Il regno del mercato totale – Intervista a Dany-Robert Dufour

Il regno del mercato totale
Intervista a Dany-Robert Dufour da La Décroissance

Ritenete che il sesso sia una realtà biologica e che non si possa cambiare il proprio corpo a piacimento? Allora siete sicuramente dei reazionari e rischiate di essere banditi dal campo dei progressisti. Costoro, perfetti utili-idioti del capitale, non hanno capito che la richiesta che il mercato e la tecnologia, chiamate a soddisfare ogni desiderio individuale, si assumano una responsabilità sempre maggiore, fa il gioco di un «capitalismo libidinale», sempre più radicale.

È questo il messaggio del filosofo Dany-Robert Dufour nel suo nuovo libro “Le Phénomene trans” (Il fenomeno trans) – Editore Le Cherche Midi – 2023.

La Décroissance: ciò che lei nel suo libro nomina «il fenomeno trans» per lei non è altro che «una delle ulteriori opzioni nel catalogo liberale». Da vent’anni a questa parte, noi mandiamo alle stampe la rivista “La Décroissance” per ricordare che non può esserci una crescita infinita. L’ideologia trans è frutto della stessa matrice dell’ideologia della crescita: il regno dell’illimitato in tutti i settori?

Dany-Robert Dufour: sì, transessualismo (o transumanesimo) e crescita infinita fanno parte della stessa lotta. Infatti, queste ideologie ignorano il limite. Esse sono vittime della hybris, la dismisura. Eppure, lo sappiamo, di questo rischio eravamo stati avvertiti sin dall’inizio della nostra civilizzazione: i greci dicevano che colui che è vittima della hybris e infrange il limite va incontro alla nemesi, il castigo. Il castigo della crescita infinita sono gli squilibri ambientali che minacciano la vita sulla terra. Quanto ai castighi che si abbattono sull’attivismo trans, possiamo menzionare gli squilibri psichici, giuridici e sociali che scaturiscono dall’affermazione grottesca per cui un uomo può essere una donna (o viceversa).

La D.: Lo psicanalista Jean-Pierre Winter osserva che «tutto funziona come se la fantasia fosse la fonte della legge». Infatti, al di là dei singoli casi individuali, non è la società nel suo complesso che ondeggia nel regno della fantasia?

D.-R. D.: Sì, nel nostro caso, si tratta di una fantasia di onnipotenza. Infatti, gli attivisti trans affermano che si può scegliere il proprio sesso – quando nella realtà è impossibile. Tuttavia, questa scelta è oggi avallata dalla legge. Siamo passati nel giro di qualche anno dall’idea che un individuo potesse esibire dei tratti sociali dell’altro sesso (ciò è sempre esistito in ogni tempo) all’affermazione che esso potesse assumere l’altro sesso. Un grosso sbaglio. Infatti, non è per il semplice fatto che appaio come una persona dell’altro sesso che sono dell’altro sesso. A meno di sostituire l’apparenza all’essere. In questo caso, ci si ritrova nel pieno di una fantasia, una parola di origine greca che condivide la stessa radice di “fantasma”.

La D.: Questa rivista festeggia l’uscita del nostro duecentesimo numero, ma questa festa ha un retrogusto amaro poiché abbiamo l’impressione di assistere ad una disgregazione continua della situazione. Bisogna prendere la situazione per quello che è per non correre, anche noi, il rischio di vivere cullandoci nelle nostre fantasie?

D.-R. D.: Sì, con tutta evidenza assistiamo ad un peggioramento della situazione. È per questo che occorre rimanere vigili. Ne va della nostra integrità intellettuale che consiste proprio a non cadere nel regno della fantasia. Un po’ di latino, questa volta, per dire come «vigile» derivi da «vigilare», «vegliare», da cui la parola «vigilante», la vedetta, incaricata di osservare dall’alto il profilo dell’orizzonte e di fare dei segnali. È il nostro compito: scrutare e analizzare tutto ciò che ci viene incontro – anche se nulla garantisce che saremo ascoltati.

La D.: Allo stesso modo dell’ex Femen Marguerite Stern, richiamando la realtà, ossia al fatto che essere una donna è una realtà biologica, lei è stato invitato soprattutto dai media di destra, e allo stesso tempo messo da parte da quelli di sinistra. Come sfuggire a questa trappola?

D.-R. D.: Le ricordo che per molto tempo non sono stato invitato né dai media di sinistra (che mi consideravano un neo-reazionario) né da quelli di destra (che mi consideravano un rivoluzionario). Non sono solo in questa situazione. Con la stampa del mio ultimo libro “Le Phénomene trans” (Il fenomeno trans) le cose sono un po’ cambiate.

Infatti, la stampa di destra ha visto nel mio saggio un buono strumento per stuzzicare la sinistra. Ho accettato di rispondere agli inviti, ma mi sono imposto di non dissimulare le mie posizioni, in particolare mettendo in evidenza le responsabilità del Mercato nelle derive trans attuali. Il quotidiano Le Figaro ha colto nel segno perché ha pubblicato, nell’edizione di sabato 8 aprile scorso, la lunga intervista che mi ha fatto intitolandola: «La sinistra contro il movimento trans». Del resto, se questo la può rassicurare, il libro ha ricevuto una buona recensione anche nel giornale «L’Humanité».

