Verso il laboratorio mondo – Introduzione alla presentazione del libro “Fare un figlio per altri è giusto – Falso” di Daniela Danna

VERSO IL LABORATORIO MONDO

Introduzione alla presentazione del libro “Fare un figlio per altri è giusto – Falso” di Daniela Danna, 13 Settembre 2017, Rovereto

L’utero in affitto, con la mercificazione della capacità riproduttiva della donna, con la compra-vendita di una bambina, con il diventare imprenditrici di noi stesse, si colloca perfettamente all’interno delle logiche neoliberali di questo sistema che mercifica e che si appropria di ogni dimensione. Questo mio intervento cerca di cogliere la complessità in cui si situano l’utero in affitto e la procreazione medicalmente assistita all’interno del paradigma e dell’operare del sistema tecno-scientifico, soffermandomi sulle tecnologie di riproduzione artificiale: la fecondazione in vitro e la diagnosi pre-impianto.
Gli sviluppi dei processi tecnologici che manipolano il vivente ci pongono su un piano differente, più profondo: non si tratta più solo di mercificazione, di sfruttamento, di gestione e di controllo. Benchè tutti questi piani non scompaiano, ci troviamo anche davanti a una pervasività tecnologica totale, che penetra nelle dimensioni vitali, che nel mentre modifica il vivente e la materia – come accade per le modificazioni genetiche e nanotecnologiche – trasforma e crea anche una nuova realtà, una nuova percezione di noi stesse, del nostro essere e stare nel mondo e del mondo attorno a noi. Nello specifico, la riproduzione artificiale è la risignificazione e la conseguente metamorfosi della maternità, della procreazione, e un passo verso la metamorfosi dell’essere umano e dell’intero vivente. Un passo in quel processo che sta artificializzando il mondo: se il vivente diventa altra cosa, sia in seguito ai processi di ingegnerizzazione, sia nella percezione che di esso se ne ha, il vivente sarà totalmente inglobato dal sistema.

Dalla sperimentazione sugli animali, che sia effettuata in un laboratorio di vivisezione o in un allevamento ipermoderno industriale, lo sguardo si sposterà sempre sulle possibili applicazioni sull’uomo, che costituiscono in molti casi il vero scopo della ricerca intrapresa. Individuare l’origine delle tecnologie riproduttive è fondamentale per comprendere che si sono sviluppate per selezionare determinate caratteristiche e successivamente modificarle con l’ingegneria genetica.
La zootecnia è la storia della produzione di corpi docili attraverso la selezione di caratteristiche esteriori fisiche, produttive, comportamentali. Le tecnologie riproduttive hanno affinato tale selezione e, procedendo di pari passo con le acquisizioni nell’ambito della transgenesi e della clonazione, sono stati prodotti i primi animali transgenici per diversi scopi come aumentare la filiazione, diventare resistenti ad alcune patologie, estrarre molecole per la realizzazione di farmaci, xenotrapianti, modelli di ricerca – pensiamo all’oncotopa, topa modificata geneticamente per sviluppare il tumore al seno.
Il primo ricercatore che in Francia ha fabbricato la prima bambina in provetta, non a caso si è prima cimentato sugli altri animali, nella fattispecie sulle mucche da latte per aumentare la loro produzione. Ritroviamo gli stessi fautori che si destreggiano nei diversi eppur simili laboratori.
Nella Gestazione Per Altri (GPA) gli ovuli possono essere della stessa donna che affitta l’utero o di un’altra donna. Esistono cliniche con enormi banche di ovuli di venditrici selezionate per le loro caratteristiche. Basta ascoltare le interviste di alcune donne che affittano l’utero alla Biotexcom a Kiev, interviste che si possono trovare sul sito internet della clinica1, per renderci conto che per queste donne è meglio se gli ovuli provengono da altre donne, al fine di tentare di allontanarsi psicologicamente dalla bambina che nascerà, per tentare di non sentirla come propria: “noi dobbiamo prepararci psicologicamente a non provare un amore materno, […] so che quando li vedrò non mi somiglieranno, avranno i lineamenti di due persone a me estranee e per questo non potranno mancarmi.”, spiega una donna in attesa di due figli avuti con ovuli di un’altra.
Se gli ovuli provengono da un’altra donna viene effettuata la fecondazione in vitro (FIV), che presuppone la diagnosi pre-impianto (DPI). Prima di impiantare gli embrioni nell’utero della futura madre che ha fatto ricorso alla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) o della madre che ha affittato l’utero, vengono praticati dei test genetici su una decina di embrioni, per determinare i probabili tratti e la predisposizione a svariate patologie, al fine di selezionarne i migliori“.
Nella scelta di questi caratteri resta sospesa una questione: per quanto tempo saranno ammessi degli “scarti”? Chi definisce i caratteri “migliori”, performanti? Ciò che sarà considerato anormale, deviante, non produttivo, non funzionale a questo sistema verrà semplicemente eliminato all’origine. L‘eugenetica è imprescindibile da tali tecnologie. Come pensiamo di poter rimanere soggetti attivi in grado di gestire o controllare l’intero processo?
La FIV e la DPI hanno tutte le caratteristiche per diffondersi. Lo sviluppo della genomica, per un’analisi del DNA e un’interpretazione delle sue variazioni sempre più precisa, oggi è cruciale in ogni campo della medicina. Una medicina che sta diventando sempre più genomica, personalizzata e preventiva. Abbiamo già vari test genetici post natali obbligatori per patologie metaboliche ereditarie,2 e la conseguente schedatura delle/dei neonate/i testate/i, in un secondo tempo il numero di questi test si amplierà a molte altre patologie, o presunte tali. Non sarà necessario che siano obbligatori anche gli interventi di prevenzione, basterà far leva sulla paura.
L’infinita possibilità delle nostre vite viene ridotta alla probabilità di un algoritmo e messa nelle mani di chi deciderà cosa definire normale o patologico in un riduzionismo genetico che rimane tale anche se personalizzato.
La previsione adesso arriva fino all’embrione. Non sono necessari investimenti specifici perchè è l’intero settore della genomica che sta crescendo in questa direzione.
Anche per la FIV e la DPI, come tutte le altre tecnologie, per creare accettazione e per promuoverle, si fa leva sulla salute, nello specifico per i problemi di fertilità e per rintracciare patologie genetiche della futura/o nata/o. Ma l’analisi dei dati su chi fa concretamente ricorso alla PMA dimostra che sempre più coppie fertili e senza problemi di trasmissioni di patologie genetiche scelgono la fecondazione in vitro con il solo scopo di fare ricorso alla diagnosi pre-impianto unendovi la possibilità, ad esempio, di selezionare alcune caratteristiche fisiche come il sesso o il colore degli occhi. Questo è quanto avviene per ora negli Stati Uniti, ma è una tendenza significativa della direzione che sta prendendo.
Verrà creato e alimentato il desiderio di dare alla figlia che nascerà un’eredità genetica migliore di quella che potrebbero fornire i propri stessi gameti. Con la nuova tecnologia di ingegneria genetica CRISPR/CAS 9 è possibile praticare la correzione del genoma -l’editing del genoma- in modo più economico, rapido e preciso. Questa tecnologia si sta sviluppando per la modificazione di vegetali, di animali da allevamento e da laboratorio, per le terapie geniche, con un’attenzione particolare verso il potenziale uso per creare modificazioni nella linea germinale umana. Gli esperimenti vengono effettuati su embrioni scartati dalle cliniche di fecondazione assistita.
Tutto ciò che serve per la selezione umana è già presente o in fase di ulteriore affinamento o in fase di ricerca: l’estrazione degli ovuli, essere in grado di fecondarli e trapiantarli, la crioconservazione degli embrioni, i software per analizzare e comparare i risultati della sequenza genetica, nuove tecnologie di ingegneria genetica e le ricerche su cellule staminali per trasformarle in gameti.
Allo stato attuale, non si effettuano ancora manipolazioni genetiche al momento delle diagnosi pre-impianto, ma l’idea della fabbricazione della “bambina/o perfetta/o” sottende il mito dell’uomo perfetto, dell’uomo potenziato del transumanesimo.
Nel corpo delle donne avverrà una sperimentazione biotecnologica con conseguenze per le future generazioni. Le manipolazioni genetiche, così come le modificazioni della linea germinale, hanno conseguenze irreversibili. Forse si pensa che non si arriverà mai a tanto, che le manipolazioni genetiche si fermeranno alle monocolture agricole. Ma tutto ciò che è possibile fare tecnicamente verrà fatto socialmente e non esiste nuvola etica che possa impedirlo. E se anche non sarà possibile farlo tecnicamente, nel mentre avremo interiorizzato una precisa idea di vivente, un vivente imperfetto da modificare e migliorare.
Non sarà un dittatore visionario che imporrà l’eugenismo, ma progressisti democratici stanno aprendo la strada a una genetica liberale. Una volta che la procreazione medicalmente assistita sarà estesa a tutte e tutti si entrerà in un circuito in cui, in nome della libertà di scelta, si creerà un contesto in cui non si potrà fare altrimenti. In un domani non troppo lontano sarà definito prima irresponsabile e poi criminale mettere al mondo figlie/i senza ricorrere alle tecnologie di riproduzione artificiale garantite e gestite da un apparato medico e tecnologico.
Tanto più sono profonde e irreversibili le conseguenze di queste tecnologie, tanto la nostra lotta dovrebbe essere radicale e dovrebbe andare in profondità, con la consapevolezza che nel nuovo mondo che si va costruendo, o de-costruendo, avremo sempre più a che fare con chimere e con figlie/i che, anche se resteranno tali, diventeranno dello Stato e del capitale tecno-industriale che ne rivendicherà la gestazione nel proprio grembo, il laboratorio, e il successivo controllo e gestione.
Stiamo consegnando nelle mani di tecno-scienziati, biotecnologi, cliniche della riproduzione la dimensione procreativa, quanto dobbiamo aspettare prima che i colossi come Bayer-Monsanto punteranno su questo settore?
Le conseguenze vanno ben oltre la procreazione, così come per gli ogm o le particelle nanotecnologiche rilasciati nell’ambiente le conseguenze vanno oltre la pur gravissima nocività per la salute e per l’ecosistema. Ci troviamo davanti a una nocività sistemica, l’intera società viene ristrutturata. Possiamo immaginare queste tecnologie come dei nodi in cui si intrecciano varie dimensioni creando una rete in cui si sviluppa il sistema tecno-scientifico, in cui si sta progettando e costruendo un mondo sempre più informatizzato, ingegnerizzato, nanotecnologico e artificiale.

Silvia Guerini
www.resistenzealnanomondo.org

http://www.uteroinaffitto.com/dossier-di-rai-2-maternita-surrogata-presso-biotexcom/

Legge 19 agosto 2016, n.167 Disposizioni in materia di accertamenti diagnostici neonatali obbligatori per la prevenzione e la cura delle malattie metaboliche ereditarie.

Corpi animali, dispositivi di potere, attacco al vivente. Dove si legano lo smembramento degli altri corpi animali e l’appropriazione della dimensione procreativa della donna

“Vista in sezione, la struttura sociale del presente dovrebbe configurarsi all’incirca così: su in alto i grandi magnati dei trust dei diversi gruppi di potere capitalistici che però sono in lotta tra loro; […] poi il proletariato, dagli strati operai qualificati meglio retribuiti, passando attraverso i manovali fino ad arrivare ai disoccupati cronici, ai poveri, ai vecchi e ai malati. Solo sotto tutto questo comincia quello che è il vero e proprio fondamento della miseria, sul quale si innalza questa costruzione, giacché finora abbiamo parlato solo dei Paesi capitalistici sviluppati, e tutta la loro vita è sorretta dall’orribile apparato di sfruttamento che funziona nei territori semi-coloniali e coloniali, ossia in quella che è di gran lunga la parte più grande del mondo. Larghi territori dei Balcani sono una camera di tortura, in India, in Cina, in Africa la miseria di massa supera ogni immaginazione.
Sotto gli ambiti in cui crepano a milioni i coolie della terra, andrebbe poi rappresentata l’indescrivibile, inimmaginabile sofferenza degli animali, l’inferno animale nella società umana, il sudore, il sangue, la disperazione degli animali… Questo edificio, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale, dalle finestre dei piani superiori assicura effettivamente una bella vista sul cielo stellato.”

Max Horkheimer1

In uno scritto di commento alla giornata dell’otto marzo leggo: “[…] la giornata dell’otto marzo ha mostrato contraddizioni interessanti. Da una parte a Milano, dal palco delle istituzioni in piazza Duomo, le oratrici parlavano della lotta per i diritti delle donne insieme ai diritti dei cani e dei gatti (perché il genere finisce per diventare una delle tante differenze e la violenza sulle donne una delle tante violenze). […]”2
Prendo come spunto questa considerazione portando un altro sguardo.
Inizio con una domanda: cosa significa essere umano?
Se ci pensiamo quel che viene considerato umano è una costruzione, è un fenomeno storico costruito sul sangue. L’uomo non è un’invariante, l’uomo esiste storicamente solo nella misura in cui trascende ed esclude la donna, la sua stessa animalità e gli altri animali.
Nei secoli l’umano viene definito mettendo in luce alcune caratteristiche che lo distinguerebbero, in modo inequivocabile, dagli altri animali. Una presunzione arbitraria e un’ideologia antropocentrica è il voler definire le caratteristiche che ci eleverebbero sopra gli altri animali.

“L’animale non parla, l’umano sì (Cartesio)
L’animale non ha un volto, l’umano sì (Levinas)
L’animale non muore, l’umano sì (Heidegger)”

Queste caratteristiche attraverso cui avviene la costruzione dell’umano sono esse stesse costruite. Si fondano su un’ideologia specista. Lo specismo non è un pregiudizio, ma un’ideologia che legittima, giustifica, naturalizza le pratiche, le strutture e i sistemi di disciplinamento, di sfruttamento, di smembramento e di uccisione dei corpi animali.
Solo perchè qualcosa come una vita animale è stata separata all’interno dell’uomo, solo perchè la distanza e la vicinanza con l’altro animale sono state riconosciute, è possibile opporre l’uomo agli altri viventi.
Agamben descrive perfettamente il dispositivo che permette la separazione e la ri-articolazione della coppia uomo/animale:

“Una macchina antropologica dove è in gioco la produzione dell’umano attraverso l’opposizione uomo/animale, umano/inumano, la macchina funziona necessariamente attraverso un’esclusione (che è anche e sempre già una cattura) e un’inclusione (che è anche e sempre già un’esclusione). Proprio perchè l’umano è, infatti, ogni volta già presupposto, la macchina produce in realtà una sorta di stato di eccezzione, una zona di indeterminatezza in cui il fuori non è che l’eslusione di un dentro e il dentro, a sua volta, soltando l’inclusione di un fuori.”3

Il confine, la barriera tra “animalità/umanità” è assolutamente arbitraria ed è una barriera che si sposta escludendo, e al tempo stesso producendo, di volta in volta un umano non ancora o non abbastanza umano, un subumano, animalizzandolo, designandolo come bestia, maiale, pidocchio, ratto…
Al centro di questa macchina dove dovrebbe situarsi il veramente umano c’è una zona di ridefinizione in cui la barriera può essere spostata. Al centro quindi in realtà c’è un vuoto, una vita separata ed esclusa da essa, una nuda vita.
L’umano quindi è un dispositivo di potere che traccia il confine tra ciò che è umano e ciò che non è umano. È un meccanismo di produzione dell’umano stesso che al contempo produce l’inumano.
La costruzione di significato passa anche attraverso tutti quegli aggettivi oggettivanti che costruiscono l’uomo come maschio, etero, occidentale, sano, bello. In questo processo di costruzione ciò che viene sacrificato, e non solo metaforicamente, è la donna e alla luce di quando emerso dalla macchina antropologica, uno sguardo più profondo non può non vedere l’Animale.
Ci troviamo immerse in una costruzione di senso, significato e valore attraverso il meccanismo di esclusione di chi rimane, strangolato e soffocato, ai margini.
Come se non esistesse la donna in quanto soggetto, ma solo in relazione al maschio, come se non esistesse l’animale in quando soggetto, ma solo in relazione all’umano. La stessa concezione della donna e dell’animale solo come oggetti di appropriazione.

