John delle montagne
“Finché vivrò, sentirò cantare le cascate e gli uccelli e i venti. Interpreterò le rocce, imparerò il linguaggio delle inondazioni, delle tempeste e delle valanghe. Conoscerò i ghiacciai e i giardini selvaggi, e mi avvicinerò il più possibile al cuore del mondo”.
John Muir
John Muir nella seconda metà dell’ottocento iniziò a viaggiare, a camminare per monti, boschi, valli quando erano considerati come meri luoghi da depredare. Montagne da sventrare per estrarre minerali, foreste da abbattere per il legname, valli da usare come recinti in cui far pascolare le mandrie prima di mandarle nei macelli di Chicago.
Nacque il 21 aprile 1838 in Scozia, la famiglia emigrò poi negli Stati Uniti nel 1849. Il padre, calvinista austero che ricorreva a punizioni corporali, insieme alla madre considerava la Bibbia come il fulcro della loro educazione. Fin da bambino correva nei campi, lungo i torrenti, osservava con meraviglia il volo degli uccelli, la vita acquatica, studiava insetti, fiori, alghe, conchiglie. Ebbe un’infanzia e un’adolescenza contadina nella fattoria di famiglia nel Wisconsin: di giorno nei campi e di notte a studiare da autodidatta e a costruire congegni. Si alzava all’una di notte per leggere prima di andare nei campi. La sua sveglia era un pendolo – cronometro da lui costruito che indicava orario e giorno della settimana, suonava e scuoteva il letto. Fin da adolescente fu inventore di strani congegni meccanici come mangiatoie per cavalli, seghe da tavolo, termometri e barometri in legno, orologi, macchine agricole, leggii e sveglie con vari dispositivi che si mettevano in moto uno dopo l’altro creando una concatenazione di movimenti in un preciso momento della giornata in base alla luce del sole e che producevano suoni, accensione di candele, spostamenti e rotazioni di alcune parti di essi. Uno di questi congegni all’ora stabilita accendeva una lampada a olio, apriva un libro per qualche minuto, lo richiudeva e lo sistemava in un cassetto. Per mettere in moto un’altra sveglia bastava la luce del sole attraverso una lente fissata alla finestra che concentrava i raggi su un filo che rompendosi lasciava cadere un peso. Congegni che presentò alla Fiera dello Stato in cui ebbe svariati riconoscimenti. La sua folgorante passione per la botanica arrivò un giorno, sotto un albero d’acacia, uno studente suo compagno gli chiese dell’albero, Muir non ne sapeva nulla e gli sembrava alquanto improbabile che potesse appartenere alla famiglia delle leguminose, il compagno allora gli fece osservare il fiore molto simile a quello della pianta di piselli, glielo fece anche assaggiare, sapeva di pisello, in quel preciso momento Muir accantona la passione per la costruzione di congegni per dedicarsi alla passione per la natura selvaggia.
Dopo un infortunio nella fabbrica in cui lavorava come progettista che lo lasciò per svariati mesi cieco abbandonò tutto per iniziare a esplorare lo Yosemite, attraversandolo, scalando montagne, guadando fiumi e dormendo al riparo delle sue immense sequoie. “Le montagne mi chiamano e devo andare” scrisse alla sorella. Chiese a un falegname incontrato per strada qual’era la via più rapida per uscire dalla città, “Dove vuoi andare?” gli chiese e Muir rispose: “In qualsiasi posto selvaggio” e iniziò a camminare verso est. Comprò un taccuino e vi scrisse il suo indirizzo: “John Muir – Pianeta Terra – Universo”.
“Lasciai l’università senza il minimo pensiero di farmi un nome, ma spinto in avanti dalla conoscenza. Viaggiavo libero, felice e povero nella gloriosa natura selvaggia. […] ‘Giovanotto’ mi dissero alcuni amici scegli la tua professione – dottore, avvocato, ministro?’ Io me ne andai nei boschi per fare il botanico, vagando a volontà su prati e paludi, lungo le rive dei torrenti, con il grande cielo sopra di me, passeggiando libero e solo”.
