Dialogo tra Resistenze al nanomondo e Sarajevo

RN: Qual’è la vostra storia e quando avete iniziato a ritenere centrale sviluppare un’analisi critica verso gli sviluppi tecno-scientifici, vi poniamo questa domanda pensando al contesto italiano dell’autonomia operaia che nel tempo non è mai arrivato a elaborare delle analisi anche solo simili alle vostre senza comprendere le trasformazioni del capitalismo.
Troviamo importante anche capire se le vostre riflessioni sono state dibattute e se in qualche modo hanno influito nei contesti greci.

S: Non è facile fare una retrospettiva della mia vita (politica), e probabilmente non aiuterebbe chi non ha una comprensione diretta del percorso del movimento in Grecia negli ultimi 40 anni. Posso solo dire che sono stato politicizzato nel 1979, all’età di 19 anni, come studente del politecnico (architettura), in un’ondata di occupazioni studentesche nelle università di tutta la Grecia, da parte dell’allora estrema sinistra, anarchici, antiautoritari – contro la sinistra ufficiale di allora (pasok, kke, esterni al kke). Il governo era di destra.

Il mio interesse (e i primi approcci critici) per ciò che è “scienza”, “verità scientifica”, “tecnologia”, “neutralità tecnologica” ecc. è nato proprio allora, su quell’onda. E non era una cosa personale, dato che tutto il mio ambiente politico si occupava anche di questi problemi. C’era un quadro generale di critica nella vita quotidiana, ma come studenti politecnici abbiamo aggiunto la critica del sapere (universitario, tecnologico), il ruolo sociale degli esperti, ecc.

Nello stesso periodo di tempo, più o meno dal 1978 al 1984 (all’epoca avevo 24 anni), i movimenti femminista ed ecologista si sono sviluppati tanto quanto (…) in Grecia. Anche se non ero in grado, a causa della mia età e della mancanza di esperienza, di combinarli tutti, sono rimasti per molti aspetti come basi.

Negli anni successivi, a parte le lotte di strada con la polizia (uno sport giovanile divertente per qualche anno…), la mia presenza nel movimento è stata principalmente attraverso una critica all’urbanistica e poi partecipando e vivendo nelle occupazioni. Ho iniziato a valutare l’analisi dell’autonomia operaia italiana alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90 – quando in Italia era stata sconfitta in molti modi. Come squatter e antifascisti abbiamo avuto anche una forte influenza di quella che è stata chiamata “autonomia tedesca”, un movimento forte durante tutti gli anni ’90. C’erano diversi elementi chiave dell’analisi politica/teoria dell’autonomia a cui sono stato esposto, dato che anche se mi sono laureato in architettura avendo un’origine operaia ho deciso di rifiutare un’ascesa sociale e rimanere un lavoratore. Per il tema che stiamo discutendo qui ho trovato importanti le analisi degli anni ’60 degli operaisti italiani (Panzieri, Tronti) sull’uso capitalistico delle macchine e della tecnologia – alcuni testi sono stati tradotti e pubblicati in greco nei primi anni ’80. Importante per me è stato anche il grande lavoro delle femministe autonomiste Mariarosa Dalla Costa e Selman James sulla centralità del lavoro femminile non retribuito (‘domestico’) per la più ampia riproduzione sociale.

I fondamenti teorici/politici degli anni ’80 hanno cominciato ad acquisire coerenza nelle mie scelte e nei miei punti di vista a partire dai primi anni ’90. Tuttavia, devo sottolineare che fino ad allora e per gli anni successivi la sintesi di visioni e pratiche individuali che poteva essere chiamata “autonomia” era, in termini greci, sparsa e fortemente minoritaria. Quello che in Grecia si chiama “spazio” [movimento n.d.c.] (e in Germania “scena”) era fondamentalmente anarchico, ma avendo subito una serie di spostamenti successivi dal 1980 al 1990 verso pratiche di “azione diretta” (principalmente contro la polizia), lontane dall’analisi teorica e dalla documentazione di opinioni. Di conseguenza, dopo essere stato anarchico per alcuni anni, ho cominciato gradualmente e metodicamente a diventare autonomo… (Senza voler sminuire, le opinioni di base del “movimento” tendevano già sempre più verso quelle di sinistra, con la differenza dell’uso della violenza. Quindi non c’è da stupirsi che in relazione al covid una gran parte di coloro che si descrivono come anarchici in Grecia abbia adottato le posizioni della sinistra, che erano le decisioni del governo di destra…)

Così, nel 1996-1997, gli unici che potevano avere un approccio più ampio a questioni non di esperienza diretta erano i/le pochi/e che potevano collocarsi sotto il termine “autonomia” – anche se evitavano ancora di usarlo.

RN: Viviamo una tale situazione in cui ogni aspetto del quotidiano e ogni possibile critica sembra non poter più prescindere dalla narrazione sul Covid-9 con il suo universo fatto di distanziamento, mascherine, digitalizzazione, medicalizzazione e “vaccini” a mRNA. Non considerando ovviamente le posizioni che sostengono questa tecno-dittatura sanitaria e nemmeno i silenzi sottomessi e impauriti, come destreggiarsi in mezzo a chi invece dissente, come riconoscere nuove complicità e quali punti fermi mantenere per non pedere di vista le questioni centrali su cui si sta giocando il prossimo futuro?

S: Ho la sensazione (piuttosto la certezza) che la gestione di sars-cov-2 abbia “tagliato”, attraversato in modo diagonale tutte le formazioni ideologiche e politiche originarie del XX secolo e si siano bloccate lì. È estremamente pericoloso, ma lo considero un fatto: coloro che non hanno seguito l’evoluzione del capitalismo e dello Stato dagli anni ’90 in poi sono stati colti privi di vestiti. La maggior parte di loro è andata dalla parte dello Stato, mezza spaventata e mezza ipnotizzata. Una piccola parte di loro ha reagito, e lo ha fatto istintivamente, cercando di capire cosa stesse succedendo. Ma all’interno di questo ci sono, in effetti, persone di destra, cristiani, di estrema destra – così come persone di sinistra, di estrema sinistra e anarchici, ma devono lottare contro le loro immediate relazioni politiche e sociali, cosa che stanno sperimentando come estremamente difficile finora.

Perché è successo questo? Perché le critiche (da una prospettiva femminista e/o ecologica) alle biotecnologie, che erano particolarmente ricche negli anni ’80 e nei primi anni ’90, sono scomparse, svanite?

Pertanto, a mio parere, ci occupiamo contemporaneamente delle due cose seguenti. Da un lato, non dobbiamo né possiamo ignorare la “campagna del covid” e tutte le sue implicazioni – ma sarebbe un errore soffermarsi solo su di esse senza evidenziare le basi di tutti questi colpi di stato tecnologico/politici che hanno avuto luogo e continueranno in una forma o nell’altra. D’altra parte, abbiamo bisogno di educare quanti/quante più persone possibile sull’intero spettro della transizione alla quarta rivoluzione industriale, le sue specifiche, la “normalità” che richiede per funzionare correttamente (per i capi).

Sono due compiti diversi. Per il primo dobbiamo intervenire nel contesto. Per il secondo dobbiamo puntare a ciò che ci sta dietro. Un lavoro duro, che richiede perseveranza e resistenza. E (forse è il mio innato pessimismo…) non pagherà facilmente, nel prossimo futuro, per un movimento dalle idee chiare e radicali.

Penso che sia quello che dobbiamo fare. E se posso dirlo, dobbiamo farlo “senza speranza ma con determinazione”…

RN: In Italia la quasi totalità della sinistra, sia quella democratica cyborg liberale, sia quella in apparenza più radicale, a parte poche eccezioni, sostiene e promuove la narrazione attorno al Covid-19, sostiene e promuove questi nuovi “vaccini” che sarebbe meglio definire piattaforme di riprogettazione cellulare, rimane indifferente verso le nuove antenne a rete 5G non volendo capire cosa rappresentano o annaspa nella mediocrità e superficialità affermando con flebile voce che nulla si può fare di fronte a questi cambiamenti epocali e tanto vale trovare una nicchia confortevole nel meno peggio. Ovviamente questo, almeno in Italia, rappresenta una certa eredità culturale della sinistra che per tanto tempo non ha voluto fare i conti seriamente con il processo tecnologico delegando totale fiducia alla scienza e ai suoi demiurghi, forse sperando in una sua prossima gestione.
In Grecia com’è la situazione? Come vi spiegate – e da dove ha origine – questo comportamento dei contesti di sinistra?

S: La mia opinione politica è che quella che si chiama “sinistra politica” (partiti, organizzazioni, ecc.) è un’illusione vecchia di almeno 30 anni! Certo ci sono “sinistre” e “estrema sinistra” con sensibilità sociale. Questo sembrava sufficiente negli anni passati – ma non lo era. Era a suo agio con la gestione micropolitica della vita quotidiana o l’opposizione ai governi, ma aveva trasformato l’antagonismo sociale in uno stile. Uno stile pienamente integrato nel più ampio manuale neoliberale.

Va da sé che questo stile non aveva né spazio né motivazione per la critica anticapitalista! E se questo è vero una volta in Italia, è vero cinque volte in Grecia, dove la sinistra è un partner chiave nell’esercizio del potere, e l’estrema sinistra è stata la “coda” della sinistra per decenni, e lo è ancora.

La spiegazione è stata data recentemente da un’estrema sinistra onesta, che giudica e critica l’alleanza di tutti loro con il terrorismo tecno-stato. Si tratta di persone della classe media e medio-alta con un alto narcisismo, un’alta opinione di se stessi e, come tutti sappiamo, “igienisti” in accordo con gli standard dell’industria della salute. Una volta “convinti” che la loro salute era a rischio, hanno dimenticato tutto il resto, che però era sempre secondario e decorativo nella loro vita. E, inutile dirlo, è ormai quasi impossibile per loro accettare di essere stati ingannati: si considerano intelligenti, onniscienti, ecc.

La sinistra e l’estrema sinistra ufficiale in Grecia, lasciatemelo ripetere, è solo eccezionalmente anticapitalista dal 1974. E mai contro lo Stato. D’altra parte, la corrente anarchica, che è stata entrambe fino ai primi anni ’80, ha cessato di esserlo sul serio non appena ha cominciato a dare più importanza alle pietre (contro la polizia) che alle opinioni e alle critiche. E la prova in Grecia non è solo il covid, ma tutto il decennio dopo il 2010, con la gestione della “crisi”. Ovviamente questo non è il posto per altro, ma devo dire che quando ho iniziato a scrivere su quanto fosse di destra il partito (e il governo) Syriza, sia la maggior parte dei sinistrorsi/di estrema sinistra che la maggior parte degli anarchici (che lo avevano votato!) mi hanno considerato un nemico…

Al di là di questo, dobbiamo rivalutare gli atteggiamenti sociali quotidiani senza prendere in considerazione le identità politiche fin dall’inizio. Negli ultimi 20 anni una serie di applicazioni tecnologiche sono intervenute nei comportamenti sociali a prescindere da qualsiasi identità politica o ideologica – eppure sono decisive. Dai videogiochi ai “social media” e alla fecondazione in vitro, e dalle carte di credito al neftlix e alla chirurgia plastica, il modo in cui le soggettività, le paure e i desideri si costituiscono, credo vada ben oltre le distinzioni “destra/sinistra” del XX secolo. Qui in Grecia abbiamo notato che i più fanatici favorevoli alla chiusura (lockdown) erano gli hipster (età 25 – 35 anni) e i sinistrorsi / estrema sinistra / anarchici e i più contrari erano gli immigrati. Ma mentre la sinistra “tradizionalmente” sembra essere amica degli immigrati, in questo caso ha completamente ignorato anche il fatto che i “campi di accoglienza” sono diventati per mesi delle vere e proprie prigioni! Questo può avere solo una spiegazione. Che le convinzioni sociali (comprese quelle della sinistra) sulla propria salute sono molto più determinanti nei loro comportamenti rispett alla filantropia ideologica…

Aggiungiamo che il loro rapporto con le tecnologie è quello del solo consumatore, e che la critica anticapitalista viene ignorata, e abbiamo tutto il substrato di questo pernicioso “feticismo tecnocratico”.

RN: Questa situazione d’eccezione con il pretesto della pseudopandemia sta accelerando dei processi che erano già in corso. ll Consiglio europeo con il pretesto della situazione d’emergenza ha adottato un regolamento per accelerare lo sviluppo e la diffusione dei “vaccini” per il COVID-19, una deroga – che si dice temporanea ma che vuole ben presto divenire definitiva – alla valutazione preventiva del rischio ambientale richiesta dalla legislazione dell’UE sull’emissione nell’ambiente e sull’impiego di organismi geneticamente modificati (OGM).
L’UE si prepara ad abrogare in modo definitivo la normativa anti-OGM e forti sono le pressioni delle compagnie biotech, della fondazione Gates, del mondo della ricerca per far passare a livello europeo organismi geneticamente modificati con la tecnica di ingegneria genetica CRISP/Cas 9 come „non OGM“ nella nuova classificazione.
In una delle vostre ultime riflessioni sul vostro sito internet ricordate le proteste che vi erano state nel maggio del 2015 in oltre 400 città in tutto il mondo contro le modificazioni genetiche e gli OGM. Come vi spiegate il silenzio di oggi dei movimenti ecologisti, per la biodiversità e contro gli OGM nei confronti di un attacco senza precedenti con tecnologie di ingegneria genetica nei nostri corpi?

S: Non ho una spiegazione completa… Mi colpisce questo incredibile oblio, anche da parte di persone che 10 anni fa incolpavano le biotecnologie e ora le difendono!!! Non ho una chiara comprensione di quanto possa essere corrosiva una (costruita) paura della morte, combinata sempre con la scomparsa per molti anni della critica radicale (e) alla tecnologia.

Dalla mia poca esperienza, tuttavia, (principalmente dal costante lavoro al sito web) posso dire che individui che “emotivamente” appartengono al “movimento” (in Grecia) ma non hanno avuto tempo per sviluppare un Io, cioè sono o più giovani o periferici (al movimento), hanno prestato una certa attenzione al ricordo del passato militante (ad esempio contro gli OGM). Ed esprimono una riluttanza a ricollegarsi a questo lontano passato – che, tuttavia, penso non sarà facile per loro. Avranno bisogno di pazienza e perseveranza.

RN: “Nessuno sfuggirà alla crepa del tempo. Al suo interno, per suo tramite, solo il materialista storico può vedere nel tempo il lampo del momento del pericolo” scrivete in una delle vostre ultime riflessioni sul vostro sito internet, facendo riferimento alla servitù volontaria sottesa alla retorica dell’autodeterminazione del corpo femminile che oggi chiede, come voi scrivete, “ingegneria genetica, trasformazione cibernetica e aumento digitale per caderci sopra con gioia”.
Questa retorica in Italia è usata dai contesti transfemministi e dal movimento LGBTQ per rivendicare sex-worker, utero in affitto, PMA per tutte, ormoni a bambini e bambine. Facendo propri i principi del libero mercato in cui anche i nostri corpi sono in vendita e in cui diventiamo imprenditrici di noi stesse, tutto è possibile perché non esistono limiti e la parola acquisisce più significato della realtà materiale dei corpi e la riscrive stravolgendo significati e distruggendo dei punti fermi come il fatto che nasciamo da donna. Queste tendenze in Italia sono trasversali e hanno invaso ogni contesto di sinistra e anarchico. Da tempo denunciamo le sovrapposizioni tra i principi transfemministi – queer e il transumanesimo e le conseguenze materiali sui corpi. Oggi, più che mai è evidente che corrono sugli stessi binari e si stanno gettando molteplici basi, non ancora tutte ben delineate, per far perdere significanza ai corpi, andando oltre alla mercificazione degli stessi, per costituire individui neutri infinitamente modificabili.
In Grecia queste tendenze transfemministe queer sono radicate? Hanno delle rivendicazioni politiche? C’è una consapevolezza su cosa rappresentano e una critica verso di esse?

S: Hai ragione! Assolutamente giusto! Sono dell’opinione che l’etica/estetica a favore della “trasformazione” dei corpi umani “dal basso” sia perfettamente in linea con le tendenze del capitalismo moderno… E che abbiano molto più a che fare con la strumentalizzazione (bio/tecnologica) dei corpi di quanto i loro proponenti vogliano ammettere.

Dopo tutto, il corpo/cyborg è stato un suggerimento molto specifico di esperti e organizzazioni per anni. Credo che questa sia ormai la forma standard di tutte le trasformazioni, soprattutto quando diventano ideologia.

In Grecia c’è una corrente queer che ha una certa influenza nel “movimento”. Mi tengo a distanza perché ho già abbastanza nemici! No, non c’è consapevolezza né all’interno né all’esterno dei pericoli. E no, non c’è nessuna critica…

RN: Le persone qui in Italia sono confuse, paralizzate dalla paura e irrazzionali, incapaci a soffermarsi ponendosi semplicemente dei dubbi e incapaci di vedere le più grandi contraddizioni e menzogne. Paradossalmente la paura per la propria salute sta paralizzando le capacità di autodifesa. Un’autodifesa che forse le persone hanno già perso da tempo, da quando hanno accettato che qualcuno potesse definire la morte e prelevare organi da un corpo vivo, da quando hanno consegnato in mano ai tecnici la gestione di ogni aspetto delle proprie vite sempre più medicalizzate, da quando hanno accettato di vivere in ambienti tossici e cancerogeni, da quando hanno accettato la degradazione del pianeta e dei valori, una degradazione che sembra correre parallela. In Grecia com’è la situazione?

S: Suppongo che la situazione sia la stessa. In Grecia (immagino che lo stesso sia successo in Italia come in molti altri paesi) quelli e quelle che si sono diversificati avendo una visione diversa del loro corpo (e della loro salute) sono stati quelli che fanno sempre trattamenti omeopatici. Ma i medici omeopatici non sono usciti a parlare pubblicamente, credo per timori professionali.

RN: In un vostro testo Corpi, malattie, poteri scrivete che “non può esistere alcuna forma di potere che sia indifferente al controllo (in un grado o nell’altro) dei corpi. Di conseguenza, ‘per definizione’, non può esistere alcuna forma di potere che sia estranea alla dicotomia salute/malattia – così importante per i corpi”.
Scrivete dell’emergere di un capitalismo igienico in nome della promozione della salute e di un aumento dell’intervento statale nella vita personale dell’individuo con la conseguente rigida regolamentazione del comportamento individuale.
Secondo noi il ruolo dello stato ha subito delle trasformazioni profonde: uno stato piattaforma di supporto al comparto big tech che detiene il controllo e la gestione dei nostri dati e quindi dei nostri corpi, anche nell’ambito della salute il potere dello stato è subordinato a quello di un comparto multinazionale.
Secondo noi dobbiamo comprendere il ruolo dei nuovi attori principali delle attuali trasformazioni: colossi agroalimentari-farmaceutici-bionanotecnologici, compagnie dei Big Data, poli di ricerca di importanza internazionale, comprendendo anche che il loro scopo non è meramente il profitto – considerando anche che queste multinazionali e la grande finanza muovono cifre in grado di superare il PIL di interi paesi – ma proprio portare a termine un’ideologia transumanista che rappresenta una precisa visione di mondo e di essere umano, con una strategia che si è riconosciuta anche nel filantropismo, ultimo arrivo il clan Zuckerberg-Chan. In questo orizzonte vanno inseriti anche i programmi per la salute e i programmi eugenetici ideati e portati avanti da filantropi come la Fondazione Gates. Fondazione al centro anche della gestione della pseudopandemia essendo la principale finanziatrice dell’OMS.
Cosa pensate di tutto questo?

S: Sono d’accordo. Aggiungerei solo che dovremmo stare attenti a non prendere i loro proclami alla lettera! Hanno un grande linguaggio e e molti mezzi di applicazione ideologica più di chiunque altro – penso che sia evidente ora con la spinta per l’ingegneria genetica e tutti i tipi di ostacoli che sta incontrando.

Inoltre, personalmente, evito il più possibile di concentrarmi sugli individui (tipo Gates…) perché c’è la facilità dell’estrema destra nel cercare i “centri oscuri”.

RN: Nel numero 152a-153a di Sarajevo, Corpi, malattie, poteri, fate riferimento a un testo di Franceschini e Curcio del 1984 in cui, secondo noi, bene anticipavano dei processi che si sarebbero sviluppati negli anni a venire. “Ogni proletario, nella rete inesorabile dei rapporti sociali metropolitani, proprio perché vittima e merce, rimane trans-multiplo, frammentato, mutilato, massacrato, disperso da linguaggi contraddittori e comportamenti ritualizzati che polverizzano la sua identità spontanea, la sua memoria e il suo immaginario. […] Così, insieme al movimento espansivo del capitale, che polarizza tutte le opposizioni, spingendole oltre i limiti della rottura, c’è anche il processo di riproduzione espansa della schizofrenia, come forma mostruosa di conformità forzata che è la moderna epidemia sociale delle metropoli… Dalla competizione assoluta a quella più compromessa tra i bi-individui separati, ognuno di loro è imprigionato in schemi, regole e divieti specifici, ogni violazione dei quali comporta una pena corrispondente.”

Questa analisi ci rimandano a dei nostri testi in cui analizzavamo il processo di frammentazione del soggetto in una miriade di identità che porta alla creazione di schiavi ideali, a una massa arcobaleno pacifica del totalitarismo glamour, a uno schiavo ideale che agisce per soddisfare i bisogni indotti dal sistema rendendoli propri. Un soggetto che prima si frantuma in una miriade di identità e poi viene ricomposto nel rapporto con le tecno-scienze che verranno così percepite come potenzialmente liberatorie, dalla Haraway al filosofo Sloterdijk le basi teoriche di una concezione antropotecnica e cyborg dell’essere umano che non permette di sviluppare una critica al paradigma biotecnologico.
Da tempo ormai vediamo lo svilupparsi di infinite microlotte in orizzontale, un’orizontalizzazione del conflitto funzionale al potere che ha tutti gli interessi a non permettere il conflitto dal basso verso l’alto. Alcune lotte che sono state all’origine di numerosi movimenti di liberazione hanno avuto al proprio interno, fino a un certo momento, una componente di classe che successivamente è stata annacquata e rimossa. Secondo i teorici dell’intersezione, la classe non ha peso ed è considerata riduttiva perchè nasconde caratteristiche particolari di particolari gruppi. Sicuramente non è solo una questione di classe, ma affermare che il potere “ci attraversa tutti” appiattisce e cancella le effettive responsabilità. “Il personale è politico” originariamente indicava la necessità di politicizzare la sfera della vita privata con il passare del tempo e la fine di una diffusa politica militante questo approccio ha portato a chiudere il proprio sguardo e di conseguenza il proprio agire si chiude all’interno di sè stesse/i con una ricerca infinita dell’oppressione principalmente dentro di noi credendo che il cambiamento sociale si possa raggiungere attraverso un cambiamento individuale. L’interpretazione del potere come trama di micro-relazioni gerarchiche solo all’apparenza è un’analisi più concreta, in realtà rende il potere astratto e inafferrabile perchè essendo ovunque non è più da nessuna parte. Così non si riescono più a individuare le diramazioni e connessioni del potere nelle sue strutture e nei centri che lo alimentano, che lo sviluppano e che lo rafforzano. Queste analisi portano a cancellare la dimensione, non privata, del conflitto.
Cosa pensate su questo?