Lo sguardo femminile decentrato sarebbe nella posizione favorevole per cogliere il legame con gli altri corpi animali da sempre assenti e oggetto del potere normativo e dei dispositivi di potere che si iscrivono nei corpi. Quello che vorrei mettere in luce è ciò che lega la donna agli altri animali, in quanto è il loro corpo che serve come materiale. La violenza contro i loro corpi viene naturalizzata, reinterpretata, risignificata e infine negata.
Esiste un sommerso che viene non solo reificato e sfruttato, ma annullato in quanto tale e riprodotto da questo sistema di potere che si esercita sull’animale attraverso il corpo e che produce corpi biopolitici. Un disciplinamento dei corpi e una produzione di corpi docili con la morsa dell’allevamento e le tecniche zootecniche che mirano a piegare il comportamento e la personalità dell’animale. Da una selezione a una manipolazione dei corpi: l’inseminazione artificiale e la genomica permettono di selezionare gli animali, l’ingegneria genetica permette di creare animali transgenici.
Il corpo dell’animale diventa un interscambiabile modello di specie. Le individualità vengono trasformate in esemplari di specie. Abbiamo mucche “da latte”, vitelli “da carne bianca”, tori “riproduttori”, maiali “da ingrasso”, scrofe “per la riproduzione”, galline “ovaiole”, visoni “da pelliccia e fattrici”, conigli “da carne” e da “sperimentazione”, pesci “d’allevamento”.
L’animale è così trasformato in strumento di produzione, in prodotto, in modello sperimentale che deve corrispondere a determinate caratteristiche.
Nella macellazione avviene uno smembramento dei corpi e gli animali diventano referenti assenti, animali in carne ed ossa vengono resi assenti come animali, affinché possa esistere la carne. Se gli animali sono vivi, non possono essere carne, di conseguenza, un corpo morto sostituisce l’animale vivente. Sono assenti nell’atto del mangiare carne in quanto trasformati in cibo. Sono resi assenti attraverso il linguaggio che rinomina i loro corpi morti, sono rinominati carne. Smembrati fisicamente e anche nella stessa ridefinizione di essi con le loro parti: la coscia, il petto, l’ala…

L’idea della catena di montaggio deve la sua nascita alla visita di Henry Ford alla catena di smontaggio del mattatoio di Chicago:

“L’idea mi venne naturalmente guardando il carrello sopraelevato che veniva utilizzato nelle industrie della carne di Chicago per la lavorazione del manzo”.4

Il destino degli animali nella macellazione è utilizzato per descrivere l’oppressione delle donne. La Dworkin osserva che

“l’idea prediletta della cultura patriarcale è che l’esperienza possa essere frammentata, che letteralmente se ne possano dividere le ossa, e che se ne possano esaminare i pezzi come se non ne facessero parte, o che si possano considerare le ossa come se non fossero parte di un corpo. Indugiamo sulla bistecca o sulle cosce di pollo come se non fossero parti di corpi. […] Ogni cosa è divisa: l’intelletto dai sentimenti e dall’immaginazione; l’azione dalla conseguenza; il simbolo dalla realtà; la mente dal corpo. Una parte sostituisce il tutto e il tutto è sacrificato alla parte.5

La descrizione metaforica della cultura patriarcale offerta dalla Dworkin si fonda sulla consapevolezza del fatto che gli animali vengono macellati nello stesso modo.
Riferirsi alle donne come a corpi senza volto, petti, cosce, spalle, natiche, rimanda all’atto violento della macellazione e, al tempo stesso, rafforza la violenza del riferirsi alle donne come a dei pezzi di carne. 6
Quando le femministe usano metafore animali in relazione alle donne usano metaforicamente ciò che viene fatto realmente agli animali. Rivolgendo il proprio sguardo solo verso le donne si inabissa la realtà che si nasconde dietro la metafora, che è parte della stessa struttura di potere che si vorrebbe stravolgere. Una sfida per il pensiero femminista è riconoscere i punti di intersezione e di sovrapposizione di queste due forme di oppressione, quella sulle donne e quella sugli altri animali.

Un’ingnegneria dei corpi in un sistema di fabbrica che invece di produrre merci utilizza esseri viventi come materia prima sfornando la morte come prodotto finale, un sistema di morte. Questa descrizione può ben rappresentare cosa erano i campi di concentramento e di sterminio, così come può ben rappresentare la realtà degli allevamenti, questi in più hanno la peculiare caratteristica di essere un’infinita riproduzione di corpi.
La violenza si de-materializza nell’automatizzazione della tecnonologia e i soggetti viventi diventando solo animali acquisiscono un’invisibilità, una distanza fisica e morale che separando l’essere umano dall’animale crea una separazione tra azione e conseguenze, annulla l’empatia e la responsabilità. Ampliando la ciecità anche verso le conseguenze su tutti gli esseri viventi e sul mondo intero di questo sistema tecnoscientifico.

Altri corpi animali, nell’oscurità dell’assenza di uno sguardo, nella normale pratica dell’allevamento subiscono inseminazioni forzate, costrette continuamente a riprodursi, a diventar madri per essere poi depredate della loro prole.
Le mucche “da latte” come tutti i mammiferi producono latte solo dopo il parto ed è per questo che vengono inseminate artificialmente e trascorrono in gravidanza nove mesi ogni anno. Miliardi di mucche diventano così macchine da riproduzione. Verranno quindi munte per mesi, durante i quali produrranno una quantità smisurata di latte, venendo “consumate”, nel vero senso della parola, in soli due-tre anni per poi essere macellate.
Il sistema tecnico-scientifico si appropria della loro dimensione procreativa, i loro corpi diventano veicoli di un dispositivo di potere che li ingloba. Quel che rimane dell’animale non è che lo spettro di una vita.
Anche la dimensione procreativa della donna è oggetto di appropriazione dalle industrie della riproduzione artificiale e da un sistema tecnico-scientifico.
L’utero in affitto ci pone una situazione a cui non possiamo sottrarci. In gioco non c’è solo la mercificazione della capacità riproduttiva della donna, ridotta a macchina da riproduzione e a materiale umano, non c’è solo la compra-vendita di una figlia che diventa un prodotto strappato dalla madre dopo la sottoscrizione di un contratto, non c’è solo la svendita di ogni autodeterminazione e libertà facendo proprie le logiche di questo sistema dove tutto è sottoposto al criterio dell’utile e dove diventiamo imprenditrici di noi stesse, non c’è solo la giustificazione dell’ingiustificabile, spesso da una posizione privilegiata, non c’è solo l’illusione delle regolamentazioni e non il vedere i reali interessi in campo, non c’è solo una nuova faccia del patriarcato, del potere maschile di coloro che non possono portare in grembo un figlio ma che ne vogliono uno per sé, non c’è solo l’eugenetica sottesa alla tecnica di fecondazione in vitro, non c’è solo l’appropriazione della dimensione procreativa da parte dello stato e delle aziende di riproduzione.
Nell’utero in affitto si intersecano e si sovrappongono tutti questi piani, tralasciarne uno e non cogliere l’insieme è far diventare parziale una critica e un’opposizione potenzialmente radicale.
Il filo che lega i vari piani è l’attacco al vivente in un mondo macchina dove la distopia di un mondo con l’utero artificiale che ci libererà da quel fardello della maternità e che cancellerà la differenza tra i sessi, ben rappresenta dove siamo arrivate.
Le biotecnologie riproduttive hanno una storia ben precisa che parte dalle manipolazioni genetiche e dai processi di disciplinamento dei corpi. Tracciare questi processi è fondamentale per comprenderli, per ritrovare gli stessi fautori che si destreggiano nei diversi eppur simili laboratori. In quest’ottica la critica non è più solo verso una questione prettamente commerciale, ma si allarga al paradigma e all’operare di questo sistema tecnico.
Procreazione medicalmente assistita (PMA), gestazione per altri (GPA), sperimentazione sugli animali, organismi geneticamente modificati e ingegnerizzati, per tutte queste pratiche e tecniche il danno è insito nella pratica e nella tecnica stessa, in quanto scandagliano nel profondo gli esseri viventi come mai prima. Al tempo della pecora Dolly ci dissero che il passo successivo di clonare esseri umani non sarebbe mai stato fatto, eppure anche prima di Dolly avevano detto che le manipolazioni genetiche sui vegetali non sarebbero mai state trasferite sugli animali. E oggi a che punto siamo? Una cosa sappiamo per certo e la storia della scienza ce lo dimostra: se vi è interesse su alcuni processi, e vi sono le possibilità tecniche di intervenire, questo verrà fatto e non esiste nuvola etica che possa impedirlo. Dalla sperimentazione sugli animali, che sia in un laboratorio di vivisezione o in un allevamento ipermoderno industriale, lo sguardo si poserà sempre sulle società umane, in molti casi il vero scopo della ricerca intrapresa.
Tanto sono più profonde e irreversibili le conseguenze di queste tecnologie, tanto la nostra lotta dovrebbe essere radicale e dovrebbe andare in profondità, con la consapevolezza che nel nuovo mondo che si va costruendo, o de-costruendo, avremo sempre più a che fare con chimere e con figlie/i che, anche se resteranno tali, diventeranno dello Stato e del capitale tecno-industriale che ne rivendicherà la gestazione nel proprio grembo, il laboratorio.
Come potremmo anche solo pensare di avere un’idea diversa di mondo quando l’unico modello sarà l’artificializzazione continua?

Luglio 2017
Silvia Guerini

1 M. Horkheimer, Crepuscolo. Appunti presi in Germania (1926-1931), trad. it. di G. Backhaus, pp. 68 – 70.
2 S. Gandini e L.Colombo, Di cosa parliamo quando parliamo di femminismo?, Via Dogana 3, 29 marzo 2017
3G. Agamben (2002), L’aperto. L’uomo e l’animale, Bollati Boringhieri, p. 42.
4C. Patterson (2015), Un’eterna Treblinka, il massacro degli animali e l’olocausto, Massimo Filippi (a cura di), Editorieir, p.77
5C. J. Adams (2010), Lo stupro degli animali, la macellazione delle donne, Liberazioni, rivista di critica antispecista, numero 1, p.49
6 I nostri corpi sono, non solo metaforicamente, ma realmente macellati e resi dei pezzi di ricambio nella predazione degli organi. La retorica del dono fa leva soprattutto sulle donne: madri che donano gli organi del figlio, ingannate da un potere medico che chiama morto un corpo con il cuore che batte e con il sangue che circola nelle vene, madri che portano avanti una gravidanza di un figlio anencefalico solo per poi farlo espiantare. www.antipredazione.org

Dalle Moltitudini queer al cyborg Dall’Umano, post-umano al cyborg

Dalle Moltitudini queer al cyborg
Dall’Umano, post-umano al cyborg
Le metafore femministe e antispeciste che fagocitano e che creano dispositivi di potere
Diventiamo figlie ribelli e sovversive in tempi di femminismo e antispecismo hi-tech

Pensieri sparsi “situati” leggendo Per una politica affermativa di R. Braidotti e Moltitudini queer: note per una politica degli “anormali” di P. B. Preciado

Quel che viene considerato umano è un fenomeno storico costruito sul sangue, è una struttura sacrificale, non è un’invariante, è una costruzione. Diventa un dispositivo di potere che traccia il confine tra ciò che è umano e ciò che non è umano. L’umano è un meccanismo di produzione dell’umano stesso e al contempo produce l’inumano, l’anormale. In tutto questo processo di costruzione ciò che viene sacrificato, e non solo metaforicamente, è la donna e con uno sguardo più profondo è l’Animale. Una costruzione di senso, significato e valore attraverso il meccanismo di esclusione di chi rimane, strangolato e soffocato, ai margini.
Il linguaggio stesso è situato all’interno di un processo non neutro di significazione, di costruzione di significato, un processo performativo che imbriglia il nostro pensiero. Un linguaggio categorizzante, maschile. L’uomo è maschio. Il soggetto è maschio. L’Altro è maschio. Non esiste grammatica per descrivere una soggettività femminile: l’irrapresentabile in una relazione già costruita di significante e significato. Forse non esiste lessico neanche per descrivere l’animale che siamo.
Come se non esistesse la donna in quanto soggetto, ma solo in relazione al maschio, come se non esistesse l’animale in quando soggetto, ma solo in relazione all’umano. La stessa concezione della donna e dell’animale solo come oggetti di appropriazione. Una relazione tra dominante e dominata/o attraverso la quale alcuni soggetti vengono oggettivati, ridotti a macchine da produzione.
Il post-umano si fonda su una categoria di umano e lo fonde con le tecnoscienze.
È significativo e preoccupante, segno di questi tempi, che da contesti antispecisti, quindi si dovrebbe presupporre dalle ceneri dell’umano e dell’antropocentrismo, emerga il cyborg.
In considerazione di come Braidotti accosti unendo cyborg-eco-femministe, mi fa pensare che sicuramente non è affine all’ecologismo, per come lo conosco e vivo io. Per quanto riguarda i molteplici femminismi e le teorie queer, lascerei con piacere la parola a femministe e queer non figlie/i di questi tempi hi-tech, e se siamo tutte figlie/i di questi tempi, dove sono le figlie/i ribelli e sovversive/i? O, come la Haraway, in fondo in fondo ci piace rimanere figlie “della rivoluzione scientifica, dell’illuminismo e delle tecnoscienza”? 1
E con forza rivendico di essere figlia per non far sparire la madre, in questi tempi di risignificazione della maternità, della dimensione procreativa, di cancellazione della madre e della donna. Questa parola che desta tanta costernazione… la maternità è una dimensione che appartiene alla donna, ricordarselo per non fondere maternità e paternità, per non mettere sullo stesso piano la maternità di lesbiche e di altre donne alla genitorialità omosessuale. Negare la maternità è lasciar libero il campo, è far si che se ne appropri l’uomo, il sistema medico, lo stato, le aziende della riproduzione. Riappropriarsi di essa non è “ridurre la donna al ruolo di madre”, come spesso viene contestato, la gravidanza è una possibilità e una scelta.
Visto che è in voga parlare di politiche del posizionamento, della collocazione, dell’essere situate/i, visto che siamo sulla soglia di importanti e fondamentali ri-posizionamenti, posizioniamoci bene, considerando proprio che il posizionamento è produzione dello stesso soggetto e perchè nell’indeterminatezza che sempre più spesso caratterizza i discorsi c’è sempre una scelta che ci posiziona da che parte stare. L’ambiguità e l’indeterminatezza che accompagnano un brulichio insensato di pensieri non potranno mai ridisegnare e ricostruire pratiche altre di resistenza. Così il tutto viene macinato e rimescolato in una poltiglia indefinita…
Non è possibile una resistenza, a differenza di ciò che afferma Braidotti, nella condizione post-umana. Rovesciamo l’umano e il post-umano. Nella condizione post-umana non possono esistere nuovi spazi di soggettivizzazione liberi dalle logiche e strutture di potere.
Le cyborg-xeno-femministe fanno attraversare i corpi dalle tecnoscienze, ma non è un attraversamento metaforico e indolore, non è una rappresentazione astratta, è politica e fisica. È in atto una profonda trasformazione, un cambiamento strutturale proprio come una mutazione genetica. Almeno in questo Braidotti ha compreso bene il punto…
Come può un pensiero consapevole della normalizzazione dei corpi, attuato attraverso un disciplinamento e di un biopotere sempre più pervasivo e totalizzante, rivendicare che siamo tutte/i dei tecno-mostri, dei cyborg e percepire in questo un potenziale in grado di scardinare strutture di potere?
Dalla centralità dell’umano si è passati alla centralità del post-umano, arrivando al cyborg. Lo sguardo femminile decentrato sarebbe nella posizione favorevole per cogliere il legame con gli altri corpi animali, con le altre differenze da sempre assenti e oggetto del potere normativo e dei dispositivi di potere che si iscrivono nei corpi. Invece questo stesso sguardo arriva a tessere nuovi legami, nuove parentele tra noi e le macchine.
Noi e ogni altro animale veniamo dissolte/i nell’affermare che siamo tutte/i prodotti delle tecno-scienze, che siamo tutte/i cyborg. Veniamo fagocitate/i. La tristezza è che questo dispositivo di cancellazione, della nostra e altrui animale esistenza è creato e messo in moto da aree femministe e antispeciste. Si stanno imprigionando corpi in strutture di potere ancora più impercettibili perchè travestite da processi emancipatori, il cyborg è un dispositivo di potere performativo che smembra corpi come quegli stessi dispositivi specisti che si combattono, come un sistema tecnico che squarcia i corpi, che li rende corpi pubblici, da cui le donne da sempre vengono fagociate.
Un divenire di nuove soggettività che in realtà esse stesse fagocitano… e cosa rimane nell’arido terreno delle tecno-scienze? Solo oncotope, ibridi, mutazioni genetiche, cyborg…
Se l’identità femminile, come quella maschile, è una costruzione storica e sociale, respingendo il ragionamento per opposizioni binarie, questo non porta automaticamente a negare l’esistenza di un sostrato di differenza tra uomo e donna. Ma non spetta a noi declinare le caratteristiche femminili e maschili, se mai esistano, la cosa non dovrebbe interessarci, visto che, in ogni caso, forse non potremmo riconoscerle. Le differenze che dovrebbero interessarci non si iscrivono in una differenza ontologica, astratta, ma all’interno di un tessuto storico e sociale.
Un essere nel mondo, attraverso e attraversate dal mondo è forse un modo per descrivere la nostra identità, sempre in divenire, mutevole, impossibile da categorizzare e irriducibile a definizioni già date a priori. Il nodo è come avviene in questa società la costruzione dell’identità femminile e maschile per mezzo del genere e del desiderio sessuale.
Il sesso biologico è dato, a prescindere dal fatto che ci si riconosca o no nel sesso biologico presente alla nascita. A prescindere da quanto afferma Monique Witting, la lesbica è una donna e a prescindere da quello che afferma Judith Butler, il sesso non è da sempre genere. Che il genere sia costruito socialmente non è una rivelazione della Butler o della teoria queer, è alquanto evidente.
Apriamoci alla possibilità di scoprire il nostro desiderio al di fuori e a prescindere da una eteronormatività. Rivendicare un’identità fondata sul desiderio sessuale lo trovo riduttivo, ma al tempo stesso rivendicare l’essere lesbica ha un significato di rottura e un significato politico, come rivendicare di essere bisessuali è un urlo contro una scontata eterosessualità e un troppo facile, a volte, incasellamento.
Attenzione però a non arrivare ad accusare sempre coloro che sono cisgender ed etero come chi non si sia ancora “decostruito” o che non possa permettersi di parlare su questioni che non può comprendere perchè non “decostruito”. (nel cliche di accuse poi non manca mai il maschio, bianco e privilegiato, come se chi afferma ciò non fosse bianca e privilegiata…).
La “Moltitudine queer” di cui parla Preciado si situa nel post-umano abbracciando nella grande famiglia il cyborg. Questa indefferenziata moltitudine è molto pericolosa se lascia spazio per il cyborg. Così il pensiero queer si apre alle tecnoscienze, le fa proprie, le legittima.
Un post-umano troppo umano, che non ha per nulla decostruito l’umano, altrimenti avrebbe ben compreso che siamo animali e non cyborg… Il/la cyborg, invece che decostruire le categorie di genere, esprime un’interrelazionalità con le macchine e diventa costruttore di significato come tutti quegli aggettivi oggettivanti che costruiscono l’uomo, maschio, etero, occidentale, sano, bello. Costruisce l’uomo come interrelazione con le macchine. Se femminismi, mondi queer e antispecismi si appropriano di questo discorso stanno gettando le fondamenta di una nuova edificazione dell’umano, una nuova edificazione sacrificale. Se questa concettualizzazione passa, non passa semplicemente per registrare l’attualità, ma arriva a costruire la stessa percezione della realtà e di noi stesse/i e a legittimare e rafforzare un sistema tecno-scientifico di biopotere.
Rabbrividisco nel leggere la valutazione della Braidotti che vede nel lavoro della Haraway un ruolo chiave giocato dall’empatia e dall’affinità. Empatia e affinità che la Haraway prova sicuramente verso il suo cane mentre lo porta alle gare di “agility”, ma che non prova nei confronti degli altri animali vivisezionati e sottoposti ad esperimenti. Nel riconfiguramento perverso e crudele effettuato dalla Haraway lo sperimentatore dopo aver inoculato una malattia nell’animale deve prendersene cura e curarlo per ottenere i risultati sperimentali. L’animale si trasforma così in paziente. Il rapporto di potere e prevaricazione tra aguzzino e animale diventa un rapporto tra paziente e chi se ne prende cura. Ottima copertura ideologica e giustificazione alla sperimentazione animale. Eppure, nonostante questo, il pensiero della Haraway è considerato un interessante spunto da alcune aree antispeciste.
Un confine che esiste è quello tra chi questa società la vorrebbe distrutta e chi non la disdegna, chi vuole ritagliarsi uno spazio, chi parallelamente all’avanzata delle tecnoscienze, incurante dei morti, vuole costruire un’etica in questi processi. Dall’azione politica che implica negazione e soppressione delle condizioni attuali si passa, con un cambio di prospettiva, ad un’etica dell’affermazione nel trasformare aspetti negativi in aspetti positivi, afferma Braidotti, respingendo un progressismo tecno-utopistico, non sia mai che si venga confuse con tecnocrati e transumanisti! Ma inoltre, ovviamente, definisce oscurantisti e reazionari coloro che respingono totalmente le tecnoscienze! Braidotti parte dalla considerazione di un’etica come processo di liberazione della negatività, attuabile anche tramite una comprensione dei nostri vincoli e in grado di liberarci dal mito della salute perfetta, suggerendoci di riconoscere le soglie, i confini e i limiti, crolla però quando nell’alterità comprende l’inumano cyborg. Di fatto questo porta a riaffermare solo il presente.
A un’identità fissa, concezione tradizionalistica, umanista, opprimente, Braidotti, come quello che si respira da certi contesti queer, oppone un’identità postumanista e nomade della soggettività all’altezza della complessità del nostro tempo. Ad essere troppo vaganti e nomadi, attenzione a non perdere l’orientamento e a non fermarsi mai! Fermiamoci. Mi sembra che la bussola si sia persa da tempo e si sia atterrate nelle stanze dei laboratori. Se per il pensiero nomade ciò che interessa non è il soggetto universale ma gli effetti delle sue azioni sul mondo perchè per trovare una responsabilità etica ci si colloca in un mondo tecnologico, mediato? Collochiamoci al di fuori, come soggettività di rottura, una rottura che si trasforma in conflitto, un conflitto reale da non confondersi con un mediattivismo virtuale.
Comprendere la complessità del presente vuol dire respingere totalmente, senza se e senza ma, la realtà che si pone davanti a noi, anche in considerazione della responsabilità che abbiamo sugli altri animali e sul mondo naturale. Nella valutazione dei diversi livelli di responsabilità dovremmo iniziare a identificare i diretti responsabili delle nefandezze evitando di dar loro la possibilità di rendere etico questo nefando e nefasto sistema. Braidotti si chiede giustamente come capire quando abbiamo raggiunto la nostra soglia di sostenibilità, ma si ferma qui. Il pianeta l’ha raggiunta da un pezzo. Si chiede come capire se ci siamo spinte troppo lontano. Sicuramente per ciò che permette la vita su questo pianeta da un pezzo si è andati oltre. Sono le crisi ecologiche che ci stanno urlando “questo è troppo”. Una consapevolezza ecologica non può sposarsi con gli sviluppi tecnoscientifici, non può esistere un presente più sostenibile. Sicuramente per l’animale da sempre normalizzato, standardizzato, omologato, prodotto in serie, reso modello intercambiabile di specie, sottoposto a un processo di manipolazione del corpo, non ha neanche senso porsi la questione della soglia. La zoe di oncotope e di animali ingegnerizzati è nuda vita e non come asserisce Braidotti, “forza creatrice di futuri possibili”.
Se si parla di riprogettare il mondo e i corpi, se si parla di tecnoscienze, e cioè di biotecnologie-nanotecnologie-informatica-neuroscienze, nell’ideologia del cyborg, nello xeno-trans-femminismo, in alcune teorie queer, tutto questo ha oggettivamente un significato ben chiaro e delle conseguenze. Non serve un nuovo processo etico, bensì un processo di distruzione di tutto ciò e delle ideologie che lo sostengono e la alimentano.
O non si sta parlando di questo?