Una pagnotta di pane, quando c’era, una gamella per scaldare l’acqua per il suo tè nero e l’immancabile taccuino da viaggio dove appuntava le sue osservazioni naturalistiche e le sue riflessioni. Questi i suoi compagni di viaggio insieme al cielo stellato e al profilo delle scogliere di granito. Dalle pagine dei taccuini, dai diari e dalle lettere che scrisse Muir ha trasmesso l’infinita bellezza di quei luoghi. Sentì la voce di alberi, torrenti, montagne, ghiacciai, animali e con uno slancio d’amore colse l’unità del mondo naturale: “Non c’è un singolo frammento in tutta la Natura, perché ogni frammento relativo di una cosa è di per sé un’unità piena e armoniosa. E tutte insieme formano l’unico grande palinsesto del mondo” leggiamo da Muir che nelle sue camminate si soffermava accanto a un fiore attendendo cosa quel fiore avesse da dirgli, ritenendosi e sentendosi “parte della natura selvaggia, consanguineo di tutto l’esistente”. Il suo era un sentire lontano ed essenzialmente altro dalla scienza moderna che cataloga e disseziona il vivente.
Lo sguardo di Muir è lo sguardo di un poeta, è lo sguardo di quei naturalisti amanti della bellezza e della vita da tempo estinti, al loro posto tecnocrati amanti della morte e della tecnica. Rappresentante di quella scienza con uno sguardo umile verso il mistero, con la consapevolezza che non tutto è decifrabile e quantificabile, con un entrare in punta di piedi in altre stanze, da tempo diventata opera di conquista, predazione, dominio, manipolazione e riprogettazione del vivente.
“Alle piante vengono attribuite vaghe e incerte sensazioni, ai minerali assolutamente nessuna di esse. Ma chi ci dice che i minerali non possano provare sensazioni di un certo tipo, sensazioni con cui noi, […] non abbiamo alcuna possibilità di venire in contatto?”.
Come non leggere in queste sue parole quel rintracciare segni, tracce, rimandi, corrispondenze: “Nulla passa senza lasciare traccia. Ogni sussurro di foglia e fiocco di neve e particella di rugiada che luccica, ondeggia e cade, così come il terremoto e la valanga è inscritto nel grande libro della Natura, anche se l’occhio umano non è capace di rilevare la calligrafia di nessuno di essi, se non dei più pesanti. Ogni evento è sia scritto che detto. L’ala segna il cielo, oltre a far sentire le sue parole, i venti lo sanno e lo raccontano”.
Muir era in conflitto con l’approccio conservazionista da museo e da parco recintato contraddistinto da utilitarismo e dalla gestione e organizzazione sistematica del vivente che andava a braccetto proprio con la scienza moderna. Era in profondo e totale contrasto con il “freddo materialismo” e le “aride parole” del linguaggio scientifico.
“L’uomo di scienza, il naturalista, perde troppo spesso di vista l’unicità essenziale di tutti gli esseri viventi; tenta di classificarli in regni, ordini, famiglie, generi, specie e così via, annotando il tipo e la disposizione delle membra, dei denti, delle dita, dei piedi, delle squame, dei peli, delle piume etc., misurando o ordinando in metri, centimetri e millimetri; invece, l’occhio del Poeta, del Veggente, non si chiude mai sull’essenziale affinità di tutte le creature di Dio, e il suo cuore pulsa sempre in empatia con gli esseri grandi e piccoli, come suoi ‘compagni nati sulla terra e compagni mortali’, ugualmente dipendenti dall’amore eterno del Cielo. […] Ma tale conoscenza, per quanto egli avesse studiato non fece che amplificare la consapevolezza di un ordine superiore, di un piano mistico e spirituale, in cui le parole di Dio, Natura, Bellezza, Paesaggio, sono quasi intercambiabili”.
Precursore di una visione ecologica ancora prima dell’esistenza della parola ecologia, una visione in cui la natura era concepita come portatrice di un valore in sé. Natura portatrice di una bellezza esteriore e interiore. “I miei occhi si aprirono alla loro bellezza interiore” in riferimento a dei fiori e leggiamo sempre questo aprirsi, cogliere, provare stupore e meraviglia.