A dire il vero, ci ritroviamo in una confusione tale che la stampa di sinistra difende, salvo rare eccezioni, un neoliberalismo culturale, ciò a cui si oppone la stampa di destra, che tuttavia difende allo stesso tempo un liberalismo economico. Jean-Claude Michéa ha descritto con precisione questa ripartizione dei compiti. In sintesi, viviamo tempi molto confusi: gli uomini sono donne e la sinistra è di destra… Certo, se la stampa autenticamente critica (come la vostra) fosse più sviluppata, non dovrei guardarmi intorno. Ma siccome questa stampa non ha, per definizione, i mezzi della stampa per così dire “ufficiale”, mi sembrava una buona strategia usufruire della stampa di destra per denunciare il neoliberalismo culturale della sinistra. Non sarebbe così se la sinistra facesse il suo mestiere. In realtà siamo lontani dall’obiettivo. Essa non ha capito che con il neoliberalismo e il regno del Mercato Totale (che giunge fino all’intimità) siamo passati, già da trent’anni, dal vecchio capitalismo patriarcale ad un nuovo capitalismo libidinale. Insomma, la sinistra non ha fatto il mestiere di vedetta di cui accennavo sopra per avvertire le persone assennate riguardo a ciò che stava per arrivare. Peggio ancora: questa sinistra si è fatta rifilare il suo attuale “software woke” dal neoliberismo culturale americano (i GAFAM della Silicon Valley, insieme a Hollywood, alla Disney e a Netflix…) senza nemmeno accorgersene!

La D.: Alcune parole come la «mascolinità tossica» o ancora «l’androcene» sono apparse in questi ultimi anni, additando il maschio come la causa primaria di tutte le crisi. Tuttavia, la funzione del padre, oggi così vituperata, è di separare il bambino dalla madre. Questa colpevolizzazione dell’uomo nella sua virilità, squalificandolo dal ruolo di figura di riferimento per i ragazzi di oggi, non è a sua volta una causa principale del «fenomeno trans» e un imperativo del capitalismo liberale?

D.-R. D.: Esatto. Lacan ha sottolineato, durante le sue giornate di studio sulle psicosi dell’età infantile, negli anni intorno al 1968, che il declino della funzione paterna avrebbe portato all’avvento degli «eterni bambini». L’eterno bambino è la persona bloccata in un’infanzia prolungata. Una creatura senza il senso del limite, abbandonata a se stessa, che in apparenza sembra gioire di un’onnipotenza, la quale, in realtà, la devasta. Una manna dal cielo per il Mercato che promette la soddisfazione delle pulsioni a questi eterni bambini, sempre bisognosi, grazie al consumo di prodotti della società di massa, di fantasticherie su misura offerte dall’industria culturale.

Attualmente, la cultura “woke”, proveniente dagli Stati Uniti, non ha fatto altro che aggravare la situazione. Il “woke” è in effetti quel nuovo eterno bambino che si caratterizza dal fatto di qualificarsi con uno status di vittima del «vecchio uomo bianco occidentale» (chiara raffigurazione del Padre). Uno status dopotutto confortevole poiché consiste in una volontà di onnipotenza con le fattezze di una legittima richiesta di risarcimento senza fine e di soddisfazione di ogni richiesta. «Sono vittima (del Padre), perciò tutto mi è dovuto». In tal modo questi rappresentanti della cultura “woke” si presentano con sembianze contraddittorie: se da un lato predicano la tolleranza compassionevole che si addice allo status di vittima, dall’altro non esitano a «cancellare» violentemente tutto ciò che si oppone alle loro idee; si occupano di politica, ma operano attraverso la modalità vittimistica della minoranza (sessuale, etnica… ) che fa leva sulla propria sofferenza per imporre le visioni morali proprie di tale minoranza; investono sulla cultura, ma lo fanno provocando un separatismo culturale – un Bianco non potrà mai criticare l’opera di un Nero, un attore etero non potrà mai interpretare il ruolo di un omosessuale, una donna non deve leggere il romanzo di un uomo; il passato dovrà essere rivisto e corretto in funzione dei loro valori «morali»…  Il risultato finale sono campagne di virtù che chiedono una revisione completa delle leggi e del linguaggio comune per poter includere i loro infiniti elenchi di «diritti particolari». Queste campagne fanno largo uso sulle reti cosiddette sociali che riuniscono, secondo la dinamica del mimetismo, coloro che esibiscono lo stesso tratto caratteristico: «sono vegano», «sono trans», «sono nero», «sono omosessuale», «sono donna», etc. Il grande sconfitto è l’universalismo (repubblicano) che pose dei valori comuni per i quali valeva la pena battersi come, ad esempio «libertà, uguaglianza, fraternità». E il grande vincitore, è la ghettizzazione democratica, con l’apparizione di gruppi identitari, ognuno dei quali accampato sulla propria pretesa di superiorità morale, in guerra permanente contro gli altri.

La D.: In conclusione, la risposta alla nostra crisi di civiltà si risolve forse semplicemente in questo proverbio: è meglio la privazione piuttosto che il vizio?

D.-R. D.: Sì, con la precisazione che non amo molto il termine «privazione». Mi permetta un esempio per spiegare il motivo. Se io, genitore, impedisco a mio figlio di passare delle ore con dei videogiochi idioti e compulsivi, non è per privarlo di qualcosa, ma, al contrario, affinché sia capace di desiderare, affinché abbia il tempo e gli strumenti per esercitare una volontà propria. Lo stesso vale a livello di civiltà: se è vero che occorre finirla col viziare gli individui attraverso la crescita continua, è per dare loro il tempo e gli strumenti per capire in quale mondo precisamente vogliono vivere.

Tradotto dal francese
Pubblicato su La Décroissance, numero 200, luglio 2023

Pdf dell’intervista in francese: