L’inevitabile assedio dell’essere umano è pronto da tempo.
Dalla presa dei corpi alla presa dello spirito.
Leggendo Ernest Jünger.
«L’orbe terrestre è coperto dalle macerie di immagini in frantumi. Noi assistiamo a un declino paragonabile soltanto alle catastrofi geologiche»1.
Nel 2016, nella presentazione di Resistenze al nanomondo, scrivevamo:
«L’ingegneria genetica va di pari passo con l’ingegneria sociale, dove il vivente viene snaturato della sua stessa essenza e dove questo “uomo nuovo” deve essere il miglior custode della gabbia».
Le tecnoscienze sono già da tempo penetrate nel vivente e nella materia producendo modificazioni a livello genetico e atomico, giungendo al tentativo di ricostruire la vita in laboratorio attraverso biologia sintetica e Intelligenza Artificiale. Gli ultimi arrivati sono gli Xenobot: cellule staminali di rana composte dai ricercatori seguendo le indicazioni degli algoritmi. Una vita non vita: non creata dai ricercatori – la vita non si crea in laboratorio – ma da loro assemblata secondo i calcoli dell’Intelligenza Artificiale.
Adesso, i tecnocrati eugenisti e transumanisti, dopo aver modificato geneticamente i corpi degli altri animali e aver reso possibile l’idea della modificazione genetica dell’umano, dopo aver innestato circuiti elettronici negli altri animali e aver reso possibile l’idea di innestarli nell’umano, dopo aver costruito attorno all’umano un’architettura sociale tecnica e una rete algoritmica, si apprestano a realizzare definitivamente un loro obiettivo di sempre: la completa estirpazione del senso di identità, la lacerazione e la soggiogazione dello spirito più profondo dell’essere umano, verso la cancellazione del senso stesso di umanità.
Dall’ingegneria genetica e dall’ingegneria sociale arriviamo a un’ingegneria dell’anima: un’anima scalfita, lacerata, violata porta unicamente a un essere umano che non è più tale. Illuminante in tal senso il discorso di Iosif Stalin a casa di Maxim Gorky pronunciato il 26 ottobre del 1932: «La produzione di anime è più importante di quella dei carri armati. […] Spetta agli ingegneri di anime forgiare il nuovo uomo sovietico»2.
Jünger aveva già intuito quel processo che dalla presa dei corpi sarebbe arrivato alla presa dello spirito per il definitivo assedio dell’essere umano: «L’inevitabile assedio dell’essere umano è pronto da tempo, e a disporlo sono teorie che tendono a una spiegazione logica e completa del mondo, e avanzano di pari passo con il progredire della tecnica»3. E osservando uno scarabeo spagnolo ricorda che: «Tutto ciò che è estimabile e valutabile vive dell’inestimabile, così come tutto ciò che è visibile vive dell’oscurità, ogni misura vive dell’incommensurabile, ogni sentiero vive della foresta selvaggia, e di silenzio ogni parola»4.
Mondo macchina, mondo laboratorio, transumanesimo, ingegnerizzazione di ogni dimensione del vivente: tutto ciò che da sempre abbiamo combattuto, che sottendono la medesima ideologia e il medesimo paradigma di pensiero a cui si può contrapporre solo un’opposta visione di mondo.
Due opposte visioni di mondo, di vivente, di natura, di essere umano si scontrano e in questo scontro non è possibile dialogo, compromesso, confusione, dubbio, indecisione. Ed è necessaria una scelta di campo. Ci sono dei nodi attorno cui non è possibile discussione, così come non è possibile discutere in merito alla possibilità della vivisezione animale e umana o alla possibilità di modificare geneticamente un essere vivente. Esistono degli a priori: a prescindere dalle conseguenze, a priori ci opponiamo a queste pratiche, a prescindere ci opponiamo alla visione di mondo che queste pratiche portano e comportano.
Jünger intuisce il paradigma del laboratorio che prevede di imbrigliare la vita e di ridurla al regno del quantificabile: «nell’impulso museico si dimostra l’elemento morto implicito alla nostra scienza, e cioè a sistemare nell’ambito dell’immobile e dell’invulnerabile ciò che è vivo, e forse anche di formare un enorme catalogo materiale, penosamente ordinato, che dia fedele specchio alla nostra vita»5.
Le Api di vetro, romanzo di fine anni ‘50, è una lucida anticipazione dei tempi moderni. Il protagonista è uno degli ultimi testimoni di un’epoca ormai passata, un mondo antico con altri significati che stava scomparendo. Il mondo nuovo è popolato da congegni meccanici, con una robotizzazione e una automazione dell’esistenza stessa, un’artificializzazione del vivente e il delirio transumano di correggere, riprogettare e ottimizzare la natura: «Non era l’azzurro del cielo, non era l’azzurro del mare, non era l’azzurro delle pietre: era un azzurro sintetico, escogitato in luoghi molto lontani da un maestro che voleva superare la natura»6.
Le api robot che con violenza meccanica predano tutto il nettare dei fiori sono il simbolo dello sviluppo tecnoscientifico che non lascia possibilità di scampo per l’umano e la natura.