“Ma quando il sole stava calando e tutto sembrava più sconcertante e scoraggiante, trovai la bella Calipso sulla riva muschiosa di un ruscello, che cresceva non nel terreno ma su un letto di muschi gialli in cui il suo piccolo bulbo bianco aveva trovato un morbido nido e da cui spuntavano la sua foglia e un fiore. Il fiore era bianco e dava l’impressione di una purezza estremamente semplice come un fiore di neve. Sembrava il più spirituale di tutti i popoli dei fiori che avessi mai incontrato. Mi sedetti accanto ad esso e piansi di gioia. Sembra meraviglioso che una pianta così fragile e bella abbia un tale potere sui cuori umani”.
Uno sguardo verso il più piccolo particolare, apparentemente insignificante o verso aspetti solitamente non considerati degni di attenzione scientifica, come la storia di una goccia di pioggia che cade, zampillando, picchiettando, fluendo su tutto. Un soffermarsi a indugiare, a guardare a lungo prima di riuscire a vedere con la consapevolezza che esiste anche un invisibile agli occhi.
“La maggior parte delle persone ama guardare i fiumi di montagna e tenerli a mente; ma pochi si curano di osservare i venti, sebbene siano molto più belli e sublimi e sebbene a volte diventino visibile quanto l’acqua corrente”.
Considerava il mondo naturale come “terra vivente” con una continua ricerca di un “palinsesto della natura” in cui ogni ogni elemento è fondamentale e partecipe. Riconobbe l’impossibilità di conoscere davvero una sequoia senza considerare il seme da cui si sviluppa e il vento che lo trasportò, il picchio che vi costruisce un nido, l’aquila che la sorvola, il fulmine che la colpisce, la pioggia che la nutre, la roccia che gli sta accanto, i fiori e i funghi che vi spuntano attorno, gli scarabei volanti che ne scavano il tronco, senza considerare gli innumerevoli eventi grandi e piccoli, visibili e invisibili che le accadono, che la influenzano, che la costituiscono, eventi di cui è parte e che a sua volta costituisce.
Quell’unità del mondo naturale di cui Muir scrive è difficile da cogliere se non si riconosce quell’interconnessione come una relazione emotiva oltre che concettuale e più spirituale che materiale. Un approccio riduzionista e materialista che classifica, incasella, frammenta, manipola non è in grado di afferrare la complessità irriducibile dell’esistente come un’unità in cui anche l’essere umano è parte inscindibile.
“Meraviglioso come tutto nella natura selvaggia si adatti completamente a noi, come se fosse veramente parte e genitore di noi. Il sole non splende su di noi, ma in noi. I fiumi non scorrono oltre, ma attraverso di noi, emozionante formicolio facendo vibrare ogni fibra e cellula della sostanza del nostro corpo, facendoli scivolare e cantare. Gli alberi ondeggiano e i fiori sbocciano nei nostri corpi così come nelle nostre anime”.
Precursore di una visione ecologica che considera la profonda relazione tra l’essere umano e l’ambiente, tra l’essere umano e il luogo in cui vive. Il proprio sé ecologico: siamo l’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo, l’ambiente che abitiamo. Siamo parte di a una rete di relazioni vitali che costituiscono intrinsecamente la nostra identità.
“Quando viviamo artificialmente, è raro vedere molto del nostro vero io. Le anime intorpidite sono irrimediabilmente intrappolate nei corpi intorpiditi. […] Quanto sappiamo poco di noi stessi, delle nostre più profonde attrazioni e repulsioni, delle nostre affinità spirituali! Come diventa interessante l’uomo nei suoi rapporti con lo spirito di questa roccia e dell’acqua! Come diventa importante ogni atomo del nostro mondo tra le influenze degli esseri invisibili, spirituali, angelici, montanari che affollano queste pure dimore di schiuma di cristallo e di granito viola”.
