È uscito il nuovo numero del giornale L’Urlo della Terra

È uscito il numero 13 del giornale L’Urlo della Terra

Care lettrici e cari lettori,
è uscito il nuovo numero dell’Urlo della Terra. Richiedeteci una o più copie, mandateci il vostro indirizzo e faremo partire immediatamente la spedizione. Contattateci inoltre per una diffusione del giornale più ampia e capillare nelle vostre zone: biblioteche, circoli, centri di documentazione… e per iniziative benefit.
Siamo disponibili per presentazioni e discussioni sui contenuti del giornale, in luoghi pubblici e aperti dove il pensiero libero si alimenta.
Se avete possibilità pubblicate e fate girare in blog, telegram, siti internet, canali…

Vi ricordiamo le Tre giornate contro le tecno-scienze il 181920 Luglio, momento in cui diffonderemo anche questo nuovo numero del giornale:

Un caro saluto e grazie a tutte e tutti voi
La redazione

In questo numero:

– Editoriale

– Dalla tecnoscienza alla nescienza – Stefano Isola

– Il Sistema Asilomar – Costantino Ragusa

– Alexandre Grothendieck – Renaud Garcia

– La resistenza radicale alle biotecnologie – Costantino Ragusa

– Frammenti di pensieri, speranza e lotta – Silvia Guerini

– John delle montagne – Silvia Guerini

– Massmedioevo. Luci d’antiche e future ere “oscure” – Dario Stefanoni

– Profanare il nanomondo secondo la lezione di Ellul e Charbonneau – Leonardo Zocca

Rien ne va plus. Discorso sull’attuale momento del mondo – Jacques Luzi

– Ragione e sentimento nel pensiero ecologico – Jacques Luzi

– Il nostro mondo sacro: vissuto, negato e ritrovato – Paul Cudenec

– L’ideologia del tecno-mondo. Resistere alla megamacchina – Silvia Guerini e Costantino Ragusa


40 pagine
5 euro a copia, più spese di spedizione 1,30 euro
Per i distributori minimo 5 copie: 3 euro a copia, più spese di spedizione 1,30 euro

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Intestata a Silvia Guerini, Specificare la causale L’Urlo della Terra

Per contatti e richieste: urlodellaterra@inventati.org, www.resistenzealnanomondo.org

Programma 18-19-20 Luglio

Programma, indicazioni per prenotare e per arrivare

Settimo incontro internazionale
18-19-20 Luglio 2025
TRE GIORNATE CONTRO LE TECNO-SCIENZE
presso Altradimora, strada Caranzano 72, Acqui Terme (AL)

VENERDI’

13.00 pranzo

15.30

Presentazione dell’incontro a cura di Costantino Ragusa – Resistenze al nanomondo – Bergamo

16.00 Interventie a seguire dibattito

Sul caos che verrà
I media francesi (europei) amano presentare le politiche di Trump come l’improvviso emergere dell’autoritarismo, dell’imperialismo e dell’oscurantismo antiscientifico negli Stati Uniti. Ma non è molto difficile dimostrare che Trump sta semplicemente portando avanti tendenze che erano già all’opera e che la crisi ecologica si sta solo aggravando. Già nel 2007 Immanuel Wallerstein osservava: “Nella società americana si stanno creando le condizioni per una profonda spaccatura, se non per una guerra civile”. Il rischio di un tale collasso interno sta portando a un’intensificazione dell’imperialismo esterno, compresa l’appropriazione violenta di minerali strategici. E a mantenere la scienza solo come strumento di potere militare.
Jacques Luzi, membro della rivista Ecologie & politique, Francia

I tanti volti del transumanesimo
L’ideologia transumanista non è sempre immediatamente riconoscibile, ha la caratteristica di essere fluida adattandosi a molteplici contesti anche in apparenza in contrasto tra loro: un transumanesimo progressista dei diritti LGBTQ+ e un transumanesimo che emerge da ambienti conservatori. Sinistra progressista e destra prometeica: due facce della medesima medaglia, varianti del medesimo sistema tecno-scientifico che avanza con Intelligenza Artificiale, biotecnologie, CRISPR/Cas 9, tecnologie a mRNA. O la nostra visione di mondo o la loro, la contrapposizione è antropologica, ontologica, metafisica. Oggi la linea va tracciata tra chi vuole restare umano e tra progressisti prometeici transumani, avendo ben in mente quei confini inviolabili e non negoziabili.
I BRICS non rappresentano un ostacolo all’attuazione pressoché ubiquitaria delle agende della megamacchina che sta guidando la colonizzazione tecnologica di ogni aspetto della vita. Eppure, nonostante le molte evidenze, tra cui gli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale e quella che è stata la gestione della cosiddetta emergenza pandemica, questo secondo livello viene relativizzato portando avanti, di fatto, il mito della “neutralità della tecnica” anche da chi possiede strumenti di critica del presente.
Silvia Guerini – Resistenze al nanomondo

20.00 cena

SABATO

8.00 colazione

9.00 – 12.30 Interventi e a seguire dibattito

Dalla tecnoscienza alla nescienza
Le forme del dominio neoliberale si configurano non solo come controllo cibernetico e tecnocratico della realtà, ma anche, e in misura crescente, sulla sua incontrollabilità, sulla conseguente necessità di attivare sperimentalismi “generativi” atti a cavalcare la contingenza, che a loro volta inducono forme di rovesciamento anti-dualistico delle dicotomie soggetto-oggetto, realtà-pensiero, agente-mondo agito, sebbene, evidentemente, non nella direzione di un recupero di una dimensione culturale unitaria e di una nuova conciliazione tra società e natura, ma al contrario nella direzione di un’amplificazione ulteriore della volontà di potenza attraverso una crescente fluidificazione della realtà.
Stefano Isola

Pace e Guerra. La NATO difensore della pace?
Negli ultimi decenni, il ruolo della NATO è cambiato radicalmente rispetto al 1949, anno della sua fondazione. Oggi la NATO è un attore di primo piano nell’anticipare e plasmare il futuro della guerra (e non solo) attraverso una ricerca scientifica e tecnologica avanzata in stretta collaborazione con le organizzazioni di ricerca, l’industria e le università di tutti i Paesi membri e partner. La direzione della ricerca, in particolare in aree come l’“uomo aumentato”, che si estende al concetto di “natura aumentata”, riflette la sua visione. La NATO ha un ruolo decisamente diverso da quello di “saldo difensore della pace”.
Maria Heibel, curatrice del sito internet www.nogeoingegneria.com

Alexander Grothendieck, un matematico contro la “Chiesa scientista”
Alexander Grothendieck, uno dei più influenti matematici del secondo Novecento, nei primi anni Settanta interrompe la propria carriera accademica per farsi convinto oppositore delle comunità scientifica, che ritiene il principale sostegno della civiltà tecnologica e industriale e che, con la sua irresponsabilità, stava conducendo al collasso l’umanità e l’intero Pianeta.
Luigi Balsamini

13.00 pranzo

15.00 – 19.30 Interventi e a seguire dibattito

Profanare il nanomondo
La lezione di Jacques Ellul e Bernard Charbonneau – due amici critici della società industriale e precursori dell’ecologia politica
Due amici di Bordeaux, attingendo dalla tradizione religiosa francese, hanno sviluppato una riflessione basata sull’intuizione che la dimensione del sacro non si è spenta a seguito della secolarizzazione, ma si è soltanto trasferita alla tecnoscienza. La crisi della nostra società industriale potrebbe non essere causata solo dalla tecnoscienza in sé, ma anche dal trasferimento della dimensione sacra alla tecnoscienza. La soluzione potrebbe non essere un rifiuto integrale della nostra civiltà antropocentrica quanto piuttosto l’accettazione della sua eredità, per poter profanare il nanomondo, coltivare correttamente il sacro e dirigere l’evoluzione umana verso il Bene.
Leonardo Zocca

Il nostro mondo sacro: vissuto, negato e ritrovato di nuovo
La sacralità del nostro mondo vivente è sempre stata riconosciuta e celebrata nelle culture umane tradizionali, ma è stata marginalizzata nell’era moderna industriale. Perché e come è avvenuto tutto ciò? Come possiamo riportare la consapevolezza della natura divina al centro del nostro pensiero?
Paul Cudenec, www.paulcudenec.substack.com, www.winteroak.org.uk

20.00 cena

DOMENICA

8.00 colazione

9.00 – 12.30

Quali possibilità per continuare la Resistenza?
Come ogni anno in conclusione di queste tre giornate ci prenderemo del tempo per riflettere insieme sui percorsi di opposizione attualmente in atto e dove invece questi tardano a svilupparsi. Faremo queste riflessioni a partire dalle esperienze dei partecipanti andando anche verso le proposte che provino a dare concretezza alle riflessioni fatte nel corso di questo ultimo anno.
Ridiamo profondità, impegno, continuità, mettendoci in gioco in prima persona. Se non siamo disposti a questo come possiamo pensare di costruire una Resistenza?

13.00 pranzo

Il luogo dove si svolgerà l’incontro, Altradimora, (https://altradimora.eu/), strada Caranzano 72, Acqui Terme (AL), è una casa con dei posti letto e la possibilità di mettere delle tende nel prato davanti casa.
Il costo per partecipare alle tre giornate – venerdì, sabato e domenica – è 100 euro, per venerdì e sabato 80 euro, per sabato e domenica 60 euro, per domenica 20 euro.
È necessario PRENOTARE con anticipo la propria presenza per la partecipazione alle giornate. I posti letto sono limitati.
Se possibile è gradito un pagamento anticipato per aiutarci a far fronte alle spese organizzative.

Postepay Evolution
IBAN: IT73L3608105138236370036378
Intestata a Silvia Guerini Specificare la causale.

Porta sacco lenzuolo e asciugamani.
Daremo colazioni, pranzi e cene per tutte le giornate con alimenti biologici, vegani e da produttori locali. Prevista opzione senza glutine. Comunicateci eventuali intolleranze o altre necessità.

Lo spazio sarà libero da wi-fi (ad eccezione dei momenti con gli interventi da remoto) e chiederemo di spegnere i telefoni durante i dibattiti per tutelare le persone elettrosensibili (e tutte/i noi).
Per tutte le tre giornate banchetti con giornali, libri e materiale informativo. Porta il tuo materiale.

Aiutaci ad organizzare l’incontro al meglio, diffondendo il più possibile il programma, promuovendolo con interviste e presentazioni.


Come arrivare:
In auto: Da Genova con l’autostrada per Alessandria si esce a Ovada, si procede verso Acqui Terme e poi si prende per Rivalta Bormida. Passati i paesi di Trisobbio e Rivalta Bormida al bivio per Cassine si prosegue per due chilometri e poi si trova l’indicazione per Caranzano. Da Milano si esce ad Alessandria sud e si seguono le indicazioni per Acqui e Cassine, dopo Cassine c’è il bivio per Caranzano. Da Torino stessa strada.
In treno: Treno per Acqui Terme, vi veniamo a prendere alla stazione, si prega di contattarci sulla email per accordarci con largo anticipo e di arrivare, se possibile, non durante gli orari degli interventi.

Organizza: Resistenze al nanomondo

Per informazioni, prenotazioni e contatti:
www.resistenzealnanomondo.org, info@resistenzealnanomondo.org
www.facebook.com/3giornatecontroletecnoscienze/

I bambini provenienti dall’azoto liquido.

I bambini provenienti dall’azoto liquido.
Gli embrioni non si assemblano in laboratorio. Questa è l’unica forma di tutela.

Il ministero della Salute e il ministero della Famiglia stanno lavorando a un progetto di legge per l’adozione degli embrioni crioconservati, che dovrebbe rappresentare “un grande atto di solidarietà che lo Stato fa per le coppie e per gli embrioni”, “una proposta per la vita”.

Un’immane ipocrisia e un’immane falsità. Non è una legge per la vita, è una legge della vita in vitro, del mondo laboratorio. È una spinta verso la riproduzione artificiale dell’essere umano.

La produzione di embrioni è fondamentale per il biomercato riproduttivo e per il mondo della ricerca. Questi embrioni sospesi nell’azoto liquido sono inutilizzati, ma di grande valore per il mondo della ricerca che sempre più necessita di materiale umano. Aprire all’adozione degli embrioni e quindi alla possibilità di donare gli embrioni ad altre coppie che accedono alle cliniche di fecondazione assistita è il primo passo per poi sdoganare la possibilità – come avviene già in altri paesi – di donare gli embrioni in sovrannumero alla ricerca. I ricercatori da tempo premono per la possibiltà di poterseli accaparrare.

Ma facciamo un passo indietro. Da dove vengono questi embrioni? Dalle tecniche di fecondazione assistita regolamentate dalla Legge 40 (di cui l’attuale ministro è stato uno dei più accaniti promotori).

La Legge 40 introdotta nel 2004 nella sua forma originaria consentiva l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita alle coppie eterosessuali sposate o conviventi in “età fertile” la cui infertilità doveva essere certificata dal punto di vista medico, ma già questo si traduceva in un’infertilità dichiarata dopo un anno con la possibilità di accedere alle tecniche di fecondazione assistita anche dopo sei mesi per arrivare alla possibilità di accesso dai 35 anni di età. Inizialmente vietava la fecondazione eterologa, la diagnosi pre-impianto (DPI) e la crioconservazione degli embrioni. Queste restrizioni via via sono cadute – non potevano che cadere – dopo varie sentenze della Corte Costituzionale che hanno aperto alla possibilità di accesso alle tecniche di PMA alle coppie fertili portatrici di patologie genetiche ereditarie, con la conseguente legittimità della DPI, hanno consentito la fecondazione eterologa e la possibilità del ricorso sia a un donatore di seme sia a una donatrice di ovuli, hanno consentito la possibilità di donare i gameti delle coppie che accedono alle cliniche di fecondazione assistita ad altre coppie per la fecondazione eterologa e la possibilità della crioconservazione degli embrioni in sovrannumero.

Ecco da dove arrivano queste decine di migliaia di embrioni crioconservati.

L’anno scorso è arrivato l’aggiornamento delle linee guida per l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita che si sono adeguate alle sentenze della Corte Costituzionale. Le linee guida prevedono: la possibilità di fecondare un numero indefinito di ovociti, la possibilità della crioconservazione degli embrioni per i successivi trasferimenti, la possibilità della doppia donazione di gameti, l’accesso a tutte le tecniche di fecondazione assistita (inseminazione intrauterina, FIV e ICS) alle coppie fertili, ma portatrici di malattie genetiche e malattie virali, la possibilità di trasferire embrioni anche se il partner maschile muore dopo la fecondazione e dopo il divorzio o la separazione, diagnosi pre-impianto possibile anche per le coppie fertili dopo ripetuti fallimenti di impianto e per le donne che hanno un’età superiore ai 35 anni.

Tutto questo cosa significa? Apertura del mercato di gameti, al loro procacciamento e al reclutamento di “donatrici e donatori”. Spinta verso la criconservazione dei gameti o, seguendo una nuova tecnica sul mercato, la vitrificazione e in parallelo viene così creata l’illusione di poter rimandare all’infinito la gravidanza e alla vitrificazione per tutti il passo è breve. Estensione della selezione pre-impianto degli embrioni, anche qui è breve il passaggio per tutti e per un’eugenetica su larga scala.

Ricordiamo inoltre che, poiché la fecondazione in vitro, in quanto tale, può produrre delle anomalie all’embrione, non si può pensare che possa sussistere senza diagnosi genetiche e conseguente selezione degli embrioni.

Dal momento in cui viene regolamentato uno sviluppo tecnologico negli ambiti dei corpi, della procreazione, della salute, questo viene sdoganato a livello sociale e anche se sono presenti delle restrizioni al suo utilizzo, già nella stessa regolamentazione è insita la possibilità di superarle. Anche se è sdoganato per dei singoli casi si inizia a creare nell’immaginario la possibilità di accedere a quella tecnologia. Verrà creato il desiderio di accedervi. Parallelamente, lo sviluppo tecnologico procederà più in fretta delle legislazioni in materia e queste si adegueranno ad esso.

La procreazione medicalmente assistita ha aperto la strada alla radicale trasformazione della procreazione, al rendere eticamente accettabile la mercificabilità, la selezione eugenetica e la riproducibilità tecnica dell’essere umano. Una delle strade che conducono verso il transumanesimo1.

Torniamo alle decine di migliaia di embrioni crioconcegalti sospesi nell’azoto liquido: un’inquietante immagine di quella che sarà la nuova umanità. Ma il problema va affrontato alla radice: la riproduzione artificiale. Questa legge per l’adozione di embrioni criocongelati si colloca perfettamente nella direzione della riproduzione artificiale come nuovo modo di venire al mondo. A chi andranno questi embrioni? Alle coppie e, presto, anche alle donne sole che accederanno alle cliniche. Facciamo fatica ad immaginare che una coppia o una donna sola preferisca adottare un embrione formato con ovulo e sperma non propri, ma di un’altra coppia. Adozione quindi solo per rari casi, quelli che avrebbero richiesto la doppia donazione di gameti, resa possibile dalle nuove linee guida. Quindi di fatto questa legge non servirà nemmeno all’adozione delle migliaia di embrioni sospesi nell’azoto liquido, ma servirà a sdoganare, con la retorica delle buoni intenzioni – gli orrori si devono sempre mascherare a fin di bene – la possibilità di cedere un embrione a qualcun’altro e – in un secondo tempo – a un istituto di ricerca. Anche se non ci fosse nessun “rimborso” – pagamento – allo stesso modo in cui un embrione non può essere venduto, non può essere nemmeno ceduto. La possibilità di vendere e comprare o donare un embrione – o un feto – nel biomercato della riproduzione artificiale e nella ricerca biotecnologica rende eticamente accettabile che un essere umano possa essere venduto, comprato, ceduto. Il criterio etico di non poter disporre degli esseri umani porta a non poter disporne in nessuna fase del loro sviluppo. Di fatto significa negare il loro valore intrinseco. Gli embrioni non si assemblano in laboratorio e non si manipolano. Questa è l’unica forma di tutela che possiamo offrire loro. L’essere umano e l’intero vivente non devono essere geneticamente modificabili e riprogettabili.

Non è un legge per la vita, implicita è la logica da laboratorio in cui l’embrione diventa un prodotto e se è un prodotto potrà essere sottoposto a qualsiasi manipolazione e sperimentazione seguendo le logiche transumaniste di continua ottimizzazione dell’intero processo. Se si sostiene e si promuove una pratica che ha in sè la logica da laboratorio, in cui non esiste il limite e in cui tutto ciò che è tecnicamete possibile deve essere fatto, si stanno sostenendo anche le sue conseguenze e l’intero paradigma da cui proviene.

E qui si annida un’altro aspetto. Dal presunto diritto a un figlio si passerà al diritto a un “figlio sano”. Dalla selezione embionale all’ingegenria genetica preventiva. Dal diritto si arriverà al dovere. Di fronte all’aumento delle mutazioni genetiche causate da onde elettromagnetiche, pesticidi, PFAS, sieri genici a mRNA… verrà offerta la possibilità di selezionare quello che verrà considerato in base a determinati parametri un “embrione sano”. La selezione embrionale e la riproduzione nelle cliniche diventerà un “dovere morale” per tutti.

Ma come si svilupperanno quegli embrioni criocongelati? Ovviamente quelli che sopravviveranno e quelli che non verranno scartati perché ritenuti non idonei. Presto saranno gli algoritmi a definire il miglior embrione e a monitorare tutto il processo. Il naturale – spontaneo, indeterminato e imprevedibile – deve essere man mano sostituito con il programmato, l’artificiale, il manipolabile.

Come nasceranno i bambini provenienti dall’azoto liquido e quelli provenienti da un assemblaggio in una capsula di petri, da continue frammentazioni e artificializzazioni del naturale processo di procreazione? Come diventerà questo essere umano?

L’embrione non è un mero aggregato di cellule o un essere vegetativo come viene considerato nelle logiche abortiste, utilitaristiche, eugeniste e transumaniste di graduazione arbitraria del valore della vita umana. Basti pensare che è un essere in relazione e che ha una vita sensoriale intensa già dal quindicesimo giorno comunicando con i tessuti della madre. Esiste una memoria cellulare e ciò che si afferma a livello cellulare rimane a livello psicologico. Sappiamo già che se un embrione sopravvive dopo essere stato impiantato nell’utero potrà conservare la memoria di altri embrioni non sopravvissuti da precedenti impianti o da aborti spontanei o indotti, sviluppando un’angoscia di morte che porterà dentro sé fin dopo la nascita. L’embrione criocongelato o vitrificato conserverà memoria del freddo glaciale da cui proviene, una memoria incarnata2.

I bambini nati a seguito dell’impianto di embrioni criongelati e i bambini nati con tutte le tecniche di fecondazione assistita hanno un rischio maggior di sviluppare una molteplicità di patologie, tra cui tumori. Una società di pazienti a vita, dalla nascita alla morte.

L’essere umano, riducendosi all’assemblaggio eugenetico di ovulo e sperma, cessa di avere una storia e una provenienza. Una fabbricazione, in cui ogni fase del processo è separata, tecnicizzata, monitorata, ottimizzata in una logica perfettamente transumanista. A questo uomo in frantumi, la cui esistenza meccanica sarà considerata come espressione di libertà, si pretendono le pezze d’appoggio destinate a renderlo obsoleto. Come si potrà a riconoscere l’invasione tecno-scientifica e la manipolazione genetica dei processi biologici e dei corpi quando queste innerveranno la vita fin dai suoi primi momenti? Quale argine rimarrà per arrestare l’offensiva eugenista e transumanista?

Dall’embrione – prodotto al corpo – neutro, riprogettabile, al corpo – piattaforma3.

Questa guerra ai corpi, alla vita, alla natura, alla realtà, alla verità traccia una delle direttorie dei tempi di oggi e la procreazione è una questione centrale per una radicale trasformazione dell’essere umano. Nei tempi di bricolage genetici con bambini dal DNA di tre genitori, di gameti artificiali, di intelligenza artificiale applicata allo sviluppo di uteri artificiali è necessario il coraggio che vada alla radice. Ogni critica parziale servirà a far passare e a far accettare l’inaccettabile. Non possiamo accontentarci di limitare i danni e di salvare il salvabile, non è abbastanza se quello che viene eroso è il significato dell’essese umano in quanto tale e le dimensioni che lo contraddistinguono. Regolamentare le tecniche di fecondazione artificiale, la selezione embionale, la crioconservazione di gameti ed embrioni, equivale a diffonderle e normalizzarle. Non è possibile nessuna regolamentazione, nessuna eccezione, la linea deve essere tracciata prima. Dobbiamo avere ben in mente quei confini inviolabili e non negoziabili, ciò che non sarà mai eticamente accettabile. La dimensione della procreazione non è disponibile, i corpi non sono disponibili, il vivente non è disponibile a qualsiasi tipo di predazione e manipolazione genetica.

Silvia Guerini, Giugno 2025, www.resistenzealnanomondo.org

Note:

1 S. Guerini, C. Ragusa (a cura), AA.VV., I figli della macchina. Biotecnologie, riproduzione artificiale ed eugenetica, Asterios, 2023.

2 https://www.resistenzealnanomondo.org/necrotecnologie/maternita-surrogata-una-delle-strade-verso-il-transumanesimo/

3 S. Guerini, C. Ragusa, L’ideologia del tecno-mondo. Resistere alla megamacchina, Acro-polis, 2024. S. Guerini, Dal corpo neutro al cyborg postumano. Riflessioni critiche all’ideologia gender, Asterios, 2023.

The Asilomar system – Costantino Ragusa

The Asilomar system
The precautionary method according to science: highlight the limit in order to exceed it immediately afterwards

Almost fifty years have passed since the first and undoubtedly most famous Asilomar conference in California. It was 1975, less than forty years after the scientific atrocities committed by the Nazis, but also by the Bolsheviks, the Japanese and the Americans, the latter subsequently snatching up the worst and therefore the best scientists to transfer them to their homeland to continue their research using new methods. The purpose of the famous conference was to organise a scientific meeting, the first of its kind, to assess ways of minimising the potential biological risks arising from new genetic engineering techniques, particularly recombinant DNA. The focus was mainly on the personnel directly involved in the experiments, but later shifted to the outside world: what would happen if the fruits of genetic engineering were to leave the laboratory?

It was at this meeting that possible solutions were proposed, adopting new laboratory safety mechanisms that also included physical containment elements with a biosafety level (BSL) design that provided for biological containment through the use of ‘unarmed’ host strains. Ultimately, these solutions led to the adoption of new federal guidelines for laboratories conducting research with recombinant DNA.

The meeting ended a previous voluntary moratorium proposed by a committee of the National Academies of Sciences that restricted certain types of experiments, thus acting as a buffer between scientific research considered acceptable and research considered more controversial due to its unexpected results for some and perhaps all too clear for others.

Today, Asilomar is often remembered and invoked as a virtuous example in the scientific field for careful risk assessment before implementing new technology, as an important reference point for contemporary discussion on scientific self-regulation and what it means to conduct research in a socially responsible manner. It was a kind of original precautionary method established by the researchers themselves, who would always and in any case have taken into account the consequences of their research, also endorsing that of other researchers in a kind of mutual support within the laboratory. While Asilomar focused on biotechnology, we must not forget other fields such as nuclear physics, which began the actual production of bombs after the war ended at the dismantled Los Alamos facility, or chemistry, which, once its use on the battlefields of the Second World War had been exhausted, began a new era by silencing the countryside of all forms of life, as Rachel Carson told us in Silent Spring.