«Il colpo fu assestato da molto tempo, e dove lo si ritiene un progresso della scienza, fosse pure sulla luna, esiste una lesione. La perfezione umana e il perfezionamento tecnico non sono conciliabili. Se vogliamo l’una, bisogna sacrificare l’altra; a questo punto le strade si separano. Chi di questo è convinto, sa quel che fa in un senso o nell’altro. Il perfezionamento mira al calcolabile, e il perfetto all’incalcolabile. Intorno a meccanismi perfetti irraggia perciò uno splendore orrido, ma anche affascinante. Provocano lo sgomento, ma anche un orgoglio titanico, che soltanto la catastrofe e non il discernimento può piegare. Lo sgomento, ma anche l’entusiasmo che suscita in noi lo spettacolo di perfetti meccanismi, sono il contrario esatto della soddisfazione con cui ci rasserena lo spettacolo di un’opera d’arte perfetta. Intuiamo la minaccia alla nostra integrità, alla nostra simmetria. Che braccia e gambe vengano messe in pericolo, non è ancora il peggio»7.
Da sempre mettiamo in guardia dai falsi oppositori. Oggi, più che mai, è essenziale riconoscere i falsi critici o chi, con una critica parziale è di fatto funzionale al grande resettaggio in corso. E non è possibile critica alcuna all’esistente macchina transumana e transnatura se ci si colloca nel suo stesso orizzonte di senso e di valori. Una fascinazione per le tecnoscienze e per le modificazioni dei corpi può solo riaffermare quel paradigma di laboratorio da cui è prodotta.
«I pensatori del nulla constatano una sfilza di demolizioni di tutto ciò che è umano e se ne rallegrano»8, spianano la strada all’invasione tecnoscientifica e «annunciano con gioia l’avvento dell’uomo in frantumi, di un essere vuoto e superficiale la cui esistenza frivola e meccanica è vista come l’espressione stessa della creatività e della libertà»9.
Da tempo notiamo che alcune chiavi di lettura non sono in grado di comprendere le trasformazioni in corso, le loro conseguenze e le mete che transumanisti ed eugenisti vogliono raggiungere. La lente interpretativa che si focalizza su un maggiore controllo da parte degli apparati statali risulta quanto mai riduttiva, non solo nella comprensione del ruolo dello Stato, subordinato ai poteri delle Big Tech e dei padroni universali, ma anche incapace di cogliere il piano della gestione e programmazione algoritmica dell’esistenza e il piano dell’artificializzazione di ogni dimensione del vivente. La lente interpretativa materialista che si focalizza sui dati, sui calcoli, sulle previsioni risulta non solo riduttiva, ma incapace di cogliere un più ampio piano di assoggettamento e le sue conseguenze che non si possono ridurre a un mero calcolo e a un piano prettamente materiale.
Ai loro calcoli non si possono contrapporre altri calcoli – nel medesimo regno della quantità – in un’ottimistica previsione in cui non ce la faranno mai a realizzare i loro progetti. In tutto questo sfugge quello che, nel mentre, irrimediabilmente si trasforma, che irrimediabilmente si perde.
Con queste lenti di interpretazione sfugge l’attacco ai corpi tutti, alla loro dimensione di indisponibilità e inviolabilità, sfugge l’attacco alla dimensione del sacro e al senso stesso di umanità, allo spirito più profondo di quello che significa restare umani.
Con sacro intendo quella dimensione del vivente, dei suoi tempi, dei suoi equilibri non totalmente decifrabile, controllabile e imbrigliabile nella razionalità prima meccanicistica e poi algoritmica. Un senso diverso dalla presunzione dello sguardo razionale e tecnico sul mondo che mira a piegare a sé, a proprio uso e consumo, ogni manifestazione del vivente.
La linea da tracciare netta deve essere etica, per quanto riguarda le Scienze della vita non è possibile applicare il criterio dell’utile. Innanzitutto bisognerebbe chiedersi Utile a chi? E con che prezzo per la Terra, gli altri animali e per altre popolazioni? Ma, in ogni caso, il ragionamento da fare è: se anche fosse utile, a priori, ci opponiamo a tale pratica senza una discussione, perché non è possibile una discussione. L’affermare che in una società diversa spetterà alla comunità decidere se utilizzare ad esempio l’ingegneria genetica non per il profitto, ma per il bene dell’umanità, presuppone – oltre a un’estrema ingenuità o a una fascinazione per le tecnoscienze che trasuda di transumanesimo – che si possa discutere in merito a ciò che riteniamo indiscutibile. Si potrebbe mai discutere sulla possibilità di aprire il cranio a un macaco? Anche se fosse utile per l’umano, noi ci poniamo comunque fuori da questo criterio di utilità e affermiamo con forza che siamo contro tale pratica di tortura per motivi prettamente etici. Inoltre non si comprende un punto centrale: la nostra visione di mondo non può essere essenzialmente altra rispetto a quella che sottende il mondo delle tecnoscienze e del transumanesimo.
Un tempo dicevamo che qualsiasi individuo, posto spalle al muro come un animale braccato, avrebbe reagito tirando fuori le unghie. Ma, come scrive Jünger, «La condizione dell’animale domestico si porta dietro quella della bestia da macello»10.
Da tempo, la vita è ridotta non solo a mera sopravvivenza, ma a una non vita, a un simulacro di esistenza. Nell’ordine cibernetico la continua e spasmodica automisurazione di sé rende la vita mera funzione perennemente monitorata dagli algoritmi dell’Intelligenza Artificiale. La vita entra così in un altro orizzonte, in un altro ordine di senso, di significato, di temporalità. Intrappolata nelle previsioni algoritmiche in tempo reale si sgancia dal passato, da una continuità storica, da «un’ereditarietà e tradizione»11, le stesse, seguendo il pensiero del filosofo coreano Byung-Chul Han, in grado di reggere la vita e renderla autentica. Il significato di una tradizione non è nella sua espressione specifica, ma nel suo contenuto oltre la superficie che si ricollega ad altre tradizioni e a significati altri, una sotterranea radice comune che, nelle differenze, accomuna tutte le comunità.
L’essere umano, ridotto a spettro, può solo vagare tra le rovine, le macerie e i deserti. Come evoca Zarathustra: «il deserto cresce, guai a colui che in sé cela deserti»12, ripreso da Jünger, che a sua volta ci mette in guardia: «guai a chi non porta con sé, anche solo in un’unica cellula, quel tanto di sostanza originaria che assicura continuamente nuova fertilità»13.
Oggi assistiamo a una desertificazione del pensiero e a un deserto della stessa critica: una società di mere opinioni che rimangono sulla superficie senza la volontà, e senza la capacità, di addentrarsi in una profonda comprensione. In ambito critico le riflessioni parziali e cieche scivolano senza la forza di radicarsi e di permanere, senza riuscire a porre un freno all’avanzata del mondo macchina.
Siamo di fronte all’ultimo uomo.
Un essere umano che ha paura della vita, dei suoi imprevisti e di quello che può sfuggire dai calcoli degli algoritmi, che cerca solo ciò che sarà concepito come benessere e sicurezza, cullato dal comfort. Un tale siffatto essere umano non si potrà più assumere nessun rischio, nessuno sforzo, nessun impegno duraturo. A cosa serve sforzarsi se la via da seguire la indicano gli algoritmi dell’Intelligenza Artificiale?
Un essere umano immerso e attraversato da una cultura della morte e della cancellazione. Un essere poroso, che assorbirà in sé l’odio per la vita in ogni sua manifestazione, ma innalzerà la salute tecnomedicalizzata a nuovo paradigma, con un’ossessione per la morte e un’isteria della sopravvivenza in una società di non morti. E nella preoccupazione rivolta unicamente alla sopravvivenza l’individuo diventa come il virus, questa creatura non morta che si limita a sopravvivere senza vivere.
Un individuo che, come ogni fluido, può assumere qualsiasi forma che gli si vorrà far assumere. Non è un caso che il fluido rappresenti l’antitesi della densità, di ciò che dura, che permane, che non muta, che resiste e che fornisce appiglio.
L’essere umano, fluido che scivola e al contempo superficie levigata su cui tutto scivola, non è in grado di afferrare e trattenere più nulla. Senza punti fermi, senza appigli e senza quei valori a cui ritornare e da contrapporre al mondo macchina.
Promessa, fedeltà, vincolo, legame oggi sono parole vuote quando in realtà «essere liberi non significa essere privi di legami e di vincoli. Non è l’assenza di legami e di radici a rendere liberi, ma la presenza di legami»14.
Viviamo il tempo della desacralizzazione dell’esistenza. La cancellazione del sacro, del suo spazio e della sua dimensione inviolabile rende il vivente, nella sua totalità, disponibile. La sinistra progressista ha sostituito la sacralità del vivente con la dignità della persona, che comporta il dare valore non al vivente in sé, bensì a ciò che viene di volta in volta determinato dal paradigma tecnoscientifico ed eugenista. Una desacralizzazione del vivente che trasuda di transumanesimo in cui l’umanità e l’intero vivente devono essere continuamente riconfigurati: il fine del transumanesimo è un fine che si sposta sempre più in là, un immaginario che porta l’umano a concepirsi come un organismo eternamente incompleto.
Altri animali vengono imprigionati, torturati, vivisezionati, ingegnerizzati, riprodotti in serie per essere uccisi in un sistema industriale di morte. Giunti a questo punto di degradazione morale e di insensibilità verso un altro vivente, cosa potrà arrestare la trasposizione di questo stesso processo dagli altri animali non umani agli animali umani? Si predano corpi vivi definiti morti15, si acquistano bambine e bambini, si commerciano gameti, si utilizzano feti umani, si sperimenta su embrioni, si creano embrioni chimera. A questo punto perché i corpi dovrebbero essere ancora considerati un valore in sé? E perché il vivente, in ogni sua dimensione, espressione, manifestazione e fase di sviluppo dovrebbe essere considerata un valore in sé?
«E ditemi se resta ancora qualche tortura, per questo vecchio corpo senz’anima, morto fra i morti»16.
Il senso di sacralità fonda un legame tra il sé e la comunità, tra sé e il mondo.
«I riti sono processi dell’incarnazione […] vengono iscritti nel corpo, incorporati, cioè interiorizzati mediante il corpo. Così i riti creano una conoscenza e una memoria incarnate, un’identità incarnata, un legame incarnato»17. Ogni comunità ha una dimensione corporea e una dimensione spirituale, e tesse un legame corporeo e spirituale con il luogo in cui vive. Attraverso i riti la comunità si riconosce e riconosce il proprio posto nel mondo oltre al momento contingente.
I riti concorrono a radicare e a far perdurare un’esistenza singola in un tempo, in un territorio, in una comunità. Creano lo spirito di una comunità radicata. Creano un legame oltre alla contingenza, un riconoscimento di ciò che permane oltre il nostro tempo. Creano un ritmo comune in rapporto alle cose, al tempo, al mondo naturale, agli altri esseri viventi, permettono una risonanza.
Il silenzio che accompagna i riti fonda una «comunità senza comunicazione»18, a differenza dei tempi di oggi contraddistinti da una «comunicazione senza comunità»19. Oggi il silenzio è assordante e vuoto, il silenzio di una comunità tradizionale è denso di significati e di risonanze.
I riti corrispondono a una diversa esperienza del tempo e aprono a un diverso sentire del tempo: un tempo ciclico con i suoi riti di passaggio e di chiusura. Un ritmo che si compone di periodi e cicli, ciascuno con un significato. Un tempo ciclico, un eterno ritorno, una «danza circolare del mondo»20 di «terra e cielo, divini e mortali»21, con un «accordo silenzioso delle stagioni»22 e la loro «risonanza che perdura»23, un «andirivieni»24 che genera una durata, che permette un poter trattenere le cose perché anch’esse trattengono i «riferimenti duraturi del mondo»25. Nulla svanisce, nulla si frammenta. Non era possibile una dissociazione dalla realtà, non era possibile perdere sé stessi nel mondo: la propria identità era ancorata al mondo denso di significati.
In una non vita l’umano è oggi attorniato da non cose in un tempo che non è più un tempo, un tempo vuoto da riempire compulsivamente, un tempo leggero come la non vita. Solo la densità del tempo con i suoi legami è in grado di reggere il peso dell’esistenza.
Si dovrebbe sentire il peso delle conseguenze del mondo macchina, come una costante, che è sempre li, come un crampo allo stomaco, che produce la giusta angoscia, la giusta rabbia. Per sentire sempre, davanti agli occhi e dentro la carne, la via da percorrere per contrastare questo esistente con lucidità e determinazione.
Un’esistenza in grado di resistere deve essere ancorata, radicata, durevole, definita. Caratteristiche che non trovano significato e corrispondenze nei tempi di oggi caratterizzati dalla fluidità, in cui tutto è scorrevole, effimero, momentaneo, instabile, indefinito e nebuloso. L’ordine cibernetico che non ammette perturbazioni è la società del positivo in cui ogni cosa deve essere livellata, senza spigoli e senza scosse. Tutto è esposto, trasparente, pornografico; tutto è compulsivamente consumato ed istantaneo; tutto è scomposto, volatile, rarefatto e inconsistente.
L’universo tecnologico è un unico orizzonte di senso in cui l’unica verità è quella tecnica: «È un universo fatto di assurdità lanciato a piena velocità verso nuove assurdità»26. L’ossessione del cambiamento continuo in cui nulla è fatto per durare, la spinta a fare sempre più velocemente, la standardizzazione e universalizzazione attraverso gli sviluppi tecnici al fine di controllare, gestire, indirizzare e modellare ogni cosa: questi paradigmi descritti da Jacques Ellul non sono dei prodotti delle rivoluzioni industriali, ma sono il motore operante della tecnicizzazione totale della società e dell’essere umano.
La scienza moderna e la tecnicizzazione hanno portato al disincanto del mondo, a un mondo e a un essere umano disincantato e in ultima istanza disumanizzato. Reincantare l’umano significa restituirgli la dimensione del pensiero, della consapevolezza di quello che si sta perdendo e di quello che si trasformerà irrimediabilmente. E come ci insegna Simone Weil: «Il passato distrutto non torna mai più. La distruzione del passato è forse il delitto supremo. Ai nostri giorni, la conservazione di quel poco che resta dovrebbe diventare come un’idea fissa»27.
Una visione spirituale dell’esistenza portava ad avere un senso diverso di questa, a valutare diversamente gli eventi, a dare importanza a ciò che per i più è senza valore e a ignorare ciò che per i più è considerato importante. Il cambio di prospettiva porta a un cambiamento esistenziale di fronte alla stessa esistenza.
Il mondo moderno è una società senza dolore, ma il dolore regge l’esistenza.
«Il dolore regge la felicità. […] Ogni intensità è dolorosa. La passione unisce il dolore e la felicità. […] Se il dolore viene soffocato, ecco che la felicità si appiattisce riducendosi a un apatico torpore. La felicità resta inaccessibile a chi non è aperto al dolore»28.
«Il dolore viene respinto ai margini per fare spazio a un benessere mediocre»29.
Il dolore, la sofferenza, la malattia, la morte non possono far parte dell’ordine cibernetico, rappresentano dei disturbi. I calcoli degli algoritmi producono un’anestesia verso i nostri corpi e verso la stessa realtà: una cancellazione della sensibilità, della coscienza e del dolore. Il dolore deve rientrare in un paradigma medico, deve essere medicalizzato ed estirpato.
L’anestesia del dolore corre parallela alla perdita di significato del sacrificarsi per un’idea, per un mondo altro, per una lotta, anche se disperata, anche se senza scampo, con quel coraggio che contraddistingue un vivere ostinatamente contro.
Il dolore cede il passo alla paura, a un particolare modo di avere paura che contraddistingue l’uomo moderno. L’essere umano è sempre più impaurito: «La grande solitudine dell’individuo è uno dei segni che contraddistinguono il nostro tempo. Egli è circondato, anzi, assediato dalla paura»30 ci insegna Jünger.
La storia delle società potrebbe essere anche la storia delle paure che la caratterizzano e su come l’umano si rapporta ad esse, ma soprattutto di come il potere produce e gestisce la Paura, cosa alquanto diversa dalle paure che da sempre contraddistinguono l’umano. Le paure oggi non vengono comprese, ascoltate, attraversate, trasformate, affrontate, vengono medicalizzate e psichiatrizzate. La Paura diventa fobia. E il potere crea ed alimenta una Paura irrazionale che viene continuamente alimentata dall’essere posti in uno stato di perenne confusione.
In tempi lontani si aveva paura degli animali selvatici, delle forze naturali o delle punizioni degli dei. La paura, il dolore, la malattia, la morte erano parte organica del mondo. Una visione spirituale della vita collocava l’individuo in una dimensione che gli permetteva di comprendere e accettare il dolore e la morte come parte essenziale per il ciclo della vita. L’individuo sentiva di far parte integrante di un destino più ampio, quello della sua famiglia, della sua comunità e della natura stessa in un eterno ciclo di vita-morte.
La morte medicalizzata è estromessa dai cicli della natura di cui un tempo l’essere umano ne aveva quotidiana esperienza: il ciclo seme-pianta-vita si collegava al ciclo della vita e della morte. I cicli delle stagioni erano come i cicli della vita, oggi invecchiare è segno di debolezza e malattia nel delirio transumano di voler rimanere eternamente giovani e di poter decidere chi voler diventare.
In assenza di un destino collettivo la morte diventa intollerabile e l’essere umano muore solo.
Non si è più padroni della propria vita, ma nemmeno della propria morte. Un tempo l’essere umano presiedeva alla sua morte, accompagnato dai suoi cari e dalla comunità, oggi si muore soli in un’asettica stanza di ospedale e il morente, intubato e monitorizzato, è espropriato della sua morte. Una morte che è nelle mani dei tecnici.
Oggi non si muore, si perisce intempestivamente: «se la vita è privata di ogni forma di compiutezza di senso, finisce in modo intempestivo»31.
In un mondo completamente materialista la paura più forte è quella della morte e più la vita è mera sopravvivenza più si ha paura della morte. Con estrema lucidità Jünger aveva intuito che «Nessuno è più facile da terrorizzare di chi crede che tutto sia finito quando il suo fugace fenomeno si spegne. I nuovi schiavisti se ne sono accorti, e questo spiega l’importanza per loro delle teorie materialistiche…»32 e mette al centro il timore che attanaglia l’umano: «In questo vortice, la questione fondamentale è se sia possibile liberare l’uomo dal timore. Obbiettivo di gran lunga più importante che rifornirlo di armi o provvederlo di medicinali. Forza e salute sono prerogativa degli impavidi. Il timore invece, stringe d’assedio anche – anzi soprattutto – chi è armato fino ai denti»33.
Una vita autentica è quella vita che non fugge dalla morte e, aggiungo, che non fugge davanti alla storia, che non fugge davanti alla perdita di libertà. Vivere senza sapere quanto tempo rimane con la possibilità di perdere tutto è una dimensione che si apre alla consapevolezza della morte e della perdita, è un vivere in modo autentico. Sono necessari donne e uomini che sappiano poter perdere tutto, ma solo in pochi portano avanti una lotta che è la loro stessa vita e che non concepiscono altro modo di vivere se non quello di lottare.
Per la completa realizzazione dei progetti transumanisti un’obbedienza a parole non è sufficiente: l’individuo deve crederci e deve desiderarla. «Il mondo storico in cui ci troviamo ricorda una nave che muove velocemente mostrando ora il lato del comfort, ora quello del terrore»34. L’obbedienza oggi deve diventare corporale e biomolecolare. L’individuo deve essere disposto a barattare il proprio corpo per un’illusione di libertà in una progressiva e inesorabile perdita del significato stesso di libertà.
All’orizzonte nuove ricombinazioni e mutazioni genetiche: le prossime generazioni Crisp saranno selezionate e modificate prima di nascere e poi inoculate con inserti a DNA ricombinante e a mRNA e sottoposte a terapie geniche nel corso dell’intera vita. L’affinarsi del paradigma di ingegneria genetica con terapie geniche a livello preventivo rende l’umano potenzialmente malato ancora prima del manifestarsi della malattia. Un umano rinchiuso nei parametri algoritmici che stabiliranno la probabilità di predisposizione genetica a una patologia.
Le prossime generazioni Crispr rappresentano una denaturazione dell’umano. La denaturazione chimica è un processo che consiste nell’aggiunta di piccole quantità di sostanze chimiche – i denaturanti – a un prodotto che porta a una sua alterazione o perdita di una o più delle sue proprietà. Cellule e corpi terranno memoria della mutagenesi e dell’artificiosità, una memoria incarnata che precederà il simbolico, una memoria incarnata che permeerà lo spirito. L’umano modificato dal suo interno sarà un umano denaturato.
«L’uomo si trova al centro di una grande macchina ideata per distruggerlo»35, «Ribellarsi. Questo sarebbe il primo passo per uscire da un mondo di sorveglianza e controllo statistico»36.
Per Jünger il Ribelle è individuo d’azione, azione libera e indipendente, è il singolo, l’individuo concreto che agisce nel concreto: «il Ribelle è deciso ad opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata». «Per sapere cosa sia giusto non gli servono né teorie né leggi, ma attinge alle fonti della moralità non ancora disperse nei canoni delle istituzioni, supponendo che qualcosa di incorrotto viva ancora in lui. Il Ribelle ha bisogno di un’integrità personale che attinga alle profonde sorgenti della libertà umana, del rispetto di sé e della tradizione»37.
È necessario ritornare a concepire l’essere umano come inviolabile e indisponibile, un fondamento da cui si genera la propria identità e, nel riconoscersi, la comunanza tra spiriti liberi. «Abbiamo già visto che la grande esperienza della foresta è l’incontro con il proprio Sé, con il proprio nucleo invulnerabile […]. Questo incontro, che aiuta in modo così potente sia a tornare in salute che a bandire la paura, è anche della massima importanza in senso morale. Ci conduce a quello strato che sta alla base di tutta la vita sociale e che è stato comune a tutti fin dalle origini». «È effettivamente importante che chi pretende di compiere ardue imprese abbia un’idea precisa di sé. […] L’uomo […] deve fare i conti con la propria essenza immodificabile, sovratemporale, che s’incarna e si trasforma nel corso della storia»38.
«Ciascuno deve sapere quale peso intende dare alla libertà – se attribuire più valore al modo di essere o alla pura sopravvivenza. Il vero problema è piuttosto che una grande maggioranza non vuole la libertà, anzi ne ha paura. Bisogna essere liberi per volerlo diventare»39. E per Jünger «La libertà nuova è quella antica, assoluta […] è una libertà decisa alla lotta»40.
«La resistenza richiede un grande sacrificio, il che spiega perché la maggioranza preferisce accettare la coercizione. Eppure la storia genuina può essere fatta solo dal libero; la storia è l’impronta che la persona libera dà al destino»41.
«La resistenza del Ribelle è assoluta, non conosce neutralità, né remissione, né reclusione in fortezza. Il Ribelle non si aspetta che il nemico accetti i suoi ragionamenti né, tanto meno, che si comporti secondo le regole di cavalleria. Oltretutto egli sa che, per quanto lo riguarda, la pena di morte non verrà sospesa». «Compito del Ribelle è definire una misura di libertà che sia valida per un’epoca futura a dispetto del Leviatano. Di quell’avversario non può aver ragione con semplici argomentazioni concettuali». «Questo tipo di uomo entrerà nella scena storica anche senza volerlo, perché vi sono forme di tirannide che non lasciano scelta»42.
«Al Ribelle non è permessa l’indifferenza. Il passaggio al bosco induce decisioni più gravi». «Per quel che riguarda il luogo il bosco è dappertutto: in zone disabitate e nelle città, […], nel deserto, il bosco è nella macchia. Ma il bosco è soprattutto nelle retrovie del nemico stesso. […] Il Ribelle non dispone di grandi mezzi di combattimento, ma sa mettere a segno un colpo audace per distruggere armi che valgono milioni: ne conosce le debolezze tattiche, i punti di minore resistenza, l’infiammabilità»43.
Nel passaggio al bosco «c’è un incontro dell’uomo con se stesso nella sua sostanza indivisa e indistruttibile. Questo incontro scaccia la paura della morte. […] Vincere la paura della morte è subito vincere ogni altro terrore, perché tutti hanno senso solo in relazione a questo problema fondamentale. Il passaggio nel bosco è, quindi, soprattutto un passaggio attraverso la morte. Il sentiero conduce sull’orlo della morte stessa, anzi, se necessario, lo attraversa»44.
«Sulla strada di Mory avevo già sentito la mano della morte, ma questa volta essa stringeva più forte e più decisa. Mentre crollavo pesantemente sul fondo della trincea, ebbi la certezza di essere definitivamente perduto. Eppure, cosa strana, quel momento è stato uno dei rarissimi nei quali possa dire di essere stato davvero felice. Compresi in quell’attimo, come alla luce di un lampo, tutta la mia vita nella sua più intima essenza»45.
Ciò che dà senso alla vita è il saperla perdere, il saperla sacrificare, senza il timore di sottrarsi a ciò che la storia ci pone davanti. Andare incontro al rischio della morte – o della perdita della libertà – dà valore alla vita e a ciò per cui si combatte. Sottrarsi, scansarsi, mettersi di fianco, stare perennemente ai margini – per paura di perdere la vita, la libertà o, più mediocremente, i propri comfort e la propria misera quotidianità – non è vivere, ma sopravvivere. Per vivere bisogna saper morire. Una vita autentica non fugge dinanzi alla morte e mantiene salda dentro di sé quell’angoscia indispensabile alla lotta.
«L’essere umano è ridotto al punto che da lui si pretendono le pezze d’appoggio destinate a mandarlo in rovina»46. Jünger anticipa così quello che è stato strutturato in questo periodo di emergenza pandemica dichiarata: «Non è casuale la funzione che da qualche tempo la maschera ricomincia ad avere nella vita quotidiana. Essa appare in molteplici sembianze, nei luoghi in cui fa irruzione lo specifico carattere di lavoro: può essere la maschera antigas, con la quale si tenta di equipaggiare intere popolazioni, o la maschera a casco per gli sport e le alte velocità, come quella dei motociclisti e degli automobilisti, oppure la maschera protettiva per il lavoro in ambienti minacciati da radiazioni, esplosioni o diffusione di narcotici. È da supporre che alla maschera saranno assegnati ancora altri e diversi compiti, oggi intuibili – per esempio, nell’ambito di un’evoluzione in cui la fotografia acquisti il ruolo di un’arma offensiva applicata in politica». «In tutte le epoche ci saranno poteri che cercheranno di imporgli una maschera», ma «da tempo immemorabile, si ripete anche lo spettacolo dell’uomo che si toglie la maschera, e la felicità che ne segue è un riflesso della luce della libertà»47.
Abbiamo visto il ruolo della maschera nel rendere l’individuo anonimo e omologato, nel creare la paura dell’altro per poter meglio isolarlo dagli altri. In questo contesto di paura irrazionale e confusione generalizzata le uniche informazioni di propaganda sono contraddittorie e confuse, cosicché anche se emergeranno delle verità, non ci sarà più un individuo in grado di coglierle e di agire di conseguenza. Uno scenario di costruzione di una crisi per fare in modo che le soluzioni a questa crisi siano volute dalle stesse persone e che siano percepite come un bene per l’umanità.
Attuali anche queste sue parole: «Siamo proprio certi che il mondo delle assicurazioni, delle vaccinazioni, dell’igiene scrupolosa, della vita media più lunga sia un vantaggio? […] Quando la nave affonda cola a picco anche la sua farmacia. Ma in simili frangenti contano di più altre cose, per esempio la capacità di sopravvivere diverse ore nell’acqua ghiacciata. L’equipaggio vaccinato e rivaccinato, depurato dai microbi, aduso alle medicine e di età media avanzata ha minori probabilità di sopravvivere di un equipaggio che non sa nulla di questo»48.
Jünger si chiede: «Come reagisce l’essere umano in mezzo a una catastrofe? È in grado di rendersi conto che la storia lo sta ponendo davanti all’abisso? È in grado di percepire il pericolo?»49 e ci indica una strada: «Le catastrofi provano fino a quale profondità uomini e popoli sono radicati nel terreno originario. È importante che almeno un fascio di radici attinga ancora direttamente a quel terreno – poiché è da questo terreno che dipendono la salute e le sue prospettive di sopravvivenza». «Ma se il pericolo aumenta, la salvezza sarà cercata più in profondità, presso le Madri, al cui contatto si sprigiona l’energia primigenia che le semplici forze del tempo non sono in grado di arginare»50. Il legame originario con la Madre – tutte e tutti siamo figlie e figli – porta al principio che deve reggere e guidare ogni comunità: il principio femminile di colei che in potenza può generare, un sapere ancestrale che deriva dai corpi delle donne.
«Nel ribelle sopravvivono tracce di un sapere che ha radici più profonde dei luoghi comuni dell’epoca presente»51. «Ciascuna delle nostre azioni contiene in sé stessa un seme a noi sconosciuto»52.
«L’anarchico nella sua forma pura è colui che riesce a risalire con la memoria a estreme lontananze: a tempi preistorici, anteriori anche al mito. Egli crede che in quel tempo l’uomo abbia realizzato la sua determinazione autentica. Egli vede questa possibilità anche per l’esistenza attuale dell’uomo, e ne trae le sue conseguenze. In tal senso l’anarchico è il conservatore originario, il radicale, colui che ricerca alle radici la salvezza e i mali della società»53.
Senza punti di riferimento saldi tutto diventa confuso e tutto crolla, si è travolti dagli eventi e dalla non comprensione delle attuali trasformazioni. Si è sempre indietro e si è solo in grado di reagire con affanno e sfiancamento ancora prima di un inizio. Un agire che è solo una mera reazione.
Abbiamo sempre affermato «siamo in un passaggio epocale»: per le biotecnologie, la biologia sintetica, la clonazione, le nanotecnologie, la riproduzione artificiale. Erano tutti passaggi epocali, irreversibili, totali e pervasivi. Quello che stiamo vivendo oggi è uno degli ultimi passaggi per trasformare l’essere umano e il vivente tutto in quel mondo artificiale, cibernetico e ingegnerizzato che verrà ridefinito e così percepito come naturale e come l’unico mondo possibile e immaginabile. Uno degli ultimi passaggi per chiudere il cerchio, per distruggere ciò che rende l’umano tale e non macchina, per la completa e definitiva dissoluzione dello spirito dell’umano e dello spirito del mondo.
«Che sia un pezzo di materiale sul campo di battaglia o un ingranaggio nella macchina dell’economia di guerra, l’età moderna ha l’abitudine di ridurre l’essere umano a un oggetto funzionale. Tutto ciò che è “non essenziale” – tutto ciò che ci rende umani – viene allegramente scartato»54.
Non abbiamo più tempo. È questo lo spirito con cui affrontare l’esistente: non c’è più tempo. Ed è così che va sentito in ogni passaggio ed evoluzione degli sviluppi tecnoscientifici. Poi, certamente, arriveranno presto altri passaggi epocali: la rete 6G per il concretizzarsi dell’Internet dei corpi comunicanti in cui l’umano microchippato e irrorato di grafene diventerà un server dell’Internet of NanoThings, l’avvio del Metaverso, i primi hamburger sintetici, l’estensione su larga scala delle terapie geniche a mRNA, della tecnologia Crispr/Cas 9 e della nanomedicina, i primi impianti neurali per persone sane, l’editing genetico della linea germinale (modificazione genetica ereditaria del genoma umano), l’utero artificiale per i nati prematuri… In un testo che scrissi nel 2006, Il futuro è già qui, anche se non ha l’aspetto di una mostruosa chimera, in merito a terapie geniche, clonazione, analisi genetiche prenatali, procreazione, prospettive eugenetiche già si prospettava quello che si sarebbe concretizzato. Al tempo, chi non voleva comprendere la centralità degli sviluppi delle tecnoscienze e chi non voleva opporsi alla loro avanzata, respingeva queste analisi come futuristiche, apocalittiche, distopiche. Oggi tutto è evidente. Non ci sono più scuse. Non possiamo più attendere chi non vuole capire, chi porta avanti progetti marginali, chi non avanza una critica totale e netta contro ogni aspetto e contro ogni tassello posto a fondamento del progetto transumanista.