Precursore di una critica all’antropocentrismo Muir si chiede: “Perché l’uomo dovrebbe considerarsi più di una piccola parte dell’unica grande unità della creazione? E quale creatura, di tutte quelle che il Signore si è preso la briga di creare, non è essenziale alla pienezza di quell’unità – il cosmo? L’universo sarebbe incompleto senza l’uomo, ma sarebbe incompleto anche senza la più piccola creatura”. “Ci viene detto che il mondo è stato creato appositamente per l’uomo, una presunzione non supportata da tutti i fatti”.
Nei ricordi della fattoria di famiglia leggiamo: “Tra i molti vantaggi di vivere in una fattoria, uno dei più grandi è che si impara a conoscere gli animali come dei compagni di vita, mortali come noi, imparando a rispettarli e ad amarli. Così la simpatia divina cresce e prospera e si diffonde ben al di là degli insegnamenti delle chiese e delle scuole, dove troppo spesso viene insegnata una dottrina meschina, accecante e senza amore: che gli animali non hanno mente né anima, […], che sono stati creati solo per l’uomo, per essere accarezzati, viziati, macellati o schiavizzati”. Pensando a un tempo in cui gli esseri umani, diventati davvero umani, “cominceranno a mettere i loro compagni mortali nei loro cuori, invece che sulle loro spalle o nei loro piatti”. Come non leggere in queste parole una feroce critica alla produzione in serie di corpi animali, critica che si accompagna anche alla sua avversione all’“iperindustrialità” del lavoro dei campi e a quell’agricoltura che stava diventando lontana da un mondo contadino. “Quei piccoli campi recintati sembrano destinati ad essere per le piante ciò che le gabbie sono per gli uccelli”.
Muir vede la morte nel mondo naturale come parte dell’eterno ciclo di vita e morte a differenza della morte procurata dell’industria zootecnica e forse intuì anche come anche la morte degli esseri umani iniziava a non far più parte di quel ciclo naturale. “Qui persino la morte è in armonia. Solo nei macelli e nei letti soffici delle case la morte giunge terribile”.
Precursore anche di una critica allo sviluppo industriale e urbano che allontanava l’essere umano dal mondo naturale e dal sentirsi parte di esso, intravedeva già i sintomi di questa scissione e dell’atomizzazione, uniformizzazione, standardizzazione e disgregazione comunitaria: “la maggior parte delle persone vive nel mondo, non in esso, senza provare alcuna simpatia o relazione cosciente con nulla che le circonda, separate e rigidamente sole come biglie di pietra levigata, che si toccano ma sono separate”. Anticipatore della critica al comfort: “soffocati dal comfort come orologi impolverati” leggiamo in una delle sue lettere.
“La nostra rozza civiltà genera una moltitudine di bisogni, e i legislatori sono sempre al limite delle loro possibilità. La sala, il teatro e la chiesa sono stati inventati, e così pure l’istruzione obbligatoria. Perché non aggiungere la ricreazione obbligatoria? … I nostri antenati hanno forgiato catene di doveri e abitudini, che ci legano nonostante la nostra vantata libertà, e noi stessi, disperati, aggiungiamo un anello all’altro, gemendo e creando leggi medicinali per il sollievo. Eppure pochi pensano al puro riposo o al potere curativo della Natura”.
La bellezza e la forza della natura vengono considerate come antidoto alle grigi e malsane città. E in contrapposizione alla vita cittadina considerava la “vita da montanaro” per lo sviluppo della vita dell’anima e del corpo.
“Tutti hanno bisogno di bellezza così come di pane, di luoghi in cui giocare e pregare, dove la Natura possa guarire, rallegrare e dare forza al corpo e all’anima”. “Migliaia di persone stanche, scosse dai nervi e ipercivilizzate stanno iniziando a scoprire che andare in montagna è come tornare a casa; che la natura selvaggia è una necessità; e che i parchi e le riserve montane sono utili non solo come fonti di legname e fiumi per l’irrigazione, ma come fonti di vita”.