Criticism of the Asilomar meeting, when it did arise, focused on details or obvious points, such as the discovery that even in the field of scientific research there were specific elites and corporations that imposed their will above all else, disregarding any public debate, as if there had ever been principles and neutrality on the part of the ruling power, particularly the military. When had scientific research ever felt the need for public debate? For scientists, this meant having to deal with people who knew nothing about science and, above all, with those who were not funding their projects. This ‘debate’ only took place when they were forced to do so by particular public attention or when a laboratory product became a collective disaster, placing the scientific consequences on a collective form of responsibility that meant nothing more than socialising and offloading the harmful consequences of the disaster they themselves had caused.

The Asilomar conference, even if the images of the time show us scientists with long hair and bell-bottoms, children of ‘68 and the great changes underway, was nothing more than a moment of discussion, but certainly not public, rather for those involved in the most controversial sectors, particularly biotechnology, on how to move forward, deciding on rules and making themselves the arbiters of compliance with or eventual overcoming of those rules.

Post-war atomic energy had invented ‘atoms for peace’ despite denials of nuclear proliferation by most of the states that were preparing for the worst ‘for the greater good’, not to mention the eternal legacy of waste and serious accidents in plants and, of course, the production of increasingly deadly weapons. With recombinant biotechnologies, it was still difficult to create a narrative to justify the ugliness of their laboratories, largely at the expense of poor people and other animals and all those non-persons in the colonies of the countries of the Global South. The experimental fields that were opening up were becoming increasingly impressive for some, while for others they were nothing more than challenges that science could not give up.

That is why, even at that time, researchers began to talk about safety, transparency, responsibility, control and risk management, all rhetoric that has continued to the present day, becoming inseparable from techno-sciences and embracing every other controversial field such as nanotechnology and artificial intelligence.

The Asilomar meeting was much talked about, becoming a kind of international icon, especially in the years that followed, as a fundamental moment in which science questioned its own direction, considering the great possibilities and therefore the risks that were opening up with the development of genetic engineering technologies. There was talk of small moratoriums for reflection and the creation of guidelines: the laboratory questioned itself and the laboratory operators responded with solutions, never binding, but on a voluntary basis, because scientists would in any case distinguish between what was good and what was bad in their work. All this was aimed at achieving self-regulation by scientists themselves, which would then set a precedent in the years to follow.

That Asilomar was not just any meeting, but that it was intended to mark the beginning of a new method, was demonstrated by the promptness with which the US government intervened after the conference to initiate regulation entrusted to the National Institutes of Health (NIH), an organisation composed of other scientists, the only ones who would understand the researchers’ perspectives. This new ‘regulation’ between scientists and the increasingly advanced new genetic engineering laboratories that were emerging at the time was possible because, as is always the case when science questions itself, only technical aspects were debated, without ever questioning the very meaning of their work and their research, because that would have meant closing those laboratories and stopping genetic engineering.

At Asilomar, scientists sent out an international message: there were no fundamental ethical and philosophical questions about what genetic manipulation of living organisms had meant up to that point and what it would mean in the near future. Behind the reassuring words of the guidelines, the foundations were laid for a system in which only scientists themselves would monitor their own work, setting limits, where necessary, on a purely voluntary basis, in what would become the new ethics of techno-science and transhumanism.

Why assemble DNA from different organisms? Why intervene in the germ line of a living being? Such issues could not be addressed by those who were trying to make biotechnology safe, to protect it from external influences and to ensure its future development. These may seem like contradictions on the part of the scientists of the time, but this was not the case, because by being the first to denounce the imminent threat, which was clearly already underway, they took responsibility and became champions of the present and, above all, future threats, while at the same time confirming all that cutting-edge research. In that challenge, as transhumanists call this research, their glory and recognition were at stake: to be the creators of such technologies, but also the only ones capable of governing and directing them, making them inevitable for the world1.

In the years since the Asilomar meeting, no barriers have been placed on the advance of genetic engineering. On the contrary, over time it has occupied every possible field, even engineering food and thus plants and other animals reduced to zootechnical guinea pigs. The latter, as we have seen over time, have proved to be an excellent model for new biotechnologists who, within ‘experimental farms’, have been able to think and act undisturbed towards the realisation of a human zootechnical existence. The enormous possibilities offered by eugenics policies and Nazi and military experiments in various countries had lasted too short a time. It was necessary to divide the fields and start talking about the salvation of humanity in order to continue, ensuring the containment of transgenic chimeras, which was obviously never maintained, contrary to the ever-stronger commitment to the development of genetic engineering in every field. Thus, in 2015, at an important meeting on CRISPR/Cas9 technology, we find two leading figures from the Asilomar conference: Paul Berg and Davide Baltimore, the former the creator of recombinant DNA technology and the latter the discoverer of reverse transcriptase, which uses RNA to create DNA. They were joined by another celebrity from the scientific world, Jennifer Doudna, co-inventor of the CRISPR/Cas9 technology itself.

The topics of the international meeting covered somatic gene therapy, in vitro research and germline genome editing, demonstrating how many barriers had been erected over the years and then quickly overcome thanks to self-regulation among scientists. In fact, once again, CRISPR/Cas9 genetic engineering technology was promoted as a fundamental tool for in vitro research on humans and, of course, for tackling the usual rare genetic diseases. The barrier that was put in place in this case related to germline research, knowing full well that they and they alone were the supreme guardians of the experimental field and that when the situation allowed, they would move forward with a method that had been tested for decades. Since the first Asilomar meeting in the 1970s, researchers had not limited themselves to mere promises, and in fact, at the first International Summit on the Human Genome in 2015, the conclusions were even clearer than usual, stating that ethical guidelines (albeit imaginary) needed to be continually reviewed in light of the rapid pace of progress. To what end? What urgency or emergency was at stake? We would find out in the following years, but the immediacy of the discourse created the conditions for the removal of any barriers, however useless they had always been in reality, to the point that the inevitable Baltimore declared that it was even inadmissible to place limits on techno-sciences based on ethical considerations. The latter could no longer be considered the yardstick or the means to stop the assault on life with biotechnology. They never had been, but a new paradigm was emerging, still in the making, which as early as 2017 was seeking to take shape in global regulation of genetic editing, starting, as always, with rare cases. If the Asilomar clan, in the guise of Baltimore, neutralised ethics immediately afterwards, it then devised a techno-scientific basis for it, which not only was self-regulating but, with its own new propaganda and new ideologies fresh from the inclusive academies of sociology, pushed for the creation of a new universe of biotechnological meaning guided by technocrats, not so much to make science credible. In the forge of technocracy, with a furnace fuelled by the stakes of the former ethics, the fabrication of the new social science fits perfectly with the other engineering, this time of all bodies.

One of the best heirs of the Asilomar clan is the scientist Jennifer Doudna, who has also mastered the art of propaganda, making statements of repentance and relaunching her field of research, but underneath there is always something that drives her to pick up the scissors and devote herself to genetic decoupage. In fact, in 2018, together with the inevitable Baltimore, she will be on the organising committee of the second International Summit on Human Genome Editing in Hong Kong, where the birth of the first two genetically edited babies will be publicly announced. After initial criticism of the Chinese scientist, who was apparently conducting research not supported by the rest of the international scientific community, the tone shifted to a reaffirmation that such research must be conducted responsibly. Criticism was levelled at the experiment and the way in which the results were communicated, even though some of those responsible for the ongoing research were involved, but nothing concerning the direction of the research itself and therefore genetic editing on human beings. Once again, self-regulation by scientists worked, enriched by unprecedented and accurate international information.

Obviously, the never outdated instrument of a moratorium was subsequently proposed again, by scientists such as Berg, Baltimore and Doudna, who made fundamental contributions to reaching this situation, with the precise strategy of highlighting the limits in order to do everything possible to overcome them immediately afterwards, while ensuring the greatest possible consensus or social acceptance2.

After the birth of the edited babies in China, at the third International Summit on Human Genome Editing, news broke of a new experiment: the birth of a pair of male mice using in vitro gametogenesis (IVG), a technique whereby embryos are developed by reprogramming cells extracted from two adults of the same sex. The research was carried out at Osaka University, following on from a previous study in 2018, which had led to the development of offspring from pairs of female mice. Here are the results of their ‘precautions’ and, as they wrote in the guidelines, all research is justified if one of the motivations is non-discrimination. In genomics publications, the results of this research are already being promoted as potentially useful for LGBTQ+ pregnancies, once again highlighting the alibi used, cloaked in progressivism, to break down the last barriers3.

In times of techno-scientific convergence, if the Asilomar meeting was considered so important for biotechnology, especially for the benefits to biotechnologists themselves, techno-scientists have also sounded a controlled alarm for artificial intelligence and called for caution, referring to the ‘Asilomar Principles’ with the inevitable proposal for a very short moratorium with appeals signed by transhumanists ready to dose terrifying alarms and reasonable rules4.

Fifty years after the first meeting in Asilomar, the meeting ‘The Spirit of Asilomar and the Future of Biotechnology’ was held in the same place from 23 to 26 February this year. Once again, the topics of discussion were the threats of biotechnology, with the obvious updates to current research, focusing on so-called artificial life, artificial intelligence and the creation of synthetic cells.

Since the first meeting, we have seen many chimeras created between species with different DNA, not all of which have remained confined to laboratories, and what was once recombinant technology has been surpassed, or at least perfected, for an infinite number of recombinations for industrial and, of course, military purposes.

While the first meeting focused on genetics and was dominated by biologists from a small sector, this one had a much broader programme and an audience that included scientists from many disciplines, as well as environmentalists, bioethicists, lawyers, former government officials, national security experts, journalists and a dance company. Participants were given notebooks made from apple peel and badges with their names engraved in wood.

Once again, meetings such as this, and especially ones of this magnitude, attempt to draw boundaries and limits. They delimit areas of research and propose restrictions, in this case unanimously, on issues such as biological weapons and ‘mirror life’ created by the new possibilities of synthetic biology, which can create mirror versions of certain natural molecules by introducing ‘mirror’ bacteria unknown to nature into the environment, with unpredictable consequences for the body and the planet.

The CRISPR issue remained only in the choreography of the small show organised for guests around the fire, and other fundamental issues, such as artificial intelligence, dangerous pathogens, synthetic cells and genetically modified bacteria, did not find common ground. Fences are being drawn on issues that have long since become concrete and are no longer just theoretical questions. Suffice it to recall the extensive research into gain-of-function in biolaboratories – including in Italy with various projects to increase5 – where work is being done to engineer viruses and bacteria into unknown forms and to develop recombinant DNA and mRNA genetic engineering techniques for new, possibly more harmful mutant versions that are, to all intents and purposes, new biological weapons. We have GMOs that were first approved at European level for biotechnological serums for the so-called pandemic and then, as we know, imposed everywhere. Then there are the new GMOs obtained with new genomic technologies (NGTs), which are treated at European level as traditional plants, renamed TEA (Assisted Evolution Techniques) in Italy, and tested in open fields – and therefore disseminated – by virtuous public research centres6. Then there is military research, which is not, as one might imagine, confined to secret laboratories, but is carried out in respectable public universities and simply finances whatever it finds most interesting, wherever it may be, directing the results of entire sectors, and we do not have crowds of scientists protesting about this or fleeing.

The new Asilomar meeting is like a gathering of physicists who have come together to denounce the dangers of atomic research and the proliferation of nuclear weapons because of their compatibility with civilian use. This is so obvious, one would think, that physicists are careful not to say anything. The new techno-scientists have realised that they must defend themselves as a whole category: techno-science. From here, there is a continuous succession of alarms and remedial solutions, such as denouncing the gain in function in order to then build super laboratories, such as the one in Trieste, which is not even accountable to Italy for what it does. For decades, they have seen that the system of self-regulation by scientists themselves works perfectly, a real technical system that responds not only to money. Since the distant 1975 of the first Asilomar, things have changed, and the biotech empire launched by Gentech and Biogen has been well established for some time. Now there is not only the takeover of life, but its complete management.

At the recent meeting in California, their investigation into the possibilities offered by the enormous developments in artificial intelligence and biotechnology may be limited to partial aspects, such as drugs or some innovative treatments that are yet to be tested, but once again they will never get to the heart of the matter: the social issue of laying the foundations for the creation of a patient who is medically treated from birth with predictive medicine based on genetics and algorithms, and the issue of genetic modification of living beings. Artificial reproduction as the best way to come into the world and euthanasia increasingly available as the best way to leave it. Biotechnology in the fields and in the bodies of everyone, not just those who can afford it, as some naive militants still clinging to dusty theories maintain, but for everyone.

Change is wanted to be clear and radical, certainly slow, inconsistent and full of contradictions, but unfortunately not due to a lack of collaboration, but rather to getting caught up in its own bureaucracy: machines ready before anyone is able to operate them, or vice versa, people trained for non-existent technological infrastructures. In a context of almost total anaesthesia and emotional paralysis between emergencies that call for other emergencies, in a continuous leap into the abyss between wars, pandemics and climate catastrophes, in this destruction of bodies and meaning, it still makes sense for us to recall the human element with its potential to produce radical critical thinking that does not see in the various controlled alarm bells, as the Asilomar demonstrate, the friendly shore where we can dock. In those GMO reeds lie the worst pitfalls of lies, manipulation and the recovery of every genuine form of resistance to this biocidal and ecocidal world: the killer of a free and healthy life and of our home, which, as ecology teaches us, is our planet.

If GMOs are spreading in Italy through those virtuous universities and public research centres that should have put a stop to the predatory economy of the agrochemical multinationals that were once American, it means not so much that things have changed, but simply that it was not understood that there was an underlying sharing of the same techno-world paradigm, albeit with different means. So, after the new Asilomar and the sowing of new GMOs in the field, the only words from researchers that can still give us hope are those spoken after the umpteenth sabotage of a GMO-TEA crop in the open field, in this case vines. A researcher questioned about the incident declared that several years of laboratory research on GMOs-TEA had been ruined: this was a real natural disaster, a true precautionary method that showed that it is still possible to defend oneself.

Costantino Ragusa, April 2025, www.resistenzealnanomondo.org

1 Silvia Guerini, Costantino Ragusa, The ideology of the techno-world. Resisting the megamachine, Acro-polis, 2024.

2 Silvia Guerini, Costantino Ragusa (Eds.), AA.VV., The children of the machine. Biotechnology, artificial reproduction and eugenics, Asterios, 2023.

3 Silvia Guerini, Costantino Ragusa, op. cit.; Silvia Guerini, From the neutral body to the posthuman cyborg. Critical reflections on gender ideology, Asterios, 2022.

4 Resistenze al nanomondo, I transumanisti lanciano l’allarme sui rischi dell’intelligenza artificiale: nuove regole da sostituire alle vecchie per far si che continui a non cambiare nulla, 13 April 2023, https: //www.resistenzealnanomondo. org/necrotecnologie/i-transumanisti-lanciano-lallarme-sui-rischi-dellintelligenza-artificiale-nuove-regole-da-sostituire-alle-vecchie-per-far-si-che-continui-a-non-cambiare-nulla/

5 Costantino Ragusa, Il biolaboratorio mondo (The world biolaboratory), in L’Urlo della Terra, no. 11, July 2023, https://www.resistenzealnanomondo.org/necrotecnologie/il-biolaboratorio-mondo-costantino-ragusa/

6 Costantino Ragusa, OGM – TEA: The attack on life continues, in L’Urlo della Terra, no. 12, July 2024, https://www.resistenzealnanomondo.org/necrotecnologie/ogm-tea-lattacco-al-vivente-continua/; Costantino Ragusa, The new GLOBAL GENETIC ORDER also passes through the earth. The ‘new’ GMOs are coming, in L’Urlo della Terra, no. 10, July 2020, https://www.resistenzealnanomondo.org/necrotecnologie/il-nuovo-ordine-genetico-mondiale-passa-anche-dalla-terra-in-arrivo-i-nuovi-ogm/

Surrogate motherhood. One of the paths towards transhumanism – Silvia Guerini

Technology has transformed the desire for a child into a project, destroying an entire world of feelings, emotions, thoughts and relationships. Planning for a child, determined by technological possibilities and market supply, is now governed by a single cold language developed by technicians. So-called ‘surrogate motherhood’ or gestation for others, and in general all assisted reproduction techniques, are not simply ways of having a child. They are part of the techno-scientific paradigm and are based on the breakdown and fragmentation of the process of procreation. The fragmentation of this process leads to the removal of an egg from one woman and its implantation in another, as if it were something interchangeable, and to placing part of the process in the hands of technicians, which no longer takes place inside the woman’s body, but on a slide and in a test tube. The moment of fertilisation becomes a technical laboratory operation and procreation becomes the ‘production’ of life. The consequences are for women, for the child who will be born, for society as a whole in the way procreation will be viewed and in making the commodification, eugenic selection and technical reproducibility of human beings ethically acceptable.

Crime against women

The geography of so-called ‘surrogate motherhood’ can only be perceived at an international level, with legislation changing over time and possible new destinations for reproductive tourism. For example, in Greece, in order to prevent international trafficking, legislation required that both the commissioning parents and the surrogate mothers be resident in Greece, but this restriction was abolished in 2014, making Greece a popular destination due to its low costs, one of the main destinations in Europe along with Ukraine and Georgia.

In the United States, surrogacy is available almost everywhere. With the gradual closure of the Indian, Nepalese, Cambodian and Thai markets, agencies and clinics have gradually moved, some of them to Mexico, which offers relatively low prices.

As in any market, there are more luxurious and cheaper offers, discounts, standard and economy packages, VIP packages with satisfaction or money-back guarantees and all-inclusive packages including accommodation for the commissioning parents.

In 2015, there was a lot of hype about an Australian couple who went to Thailand for surrogate motherhood and abandoned a baby to the mother because he had Down syndrome, while taking home his healthy twin sister. But this case, which caused such a stir, is not exceptional and can be provided for in the contracts.

Surrogate motherhood is divided into commercial and altruistic, but so-called altruistic surrogate motherhood does not exist. There is always a payment, the compensation in altruistic cases is called ‘reimbursement’, and there is always a contract that the woman must sign. The contract even stipulates what the mother must eat, what medication she must take, and that she will be obliged to have an abortion if the child she is carrying has a disability. Contracts may include clauses allowing abortion in the event of foetal abnormalities and so-called ‘foetal reduction’ in the event of multiple pregnancies. The product must not have any defects or be in excess, in which case it can be discarded.

The mother cannot change her mind: when she gives birth, she must hand over her child to the commissioning parents. None of the mothers who refused to hand over their babies, regardless of the country’s legislation, were able to keep them. The mother has no choice but to satisfy the commissioning parents, who are protected by the contract, the clinic and their lawyers.

Some contracts require the woman to consent to the commissioning parents making medical decisions, including the number of embryos to be inseminated and their selection, the conditions for termination of the contract, possible abortion and the manner and date of delivery. The birth may take place on a set date by caesarean section, with the baby being taken from the mother’s arms and handed over to the commissioning parents on the appointed day.

The contract clearly states that the mother is informed of the risk of dying during pregnancy or following childbirth and that she accepts that, should this happen, her beneficiaries will not demand anything more than the payment initially agreed.

For women who have already been surrogate mothers, the payment is higher because they have what professionals in the field call a ‘proven womb’ and have also demonstrated that they will honour the agreement to hand over the baby.

American women in surrogacy clinics show their smiling faces, talk about pure love and altruism, marketing agencies show videos with happy pictures of the commissioning parents holding the baby in their arms next to the mother still in the bed where she gave birth, The commissioning parents declare that this woman will be part of their family and show rooms with photographs hanging on the walls that the various commissioning parents would send to these women to show the children growing up, all testifying to the relationship between the commissioning parents and the surrogate mother. The reality is quite different.

In assisted fertilisation clinics, psychologists and other specialists advise women not to touch their bellies or listen to the foetus kicking because they must dissociate themselves from the child growing inside them.

‘We have to prepare ourselves psychologically not to feel maternal love,’ confides a woman expecting two children conceived with another woman’s eggs at BioTexCom in Kiev, concluding, ‘I know that when I see them, they won’t look like me, they’ll have the features of two people who are strangers to me, and that’s why I won’t miss them.’ A split from themselves and their child, a profound alienation. For nine months, these mothers will have to force themselves to adapt to emotional indifference, remaining strangers to what is happening in their bodies and to the child growing inside them.

The heart-rending words of one of these women reveal a hidden pain that cannot be erased: ‘In front of them, I will pretend to be happy, I am giving them the baby. They will never know that I am giving this child away with pain in my heart. I will pretend to be happy and give the child away.”2. The testimonies of surrogate mothers who have experienced both commercial and altruistic surrogacy always reveal the dark side of regret and heart-wrenching suffering.

Indian women maintain an intimate bond with their children: ‘It may be their embryo, but it’s my blood’, ‘He’s absolutely mine. I went through such a big operation, they gave me so many injections… of course the baby is mine’, ‘Wherever my baby is, protect him, don’t let any harm come to my baby. When I pray, I tell God that I have three children and to protect them wherever they are. Even though I have never met my baby, I am its mother. A mother’s wish will always reach her child’3.

All these pregnancies begin with the administration of dangerous hormonal drugs before the implantation of foreign embryos. The pregnancies are therefore more risky and can lead to serious consequences such as gestational diabetes, very high blood pressure, placenta praevia or pre-eclampsia, which require weeks of bed rest and often emergency operations to remove the baby prematurely from the mother’s womb. A recent study by Dr María Vélez, a doctor in obstetrics and gynaecology, highlights the risks of serious complications for women and their babies, both during pregnancy and after childbirth, and the risks of maternal and neonatal mortality.

Surrogate motherhood is not freedom. It is a crime against women and against the child who will be born. Surrogate motherhood cannot be an expression of free choice unless one asserts that one can freely choose to be reduced to slavery.

What drives a woman to carry a child in her womb and then give it to someone else? Poverty. For these women, having a child for others is a way to provide for their own families. It is a supposed free choice in a situation of poverty for women in certain countries or, for young American or Canadian women, a way to pay for their university studies.

Surrogacy cannot be an expression of free choice unless we affirm that it is possible to freely buy or sell a human being.

The issue is not to discuss safeguards, risks, rights, compensation or types of contract. The issue is to ask what surrogate motherhood is. It is a contractual relationship in an inherently unequal situation that involves the objectification and commodification of a woman’s body, which is transformed into a tool, a container for producing a child for others, in which the very experience of motherhood is erased. It is a contractual relationship in which the ‘object’ of the contract, around which the market for bodies develops, is a child. ‘Surrogate motherhood’ is the buying and selling of a child.

The 1993 Johnson v. Calvert case, which formed the basis of Californian legislation, is significant. In one of the most technologically advanced states in the US, this case destroyed the principle of mater semper certa est, which, from a legal point of view, translates into the principle that the legal mother is the woman who gives birth. Anna Johnson changed her mind, wanted to keep her child and sued the commissioning parents. The California Supreme Court ruled that, since a human being is born from the union of an egg and a sperm, the mother must be the woman who provided the egg. It also highlighted the importance of the ‘intention’ to become parents. This was ahead of its time, in which ‘intention’ and ‘desire’ are becoming rights and transcending reality.

In traditional surrogate motherhood, the egg belongs to the woman who will carry the pregnancy, but in almost all cases the eggs come from other women. This is called gestational surrogacy and is the preferred option for commissioning parents because they can choose the egg according to certain characteristics and because it creates a further separation between the woman who gives birth and the egg that belongs to another woman.

In all the various possibilities and combinations – sperm from the commissioning father or a donor and egg from the surrogate mother, sperm from the commissioning father or a donor and egg from a donor, sperm and egg from the commissioning parents – in vitro fertilisation is performed and, after pre-implantation diagnosis and embryo selection, the embryo is transferred.

Before the spread of in vitro fertilisation, surrogate motherhood was based on the insemination of the surrogate mother, and this woman had a genetic link to the child. The spread of in vitro fertilisation has made it possible to break the genetic link between the mother and the child, and the role required of this woman is to rent her womb.

In effect, a couple or a single person can travel to a country where it is legally permitted to assemble a child by purchasing eggs, sperm and renting a woman’s womb.

In the globalised supermarket of human reproduction, a multi-billion-dollar market for oocytes, sperm and embryos is flourishing. The price of oocytes varies according to the characteristics of the donor, who is in fact a saleswoman paid by assisted reproduction clinics. These clinics have huge egg banks that can be consulted through online catalogues offering a choice of carefully selected suppliers. The questions asked of egg suppliers in their personal profiles range from their sensitivity towards animals and religion to whether they sleep with a soft toy and whether they like the police, characteristics that have absolutely nothing to do with the ‘quality’ of their eggs, but in the reproductive market everything is for sale with a wide range of choices to suit all tastes.

We have an egg supply chain with recruitment agencies for young women, such as in Spain and Greece, which put up posters outside universities.