Silvia Guerini, Marzo 2017
www.resistenzealnanomondo.org

  1. Rosi Braidotti “Per una politica affermativa” , Mimesis Edizioni 2017, pag.53

clicca qui per scaricare in pdf: Dalle moltitudini queer al cyborg

Bibliografia:

Agamben G. (2005), Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einauidi.
Braidotti R. (2014), Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte, Derive Approdi.
Braidotti R. (2017), Per una politica affermativa, Mimesis Edizioni.
Braidotti R. (2015), Per amore di zoe. Intervista di Massimo Filippi ed Eleonora Adorni, Liberazioni, rivista di critica antispecista, numero 21.
Butler J. (2013), Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità, Edizioni Laterza.
Callea N. (2008), Postumanismo: oppurtinità e ambiguità, Liberazioni, rivista di critica antispecista, numero 7.
Campell (2015), Leoni, trans e cyborg, poveri noi! Transfemminismo ed ecofemminismo in un mondo postumano, Liberazioni, rivista di critica antispecista, numero 21.
Haraway D. J. (1995), Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli.
Haraway D. J. (2000), Testimone_Modest@ FemaleMan©_incontra_Oncotopo™. Femminismo e tecnoscienza, Feltrinelli.
Haraway D. J. (2003), Compagni di specie, affinità e diversità tra esseri umani e cani, Sansoni.
Irigaray L. (1992), Io tu noi. Per una cultura della differenza, Bollati Boringhieri.
Preciado P. B. (2014), Moltitudini queer: note per una politica degli “anormali”, incrocidegeneri.wordpress.com/2014/02/24/beatriz-preciado-moltitudini-queer-note-per-una-politica-degli-anormali/
Stanchina G. (1996), La filosofia di Luce Irigaray. Pensare ed abitare un corpo di donna, Mimesis.
Weisberg Z. (2010), Le promesse disattese dei mostri. La Haraway, gli animali e l’eredità umanista, in Massimo Filippi e Filippo Trasatti (a cura di), Nell’albergo di Adamo. Gli animali, la questione animale e la filosofia, Misesis.

Arthur Shopenhanar – Dialettica eristica o l’Arte di dare sempre torto a Alexis Escudero

Arthur Shopenhanar

Dialettica eristica o l’Arte di dare sempre torto a Alexis Escudero

seguito da :
Florilegio di citazioni su AlexisEscudero e la Riproduzione artificiale dell’umano

Novembre 2014
Traduzione: Aprile 2017

Alexis Escudero ha recentemente pubblicato La Riproduzione artificiale dell’umano.
Secondo lui: «PMA e GPA non significano l’uguaglianza delle minoranze e delle maggioranze sessuali nel loro rapporto con la procreazione, ma la sottomissione di tutte e tutti all’istituzione medica, allo Stato, all’economia e alla tirannia tecnologica.
Contrariamente alle posizioni tenute dalla sinistra in questi ultimi due anni, i partigiani della libertà e dell’emancipazione devono opporsi alla riproduzione artificiale dell’umano ed a ciò che inevitabilmente implica: eugenismo, mercificazione dei corpi e del vivente, manipolazione genetica degli embrioni, transumanismo.»

Avete tutti una buona ragione per avercela con Alexis Escudero! Pensate che sia un cripto-fascista, ossia che non pensa come voi. Il suo libro vi ricorda le ore più buie della nostra storia. Siete d’accordo con lui ma non vorreste sembrare un con (coglione in francese)-vinto. Non l’avete letto – o non l’avete capito – ma non siete d’accordo. I vostri amici non sono d’accordo. Difendete la PMA – ossia l’eugenismo e la mercificazione del vivente. La prospettiva di spacciarvi per un transumanista vi diverte piuttosto. Vorreste far tacere Escudero. Non avete argomenti. Non riuscite ad essere all’altezza del dibattito politico.

Questi stratagemmi sono fatti per voi. No pasarán!

Stratagemma I – Non è il momento
Non è mai il momento buono. L’avete finemente analizzato: gli anni 30 stanno tornando. (Ok, ve l’hanno un po’ suggerito, ma fate come se). La crisi economica. Il fascismo rampante. L’ascesa del Front National. In questo contesto, ogni pensiero può fare il gioco dell’estrema destra. In realtà, il pensiero è il nemico. Meglio restare uniti/e, tacere i disaccordi e continuare a comunicarsi nella nostra bolla radicale. Lasciate la riflessione e l’iniziativa ai cattolici integralisti, agli omofobi e all’estrema destra.
Nascondete gli argomenti complessi sotto il tappeto, altri se ne occuperanno più tardi. (E se guardate altrove, chi può pretendere che siano dei problemi?) Proteggetevi dai peccati di riflessione e di autonomia del pensiero. Vigilate sulle coscienze dei vostri compagni. In questa crociata per vietare ogni dibattito, la Manif pour tous è la vostra migliore alleata.

Stratagemma II – Fate ricorso all’insulto
Schopenhauer : «Quando ci si accorge che l’avversario è superiore e si finirà per avere torto, si diventi offensivi, oltraggiosi, grossolani, cioè si passi dall’oggetto della contesa (dato che lì si ha partita persa) al contendente e si attacchi in qualche modo la sua persona: lo si potrebbe chiamare argumentum ad personam. […] Si abbandona del tutto l’oggetto e si dirige il proprio attacco contro la persona dell’avversario: si diventa dunque insolenti, perfidi, oltraggiosi, grossolani.[…] Questa regola è molto popolare poiché chiunque è in grado di metterla in pratica, e viene quindi impiegata spesso.» (L’arte di ottenere ragione)
Ricordatevi che il linguaggio è performativo: se dite che Escudero è omofobo, lo diventa! La realtà (che non esiste) si piega ai vostri fantasmi. Per screditare l’autoresenza argomentare, sganciate gli aggettivi: fascista, omofobo, lesbofobo, transfobo, naturalista, essenzialista, reazionario, maschilista, anti-femminista…«Confusionista» è  la parola alla moda: permette di nascondere la vostra propria confusione. È subentrata «deviazionista» e ad «eretico».
«Schifezza», non sappiamo bene cosa significhi. E, appunto, non sapete troppo ciò che volete dire. Valorizzate il campo lessicale dell’odorato (puzza di morte/rancido) e del disgusto («berk» è molto più efficace di un paragrafo argomentato). L’insulto è più di classe quando i comuni mortali non lo capiscono. Se l’autore è «LGBTQIfobo», deve essere grave! Se vi si chiede di argomentare, rispondete con un’aria oltraggiata che «non fate più pedagogia!».

Stratagemma III – Falsificate le intenzioni dell’autore
Alcuni hanno dato l’esempio: la cattiva fede è la vostra migliore arma. Dimenticate i vostri scrupoli, sono i residui di 2000 anni di cultura giudeo-cristiana. Citate un passaggio della Riproduzione artificiale dell’umano a proposito di bovino e fate come se concernesse gli umani [1]. Insistete allora sulla mancanza di empatia di Escudero per le coppie che ricorrono alla PMA. Riprendete un passaggio sull’infanticidio – l’omicidio di un bambino dopo la sua nascita – e fate credere che l’autore si oppone all’aborto e al diritto delle donne di disporre del loro corpo [2]. Lasciate fare il tempo e le dicerie. Diffusi da siti internet a siti internet – da parte di ingenui o di complici -, i propositi inventati iniziano a fare fede. Per-for-ma-ti-vo vi diciamo!

Stratagemma IV – Non fermatevi in una così buona strada: anche il reale può essere falsificato
Sapete che la PMA si riferisce sia all’inseminazione artificiale sia alla fecondazione in vitro. Le associazioni LGBT che rivendicano esplicitamente l’accesso a «tutte le tecniche di aiuto alla procreazione» [3] lo sanno pure. Ma la realtà è fascista e tutto  dipende dal punto di vista nel quale ci si pone. Come la S.C.A.M. (Sezione Chiaramente Anti Maschilista) di Parigi, dichiarate a vostro piacimento che le associazioni LGBT non hanno mai chiesto la generalizzazione della PMA, eccetto la semplice possibilità di fare ricorso ad un dono di sperma. Non abbiate paura di niente: potete anche affermare che «in Francia la PMA è soltanto un dono di sperma » ! [4] Così Escudero passa per un paranoico quando spiega che l’estensione della PMA a tutte e tutti significa – come negli Stati Uniti – la possibilità per l’insieme delle coppie fertili di fare ricorso alla fecondazione in vitro e quindi alla diagnosi pre-impianto; ciò che gli permetterà di designer al meglio la loro progenie.
Qualunque cosa raccontiate, deformate, ingrossate. A Lille, 15 persone leggono un testo all’inizio di una conferenza di Escudero prima di lasciare la sala? Fatene 4 articoli su internet! (1 racconto per 4 partecipanti è un risultato onorevole). 5 altre persone disturbano un dibattito a Parigi per 30 minuti: pretendete di poter dire che il dibattito non abbia avuto luogo. Si hanno certo le vittorie che si possono. Ma possiamo lottare per renderle meno risibili.

Stratagemma V – Conducete una guerra di posizione
Nel post-dibattito post-moderno, la Verità non esiste. Tutto dipende della posizione di chi parla. Fate a pezzi l’universalismo astratto e le regole del dibattito democratico. Non giudicate i propositi – è troppo complicato – , ma chi li enuncia. Brandite la vostra posizione di dominato: siete intoccabili. Denunciate nella vostra controparte i privilegi bianchi, maschi, cisgenere, eterosessuali, validi, borghesi, nonnisti (e altri che dimenticate sicuramente a causa dei vostri propri privilegi). Soltanto voi avete il diritto di esprimervi su alcuni argomenti. La politica non è altro che la difesa degli interessi particolari. Diffidate nondimeno che non ci sia nell’aula una transgeder, nera, lesbica, giovane e handicappata che sostenga gli stessi propositi di Escudero. Il suo discorso sarebbe irrefutabile. In fine, non insistete sulle classi sociali. I vostri capi e guide intellettuali fondano la loro legittimità e la loro carriera universitaria sul loro statuto di «dominati». Sarebbe visto male suggerire che sono prima di tutto degli ereditari, detentori del capitale economico e culturale – ossia dei dominanti.