“Io so che i nostri corpi sono fatti per prosperare nell’aria pura e negli scenari dove si trova l’aria pura. Se le esaltazioni mortali che covano nelle grandi città in cui ci affolliamo così appassionatamente fossero resi visibili, fuggiremmo come da una piaga. Tutti li sono più o meno malati”. La bellezza della natura per Muir può rinvigorire corpo e spirito e la salute si trova “nell’esercizio vigoroso ed eroico, nell’avventura libera, con nervi saldi e senza ansie, con il movimento ritmico delle gambe che corrono su massi e che esigono decisioni rapide ad ogni masso” scrive con un sentire che è postura di spirito. Quella fatica che tempra per le difficoltà che si incontrano nella vita. Muir scala montagne, percorre chilometri senza cibo, dorme solamente al riparo di arbusti e chiome di sequoie, si immerge nei freddi fiumi per risalire cascate e torrenti, rimanendo al gelo intere notti, situazioni che il corpo deteriorato di noi umani di quest’epoca faremmo fatica a sostenere. In questi momenti estremi, nei luoghi più impervi, Muir intravede “che le ultime nebbie della città erano state spazzate via, dalla testa ai piedi”, “giungendo in luoghi che sembravano inaccessibili a gambe civilizzate”.
Muir insieme a uno dei suoi rari compagni di escursioni durante una scalata furono presi da una tempesta di neve: “La tempesta divenne subito incredibilmente violenta. Il termometro scese di ventidue gradi, per poi scendere presto sotto lo zero. La grandine cedette il posto alla neve, e l’oscurità calò come la notte. Il vento, che raggiungeva il suo apice di violenza, rimbombava e si gonfiava come frangenti su una costa rocciosa. I fulmini guizzavano tra le rocce desolate in un terribile accordo, le loro tremende detonazioni soffocate non attenuate da una singola eco, e sembravano provenire con un tonfo impetuoso dal cuore stesso della tempesta. […] Ci sdraiammo sulla schiena, in modo da offrire la minor superficie possibile al vento. La neve farinosa si accumulò sui nostri petti e non mi rialzai per diciassette ore. All’inizio fummo lieti di vedere la neve accumularsi nelle cavità dei nostri vestiti, sperando che servisse ad attutire la forza del vento gelido; ma, sebbene inizialmente soffice, si congelò presto in un cumulo rigido e incrostato, aggravando ulteriormente la nostra nuova sofferenza. Le acre incrostazioni sublimate dai gas in fuga cedevano spesso, aprendo nuove aperture, sulle quali ci ustionavamo; e temendo che, se a un certo punto il vento fosse calato, l’acido carbonico, che di solito costituisce una parte così considerevole delle esalazioni gassose dei vulcani, potesse accumularsi in quantità sufficienti a causare sonno e morte. […] Le normali sensazioni di freddo offrono solo una vaga idea di ciò che si prova dopo un duro esercizio fisico, con mancanza di cibo e sonno, unita all’umidità di un forte vento gelido. La vita appare allora come un semplice fuoco, che ora cova sotto la cenere, ora si ravviva, mostrando quanto facilmente possa essere spento. Le ore stanche si consumavano come una massa di anni innumerevoli e semidimenticati, in cui tutti gli altri anni e le altre esperienze si fondevano stranamente. Eppure il dolore che provavamo non era di quel tipo amaro che impedisce il pensiero e toglie ogni capacità di godimento. L’estrema bellezza del cielo a volte ingannava il nostro senso di sofferenza. L’Orsa Maggiore, con le sue mille associazioni familiari, volteggiava in un glorioso splendore sopra di noi; le misteriose nubi stellari della Via Lattea si inarcavano con meravigliosa chiarezza, e ogni pianeta brillava di lunghi raggi lanceolati come gigli a portata di mano”.
Le sue osservazioni naturalistiche erano indissolubilmente legate a una tensione spirituale. Le sue pagine rappresentano le riflessioni più ricche di significati che intrecciano dimensioni ecologiche e trascendenti tra quegli autori che furono poi definiti filosofi della natura e trascendentalisti. In quelle montagne, foreste, valli e fiumi Muir riconobbe il senso del sacro.
“Nella selvatichezza di Dio sta la speranza del mondo – nella grandiosa natura selvaggia integra e irredenta. Lì è dove svaniscono gli amari finimenti della civiltà, lì è dove le nostre ferite guariscono prima ancora di rendercene conto”.
“Che cos’è ‘superiore’ o ‘inferiore’ nella natura? Nella ricerca scientifica si parla di forme elevate, di tipi elevati. Ma tutte le ‘cose’ o ‘esseri’ individuali non sono che scintille dell’Anima Divina, variamente rivestiti di di carne, di foglie o di quel tessuto più duro chiamato roccia, acqua e così via.”
La sua spinta per la conoscenza non si può comprendere se non si coglie come sia profondamente legata a una spinta interiore verso l’amore, la compassione, la meraviglia…
“Se l’amore si spegne, cosa resta della vita di un uomo a parte il movimento di poche ossa e di pochi centimetri quadrati di carne? Chi oserebbe chiamarla vita?”
Muir avanzava interrogando montagne, valli e ghiacciai, percorrendole, abitandole, vivendole in ogni momento del susseguirsi delle stagioni, in ogni momento del giorno e della notte. Altri trascendentalisti, come Henry David Thoreau, si rintanavano nella casa di famiglia. Muir affrontava tempeste, le descrisse vivendole arrampicandosi in alto nella chioma degli alberi. Volle anche osservare un incendio scoppiato un autunno nella Sierra, si rannicchiò in un tronco abbattuto e da li osservò gli alberi che zampillavano nel buio.
Negli anni trascorsi sulla Sierra incitava sempre amici e corrispondenti a raggiungerlo per ammirarla, solo Ralph Waldo Emerson, considerato il massimo esponente del trascendentalismo, lo raggiunse anche per trascorrere insieme una notte tra le sequoie, ma fu accompagnato da un gruppo di studiosi e “il suo gruppo, così pieno di filosofia al chiuso, non riusciva a vedere la bellezza e pienezza insita nella promessa del mio piano selvaggio e ne rise con bonaria ignoranza” non voleva accamparsi nella valle, preferendo le stanze degli alberghi, “la polvere dei tappeti e gli inconoscibili fetori dei luoghi chiusi”. “Il signor Emerson rischia di prendere freddo” dissero per farlo desistere, “A nessuno viene la tosse nei boschi! Solo nelle case e negli alberghi si prendono i raffreddori! E io farò un grande fuoco. Voi siete una sequoia, signor Emerson venite a conoscere questi vostri fratelli”, ribatté Muir, ma alla fine riuscirono ad allontanare Emerson da una notte in tenda. Emerson era già anziano, Muir trentenne, fu il loro unico incontro, ma fondamentale per entrambi e in seguito tennero una lungo rapporto epistolare.
“Solo viaggiando da soli, in silenzio, senza bagagli, si può davvero entrare nel cuore della natura selvaggia. Tutti gli altri viaggi sono solo polvere, alberghi, bagagli e chiacchiere”.
Sul finire del 1869 si costruisce una capanna ai piedi delle cascate dello Yosemite, facendo in modo che un rivolo del fiume potesse scorrere accanto a dove dormiva. Per cinque anni esplorò le alture e le valli alla ricerca dei segni dell’attività glaciale e scalò vette che mai prima furono raggiunte.
Se qualcuno incrocia un uomo solo in un luogo inaccessibile dove non ci sono strade, quell’uomo è John Muir, questo detto iniziava a circolare, ormai chiunque sapeva chi sarebbe stato quell’uomo barbuto che avrebbe bussato alla porta per chiedere una pagnotta di pane. Durante una salita su una vetta, in camicia in pieno novembre, fu preso da una tempesta di neve che durò una settimana, tutti lo davano per morto, al settimo giorno quando discese credettero a una resurrezione, eppure era sopravvissuto al riparo dietro un grande masso arrotolato in una coperta rimanendo così per sette giorni, solo uno scoiattolo si era avvicinato guardandolo con curiosità.