Egg sellers are mostly students who are also recruited on social media. Selling their eggs is presented as an easy way to make money and help others at the same time. Obviously, the consequences for their physical and psychological health and future fertility are not mentioned. These young women tend to undergo hormone bombardment several times a year and are at high risk of ovarian hyperstimulation syndrome, which can lead to thrombosis, stroke, cancer, reduced fertility and even death. Research by medical anthropologist Diane Tober5, who interviewed hundreds of egg sellers, reveals a constellation of symptoms and chronic conditions such as endometriosis severe enough to cause infertility, autoimmune diseases and premenopausal problems6. Other research has found cases of breast cancer7 and links to uterine cancer8. The testimonies9 of these and other young women highlight the reality of this biomarket.

Surrogate: something that replaces something else, often in an incomplete or imperfect way. The very definition of surrogate motherhood presupposes the erasure of the mother, who becomes a surrogate, a place of transit for the child she carries in her womb. A mother defined as a gestational carrier.

The multiplication of the mother – a mother who rents her womb, a genetic mother who sells her eggs, a commissioning mother – leads to her erasure. The mother is not the woman who sells her eggs, she is not the woman who buys a child by tearing it away from the woman who carried it in her womb for nine months; the mother is the woman who brings you into the world.

The biological link must no longer have any importance, and even the last bond linking the child to its mother and father must be severed, destroying those unique bonds of selfless love that cannot be transferred or commodified.

In the continuity and transmission of generations, human beings come into the world with a history, a provenance, a sense of belonging, a heritage, dimensions that are both close and distant. In surrogate motherhood, the child is uprooted from this human, cultural, social and spiritual continuum and thrown into the alien world of the commissioning parents.

The natural conception of a child within a couple creates the mother-father-child triad, which is dispersed in surrogacy. The father also transmits information to the mother through the foetus, and pregnancy creates a bond between the woman and the man with the child who has 50% of the father’s genetic heritage.

‘Intended parents’, ‘parental project’: the human being ceases to have a history and a provenance, reduced to the eugenic assembly of egg and sperm for a narcissistic and selfish desire for a child at all costs. The process of filiation disappears and is replaced by the process of artificial reproduction.

Surrogate motherhood is also defined as gestation for others, a definition that breaks down and isolates part of the process of procreation, as if gestation were separable from ovulation, fertilisation and childbirth. A manufacturing of children in which each stage of the process is separated, technicised, monitored and optimised in a perfectly transhumanist logic.

Crime against the child

You cannot take a child away from its mother.

You cannot define as an act of love what is in reality a separation between mother and child.

Jessica Kern, born through surrogacy and now an activist for the abolition of this practice, sums up the crux of the matter in a few words: ‘I was bought and sold. All the formulas to sugarcoat the situation will not help’10.

‘They taught me justice and values, and they had neither. They bought me, and they disguised it by calling the price to buy me expenses, gifts, compensation,”11 we hear from another testimony.

Olivia Maurel discovered her story through a DNA test, but she says she always felt she did not belong to her family: ‘I couldn’t connect with my mother. A little more with my father. I knew something was wrong. […] I hope that soon I will be the one to help abolish the atrocity of surrogacy. But I don’t want to blame them, they used an option that was offered to them on a silver platter and didn’t have the strength to resist. I don’t hate them, I love them. Rather, I blame the system that is trying to progressively legalise surrogacy, first for medical reasons such as infertility, then for social reasons and any other reason until we completely accept child trafficking. […] The most important reasons for abolishing this monstrosity are the well-being of the child, their rights and their mental balance. To all those who think that surrogacy should be regulated, I say that if even one child faces the problems I have faced, that should be enough to convince you that there is nothing good in this process that can in any way be made ethical’12.

Can a child be donated? A child, even if no payment is involved, cannot be sold, nor can it be given away. The possibility of selling, buying or donating a particular human being, a child in surrogacy – an embryo or foetus in biotechnological research and in the artificial reproduction market – makes it ethically acceptable that any human being can be sold, bought or given away. The ethical criterion of not being able to dispose of human beings leads to not being able to dispose of any of them. To say that a child – an embryo or a foetus – can be sold, bought or transferred is to deny its intrinsic value.

The child’s existence as a relational being begins well before birth. Mother and child are bound by subtle, deep and embodied ties, of which the child retains the memory.

Communication between mother and child during pregnancy begins right from the start, when the newly formed embryo travels through the Fallopian tube and sends molecular signals to which the mother responds, establishing a molecular dialogue that will continue throughout the nine months of gestation in symbiosis.

Attachment is a biological process, beginning in prenatal life with the attachment of the embryo. The embryo has an intense sensory life; it is a being in relationship, communicating with the mother’s tissues from the fifteenth day onwards, thus initiating a relationship. It is not a mere aggregate of cells or a vegetative being, as it is considered in utilitarian, eugenic and transhumanist logics of arbitrary gradation of the value of human life.

Attachment develops through physiological exchanges that circulate in the umbilical cord and placenta and through affective and relational signals towards the embryo and foetus.

There is a cellular memory, and what is established at the cellular level remains at the psychological level.

By analysing the foetal heart rate, we can see how the foetus recognises its mother’s voice and how a real dialogue develops between mother and child during pregnancy.

Thanks to its sensory memory, the child will be able to recognise its mother’s body from the very first moment after birth. For a child born through surrogacy, the mother who disappears after birth is a mother who dies. This profound suffering will generate a fear of death, a constant anxiety of abandonment, a lack of rootedness in his body, a loss of reference points, a relational laceration, a silent shame, a feeling of alienation from the world, and an existential void. The biologically rooted trauma of this separation will influence the psyche, behaviour and health for decades to come and even beyond13.

The nine-month relationship of pregnancy cannot be erased: the mother is not a mere container, but the other subject of a vital exchange with the child developing in her womb, an exchange on a biological and emotional level that continues even after birth. Endogestation and exogestation refer precisely to the development of the child in the mother’s womb and its development in the months following birth in a continuum torn apart by surrogate motherhood.

The stress of the pregnant woman is reduced thanks to the release of oxytocin, and this hormone allows her to acquire a special ability to understand the needs of her child. An emotional, affective and biological bond is strengthened with birth and breastfeeding. A bond that will be severed with surrogate motherhood, which obviously does not involve breastfeeding.

Hormones have a taste and smell that permeate the amniotic fluid, and a stressed mother does not taste the same as a calm mother. Smells and tastes are recognised and memorised by the foetus, which experiences a multitude of sensations closely interconnected with the mother’s life and emotions.

The dissociation of the surrogate mother, who distances herself from her body, her emotions and the child she is carrying, is transmitted to the child, who will find himself in an emotional and relational desert, separated from his mother from the very first moments of his life.

There is an invisible bond between mother and child. The transmission of genetic information from the mother to the foetus is not one-way; the baby’s cells also transmit and interact with the mother’s cells. This transmission and exchange of cells and genetic information is called foetal microchimerism14. Mother and child are connected by the placenta and umbilical cord. Through this connection, some of the mother’s cells pass into the foetus and some foetal cells pass into the mother’s blood, accumulating in various organs. This relationship between the mother’s and child’s cells does not disappear after birth, and the inclusion of DNA in the other’s body strengthens the mother-child bond throughout life. Cases of microchimerism have also been reported in women who have had spontaneous or induced abortions.

The number of foetal cells found in the mother’s blood samples increases as the pregnancy progresses. Foetal cells can be present in the mother’s organs for decades; foetal cells have even been found in the brain of a 94-year-old woman. Foetal cells contribute to the healing of internal wounds and injuries, improve the immune system, facilitate the development of future pregnancies, reduce the likelihood of cancer, are involved in tissue regeneration, healing from heart and liver diseases, and are even stored in the bone marrow as part of the natural cell reserve. Being younger than maternal cells, they have a great capacity to regenerate a woman’s body.

Mother-child microchimerism is essential for the growth of the child. The usefulness of this exchange for the child is due to the fact that foetal cells are pluripotent with the ability to differentiate into any other type of cell.

The embryo that survives after being implanted in the uterus of the surrogate mother will develop in a place that may retain the memory of other previous embryos that did not survive, a distress of death in the uterus similar to the situation in which a spontaneous or induced abortion previously occurred.

The implanted embryo may have been previously cryopreserved or vitrified, with all that these techniques entail. Suffice it to recall that children born following the implantation of frozen embryos have a higher risk of developing tumours.

A human being coming from liquid nitrogen, cold and glacial silence.

‘These children, adolescents and adults born through surrogacy will in fact be commodified from the beginning of their lives, treated as objects of contract: ordered, manufactured, implanted and finally delivered,”15 writes scholar, psychologist and psychotherapist Anne Shaub-Thomas, highlighting the secret cry of the child born through surrogacy.

Life in vitro. If the life of a human being begins with a technical operation, this will remain imprinted on the body and psyche. In surrogacy, conception is disembodied, outside the encounter of bodies; fertilisation does not take place in the intimate sexual encounter between a man and a woman, but in a Petri dish and outside the mother’s body. The pregnancy develops in the womb of a woman who is a stranger with DNA that is foreign to the conceived child, and at birth, this child is torn away from its mother. An embryo in a test tube implanted in a surrogate mother, and a child separated forever from the person who carried it in her womb for nine months. All these steps represent fractures, divisions, distortions of the natural process of procreation, of the natural movement of life, of the natural coming into the world. Breaks that separate sexuality from procreation, that break the unity and continuity of the embryo’s development and that destroy the unity and continuity of the relationship between child and mother. Biological and psychological breaks that profoundly alter the memory of what will be the new humanity if artificial reproduction becomes the new way of coming into the world.

A human being shattered from the very first moments of life. How will it be possible to recognise a techno-scientific invasion and genetic manipulation of biological processes and bodies when these will innervate life from its very first moments? What is furthest from life, its indeterminacies, its limits, its unexpected events, will become normal.

In the age of technical reproducibility, human beings become commodities and mere eugenic assemblages from birth, products of the biomarket and artificial reproduction clinics, ready for endless manipulation and endless techno-medical intrusions.

Eugenics

Selection is central to all stages of the artificial reproduction process, including surrogate motherhood. It takes place at several levels: selection of gamete donors, selection of sperm, eggs and finally the embryo. Before implanting the embryo in the uterus of the future mother in surrogate motherhood, as well as for women who have resorted to medically assisted procreation, a pre-implantation diagnosis (PGD) is carried out at the genetic level on some embryos in order to select the best ones. There can be no in vitro fertilisation without pre-implantation diagnosis and the subsequent selection of embryos. It is highly recommended since all in vitro fertilisation techniques can produce abnormalities in the embryo.

Eugenics is implicit and essential to this technique and has always been the driving force behind research into artificial reproduction technologies, first in their development in animals and then in their transfer to humans. Robert Edwards, who delivered Louise Brown – the world’s first ‘test-tube baby’ – believed that it would be legitimate to genetically modify the human species when it became technically possible.

PGD is presented as necessary to prevent serious diseases, but in reality it is opening the door to large-scale eugenics. PGD follows eugenic logic perfectly: if we look at the progressive opening up of national legislation in various European countries, we can see how it began with exceptions to prevent the transmission of ‘serious’ genetic diseases, then moved on to ‘likely’ diseases, and finally, in 2007, the UK authorised the use of PGD to prevent the birth of a child with strabismus.

In the United States, a couple with no fertility problems or genetic diseases can go to an assisted reproduction clinic for the sole purpose of undergoing in vitro fertilisation to select embryos with certain characteristics, such as the sex and eye colour of their future child. At the Fertility Institute in Los Angeles, nearly a thousand fertile parents visit each year to choose their sons and daughters based on eugenic criteria.

In Ukraine, at BioTexCom, it is also possible for those who resort to surrogate motherhood and artificial fertilisation techniques to choose the sex of their unborn child.

Important changes in various legislations and a global view of the driving forces behind the biotechnology world show us how various legislative restrictions have been gradually eroded and highlight the global trend towards artificial reproduction of human beings as the new way of coming into the world.

The road to transhumanism

When procreation becomes a technical operation in the laboratory, it becomes the production of living beings. The embryo becomes a product, and what is a product can be selected, discarded, experimented on and manipulated, following the transhumanist logic of continuous optimisation and implementation of the entire process. Genetic modification is an integral part of the laboratory paradigm. With the new CRISPR/Cas 9 genetic engineering technology, it is possible to genetically modify the germ line. In China, this threshold has already been crossed: in November 2018, two girls genetically modified with CRISPR/Cas9 technology were born. After a brief moment of indignation, the international scientific community declared that guidelines, safety requirements and, above all, social consensus are necessary to derive maximum benefit from germline gene editing. But guidelines always concern the past, and research developments are already ahead of them, paving the way forward.

In 2018, the British Bioethics Committee, the Nuffield Council on Bioethics, in its document ‘Genome editing and human reproduction: social and ethical issues’, argued that ‘Modifying the DNA of an embryo to influence the characteristics of a future person (heritable genetic modifications) could be morally permissible’16. The transition to humans was implicit from the beginning, even when they tortured Dolly the sheep.

If an increasing number of people resort to artificial fertilisation techniques and embryo selection and, at a later stage, genetic editing, it will become increasingly difficult, if not impossible, to refuse to do so, as social pressure will be too strong.

In the meantime, the idea is spreading that it is preferable to entrust procreation to technicians and technology and that it will be better to provide the child with a better genetic inheritance than their own gametes could provide. Assisted reproduction techniques have already been redefined as a parental responsibility, and in the not too distant future, parents who do not go to artificial reproduction clinics will be considered criminals rather than irresponsible. Biotechnologists and eugenicists are simply asking themselves when procreation will become entirely artificial and how long it will take for this to become the normal way of coming into the world.

BioTexCom in Kiev is at the forefront of the latest technical developments in artificial reproduction, and it is significant that the owner of this clinic has described biotechnology as the industry of the future, with an eye towards developments in genome editing and ectogenesis.

Artificial Intelligence is converging with assisted reproduction technologies with algorithms that analyse the best embryo to implant and algorithms that monitor embryonic development in real time in anticipation of the creation of an artificial womb. This projects us into a future where being born will no longer be about being pushed into the world or pulled into the world, but about being extracted and separated from a technological support. It will therefore be possible to be separated from the mother’s body without being born. Being born will no longer mean emerging from the mother’s body.

Tracing the origins of the fragmentation of procreation is useful for understanding how we are arriving at the artificial womb, realising that, starting with intrauterine insemination, the inevitable end point is the total artificialisation of procreation.

The control, management and manipulation of the procreative process at every stage of development, the obsession with the creation of life, were already evident at the end of the 19th century in the words of the American biologist Jacques Loeb and the whole world he represented: ‘I wanted to take life in my hands and play with it. I wanted to manipulate it in my laboratory like any other chemical reaction, to start it, stop it, study it under any conditions, direct it at my will.”17 J.B.S. Haldane coined the term ‘ectogenesis’ to refer to the development of a new being outside the mother’s body, considering it an important opportunity for social engineering in a eugenic society where a complete separation of procreation from sex would lead to a ‘liberation of humanity’.

It is in this original meaning and in this context that we must understand how surrogate motherhood, medically assisted procreation, embryo selection, embryo experimentation, genetic modification and artificial wombs are all deeply interconnected aspects of the same eugenic and transhumanist world.

Remaining human

Surrogate motherhood is based on the right to a child. But there is no right to have a child, neither for heterosexual couples, nor for homosexual couples, nor for a single person. This supposed right serves as a pretext for the expropriation of procreation, and in the laboratories of techno-reproduction, every limit can and must be broken and eliminated.

Surrogacy and all artificial reproduction techniques are presented as a medical solution to infertility, but in reality they do not cure it. From the outset, these techniques were never designed or developed as a cure for infertility, but as a means of selecting human beings.

Infertility is on the rise due to the spread and accumulation of multiple harmful factors: pesticides, phthalates, PFAS, electromagnetic waves, mRNA gene therapies, etc., and due to the postponement of pregnancy beyond biological possibilities with the illusion that technology can always offer a solution.

To address the rise in infertility and declining birth rates, no action is being taken to tackle the environmental causes, nor are measures being implemented to help couples in financial difficulty and to support single women in difficulty in continuing their pregnancies. Those families, those women and those births must not exist. The only children promoted and supported are those who come out of the laboratory.

Sterility is the new paradigm. Physical, mental and spiritual sterility. Human beings rendered sterile in their ability to procreate, in their ability to think, in their ability to understand reality and, ultimately, in their ability to defend themselves, to resist, to fight. Humanity will have to be born, live and die in a sterile environment.

As for homosexual couples or single women, surrogacy and artificial reproduction techniques are promoted with the rhetoric of non-discrimination. But the essential point is missed, which is that children need both parental figures, mother and father, woman and man, and these cannot be replaced and remodelled in endless combinations and bricolage. ‘It is in the necessary complementarity of parenthood that human beings recognise both their difference and their mutual dependence. […] The sexual diversity of parents is a fundamental, universal, ethical and biological value. Attempting to neutralise the very principle of the dual origin of man would have serious ethical and cultural consequences,’ writes Sylviane Agacinski19.

Techno-sciences are not neutral, not only in what they set out to achieve, whether or not they achieve it, but already upstream, in their idea of redesigning the world to make all bodies available, dismemberable and modifiable. Everything that is technically possible becomes ethically acceptable, and what was unthinkable and unacceptable until recently gradually becomes normal. Procreation, sexual roots, humanity in its distinctive dimensions and reality itself are the final frontiers of transhumanism for a radical ontological and anthropological transformation of the human being.

Procreation is a central issue. Regulating surrogate motherhood and artificial fertilisation techniques is tantamount to spreading and normalising them. No regulation is possible; the line of discourse must be drawn first. We must keep in mind those inviolable and non-negotiable boundaries, that which will never be ethically acceptable. There are issues around which no discussion, no bargaining, no retreat is possible, issues that cannot be subject to relativisation and the criterion of utility. The dimension of procreation is not available, bodies are not available, the living is not available.

Notes:

1 http://www.uteroinaffitto.com/dossier-di-rai-2-maternita-surrogata-presso-biotexcom/

2Anne Schaub-Thomas, Un cri secret d’enfant: Attachement mère-enfant, mémoires précoces, séparation-abandon, Les Acteurs du savoir, 2017, Italian translation, Il grido segreto di un bambino. Maternità surrogata e il diritto di chi nasce, Lindau, 2024.

3Globalization and Transnational Surrogacy in India: Outsourcing Life, cited in Daniela Danna, Fare un figlio per altri è giusto? Falso, Laterza, 2017.

4María Vélez, Grave morbilità materna e neonatale tra le portatrici gestazionali, in Annals of Internal Medicine, Vol. 177, No. 11, September 2024, https://www.acpjournals.org/doi/10.7326/M24-0417

5Diane Tober, Eggonomics: The Global Market in Human Eggs and the Donors Who Supply The Egg, Routledge, 2024.

6Rina Raphael, The ‘Wild, Wild West’ of the American Egg Donor Industry, https://www.thefp.com/p/fertility-industry-preys-on-female-egg-donors

7https://indd.adobe.com/view/5e2442b5-7d8b-4e45-85ec-7ce08e30a659

8https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4106369/pdf/nihms605211.pdf

9https://www.theguardian.com/lifeandstyle/2021/nov/07/

10Tèmoignage: Je suis un produit de la gestation pour autrui, https://www.juristespourlenfance.com/2015/06/02/temoignage-je-suis-un-produit-de-la-gestation-pour-autrui/

11 Anne Shaub-Thomas, op.cit.

12 Olivia Maurel, Born from a surrogate mother, https://feministpost.it/insights-reflections/nata-da-madre-in-affitto/, https://www.instagram.com/reel/C0J8jwgoBff/

13 Anne Shaub-Thomas, op.cit.

14Laura Isabel Gómez García, Microchimerismo: Il legame madre-figlio che non si può comprare, in Per l’abolizione della maternità surrogata, AA.VV., Ortica edizioni, 2023; in ¿Gestación subrogada?un enfoque feminista abolicionista de la explotación reproductiva, Ciudad Real. España, 2023.

15Anne Schaub-Thomas, op. cit.

16 Nuffield Council on Bioethics. Genome editing and human reproduction: Social and ethical issues. <http://nuffieldbioethics.org/wp-content/uploads/Genome-editing-and-human-reproduction-short-guide-website.pdf>

17Silvia Guerini, Costantino Ragusa, (eds.), I figli della macchina. Biotecnologie, riproduzione artificiale, eugenetica (Children of the Machine: Biotechnology, Artificial Reproduction, Eugenics), Asterios edizioni, 2024.

18J.B.S. Haldane, Daedalus, or Science and the Future, Cambridge, 1923.

19Sylviane Agacinski, Politique des sexes, Seuil, 1998.


Silvia Guerini, www.resistenzealnanomondo.org, April 2025, published in Spanish in Iglesia Viva. Pensamiento crítico y cristianismo, no. 301, 2025, https://iviva.org/

Seminare i semi OGM dello spopolamento? – Colin Todhunter

Se la violenza fisica deve essere utilizzata solo come ultima risorsa, una classe dominante deve cercare di ottenere il consenso popolare per governare e controllare una popolazione. Deve cercare di legittimare la propria posizione agli occhi dei governati, attuando una sorta di “coercizione consensuale” che nasconda il vero potere. Questo obiettivo può essere raggiunto con molti mezzi e nel corso degli anni commentatori da Gramsci ad Althusser e Chomsky hanno descritto come farlo.

Tuttavia, una delle forme di controllo più basilari e probabilmente efficaci è l’eugenetica/spopolamento, una filosofia che prevede la riduzione della capacità riproduttiva delle fasce “meno desiderabili” di una popolazione.

C’è un timore crescente che l’eugenetica venga utilizzata per sbarazzarsi di quelle fasce della popolazione mondiale che sono “in eccesso rispetto ai bisogni” .

Ed è un timore legittimo, non da ultimo perché esiste una sordida storia di sterilizzazioni forzate/segrete effettuate su coloro che erano considerati “indesiderabili” o “in eccesso”, che riflette le preoccupazioni degli eugenetisti che hanno operato ai massimi livelli del processo decisionale politico. Dai “filantropi” e dai nazisti dell’inizio del XX secolo  al nascente movimento genetico e alle ricche élite, liberare il pianeta dalle grandi masse indesiderate è sempre stato, in un modo o nell’altro, un obiettivo piuttosto in cima alla lista delle cose da fare (si veda  questo  articolo informativo).

Il milionario magnate dei media statunitense Ted Turner ritiene che una popolazione mondiale di  due miliardi  sarebbe l’ideale, mentre il miliardario Bill Gates ha promesso centinaia di milioni di dollari per migliorare l’accesso alla contraccezione nel Sud del mondo.

Gates ha anche acquistato azioni della Monsanto per un valore di oltre 23 milioni di dollari al momento dell’acquisto. Il suo obiettivo è aiutare la Monsanto a introdurre i suoi organismi geneticamente modificati (OGM) in Africa su larga scala. Nel 2001, la Monsanto e la Du Pont hanno acquistato una piccola azienda biotecnologica chiamata Epicyte, che aveva creato un gene che sostanzialmente rende sterile lo sperma maschile e non ricettivo l’ovulo femminile.

Il padre di Bill Gates è da tempo legato a Planned Parenthood:

“Quando ero piccolo, i miei genitori erano sempre coinvolti in varie attività di volontariato. Mio padre era a capo di Planned Parenthood. Ed era molto controverso essere coinvolto in quell’organizzazione.”

La citazione sopra riportata è tratta da  un’intervista del 2003  con Bill Gates.

Planned Parenthood è stata fondata sul concetto che la maggior parte degli esseri umani sono allevatori sconsiderati. Gates senior è co-presidente della Bill & Melinda Gates Foundation e una delle figure guida della visione e della direzione della Fondazione Gates, fortemente impegnata nella promozione degli OGM in Africa attraverso il finanziamento dell’Alleanza per una Rivoluzione Verde in Africa (AGRA).

Una crisi demografica globale è inevitabile?

La Fondazione Gates ha donato almeno 264,5 milioni di dollari all’AGRA.

Secondo un rapporto pubblicato da  La Via Campesina  nel 2010, il 70 percento dei beneficiari dell’AGRA in Kenya lavora direttamente con Monsanto e quasi l’80 percento dei finanziamenti della Fondazione Gates è destinato alla biotecnologia.

Il rapporto spiega inoltre che la Fondazione Gates ha promesso 880 milioni di dollari per creare il Programma globale per l’agricoltura e la sicurezza alimentare (GAFSP), che promuove con forza gli OGM.

La questione dell’ingegneria genetica non può essere pienamente compresa senza considerare l’espansione globale del potere degli Stati Uniti. La dinastia Rockefeller, ricca di petrolio, ha contribuito a promuovere la “rivoluzione verde”, che ha permesso agli Stati Uniti di colonizzare l’agricoltura indigena in vaste aree del pianeta. Esercitando il suo potere attraverso l’OMC, il FMI e la Banca Mondiale, Washington è riuscita a rendere l’alimentazione e l’agricoltura centrali nella sua strategia geopolitica per garantire il dominio globale.

Come per il controllo del cibo e dell’agricoltura, anche gli Stati Uniti considerano lo spopolamento un potenziale strumento geostrategico (vedi  questo ) nella ricerca del controllo delle risorse globali. Quale modo migliore per raggiungere questo obiettivo attraverso un sistema alimentare manipolato (da OGM) che l’agroindustria statunitense ha finito per dominare sempre di più?