Stratagemma VI – La forma fino al fondo!
Eugenismo, mercificazione del vivente, transumanesimo, ecologia politica: lo sfondo del dibattito non vi interessa. (In ogni modo avete rinunciato a capire il mondo per trasformarlo.) Concentrate i vostri attacchi sulla forma. Confondete critica radicale e disprezzo, chiarezza dell’espressione e aggressività, tagliente e violenza. Leggete ogni passaggio ironico al primo grado e indignatevi di ciò che comprendete – o di ciò che non comprendete; l’importante è indignarsi. «Mascherate in un semplice disaccordo» sullo stile e la scrittura «ciò che è, in realtà, un conflitto su una concezione della società; e una guerra aperta nella società reale.» (Debord)

Stratagemma VII – Ma fatelo tacere!
Escudero pubblica un articolo su internet? Urlate allo scandalo. Fingete di essere scioccati. Feriti. Straziati. Abbattuti. Trattenete il vostro respiro e diventate rossi fin quando vi danno soddisfazione. Ricordatevi che ci sono quelli che conoscono i moderatori dei media (detti) liberi e quelli che non li conoscono. Come estrema risorsa, amicizie, o pressioni, permettono di cancellare alcuni articoli senza spiegazione. Preoccupate e colpevolizzate gli organizzatori dei dibattiti pubblici. Se Radio Canut programma un’intervista ad Escudero, datevi da fare per farla annullare. Voltaire: «La pace vale ancor più della verità».

Stratagemma VIII – Soprattutto, soprattutto: non leggete la Riproduzione
artificiale dell’umano di Alexis Escudero della casa editrice Le monde à l’envers.

Arthur Shopenhanar
Lione, 22 novembre 2014

PS : questo testo è perfettibile ma considero che ho passato già abbastanza tempo a
contrastare i problemi causati da questo libro, dal suo autore e da questo dibattito.

Florilegio di citazioni su Alexis Escudero e La riproduzione artificiale dell’umano [5]

• «Il poco che ho letto del Sig. Escudero mi sembra in effetti molto sessista.»

• «Perdo la testa nel vedere pubblicato questo genere di testo su Rebellyon, credevo che lo scopo di avere una stampa libera, indipendente e posizionata fosse proprio per OPPORSI a questo genere di propaganda reazionaria che troviamo nei media del capitale. Come è mai possibile che Rebellyon renda visibile QUESTO !! […] VIVA la PMA !!»

• «Non ho letto tutto, è abbastanza vomitevole. ma è impregnato di omofobia.»

• «Per noi è inammissibile che un uomo bianco cis etero universitario produca una critica delle tecnologie di riproduzione e delle posizioni lgbtqif senza interrogare i privilegi di cui beneficia.»

• «Alexis Escudero lesbofobo, l’Insoumise [6] complice! Alexis Escudero è vicino a  PMO, ben conosciuto per le sue posizioni molto reazionarie. Il giorno stesso in cui i fascisti della Manif pour tous scendevano un’altra volta in strada, ha pubblicato su tutti i media liberi un testo smerdante la rivendicazione delle lesbiche per il diritto alla PMA. […] Maschilisti, lesbofobi, omofobi, transfobi, fuori dalle nostre vite! Anarcoppressori, non valete più dei fascisti, e la rivoluzione non sarà la vostra.»

• «Ma sei matto tu se credi che la gente qui sosterrà questa montagna di merda !
Non ce ne frega niente del tuo parere sulla PMA e VIVA LA PMA […] Qui, i nostri compagni/e, alleati/e, fratelli e sorelle LGBT che lottano ogni giorno contro questa sporca società francese! Ce ne fottiamo di leggere le sordide stronzate di questo grosso stronzo e della gente che lo sostiene.»

• «Se il metodo consiste nel proporre ancora e sempre la stessa cosa fino a quando [sic] le persone cambino idea, è al limite del logoramento. [Sono] per rifiutare questo testo e prendere atto che le proposizioni di Escudero sulla PMA siano rifiutate senza averne più a dibattere. Non è neanche più una questione di fondo, ma una questione di metodo per me.»

• «Grazie per togliere da questo sito, supposto non essere di estrema destra, la pubblicità qui sopra per un libro omofobo e transfobo, confusionista e reazionario. I nostri corpi e le nostre vite appartengono solo a noi stessi. Togliete via le vostre sporche zampe e le vostre dubbiose teorie pseudo ecologiche dalle nostre vite, piaccia o no a pièces et main d’œuvre.»

• «Un articolo completamente schifoso, reazionario, che vomita sulle persone che fanno ricorso a una PMA.»

• «Dalla parte delle macchine piuttosto che di questa « radicalità » che puzza di soralien.»

• «Come tutti gli omofobi, l’autore ha la sua «buona lesbica» che ha propositi che si accordano con i suoi: Marie-Josèphe Bonnet, una ex “Gouines rouges”, una militante della prima ora del movimento lesbico che è contraria [sic] al matrimonio. Insospettabile ma Oh wait! Google sulla signora Bonnet insegna delle cose: la sua ossessione è di riabilitare la «Iena della Gestapo» che sarebbe stata denigrata da testimoni che lei avrebbe torturati, delle donne, che sono oggi decedute. Sarebbe stato necessario, penso, che l’autore prendesse qualche distanza da questa storica che flirta con il revisionismo.»

• «Il fatto che troviamo della pubblicità per Escudero sui siti della Manif Pour Tous, sui blog anti-IGV, o ancora, su un sito che denuncia le scie chimiche dovrebbe, al minimo, mettere in questione il contenuto presumibilmente per nulla reazionario del suo libro.»

• «In questo caso, sulla questione della GPA e della PMA, la riflessione non si può fare nascondendo il privilegio cis-eterosessuale in confronto alla riproduzione. […] Vi invitiamo quindi a non assistere alla discussione di stasera.»

• «Non ci sono dibattiti di fondo da avere con i reazionari, come non ci sono dibattiti da avere con le guardie, i fascisti o i preti. Non tutto è discutibile, non tutto si dibatte. Considerando che questo articolo e questa persona ha il suo posto sul suo sito, Rebellyon ha scelto il suo campo. Ne prendiamo atto.»

• «Usare l’espressione “matrimonio omosessuale” invece di “matrimonio per tutti” e l’idea che il governo cercherebbe di “distrarre l’opinione dalla sua politica economica” sono argomenti generati dall’estrema destra.»

• «[A proposito di Escudero] Non avevamo ancora scoperto l’ometto molto nervoso e aggressivo che faceva la cacca prima dell’incontro perché avevamo messo un porta-bebè troppo vicino alla sua sedia. (Hai qualcosa contro i bebè? Questo non era abbastanza naturale? Bisogna fare un po’ di yoga, ti eviterebbe di trasudare la violenza o di respirare troppo forte davanti a Ruth Stegassy su France Culture.
[…] Fuori un collaboratore di l’An02 […] si spreme le meningi per provare a ricordare dove ha incrociato il viso del nostro scrittore onnisciente. E poi abbandona: “Non c’è niente che assomigli di più a uno skin che un altro skin.”»

• «E SI, questo libro è ANTIFEMMINISTA e LGBTFOBO, bisognerà che perdiamo del tempo a spiegare perché mentre salta agli occhi?»

• «Da parte nostra non ci siamo ancora rimessi da un tale concentrato di sessismo, di lesbofobia e di grettezza assunti.»

• «Nel suo libro non vediamo nessuna presa in considerazione dell’attuale peso mediatico e legislativo delle associazioni in difesa dei diritti dei padri che rivendicano una paternità su misura. Ricordiamo, tra l’altro, che i maschilisti negano la violenza maschile sulle donne e i bambini, rivendicano il fatto di non voler più pagare gli alimenti e rimettono in questione il diritto di abortire delle donne.»

• «La tua critica di questo testo piuttosto mi conferma che faccio bene ad evitare questo libello maschilista colmo di stronzate antifemministe e antilgbt.»

• «Francamente a forza di colpire la sinistra, alcune tendenze virano sempre più strane… Sul resto si sente veramente il «prima era meglio» che puzza di morte.
[…] Francamente cosa ci frega che i gentili umani puri non possano più riprodursi? Lo scopo dell’essere umano è quello di riprodursi? Che cos’è questa morale da cattolico?»

• «Le posizioni avanzate in questo testo sono primitiviste, […] sono anti-femministe (poiché si nega così il diritto delle donne a disporre del proprio corpo) e omofobe e transfobe (poiché un tizio cis etero si permette di avere un parere su come i lgbt possano o no avere dei figli). Se bisogna rispiegare tutto questo, è grave. Non si può costantemente chiedere alle persone interessate di fare della pedagogia.»

• «In breve, per fortuna, sappiamo chi ha fatto venire questo pezzo di merda dal fondo del cesso… è [il nome è nascosto]! E ho un bel posto per i suoi testicoli sopra la mia caminetta (fica).»

Se leggete La riproduzione artificiale dell’umano a voce alta, avrete un alito cattivo.
No pasaràn !

1  www.larotative.info/la-pma-n-est-pas-naturelle-le.htlm
2  www.paris-luttes.info/retour-sur-le-passage-d-alexis-1978
3www.enfants-arcenciel.org/revendications/;www.apgl.fr/images/2013/pdf/dossier-revendications-apgl-mariage-et-adoption-2012.pdf;www.inter-lgbt.org/spip.php?article1070
4 www.paris-luttes.info/retour-sur-le-passage-d-alexis-1978;www.paris-luttes.info/retour-sur-5-fantasmes- 4 qui-2030
5 Le citazioni provengono da volantini, articoli o commenti pubblicati sui seguenti siti: Rebellyon, Paris Lutte Info, Indymedia Lille, Indymedia Grenoble, Seenthis e vari blog militanti. Non ho corretto gli errori (nei testi in francese) perché, dal mio punto di vista, il linguaggio è fascista e bisogna decostruire il nostro rapporto con l’ortografia.

6 L’Insoumise è una libreria di Lille che ha organizzato una presentazione del testo La riproduzione artificiale dell’umano il 27 ottobre 2014.

QUI VERSIONE IN PDFDialettica eristica

DNA, schedature genetiche, banche dati

Avvertenza a chi legge: il genere utilizzato al maschile è da intendersi anche al femminile e viceversa

DNA, SCHEDATURE GENETICHE, BANCHE DATI
Quando parliamo di DNA parliamo di manipolazione del vivente. Questo punto, per noi, vuole essere chiaro: l’applicazione degli studi sul DNA, tramite l’ingegneria genetica, nella produzione di alimenti geneticamente modificati o in ambito medico o in ambito repressivo che dir si voglia, si basa sulla visione antropocentrica di poter manipolare la vita attraverso le tecnologie. Nello specifico, “le ricerche in ingegneria genetica tendono tutte -oltre agli interessi industriali e commerciali immediati- verso un fine eugenetico, che è la preoccupazione costante e sempre meno inconfessata dei genetisti: eliminare le imperfezioni, migliorare il patrimonio genetico umano in nome di obiettivi apparentemente incontestabili (sradicare le malattie, prolungare la vita…)” [Jean Marc Mandosio; Fine del genere umano?]. Il progresso delle biotecnologie e dell’ingegneria genetica, è sostenuto dagli investimenti sia da parte di grosse multinazionali (vedi Bayer, Monsanto, Syngenta, Pioneer Du Pont, ecc) che da parte di aziende statali e private che sempre più investono in questo settore. Così attraverso la manipolazione del DNA vengono per esempio usate le cellule come fabbriche di enzimi per ottimizzare i vari processi industriali, oppure per produrre farmaci, ormoni, proteine varie, oppure ancora per produrre piante e animali geneticamente modificati, che asserviscono totalmente gli imperativi economici, tecnologici, industriali del potere.
Negli ultimi venti anni si sta assistendo alla sempre crescente espansione del mercato biotecnologico in ogni settore, da quello energetico a quello militare, da quello agricolo a quello zoofilo o a quello farmaceutico; quest’espansione riguarda anche l’apparato poliziesco e repressivo degli Stati, il quale viene potenziato oramai non solo dal crescente utilizzo e dalla crescente diffusione di varie tecnologie come le telecamere, i biosensori, gli apparecchi GPS e le cimici sempre più piccole, ecc, ma anche dalla continua evoluzione delle tecniche di ingegneria genetica. Il DNA diventa così una delle molteplici armi che i governi pongono nelle mani di sbirri e magistrati, consacrandolo prima di quell’aura di verità assoluta che lo rende uno strumento incontestabile, almeno apparentemente.
Questo contributo si concentra principalmente su quest’ultimo aspetto visto il crescente dilagare dell’utilizzo del DNA in ambito processuale, l’accresciuto potere che conferisce alle autorità e viste le prospettive eugenetiche e di controllo che possono derivare dalla raccolta e dall’utilizzo dei profili genetici.
Negli anni è stato eseguito un grande lavoro di convincimento e legittimazione della pratica del prelievo del DNA, opera di convincimento resa possibile sia dal fatto che la prova del DNA è stata utilizzata inizialmente in processi che riguardavano efferati casi di stupro e di omicidi seriali, sia a causa del lavoro svolto dai media, sempre pronti ad omettere ogni caso riguardante persone condannate e poi rivelatesi estranee ai fatti e ad esaltare, invece, ogni caso in cui “l’inconfutabile” prova del DNA prestava servizio agli sgherri del potere. Così, lor signori potenti sperano di ottenere la schedatura genetica partendo quindi con l’imbastire la solita propaganda sulla sicurezza, sull’antiterrorismo, sulla garanzia del rispetto della privacy e assicurando tutti sugli enormi benefici sociali che deriverebbero dall’utilizzo, da parte degli sbirri e dei magistrati, del DNA per tutelare la popolazione da assassini, stupratori o anche da chi in generale, non vuole sottostare dentro i ranghi dell’ordine costituito.
Il passo che il sistema di dominio attuale sta compiendo va proprio in questa direzione: i governi si sforzano di raccogliere i profili genetici dei detenuti, di chi viene fermato o è indagato o viene arrestato. Contemporaneamente si sta assistendo ad un sempre maggior utilizzo del DNA in tribunale come prova certa di condanna: in questo modo la scienza stessa assume un ruolo sempre più prioritario nelle aule dei tribunali, ponendosi come fonte imparziale e neutrale, spacciando verità che poi non sono altro che ipotesi, tra l’altro manipolabili da chi porta avanti un impianto accusatorio. La scienza non è neutrale, è un prodotto dell’evoluzione del potere che ha finito per determinarne le logiche di dominio; essa inoltre si auto-legittima e viene legittimata dalla fede che le persone vi ripongono: se la scienza proclama una scoperta, subito questa viene concepita come verità assoluta. In questo modo la scienza si pone al servizio di tutti, quando invece resta sempre e solo al servizio dei soliti pochi, il cui numero viene al massimo accresciuto grazie al fatto che tra questi pochi che ne traggono beneficio, ci sono anche quei macabri individui vestiti con la toga. Nel caso specifico della genetica, essa pretende di decodificare un essere vivente in una serie di geni che gli scienziati vorrebbero far agire in modo meccanico e prevedibile, in modo da programmare un organismo vivente alla stregua di un computer, modificandolo attraverso innesti genetici (vedi gli OGM) oppure identificandolo a partire da una serie di lettere e numeri (vedi appunto la prova del DNA). Intendere un organismo vivente come una macchina programmabile non sembra possedere alcuna verità in sé, se non il fatto che gli scienziati ragionano in maniera binaria come i computer e per questo tentano di riprodurre un mondo misero come loro.
Le verità della genetica oltre che essere pure riduzioni del caos della natura che i genetisti si sforzano di far passare come fondamenta della vita, sono soltanto brutali sperimentazioni sugli animali e rappresentano il desiderio di poter manipolare la vita fin dalle sue parti più piccole.
In ambito repressivo la genetica permette all’élite al potere di estendere/imporre ulteriormente la loro violenza sbirresca verso chiunque travalichi i limiti imposti da questa società mortifera; in questo mondo di dati, bit e cavi, essa si innesta perfettamente nel sistema di controllo dei governi, che la sfruttano proponendo sistemi di schedatura genetica delle persone che vivono nei loro territori. Insomma dove la Giustizia del potere non può arrivare, ecco che si presentano DNA, schedatura genetica, banche dati genetiche ecc. D’altronde, il DNA non mente per scienziati e magistrati, anzi è considerato un’ottima macchina spara-sentenze da usare e manipolare a proprio piacimento dall’esperto/perito di turno, per asservire ed assistere nella repressione coloro che detengono il potere.
Attraverso la schedatura genetica i governi si coordinano a livello europeo ed internazionale nella lotta al crimine. Per arrivare a ciò, un requisito fondamentale è che un gran numero di profili genetici siano presenti nell’archivio nazionale per poter essere confrontati con il DNA sconosciuto rinvenuto sulla scena del delitto. “Più DNA si raccolgono, più è probabile trovare il colpevole (efficacia punitiva). Più DNA si conservano, più è probabile che diminuiscano i reati (efficacia dissuasiva). Estratto da: il mondo in uno sputo, sito web Finimondo. A tal fine nel 2016 viene istituzionalizzata in Italia, con qualche anno di ritardo rispetto ad altri paesi europei, una banca dati nazionale del DNA (Bdn-Dna), appartenente al Ministero degli Interni.
Come funziona? I vari laboratori delle forze di polizia o di altre istituzioni di elevata specializzazione raccolgono i reperti biologici nelle scene del crimine, questi reperti vengono poi inviati ad un laboratorio nazionale centrale, appositamente creato, facente capo al Ministero della Giustizia e situato all’interno del Polo scientifico del carcere di Rebibbia, che ha il compito di tipizzare e conservare i campioni. Una volta tipizzati, ossia identificati in base ad una serie di marcatori, i profili genetici vengono conservati nella Bdn-DNA. Dunque non ci sono più banche dati del Dna distinte per ogni singola forza di polizia, ma i dati confluiranno in un’unica banca dati nazionale. Il profilo del Dna verrà inserito nella banca dati utilizzando il software Codis (Combined Dna index system) fornito dal FBI ed utilizzato nel circa 80% dei Paesi europei che hanno una Bdn-Dna. Si attua così una standardizzazione tecnica ed informatica a livello internazionale, secondo le linee guida scientifiche usate negli USA.
Chi viene sottoposto al prelievo del DNA? Chi si trova in custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari; chi viene arrestato in flagranza di reato o sottoposto a fermo di indiziato di delitto; i detenuti e gli internati per sentenza irrevocabile per un delitto non colposo; coloro ai quali è applicata una misura alternativa al carcere sempre per sentenza irrevocabile per un delitto non colposo; quelli che scontano una misura di sicurezza detentiva in via provvisoria o definitiva, oltre ai DNA ritrovati sui luoghi del delitto. Da questa estensione sono, invece, esenti le persone imputate o condannate per reati finanziari ed economici (i cosiddetti colletti bianchi).
Ad ogni persona sottoposta al prelievo, verrà effettuata una doppia tipizzazione del Dna con kit commerciali di diverse ditte ma che analizzano gli stessi marcatori genetici. Questo, a detta loro, al fine di ridurre la possibilità di errori.
Le nuove tecnologie utilizzate cercano di ottenere profili del Dna anche a partire da sempre più piccoli frammenti genetici. Quindi da una minuscola parte del corpo si ricava un profilo, “ossia una seria di dati che corrispondono a una parte del DNA dell’individuo. Non è tutta la sequenza del DNA, ma solo una parte di essa, quella scelta dagli esperti. Il profilo del DNA si ricava quindi dall’analisi di alcuni punti dell’intera sequenza del DNA. Ottenuto questo profilo, le autorità cercano delle corrispondenze, delle similitudini, fra quelli presenti nei loro archivi. Estratto da: IL MONDO IN UNO SPUTO, sito web Finimondo. Pertanto non è realistico parlare di verità assoluta ed inconfutabile, essenzialmente per due motivi: anzitutto in quanto i profili genetici non corrispondono ma potranno al massimo essere compatibili, ovvero una parte di DNA dell’imputato potrebbe essere compatibile con una parte del DNA rinvenuto sulla scena del crimine e poi ci sono tutta la seria di errori e contaminazioni che possono subire i campioni rilevati. Basti pensare al caso del fantasma di Heilbronn. A partire dal 1993, una serie di omicidi interessarono più Paesi, Austria, Francia e Germania, e tutti avevano un unico sospettato il cui Dna, appartenente ad una donna sconosciuta, è stato rinvenuto su reperti biologici ritrovati sulle scene dei crimini. Le sue tracce del Dna sono state trovate in almeno 15 scene del crimine nel corso di quindici anni. Nel 2009 il Dna della donna senza volto venne finalmente identificato ma qualcosa iniziò a non convincere gli investigatori che ben presto arrivarono alla conclusione che non esisteva alcun fantasma di Heilbronn, ma solo partite di cotton fioc utilizzati per il campionamento durante i sopralluoghi, che erano state contaminate durante la fase di produzione in quella fabbrica dove lavorava la donna. Questi bastoncini venivano poi acquistati e distribuiti alle polizie di diversi paesi europei per essere utilizzati durante i sopralluoghi ed ecco come il DNA della signora si era sparso ovunque. Un altro esempio di fallibilità e inaffidabilità della prova del DNA è quello che successe a Lucas Anderson nel 2012 che fu accusato di omicidio e condannato in seguito alla prova del DNA. Al momento dell’omicidio Lucas si trovava in ospedale ed aveva dei documenti che lo provavano. Ma anche gli sbirri erano convinti di avere una prova: il suo DNA, trovato sul dito dell’uomo morto. Com’è stato possibile? È venuto fuori che quello stesso giorno gli infermieri avevano usato lo stesso pulsiossimetro sul suo dito e su quello della vittima, ed è così che il DNA di Lucas fu trasferito sull’unghia della vittima. Lucas Anderson si è fatto cinque mesi di prigione prima che si accorgessero cosa fosse successo. Il test del Dna, in questi casi come in molti altri, si era dimostrato forviante. Tutti ripongono tanta fede nel DNA considerandolo la prova più credibile di ogni altra prova scientifica, specialmente se si ha una grossa quantità del DNA di una persona ben conservata. Nelle indagini della polizia trovare un campione perfetto di DNA non è affatto la norma, piuttosto è molto più probabile che gli analisti lavorano su campioni di DNA vecchi, deteriorati o che appartengono a più individui, per cui risulta difficile dire con esattezza di chi è quel DNA. Altre volte invece lavorano su piccolissime quantità di DNA, anche in questo caso risulta difficile da interpretare ed il margine di errore è molto alto. Gli sviluppi tecnologici probabilmente stanno risolvendo alcuni di questi problemi, facendo delle analisi più accurate o utilizzando materiale nano e biotecnologico per i prelievi o riconoscendo solo alcuni laboratori che hanno delle attrezzature specifiche e altamente specializzate. Ma questi avanzamenti produrranno inevitabilmente nuovi problemi. L’inaffidabilità è intrinseca a questa tecnica poiché il DNA si può trovare sia nelle cellule vive presenti nel sangue, nel sudore, nella saliva, nello sperma, ed è quello più preciso ma una volta che le cellule si staccano dal corpo si deteriorano facilmente, sia nelle cellule morte come in un pezzetto di pelle, questo dura più a lungo ma è più impreciso. Di conseguenza il nostro DNA lo si può lasciare e ritrovare ovunque e su chiunque anche in luoghi in cui non siamo stati o su persone che neanche conosciamo, perché mangiamo, beviamo, perdiamo peli e capelli, sudiamo, fumiamo, possiamo sanguinare, ecc ecc, per cui incastrare un individuo sulla base di un frammento di DNA rinvenuto sulla scena del crimine chissà come, chissà quando, rappresenta semplicemente un buon metodo, tra l’altro ben visto dal grande pubblico, di repressione e controllo da parte di chi detiene il potere e volto ad eliminare chi vuole e a rendere sempre più difficile ogni atto di ribellione. Altro che verità assoluta, l’unica verità è che micro frammenti corporei, errori, inquinamenti ed imprecisioni, possono costare anche anni e anni di galera e restrizioni, soprattutto se si pensa che basterà riporre un capello, qualche gocciolina di saliva o di sudore, o chissà cosa, sulla scena del crimine per tentare di incastrare chi si vuole.
Inoltre un’importante caratteristica che fa del Dna una tecnica identificativa superiore a quella delle impronte digitali, sta nella natura del suo carattere ereditario, ovvero la metà del profilo del Dna di un individuo viene da sua madre e l’altra metà proviene dal suo padre biologico, e pertanto, anche parenti biologici di primo grado possono essere utilizzati quali punti di riferimento per un’identificazione indiretta. Per cui, esiste la possibilità di andare oltre le informazioni disponibili dal campione, ottenendo ulteriori profili di DNA da archiviare nella banca dati.
In Italia questi prelievi sono partiti dai detenuti, infatti nel giugno del 2016 è stato effettuato il primo prelievo di DNA ad un detenuto di Regina Coeli; ad oggi sono più di 14mila i detenuti a cui è stata effettuata questa procedura. Nella banca dati sono anche presenti 35mila profili genetici ritrovati sulle varie scene del crimine e circa 8mila campioni provengono dai prelievi effettuati dalle forze dell’ordine su persone fermate o arrestate.
I laboratori che possono lavorare sulle tracce del DNA possono essere solo quelli accreditati a livello internazionale, in base ad una serie di parametri, e dotate di infrastrutture altamente specializzate. Attualmente i laboratori in Italia, la cui prova del Dna è accreditata a partire dall’analisi del campione o reperto biologico, sono poco più di una decina su tutto il territorio nazionale (Roma, Cagliari, Napoli, Palermo, Messina, Reggio Calabria, Firenze, Parma, Torino e Orbassano), la maggiore parte dei quali appartiene alle forze di polizia, mentre gli altri ad enti terzi.
Una volta raccolti, i profili genetici, ossia i dati più intimi di ogni persona, diventano manipolabili e manipolati, “di proprietà” di scienziati, sbirri, giudici, manager ed esperti di ogni sorta, che potranno servirsene come e per cosa vogliono, per interessi di ricerca, di controllo, di repressione, di mercato.

Siamo convinti che ci sia un ampio margine in cui poter agire per ostacolare quest’avanzamento tecnologico. Le radici riguardo l’utilizzo del DNA sono da cercare a partire dall’applicazione delle teorie eugenetiche fino ad arrivare all’uso sempre più massiccio dell’ingegneria genetica. Per quanto riguarda l’aspetto repressivo, diventa per noi sempre più chiaro il fatto, che coloro che ingabbiano, perseguitano, giudicano, arrestano non sono solo sbirri, magistrati e giudici, ma tra questi ci sono anche gli scienziati. Questi infimi esserini vengono rivestiti dal sistema di un potere tutto nuovo basato sulle loro scellerate ricerche e fomentato da governi e multinazionali, che li assoldano alla stregua di mercenari. I periti, i tecnici si pongono come garanti della verità pura e trasparente al servizio della giustizia. Ma se la scienza è un artefatto meccanico che atrofizza la vita costringendola in schemi di numeri, molecole, bit e quant’altro, la sua giustizia altro non può essere che falsa, paradossale, manipolabile e manipolatrice. Inoltre, sarebbe interessante approfondire i nostri studi in merito all’utilizzo del DNA sia in ambito repressivo che in quello più generale di applicazione dell’ingegneria genetica; nel primo caso identificare (termine che piace tanto ai tecno-sbirri) i responsabili di questo ennesimo passo dell’apparato repressivo, diventa sempre più impellente per costruire concreti percorsi di lotta: tra questi responsabili non vi sono solo i laboratori sparsi sul territorio ma anche le aziende che producono i tamponi per esempio, o i kit di marcatori e più in generale qualsiasi fattore/azienda/prodotto che permette il funzionamento di un laboratorio. Sicuramente, vista la struttura gerarchica e settaria del sistema, alcuni centri di ricerca sono più importanti di altri, vuoi perché sono di proprietà di grosse multinazionali, vuoi perché rappresentano veri e propri centri d’élite del potere tecno-scientifico, di quello repressivo, di quello militare ecc, vuoi perché i progetti che portano avanti particolari istituti rafforzano, potenziano, rinnovano, l’organizzazione e l’espressione dell’attuale sistema di dominio. L’elenco di questi centri di ricerca non è breve; negli anni alcuni istituti hanno subito varie contestazioni e varie azioni dirette. Ad esempio l’istituto di Patologia e di Genetica a Grosselies in Belgio è un importante centro di ricerca sulla genetica, dove alcuni ricercatori possono disporre di vari macchinari per analizzare la materia genetica, studiare il DNA, sviluppare tecnologie di microbiologia e di biologia molecolare. Inoltre, l’istituto da molti anni si occupa anche dell’analisi criminalistica del DNA e proprio per questo ha subito già due incendi di notevole ampiezza nel 2001 e nel 2003. La notte del 16 marzo 2016, è stato effettuato un altro attacco a questo centro di ricerca quando un’automobile ha sfondato le porte d’ingresso ed è stata fatta esplodere all’interno dell’atrio, distruggendo il pianterreno e riempiendo di fumo l’intero palazzo.
Per quanto riguarda l’ingegneria genetica più in generale e l’opposizione alle biotecnologie, numerosi percorsi di lotta sono già stati intrapresi negli anni, molti dei quali hanno fornito importanti informazioni sul funzionamento di un laboratorio per es. o sull’elevato grado di convergenza tra le varie scienze. Crediamo sia fondamentale non abbandonare questi percorsi e crearne degli altri che sappiano sempre più minare il progresso tecnologico-scientifico. Le biotecnologie, si diceva nella prima parte del testo, vengono applicate ormai in tantissimi settori, apparentemente slegati tra loro magari, ma che hanno come base comune il fatto di essere un punto nevralgico del sistema.
Infine, queste tecnologie vengono soprattutto rivolte verso chiunque si dichiari nemico dell’ordine costituito: negli ultimi anni, sono sempre più frequenti i compagni indagati o arrestati a seguito della prova del DNA. Solo recentemente, ricordiamo la nuova indagine su Alfredo Cospito, già in carcere per l’attacco ad Adinolfi ed ora accusato di una bomba ai RIS di Parma per il presunto ritrovamento di una goccia di sudore sull’ordigno, il caso delle due compagne che vivono in Spagna e in Olanda arrestate per rapine avvenute in Germania in base a presunte corrispondenze del DNA, e del compagno greco Tasos Theofilou accusato di aver commesso una rapina in base al presunto ritrovamento di un suo capello nel luogo in cui è avvenuta la rapina.
Tutto ciò fa sì che queste tecniche scientifico-repressive potenziano, tra le altre cose, quella struttura di difesa di cui il sistema si dota per proteggere apparati, istituzioni ed élite che rappresentano interessi di dominio e di prestigio. Proteggerli da ogni eventuale attacco affinché il suo funzionamento non venga minato. D’altra parte queste tecniche velocizzano ulteriormente quel progresso tecno-scientifico, finanziario, industriale, energivoro e di alienazione che è in atto e che sta devastando irreversibilmente la Terra e ogni essere vivente che la abita. Nello specifico, il prelievo del DNA non è affatto una tecnica nuova che scienza e repressione utilizzano in quanto in alcuni stati è già presente dalla fine degli anni novanta; invece più recente è l’istituzione di banche nazionali del DNA e schedatura generalizzate, di laboratori specializzati e il coordinamento a livello europeo ed internazionale, che rappresentano un ulteriore avanzamento da parte della dittatura tecnocratica basata sulla docilità e la pacificazione sociale, sulla manipolazione e il controllo del vivente e sull’accrescimento del potere capitalistico.
Arricchire la nostra consapevolezza riguardo gli strumenti di cui il sistema si dota per difendersi, reprimere e rafforzarsi, può essere utile per far sì che la nostra critica e la nostra lotta si infervorino sempre più.

Gruppo studio DNA! – Garage Anarchico Pisa

Biotecnologie riproduttive: dove si intersecano mercificazione della donna, corpi animali, attacco al vivente, eugenetica.

Contributo all’incontro del 16 marzo – Milano
“IL MERCATO DELLA GRAVIDANZA NON E’ UN DIRITTO”
organizzato da RUA – Resistenza all’utero in affitto

BIOTECNOLOGIE RIPRODUTTIVE:
dove si intersecano mercificazione della donna, corpi animali, attacco al vivente, eugenetica.

L’utero in affitto e la procreazione medicalmente assistita, che sarebbe bene iniziare a definire come biotecnologie riproduttive, non vengono fuori dal nulla, hanno una storia, si originano e si sviluppano in più piani che si sovrappongono.
Dal controllo e appropriamento patriarcale della sfera riproduttiva della donna, dai processi di contenimento, disciplinamento, normalizzazione dei corpi animali, dalla mercificazione capitalista e in ultimo dall’ingegneria genetica con un biopotere che è entrato fin dentro i corpi e nei processi vitali.

Lo sguardo femminile decentrato è nella posizione per cogliere il legame con gli altri corpi animali, con le altre differenze da sempre assenti e oggetto del potere normativo e dei dispositivi di potere che si iscrivono nei corpi.
Questo sguardo verso l’animale mette in luce quanto sia stato normalizzato, omologato, prodotto in serie, reso modello intercambiabile di specie, sottoposto a un processo di manipolazione del corpo, dalla selezione e l’incrocio alla fecondazione artificiale, all’ingegneria genetica. Tecnologie eugenetiche per un animale migliorato, funzionale all’allevamento e alla sperimentazione.
Se nell’immediatezza il campo sperimentale zootecnico sembra chiudersi dentro capannoni e recinti, di fatto tutto quello che viene sperimentato sugli altri animali successivamente si estende sempre alla società intera. Non dovrebbe stupirci che il ricercatore che ha fabbricato il primo bambino in provetta in Francia, come tutti i ricercatori specializzati nella riproduzione artificiale umana, si è prima fatto le ossa sugli altri animali, in questo caso sulle mucche da latte per aumentare la loro produzione.

Il capitalismo nella sua avanzata ha esteso i territori da accaparrare e sfruttare, rendendo merce ogni essere vivente e mercificando gli stessi elementi vitali, che diventano mera “risorsa” acquisendo un valore economico per ciò che producono di sfruttabile.
Il valore in sè è distrutto. Così un fiume non ha valore perchè parte integrante di un ecosistema e una foresta non è percepita come una fitta rete di interrelazioni vitali, ma fiume e foresta sono considerati e resi risorse da depredare. Così i semi terminator della Monsanto sono modificati geneticamente per essere resi sterili. Così ci facciamo inseminare, affittiamo l’utero e produciamo un figlio. Così ci facciamo bombardare da ormoni per produrre un sovrannumero di ovuli al fine di venderli. Dai semi vegetali arriviamo ai semi umani.
Come i cosiddetti semi miracolo, i pesticidi e le macchine imposti al sud del mondo nella Rivoluzione Verde degli anni ’50, come un batterio ingegnerizzato per ripulire i mari dal petrolio, come un microscopio a effetto tunnel per la modificazione a scala nanotecnologica, non rappresentavano e non rappresentano solo un salto tecnologico, ma sono un’imposizione di una precisa idea di mondo non negoziabile, se non nei loro tavoli truccati, così mantenendo il paragone, le pratiche di GPA e PMA non sono da considerare solo come delle semplici tecniche e non si possono scindere dalle loro conseguenze sull’intera società e dalle logiche che le sottendono.