Seguiva il corso dei fiumi, ma non dalle loro sponde, dentro, immergendosi, quando un fiume raggiunse una parete di falesia scivolando su un pendio di granito prima di gettarsi a gran velocità, Muir trova punti impensabili aggrappandosi con le dita a ogni minimo appiglio, per avanzare rimanere attaccato alla roccia e saltava nel vuoto. Il rumore dell’acqua, la sua potenza, il vuoto sotto di lui, masticava foglie di artemisia per evitare vertigini, si inerpicava passo dopo passo per vedere l’orlo, l’esatto punto in cui una quantità immensa d’acqua si riversava nel vuoto. Voleva vedere fino in fondo, voleva vedere il momento preciso dello slancio del fiume, come essendo parte di quel fiume, di quell’acqua, di quelle rocce.
“Ero fuori ogni giorno, e spesso tutta la notte, dormendo poco, studiando le cosiddette meraviglie e le cose comuni, guadando, arrampicandomi, passeggiando tra le benedette tempeste e le bonaccia, gioendo di quasi tutto ciò che potevo vedere o sentire: la gloriosa luminosità delle mattine gelide; i raggi del sole che si riversavano sulle cupole bianche e sulle rocce nei boschi e nelle cascate, accendendo meravigliosi fuochi di iris nella brina e negli spruzzi; le grandi foreste e le montagne nel loro profondo sonno di mezzogiorno; il bagliore delle alpi della buonanotte; le stelle; la luna solenne che scrutava, disegnando le enormi cupole e i promontori uno per uno, splendenti di bianco, fuori dalle ombre, silenziosi e senza fiato come un pubblico in terribile entusiasmo, mentre i prati ai loro piedi brillavano di stelle di brina come il cielo; la sublime oscurità delle notti di tempesta, quando tutte le luci sono spente; le nuvole nelle cui profondità crescono i fragili fiori di neve; il comportamento e le molte voci dei diversi tipi di tempeste, alberi, uccelli, cascate e valanghe di neve in continuo cambiamento”.
Muir formulò la sua teoria sui ghiacciai dello Yosemite leggendo la loro storia tracciata nei canali secolari che si formarono dopo la loro scomparsa, canali che attraversò e osservò passo dopo passo, comprendendo che i ghiacciai nel corso dei tempi avevano formato e scolpito la valle. Questa teoria era in contraddizione con quella ufficialmente accettata che attribuiva la formazione della valle ad un terremoto catastrofico. Il mondo accademico per non avvalorare le sue conclusioni lo screditarono definendolo un “pastore ignorante”. Ma il più importante geologo di quei tempi, Louis Agassiz, riconobbe la veridicità delle sue conclusioni e lo descrisse come “il primo uomo che ha una concezione adeguata dell’azione del ghiaccio”. Nel mentre Muir scoprì anche un ghiacciaio alpino attivo sotto al Merced Peak e la sua teoria divenne ufficialmente riconosciuta. Nonostante questo riconoscimento fu sempre allergico al mondo accademico anche quando lo invitarono a diventare docente universitario.
“Questo è il mio metodo di studio. Vago di roccia in roccia, di torrente in torrente, di bosco in bosco. Dove mi sorprende la notte, là dormo. Quando scopro una nuova pianta, mi accampo accanto a lei per qualche minuto o per qualche giorno, per fare la sua conoscenza e provare ad ascoltare cosa ha da dirmi… Ai massi che incontro chiedo da dove giungano, e dove stiano andando”.
“L’osservazione paziente e il costante rimuginare sopra le rocce, giacendo su di esse, per anni, come fecero i ghiacciai, è il modo per giungere alle verità scolpite su di esse in modo così generoso”.
Per un periodo divenne un pastore sulla Sierra correndo per le rupi scoscese con le sue pecore, sempre ben attento che non finissero in una valle in cui si trovavano particolari fiori da preservare.
Si avvicinò ai nativi americani, i pochi rimasti dagli stermini dei “coloni bianchi” che descriveva come “sempre più come egoisti, vili e privi di onore”, “distruttori di templi, devoti del consumismo devastante, sembrano avere un perfetto disprezzo per la Natura e, invece di alzare gli occhi al Dio delle montagne, li alzano all’Onnipotente Dollaro”.