Quale modo migliore per raggiungere questo obiettivo se non con il “mais spermicida”, ad esempio? In Messico, c’è preoccupazione per il mais biofarmaceutico. Alcuni anni fa,  Silvia Ribeiro , dell’organizzazione ETC, ha dichiarato:

Il potenziale del mais spermicida come arma biologica è scandaloso, poiché si incrocia facilmente con altre varietà, è in grado di passare inosservato e potrebbe annidarsi nel cuore stesso delle culture indigene e agricole. Abbiamo assistito all’esecuzione di ripetute campagne di sterilizzazione contro le comunità indigene. Questo metodo è certamente molto più difficile da tracciare.

Mentre la maggior parte della letteratura sugli OGM si concentra sull’impatto delle colture geneticamente modificate per combattere i parassiti o per essere trattate con erbicidi, ci sono tendenze molto preoccupanti riguardo alle piante geneticamente modificate per contenere prodotti farmaceutici industriali o per possedere possibili caratteristiche contraccettive.

I problemi del mondo non sono causati dalla sovrappopolazione, come afferma Turner, ma dall’avidità e da un sistema di proprietà e rapporti di potere globali che garantiscono  il flusso di ricchezza dal basso verso l’alto . La questione in questione non dovrebbe essere quella di fermare la crescita demografica, ma di cambiare un sistema economico globale socialmente divisivo e l’esaurimento insostenibile delle risorse naturali.

Milionari come Ted Turner credono che si debba continuare a consumare a prescindere, finché la popolazione continua a diminuire.

Questa è l’ideologia dei ricchi che considerano il resto dell’umanità un problema da “affrontare”. Dice che ci sono ” troppe persone che usano troppe cose “. Non potrebbe sbagliarsi di più. Ad esempio, i paesi in via di sviluppo rappresentano oltre l’80% della popolazione mondiale, ma consumano solo circa  un terzo dell’energia mondiale . I cittadini statunitensi costituiscono il 5% della popolazione mondiale, ma consumano il 24% dell’energia mondiale.

Dovremmo diffidare di un settore biotecnologico ben collegato politicamente e militarmente, che detiene la proprietà di una tecnologia che consente l’ingegneria genetica del cibo e di un gene che potrebbe essere utilizzato (o lo è già) per la sterilizzazione involontaria. Dalle campagne di vaccinazione segrete alla  guerra batteriologica  e  alla geoingegneria, intere fasce della popolazione in tutto il mondo sono state troppo spesso irrorate, iniettate o esposte a processi nocivi per indurre sterilità, infertilità o semplicemente per vedere gli effetti dell’esposizione a radiazioni, batteri o qualche virus. Non a caso alcuni confondono  OGM e bioterrorismo .

Herbert Marcuse una volta riassunse il problema che ci troviamo ad affrontare affermando che le capacità – sia intellettuali che tecnologiche – della società contemporanea sono incommensurabilmente maggiori che in passato. Di conseguenza, anche la portata del dominio della società sull’individuo è incommensurabilmente maggiore che mai. Tale dominio si manifesta in forme sempre più sinistre.

Colin Todhunter, pubblicato da Global Research, 15 Marzo 2025,
Pubblicato per la prima volta da Global Research il 23 maggio 2015

In lingua originale, inglese: https://www.globalresearch.ca/sowing-the-gmo-seeds-of-depopulation-2/5450801

Il sistema Asilomar – Costantino Ragusa

Il sistema Asilomar
Il metodo precauzionale secondo la scienza: evidenziare il limite per superarlo immediatamente dopo.

Sono passati ormai quasi cinquant’anni dalla prima e sicuramente più celebre conferenza di Asilomar in California. Si era nel 1975, neanche quarant’anni dalle atrocità scientifiche commesse dai nazisti, ma anche dai bolscevichi, giapponesi e americani, quest’ultimi successivamente fecero incetta dei peggiori e quindi migliori scienziati da trasferire in patria per proseguire le ricerche con nuove modalità. Lo scopo della celebre conferenza era quella di organizzare un’incontro scientifico, il primo nel suo genere, al fine di valutare i mezzi per ridurre al minimo i potenziali rischi biologici derivanti dalle nuove tecniche di ingegneria genetica, in particolare con il DNA ricombinante. Il pensiero era rivolto soprattutto nei confronti del personale coinvolto direttamente negli esperimenti, ma successivamente si spostò anche verso l’esterno: cosa sarebbe avvenuto se il frutto dell’ingegneria genetica avesse messo semi all’esterno del laboratorio?

Proprio da questo incontro vennero proposte possibili soluzioni adottando nuovi meccanismi di sicurezza di laboratorio che inclusero anche elementi di contenimento fisico con una progettazione di livelli di biosicurezza (BSL) che prevedevano contenimento biologico tramite l’utilizzo di ceppi ospiti “disarmati”. Alla fine queste soluzioni portarono all’adozione di nuove linee guida federali per quei laboratori in cui si faceva ricerca con il DNA ricombinante.

L’incontro pose fine a una precedente moratoria volontaria proposta da un comitato delle National Academies of Sciences che limitava determinati tipi di esperimenti, facendosi quindi da cuscinetto per una ricerca scientifica ritenuta accettabile e una ritenuta più controversa dagli esiti imprevisti per alcuni e per altri forse fin troppo chiari.

Oggi, Asilomar è spesso ricordato e invocato come un esempio virtuoso nel campo scientifico per una valutazione attenta dei rischi prima di implementare una nuova tecnologia, come un importante punto di riferimento per la discussione contemporanea sull’autoregolamentazione scientifica e su cosa significhi condurre la ricerca in modo socialmente responsabile. Una specie di metodo precauzionale originario posto però dagli stessi ricercatori che sempre e in ogni caso avrebbero tenuto conto delle conseguenze delle loro ricerche, avallando anche quelle di altri ricercatori in una specie di mutuo appoggio all’interno del laboratorio. Se Asilomar si concentrava sulle biotecnologie non dobbiamo scordare altri campi come la fisica nucleare che ha iniziato la vera e propria produzione di bombe a guerra finita a Los Alamos smantellato o la chimica che una volta esaurito il suo impiego nei campi di battaglia della seconda guerra mondiale iniziava una nuova era silenziando le campagne da ogni forma di vita come ci ha raccontato in Primavera silenziosa Rachel Carson.

Le critiche all’incontro di Asilomar, quando vi sono state, si rivolgevano verso dettagli od ovvietà, come scoprire che anche nel campo della ricerca scientifica esistevano delle precise élite e corporazioni che imponevano la loro azione al di sopra di tutto, infischiandosene di qualsivoglia dibattito pubblico, come se vi fossero mai stati principi e neutralità dal potere dominante in particolare quello militare. Quando mai la ricerca scientifica aveva sentito la necessità del dibattito pubblico? Che tradotto significava per gli scienziati avere a che fare con coloro che non sapevano nulla di scienza e soprattutto con coloro che non erano i finanziatori dei loro progetti. Questo “dibattito” è avvenuto solo quando vi sono stati costretti da particolari attenzioni dell’opinione pubblica o quando un prodotto di laboratorio si faceva disastro collettivo, rimettendo le conseguenze scientifiche ad una forma collettiva di responsabilità che non significava altro che socializzare e scaricare le conseguenze nocive del disastro da essi stessi provocato.

La conferenza di Asilomar, anche se le immagini del tempo ci rimandano a scienziati e scienziate con capelli lunghi e pantaloni a campana figli del ‘68 e dei grandi cambiamenti in corso, non è stata altro che un momento si di discussione, ma non certo pubblica, piuttosto per addetti ai vari settori più controversi in particolare nella biotecnologia sul come andare avanti, decidendo delle regole e facendosi essi stessi gli arbitri del rispetto o eventuale superamento di tali regole.

L’energia atomica del dopo guerra si era inventata gli “atomi per la pace” nonostante le smentite di proliferazione atomica di buona parte degli Stati che proprio a “fin di bene” preparavano il peggio, senza poi contare l’eredità eterna delle scorie e i gravissimi incidenti negli impianti e ovviamente una produzione di ordigni sempre più micidiali. Con le biotecnologie ricombinanti era ancora difficile creare una narrazione per giustificare le brutture dei loro laboratori in gran parte a spese delle persone povere e degli altri animali e di tutte quelle non-persone nelle colonie dei paesi del Sud del mondo. I campi sperimentali che si aprivano si facevano per qualcuno sempre più impressionanti, per altri non erano altro che sfide a cui la scienza non doveva rinunciare.

Ecco perché già al tempo i ricercatori cominciarono a parlare di sicurezza, trasparenza, responsabilità, controllo e gestione dei rischi, tutte retoriche che si sono trascinate fino ai giorni nostri facendosi inseparabili dalle tecno-scienze abbracciando ogni altro campo più controverso come le nanotecnologie e l’intelligenza artificiale.

L’incontro di Asilomar fece tanto parlare di sé, diventando una specie di icona internazionale, avviata ad esserlo soprattutto negli anni successivi come un momento fondamentale in cui la scienza si è interrogata sulla propria direzione, considerando le grandi possibilità e quindi i rischi che si aprivano con lo sviluppo delle tecnologie di ingegneria genetica. Si parlò di piccole moratorie riflessive e della creazione di linee guida: il laboratorio si interrogava e gli operatori del laboratorio rispondevano con delle soluzioni, mai vincolanti, ma su base volontaria, perché gli scienziati avrebbero in ogni modo distinto cosa era bene e cosa era male nel loro procedere. Tutto questo per arrivare ad una autoregolamentazione degli scienziati stessi che avrebbe poi fatto scuola negli anni successivi.

Che Asilomar non era un’incontro qualsiasi, ma che si voleva dare inizio ad un metodo, lo dimostrò la prontezza con cui il governo degli Stati Uniti intervenne dopo la conferenza per dare il via ad una regolamentazione affidata al National Institutes of Health (NIH), un’organizzazione composta da altri scienziati, gli unici che avrebbero compreso le prospettive dei ricercatori. Questa nuova “regolamentazione” tra scienziati e i nuovi laboratori di ingegneria genetica sempre più all’avanguardia che nel mentre nascevano, furono possibili in quanto ad essere dibattuti, come sempre del resto quando è la scienza ad interrogarsi, sono stati solo aspetti tecnici senza mai mettere in discussione il senso stesso del loro procedere e delle loro ricerche perché avrebbero dovuto chiudere quei laboratori e fermare l’ingegneria genetica.

Ad Asilomar gli scienziati lanciavano un messaggio internazionale, non vi erano interrogativi fondamentali etici e filosofici su quello che avevano significato fino a quel momento e nel prossimo futuro i successivi sviluppi della manipolazione genetica degli organismi viventi. Dietro le rassicuranti parole delle linee guida si costruivano i presupposti per cui solo gli stessi scienziati avrebbero vigilato sul proprio operato, mettendo limiti, dove necessario, esclusivamente su base volontaria, in quella che sarebbe diventata la nuova etica delle tecno-scienze e del transumanesimo.

Perché assemblare DNA di organismi differenti? Perché intervenire nella linea germinale di un essere vivente? Temi simili non potevano essere trattati da chi stava cercando di mettere in sicurezza la biotecnologia per preservarla da influenze esterne e per garantirle uno sviluppo futuro. Potrebbero sembrare contraddizioni da parte degli scienziati di allora, ma non era così, perché essi denunciando per primi l’imminente minaccia del pericolo, evidentemente già in esecuzione, si facevano responsabili e paladini della minaccia presente e soprattutto di quelle future, confermando allo stesso tempo tutta quella ricerca di punta. In quella sfida, come chiamano queste ricerche i transumanisti, si giocava la loro gloria e i loro riconoscimenti: per essere i creatori di tali tecnologie, ma anche gli unici in grado di governarle e indirizzarle rendendole ineluttabili al mondo1.

Negli anni trascorsi dall’incontro di Asilomar nessun argine è stato posto all’avanzata dell’ingegneria genetica, al contrario questa nel tempo ha occupato ogni ambito possibile arrivando anche ad ingegnerizzare il cibo e quindi le piante e gli altri animali ridotti a cavie zootecniche. Quest’ultime, come abbiamo visto nel tempo, si sono rivelate ottimo modello per i nuovi biotecnologi che dentro le farm sperimentali hanno potuto pensare e agire indisturbati verso la realizzazione di un’esistenza zootecnica umana. L’enorme possibilità data dalle politiche eugenetiche, dagli esperimenti nazisti e in generale militari dei vari paesi era durata troppo poco, bisognava dividere gli ambiti e cominciare a parlare della salvezza dell’umanità per poter continuare, assicurando il contenimento delle chimere transgeniche, cosa ovviamente mai mantenuta al contrario del sempre più forte impegno nello sviluppo dell’ingegneria genetica in ogni ambito. Così, nel 2015, in un importante incontro sulla tecnologia CRISPR/Cas9, troviamo due figure di primo piano della conferenza di Asilomar: Paul Berg e Davide Baltimore, il primo ideatore della tecnologia del DNA ricombinante e il secondo scopritore della trascrittasi inversa che utilizza l’RNA per creare il DNA. Con loro era presente un’altra celebrità del mondo scientifico, Jennifer Doudna, co-ideatrice della stessa tecnologia CRISPR/Cas9.

I temi dell’incontro di respiro internazionale trattavano di terapia genica somatica, ricerca in vitro ed editing del genoma della linea germinale, a dimostrazione di quanti paletti negli anni erano stati posti e poi subito superati grazie al metodo dell’autoregolamentazione tra scienziati. Infatti anche questa volta veniva promossa la tecnologia di ingegneria genetica CRISPR/Cas9 come fondamentale strumento per la ricerca in vitro sugli esseri umani e ovviamente per far fronte alle solite malattie genetiche rare. Il paletto che in questo caso veniva messo era riferito alle ricerche sulla linea germinale, sapendo bene che nel cantiere sperimentale loro e solo loro erano i supremi guardiani e quando la situazione lo avrebbe permesso sarebbero andati avanti, con un metodo ormai testato da decenni. I ricercatori, come già dai tempi del primo incontro di Asilomar degli anni ‘70, non si limitarono alle sole promesse e infatti già nel 2015 al primo Summit internazionale del genoma umano le conclusioni parlavano ancora più chiaramente del solito, affermando che le linee etiche (seppur immaginarie) andavano continuamente riviste considerando la velocità dei progressi in corso. Con quale scopo? Quale urgenza o emergenza era in campo? Negli anni successivi lo avremmo scoperto, ma l’immediatezza del discorso creava i presupposti per cui non esistessero più neanche paletti, per quanto inutili fossero sempre stati concretamente nella realtà dei fatti, tanto da far dire al solito immancabile Baltimore che era addirittura inammissibile porre dei limiti alle tecno-scienze partendo da valutazioni etiche. Quest’ultime non potevano essere più considerate il metro o il mezzo per arrestare l’assalto al vivente con la biotecnologia. Non lo erano mai state, ma si stava dando l’avvio ad un nuovo paradigma, tuttora in fase di realizzazione, che già nel 2017 cercava di concretizzarsi in una regolamentazione globale dell’editing genetico che partiva come sempre dai casi rari. Se il clan di Asilomar nelle vesti di Baltimore neutralizzava l’etica subito dopo ne ideava una su base tecno-scientifica, che non solo si autoregolava, ma con le proprie nuove propagande e nuove ideologie fresche dalle accademie inclusive di sociologia, spingeva a creare con le tecno-scienze un nuovo universo di senso biotecnologico a guida tecnocratica, non tanto a rendere la scienza credibile. Nella fucina della tecnocrazia con un forno alimentato dai paletti della fu etica, la fabbricazione della nuova scienza sociale si sposa perfettamente con l’altra ingegneria, questa volta dei corpi tutti.

Una delle migliori eredi del clan di Asilomar è la scienziata Jennifer Doudna che ha imparato perfettamente anche l’arte della propaganda andando avanti a dichiarazioni di pentimento e di rilancio per il suo campo di ricerca, di fondo c’è sempre qualcosa che la spinge sempre e comunque a riprendere in mano la forbice e dedicarsi ai decoupage genetici. Infatti, nel 2018, insieme all’immancabile Baltimore sarà nel comitato organizzatore del secondo Summit internazionale sull’editing del genoma umano a Hong Kong dove si annuncerà pubblicamente la nascita delle prime due bambine editate geneticamente. Dopo un’iniziale critica verso lo scienziato cinese che apparentemente portava avanti una ricerca non sostenuta dal resto del mondo scientifico internazionale, si è passati al rilancio ribadendo che simili ricerche devono essere poste in modo responsabile. Una critica all’esperimento e alla modalità comunicativa dell’esito, anche se vi erano tra loro dei co-responsabili della ricerca in corso, ma niente che riguardasse l’indirizzo della ricerca in sé e quindi l’editing genetico su esseri umani. Ancora una volta l’autoregolamentazione degli scienziati funzionava arricchita con un’inedita e accurata informazione internazionale.

Ovviamente successivamente si è riproposto il mai troppo desueto strumento della moratoria, proposta proprio da scienziati come Berg, Baltimore e Doudna che hanno dato contributi fondamentali per arrivare a questa situazione, con la precisa strategia di evidenziare il limite per far di tutto per superarlo subito dopo e nel mentre assicurandosi di avere il maggior consenso o la maggior accettazione sociale possibile2.

Dopo la nascita delle bambine editate in Cina al terzo Summit internazionale sull’editing del genoma umano è stata data la notizia di un nuovo esperimento: la nascita da una coppia di topi maschi utilizzando la tecnica di gametogenesi in vitro (IVG), una tecnica con la quale si sviluppano degli embrioni riprogrammando delle cellule estratte da due adulti dello stesso sesso. Ricerca portata avanti presso l’Università di Osaka che segue una precedente del 2018, la quale aveva portato allo sviluppo di prole partendo da coppie di femmine di topi. Ecco il frutto delle loro “precauzioni” e, come hanno scritto nelle linee guida, ogni ricerca viene giustificata se una delle motivazioni è la non discriminazione. Nelle pubblicazioni dell’ambito della genomica il risultato di questa ricerca viene già promosso come potenzialmente utile per le gravidanze LGBTQ+ rendendo evidente ancora una volta l’alibi utilizzato ammantato di progressismo per rompere le ultime barriere3.

In tempi di convergenze delle tecno-scienze se l’incontro di Asilomar è stato ritenuto così importante per la biotecnologia soprattutto per i benefici ai biotecnologi stessi, anche per l’intelligenza artificiale i tecno-scienziati hanno lanciato un allarme controllato e invocato prudenze riferendosi a dei “Principi di Asilomar” con l’immancabile proposta di una brevissima moratoria con appelli dove non mancavano le firme dei transumanisti pronti a dosare allarmi terrificanti e regole ragionevoli4.

Cinquant’anni dopo il primo incontro ad Asilomar, sempre nello stesso luogo, dal 23 al 26 febbraio di quest’anno, si è tenuto l’incontro “Lo spirito di Asilomar e il futuro della biotecnologia”. Ancora una volta i temi di discussione sono stati le minacce della biotecnologia con gli ovvi aggiornamenti all’attualità della ricerca concentrandosi sulla così detta vita artificiale, sull’intelligenza artificiale e sulla creazione di cellule sintetiche.

Dal primo incontro se ne sono viste tante di chimere ideate tra specie con DNA diversi, non tutte restate al chiuso dei laboratori e quella che era la tecnologia ricombinante è stata superata, o almeno perfezionata, per un’infinità di ricombinazioni per uso industriale e ovviamente per scopi militari.

Mentre il primo incontro era incentrato sulla genetica e dominato da biologi di un piccolo settore, questo aveva un programma molto più ampio e una folla che comprendeva scienziati di molte discipline, nonché ambientalisti, bioeticisti, avvocati, ex funzionari governativi, esperti di sicurezza nazionale, giornalisti e una compagnia di ballo. E per i partecipanti quaderni fatti con bucce di mela e distintivi con nomi incisi nel legno.

Ancora una volta incontri come questo e soprattutto di questa entità tentano di tracciare confini e limiti. Delimitano aree di ricerca e propongono restrizioni in questo caso all’unanimità su aspetti come le armi biologiche e sulla “vita speculare” ideata dalle nuove possibilità della biologia sintetica in grado di creare versioni speculari di alcune molecole naturali immettendo nell’ambiente batteri “specchio” sconosciuti alla natura e quindi con conseguenze imprevedibili su corpi e pianeta.

La questione del CRISPR è rimasta solo nella coreografia del piccolo spettacolo organizzato per gli ospiti intorno al fuoco e altre questioni fondamentali, come intelligenza artificiale, patogeni pericolosi, cellule sintetiche e batteri geneticamente modificati, non hanno trovato pareri condivisi. Si tracciano recinti su questioni che sono diventate già da un pezzo cosa concreta e non solo questione teorica. Basti ricordare le ricerche di guadagno di funzione ampiamente sviluppate nei biolaboratori – anche in Italia con vari progetti di incremento5 – dove si lavora a ingegnerizzare virus e batteri in forme sconosciute e a sviluppare tecniche di ingegneria genetica a DNA ricombinante e a mRNA per le nuove versioni mutanti possibilmente più nocive che rappresentano a tutti gli effetti nuove armi biologiche. Abbiamo gli OGM sdoganati prima a livello europeo per i sieri biotecnologici per la così detta pandemia e poi, come sappiamo, imposti ovunque. Vi sono poi i nuovi OGM ottenuti con le nuove tecniche genomiche (NGT) equiparati a livello europeo alle piante tradizionali, in Italia rinominati TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita) sperimentati in campo aperto – e quindi diffusi – da virtuosi centri di ricerca pubblici6. Abbiamo poi la ricerca militare che non è, come si immagina, solo in segreti laboratori, ma in rispettabili università pubbliche e che semplicemente finanzia copiosamente quello che più le può interessare ovunque questo avvenga indirizzando risultati di interi settori e non abbiamo folle di scienziati che protestano per questo o che si danno alla fuga.

Il nuovo incontro di Asilomar è come se fosse stato un consesso di fisici che si mette insieme per denunciare la pericolosità della ricerca atomica e per denunciare la proliferazione delle armi nucleari per la sintonia di queste con l’uso civile. Un’ovvietà, si penserebbe, talmente ovvio che i fisici se ne guardano bene dal dire qualcosa. I nuovi tecno-scienziati hanno capito che devono difendersi per intera categoria: la tecno-scienza. Da qui è un continuo susseguirsi di allarmi e soluzioni riparatrici, come denunciare il guadagno di funzione per poter poi realizzare super laboratori, come quello di Trieste che non risponde neanche all’Italia per quello che fa7. Da decenni hanno visto che il sistema di autoregolamentazione da parte degli stessi scienziati funziona perfettamente, un vero e proprio sistema tecnico che risponde non solo al denaro. Dai tempi del lontano ‘75 della prima Asilomar le cose sono cambiate, l’impero biotecnologico lanciato dalla Gentech e dalla Biogen è ormai consolidato da un pezzo. Adesso vi è non solo la presa del vivente, ma la sua completa gestione.

Nel recente incontro in California il loro indagare le possibilità date dagli enormi sviluppi dell’intelligenza artificiale con la biotecnologia potrà limitarsi ad aspetti parziali, come dei farmaci o qualche cura innovativa tutta da verificare, ma ancora una volta non si entrerà mai nel vivo delle questioni: la questione sociale dove si mettono le basi per la fabbricazione del paziente perenne medicalizzato dalla nascita con una medicina predittiva su base genetica e algoritmica e la questione della modificazione genetica del vivente. Riproduzione artificiale come miglior modo per venire al mondo ed eutanasia sempre più disponibile come il miglior modo per andarsene. Biotecnologie nei campi e nei corpi per tutti e non solo per chi se le potrà permettere, come ancora sostiene qualche ingenuo militante fermo a teorie polverose, ma per tutti.

Il cambiamento lo si vuole netto e radicale, sicuramente lento, incostante e pieno di contraddizioni, ma purtroppo non dalla mancata collaborazione, ma dall’avvitarsi nella sua stessa burocrazia: macchine pronte prima ancora di chi sia in grado di farle funzionare o viceversa persone formate per infrastrutture tecnologiche inesistenti. In un contesto di anestetizzazione quasi totale e di sequestro emotivo tra emergenze che invocano altre emergenze, in un continuo quasi salto nel precipizio tra guerre, pandemie e catastrofi climatiche, in questa distruzione di corpi e di senso per noi ha ancora significato richiamare l’elemento umano con la sua possibilità di produrre un pensiero critico radicale che non veda nelle varie scampanellate di allarme controllato, come le Asilomar dimostrano, la sponda amica dove attraccare. In quei canneti OGM vi sono le peggiori insidie di menzogna, manipolazione e recupero di ogni genuina forma di resistenza a questo mondo biocida ed ecocida: uccisore di una vita libera e sana e della nostra casa che come insegna l’ecologia è il nostro pianeta.

Se gli OGM-TEA si stanno espandendo anche in Italia tramite quelle virtuose università e centri di ricerca pubblici che avrebbero dovuto porre un argine all’economia predatrice delle multinazionali agrochimiche un tempo statunitensi, significa non tanto che le cose sono cambiate, ma che semplicemente non si era capito che vi era di fondo la condivisione dello stesso paradigma di un tecno-mondo, anche se con mezzi diversi. Allora, dopo la nuova Asilomar e la semina in campo dei nuovi OGM, le uniche parole da parte dei ricercatori che possano ancora rincuorarci sono quelle pronunciate dopo l’ennesimo sabotaggio ad una coltivazione OGM-TEA in campo aperto, in questo caso di vite. Un ricercatore interrogato sulla vicenda dichiarava la rovina di svariati anni di ricerche in laboratorio sugli OGM-TEA. Questa è stata una vera catastrofe naturale, un vero metodo precauzionale che ha dimostrato che è ancora possibile difendersi.

Costantino Ragusa, Aprile 2025, www.resistenzealnanomondo.org

Note:

1 Silvia Guerini, Costantino Ragusa, L’ideologia del tecno-mondo. Resistere alla megamacchina, Acro-polis, 2024.

2 Silvia Guerini, Costantino Ragusa (A cura di ), AA.VV., I figli della macchina. Biotecnologie, riproduzione artificiale ed eugenetica, Asterios, 2023.

3 Silvia Guerini, Costantino Ragusa, op. cit.; Silvia Guerini, Dal corpo neutro al cyborg postumano. Riflessioni critiche all’ideologia gender, Asterios, 2022.

4 Resistenze al nanomondo, I transumanisti lanciano l’allarme sui rischi dell’intelligenza artificiale: nuove regole da sostituire alle vecchie per far si che continui a non cambiare nulla, 13 Aprile 2023, https: //www.resistenzealnanomondo.org/necrotecnologie/i-transumanisti-lanciano-lallarme-sui-rischi-dellintelligenza-artificiale-nuove-regole-da-sostituire-alle-vecchie-per-far-si-che-continui-a-non-cambiare-nulla/

5 Costantino Ragusa, Il biolaboratorio mondo, in L’Urlo della Terra, n.11, Luglio 2023, https://www.resistenzealnanomondo.org/necrotecnologie/il-biolaboratorio-mondo-costantino-ragusa/

6 Costantino Ragusa, OGM – TEA: L’attacco al vivente continua, in L’Urlo della Terra, n.12, Luglio 2024, https://www.resistenzealnanomondo.org/necrotecnologie/ogm-tea-lattacco-al-vivente-continua/; Costantino Ragusa, Il nuovo ORDINE GENETICO MONDIALE passa anche dalla terra. In arrivo i “nuovi” OGM, in L’Urlo della Terra,n.10, Luglio 2020, https://www.resistenzealnanomondo.org/necrotecnologie/il-nuovo-ordine-genetico-mondiale-passa-anche-dalla-terra-in-arrivo-i-nuovi-ogm/

7 Resistenze al nanomondo, ICGEB: La sovranità della scienza al di sopra di tutto, Ottobre 2022, https://www.resistenzealnanomondo.org/necrotecnologie/icgeb-la-sovranita-della-scienza-al-di-sopra-di-tutto/

Maternità surrogata. Una delle strade verso il transumanesimo – Silvia Guerini

La tecnologia ha trasformato il desiderio di un figlio in un progetto, distruggendo un intero mondo di sentimenti, emozioni, pensieri e relazioni. La pianificazione di un bambino, determinata dalla possibilità tecnologica e dall’offerta del mercato, conosce ormai un unico freddo linguaggio elaborato dai tecnici. La così detta maternità surrogata o gestazione per altri e in generale tutte le tecniche di fecondazione assistita non sono dei semplici modi per avere un figlio, si collocano all’interno del paradigma del sistema tecno-scientifico e si fondano sulla scomposizione e frammentazione del processo di procreazione. La frammentazione di questo processo porta a prelevare un ovulo da una donna e impiantarlo in un’altra, come se fosse qualcosa di interscambiabile, e a mettere in mano a tecnici una parte del processo, che non avviene più all’interno del corpo della donna, ma in un vetrino e in una provetta. Il momento della fecondazione diventa un’operazione tecnica di laboratorio e la procreazione diventa produzione del vivente. Le conseguenze sono sulla donna, sul bambino che nascerà, sull’intera società nel modo in cui verrà considerata la procreazione e nel rendere eticamente accettabile la mercificabilità, la selezione eugenetica e la riproducibilità tecnica dell’essere umano.

Crimine contro la donna

La geografia della così detta maternità surrogata può essere percepita solo a livello internazionale con legislazioni che si modificano nel corso del tempo e con possibili nuove destinazioni per il turismo riproduttivo. Ad esempio in Grecia per prevenire il traffico internazionale la legislazione prevedeva che sia i genitori committenti sia le madri surrogate dovessero essere residenti in Grecia, ma questa restrizione è stata abolita nel 2014 rendendo la Grecia una destinazione ambita per i costi contenuti, una delle mete principali in Europa insieme a Ucraina e Georgia.

Negli Stati Uniti, la maternità surrogata è disponibile quasi ovunque. Con la graduale chiusura dei mercati indiano, nepalese, cambogiano e tailandese, le agenzie e le cliniche si sono man mano trasferite, alcune di queste in Messico che offre prezzi relativamente bassi.

Come in ogni mercato abbiamo le offerte più lussuose e quelle più economiche, sconti, pacchetti standard ed economy, pacchetti vip soddisfatti o rimborsati e tutto incluso compreso il soggiorno per i genitori committenti.

Nel 2015 ha fatto clamore la notizia di una coppia australiana che si era recata in Thailandia per una maternità surrogata e che ha abbandonato un bambino alla madre perché affetto dalla sindrome di Down, mentre ha portato a casa la sorella gemella sana. Ma questo caso che ha suscitato tanto clamore non è un fatto eccezionale e può essere previsto dai contratti.

La maternità surrogata viene differenziata in commerciale e altruistica, ma la così detta maternità surrogata altruistica non esiste. C’è sempre un pagamento, il compenso in quella altruistica viene definito “rimborso”, e c’è sempre un contratto a cui la donna deve sottostare. Il contratto stabilisce persino cosa la madre dovrà mangiare, quali farmaci assumere e sarà obbligata ad abortire se il figlio che porta in grembo presenta una disabilità. I contratti possono includere delle clausole che consentono l’aborto in caso di anomalie del feto e la così detta “riduzione fetale” in caso di gravidanze multiple. Il prodotto non deve avere difetti o non deve essere in eccesso, in quei casi può essere scartato.

La madre non può cambiare idea: quando partorirà dovrà consegnare suo figlio ai genitori committenti. Nessuna delle madri che si sono rifiutate di consegnare il bambino, indipendentemente dalla legislazione del Paese, ha potuto tenerlo. La madre non ha altra scelta che soddisfare i genitori committenti, protetti dal contratto, dalla clinica e dai loro avvocati.

Alcuni contratti richiedono che la donna acconsenta che i genitori committenti prendano le decisioni mediche, compreso il numero di embrioni da inseminare e la loro selezione, le condizioni di un’eventuale rescissione del contratto, di un eventuale aborto e le modalità e la data del parto. Parto che può avvenire a data stabilita con taglio cesario con il bambino strappato dalle braccia della madre pronto per essere consegnato ai committenti il giorno stabilito.

Il contratto stabilisce chiaramente che la madre è informata del rischio di morire durante la gravidanza o in seguito al parto e che accetta che, se ciò dovesse accadere, i suoi beneficiari non chiederanno nulla di più del pagamento inizialmente previsto.

Per le donne che sono già state madri surrogate il pagamento è più alto perché hanno quello che i professionisti del settore chiamano un “utero provato” e hanno anche dimostrato di rispettare l’accordo di consegnare il bambino.

Le donne americane delle cliniche per la maternità surrogata mostrano i loro volti sorridenti, parlano di puro amore e di altruismo, le agenzie di marketing mostrano video con il quadretto felice dei genitori committenti con in braccio il bambino accanto alla madre ancora nel letto dove ha partorito, i genitori committenti dichiarano che questa donna sarà parte della loro famiglia e si mostrano stanze con appese sulle pareti le fotografie che i vari genitori committenti spedirebbero a queste donne per mostrare la crescita dei bambini, tutti a testimoniare la relazione tra genitori committenti e la madre surrogata. La realtà è un altra.

Nelle cliniche di fecondazione assistita, psicologi ed altri specialisti raccomandano alle donne di non toccarsi la pancia e di non ascoltare i movimenti del feto quando scalcia perché devono dissociarsi dal bambino che sta crescendo nel loro corpo.

“Dobbiamo prepararci psicologicamente a non provare un amore materno”, confida una donna in attesa di due figli avuti con ovuli di un’altra donna presso la BioTexCom a Kiev e conclude dicendo “so che quando li vedrò non mi somiglieranno, avranno i lineamenti di due persone a me estranee e per questo non potranno mancarmi”1. Una scissione da sé e dal proprio figlio, una profonda alienazione. Queste madri per nove mesi dovranno costringersi ed adattarsi a un’indifferenza emotiva rimanendo estranee a ciò che accade nel loro corpo e al bambino che cresce.

Dalle strazianti parole di una di queste donne emerge un dolore nascosto che non si riesce a cancellare: “Davanti a loro farò finta di essere felice, sto dando loro il bambino. Non sapranno mai che sto dando via questo bambino con il dolore nel cuore. Farò finta di essere felice e darò via il bambino”2. Le testimonianze delle madri surrogate che hanno sperimentato sia la quella definita commerciale sia quella definita altruistica rivelano sempre il lato oscuro di un pentimento e di una lacerante sofferenza.

Le donne indiane mantengono un intimo legame con il proprio figlio: “Sarà pure il loro embrione, ma è il mio sangue”, “È assolutamente mio. Sono passata attraverso un’operazione così grande, mi hanno fatto così tante iniezioni…, naturalmente il bambino è mio”, “Ovunque sia il mio bambino, proteggilo, che nessun male sia fatto al mio bambino. Quando prego, dico a Dio che ho tre bimbi, e che li protegga ovunque siano. Anche se non ho mai incontrato il mio bambino la madre sono io. L’augurio di una madre raggiungerà sempre il figlio”3.

Tutte queste gravidanze iniziano con la somministrazione di pericolosi farmaci ormonali prima dell’impianto di embrioni estranei. Le gravidanze sono così più rischiose e possono portare a gravi conseguenze come diabete gestazionale, pressione sanguigna molto alta, placenta previa o pre-eclampsia che richiedono settimane di riposo a letto e spesso operazioni d’emergenza per rimuovere prematuramente il bambino dall’utero della madre. Il recente studio della dottoressa in Ostetricia e Ginecologia María Vélez4 mette in luce i rischi di gravi complicazioni per le donne e per i loro bambini, sia durante la gravidanza che dopo il parto e i rischi di mortalità materna e neonatale.

La maternità surrogata non è libertà. È un crimine contro la donna e contro il bambino che nascerà. La maternità surrogata non può essere espressione di una libera scelta se non affermando che si può liberamente scegliere di essere ridotte in schiavitù.

Cosa spinge una donna a portare in grembo un bambino per poi darlo a qualcun altro? Una situazione di povertà. Per queste donne fare un figlio per altri è una possibilità per provvedere al sostentamento della propria famiglia. Una presunta libera scelta in una situazione di povertà per quanto riguarda le donne di determinati paesi o, per le giovani donne americane o canadesi, una possibilità per pagarsi gli studi universitari.

La maternità surrogata non può essere espressione di una libera scelta se non affermando che si può liberamente comprare o cedere un essere umano.

La questione non è discutere su tutele, rischi, diritti, compensi, tipologie contrattuali. La questione è chiedersi cosa sia la maternità surrogata. È un rapporto contrattuale in una situazione intrinsecamente diseguale che comporta l’oggettivazione e la mercificazione del corpo di una donna che viene trasformata in uno strumento, in un contenitore per produrre un bambino per altri in cui l’esperienza stessa della maternità viene cancellata. È un rapporto contrattuale in cui l’oggetto del contratto, attorno al quale si sviluppa il mercato dei corpi è un bambino. La maternità surrogata è la compra – vendita di un bambino.

Significativo il caso Johnson vs Calvert del 1993 che è stato alla base della legislazione californiana. In uno degli stati più tecnologicamente avanzati degli USA questo caso distrusse il principio mater semper certa est che anche dal punto di vista giuridico si traduce con il principio per cui la madre legale è colei che partorisce. Anna Johnson cambia idea, vuol tenere suo figlio e cita in giudizio i genitori committenti. La Corte Suprema della California stabilì che, siccome un essere umano nasce dall’incontro di un ovulo e uno spermatozoo, la madre deve essere colei da cui proviene l’ovulo. Mise inoltre in evidenza l’importanza dell’intenzione di diventare genitori. In anticipo con i tempi di oggi in cui l’intenzione e il desiderio si trasformano in diritti e superano il dato di realtà.

Nella maternità surrogata definita tradizionale l’ovulo appartiene alla donna che porterà avanti la gravidanza, ma nella quasi totalità dei casi gli ovuli provengono da altre donne, questa viene definita maternità surrogata gestazionale ed è l’opzione preferita dai genitori committenti perché possono scegliere l’ovulo secondo determinate caratteristiche e perché crea un’ulteriore separazione tra la donna che partorisce e l’ovulo che appartiene a un’altra donna.

In tutte le varie possibilità e combinazioni – sperma del committente o di un donatore e ovulo della gestante, sperma del committente o di un donatore e ovulo di una donatrice, sperma e ovulo dei genitori committenti – viene effettuata la tecnica di fecondazione in vitro e dopo diagnosi pre-impianto e selezione embrionale viene effettuato il trasferimento dell’embrione.

Prima della diffusione della fecondazione in vitro la maternità surrogata si basava sull’inseminazione della madre surrogata e questa donna aveva un legame genetico con il bambino. La diffusione della fecondazione in vitro ha reso possibile la rottura del legame genetico tra la madre e il bambino e il ruolo richiesto a questa donna è di affittare il suo utero.

Di fatto una coppia o una persona sola può recarsi in un paese dove legalmente è consentito per assemblare un bambino comprando ovuli, sperma e affittando l’utero di una donna.

Nel supermercato globalizzato della riproduzione umana fiorisce un mercato multimiliardario di ovociti, spermatozoi ed embrioni. Il prezzo degli ovociti varia a seconda delle caratteristiche della donatrice, che in realtà è una venditrice pagata dalle cliniche di fecondazione assistita. Cliniche con enormi banche di ovuli consultabili attraverso dei cataloghi on-line che offrono una scelta di fornitrici accuratamente selezionate. Le domande rivolte alle fornitrici di ovuli nella loro scheda personale spaziano dalla sensibilità per gli animali, la religione, se si dorme con un peluche e se si ha simpatia per le forze dell’ordine, caratteristiche che non hanno assolutamente nulla a che fare con la “qualità” dei loro ovociti, ma nel mercato riproduttivo tutto è in vendita con un’ampia gamma di scelta per tutti i gusti.

Abbiamo una catena di approvvigionamento di ovuli con delle agenzie di reclutamento di giovani donne, come in Spagna e in Grecia, che affiggono cartelloni pubblicitari fuori dalle università.

Le venditrici di ovuli sono per la maggior parte studentesse che vengono reclutate anche sui social. Vendere i propri ovuli è presentato come un modo facile per fare soldi e allo stesso tempo aiutare gli altri, non vengono ovviamente dette le conseguenze sulla loro salute fisica e psicologica e sulla loro futura fertilità. Queste giovani donne tendono a sottoporsi più volte all’anno a bombardamenti ormonali e sono fortemente a rischio di sindrome da iper-stimolazione ovarica che può comportare trombosi, ictus, cancro, riduzione della fertilità e che può condurre anche alla morte. Dalla ricerca dell’antropologa medica Diane Tober5, che ha intervistato centinaia di venditrici di ovuli, emerge una costellazione di sintomi e condizioni croniche come endometriosi così grave da comportare sterilità, malattie autoimmuni e problemi in premenopausa6. Da altre ricerche sono emersi casi di cancro al seno7 e correlazioni con tumore all’utero8. Le testimonianze9 di queste e altre giovani donne mettono in luce la realtà di questo biomercato.

Surrogato: ciò che sostituisce un’altra cosa, spesso in modo incompleto o imperfetto. La maternità surrogata già nella sua definizione presuppone la cancellazione della madre che diventa un surrogato, un luogo di transito per il bambino che porta in grembo. Una madre definita come portatrice gestazionale.

La moltiplicazione della madre – una madre che affitta l’utero, una madre genetica che vende gli ovuli, una madre committente – comporta la sua cancellazione. La madre non è la donna che vende i suoi ovuli, non è la donna che compra un bambino strappandolo a chi lo ha portato in grembo per nove mesi, la madre è colei da cui si viene al mondo.
Il legame biologico non deve aver più nessuna importanza e deve essere scardinato anche l’ultimo vincolo che lega il figlio alla madre e al padre, distruggendo quei legami unici di amore disinteressato, non cedibili e non mercificabili.

Nella continuità e trasmissione delle generazioni l’essere umano viene al mondo con una storia, una provenienza, un’appartenenza, un’eredità, dimensioni vicine e al tempo stesso lontane. Nella maternità surrogata si sradica il bambino da questo continuum umano, culturale, sociale e spirituale per gettarlo nel mondo estraneo dei genitori committenti.

Il concepimento naturale di un bambino all’interno di una coppia crea la triade madre – padre – bambino che nella maternità surrogata viene dispersa. Anche il padre trasmette informazioni alla madre attraverso il feto, la gravidanza crea un legame tra la donna e l’uomo con il bambino che ha il 50% del patrimonio genetico del padre.

“Genitori d’intenzione”, “progetto parentale”: l’essere umano cessa di avere una storia e una provenienza, riducendosi all’assemblaggio eugenetico di ovulo e sperma per un narcisistico ed egoistico desiderio di un figlio a tutti i costi. Scompare il processo di filiazione e al suo posto irrompe il processo di riproduzione artificiale.

La maternità surrogata è anche definita Gestazione per altri, già questa definizione scompone e isola una parte del processo di procreazione, come se la gestazione fosse separabile dall’ovulazione, dalla fecondazione, dal parto. Una fabbricazione di bambini in cui ogni fase del processo è separata, tecnicizzata, monitorata, ottimizzata in una logica perfettamente transumanista.

Crimine contro il bambino

Non si può strappare un bambino a sua madre.

Non si può definire come atto d’amore quello che in realtà è una separazione tra madre e figlio.

Jessica Kern, nata da maternità surrogata e diventata attivista per l’abolizione di questa pratica, in poche parole delinea il fulcro della questione: “Sono stata comprata e venduta. Tutte le formule per abbellire la situazione non serviranno a nulla”10.

“Mi hanno insegnato la giustizia e i valori e non avevano né l’una né gli altri. Mi hanno comprato, e lo hanno mascherato chiamando spese, regali, indennizzi il prezzo per comprarmi”11 ascoltiamo da un’altra testimonianza.

Olivia Maurel ha scoperto la sua storia usando un test del DNA, ma in realtà afferma che ha sempre sentito di non appartenere alla sua famiglia: “Non riuscivo a connettermi con mia madre. Un po’ di più con mio padre. Sapevo che c’era qualcosa di sbagliato. […] Spero che presto sarò io a contribuire ad abolire l’atrocità della maternità surrogata. Ma non voglio incolparli, hanno usato un’opzione che gli è stata offerta su un piatto d’argento e non hanno avuto la forza di resistere. Non li odio, li amo. Piuttosto do la colpa al sistema che sta cercando di legalizzare progressivamente la surrogata, prima per ragioni mediche come l’infertilità, poi per ragioni sociali e qualsiasi altro motivo fino a quando non accetteremo del tutto il traffico dei bambini. […] Le ragioni più importanti per abolire questa mostruosità sono il benessere del bambino, i suoi diritti, il suo equilibrio psichico. A tutti quelli che pensano che la maternità surrogata debba essere regolata rispondo che se anche un solo bambino si troverà ad affrontare i problemi che ho affrontato io dovrebbe bastare a convincervi che non c’è nulla di buono in questo processo che in nessun modo potrà essere reso etico”12.

Un bambino può essere donato? Un bambino, anche se non ci fosse nessun pagamento, allo stesso modo in cui non può essere venduto, non può essere nemmeno ceduto. La possibilità di vendere e comprare o donare un particolare essere umano, un bambino nella maternità surrogata – un embrione o un feto nella ricerca biotecnologica e nel mercato della riproduzione artificiale – rende eticamente accettabile che qualsiasi essere umano possa essere venduto, comprato, ceduto. Il criterio etico di non poter disporre degli esseri umani porta a non poter disporne di nessuno. Affermare che un bambino – un embrione o un feto – possa essere venduto, comprato o ceduto significa negare il suo valore intrinseco.

L’esistenza del bambino come essere relazionale inizia ben prima della nascita. Mamma e bambino sono legati da legami sottili, profondi e incarnati, di cui il bambino conserva la memoria.

La comunicazione in gravidanza tra la madre e il bambino avviene fin dall’inizio, quando l’embrione appena formato percorre la tuba di Falloppio invia segnali molecolari ai quali la madre risponde, stabilendo un dialogo molecolare che proseguirà per i nove mesi di gestazione in simbiosi.

L’attaccamento è un processo biologico, a partire dalla vita prenatale, dall’attaccamento dell’embrione. L’embrione ha una vita sensoriale intensa, è un essere in relazione, già dal quindicesimo giorno comunica con i tessuti della madre dando inizio a una relazione. Non è un mero aggregato di cellule o un essere vegetativo come viene considerato nelle logiche utilitaristiche, eugeniste e transumaniste di graduazione arbitraria del valore della vita umana.

L’attaccamento si sviluppa attraverso gli scambi fisiologici che circolano nel cordone ombelicale e nella placenta e attraverso i segnali affettivi e relazionali verso l’embrione e verso il feto.

Esiste una memoria cellulare e ciò che si afferma a livello cellulare rimane a livello psicologico.

Analizzando la frequenza cardiaca fetale si può vedere come il feto riconosca la voce della madre e durante la gravidanza si sviluppa un vero e proprio dialogo tra madre e bambino.

Il bambino grazie alla sua memoria sensoriale sarà in grado di riconoscere il corpo della madre fin dal primo istante dopo la nascita. Per il bambino venuto al mondo da maternità surrogata la madre che scompare dopo la nascita è una madre che muore. Una sofferenza profonda che genererà un’angoscia di morte, una costante ansia di abbandono, una mancanza di radicamento nel suo corpo, una perdita di riferimenti, una lacerazione relazionale, una vergogna silenziosa, una estraneità al mondo, un vuoto esistenziale. Il trauma biologicamente radicato di questa separazione influenzerà la psiche, il comportamento, la salute per i decenni a venire e anche oltre13.

La relazione di nove mesi di gravidanza non può essere cancellata: la madre non è un semplice contenitore, ma l’altro soggetto di uno scambio vitale con il bambino che si sviluppa nel suo ventre, uno scambio a livello biologico ed emotivo e che continua anche dopo il parto. Endogestazione ed esogestazione indicano proprio lo sviluppo del bambino nel ventre della madre e lo sviluppo nei mesi successivi al parto in un continuum lacerato dalla maternità surrogata.

Lo stress della donna incinta si riduce grazie al rilascio dell’ossitocina e questo ormone le permette di acquisire una speciale capacità di conoscere i bisogni del bambino. Un legame emotivo, affettivo e biologico si rafforza con la nascita e l’allattamento. Un legame che verrà reciso con la maternità surrogata che ovviamente non prevede l’allattamento.

Gli ormoni hanno un sapore e un odore che permeano il liquido amniotico, una madre stressata non ha lo stesso sapore di una madre serena. Gli odori e i sapori vengono riconosciuti e memorizzati dal feto che sperimenta una molteplicità di sensazioni strettamente interconnesse con la vita e le emozioni della madre.

La dissociazione della madre surrogata che si estranea dal suo corpo, dalle sue emozioni e dal bambino che porta in grembo si trasmette al bambino che si troverà in un deserto emotivo e relazionale con una separazione dalla madre che inizia dai primi momenti della sua vita.

Esiste un legame invisibile tra madre e figlio. La trasmissione di informazioni genetiche dalla madre al feto non è unidirezionale, anche le cellule del bambino trasmettono e interagiscono con le cellule della madre. Questa trasmissione e scambio di cellule e informazioni genetiche è chiamata microchimerismo fetale14. Madre e bambino sono collegati dalla placenta e dal cordone ombelicale, attraverso questa connessione alcune cellule della madre passano nel feto e alcune cellule fetali passano nel sangue della madre, accumulandosi in vari organi. Questa relazione tra le cellule della madre e del bambino non scompare dopo la nascita e l’inclusione del DNA nell’altro corpo rende forte il legame madre – bambino per tutta la vita. Sono stati descritti casi di microchimerismo anche in donne che hanno avuto aborti spontanei o indotti.

Il numero di cellule fetali trovate nei campioni di sangue della madre aumenta con il progredire della gravidanza. La presenza di cellule fetali può essere presente negli organi materni per decenni, cellule fetali sono state trovate persino nel cervello di una donna di 94 anni. Le cellule fetali contribuiscono alla guarigione di ferite e lesioni interne, migliorano il sistema immunitario, facilitano lo sviluppo di gravidanze future, riducono la probabilità di cancro, sono coinvolte nella rigenerazione dei tessuti, nella guarigione da malattie del cuore e del fegato e sono persino conservate nel midollo osseo come parte della riserva naturale di cellule. Essendo più giovani delle cellule materne, hanno una grande capacità di rigenerare il corpo della donna.