In questo quadro si iscrive la mercificazione del corpo della donna e della sua capacità riproduttiva.
Si assiste con tristezza ad alcuni contesti anticapitalisti e femministi che fan proprie le logiche di questo sistema tecno-industriale rivendicandole come libertà di disporre del proprio corpo e come autodeterminazione: una servitù volontaria.

La GPA presuppone la tecnica della fecondazione in vitro (FIV) e la conseguente selezione degli embrioni. L’eugenetica è implicata e imprescindibile da tale tecnica.
La FIV è ciò che accomuna la GPA e la PMA che si situano e si attuano all’interno di un sistema medico e commerciale. Nello specifico, la PMA non ha nulla a che vedere con le pratiche auto-organizzate di donne lesbiche e desiderose di avere una/un figlia/o che decidono di fare ricorso a dello sperma di un solidale. Al contrario, ricorrendo alla PMA, è escluso ogni carattere di solidarietà.
Prima di impiantare l’embrione nell’utero della futura madre che ha fatto ricorso alla PMA o della madre che ha affittato l’utero, viene effettuata una diagnosi pre-impianto a livello genetico su una decina di embrioni al fine di selezionarne “il migliore”.
Anche per questo tipo di tecnica, il primo discorso che si produce, per giustificarla e promuoverla, è un discorso di tipo medico che si lega da un lato ai problemi di fertilità dei genitori e, dall’altro al tentativo di rintracciare patologie genetiche della futura/o nata/o.
L’analisi dei dati su chi fa concretamente ricorso alla PMA dimostra poi che già una parte di questo discorso medico è messa in crisi: negli Stati Uniti sempre più coppie fertili e senza problemi di trasmissioni di patologie genetiche, scelgono la fecondazione in vitro con il solo scopo di fare comunque ricorso alla diagnosi pre-impianto unendovi la possibilità, ad esempio, di selezionare il sesso e altre caratteristiche fisiche come il colore degli occhi.
Nella scelta di questi caratteri, resta sospesa una questione: per quanto tempo saranno ammessi degli “scarti”? Chi definisce i caratteri “migliori”, performanti? Ciò che sarà considerato anormale, deviante, non produttivo, non funzionale a questo sistema, verrà semplicemente eliminato all’origine.
Come pensiamo di poter rimanere soggetti attivi in grado di gestire o controllare l’intero processo? Come non si può gestire una centrale nucleare in un assemblea, la FIV esige un armamentario tecnologico non controllabile da una comunità.
Stiamo consegnando definitivamente la procreazione nelle mani di esperti, tecnici, biotecnologi, sottraendola così, definitivamente al potere femminile.
Una volta che la pratica sarà estesa a tutte e tutti si entrerà in un circuito in cui, in nome della libertà di scelta, si creerà un contesto in cui non si potrà fare altrimenti. In un domani non troppo lontano sarà definito prima irresponsabile e poi criminale mettere al mondo figlie/i senza ricorrere alle tecniche di riproduzione artificiale garantite e gestite da un apparato medico.
Allo stato attuale, non si effettuano ancora manipolazioni genetiche nel momento delle diagnosi pre-impianto, ma la fabbricazione del “bambino/a perfetto/a” sottende il mito dell’uomo perfetto tanto caro ai transumanisti.
Nel corpo delle donne, da sempre medicalizzato, invaso, reso luogo pubblico e squarciato dallo sguardo della tecnica, avverrà una sperimentazione biotecnologica con conseguenze per le future generazioni.
Le manipolazioni genetiche così come le modificazioni della linea germinale hanno conseguenze irreversibili: innescati questi processi non è consentito tornare indietro perché tutto viene programmato prima biologicamente e poi socialmente, verso un’unica direzione.
Forse, si pensa che non si arriverà mai a tanto, che le manipolazioni genetiche si fermeranno alle monocolture agricole. Ma tutto ciò che è possibile fare tecnicamente verrà fatto socialmente. E se anche non è possibile farlo tecnicamente nel mentre avremo interiorizzato una precisa idea di vivente, in un tecnomondo dove un ambiente naturale complesso sta diventando un ambiente semplice, programmato, ingegnerizzato e artificializato.
Non esiste nessun comitato etico, più o meno fasullo, che possa far qualcosa, oltre alla descrizione di quello che già stiamo subendo.
Fondamentale è non cadere nell’illusione della regolamentazione. Come per le nocività che non si possono regolamentare perchè equivarrebbe a diffonderle e universalizzarle, regolamentare vuol dire che il disastro è già avvenuto, perchè è già insito nell’emissione stessa, è già insito nella diffusione della pratica. Come ci insegnano gli sviluppi delle tecno-scienze gli effetti collaterali sono il normale procedere e diventano la normalità con cui convivere, così come è la normalità il mercanteggiare le soglie di contaminazione.

Cosa fare contro l’utero in affitto?
La recente sentenza del Tribunale d’Appello di Trento è una preoccupante svolta che mette in discussione il principio inderogabile secondo cui madre è colei che partorisce, questa dimensione è progressivamente inglobata dalle tecniche di riproduzione, da un sistema tecno-scientifico che risignifica la stessa maternità.
La dichiarazione di Arcigay: “Oltre la biologia, per realizzare il pieno interesse dei bambini e delle bambine” è alquanto ipocrita. Non prendiamoci in giro, gli interessi in gioco sono quelli di gay, come di eterosessuali che ricorrono all’utero in affitto. Il patriarcato ha molte facce, non facciamocele sfuggire… con il coraggio di prendere posizione in un contesto in cui basta poco per essere additate come fasciste e omofobe, con il coraggio di mettere in luce le false opposizioni e quelle dettate da opportunistiche agende politiche. La richiesta di legalizzazione delle tecniche di gestazione per altri di tipo solidale e non commerciale, di fatto apre le porte all’utero in affitto. Non può esistere una “gestazione per altri etica”: se legalizzata e generalizzata sarà commerciale. Così come abbiamo i consumatori etici e il mercato etico, così avremo il prestito etico dell’utero e magari a kilometro zero… Anche nella GPA “gratuita” ci sarà un contratto, una regolamentazione e anche se ci fosse la clausola che permette alla donna di poter decidere se tenersi il bambino o di interrompere la gravidanza, come possiamo essere così ingenue da pensare che dietro a quella che si chiama scelta, nella realtà non ci sia una situazione di necessità, come possiamo non pensare che da tali contratti e regolamentazioni non si arrivi a una degenerazione e a una situazione coercitiva.
Il no all’utero in affitto non deve essere parziale, possibilista o dare adito ad ambiguità, serve una posizione netta.

Penso che il nostro piano non dovrebbe essere quello giuridico, non per una presa di posizione ideologica, ma per la semplice considerazione che non esistono soluzioni giuridiche, come non esistono soluzioni tecniche, a problemi sociali, ecologici, politici, nessuna presunta soluzione potrà eliminarne le cause profonde, solo smussare qualche effetto o peggio. Il pericolo è doppio: da un lato si alimenta la fiducia verso un sistema di potere pensando che al suo interno si possano trovare degli spazi in cui interagire, dall’altro tutte queste presunte soluzioni avvallano e rafforzano le stesse strutture e logiche che si dovrebbero abbattere. Pensiamo alla prostituzione, reputo totalmente controproducente appoggiare una legge che la regolamenti, lo sfruttamento dei corpi non si può regolamentare, dandogli dei margini, pur stretti che siano, così facendo si alimentano e rafforzano le logiche di oggettivizzazione della donna che si dovrebbero abbattere. Così come una gabbia più grande non porta come passaggio successivo l’eliminazione della gabbia e lo scardinamento di logiche antropocentriche, anzi ci fa solo abituare a quella gabbia, rendendola addirittura etica… la gabbia oltre a ciò che rinchiude l’animale è metafora di tutto ciò che rinchiude le reali possibilità di cambiamento.
Per la GPA, dal momento in cui non è legale, non ci si trova sull’impervio terreno abolizionista e proibizionista, ma non deve passare una legge. Il punto è che questo dovremmo ottenerlo con la costruzione di un contesto realmente critico e di rottura, che sappia generare nuove conflittualità devirtualizzando l’immaginario del possibile di fronte a noi. Bisognerebbe ripartire dalle donne, dal basso, in un ottica di attivismo, ripartire a riprenderci in mano ciò che ci appartiene. Pensiamo alle esperienze degli anni’70 dei consultori femministi autogestiti in cui le donne discutevano, si autogestivano, si autorganizzavano. Le giovani stanno perdendo memoria di queste esperienze come delle lotte femministe.
Una critica uscita da un giro di presentazioni contro la PMA portava il problema sanitario dell’autoinseminazione casalinga, come soluzione veniva portata la PMA medicalizzata. Mi chiedo quale logica ci fa delegare a esperti (uomini) e a un sistema medico una dimensione che riguarda i nostri corpi, nello specifico, per questa osservazione, penso che l’autoinseminazione sia possibile senza strutture al di fuori della nostra portata, in maniera totalmente autogestita e sicura. Questo è un esempio per far capire come le donne si siano abituate a delegare e a cercare altrove le alternative, invece che prendere in mano il problema.
Così come per le analisi, ci si affida alle parole della giornalista, dell’intellettuale, dell’esperta, senza più discutere, scrivere, andando così ad atrofizzare le proprie capacità critiche di interpretare e analizzare il presente e la realtà attorno a noi.
Cosa ci poniamo è una domanda fondamentale, la sinistra, un certo femminismo, sono imbrigliate nei soliti discorsi e rivendicazioni, non sanno guardare oltre e l’analisi è parziale. Non facciamoci sfuggire il presente, perchè i cambiamenti già in atto e sul prossimo futuro sono stravolgenti, una tecnologia che penetra i corpi, performativa, totalizzante, bisognerebbe iniziare a parlare anche di questo se no si lascia spazio solo alle femministe a favore, mentre quelle contrarie dove sono? E l’ecofemminismo dov’è finito?
Senza un’analisi critica che vada in profondità, che metta in luce le relazioni, le conseguenze, le logiche sottese, i rischi, come possiamo pensare di incidere sul presente? Che le nostre rivendicazioni non siano stroncate nella loro potenzialità e che sappiano sempre cogliere l’insieme che unisce lo sfruttamento dei corpi tutti.
Nel punto per l’8 marzo – Sui nostri corpi, sulla nostra salute e sul nostro piacere decidiamo noi – non è stato incluso l’utero in affitto, penso sia una grave mancanza, mi chiedo come si fà a unirsi quando ci si spaccherebbe su questo…
Essere donna non basta per un’unità d’intenti, ci sono dei principi base dai quali non si può prescindere, come l’anticapitalismo, per cominciare. Se un’alleanza con reazionarie e cattoliche è impensabile, facciamo anche attenzione a ciò che si nasconde anche sotto la bandiera progressista di sinistra. Un’identità comune compresa nel soggetto donna si sgretola davanti alla realtà storica, culturale, sociale, davanti alle differenze tra classi e davanti all’idea di mondo che vorremmo. Si dovrebbe respirare una tensione di rottura con questo sistema, non una convivenza, una rivendicazione femminista radicale non può passare attraverso le briglie di questo sistema patriarcale, antropocentrico e tecno-scientifico.
In gioco c’è molto di più, se non cogliamo le sfide che ci si pongono davanti, con il coraggio di allargare il nostro sguardo potremmo perdere tutta la partita senza che neanche ce ne accorgiamo…

Silvia Guerini
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Nulla di piu’ lontano dalla liberta’. Dove siamo arrivate? Dove stiamo andando? Verso un presente e un futuro alienato, artificiale e di dominio. Sul Manifesto Xenofemminista

Inquietanti e pericolose fusioni stanno avvenendo tra alcune aree antispeciste e un femminismo che porta alla ribalta la metafora del cyborg della Haraway che, tra l’altro, con le sue argomentazioni offre una copertura ideologica e una giustificazione alla sperimentazione animale, all’allevamento, addestramento, uccisione di animali per scopi di ricerca e alimentari e all’ingegneria genetica. Nello specifico consiglio di leggere il saggio “Le promesse disattese dei mostri”, nel libro “Nell’Albergo di Adamo”. 1

Il soggetto si frantuma, al suo posto emerge il/la cyborg, figura post-genere, che dovrebbe scardinare il sistema dominante fondato sulle dicotomie sè/altro, femmina/maschio, natura/cultura, mente/corpo, uomo/macchina. La macchina attira, è libera dal genere, così come attirano le potenzialità delle biotecnologie per eliminare ogni diversità di genere, andando a confondere libertà con pratiche di dominio, prevaricazione e controllo sui corpi e sulle menti.
Una vicinanza trans-xeno-femminista, queer, antispecista, una moltitudine e grande famiglia di compagni di specie: alieni, ibridi, surrogati, strumenti viventi, oncotópe, queer, cyborg. La potenzialità che vedo è quella di cancellare ogni avversione a questo mondo, di cancellare anche solo il sogno di un mondo diverso, selvatico, corporeo, in grado di cancellare l’animale che siamo. Il cyborg è una metafora che si incarna. Che ha conseguenze. Un futuro, che è già presente, fatto di cavi in silicio, di macchine, di lotte virtuali, di rivoluzioni fatte a ormoni… In tutto questo un assente, l’Animale, niente di più lontano da una macchina. Dovremmo solo riscoprirci animali e carne del mondo.

“Alleanze transfemministe e queer in vista di una liberazione tecno-scientifica dei corpi e delle relazioni – di parentela, sessuali, genitoriali – dalle catene del biolavoro globale, allora è esattamente lungo i sentieri di questi processi e di questi desideri che la scienza e la tecnologia possono, forse, trovare la propria strada.” Federico Zappino, parole emblematiche. 2

Lo Xenofemminismo è figlio di questa società alienata e ipertecnologica e mi chiedo di quale libertà stia parlando, considerando che passa attraverso le tecnoscienze, proprio quelle che hanno portato all’attuale degradazione noi e l’intero pianeta in cui viviamo.

Si percepisce una fobia del corpo, della natura fino ad arrivare a negarla, “è solo una costruzione per reprimere il diverso, è reazionaria” si sente dire da un pò di tempo e sempre più spesso. E così, al di fuori dalla natura diventiamo macchine, anzi lo siamo già, “perchè in fondo siamo già soggettività ibride, siamo già tutte cyborg” pensiero che si è originato dalla Haraway e che sta trovando un terreno fecondo in cui svilupparsi. 3

L’ideologia del cyborg e il manifesto Xenofemminista rappresentano la fine della liberazione animale così come di ogni possibile liberazione. Sono ben evidenti vicinanze, punti di contatto e sovrapposizioni con le stesse logiche e strutture di dominio che si vorrebbero scardinare.
Dovremmo respingere e combattere queste posizioni, chi le appoggia e chi le diffonde. Anche se in veste diversa, non si è mai arrivate così vicino alle istanze, ai desideri, ai bisogni di transumanisti e biotecnologi, così vicino da fondersi con gli stessi imperativi di questo sistema. Un ibrido mal riuscito di un femminsmo hi-tech che spaccia istanze liberatorie e che si pone come forza in grado di scardinare il sistema, ma che in realtà ne è sostenitore e parte integrante.

  • Il nostro destino è legato alla tecnoscienza, dove nulla è tanto sacro da non poter essere riprogettato e trasformato in modo da allargare la nostra prospettiva di libertà, estendendola al genere e all’umano. […] Non vi è nulla, sosteniamo, che non si possa studiare scientificamente e manipolare tecnologicamente.

Riconoscere che siamo circondate e pervase da protesi tecnologiche non vuol dire accettarle, il punto è che le stesse premesse delle tecnoscienze vengono assunte come proprie e rivendicate.

La riprogettazione e modificazione degli elementi vitali, strettamente interconnessi alla sopravvivenza stessa del pianeta, la modificazione e riprogettazione dei corpi tutti, è il paradigma e l’operare di questo sistema.

Lo Xenofemminismo vuole schierare strategicamente le tecnologie esistenti per riprogettare il mondo, anche tecnocrati, transumanisti, bio e nano tecnologi… mi chiedo quale idea di mondo lo Xenofemminismo porti con sé.

Mi chiedo quali sarebbero questi fini progressisti di genere quando nel manifesto si parla di riprogettare il mondo, e i corpi, ammaliate dalle potenzialità delle biotecnologie. Non sarà possibile un’emancipazione con pratiche e tecniche che manipolano il vivente, il danno e il dominio sono insiti nella tecnica stessa insieme all’idea di mondo che le rende necessarie. Il danno è tanto più grave in quanto nessuna di queste tecnologie consente la valutazione dell’eventuale vantaggio che potrebbero apportare, non è negoziabile un limite “quantitativo” poiché il limite è “qualitativo”. Nessuna regolamentazione è accettabile perché la pratica stessa è inaccettabile.