In un vostro testo, “Questa è autonomia”, https://www.sarajevomag.net/entipa/teuhos_54/i54_p20_aut.html avete scritto del legame inscindibile tra teoria e pratica, pratica e teoria e del legame inestricabile tra cuore e mente. “Quando questo legame si spezza (e questo accade “non a caso”) allora possono accadere grandi gesta o esprimere pensieri brillanti – ma i primi degenerano facilmente nel praticismo ei secondi nella teorizzazione. Riconoscere questo legame significa molto, che non è il luogo per presentarlo. Ma non è tutto ciò che appare come “teoria” e tutto ciò che appare una “pratica” degna dell’antagonismo di classe; l’ideologia può essere facilmente mascherata da “analisi” e l’opportunismo da “progetto”, presumibilmente modellando la completezza della “teoria-pratica”. Ci sono almeno altri tre elementi che giocano un ruolo critico nell’autenticità (o meno) della teoria-pratica proletaria. Uno è l’apertura emotiva e mentale all’“ignoto” e all’incertezza che di fatto caratterizza l’antagonismo di classe. La seconda è la capacità permanente di autocritica, ovunque e sempre. E il terzo è il rapporto profondo, quasi “esistenziale” di ciascuno con la Storia e la Storicità; non quello personale ma quello collettivo, di classe”.
Potresti approfondire questa analisi?

S: Questa è davvero una lunga conversazione! Penso che un indicatore di questa costante “sintesi/scomposizione” dei sé siano quelli che in Occidente si chiamano “problemi psicologici”! Non voglio sottovalutarli. Ma in una recente analisi / contributo / pubblicazione che abbiamo fatto collettivamente (come “consiglio per l’autonomia dei lavoratori”) siamo riusciti a de-psicologizzare tutte queste situazioni e a reinterpretarle come manifestazioni interiorizzate del conflitto tra capitale “fisso” e “lavoro vivo” nel corpo di tutti e tutte coloro che hanno accettato di essere il “capitale di se stessi”.

Anche se mi sto allontanando dalla tua domanda, devo dire che durante l’inverno e la primavera scorsa la continuazione di questa analisi è arrivata alla questione della meccanizzazione-delle-cellule (dove per “meccanizzazione” si intende l’espropriazione biotecnologica e informatica dei corpi alla scala più piccola, quella delle cellule) da un lato come un’operazione di “correzione/gestione” (da parte dei padroni) dei problemi, degli attriti causati dalla liquidazione della soggettività (realizzazione del neoliberismo!) e dall’altro lato come un’impresa di usurpazione produttiva/consumistica della vita in generale ancora più totalitaria. È un approccio audace, lo ammetto! Ma ha risultati interessanti e degni di nota…

Tornando alla tua domanda, devo riconoscere che in base ai dati già stabiliti prima del covid (e diventati terribili da 16 mesi) l’unico tipo di pratica utile che trovo necessaria è il lavoro di propaganda e contro-educazione (di chi, ovviamente, è disposto a farlo). Penso che nel regno delle “macchine intelligenti” i “poveri di spirito” il massimo che i “poveri di spirito” possono fare è sfogarsi – facilmente gestibile dai padroni. Sono dell’opinione che solo quando ci sarà un numero sufficiente (minoritario ma competente…) di persone pienamente consapevoli di ciò che hanno davanti, altre pratiche, come il sabotaggio (pubblico), troveranno il loro posto.

Un tale approccio non suona particolarmente rivoluzionario, lo capisco. Ma mi conforta il fatto che anche i nostri lontani antenati, nel XIX secolo, ponevano grande enfasi sull’educazione della plebe del tempo, organizzando varie forme di autoeducazione collettiva. Hanno giustamente capito che l’oppressione e lo sfruttamento non bastano agli individui e alle classi o raggruppamenti sociali per acquisire capacità e obiettivi rivoluzionari/sovversivi veramente minacciosi.

Siamo, ora, in condizioni di vita simili a quelle di altri salti capitalistici? Penso che per certi aspetti lo siamo. Non sono particolarmente ottimista…. Ma chi sceglie il tempo in cui vivere e le condizioni in cui agire?

Sarajevo, www.sarajevomag.net

Pubblicato sul giornale L’Urlo della Terra, numero 9, luglio 2021

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