Il microchimerismo madre – bambino è fondamentale per la crescita del bambino. L’utilità di questo scambio sul bambino è dovuta al fatto che le cellule fetali sono pluripotenti con la capacità di differenziarsi in qualsiasi altro tipo di cellula.

L’embrione che sopravvive dopo essere stato impianto nell’utero della madre surrogata si svilupperà in un luogo che potrà conservare la memoria di altri precedenti embrioni non sopravvissuti, un’angoscia di morte nell’utero simile alla situazione in cui precedentemente si è verificato un aborto spontaneo o indotto.

L’embrione impiantato può essere stato precedentemente crioconservato o vetrificato, con tutto ciò che comportano queste tecniche. Basta ricordare che i bambini nati a seguito dell’impianto di embrioni congelati hanno un rischio maggior di sviluppare tumori.

Un essere umano proveniente dall’azoto liquido, dal freddo e dal silenzio glaciale.

“Questi bambini, adolescenti e adulti nati da maternità surrogata in realtà saranno mercificati fin dall’inizio della loro vita, trattati come oggetti di contratto: ordinati, fabbricati, impiantati e infine consegnati”15 scrive la studiosa, psicologa e psicoterapeuta Anne Shaub – Thomas che mette in luce il grido segreto del bambino nato da maternità surrogata.

La vita in vitro. Se la vita di un essere umano inizia con un’operazione tecnica, questa rimarrà impressa nel corpo e nella psiche. Nella maternità surrogata il concepimento è disincarnato, fuori dall’incontro dei corpi, la fecondazione non avviene nell’intimo incontro sessuale tra un uomo e una donna, ma avviene dentro una capsula di petri e fuori dal corpo materno, la gravidanza si sviluppa nell’utero di una donna estranea con il suo DNA al bambino concepito e alla nascita questo bambino viene strappato da quella che è sua madre. Un embrione in provetta impiantato nella madre surrogata e un bambino separato per sempre da chi lo ha portato in grembo per nove mesi. Tutti questi passaggi rappresentano fratture, scissioni, distorsioni del naturale processo di procreazione, del naturale movimento della vita, del naturale venire al mondo. Fratture che scindono la sessualità dalla procreazione, che rompono l’unità e la continuità dello sviluppo dell’embrione e che fanno mancare l’unità e la continuità della dimensione relazionale tra bambino e madre. Fratture biologiche e psicologiche che modificano profondamente la memoria di quella che sarà la nuova umanità se la riproduzione artificiale diventerà il nuovo modo di venire al mondo.

Un essere umano in frantumi fin dai primi istanti di vita. Come si potrà a riconoscere un’invasione tecno-scientifica e una manipolazione genetica dei processi biologici e dei corpi quando queste innerveranno la vita fin dai suoi primi momenti? Diventerà normale ciò che di più lontano è rispetto alla vita, alle sue indeterminazioni, ai suoi limiti, ai suoi imprevisti.
L’essere umano all’epoca della sua riproducibilità tecnica diventa merce e un mero assemblaggio eugenetico fin dalla nascita, un prodotto del biomercato e delle cliniche di riproduzione artificiale, pronto per infinite manipolazioni e per infinite intrusioni tecno-mediche.

Eugenetica

La selezione è centrale in tutte le fasi del processo di riproduzione artificiale e anche nella maternità surrogata. Avviene su più livelli: selezione dei fornitori e delle fornitrici di gameti, selezione dello sperma, degli ovuli e infine dell’embrione. Prima di impiantare l’embrione nell’utero della futura madre nella maternità surrogata, così come per la donna che ha fatto ricorso alla procreazione medicalmente assistita viene effettuata una diagnosi pre-impianto (DPI) a livello genetico su alcuni embrioni al fine di selezionarne il migliore. Non può esserci fecondazione in vitro senza la diagnosi pre-impianto e la conseguente selezione degli embrioni. Ed è altamente consigliata dal momento in cui tutte le tecniche di fecondazione in vitro possono produrre delle anomalie all’embrione.

L’eugenetica è implicita e imprescindibile da tale tecnica ed è il motore che ha sempre spinto la ricerca nell’ambito delle tecnologie di riproduzione artificiale, prima nel loro sviluppo negli animali e poi nel trasferimento all’umano. Robert Edwards, che ha fatto nascere Louise Brown – la prima “bambina in provetta” al mondo – riteneva che sarebbe stato legittimo modificare geneticamente la specie umana quando sarebbe stato tecnicamente possibile.

La DPI viene presentata come necessaria per prevenire gravi malattie, mentre in realtà sta aprendo le porte all’eugenetica su larga scala. La DPI segue perfettamente logiche eugenetiche: se osserviamo la progressiva apertura delle legislazioni nazionali nei diversi Paesi europei, possiamo notare come si sia iniziato con le eccezioni per evitare la trasmissione di gravi malattie genetiche, poi con le patologie a insorgenza probabile, e infine, nel 2007 in Inghilterra si è autorizzato il ricorso alla DPI per evitare la nascita di un bambino effetto da strabismo.

Negli Stati Uniti è possibile, per una coppia senza problemi di fertilità e di trasmissione di patologie genetiche, andare in una clinica di fecondazione assistita con il solo scopo di effettuare la fecondazione in vitro per selezionare gli embrioni con determinate caratteristiche come il sesso e il colore degli occhi del futuro bambino. Al Fertility Institute di Los Angeles, ogni anno accedono quasi mille genitori fertili, per scegliere i loro figli e figlie su criteri di fatto eugenetici.

Anche in Ucraina, alla BioTexCom, è possibile per chi ricorre alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione artificiale scegliere il sesso del nascituro.

Gli importanti cambiamenti nelle varie legislazioni e uno sguardo globale sulle spinte del mondo biotecnologico ci mostrano come le varie limitazioni legislative sono state man mano erose e mettono in luce la tendenza globale verso la riproduzione artificiale degli esseri umani come il nuovo modo di venire al mondo.

La strada verso il transumanesimo

Quando la procreazione diventa un’operazione tecnica in laboratorio diventa produzione del vivente. L’embrione diventa un prodotto e ciò che è un prodotto può essere selezionato, scartato e sottoposto a sperimentazione e manipolazione, seguendo le logiche transumaniste di continua ottimizzazione e implementazione di tutto il processo. La modificazione genetica è parte costitutiva del paradigma di laboratorio. Con la nuova tecnologia di ingegneria genetica CRISPR/Cas 9 è possibile modificare geneticamente la linea germinale. In Cina questa soglia è già stata superata, nel novembre 2018 sono nate due bambine modificate geneticamente con la tecnologia CRISPR/Cas9. Dopo un breve momento di indignazione, la comunità scientifica internazionale ha dichiarato che per trarre il massimo beneficio dall’editing genico germinale sono necessarie linee guida, requisiti di sicurezza e soprattutto consenso sociale. Ma le linee guida riguardano sempre il passato, gli sviluppi delle ricerche sono già oltre e spianano la strada.

Nel 2018 il Comitato Bioetico Britannico, il Nuffield Council on Bioethics, nel documento “Genome editing and human reproduction: social and ethicalissues” sostiene che “La modifica del DNA di un embrione per influenzare le caratteristiche di una persona futura (modificazioni genetiche ereditarie) potrebbe essere moralmente ammissibile”16. Il passaggio sull’uomo era implicito dall’inizio, già quando torturavano la pecora Dolly.
Se un numero sempre maggiore di persone ricorrerà alle tecniche di fecondazione artificiale e alla selezione embrionale e in un secondo momento anche all’editing genetico, rifiutare di ricorrervi sarà sempre più difficile se non impossibile, la pressione sociale sarà troppo forte.

Nel frattempo, si diffonde l’idea che sia preferibile affidare la procreazione ai tecnici e alla tecnologia e che sarà meglio fornire al figlio che nascerà un’eredità genetica migliore di quella che potrebbero fornire i propri stessi gameti. Le tecniche di fecondazione assistita sono già state ridefinite come una responsabilità genitoriale, in un tempo non troppo futuro i genitori che non andranno nelle cliniche di riproduzione artificiale da irresponsabili saranno considerati come criminali. Biotecnologi ed eugenisti tra loro si chiedono semplicemente quando la procreazione diverrà tutta artificiale, quanto tempo ci vorrà a far sì che questa diventi il normale modo di venire al mondo.

La BioTexCom a Kiev è all’avanguardia negli ultimi sviluppi tecnici nell’ambito della riproduzione artificiale ed è significativo che il proprietario di questa clinica abbia descritto la biotecnologia come l’industria del futuro con uno sguardo verso gli sviluppi dell’editing del genoma e dell’ectogenesi.

L’Intelligenza Artificiale converge con le tecnologie di riproduzione assistita con algoritmi che analizzano il miglior embrione da impiantare e algoritmi che monitorano in tempo reale lo sviluppo embrionale in previsione della realizzazione di un utero artificiale. Questo ci proietta in un futuro in cui nascere non sarà più essere spinti nel mondo o tratti al mondo, ma essere estratti e separati da un supporto tecnologico. Si potrà quindi essere divisi dal corpo della madre, ma non essere nati. Nascere non sarà più emergere dal corpo della madre.

Risalire all’origine del processo di frammentazione della procreazione è utile per capire come si sta giungendo all’utero artificiale, comprendendo che a partire dell’inseminazione intrauterina il punto di arrivo inevitabile è la totale artificializzazione della procreazione.

Il controllo, la gestione e la manipolazione del processo procreativo in ogni fase dello sviluppo, l’ossessione per la creazione della vita trasparivano già, a fine ‘800, dalle parole del biologo statunitense Jacques Loeb e da tutto quel mondo che rappresentava: “Volevo prendere in mano la vita e giocare con essa. Volevo manipolarla nel mio laboratorio come qualsisi altra reazione chimica, darle inizio, fermarla, studiarla in qualsiasi condizione, dirigerla a mio piacimento”17. J.B.S. Haldane coniò il termine ectogenesi per indicare lo sviluppo di un nuovo essere fuori dal corpo materno considerandola come un’importante opportunità di ingegneria sociale in una società eugenetica laddove una separazione completa della procreazione dal sesso avrebbe portato a una “liberazione dell’umanità”18.

In questo significato originario e in questo orizzonte bisogna comprendere come maternità surrogata, procreazione medicalmente assistita, selezione embrionale, sperimentazioni su embrioni, modificazioni genetiche, utero artificiale sono tutti aspetti profondamente interconnessi del medesimo mondo eugenista e transumanista.


Restare umani

La maternità surrogata si fonda sul diritto a un figlio. Ma non esiste il diritto di avere un figlio, né per le coppie eterosessuali, né per quelle omosessuali, né per una persona sola. Questo presunto diritto serve come pretesto per l’espropriazione della procreazione e nei laboratori della tecno-riproduzione ogni limite può e deve essere infranto ed eliminato.

La maternità surrogata e tutte le tecniche di riproduzione artificiale vengono presentate come una soluzione medica all’infertilità, ma nella realtà non la curano. Fin dall’origine queste tecniche non sono mai state pensate e messe a punto come una cura per l’infertilità, ma come un modo per selezionare l’essere umano.

L’infertilità è in netto aumento per la diffusione e la somma di molteplici nocività: pesticidi, ftalati, pfas, onde elettromagnetiche, sieri genici a mRNA, ecc… e per il rimandare la gravidanza oltre alle possibilità biologiche con l’illusione che la tecnica possa offrire sempre una soluzione.

Per far fronte all’aumento dell’infertilità e della denatalità non vengono contrastate le cause ambientali e non vengono attuate misure per aiutare le coppie in difficoltà economica e per sostenere le donne sole in difficoltà a portare avanti la gravidanza. Quelle famiglie, quelle donne e quelle nascite non devono esserci. Gli unici figli promossi e sostenuti sono quelli che escono dal laboratorio.

Sterilità è il nuovo paradigma. Sterilità fisica, mentale, spirituale. Esseri umani resi sterili nella capacità di procreare, nella capacità di pensare, nella possibilità di comprendere il reale e, in ultima istanza, nella possibilità di difendersi, di resistere, di lottare. L’umanità dovrà nascere, vivere e morire in ambiente sterile.

Per quanto riguarda le coppie omosessuali o le donne sole la maternità surrogata e le tecniche di riproduzione artificiale vengono promosse con la retorica della non discriminazione. Ma sfugge l’essenziale, che il bambino ha bisogno di entrambe le figure genitoriali, la madre e il padre, la donna e l’uomo, e queste non possono essere sostituite e rimodellate in infinite combinazioni e bricolage. “È nella necessaria complementarietà della genitorialità che gli esseri umani riconoscono sia la loro differenza che la loro dipendenza reciproca. […] La diversità sessuale dei genitori è un valore fondamentale, universale, etico, biologico. Non sarebbe senza gravi conseguenze etiche o culturali il cercare di neutralizzare il principio stesso della duplice origine dell’uomo”, leggiamo da Sylviane Agacinski19.

Le tecno-scienze non sono neutrali non solo in ciò che si prefiggono, che arrivino o meno al risultato, ma già a monte, nella loro idea di riprogettazione del mondo che rende i corpi tutti disponibili, smembrabili e modificabili. Tutto ciò che è tecnicamente possibile diventa eticamente accettabile e ciò che era impensabile e inaccettabile fino a poco tempo prima diventa gradualmente normale. La procreazione, le radici sessuate, l’umanità nelle dimensioni che la contraddistingono e la stessa realtà sono le ultime frontiere del transumanesimo per una radicale trasformazione ontologica a antropologica dell’essere umano.

La procreazione è una questione centrale. Regolamentare la maternità surrogata e le tecniche di fecondazione artificiale equivale a diffonderle e normalizzarle. Non è possibile nessuna regolamentazione, la linea del discorso deve essere tracciata prima. Dobbiamo avere ben in mente quei confini inviolabili e non negoziabili, ciò che non sarà mai eticamente accettabile. Ci sono dei nodi attorno cui non è possibile alcuna discussione, alcuna contrattazione, alcun indietreggiamento, dei nodi che non possono essere soggetti alla relativizzazione e al criterio dell’utile. La dimensione della procreazione non è disponibile, i corpi non sono disponibili, il vivente non è disponibile.

Note:

1 http://www.uteroinaffitto.com/dossier-di-rai-2-maternita-surrogata-presso-biotexcom/

2Anne Schaub-Thomas, Un cri secret d’enfant: Attachement mère-enfant, mémoires précoces, séparation-abandon, Les Acteurs du savoir, 2017, trad.it., Il grido segreto di un bambino. Maternità surrogata e il diritto di chi nasce, Lindau, 2024.

3Globalization and Transnational Surrogacy in India: Outsourcing Life, cit. in Daniela Danna, Fare un figlio per altri è giusto? Falso, Laterza, 2017.

4María Vélez, Grave morbilità materna e neonatale tra le portatrici gestazionali, in Annals of Internal Medicine,Vol. 177 , Num. 11, settembre 2024, https://www.acpjournals.org/doi/10.7326/M24-0417

5Diane Tober, Eggonomics: The Global Market in Human Eggs and the Donors Who Supply The Egg, Routledge, 2024.

6Rina Raphael, The ‘Wild, Wild West’ of the American Egg Donor Industry, https://www.thefp.com/p/fertility-industry-preys-on-female-egg-donors

7https://indd.adobe.com/view/5e2442b5-7d8b-4e45-85ec-7ce08e30a659

8https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4106369/pdf/nihms605211.pdf

9https://www.theguardian.com/lifeandstyle/2021/nov/07/

10Tèmoignage: Je suis un produit de la gestation puor autrui, https://www.juristespourlenfance.com/2015/06/02/temoignage-je-suis-un-produit-de-la-gestation-pour-autrui/

11 Anne Shaub-Thomas, op.cit.

12 Olivia Maurel, Nata da madre in affitto, https://feministpost.it/insights-reflections/nata-da-madre-in-affitto/, https://www.instagram.com/reel/C0J8jwgoBff/

13 Anne Shaub-Thomas, op.cit.

14Laura Isabel Gómez García, Microchimerismo: Il legame madre-figlio che non si può comprare, in Per l’abolizione della maternità surrogata, AA.VV., Ortica edizioni, 2023; in ¿Gestación subrogada?un enfoque feminista abolicionista de la explotación reproductiva, Ciudad Real. España, 2023.

15Anne Schaub-Thomas, op.cit.

16 Nuffield Council on Bioethics. Editing del genoma e riproduzione umana: Questioni sociali ed etiche. <http://nuffieldbioethics.org/wp-content/uploads/Genome-editing-and-human-reproduction-short-guide-website.pdf>

17Silvia Guerini, Costantino Ragusa, (a cura di), I figli della macchina. Biotecnologie, riproduzione artificiale, eugenetica, AA.VV., Asterios edizioni, 2024.

18J.B.S. Haldane, Daedalus, or Science and the Future, Cambridge, 1923.

19Sylviane Agacinski, Politique des sexes, Seuil, 1998.

Silvia Guerini, www.resistenzealnanomondo.org, Aprile 2025,
pubblicato in spagnolo in Iglesia Viva. Pensamiento crítico y cristianismo, num. 301, 2025, https://iviva.org/

Silvia Guerini: Verità, realtà, tradizione e libertà: la nostra resistenza al grande sradicamento di Paul Cudenec

Paul Cudenec in Winter Oak

Leggi qui: https://winteroak.org.uk/2024/07/22/truth-reality-tradition-and-freedom-our-resistance-to-the-great-uprooting/

Truth, reality, tradition and freedom: our resistance to the great uprooting

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“Se non c’è realtà e se non c’è verità, non può esserci nemmeno libertà”.

Silvia Guerini è una potente critica contemporanea del sistema tecno-scientifico e della minaccia multiforme rappresentata dalla sua agenda globale.

Ha un background nell’ecologia radicale e invoca una nuova resistenza del XXI secolo che vada oltre le “categorie stantie e polverose” della “destra” e della “sinistra”. [1]

La posta in gioco oggi, afferma, è il futuro stesso dell’umanità, con uno scontro storico tra “due visioni opposte del mondo, della vita, della natura, degli esseri umani”. [2]

“Non ci sono più scuse. Non possiamo più aspettare chi non vuole capire, chi persegue progetti marginali, chi non ha una critica totale e netta di ogni aspetto e di ogni elemento fondamentale del progetto transumanista“. [3]

”Dobbiamo trovare una sponda sicura: quella linea di resistenza per chi è determinato a rimanere ancorato alla realtà, in difesa dell’umanità e in difesa di tutto ciò che è vivo”. [4]

“Formiamo alleanze per respingere l’avanguardia transumanista”. [5]

Una di queste alleanze è emersa quando due gruppi in cui Guerini è coinvolto in Italia – Resistenze al nanomondo [6] e FINAARGIT (Rete internazionale femminista contro tutte le riproduzioni artificiali, l’ideologia di genere e il transumanesimo) [7] – hanno protestato davanti alla Fiera del Bambino di Milano nel 2023. [8]

La loro azione è stata sostenuta da femministe di Genova e Milano, da una rete cattolica che raccoglie sostegno da varie città italiane e da gruppi che si oppongono al “Green Pass” (passaporto vaccinale) e ai sieri genici a mRNA.

Guerini ha avvertito che la crescita dell’industria della riproduzione artificiale rischia di portare a quello che lei definisce “un mondo senza madri”.

In un articolo pubblicato nel 2022 sulla rivista francese Ecologie & Politique, ha spiegato che gli eugenetisti dietro i bambini in provetta e la maternità surrogata hanno ora messo gli occhi sull’ingegneria genetica e sugli uteri artificiali, che escluderebbero le donne dal processo riproduttivo. [9]

Sebbene l’attuale giustificazione di questa tecnologia fosse di natura medica, ovvero aiutare le persone che non potevano avere figli in modo naturale, l’obiettivo a lungo termine dell’industria era senza dubbio quello di rendere la riproduzione artificiale la norma e trasformare i bambini in ulteriori “prodotti” industriali.

Guerini ha scritto: “L’uso del proprio corpo sarebbe considerato un segno di inferiorità sociale e povertà.

Una madre naturale sarebbe considerata potenzialmente irresponsabile, come le madri che attualmente optano per il parto in casa, rifiutando l’ospedalizzazione e la medicalizzazione del processo… Il parto naturale sarebbe prima considerato irresponsabile, poi criminale”.

Alla fine, gli uteri artificiali sarebbero stati richiesti, o meglio commercializzati, come un “diritto” per tutti, comprese le persone ‘transgender’, aveva previsto.

Infatti, aveva osservato che “gli interessi e le richieste del movimento LGBTQ+ e del transfemminismo in materia di riproduzione convergono con quelli del sistema tecno-scientifico e transumanista”.

Ciò che era in gioco, ha spiegato nel suo libro del 2023 From the ‘Neutral’ Body to the Postmodern Cyborg: A Critique of Gender Ideology, era «una nuova identità sintetica, una dissociazione dal proprio corpo sessuato e la rivendicazione di nuovi diritti concessi da una sinistra progressista, arcobaleno e transgenica insieme alle organizzazioni LGBTQ+ e all’apparato farmaceutico e bionanotecnologico». [10]

«Questo non è un movimento di base, è un progetto d’élite, si stanno investendo molti soldi per promuovere una condizione corporea dissociativa che ci slega dai nostri corpi sessuati.

«La causa LGBTQ+ è ora in cima all’agenda dei potenti, e i suoi sostenitori sono ai vertici dei media, del mondo accademico e soprattutto delle grandi imprese, della grande filantropia e della grande tecnologia».

Guerini ha scritto in Dal corpo “neutro” al cyborg postmoderno: “L’industria trans, con tutto il suo splendore, sta ora attaccando ragazze, ragazzi e adolescenti.

”La pressione esercitata attraverso i social media, la stampa e la televisione e in ogni ambito culturale, specialmente in una cultura progressista, sta diventando sempre più forte”.

Un ulteriore elemento preoccupante è stata la parallela sessualizzazione dei bambini, approvata ufficialmente, che “servirà anche a sdoganare la pedofilia come nuovo ‘orientamento sessuale’”.

Guerini ha contestato il modo in cui la fluidità e la decostruzione del significato ci vengono oggi presentate come ‘progressiste’.

Ha osservato: “La fluidità è l’antitesi della densità, di ciò che persiste, che non cambia, che resiste e fornisce un punto d’appoggio sulla terra.

“L’essere umano, concepito come un fluido qualsiasi, sarà in grado di assumere qualsiasi forma desideri”.

“Nessuna ragazza e nessun ragazzo nasce nel corpo sbagliato… Noi non abbiamo un corpo, noi siamo il nostro corpo e molte delle nostre esperienze hanno origine proprio da quel corpo”.

Quello a cui stavamo assistendo, ha detto, era un attacco alla vita, alla natura, a «ciò che nasce, in contrapposizione a ciò che è artificiale».

«Tutti i legami con il mondo reale, naturale, devono essere recisi. Tutto deve essere artificiale, sintetico e virtuale».

E, ha avvertito, il prezzo della cosiddetta «emancipazione» dal mondo vivente e dai suoi vincoli naturali era «la sottomissione ai vincoli tecnologici del mondo delle macchine».

L’ideologia transumanista, incarnata nei progetti e negli obiettivi della Silicon Valley, dei principali centri di ricerca, di varie fondazioni e gruppi internazionali, cercava di eliminare i processi vitali e i corpi.

L’obiettivo finale era quello di «trasformare l’essere umano e tutto ciò che è vivo in un mondo artificiale, cibernetico e ingegnerizzato», che sarebbe poi stato dichiarato l’unico mondo possibile e immaginabile.

Ciò comporterebbe, come ha scritto Guerini altrove, la completa eradicazione del nostro senso di identità, «lo strappo e la sottomissione dello spirito più profondo dell’essere umano» e, in ultima analisi, la cancellazione del «senso stesso dell’umanità». [11]

«È in atto una demolizione totale delle precedenti forme di esistenza: il modo in cui si viene al mondo, il sesso biologico, l’educazione, le relazioni, la famiglia, persino l’alimentazione, che sta per diventare sintetica.

«Non deve esserci spazio per ciò che sarà considerato obsoleto e un ostacolo agli imperativi del sistema tecno-scientifico». [12]

Con i bambini assediati dalla propaganda, i libri riscritti per allinearsi all’agenda globale e i contenuti banalizzati, la capacità di pensare delle generazioni future veniva deliberatamente ostacolata, ha sottolineato.

«Meno parole, parole meno difficili, frasi e espressioni meno numerose e più povere, senso e significato meno ricchi ma più orientati ideologicamente, minore varietà narrativa e narrazioni sempre più povere sul mondo. Tutto è addolcito e abbellito».

Questo targeting dei bambini, in particolare quando sono a scuola e al di fuori della protezione delle loro famiglie, equivale a un programma deliberato di ingegneria sociale.

“Non c’è bisogno di bruciare i libri, basta riscriverli. È un attacco alla capacità di sviluppare il pensiero critico e quindi alla possibilità stessa di sviluppare una coscienza critica; un attacco che inizia a plasmare ragazze e ragazzi fin dalla tenera età, costruendo individui vuoti, superficiali, privi di profondità, sterili, neutri, fluidi, per una servitù volontaria necessaria al progetto transumano e postumano”.

