsa si è espressa anche sulla questione Xylella in maniera alquanto oscura e ambigua. Affermando che non vi era certezza sulla causa del disseccamento degli ulivi, ha lasciato la porta aperta all’uso di soluzioni estreme ed emergenziali come l’eradicazione. Tali istituti vengono visti come indipendenti e il loro parere acquista grande valore in virtù delle competenze che essi dovrebbero esprimere. Tuttavia, non è difficile scoprire l’influenza che grossi colossi dell’agroindustria, come Monsanto, hanno su questi istituti, indirizzando di volta in volta i pareri a seconda della necessità del mercato o del momento. Ecco perché sarebbe un errore considerare la questione Xylella come una questione esclusivamente locale. Per fare un esempio pratico, nel sud della Spagna vi è stato negli scorsi anni un medesimo processo indotto di trasformazione della coltivazione tradizionale degli ulivi in una coltivazione industriale. Non sorprende quindi che anche in Salento sia in atto il medesimo tentativo.
Meccanizzata, iperproduttiva, intensiva, omologata, geneticamente modificata, avvelenata: questo il quadro di un’agricoltura che più che a sfamare è destinata a riempire ipermercati luccicanti e asettici e a produrre energia i cui destinatari ultimi non sono certo gli esseri viventi ma le macchine.

Alcuni nemici delle nocività
Gennaio 2015, peggio2008@yahoo.it

Da L’Urlo  della Terra, numero 4

 

Lotta contro la tecnologia: alcune riflessioni

È sempre più intricato il rapporto fra le varie strutture di potere. Vorrei nello specifico soffermarmi sugli sviluppi, sempre più difficilmente decifrabili, della tecnica e del processo scientifico che, sull’esistenza umana e sulla natura tutta, hanno un impatto forte, decisivo, devastante.

La tecnologica all’interno di un progetto di critica radicale e di attacco assume rilievo sia come settore di intervento – e sotto questo aspetto credo vadano considerate alcune importanti questioni – sia come ostacolo immediato contro cui, inevitabilmente, ci si scontra quando si decide di portare avanti una lotta e di colpire un obiettivo.

La storia della tecnologia incide ampiamente sugli avvenimenti mondiali che a loro volta si ripercuotono su di essa. Le innovazioni tecnologiche dell’inizio del XX secolo hanno avuto una decisiva influenza sulle vicende della Seconda guerra mondiale e, parallelamente, lo sviluppo dell’energia nucleare sarebbe stato diverso senza quei tragici eventi. Di fatto le scoperte scientifiche e i successi tecnici in campo militare hanno dimostrato ai governi quanto centrale sia la superiorità tecnologica per l’esito delle controversie nel panorama geopolitico.

Non voglio in questo contesto affrontare tutti gli aspetti dell’evoluzione tecnologica e le sue connessioni con gli avvenimenti storici. Ritengo comunque indispensabile tener conto dell’importanza strategica della tecnologia per il funzionamento e il mantenimento di tutti i nodi nevralgici della società, il ruolo che ha nella crescita economica e nell’organizzazione industriale, per poter comprendere alcune delle relazioni tra scienza, tecnologia ed economia e delle interazioni con fattori sociali e politici. Tenere conto di queste considerazioni può scalfire l’opinione diffusa con cui si fa erroneamente coincidere la tecnologia con l’elettronica di consumo, le telecomunicazioni e i mezzi di trasporto.

La tecnologia non è solo un insieme di macchine, codici, impianti, ma il funzionamento complessivo del processo produttivo e di controllo che coinvolge cose e persone. Ogni tecnologia è resa possibile dal successo e dall’interconnessione di invenzione, innovazione, diffusione ed è la combinazione di molti elementi: macchine, persone, materiali, organizzazione del lavoro ecc. Il suo sviluppo non dipende solo dalla capacità di un individuo singolo di realizzare certi obiettivi, ma è condizionato da molteplici fattori: l’impegno e l’efficace collaborazione e competenza di ingegneri, scienziati e uomini d’affari, ma anche un ambiente sociale favorevole, disponibilità di capitali e volontà da parte di chi detiene il controllo di impiegare le innovazioni in determinati settori. Sono molteplici gli scopi che lo sollecitano. L’impegno a rendere più “confortevole” la vita attraverso miglioramenti tecnici che deriva anche dalla vecchia concezione illuminista della fede nella scienza; immettere sul mercato prodotti che siano fonte di guadagno; creare dispositivi e meccanismi destinati a far funzionare sempre meglio la burocratizzazione della quotidianità, il controllo, la repressione, l’integrazione.