«Ciò che facciamo sarà necessariamente minuscolo, invisibile, derisorio forse, ma se ci rifiutiamo di contemplare di farlo, è meglio entrare subito nella tomba o avere il coraggio di riconoscere che siamo passati dall’altra parte»55.
Il fiume è in piena, per arrestare l’acqua prima che ci travolga bisogna trovare un argine saldo, quella linea di resistenza per coloro che non devono sempre iniziare da capo, senza memoria, ma che proseguono un percorso affinando lo sguardo per vedere le direzioni e le diramazioni del Potere, comprendendo nel profondo le trasformazioni che ne derivano. Una linea di resistenza per coloro i quali, malgrado tutto, rimarranno in piedi senza farsi travolgere dagli eventi.
È in arrivo la tempesta, che si alzino gli spiriti liberi per combattere senza attese, senza calcoli, senza giustificazioni.
«A che cosa si riduce ormai l’esame della condizione dell’uomo, se non all’enumerazione, stoica o atterrita, delle sue perdite? […]
Spezzati gli specchi, poteva l’uomo non rimanere privo di volto? Non serve ricordare fino a che punto una folla moderna atterrisca per la totale cancellazione, nel numero, del volto umano e di quelle pure, laceranti figure che i volti umani sanno talvolta comporre»56.
Silvia Guerini, Marzo 2022, Bergamo
da L’Urlo della Terra, numero 10, luglio 2022
1E. Jünger, L’Operaio, Guanda, 2000.
2F. Westerman, Ingegneri di anime, Iperborea, 2020.
3E. Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi, 1990.
4E. Jünger, Lo scarabeo spagnolo in Il contemplatore solitario, Guanda, 2021.
5E. Jünger, Sulle scogliere di marmo, Mondadori, 1945.
6E. Jünger, Le api di vetro, Guanda, 2020.
7Ivi
8M. Amorós, ¿Dónde Estamos?, Algunas consideraciones sobre el tema de la técnica y la manera de combatir su dominio, Varias editorial, 2011
9Ivi
10E. Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi, 1990 (prima edizione in lingua 1951).
11B. Han, Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale, Einaudi, 2022.
12F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi, 1976.
13E. Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi, 1990 (prima edizione in lingua 1951).
14B. Han, Il profumo del tempo. L’arte di indugiare sulle cose, Vita e pensiero, 2017.
15Per approfondimenti: Lega Nazionale Contro La Predazione Di Organi e la Morte a Cuore Battente, www.antipredazione.org
16C. Baudelaire, I fiori del male, Edoardo Sonzogno Editore, 1893.
17B. Han, La scomparsa dei riti. Una topologia del presente, Nottetempo, 2021.
18B. Han, La scomparsa dei riti. Una topologia del presente, Nottetempo, 2021.
19Ivi
20M. Heidegger, Saggi e discorsi, cit. in B. Han, La scomparsa dei riti. Una topologia del presente, Nottetempo, 2021.
21Ivi
22M. Heidegger, Il sentiero di campagna, cit in B. Han, Il profumo del tempo. L’arte di indugiare sulle cose, Vita e pensiero, 2017.
23B. Han, Il profumo del tempo. L’arte di indugiare sulle cose, Vita e pensiero, 2017.
24M. Heidegger, Il sentiero di campagna, cit in B. Han, Il profumo del tempo. L’arte di indugiare sulle cose, Vita e pensiero, 2017.
25B. Han, Il profumo del tempo. L’arte di indugiare sulle cose, Vita e pensiero, 2017.
26J. Ellul, Le bluff technologique, Pluriel, 2012.
27S. Weill, La prima radice. Preludio ad una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, SE, 1990.
28B. Han, La società senza dolore, Einaudi, 2021.
29E. Jünger, Sul dolore, in Foglie e Pietre, Adelphi, 1997.
30E. Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi, 1990 (prima edizione in lingua 1951).
31B. Han, Il profumo del tempo. L’arte di indugiare sulle cose, Vita e pensiero, 2017.
32E. Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi, 1990 (prima edizione in lingua 1951).
33Ivi
34Ivi
35E. Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi, 1990 (prima edizione in lingua 1951).
36Ivi
37Ivi
38Ivi
39Ivi
40Ivi
41Ivi
42 Ivi
43 E. Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi, 1990 (prima edizione in lingua 1951).
44Ivi
45E. Jünger, Nelle tempeste d’acciaio, Guanda, 2007.
46E. Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi, 1990 (prima edizione in lingua 1951).
47Ivi
48E. Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi, 1990 (prima edizione in lingua 1951).
49Ivi
50Ivi
51Ivi
52E. Jünger, Sulle scogliere di marmo, Mondadori, 1945.
53E. Jünger, Lo stato mondiale. Organismo e organizzazione, Guanda, 1998.
54E. Jünger
55Maurice Blanchot
56Cristina Campo, Il flauto e il tappeto in Gli imperdonabili, Adelphi, 1987.