«Le nuove generazioni sono il banco di prova del nuovo ordine mondiale, ecco perché è così importante strappare i bambini alle famiglie, consegnarli a tecnici in camice bianco che li plasmeranno secondo i nuovi dettami transumani». [13]

In una conferenza del dicembre 2023 dal titolo “La verità nella scienza” tenuta per la Scuola Monastica Sinclètica, [14] Guerini ha sottolineato l’inimmaginabile gravità e portata della separazione che ci viene preparata.

“Ci stiamo muovendo verso una completa dissociazione da noi stessi, dalla procreazione, dalla vita, dalla morte, dalla realtà, dalla verità”.

«Oggi tutto ciò che apparteneva al passato deve essere considerato obsoleto, un errore, qualcosa da superare continuamente, in un superamento che non avrà mai fine.

Il passato diventa qualcosa da cancellare per spezzare il filo che ci lega a una storia, a una tradizione, a un’appartenenza, per la transizione verso una nuova umanità sradicata, senza passato, senza memoria, senza un presente e un futuro che possano reggersi proprio sul passato, una nuova umanità disumanizzata nella sua essenza, totalmente nelle mani dei manipolatori della realtà e della verità». [15]

Come ha scritto, la rimozione delle identità culturali e la perdita dei rituali e delle tradizioni «significa rendere un popolo vuoto e fragile», bersaglio perfetto per la manipolazione da parte dei «plastificatori dell’uomo» che hanno privato le loro vite di ogni significato reale. [16]

Riferendosi all’opera di Ernst Jünger, ha scritto: «L’essere umano, ridotto a uno spettro, non può che vagare tra le rovine, le macerie e i deserti». [17]

Per Guerini, di fronte a questo grande sradicamento dal terreno sano e naturale della vita «selvaggia e libera», [18] abbiamo urgente bisogno di riaffermare la realtà e la verità: «Se non c’è realtà e se non c’è verità, non può esserci nemmeno la libertà». [19]

L’impulso alla verità è una condizione necessaria per la coesione all’interno di una comunità, secondo lei.

«La verità è il fondamento esistenziale dell’uomo, la sua disintegrazione va di pari passo con la disintegrazione della società e di qualsiasi comunità». [20]

Per contrastare questa disintegrazione e la conseguente «desacralizzazione dell’esistenza», [21] dovremmo ricordare che esiste «una Verità che viene da altrove, che possiamo cogliere, sentire, che è lì, che viene da lontano, che viene tramandata: è la Verità della Tradizione e dello Spirito». [22]

«Dobbiamo tornare a scandire il ritmo della nostra vita con i rituali, con il ciclo delle stagioni, con il culto dei morti, con il recupero delle tradizioni». [23]

«Ogni comunità ha una dimensione corporea e una dimensione spirituale e tesse un legame corporeo e spirituale con il luogo in cui vive. Attraverso i rituali, la comunità riconosce se stessa e il proprio posto nel mondo al di là del momento contingente.

“I riti contribuiscono a radicare e a far durare un’esistenza singola in un tempo, in un territorio, in una comunità. Creano lo spirito di una comunità radicata.

“Creano un legame al di là della contingenza, un riconoscimento di ciò che rimane al di là del nostro tempo. Creano un ritmo comune in relazione alle cose, al tempo, al mondo naturale, agli altri esseri viventi, permettono una risonanza”. [24]

In tutto il suo lavoro, Guerini non rifugge mai dalla gravità della situazione che l’umanità sta affrontando né dalla difficoltà di superare la minaccia.

Ma allo stesso tempo insiste sulla necessità vitale di mettere da parte le nostre paure e impegnarci nella grande battaglia [25] per il futuro.

«La tempesta sta arrivando, che gli spiriti liberi si alzino per combattere senza aspettative, senza calcoli, senza giustificazioni». [26]

«Dobbiamo essere disposti a combattere anche una battaglia persa per mantenere il senso dell’umanità libero dal mondo delle macchine, per trasmettere a chi verrà dopo di noi un altro senso della vita.

«Sotto le macerie arderanno fuochi che, proprio come stiamo già facendo noi, manterranno acceso il sentiero della resistenza». [27]

[Versione audio]

Link al video: Silvia Guerini, «Verso l’abolizione della maternità surrogata». (3 min)

Versione originale:

“If there is no reality and if there is no truth, there can be no freedom either”

Silvia Guerini is a powerful contemporary critic of the techno-scientific system and the multi-pronged threat of its global agenda.

She has a background in radical ecology and calls for a new 21st century resistance that goes beyond the “stale and dusty categories” of “right” and “left”. [1]

What is at stake today, she says, is the very future of humanity, with a historic clash taking place between “two opposing visions of the world, of the living, of nature, of human beings”. [2]

“There are no more excuses. We can no longer wait for those who do not want to understand, those who pursue marginal projects, those who do not have a total and clear-cut critique of every aspect and every fundamental element in the transhumanist project”. [3]

“We need to find a firm shore: that line of resistance for those of us who are determined to remain anchored to reality, in defence of humanity and in defence of all that is living”. [4]

“Let’s form alliances to repel the transhumanist vanguard”. [5]

One such alliance was in evidence when two groups in which Guerini is involved in Italy – Resistenze al nanomondo [6] and FINAARGIT (International Feminist Network Against All Artificial Reproduction, Gender Ideology and Transhumanism) [7] – protested outside the Milan Baby Fair in 2023. [8]

Their action was supported by feminists from Genoa and Milan, by a Catholic network drawing support from various cities in Italy and groups who opposed the “Green Pass” (vaccine passport) and mRNA gene sera.

Guerini has warned that the growth of the artificial reproduction industry threatens to lead to what she calls “a world without mothers”.

In an article for the French journal Ecologie & Politique in 2022, she explained that the eugenicists behind test-tube babies and surrogate motherhood now had their sights on genetic engineering and artificial wombs which would cut women out of the reproductive process. [9]

While the current justification for the technology was on medical grounds, helping people who could not have babies naturally, the long-term goal for the industry was no doubt to make artificial reproduction the norm and turn babies into yet more industrial “products”.

Guerini wrote: “The use of your own body would be considered a sign of social inferiority and poverty.

“A natural mother would be considered potentially irresponsible, like mothers who currently opt for home birth, refusing the hospitalisation and medicalisation of the process… Natural childbirth would first be treated as irresponsible, then criminal”.

Artificial wombs would eventually be demanded, or rather marketed, as a “right” for everyone, including “transgender” people, she predicted.

Indeed, she noted that “the interests and the demands of the LGBTQ+ movement and of transfeminism on the subject of reproduction converge with those of the techno-scientific and transhumanist system”.

What was involved, she set out in her 2023 book From the ‘Neutral’ Body to the Postmodern Cyborg: A Critique of Gender Ideology, was “a new synthetic identity, a dissociation from one’s sexed body and a claim to new rights bestowed by a progressive, rainbow and transgenic left together with LGBTQ+ organisations and the pharmaceutical and bionanotechnological apparatus”. [10]

“This is not a grassroots movement, it is an elite project, a lot of money is being invested to promote a dissociative body condition that unties us from our sexed bodies.

“The LGBTQ+ cause is now high on the agenda of the powerful, and its advocates are at the top of the media, in academia, and especially in Big Business, Big Philanthropy, and Big Tech”.

Guerini wrote in From the ‘Neutral’ Body to the Postmodern Cyborg: “The glittery trans industry is now attacking girls, boys and adolescents.

“The pressure exerted through social media, print and television and in every cultural sphere, especially in a progressive culture, is becoming stronger and stronger”.

A further worrying element was the parallel officially-approved sexualisation of children which “will also serve to clear paedophilia as a new ‘sexual orientation’”.

Guerini took issue with the way that fluidity and deconstruction of meaning were today being presented to us as “progressive”.

She observed: “Fluidity is the antithesis of density, of that which persists, which does not change, which endures and provides a foothold in the earth.

“The human being, conceived like any fluid, is supposed to be able to take on any form someone may want it to take”.

“No girl and no boy is born in the wrong body… We do not have a body, we are our body and many of our experiences originate from that very body”.

What we were witnessing, she said, was an attack on life, on nature, on “what is born, as opposed to artificial”.

“All ties to the real, natural world must be severed. Everything must be artificial, synthetic and virtual”.

And, she warned, the price for so-called “emancipation” from the living and its natural constraints was “submission to the technological constraints of the machine world”.

Transhumanist ideology, embodied in the projects and aims of Silicon Valley, major research hubs, various foundations and international groups, sought to dispose of living processes and bodies.

The end goal was to “transform the human being and everything living into the artificial, cybernetic and engineered world” which would then be declared to be the only possible and imaginable world.

This would involve, Guerini has written elsewhere, the complete eradication of our sense of identity, “the tearing and subjugation of the deepest spirit of the human being”, and ultimately the cancellation of the “very sense of humanity”. [11]

“A total demolition of the previous forms of existence is underway: how one comes into the world, biological sex, education, relationships, the family, even the diet that is about to become synthetic.

“There must be no room for what will be deemed obsolete and a hindrance to the imperatives of the techno-scientific system”. [12]

With children besieged with propaganda, books re-written to align with the global agenda and the content dumbed down, future generations’ ability to think was being deliberately stunted, she pointed out.

“Fewer words, less difficult words, fewer and poorer sentences and phrases, less but more ideologically oriented sense and meaning, less narrative variety, and poorer and poorer narratives about the world. Everything is sweetened and glittered”.

This targeting of children, notably when they were at school and beyond the protection of their families, amounted to a deliberate programme of social engineering.

“There is no need to burn books, just rewrite them. It is an attack on the capacity to develop critical thinking and thus on the very possibility of developing critical awareness; an attack that begins to mould girls and boys from an early age, building empty, superficial, depthless, sterile, neutral, fluid individuals, for a voluntary servitude necessary for the transhuman and posthuman project”.

“New generations are the testing ground for the new world order, which is why it is so central to tear children away from families, to hand them over to technicians in white coats who will mould them according to the new transhuman dictates”. [13]

In a December 2023 ‘Truth in Science’ lecture for the Sinclètica Monastic School, [14] Guerini stressed the unimaginable severity and scope of the separation being planned for us.

“We are moving towards a complete dissociation from ourselves, from procreation, from life, from death, from reality, from truth”.

“Today, everything that belonged to the past must be regarded as obsolete, as an error, as something continually to be overcome, in an overcoming that will never end.

“The past becomes something to be erased in order to break the thread that binds us to a history, to a tradition, to a belonging, for the transition towards a new uprooted humanity, without past, without memory, without a present and a future that can be held up precisely on the past, a new humanity dehumanised in its essence, totally in the hands of the manipulators of reality and truth”. [15]

As she has written, the removal of cultural identities and the loss of rituals and traditions “means making a people empty and fragile”, the perfect targets for manipulation by the “shapers of men” who have dispossessed their lives of real meaning. [16]

Referencing the work of Ernst Jünger, she wrote: “The human being, reduced to a spectre, can only wander among the ruins, the rubble and the deserts”. [17]

For Guerini, in the face of this great uprooting from the healthy and natural soil of “wild and free” living, [18] we urgently need to reaffirm reality and truth: “If there is no reality and if there is no truth, there can be no freedom either”. [19]

The impulse for truth is a necessary condition for there to be cohesion within a community, in her view.

“Truth is the existential foundation of the human, its disintegration runs parallel with the disintegration of society and any community”. [20]

To counter this disintegration and the associated “desacralisation of existence”, [21] we should remember that there is “a Truth that comes from elsewhere, that we can grasp, feel, that is there, that comes from afar, that is handed down – it is the Truth of Tradition and Spirit”. [22]

“We must return to the setting of the rhythm of our lives by ritual, by the cycle of the seasons, by the cult of the dead, by the recovery of traditions”. [23]

“Each community has a bodily and a spiritual dimension and weaves a bodily and spiritual bond with the place where it lives. Through rituals, the community recognises itself and its place in the world beyond the contingent moment.

“Rites contribute to rooting and making a single existence endure in a time, in a territory, in a community. They create the spirit of a rooted community.

“They create a link beyond contingency, a recognition of what remains beyond our time. They create a common rhythm in relation to things, to time, to the natural world, to other living beings, they allow a resonance”. [24]

Throughout her work, Guerini never shies away from the seriousness of the situation humankind is facing or the difficulty of overcoming the threat.

But at the same time she insists on the vital need to push aside our fears and engage in the great battle [25] for the future.

“The storm is coming, let the free spirits rise to fight without expectations, without calculations, without justifications”. [26]

“We must be willing to fight even a losing battle to keep the sense of humanity free from the machine-world, to transmit to those who will come another sense of life.

“Under the rubble, fires will burn which will, just as we are already doing, keep alight a path of resistance”. [27]

[Audio version]

Video link: Silvia Guerini, ‘Towards the Abolition of Surrogate Motherhood‘. (3 mins)

This article also serves as the newly-added profile of Silvia on the organic radicals website.

[1] Silvia Guerini, ‘Reality held hostage by artificial dismantling and reconstruction’ July 2023.
https://www.resistenzealnanomondo.org/documenti/la-realta-ostaggio-da-smontaggi-e-ricostruzioni-artificiali-silvia-guerini/
[2] Guerini, July 2023.
[3] Silvia Guerini, ‘The inevitable siege of the human being has been ready for some time. From the taking of bodies to the taking of the spirit. Reading Ernst Jünger’. Resistenze al nanomondo, March 2022. https://www.resistenzealnanomondo.org/necrotecnologie/linevitabile-assedio-dellessere-umano-e-pronto-da-tempo-dalla-presa-dei-corpi-alla-presa-dello-spirito-leggendo-ernest-junger/
[4] Silvia Guerini, From the ‘Neutral’ Body to the Postmodern Cyborg: A Critique of Gender Ideology, (Little River/Mission Beach, Australia: Spinifex Press, 2023). Pdf version, no page numbers. 
[5] Silvia Guerini, ‘Towards the Abolition of Surrogate Motherhood’.
https://www.youtube.com/watch?v=ijsdgIZjORk
[6] https://www.resistenzealnanomondo.org/
[7] http://finaargit.org/
[8] https://winteroak.org.uk/2023/05/24/anti-transhumanists-target-milan-baby-fair/
[9]
https://winteroak.org.uk/2023/01/01/the-acorn-79/
[10] Guerini, From the ‘Neutral’ Body to the Postmodern Cyborg.
[11] Guerini, March 2022.
[12] Guerini, From the ‘Neutral’ Body to the Postmodern Cyborg.
[13] Guerini, From the ‘Neutral’ Body to the Postmodern Cyborg.
[14] Silvia Guerini, ‘Truth in Science’ lecture for Sinclètica Monastic School, December 16, 2023, https://sincletica.cat/guerini/
[15] Guerini, lecture.
[16] Guerini, July 2023.
[17] Guerini, March 2022.
[18] Guerini, From the ‘Neutral’ Body to the Postmodern Cyborg.
[19] Guerini, lecture.
[20] Guerini, lecture.
[21] Guerini, March 2022.
[22] Guerini, lecture.
[23] Guerini, lecture.
[24] Guerini, March 2022.
[25] Guerini, July 2023.
[26] Guerini, March 2022.
[27] Guerini, July 2023.

Amnesie nucleocratiche. Piccoli promemoria per la nuova età nucleare – Dario Stefanoni



Amnesie nucleocratiche. Piccoli promemoria per la nuova età nucleare
 

Le centrali nucleari sono state costruite su profondi vuoti di memoria.
Jean-Marc Royer

Da quando il parlamento europeo ha inserito l’energia nucleare nella “tassonomia verde” delle fonti sostenibili da stimolare e finanziare, il 6 luglio 2022, dietro plausibile spinta della Francia, ecco tornare a farsi gradualmente largo – anche tra i social network e giovani, rampanti giornalisti scientifici – una rinnovata propaganda nuclearista, adatta a tutti i palati e a tutte le età: smart e à la page, cinico-ironica e accuratamente “de-ideologizzata”. Alla maniera dei rapporti del Club di Roma, s’intende, il che equivale a dire più ideologica che mai, ossia nominalmente né di destra né di sinistra così che possa fagocitarle entrambe in un sol boccone, secondo i dettami di una tecnocrazia scientista, neofeudale e organicamente capitalista, anfibia tra pubblico e privato, conservativa delle disuguaglianze economiche e sociali, progressista quanto a tutto ciò che equivalga a informatizzare, manipolare e artificializzare il vivente. Alla bisogna, con originali coloriture di apparente sovranismo energetico e quel giusto tocco di politicamente scorretto, così da raccogliere – chissà – qualche anticonformistico placet dal sedicente fronte del dissenso, e dall’altra sdoganando pure tra i benpensanti della neosinistra e tra gli antifa della domenica un tabù, quello atomico, se non proprio caldo ancora tiepido, via.
Portato a distinguersi giusto nella real politik dall’ecologismo unicornista e turbodigitale di Greta Thunberg e dei Friday for Future, stemperandone l’escatologia climatica dai buoni sentimenti ecoansiogeni – da istericamente messianica a virilmente realista – all’occorrenza potrà vantare più apertamente nuance criptomilitariste e antidemocratiche, così da esplicitare l’ovvio come dono di schiettezza scientifica, di obiettivissimo business plan del pianeta e dell’umanità tutta, per rispondere a quegli straccioni minimalisti della decrescita felice o del razionamento green con il luculliano massimalismo energivoro di un parco nucleare sperimentale e nuovo di pacca, a base di minireattori che più “puliti” e “sicuri” non si può, portentosi autofertilizzanti dispensatori di energia gratuita e illimitata per tutti, e chissà quant’altro. Chiamalo, se vuoi, ambientalismo razionale. Pro-nucleare, pro-biotech, pro-5g, pro-vax, pro-tutto, purché non si parli mai, chiaro, di “correlazioni” e “effetti collaterali”. E che termini quali “radioattività” e “scorie” spariscano possibilmente dalla circolazione, a meno di possedere un dottorato in Ingegneria Nucleare che dia il diritto di parlarne, così da lasciar presto sgombra la strada alle nuove centrali prossime venture – ché le emorragie di Co2 incalzano, gli eventi climatici estremi incombono, e insomma c’è fretta.
Perché la Santissima Tecno-Inquisizione 2.0 dell’Antropocene termocapitalista e transumanista non ammette obiettori, disertori e imboscati, e se non ti rimetti immediatamente alla superiorità morale del clero tecnico di esperti, accademici e analisti, la condanna di “antiscientifico”, ossia di irriformabile paria del proprio tempo, non te la leva nessuno. E se rimanesse qualche dubbio, un monito apparso sul quotidiano francese L’opinion nel settembre 2021, basterà a dissiparlo: “Essere contro il nucleare è l’equivalente climatico dell’essere no vax: il rifiuto della ragione”. Sembra poco, ma vi è presente tutto lo spirito di un’epoca: piuttosto sorprendentemente per chi riteneva che l’uscita dal nucleare fosse tra i pochi approdi etici largamente condivisi, almeno in Italia, alla cui necessità il XX secolo ci aveva traumaticamente aperto gli occhi, ci si trova d’improvviso a ritrovare intatti, nel segno di un grottesco revisionismo post-storico in grado ormai di sminuire e negare qualsiasi cosa, quelle stesse inossidate bugie propagandistiche di un’epoca remota, precedenti perfino alle prime proteste di Three Mile Island nel 1979. 
Svecchiati appena nelle strategie di comunicazione e con agili ritocchi metodologici – decentralizzando di qua e rinverdendo di là, simulando trasparenza informativa e vive apprensioni di sostenibilità ambientale – la riscossa dei nuovi nuclearisti procede quieta ma inesorabile, forte anche di quanto è stato possibile imporre e tollerare negli anni della deriva autoritaria biomedicalizzata da Covid. L’industria nucleare, del resto, avrà storicamente e tecnicamente ben qualcosa da dire quanto alla gestione di stati d’eccezione e di disastri sanitari e ambientali, nonché quanto a medicina sperimentale e cavie umane – e anche comprensibilmente, visto il clima politico, sociale e culturale nuovamente favorevole, ritorna in scena per far presente il discreto primato maturato, in altri anni, in questi stessi campi.  Così, nel crescente e inostacolato processo recente di militarizzazione coatta e di rinnovata corsa agli armamenti, anche le risorse dialettiche dell’Internazionale Nuclearista possono di conseguenza affilarsi, e con le giuste tempistiche, il nuovo corso di “no nuke” –  già rietichettati in questi termini – potrà forse candidarsi come la prossima classe di “scimpanzé del futuro” da porre alla pubblica gogna, ossia di nuovi bifolchi complottisti da discriminare, emarginare e reprimere (tornando  indistinguibili dalla vecchia nomea di “pacifisti”, altra vetusta specie di dissidenti per costituzione ostili alle magnifiche sorti progressive del nucleare).
A permettere l’inattesa rimonta del nuclearismo vi è, ovviamente, anche l’Apocalisse secondo Co2, con la democratica, egualitaria stratosferizzazione delle cause dell’intossicazione planetaria. Pare, infatti, che grazie all’annunciato Armageddon climatico da diossido di carbonio, la cui responsabilità si può equamente comminare a tutte le masse del pianeta dotate di un’automobile o di una mucca, si possano lecitamente e legalmente trascurare tutti gli altri tipi di inquinamento di là da quello atmosferico, nonché tutti gli altri veleni sì ugualmente e indifferentemente sparsi in aria, in acqua e nel suolo, ma in genere di giurisdizione pressoché esclusiva di determinati apparati industriali e scientifici – radionuclidi inclusi, appunto. Come i pesticidi, gli OGM, l’inquinamento elettromagnetico e molto altro, anche la radioattività di combustibili e residui fissili parrebbe usufruire dell’indulgenza generale, relativamente libera da attenzioni politiche e responsabilità economiche; sarà perciò il caso di approfittarne, tanto più che l’industria nucleare di Co2 ne produce giusto in fase di cantiere, e quindi (così dicono) dev’essere senz’altro un’energia green, di quelle capaci di salvare il pianeta dalla catastrofe imminente.
Gira poi voce che ultimamente l’epidemia mondiale di cancro e di altre malattie degenerative sia giunta a tali livelli di diffusione e varietà che l’energia nucleare potrebbe correre meno di un tempo il rischio di passare tra le loro principali responsabili (nonostante gli innumerevoli possibili indizi a carico, come gli oltre 2000 test nucleari “ufficiali” atmosferici e sotterranei condotti in nemmeno un secolo, e dalle conseguenze mai chiarite). Le tradizionali tattiche dilatorie e le altre laboriose strategie dell’industria nucleare – quella di prendere tempo e ritardare od occultare quanto possibile ogni forma di diagnosi di chi è esposto alla radioattività, di psicologizzare le patologie radioindotte come ipocondriaca “radiofobia”, di sequestrare, coprire e non tradurre gli studi epidemiologici in merito, specie giapponesi, russi e ucraini –  potrebbero perciò non essere più necessarie, dal momento che innumerevoli altre patologie verrebbero indifferentemente provocate da altre industrie, come le agroalimentari e farmaceutiche, così che le cause possano essere sempre e comunque “multifattoriali” e ambientali, mai identificabili con precisione.

In questi tempi paradossali e dimentichi di tutto, può così affacciarsi persino un documentario di aperta propaganda nucleare come non si vedeva dall’epoca della Guerra Fredda, e che a un ventennio di distanza dal documentario eco-allarmista sul riscaldamento climatico Una scomoda verità di Al Gore (anch’egli pro-nucleare), pare tirarne e aggiornarne le fila catastrofiste per proporre la definitiva e perentoria panacea energetica per tutta l’umanità. È appunto Nuclear now di Oliver Stone, quasi un outsider del cinema hollywoodiano, noto in passato per posizioni politiche radicali e spesso non allineate che da cineasta e documentarista lo portano ad avvicinare personalità controverse come Snowden e Putin, Chavez e Castro, o a proporsi di mostrare il lato oscuro degli stessi Stati Uniti, ad esempio nei suoi film su JFK, Nixon o nella docu-serie USA, la storia mai raccontata. Da attivista anti-nucleare in gioventù, Stone si fa d’improvviso appassionato cantore dell’industria dell’atomo, sciorinando anche un assortimento di argomentazioni nucleariste che si credevano da tempo superate e confutate da decenni di studi, esperienze e riflessioni critiche. Anche questa stessa entusiastica e fanatica conversione, e con essa la regressione di tutta un’elaborazione collettiva della storia della scienza, è certo un segno dei tempi.
A seguire, si propongono cinque brevi visioni antipodiche e antidotiche rispetto al film di Stone, nonché alla citata propaganda nuclearista – anche cinematografica – oggi di tendenza. Sono solo alcuni documentari tra i molti possibili, tutti visibili integralmente online in lingua originale e talvolta con sottotitoli italiani, che del nucleare affrontano parte di quel che storicamente è stato da sempre segregato nel fuoricampo – i test nucleari americani delle isole Marshall, il lato oscuro e repressivo del nucleare civile francese, il destino dei liquidatori di Chernobyl – insieme alla concezione del mondo e della scienza in grado di produrre tutto ciò.
Non presentano gli asettici grafici statistici o i cataclismi naturali in computer grafica di Stone e Gore, ritoccabili all’infinito come le soglie formali di radiotossicità o i conteggi ufficiali delle vittime di qualsiasi disastro industriale. Ma testimoniano la verità incancellabile di corpi piagati dall’espropriazione di sé, dalla malattia e dalla radioattività. E di una natura ugualmente violata e ulcerata da ferite profonde, che non si risaneranno prima di migliaia e migliaia di anni.