È con tutti questi fattori che bisogna fare i conti, compresi i valori, la cultura, la morale, le relazioni della società tecnologica. Tenendo anche conto che non esiste una gestione monolitica del dominio, ma che emergono continuamente lotte tra capitalisti, interessi governativi, imprevedibili scoperte scientifiche che influenzano i mercati, contraddizioni e aggiustamenti.

La tecnologia è un settore di ampia portata strategica, in relazione con altri aspetti del potere

Decontestualizzare il processo di sviluppo scientifico e tecnologico, insieme ai suoi effetti sulla vita, dalla realtà in cui proliferano, trattandoli come fenomeni a sé stanti, avulsi da tutti quegli aspetti permeati da secoli di autoritarismo e pesantezza mercantile, conduce fuori strada.

La critica e la lotta per la distruzione della tecnologica hanno senso solo se fatte in una prospettiva rivoluzionaria, che abbia come obiettivo la distruzione e non il cambiamento o l’aggiustamento di una forma specifica di nocività. La tecnologia è potere in sé e uno strumento nelle mani del potere. Come qualsiasi altra lotta con un approccio parziale, anche quella contro la tecnologia può non avere sbocchi se non si lega alla lotta contro la società dello sfruttamento, se non è inserita nella lotta contro quegli individui e quei poteri che traggono profitto dalla tecnologia, contro le istituzioni che li difendono, contro i meccanismi da loro creati per perpetuare lo sfruttamento.

Tutti i fattori che permeano il progresso tecnologico sono legati, attraverso un unico filo, al processo di continua ristrutturazione capitalistica che porta con sé le vecchie dinamiche di dominio e quelle nuove (e in continuo mutamento).

Nonostante il coinvolgimento degli individui, che vivono nelle società industrializzate, nel funzionamento della società tecnologica sia sempre maggiore e trasversale allo status sociale di appartenenza, è importante tener conto che non sono scomparse le disuguaglianze, anzi la tecnologia è uno degli strumenti fondamentali grazie al quale vengono mantenute le divisioni e i privilegi. Anche se qualcuno afferma che il libero accesso all’uso di internet e la diffusione a buon prezzo di congegni elettronici sia un modo per livellare la società, in realtà le nuove forme, più sofisticate, in cui il dominio si organizza contribuiscono ad acuire e mantenere le disuguaglianze. La gran parte delle persone che vive nelle società industriali e tecnologiche destinate a racimolare le briciole di un presunto benessere, sta peggiorando la sua condizione. Oramai distrutta la coscienza di classe, aumenta sempre di più la convinzione che gli interessi propri coincidano con quelli dei padroni finendo così per identificarsi con le proposte ammiccanti del potere. Gli individui, pur mantenendo le vecchie caratteristiche della sottomissione e dell’accondiscendenza più o meno volontaria alle convenzioni sociali, sono sempre più incapaci di concettualizzare la realtà autonomamente, di concepire desideri diversi rispetto a quelli proposti, di guardare criticamente ciò che li circonda. Lo sviluppo sempre maggiore della cibernetica, dell’automazione, riduce continuamente i margini di autonomia, concentrando nelle mani di specialisti la gestione di ogni aspetto dell’esistenza.

Diversi, ma non meno devastanti, sono gli effetti del progresso tecnologico su quelle società e quegli individui che vivono in società con un basso grado di sviluppo industriale o in zone remote e ancora selvatiche del mondo. Questi luoghi, con le risorse di cui dispongono, vengono quotidianamente saccheggiati e devastati, lo stile di vita delle popolazioni distrutto.

Non c’è territorio, albero, individuo, idea escluso dalla proliferazione del capitale. Ogni risorsa è necessaria. E il potere per garantirsi questo processo di inclusione utilizza sia tecnologie sempre più sofisticate che i tradizionali metodi di controllo e persuasione. Non si possono escludere le une o gli altri in un progetto di attacco.

Di certo tecnologie sempre più avanzate contribuiranno a rendere sempre più forte il potere, nelle diverse forme in cui si manifesta, a ridurre forse i margini di attacco, ma le ragioni per cui credo si debba agire ora non sono solo i possibili scenari del domani, ma ciò che accade già adesso attorno a noi. La miseria, la devastazione della natura, la manipolazione della vita, lo sfruttamento, la repressione sono già sotto i nostri occhi.

Repressione e tecnologia, tecnologia è repressione

Di fronte ad un nemico complesso, strutturato, a tratti impalpabile, di cui è sempre più complicato decifrare gli sviluppi e il funzionamento concreto, altrettanto complessa appare, per chi ha deciso di non rassegnarsi, la possibilità di agire.

Attraverso alcune esperienze che ho vissuto ho notato quanto appaia più semplice o comunque più immediato concentrarsi su singoli aspetti del potere. Vedere davanti a me materializzarsi quel nemico, sfruttatore e autoritario, che turba la mia vita quotidianamente attraverso innumerevoli condizionamenti mi ha fatto venir voglia di urlare, protestare, agire senza aspettare contro le strutture in cui il nemico si concretizza. Ma nel tempo ho iniziato a chiedermi se l’immediatezza e la parzialità dell’obiettivo mi bastavano, se era quella la semplicità che mi interessava. Di certo il funzionamento del potere è complesso. Intuisco questa complessità. Come una nebulosa la scorgo di fronte a me, brancolo nella nebbia, non so di quali capacità ho bisogno. Eppure è possibile colpire avendo un certo bagaglio di conoscenze da cui poter attingere, tenendo conto di alcuni accorgimenti e avendo acquisito delle opportune informazioni che consentano di penetrare la complessità. Cercare di comprendere gli aspetti della realtà che si detestano con le loro relazioni e interconnessioni può aiutare a capire da che parte iniziare. Tentare di rintracciare le logiche che ispirano le azioni messe in atto dal nemico e i suoi ingranaggi può essere utile ad acquisire le informazioni e verificarle, reperire i mezzi e utilizzarli. Credo che ciò che di volta in volta si comprende vada verificato praticamente, perché è attraverso la pratica che si verifica l’importanza della conoscenza acquisita e attraverso la ricerca delle informazioni mancanti che si affina la capacità di agire.

Un’idea può nascere in un laboratorio, con una lobby che ne finanzia la sperimentazione, dei governi che potrebbero valutarla in base al contesto sociale a cui può essere destinata, un mercato che la trasforma in prodotto di consumo, qualcuno che la distribuisce, la pubblicizza. Un altro laboratorio può creare una nuova idea sulla base dell’idea originaria e attraverso le università conquistare le menti di migliaia di futuri scienziati, ricercatori, lobbisti, industriali, e così via. Affinché tutto ciò accada sono necessarie delle relazioni economiche e finanziarie, dei mezzi produttivi, una burocrazia, dei consensi e dei soldi.

A livello più basilare tutto ciò per funzionare necessita anche di strutture fisiche. Che a loro volta poggiano su uno scheletro di più o meno lunghe diramazioni di cavi, piloni, server, condotti attraverso cui scorrono, grazie all’energia, dati e informazioni indispensabili. Non mi pare sia necessario diventare informatici o ingegneri per individuare le strutture attraverso cui passa l’energia o i cavi lungo i quali scorrono i dati delle comunicazioni. Né un investigatore per individuare particolari strutture grazie alle quali funzionano istituzioni, enti di ricerca, ecc. Né un matematico per sapere che la ricerca sugli algoritmi riguarda anche la gestione del controllo sociale.

Questo scheletro può essere individuato anche con strumenti semplici. Partendo dalla conoscenza di alcuni aspetti della complessità si possono attaccare le articolazioni di base e tangibili in cui il nemico si dirama.

Tetide

Da L’Urlo della Terra, numero 4