Tutti quei rischi evidenziati dal manifesto Xenofemminista non sono semplici effetti collaterali, ma parte integrante di questi sviluppi tecnologici, gli effetti collaterali sono il normale procedere e diventano la normalità con cui convivere. Non può esistere un mondo liberato e tecnologico, non può esistere una tecnologia al servizio della libertà. Come possiamo pensare di rimanere soggetti attivi e di gestire o controllare certi processi? Questi processi non si possono gestire e comunque noi non li vogliamo, così come non si può gestire una centrale nucleare in assemblea e come, a prescindere, non vorremmo una società atomica.

Si legge un elogio alla razionalità, quando c’è un mondo infinito e indicibile che sempre sfugge alla nostra ragione e alla nostra concettualizzazione, la stessa natura, in fondo è un qualcosa di inspiegabile, di non conoscibile… Una presunzione e un’arroganza che mi rimanda a Bacone e Cartesio, in cui la natura era tutto ciò che la ragione e la scienza potevano conoscere per dominarla e sottometterla all’uomo. Pensiero, tra l’altro, estremamente antropocentrico.

  • Se la natura è ingiusta, cambiala!

    In sottofondo scorre il solito ritornello: avvalersi delle discriminazioni per arrivare a dire che la natura è ingiusta. Se, per secoli, il concetto di natura è stato usato dal potere per distinguere chi era ritenuto diverso, anormale, deviante, in base a norme sociali, culturali e politiche, per reprimerlo e normalizzarlo, questo non vuol dire che la natura in sè, e non resa concetto e potere normativo, sia portatrice di tali disuguaglianze e soprusi. Nessun culto della natura da parte nostra, e invece culto di una scienza emancipatrice e salvatrice che traspare da questo testo…
    Applicare i nostri valori e i nostri giudizi morali alla natura è evidente espressione del nostro antropocentrismo e nulla ha a che vedere con la “natura” intrinseca della natura.

Il problema non è certamente la natura, la crisi ecologica in atto mette in evidenza proprio la sua indispensabilità e l’impossibilità di sostituirne o di artificializzarne i processi.

Leggere che il femminismo deve essere un razionalismo mi fa rabbrividire, visto che nella storia del patriarcato è stato anche proprio il razionalismo a reprimere la donna.
Il patriarcato come nuovo potere scientifico e tecnologico fu una necessità politica dell’emergente capitalismo industriale.

Il sistema tecno-industriale nella sua avanzata ha esteso i territori da accaparrare e sfruttare, rendendo merce ogni essere vivente e mercificando gli stessi elementi vitali, che diventano mera “risorsa” acquisendo un valore economico per ciò che producono di sfruttabile.

Il valore in sé è distrutto. Così un fiume non ha valore perché parte integrante di un ecosistema e una foresta non è percepita come una fitta rete di interrelazioni vitali, ma fiume e foresta sono considerati e resi risorse da depredare. Così i semi terminator della Monsanto sono modificati geneticamente per essere resi sterili. Così ci facciamo inseminare, affittiamo l’utero e produciamo un figlio. Così ci facciamo bombardare da ormoni per produrre un sovrannumero di ovuli al fine di venderli.

Nessun essenzialismo, ma un’opposizione alle logiche di mercificazione di questo sistema tecno-industriale dove tutto è merce, tutto è quantificabile e soggetto al criterio dell’utile, tutto è in vendita, tutto è ingranaggio in una mega macchina che stritola i corpi e il mondo intero.

  • […] dobbiamo progettare un’economia che liberi il lavoro riproduttivo e la vita familiare[…]

A parte che mi sembra assurdo includere in un linguaggio economico la procreazione, ma mi chiedo cosa voglia dire liberarci dal lavoro riproduttivo: non fare più figli? Ricorrere alla procreazione artificiale e sognare mondi futuri di gravidanze extrauterine? Esperimenti in questa direzione già sono stati fatti, facendo nescere in uteri artificiali dei vitelli. Se i nostri desideri vanno pari passo con gli scenari da incubo di questo sistema, forse bisognerebbe porsi qualche domanda…

Interessante inoltre questa futurità femminista dello Xenofemminismo che si sposa con la domotica, e perchè no, magari un bel microcip impiantato nel braccio. Trovo a dir poco agghiacciante il collegamento logico dalla casa al corpo, proprio ben situato nel paradigma di dominio. Compagnie come l’IBM e Google sarebbero molto in sintonia con questi pensieri e appoggerebbero senza dubbio questo nuovo femminismo… Mi sembra di sentire i maggiori sostenitori delle tecnoscienze: già abituati alla protesi del telefono cellulare non sarà difficile far passare un microcip da impiantare nel nostro corpo per esempio per un’analisi dei livelli di alcune sostanze, un continuo monitoraggio e controllo con l’illusione di farci vivere in salute e più a lungo. Ci facciamo anche noi ammaliare da queste promesse? Il fall-out radioattivo non ci ha insegnato proprio niente?

Siamo animali tra altri animali. Abbiamo dei limiti come esistono dei limiti nel pianeta che ci ospita. Ci ammaliamo, muoriamo. Un desidero di onnipotenza è insito nel voler superare a tutti i costi malattia e morte. Il postumano dei transumanisti, le nuove soggettività in divenire dello Xenofemminismo ci libereranno da ogni male, amen.
La sofferenza, la malattia, così come anche il desiderio di avere una figlia di una donna con difficoltà a procreare, non possono rappresentare il criterio con cui costruire la nostra analisi, altrimenti sarà fuorviata da sofferenze, bisogni e interessi personali.

Se il nostro sguardo va oltre un piano personale, la proposta avanzata circa la primaria importanza della “libera e autogestita” distribuzione di ormoni mi sembra eccessiva. Leggere che gli ormoni hackerano i sistemi di genere attraverso una portata politica mi fa risuonare l’eco di Beatriz Preciado secondo la quale prendere testosterone è un atto politico e ci fa diventare dissidenti.4 Penso che i problemi ecologici-sociali-politici che si pongono davanti a noi siano ben altri e ben altre le possibilità di rottura con questo sistema eteronormativo, sessista, patriarcale.

“L’incrocio transgenico inquina, sfida la sacralità della vita, destabilizza, mette in discussione le specie, così come l’oncotopa. Confini che spariscono e nuove soggettività in divenire.” 5 In questa lettura attenzione a non far sfuggire un particolare fondamentale. Si sta parlando di un qualcosa che si crea in un laboratorio, un laboratorio che apre il proprio campo sperimentale al mondo intero. Il laboratorio, così come l’allevamento, è una struttura di potere: all’interno del quale l’animale, a differenza di quello che afferma la Haraway, non può avere uno spazio di libertà, ma solo essere oggetto di coercizione, così come tutto ciò che esce da un laboratorio non può essere considerato quale elemento potenzialmente in grado di scardinare una struttura di potere di cui è intriso. Che logica perversa.
Non dimentichiamo che si sta filosofeggiando sui corpi e, nel mentre, nuove oncotópe nascono per l’industria della biotecnologia e all’orizzonte nuove chimere transgeniche ci ricordano che non c’è tempo da perdere.

                                                                                                      Silvia Guerini, Marzo 2017
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1 Weisberg Zipporah: Le promesse disattese dei mostri. La Haraway, gli animali e l’eredità umanista in Massimo Filippi e Filippo Trasatti (a cura di) Nell’Albergo di Adamo. Gli animali, la questione animale e la filosofia. Mimesis Edizioni.

2 Federico Zappino: Una riflessione a partire da “Biolavoro globale. Corpi e nuova manodopera” di Melinda Cooper e Catherine Waldby (a cura di Angela Balzano, DeriveApprodi 2015) www.lavoroculturale.org/sulla-maternita-surrogata

3 Donna J. Haraway: Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo. Feltrinelli.
Rosi Braidotti: Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte. Derive Approdi.
Rosi Braidotti: Per amore di zoe. Intervista di Massimo Filippi ed Eleonora Adorni. Liberazioni, rivista di critica antispecista, numero 21, estate 2015

4 Judith Butler e Beatriz Preciado a dibattito, intervista su:
www. incrocidegeneri.wordpress.com

5 Per approfondimenti rimando a un testo significativo, anche se è una lettura che si è diffusa oltre la stessa Haraway:
Donna J.Haraway: Testimone_Modest@ FemaleMan©_incontra_Oncotopo. Femminismo e tecnoscienza. Feltrinelli.

Su “La Riproduzione artificiale dell’umano” di Escudero

Ho volentieri accolto l’invito a presentare il lavoro di Escudero alla libreria Antigone a Milano.
“La riproduzione artificiale dell’umano” mi ha aperto orizzonti ancora più inquietanti dello scenario che da qualche tempo sto indagando, che è relativo alla “Gestazione per altri”. Due parole su questa: non è una tecnica, è un istituto giuridico che può avvalersi delle tecniche della riproduzione assistita oppure no – quindi la mia ricerca, critica quanto quella di Escudero, si sovrappone parzialmente al suo campo di indagine. Escudero mi ha dato uno sguardo lungo, illuminando le logiche conseguenze di quell’idea che, da lesbica, vedo con preoccupazione diventare un obiettivo del movimento Lgbt (lesbiche, gay, bisex, trans etc): che sia un diritto quello di riprodursi usando le tecniche medico-tecnologiche, addirittura a prescindere dal proprio effettivo stato di infertilità.
Come anche Escudero sottolinea, ci sono mille modi di relazionarsi tra i sessi per avere figli o anche procreare in prima persona senza ricorrere alla tecnologia e affidarsi ai suoi esperti: donazione di seme da parte di un uomo e autoinseminazione per le lesbiche, accordi informali per i gay con le donne, per tutti la richiesta della possibilità di essere valutati per le adozioni e anche gli affidi familiari.
Pur tenendo ferma la realtà della differenza sessuale, quindi le dovute differenze nel valutare da una parte le diverse pratiche di uso dello sperma, che naturalmente si stacca dal corpo, e di ovociti da estrarre o “uteri” cioè donne intere, dall’altra devo riconoscere che la china su cui si è messo il movimento Lgbt con un preteso “diritto all’omogenitorialità” di cui sempre più si sente parlare, è una china pericolosa. L’obiettivo dell’”uguaglianza” per le persone Lgbt rischia di diventare l’assimilazione completa agli imperativi matrimoniali e procreativi di una società tradizionale che non è più egemone: gli stessi eterosessuali vivono le loro relazioni sempre più senza sposarsi, non volendo tra le altre cose sottoporsi alle pressioni familiari per avere figli. Anche quando i figli nascono, i genitori rimangono liberi di stato, non volendo sottoporsi alle norme e agli stereotipi della vita da marito e moglie. Un terzo dei bambini che nascono in Italia hanno madri non sposate.
Le biotecnologie riproduttive rappresentano la possibilità di sfruttare economicamente il corpo delle donne estraendone chirurgicamente dopo pesanti trattamenti ormonali gli ovociti per la riproduzione e per altri usi, e considerandole come contenitori per la produzione e vendita di feti “altrui”. Posso anche dichiararmi felice che un uomo, non personalmente coinvolto nella critica a queste tecniche perché non incidono per nulla sui corpi maschili, abbia riconosciuto il problema e lavorato per aggiungere la sua voce a quelle femministe che rifiutano questa ennesima colonizzazione dei corpi femminili.
Daniela Danna

NOTE A MARGINE Spunti per nuovi approfondimenti e riflessioni a partire dalle presentazioni del libro “La riproduzione artificiale dell’umano” di Alexis Escudero (10-16 Gennaio 2017)

Le discussioni emerse durante le presentazioni hanno permesso di analizzare e comprendere in maniera più articolata il nodo che lega la PMA e la GPA ossia la tecnica della fecondazione in vitro e la conseguente selezione degli embrioni.
Emerge con forza ed evidenza come l’eugenetica sia implicata e imprescindibile da tale tecnica.
Di fatto entrambe queste tecniche si situano e si attuano all’interno di un sistema medico e commerciale. Nello specifico, la PMA non ha nulla a che vedere con le pratiche auto-organizzate di donne lesbiche e desiderose di avere una/un figlia/o che decidono di fare ricorso a dello sperma di un solidale. Al contrario, ricorrendo alla PMA, è escluso ogni carattere di solidarietà.
Prima di impiantare l’embrione nell’utero della futura madre, o della madre che ha affittato l’utero, viene effettuata una diagnosi pre-impianto a livello genetico su una decina di embrioni al fine di selezionarne “il migliore”.
Anche per questo tipo di tecnica, il primo discorso che si produce, per giustificarla e promuoverla, è un discorso di tipo medico che si lega da un lato ai problemi di fertilità dei genitori e, dall’altro al tentativo di rintracciare patologie genetiche della futura/o nata/o.
L’analisi dei dati su chi fa concretamente ricorso alla PMA dimostra poi che già una parte di questo discorso medico è messa in crisi: negli Stati Uniti sempre più coppie fertili e senza problemi di trasmissioni di patologie genetiche, scelgono la fecondazione in vitro con il solo scopo di fare comunque ricorso alla diagnosi pre-impianto unendovi la possibilità, ad esempio, di selezionare il sesso e altre caratteristiche fisiche come il colore degli occhi, il colore dei capelli, la forma del naso e delle orecchie…
Nella scelta di questi caratteri, resta sospesa una questione: per quanto tempo saranno ammessi degli “scarti”? Ciò che sarà considerato anormale, deviante, non produttivo, non funzionale a questo sistema, verrà semplicemente eliminato all’origine.
Ma chi definisce i caratteri “migliori”, performanti? Scorrendo le sitografie delle banche di ovociti e di sperma si tracciano nuovi margini di azione sulla base di pregiudizi sociali e culturali antichi e non ancora antiquati.
“La scelta spetterà ai futuri genitori!”. Si può parlare ancora di scelta? Si può parlare di soggetti attivi in un laboratorio?
Si tratta di fantascienza? In effetti, allo stato attuale, non si effettuano ancora manipolazioni genetiche nel momento delle diagnosi pre-impianto. Ma non temete! Esperti e tecnici ci rassicurano che il passo sarà breve verso il “miglioramento” e potenziamento dell’embrione.
La fabbricazione del “bambino/a perfetto/a” fa eco al sotteso mito dell’uomo perfetto (e questo mito è, ahi noi e guarda caso solo al maschile) tanto caro ai transumanisti. Uomo perfetto che ha il mito della propria onnipotenza… Noi siamo animali, abbiamo dei limiti, siamo mortali. E lo rivendichiamo!

Gli animali, umani e non, non si comprano e non si vendono. Le bambine e i bambini non sono merce: vanno protetti e tutelati dalla loro mercificazione. Al contrario, la GPA (a pagamento o gratuita) è una pratica nella quale sono connaturate piuttosto forme di compravendita di bambine/i, forme di sopraffazione, forme di sfruttamento.
In questo quadro di analisi va poi fatta una sostanziale differenza per quanto riguarda la GPA: è in coloro che non hanno la possibilità di portare in grembo una/un figlia/o ma che rivendicano il diritto di averla/o che si esercita il potere che insinua una nuova forma di mercificazione e sfruttamento della capacità riproduttiva delle donne.
Opporsi sia alla GPA (a pagamento o gratuita) sia alla PMA non significa fondere e appiattire la maternità alla paternità. Si parte da una riflessione consapevole del conflitto tra donne e uomini intorno al materno, che non mette sullo stesso piano i bisogni delle lesbiche, e in generale delle donne, con quelli dei gay.

Durante le presentazioni è emersa più volte questa considerazione:“È una questione di classe, perché sono pratiche a cui possono accedere solo i ricchi!”
Cosa evidenzia la strategia di criticare la PMA attraverso la lente delle classi sociali?
In un mondo globalizzato, partendo dalla stessa Europa, basta spostare lo sguardo verso est per trovare veri e propri discount di ovuli, sperma e uteri in affitto così come pacchetti promozionali. Sì, i ricchi hanno sicuramente accesso a “materiale umano” considerato da alcune/i come migliore, hanno sicuramente la possibilità finanziaria di scegliere non solo il grado di istruzione ma anche in base al prestigio dell’università dei venditori e delle venditrici. Come ne consegua un prodotto finale “migliore” non è dato saperne nella realtà… La domanda resta di nuovo sospesa: quale idea di animale umano abbiamo? A cosa aspiriamo? Richiamare la questione delle classi sociali sembra, in questo caso, la constatazione di una disparità con annesso il tentativo di invocare la PMA per rivendicare uguaglianza. Siamo convinte e convinti che sia l’intero sistema e le idee che sottendono che vadano non solo criticate ma abbattute. A noi, questa di libertà!
L’apologia della tecnologia e del potere “illimitabile” della scienza intesa come mezzo per soddisfare i propri desideri, nella fattispecie di maternità e paternità, ma anche di onnipotenza e, in maniera non troppo sottesa, di immortalità, è assolutamente allineato al progetto di questo nostro sistema: tradizionalista, fortemente patriarcale e consumistico. Vengono indotti bisogni e desideri e dopo avere abilmente e spietatamente propagandato l’assoluta necessità di soddisfarli, la voce grida: “Lo voglio e basta! E poiché posso, allora voglio, posso, comando e faccio quel che mi pare a qualsiasi costo e alla faccia del resto del mondo.” Il singolo si auto-convince e viene convinto di aver avuto completa gestione dell’intero processo. “Ho agito in libertà!” Ma di che tipo è questa libertà?
Le conseguenze, prevedibili e non prevedibili, per i bambini e le bambine e le donne non vengono prese in considerazione fino in fondo.
Inoltre se si alza lo sguardo oltre i nostri confini si vede come il problema per la Terra e per i suoi abitanti non sia l’infertilità degli umani, bensì il suo esatto contrario, ossia la sovrappopolazione.
Forse andrebbe riaperta la discussione sul senso dei limiti: il limite non è un tabù. Piuttosto una evidenza, una necessità. Talvolta, una opportunità. E allora si recupera un’idea di libertà non come assenza di limiti ma azione, decisione, consapevolezza e responsabilità.