HALF LIFE (Dennis O’Rourke, 1985)
Tra il 1946 e il 1958, il governo americano fece esplodere a titolo di test scientifico almeno 66 atomiche su alcune isole Marshall appositamente evacuate, nell’oceano Pacifico, per osservarne gli effetti. Una delle più devastanti tra queste, lanciata sull’atollo di Bikini, fu la bomba H, di una potenza distruttiva superiore di 1000 volte all’ordigno che polverizzò Hiroshima: era l’operazione “Castle Bravo”, presentata dal governo americano come “uno degli esperimenti più importanti della storia della scienza.” Quando il fallout radioattivo ricadde sugli atolli vicini, non evacuati dai militari, i bambini delle isole scambiarono la pioggia di corallo incenerito radioattivo per neve con cui giocare, e come tutti, si ammalarono di patologie radioindotte.
È questa una delle testimonianze raccolte a viva voce dal documentarista australiano O’Rourke, che – lasciando la parola a indigeni e militari sopravvissuti – riflette senza necessità di commenti né di orpelli sensazionalistici sullo scarto tra messa in scena governativa e atroce realtà, nonché sul razzismo scientifico intrinseco al “colonialismo radioattivo” (come varrà per i test atomici francesi in Polinesia e nel Sahara). Ancora decenni dopo le esplosioni, sulle isole Marshall non si contano le nascite di bambini con disabilità fisiche e psichiche; una donna, tra le altre, partorisce interiora senza corpo, e poi un neonato ricoperto di bubboni e ustioni che sopravvive appena un mese – e tutto ciò corrisponderebbe solo a un quarto degli effetti genetici complessivi, che saranno da quantificare in modo completo solo alla luce delle successive generazioni. Anche negli anni ’50 la gestione tecnoscientifica delle catastrofi era a base di “rigorosi e costanti controlli medici” e di grottesca retorica pseudo-umanitaria, a cui ricorse anche il discorso con cui infine Ronald Reagan saluterà nel 1986 l’indipendenza delle Marshall, solo minimamente risarcite, dopo aver devastato e contaminato quelle stesse terre e persone che dall’Onu erano state poste, dopo la seconda guerra mondiale successiva al dominio giapponese, sotto la protezione degli Stati Uniti (“Vi abbiamo insegnato la democrazia e la libertà, e la dignità all’autodeterminazione.”).
Nel finale, il documentario disseppellisce anche una rivelazione scioccante: i meteorologi e operatori radio dell’esercito americano intervistati – anch’essi ammalatisi delle stesse patologie degli indigeni – denunciano apertamente che gli ufficiali dovevano essere a conoscenza del fatto che i venti avrebbero portato il fallout radioattivo di “Castle Bravo” sulle isole vicine, e quindi il governo americano non evacuò deliberatamente gli atolli, già ridotti a laboratori a cielo aperto, per poter studiare gli effetti delle radiazioni anche sugli esseri umani (ai quali non prestarono in genere assistenza, come accadde a Hiroshima e Nagasaki, dove per decenni i medici americani preferirono studiarli e osservarli come cavie umane nel progredire delle malattie, senza offrir loro alcuna possibilità di cura, pur possedendo tecnologie e strumenti ematologici più avanzati di quelli a disposizione degli ospedali giapponesi). Del resto, qualcosa di simile era già accaduto agli albori dello stesso progetto Manhattan, con dinamiche vicine rispetto a quanto avvenuto anche in Italia un paio di anni fa, con l’imposizione dei sieri genici a mRna: si trattava delle iniezioni sperimentali endovena di plutonio, uranio, polonio e americio che nel 1946 il governo condusse su civili americani a loro insaputa (migliaia di persone, tra cui donne incinta, disabili, carcerati, pazienti oncologici, emarginati e poveri d’ogni risma) con lo scopo di studiarne, alla maniera dei medici nazisti, la tossicità in vivo e la soglia massima di radioattività che un essere umano poteva sostenere (con la conseguente ecatombe che si può immaginare, emersa pubblicamente solo mezzo secolo dopo). Lo stesso Robert J. Oppenheimer, mentre era al lavoro sulla bomba atomica, era tra i responsabili di questo parallelo “studio scientifico” (utile complemento del progetto Manhattan), ma, naturalmente, nel recente film biografico di Christopher Nolan – come nel profluvio di recensioni e commenti critici a corredo – difficilmente se ne troverà cenno.  

RADIO BIKINI (Robert Stone, 1988)
Ancora un documentario sui test nucleari compiuti nelle isole Marshall, ma più centrato sui primi due esperimenti dell’operazione Crossroads, inaugurata nell’estate del 1946 nell’atollo di Bikini con le detonazioni “Able” e “Baker” (la seconda delle quali – subacquea – fu considerata dallo stesso governo statunitense il primo disastro nucleare del dopoguerra, a seguito del quale non si riuscì a decontaminare nessuna delle navi bersaglio utilizzate, nonostante i successivi quattro anni di tentativi). Si fa qui più evidente la retorica scientifica “a fin di bene” con cui gli americani riescono a impadronirsi dell’atollo di Bikini, usurpandolo senza colpo ferire alle tribù indigene: ad essi annunciano solennemente, rassicurandoli, che quanto faranno sulla loro terra permetterà di trasformare, “nel nome del Signore”, una forza distruttiva in “un grande beneficio per l’umanità”. Come noto, la popolazione di Bikini accetta così di andarsene, ma per decenni, secoli e probabilmente millenni non potrà più ritornare sulla propria isola, resa inabitabile dagli esperimenti nucleari.
Impressiona, per l’epoca, anche l’arsenale cinematografico dispiegato dall’esercito americano per sfruttare le esplosioni in senso spettacolare: le truppe sono dotate di oltre 208 cineprese e 104 macchine fotografiche per immortalarle, e i primi 30 secondi impressionati della prima detonazione equivarranno a tutta la pellicola utile a realizzare a Hollywood 11 interi lungometraggi. È l’estetizzazione della morte su scala atomica, condotta con l’esaltazione dell’apprendista stregone (“i dati raccolti costituiranno i libri di testo di domani”), e il battesimo di fuoco di quella stessa incipiente, mortifera e impotente deriva voyeuristica – o “società dello spettacolo” – su cui filosofi come Guy Debord o Jean Baudrillard, dopo l’indispensabile Gunther Anders, avranno molto da dire. I primi sacrificati “per il bene dell’umanità” sono gli animali – pecore, maiali, capre, topi – nuclearizzati a centinaia sulle prime navi bersaglio. Poi, come sempre nelle sperimentali escalation della scienza moderna (curiose dapprima degli effetti sugli animali, per vedere come sarà poi sugli uomini), toccherà – con altri tempi e modalità – agli stessi umani. Non solo ai nativi del Pacifico, in questo caso, ma alle altre vittime dei test atomici sulle Marshall: i soldati americani stessi, lasciati a pascolare tra gelati a volontà e immensi “fuochi d’artificio”, di fatto ridotti come i primi a carne da radiazione, completamente ignari della portata di ciò a cui stavano partecipando (“radioattività” era concetto e termine a malapena pronunciato dagli ufficiali, certo più consapevoli). A ricordare gli eventi subiti in prima persona è proprio il reduce John Smitherman, recluta diciottenne al tempo dell’operazione Crossroads, intervistato pochi mesi prima della sua morte prematura, nel 1983, con le gambe progressivamente gonfiatesi per la radioattività a tal punto da scoppiare, letteralmente, e ridurlo a un tronco umano.


SUPERPHÉNIX: HISTOIRE FOLLE D’UN MOSTRE (Bernard Mermod, 1994)
Quando gli odierni nucleocrati d’ogni taglia vanteranno i nuovi prototipi di fantomatici reattori autofertilizzanti, capaci di riciclare prodigiosamente tutti i combustibili nucleari e i residui fissili del caso – risolvendo così ogni problema di sostenibilità ambientale, sicurezza ed efficienza energetica – difficilmente richiameranno alla memoria uno dei primi esempi storici di reattori di cosiddetta “nuova generazione”, ossia il “surgeneratur” Superphénix di Creys-Malville, la centrale elettronucleare sperimentale francese disposta poco lontano da Lyone e vicino ai confini con Svizzera e Italia, chiusa definitivamente nel 1997 a seguito di vari incidenti.
Una breve inchiesta televisiva della Radio Télévision Suisse ne ripercorre la storia fallimentare e inquietante, rievocata a seguito della decisione aziendale e governativa di riavviare la centrale dopo un ennesimo guasto. Si chiamava come il leggendario animale che rinasceva dalle proprie ceneri, perché nei chimerici piani di chi lo commissionò e progettò doveva generare da solo il proprio combustibile – producendo più plutonio di quanto ne consumasse, e in quantità illimitata. In breve, la sua efficienza: sei mesi di funzionamento in almeno sette anni di esistenza (dal 1987 al 1994, anno del reportage); la sua sicurezza: almeno tre incidenti funzionali gravi, tra cui pericolose fughe di sodie e perdite di argon; la sua sostenibilità: anche quand’era fermo, invece di produrre energia, ne consumava una quantità pari al fabbisogno di una città di 40.000 abitanti. Naturalmente, per i dirigenti industriali come per i cosiddetti esperti al loro servizio, prima dell’avvio della centrale gli incidenti erano tutti eventi matematicamente “altamente improbabili”, ognuno dei quali era possibile solo ogni 10.000 anni. Ma la concezione del tempo non è esattamente il punto forte dei nuclearisti, incuranti delle esperienze del passato come delle responsabilità del futuro – e difatti il primo incidente si presentò già nei primi mesi di funzionamento. Pur non essendo ancora tempo di propagandare gli “eventi climatici estremi” o di attribuire ogni responsabilità all’eccezionalità di uno tsunami senza precedenti, come avverrà al tempo di Fukushima, questa costosissima “speranza immensa”, avanguardistico fiore all’occhiello dell’industria nucleare approntato per produrre energia gratuita e illimitata, dovette poi nuovamente fermarsi, nel 1990, per un’intensa nevicata che ne fece crollare il tetto – un inconveniente, forse, non propriamente imprevedibile e incalcolabile. Ammantato di una propaganda scientifica che, al solito, ne presentava i promotori come pionieri solo relativamente compresi, come disinteressati ricercatori della conoscenza umana (“Abbiamo il dovere di andare in fondo  alla conoscenza nucleare”), imposto come d’abitudine quale opportunità economica da non perdere (con tanto d’inevitabile ricatto occupazionale per la popolazione locale), non fu semplicemente il fallimento tecnico e contabile di un colosso energivoro, emblematico della rapida obsolescenza con cui mirabolanti prototipi industriali possono ridursi a relitti inutilizzabili e ingestibili. Già nel decennio in cui il reattore venne costruito, a partire dal 1976, si ebbe infatti chiara l’idea di società militarizzata, autoritaria e repressiva che l’industria nucleare di per sé implica, onnipresente sin dalle sue origini storiche belliche e belliciste. Il 31 luglio 1977, dove avrebbe dovuto sorgere la centrale di Creys-Malville, una delle più partecipate manifestazioni antinucleari della storia francese fu caricata brutalmente dalla polizia, che arrivò a usare granate militari per intimidire i dimostranti, con la conseguenza di centinaia di feriti, tre mutilati e un morto – il giovane professore di fisica Vital Michalon, ucciso dall’esplosione di una granata. Neanche il suo cadavere poté fermare la costruzione di Superphénix, che venne realizzata comunque, di lì a un decennio, rivelandosi anche nei fatti come l’inutile e pericoloso mostro tecnologico già prefigurato dai manifestanti.
Perfino nell’anno di Chernobyl, pochi mesi dopo il disastro, la violenza della repressione propria dell’industria nucleare non si farà scrupoli a procedere con disinvoltura: in Italia, il 9 dicembre 1986, le proteste per impedire la centrale in costruzione da un decennio a Montalto di Castro (Viterbo) furono soffocate nel sangue (tra i molti feriti, anche un dimostrante colpito da un proiettile alla gamba, e un altro grave, con un’emorragia polmonare, per un lacrimogeno lanciatogli in pieno petto). E sarà evidente pure negli ultimissimi anni, ancora in Francia, con gli arresti di chi si oppone al deposito di rifiuti nucleari più grande d’Europa già predisposto nel bosco di Lejuc, nel dipartimento della Mosa, dove saranno interrate tonnellate di scorie che resteranno radioattive per migliaia di anni.


LE SACRIFICE (Emanuela Andreoli e Wladimir Tchertkoff, 2003)
Poco più di 20 minuti per uno dei rari documenti filmati che ci rimangano sulla vicenda dei liquidatori di Chernobyl, sacrificati con l’inganno, prontamente dimenticati dalla memoria collettiva (come accadrà anche con le migliaia di Fukushima) e condannati a una terribile morte in vita perché scongiurassero, a mani nude e con mezzi di fortuna, una catastrofe nucleare planetaria persino superiore a quella già avvenuta. Anche solo nell’incontro con un liquidatore bielorusso, si misura tutto lo sfruttamento e la devastazione inflitte a un singolo corpo, occultato come milioni d’altri dalle falsificazioni e delle reticenze della propaganda nuclearista di oggi e di ieri, che vorrebbe ridurre una tragedia incommensurabile, uno sterminio ad ampio raggio e dalle conseguenze anche genetiche e plurimillenarie, a poche centinaia di vittime e a poche migliaia di tumori alla tiroide, che oltretutto si vorrebbero quasi mai mortali. Già questo solo corpo, singolo essere umano immolato alla nuova religione dell’annientamento tecnoscientifico, paziente 0 dai sintomi inauditi, ridotto a invecchiare di decenni in un sol colpo e a decomporsi da vivo (come molti altri di cui porta testimonianze lancinanti e sconvolgenti Svetlana Aleksievic nel suo fondamentale reportage narrativo “Preghiera per Chernobyl. Cronaca del futuro”), è più che sufficiente a cogliere la vastità e l’ingiustizia dell’ecatombe universale che i nucleocrati hanno compiuto e continuano a perpetrare, parandosi dietro gli inattendibili dati istituzionali, attribuendo ogni colpa all’incompetenza tecnica dei sovietici, riducendo tutto – sempre – a bilanci economistici tra costi e benefici, e rimuovendo, semplicemente, l’umano.
Quello stesso imprevedibile “fattore umano”, incognita molesta e troppo viva, che a loro avviso sarebbe l’unica tara ammissibile dell’eccezionalmente “sicuro” sistema nucleare, quell’umano non ancora completamente sottomesso, non abbastanza resiliente, insufficientemente controllabile, non del tutto obbediente all’automazione totale che dovrà soverchiarlo e rottamarlo in via definitiva. Se non fosse che poi, non diversamente da Fukushima nel 2011, ad approntare il sarcofago per seppellire il reattore come a decontaminare quanto più possibile – foss’anche solo per pochi secondi letali – non intervenne alcuna forma d’illusoria Intelligenza Artificiale, ma sempre e comunque quello stesso umiliato, ricattato “fattore umano”. Nel disastro nucleare di Chernobyl, infatti, le componenti elettroniche interne dei robot si fondevano e gli automi si bloccavano – inservibili – per le radiazioni troppo elevate, e così ancora una volta si mandarono al macello radioattivo gli uomini, gli unici che potessero fare qualcosa. Ecco tutta la miseria dell’industria nucleare, ben nascosta dietro il gigantismo prometeico di una visione dell’uomo e del mondo che di colossale possiede solo la capacità di rendere tutto rovina.
Vale, ovviamente, lo stesso connubio di colpevolizzazione e ipocrita rimozione rispetto al’incontrollabilità della natura, imputata di aver provocato a Fukushima uno tsunami che nessun efficientissimo sistema di contenimento poteva prevedere né arginare. Eppure, al contempo, fu sempre quella stessa, acerrima nemica a portare lontano dall’entroterra abitato, verso l’oceano – grazie ad una fortuita congiuntura di venti – circa l’80% delle radiazioni, attenuando le conseguenze di un disastro nucleare comunque immane, così che i nuclearisti potessero tutt’oggi più facilmente riportarlo all’inqualificabile teoria degli “zero morti da radiazioni”. Di nuovo contabilizzando e datificando il vivente, e proprio là dove non si ha nemmeno la possibilità di misurare e stimare in modo attendibile l’entità dei danni da radioattività, per tempi e modalità di sviluppo poco calcolabili (specie nel breve termine, secondo gli usuali modelli matematici e strettamente quantitativi), quando non già mistificati e taciuti dai diretti interessati per paura dell’esclusione e della stigmatizzazione, come accadeva ai tempi degli hibakusha (gli irradiati di Hiroshima e Nagasaki, o “appestati dell’atomo”, invisibili ed emarginati come paradossali capri espiatori – non diversamente dagli stessi liquidatori di Chernobyl, o dai lavoratori precari e nomadi del nucleare francese o giapponese).

PLOGOFF, LES RÉVOLTÉS DU NUCLÉAIRE (François Reinhardt, 2021)
Anche per un’efficace ricezione “democratica” dell’energia nucleare, le consuete premesse sono quelle – sempre menzognere e interessate – degli imbonitori politici: nella campagna elettorale del 1974, quando la Francia si prepara – dopo lo choc petrolifero del ’73 – ad avviare il programma nucleare più ambizioso del mondo, il primo ministro francese Pierre Messmer assicura solennemente che non verrà imposto alcun impianto nucleare contro la volontà dei cittadini – lasciandosi tranquillamente smentire di lì a breve dalla realtà dei fatti. Sarebbe successo lo stesso diversi anni dopo, con il socialista Mitterand, asceso al potere nel 1981 anche grazie alle sue prese di distanza dagli eccessi delle politiche nucleari, per poi condiscendere, negli anni del suo governo, alla costruzione di 38 delle 56 centrali attualmente esistenti in Francia.
Ma in quel breve volgere di anni, tra Messmer e Mitterand, accadde qualcosa d’imprevisto, capace di cogliere alla sprovvista la potente lobby nuclearista e il solido complesso militare-scientifico nazionale.  Quando il governo francese, contraddicendo quanto appena promesso in campagna elettorale, individua cinque siti per la costruzione di strutture elettronucleari in Bretagna, senza alcuna forma di consultazione democratica e senza informare le popolazioni locali, procedendo direttamente a quelle che erano occupazioni militari sotto mentite spoglie progressiste (condotte nel nome di una dichiarata indipendenza energetica del Paese), ecco che uno di queste sedi preselezionate, Plogoff,  reagisce con forza straordinaria e del tutto inaspettata – qui raccontata nella più recente delle ricostruzioni documentarie. Individuandolo come sito adatto, la prefettura dava per scontato che questo piccolo villaggio prevalentemente di anziani, perlopiù pescatori e marinai che avevano obbedito tutta la loro vita, non avrebbe opposto alcuna resistenza. Né l’avrebbero fatto le donne, i giovani, i bambini. Errore.
Nei primi mesi del 1980, quando i militari arrivano in paese per preparare l’allestimento della centrale, tutti gli abitanti del piccolo paese, dai 7 ai 77 anni (sindaco incluso), danno vita ad una delle più tenaci e creative guerriglie di logoramento che siano state mai tentate contro la violenza congiunta di Stato e industrie. Consapevoli della portata distruttiva della minaccia nucleare “civile” rispetto all’integrità e alla biodiversità delle terre e delle acque di cui vivevano, ostili alle forze militari e a uno Stato incurante delle opinioni e dei saperi locali, ostruiscono i passaggi dei militari facendovi rovesciare dai netturbini tutto il pattume del paese, le fosse biologiche domestiche, badilate di letame, approntando buche e distese di cocci di bottiglia; le donne, anziane e devote cattoliche, senza lasciarsi intimorire fronteggiano tutto il giorno i soldati insultandoli e canzonandoli in tutti i modi, seguendoli e deridendoli persino quando si allontanano dagli appostamenti per urinare, logorandogli i nervi; parate farsesche e surreali si susseguono contro gli occupanti, e i più giovani s’improvvisano a costruire un grande, affollato ovile proprio nel luogo in cui dev’essere eretta la centrale, così da impedire da subito i primi lavori di scavo e costruzione; anche davanti ai fucili, molti abitanti di Plogoff rispondono con le pietre, senza mai rinunciare alla lotta. Il paesino assurse in breve a caso nazionale, e tutt’oggi è ricordato come una piccola Woodstock del movimento antinucleare, capace di richiamare sostenitori da ogni dove. La sua vicenda ispirò pure una storia a fumetti militante e apocrifa di Asterix, esemplare come quel che accadde realmente a Plogoff, un piccolo villaggio bretone capace di mettere in ginocchio il colosso elettronucleare della EDF, la politica nucleare del governo francese e le centinaia di soldati che li rappresentavano, con i propri soli mezzi e senza l’aiuto di nessun mediatore – avvocato, scienziato o politico che fosse. Probabilmente fu questo ciò che più fece paura al governo francese, che per soffocare le proteste si trovò costretto a mandarvi i soldati paracadutisti dalla guerra in Libano (i quali arrivarono a prendere a calci anche le donne anziane), ad arrestare e processare sindaco e cittadini, che compatti e solidali si presentarono tutti al processo provvisti di fionde al collo – compresi quanti  non avevano lanciato alcuna pietra – con l’offensiva nuclearista ridotta infine ad arrendersi, a desistere dalla costruzione della centrale.

Sebbene il suo esempio non venne imitato allo stesso modo altrove e il programma nucleare francese andò comunque avanti, spedito e pressoché illeso, in molte altre parti della Francia (inclusa la citata Creys-Malville), la risposta anomala di Plogoff rimase un modello straordinario ed eccezionalmente riuscito di disobbedienza civile. I suoi abitanti, con un’istintiva saggezza che oggi verrebbe probabilmente derubricata a ignoranza, finanche reazionaria e contraria al progresso tecnoscientifico, non si lasciarono incantare dalle rassicurazioni di propagandisti, tecnici e scienziati, non si limitarono a una lotta regionalistica ponendo invece un rifiuto assoluto al nucleare (“né qui, né altrove”), né si lasciarono nemmeno corrompere dalla promessa della partecipazione agli utili della centrale, prorompendo tra gli altri con uno slogan esemplare e in netta controtendenza allora come oggi, espressione di un pensiero decisivo e inaccettabile soprattutto oggi, in un’epoca ben più tecnocratica e totalitaria di allora, ossia: “Siamo tutti esperti-scienziati!” Ebbero la lungimiranza, anni prima del disastro di Chernobyl, di riconoscere come fasulli gli studi d’impatto biologico approntati per accontentare e fuorviare gli ecologisti, le inchieste d’utilità pubblica dagli esiti già programmati e inconclusi anche all’avvio dei lavori (prima le centrali, poi le eventuali critiche), i dossier illeggibili e reticenti che in poche eufemistiche pagine pretendevano di liquidare la questione della radioattività. Gli abitanti di Plogoff ne bruciarono simbolicamente e pubblicamente le copie, non cascarono nel gioco co-gestionario dei controesperti e delle controperizie, non si rimisero alla docilità di cittadini obbedienti che delegano ad altri la forza e il gesto essenziale dell’opposizione. Il loro fu un rifiuto fermo, definitivo e collettivo – lezione difficile e coraggiosa, certo mitizzabile a livello pubblicistico come l’icastica lotta di un David dei nostri tempi contro il Moloch della crescita illimitata, ma nei fatti d’ogni giorno, nella concretezza anche ruvida e sgradevole, nell’imprevedibilità tutta umana e nella poetica libera e fiera, semplicemente – una lezione tuttora inascoltata, e tuttora da seguire.
Le donne e gli uomini di Plogoff, in fin dei conti, riuscirono a esprimere un tipo di rifiuto molto simile a quello auspicato da Pier Paolo Pasolini nella sua ultima intervista rilasciata a Furio Colombo, il 1 novembre 1975, poche ore prima di venire ucciso.
Quella stessa intervista, divulgata a vent’anni dalla morte, in cui sosteneva che siamo tutti in pericolo, e in cui diceva:  “Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra”.
E aggiungeva: “Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna.”
E suggeriva: “Il rifiuto per funzionare deve essere grande, totale. Non piccolo,  non su questo o quel punto. Dev’essere «assurdo», non di buon senso.”
Oggi, adesso, ne saremo capaci?

Dario Stefanoni, pubblicato in L’Urlo della Terra, num.12, Luglio 2024,
www.resistenzealnanomondo.org

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5G: Rete della Società cibernetica
I figli della macchina. Biotecnologie, riproduzione artificiale, eugenetica.
Dal corpo neutro al cyborg postumano. Riflessioni critiche all’ideologia gender.
PMA. Dalla riproduzione artificiale animale alla riproduzione artificiale umana.
Per l’abolizione della maternità surrogata.
Sex work is not work.

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L’ideologia del tecno-mondo. Resistere alla megamacchina.
Silvia Guerini e Costantino Ragusa
acro-pólis, 2024

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