Tenne fitte corrispondenze con importanti scienziati e incominciò a scrivere articoli su articoli in difesa della natura. Decise di rientrare nella società per portare avanti le sue battaglie. Da alcune sue lettere emerge una fatica, uno sconforto sotteso, ma nonostante questo continuava a scrivere. “Le poche parole faticose non sono che uno scheletro, senza carne né cuore […] ma non per questo mi sforzerò di fare del mio meglio, per quanto povero esso sia, nella convinzione che questi mucchi di ossa morte chiamate ‘articoli’ possano ogni tanto contenere alcuni suggerimenti per l’anima che sappia trovarli”.
Nel 1880 sposò Louie Wanda Strentzel e si trasferì a Martinez, in California, dove crebbero le loro due figlie, Wanda e Helen. Per dieci anni gestì la fattoria agricola di famiglia, ma questa pausa più sedentaria non assopì la sua sete di conoscenza e di esplorazione. Tornò a viaggiare, andò in Alaska per conoscere luoghi e popolazioni indigene vivendo nelle loro comunità e in altre parti del mondo.
Nel 1892 fondò il Sierra Club, un’organizzazione per la conservazione della natura, ma nel corso del tempo ha perso lo spirito originario del suo fondatore ed è diventata una delle tante organizzazioni che sostengono tutte le varie narrazioni. Celebre il campeggio a Yosemite con il presidente Roosevelt che lo convinse a far diventare lo Yosemite Parco naturale con alcune parti di Riserva integrale. In molti pensano che questo sia stato grazie al presidente, ma in realtà fu grazie a Muir. Negli ultimi anni della sua vita intraprese una battaglia contro la distruzione e l’inondazione della valle di Hetch Hetchy da usare come riserva d’acqua per San Francisco. I suoi sforzi crearono un importante attenzione e un grande dibattito. Alla fine il progetto fu approvato e Muir si sentì profondamente sconfitto. Dopo poco morì, il 24 dicembre 1914.
Uno spirito profondamente libero, di quella libertà di cui da tempo è svanito il significato. Con una libertà “indefinibile in dimensione e impossibile da imbrigliare nei movimenti, non più di quanto lo siano le stesse nuvole”. Rappresentate di una filosofia radicale organica1, così come è stata ben definita da Paul Cudenec e come non trovare stretti legami con quei critici all’avanzata del mondo moderno e al sistema tecnico. Abbiamo fatto sì che le sue parole potessero riprendere vita, senza filtri, senza doverci preoccupare di alcunché, senza cancellare parti delle sue riflessioni e del suo sentire. John Muir è la voce della nostra ecologia. Il senso che esprime nella conservazione della natura è essenzialmente diverso da quello espresso dalle varie associazioni e organizzazioni ambientaliste. E in netto contrasto con l’“ecologia scientifica” che prese forza con quell’élite di potere transumanista ed eugenista ben rappresentata da Julian Huxley e dalla sua “organizzazione sistematica del mondo”.
Che la voce di John Muir possa riprendere quello spazio occupato da vari ambientalisti da salotto, neomalthusiani sostenitori della riduzione della popolazione, tecno-entusiasti sostenitrici delle varie narrazioni catastrofiste, della geoingegneria, delle biotecnologie, del nucleare. Che questa voce torni a urlare, a resistere, a lottare.
“La battaglia per la conservazione deve continuare all’infinito. Fa parte della guerra universale tra il bene e il male”.
John Muir
Silvia Guerini, Giugno 2025, Resistenze al nanomondo,
pubblicato sul giornale L’Urlo della Terra, n.13, Luglio 2025
Nota:
1https://orgrad.wordpress.com/a-z-of-thinkers/; https://winteroak.org.uk/
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L’ideologia del tecno-mondo. Resistere alla mega macchina – Silvia Guerini e Costantino Ragusa, acro-polis edizioni, leggi qui la presentazione: https://www.resistenzealnanomondo.org/necrotecnologie/lideologia-del-tecno-mondo-resistere-alla-megamacchina-silvia-guerini-e-costantino-ragusa/