PMA, GPA, predazione di organi, energia nucleare, sperimentazione sugli animali, organismi geneticamente modificati e ingegnerizzati, appartengono tutti alla stessa categoria di pratiche che manipolano il vivente con evidente arroganza antropocentrica, tecno-centrica, potere-centrica. Per tutte queste pratiche e tecniche il danno è insito nella pratica e nella tecnica stessa. Il danno è tanto più grave in quanto, nessuna di queste consente la valutazione dell’eventuale vantaggio che potrebbero apportare, nell’ombra resta il rapporto “rischio/beneficio”. Dato per assunto questo, emerge che, per le pratiche citate non è negoziabile un limite “quantitativo” poiché il limite è “qualitativo”. Non le riteniamo ammissibili, letteralmente, ossia: nemmeno da ammettere tra le pratiche da utilizzare nella comunità perché, appunto, intrinsecamente, gravemente e irreparabilmente dannose. Nessuna regolamentazione è accettabile perché la pratica stessa è inaccettabile. Se teniamo il focus sul senso da ricostruire di comunità dobbiamo avere un’ulteriore attenzione alle intersezioni tra scelte personali e scelte nella, per la comunità che desideriamo.
La PMA e la GPA non sono scelte personali. Anche se ad un primo sguardo certe scelte rientrano in una dimensione personale e privata, non possono essere considerate e rivendicate esclusivamente come scelte personali: hanno conseguenze sull’intera società. Sono quindi da considerare anche come scelte politiche e collettive. Sottrarsi dalla consapevolezza degli inevitabili effetti sul presente e sul futuro significa non voler comprendere che la procreazione artificiale si innesta in un preciso progetto di controllo, selezione, modificazione, omologazione e addomesticamento dell’umano e dell’intero vivente.

Da più parti arriva sovente una critica che sembra insistere e soffermarsi su alcune parole ritenute evidentemente contraddittorie o addirittura ambigue come, ad esempio, vivente e irreversibilità. Cosa si intende quando parliamo di attacco al vivente? L’assalto dell’industria biotecnologica e dello Stato verso le persone è qualcosa che non riguarda più soltanto le condizioni materiali in cui queste vivono e sopravvivono. Il potere si iscrive nel corpo, è entrato fin dentro i corpi andando o cercando di intercettare i più segreti processi vitali. Chi per “buona fede” e chi invece con precisi scopi manipolatori parla di miglioramento delle condizioni di vita con le tecno-scienze, in particolare quelle genetiche, magari fornendo qualche esempio specifico, perde di vista quello che è un processo che si muove su scala globale. Dovremmo difendere Terra e lavoratori schiavi per estrarre il Coltan così come, allo stesso modo, difendiamo i nostri corpi. Il vivente è sempre più territorio di colonizzazione, terra di ricerca e predazione: una nuova miniera.
Eppure sembra che qualcosa ci blocchi proprio nel momento in cui tutto è lì davanti, proprio nel momento in cui si mostra quale vuole essere il cammino del potere politico ed economico di domani che è già un oggi. Forse, si pensa che non si arriverà mai a tanto, che le manipolazioni genetiche si accontenteranno delle monocolture agricole. Sappiamo che non è così! Il mantra delle tecno-scienze è: “Se è possibile farlo tecnicamente verrà fatto socialmente”. Non esiste nessun comitato etico, più o meno fasullo, che possa far qualcosa, oltre alla descrizione di quello che già stiamo subendo. E noi, anche ora, non abbiamo bisogno di un racconto, ma di intervenire dove cannoni e forbici genetiche operano.
Sì, comparare gli OGM e la riproduzione umana ha scandalizzato diverse persone. Dal nostro canto abbiamo sempre parlato di OGM intesi non come un singolo aspetto particolarmente nocivo, ma portando uno sguardo più ampio che ce li ha fatti definire, con le parole di Cristian Fons: Ordine Genetico Mondiale. O ancora, con le parole di Vandana Shiva che, più prudentemente, parla di monocolture che dai campi arrivano sempre ed inevitabilmente alle menti. Anche la riproduzione artificiale ha una storia ben precisa che parte proprio dalle manipolazioni genetiche e dai processi di contenimento dei corpi. Così come le nanotecnologie hanno un raccordo diretto con le biotecnologie. Tracciare questi processi non è solo importante ma fondamentale per vedere e comprenderli; per ritrovare gli stessi fautori che si destreggiano nei diversi eppur simili laboratori.
Per quanto riguarda l’irreversibilità, senza voler essere degli esperti, è evidente che quando parliamo di manipolazioni genetiche e modificazioni della linea germinale stiamo parlando di qualcosa che ha conseguenze totalizzanti e irreversibili: innescati questi processi non è consentito tornare indietro perché tutto viene programmato prima biologicamente e poi socialmente, verso un’unica direzione. La manipolazione delle nostre menti e della realtà che ci circonda va di pari passo con la manipolazione del nostro genoma e di quello degli altri animali che da cavie anticipano solo il nostro turno. Non dovremmo avere il timore di parlare di irreversibilità, ma anzi ricordarlo sempre a gran voce. Non casualmente il sistema tecno-industriale sta investendo in questi diversi e complementari processi di “miglioramento” soldi, ricerche, speranze come mai ha fatto prima. Sembra che il sistema abbia ben compreso la posta in gioco e non ha nessuna intenzione di rinunciarvi.

Queste, in sintesi, alcune nostre convinzioni e spunti per nuovi approfondimenti e riflessioni. Alexis Escudero attraverso il suo libro ne ha messe in luce alcune, altre sono riflessioni emerse durante i dibattiti seguiti alle presentazioni. Altri restano da sviluppare e approfondire.
Mancanze di approfondimenti in alcuni ambiti inerenti alla questione, inesattezze, opinabilità di alcune sue asserzioni sono tutti elementi discussi e sempre discutibili nello spazio di un confronto costruttivo, senza pregiudizi, chiusure ideologiche e/o interessi personali. Un dibattito che metta in discussione le strutture di ogni forma di potere.
Urliamo ancora con forza: “No alla libertà di essere merce e di ridurre a merce il corpo delle donne e la nostra/loro capacità riproduttiva!”, “PMA per nessuna e nessuno!”.

Collettivo Resistenze al nanomondo

Ma quale libertà?! Donne, apriamo gli occhi! Contro l’utero in affitto, a pagamento o gratuito, contro la procreazione artificiale dell’umano.

Il corpo della donna non è in vendita, non è mercificabile, non è un pezzo di ricambio, non è sacrificabile. Le donne non sono contenitori per produrre figli, non sono macchine da riproduzione.
In nome della libertà si celano abomini, in nome della libertà di disporre del proprio corpo e in nome dell’autodeterminazione si fanno proprie le logiche di mercificazione di questo sistema tecno-industriale dove tutto è merce, tutto è quantificabile e soggetto al criterio dell’utile, tutto è in vendita, tutto è ingranaggio in una mega macchina che stritola i corpi e il mondo intero.
Logiche che si incarnano.
Una logica malsana equipara la vendita della propria forza fisica o mentale alla maternità per altri. Sicuramente portare via un bambino a una madre che ha firmato un contratto è la forma suprema dell’alienazione della lavoratrice dal proprio “prodotto”.
Le motivazioni a supporto dell’affitto dell’utero sono illogiche, contraddittorie, franose. Una questione che reputiamo sbagliata non può essere usata come argomentazione per giustificarne un’altra. Se il vendere la propria forza lavoro è sfruttamento, altrettanto o ancor di più lo sarà vendere il proprio corpo. Ci stiamo arrendendo allo sfruttamento estremo ed è paradossale che un’area femminista anticapitalista usi proprio le logiche del capitalismo tentando di trasformarle in argomenti a sostegno della libertà e dell’autodeterminazione. Quando si afferma che la critica all’utero in affitto per le donne indiane è parziale in quanto non contrasterebbe le cause che generano le situazioni di povertà che, a loro volta, spingono le donne a tale scelta, si usa l’argomentazione anticapitalista laddove appare utile, dimenticandosi di aver fatta propria l’argomentazione capitalistica un attimo prima.
Il capitalismo ha mercificato gli stessi elementi vitali, che acquisiscono un valore economico per ciò che producono di sfruttabile. Il valore in sè è distrutto. Così un fiume non ha valore perchè parte integrante di un ecosistema e una foresta non è percepita come una fitta rete di interrelazioni vitali, ma fiume e foresta sono considerati e resi risorse da depredare. Così i semi terminator della Monsanto sono modificati geneticamente per essere resi sterili. Così ci facciamo inseminare e produciamo un figlio. Così ci facciamo bombardare da ormoni per produrre un sovrannumero di ovuli al fine di venderli. Così facendo stiamo aprendo ancora di più i nostri corpi.
Se combattiamo questo sistema è totalmente senza senso arrivare poi ad estendere le sue logiche ai nostri corpi vendendo servizi sessuali in cambio di denaro o affittando l’utero, ossia diventando imprenditrici del nostro corpo attraverso lo sfruttamento della nostra capacità riproduttiva. Ma siamo convinte che in un sistema patriarcale e tecno-industriale davvero il potere della nostra capacità riproduttiva potrà rimanere nelle nostre mani se entriamo nel suo circuito di mercato e di reificazione? Non diventiamo forse un mezzo di cui il sistema si appropria? E se ne approprierebbe anche senza denaro in cambio, per il semplice fatto che gli concediamo la nostra capacità riproduttiva. Non siamo padrone del gioco in campo, siamo in balia di un gioco che ci attraversa.
La società patriarcale ha sempre sfruttato la capacità riproduttiva delle donne, è in coloro che non hanno il potere di portare in grembo un figlio, ma che sono desiderosi di averne uno per sé, che si annida il rischio di una nuova forma di sfruttamento del corpo femminile.
Ma attenzione, non facciamoci abbagliare dalla retorica dell’altruismo. Non può esistere una “gestazione per altri etica”: se legalizzata e generalizzata sarà commerciale, basta semplicemente pensare a tutti i rimborsi spese per la madre in gravidanza. Il denaro è una condizione necessaria anche nel modo detto “altruistico” come in Gran Bretagna, dove i presunti “rimborsi” approvati dai tribunali hanno raggiunto le 30.000 sterline.
La richiesta della legalizzazione e della regolamentazione per tutelare delle piccole situazioni realmente solidali di fatto amplierà solo la mercificazione.
Stravolto è il rapporto tra la donna, il proprio corpo e il proprio figlio.
Mercificata è la donna, la sua capacità riproduttiva e il figlio.
Tutto questo viene nascosto dietro la bandiera dell’altruismo e della generosità!
Così come abbiamo i consumatori etici e il mercato etico, così avremo il prestito etico dell’utero, dove la donna non sarà più solo una donna indiana povera e sfruttata, ma magari una donna occidentale trattata bene, così avremmo le coscienze a posto, ma purtroppo nella sostanza nulla cambia. La donna diventa fattrice.
Anche nella GPA “gratuita” ci sarà un contratto, una regolamentazione e anche se ci fosse la clausola che permette alla donna di poter decidere se tenersi il bambino o di interrompere la gravidanza, come possiamo essere così ingenue da pensare che dietro a quella che si chiama scelta, nella realtà non ci sia una situazione di necessità, come possiamo non pensare che da tali contratti e regolamentazioni non si arrivi a una degenerazione e a una situazione coercitiva.
Una donna, in una situazione estrema, di povertà, situazione tanto usata per giustificare l’ingiustificabile, oltre a coltivare patate per una vita, sposare un vecchio ricco occidentale e affittare l’utero ha anche un’altra strada: quella dell’orgoglio di sè e della non accettazione. Potrebbe risuonare male se scritto da una posizione “privilegiata”, ma teniamo ben presente la differenza tra l’accettare o il non accettare lo stato di cose presenti. Semplicemente, senza troppi giri di parole, se si contrasta lo sfruttamento di ogni essere vivente è insensato arrivare a giustificarne alcune espressioni e manifestazioni e addirittura volerle regolamentare. Semplicemente non ci devono essere.
O non ci interessano le conseguenze o siamo fiduciose, ingenue e ci illudiamo che le regolamentazioni trasformino tutto in cosa “buona e giusta”, o abbiamo interessi personali o come donne e come soggetto politico non possiamo non porci il problema sia della GPA che della PMA. Il dibattito si infiamma sull’utero in affitto, ma dietro la porta rimane la procreazione assistita…
Il potere da sempre si esercita sugli altri animali attraverso la manipolazione del corpo, dalla selezione e l’incrocio alla fecondazione artificiale, all’ingegneria genetica. Tecnologie eugenetiche per un animale migliorato, funzionale all’allevamento e alla sperimentazione. L’animale è così trasformato in strumento di produzione, in prodotto, in un interscambiabile modello di specie sperimentale che deve corrispondere a determinate caratteristiche. Altri corpi animali, nell’oscurità dell’assenza di uno sguardo, nella normale pratica dell’allevamento subiscono inseminazioni forzate, costrette continuamente a riprodursi, a diventar madri per essere poi depredate della loro prole.
Il ricercatore che ha fabbricato il primo bambino in provetta in Francia, come tutti i ricercatori specializzati nella riproduzione artificiale umana, si è prima fatto le ossa sugli animali, in questo caso sulle mucche da latte per aumentare la loro produzione.
Oggi assistiamo a donne sottomesse volontariamente ad una tecnocrazia in camice bianco: medici, ginecologi, genetisti, esperti vari, sottomesse a un intero apparato tecnico-scientifico. Un catalogo di vendita di ovuli da donatrici selezionate per le loro caratteristiche così da avere una materia prima di qualità per fabbricare un bambino. Un processo industriale vero e proprio: selezione ed estrazione della materia prima, analisi nelle prime fasi di produzione, scarto della merce non idonea, controlli su tutto il processo.
Il movimento lesbico sarà il cavallo di troia per l’estensione generalizzata della PMA a tutte le coppie anche eterosessuali senza problemi di fertilità e senza presunte, o tali, malattie genetiche. Dovremmo urlare no alla procreazione artificiale per tutte e per tutti.
E questa non ha nulla a che vedere con altre pratiche auto-organizzate slegate e fuori da tutto il sistema medico e commerciale con il ricorso allo sperma maschile da parte di donne lesbiche che vogliono un figlio.
Anche qui non dobbiamo cadere nell’illusione della regolamentazione, analogamente avviene per le nocività: non si possono regolamentare perchè equivarrebbe a diffonderle, regolamentare vuol dire che il disastro è già avvenuto, perchè è già insito nell’emissione stessa, è già insito nella diffusione della pratica. La procreazione artificiale equivale al controllo sociale dei corpi!
Una volta che la pratica sarà estesa a tutti e tutte si entrerà in un circuito in cui, in nome della libertà di scelta, si creerà un contesto in cui non si potrà fare altrimenti. In un domani non troppo lontano sarà definito prima irresponsabile e poi criminale mettere al mondo figli/e senza ricorrere alle tecniche di riproduzione artificiale garantite e gestite da un apparato medico. Se sempre più persone ricorreranno a tale pratica, il rifiuto di essa sarà sempre più difficile. Chi sceglierebbe di far diventare proprio figlio un escluso, un emarginato, un essere umano inferiore perchè non selezionato, e successivamente migliorato, alla nascita? Chi sceglierebbe di mettere al mondo un figlio con qualche probabilità di ammalarsi, con forse qualche difetto alla vista, con l’incertezza riguardo alle sue performance fisiche e intellettuali, insomma un figlio umano, quando il modello che avremmo interiorizzato sarà l’uomo perfetto?
La procreazione artificiale si innesta in un preciso progetto di controllo, selezione, modificazione, omologazione e addomesticamento dell’umano e dell’intero vivente.
Riconosciamo gli abbagli che si celano dietro alle belle parole di libertà e autodeterminazione, che altro non faranno che assecondare e facilitare questo processo in atto dove tutto il vivente è sotto attacco, dove il potere è arrivato a un livello ancora più profondo, con il controllo dei processi biologici dalla nascita alla morte di tutti i momenti della vita di un essere vivente.
Opponiamoci con forza contro ogni prevaricazione, mercificazione e sfruttamento.

Dicembre 2016
Silvia Guerini
www.resistenzealnanomondo.org