Amnesie nucleocratiche. Piccoli promemoria per la nuova età nucleare – Dario Stefanoni



Amnesie nucleocratiche. Piccoli promemoria per la nuova età nucleare
 

Le centrali nucleari sono state costruite su profondi vuoti di memoria.
Jean-Marc Royer

Da quando il parlamento europeo ha inserito l’energia nucleare nella “tassonomia verde” delle fonti sostenibili da stimolare e finanziare, il 6 luglio 2022, dietro plausibile spinta della Francia, ecco tornare a farsi gradualmente largo – anche tra i social network e giovani, rampanti giornalisti scientifici – una rinnovata propaganda nuclearista, adatta a tutti i palati e a tutte le età: smart e à la page, cinico-ironica e accuratamente “de-ideologizzata”. Alla maniera dei rapporti del Club di Roma, s’intende, il che equivale a dire più ideologica che mai, ossia nominalmente né di destra né di sinistra così che possa fagocitarle entrambe in un sol boccone, secondo i dettami di una tecnocrazia scientista, neofeudale e organicamente capitalista, anfibia tra pubblico e privato, conservativa delle disuguaglianze economiche e sociali, progressista quanto a tutto ciò che equivalga a informatizzare, manipolare e artificializzare il vivente. Alla bisogna, con originali coloriture di apparente sovranismo energetico e quel giusto tocco di politicamente scorretto, così da raccogliere – chissà – qualche anticonformistico placet dal sedicente fronte del dissenso, e dall’altra sdoganando pure tra i benpensanti della neosinistra e tra gli antifa della domenica un tabù, quello atomico, se non proprio caldo ancora tiepido, via.
Portato a distinguersi giusto nella real politik dall’ecologismo unicornista e turbodigitale di Greta Thunberg e dei Friday for Future, stemperandone l’escatologia climatica dai buoni sentimenti ecoansiogeni – da istericamente messianica a virilmente realista – all’occorrenza potrà vantare più apertamente nuance criptomilitariste e antidemocratiche, così da esplicitare l’ovvio come dono di schiettezza scientifica, di obiettivissimo business plan del pianeta e dell’umanità tutta, per rispondere a quegli straccioni minimalisti della decrescita felice o del razionamento green con il luculliano massimalismo energivoro di un parco nucleare sperimentale e nuovo di pacca, a base di minireattori che più “puliti” e “sicuri” non si può, portentosi autofertilizzanti dispensatori di energia gratuita e illimitata per tutti, e chissà quant’altro. Chiamalo, se vuoi, ambientalismo razionale. Pro-nucleare, pro-biotech, pro-5g, pro-vax, pro-tutto, purché non si parli mai, chiaro, di “correlazioni” e “effetti collaterali”. E che termini quali “radioattività” e “scorie” spariscano possibilmente dalla circolazione, a meno di possedere un dottorato in Ingegneria Nucleare che dia il diritto di parlarne, così da lasciar presto sgombra la strada alle nuove centrali prossime venture – ché le emorragie di Co2 incalzano, gli eventi climatici estremi incombono, e insomma c’è fretta.
Perché la Santissima Tecno-Inquisizione 2.0 dell’Antropocene termocapitalista e transumanista non ammette obiettori, disertori e imboscati, e se non ti rimetti immediatamente alla superiorità morale del clero tecnico di esperti, accademici e analisti, la condanna di “antiscientifico”, ossia di irriformabile paria del proprio tempo, non te la leva nessuno. E se rimanesse qualche dubbio, un monito apparso sul quotidiano francese L’opinion nel settembre 2021, basterà a dissiparlo: “Essere contro il nucleare è l’equivalente climatico dell’essere no vax: il rifiuto della ragione”. Sembra poco, ma vi è presente tutto lo spirito di un’epoca: piuttosto sorprendentemente per chi riteneva che l’uscita dal nucleare fosse tra i pochi approdi etici largamente condivisi, almeno in Italia, alla cui necessità il XX secolo ci aveva traumaticamente aperto gli occhi, ci si trova d’improvviso a ritrovare intatti, nel segno di un grottesco revisionismo post-storico in grado ormai di sminuire e negare qualsiasi cosa, quelle stesse inossidate bugie propagandistiche di un’epoca remota, precedenti perfino alle prime proteste di Three Mile Island nel 1979. 
Svecchiati appena nelle strategie di comunicazione e con agili ritocchi metodologici – decentralizzando di qua e rinverdendo di là, simulando trasparenza informativa e vive apprensioni di sostenibilità ambientale – la riscossa dei nuovi nuclearisti procede quieta ma inesorabile, forte anche di quanto è stato possibile imporre e tollerare negli anni della deriva autoritaria biomedicalizzata da Covid. L’industria nucleare, del resto, avrà storicamente e tecnicamente ben qualcosa da dire quanto alla gestione di stati d’eccezione e di disastri sanitari e ambientali, nonché quanto a medicina sperimentale e cavie umane – e anche comprensibilmente, visto il clima politico, sociale e culturale nuovamente favorevole, ritorna in scena per far presente il discreto primato maturato, in altri anni, in questi stessi campi.  Così, nel crescente e inostacolato processo recente di militarizzazione coatta e di rinnovata corsa agli armamenti, anche le risorse dialettiche dell’Internazionale Nuclearista possono di conseguenza affilarsi, e con le giuste tempistiche, il nuovo corso di “no nuke” –  già rietichettati in questi termini – potrà forse candidarsi come la prossima classe di “scimpanzé del futuro” da porre alla pubblica gogna, ossia di nuovi bifolchi complottisti da discriminare, emarginare e reprimere (tornando  indistinguibili dalla vecchia nomea di “pacifisti”, altra vetusta specie di dissidenti per costituzione ostili alle magnifiche sorti progressive del nucleare).
A permettere l’inattesa rimonta del nuclearismo vi è, ovviamente, anche l’Apocalisse secondo Co2, con la democratica, egualitaria stratosferizzazione delle cause dell’intossicazione planetaria. Pare, infatti, che grazie all’annunciato Armageddon climatico da diossido di carbonio, la cui responsabilità si può equamente comminare a tutte le masse del pianeta dotate di un’automobile o di una mucca, si possano lecitamente e legalmente trascurare tutti gli altri tipi di inquinamento di là da quello atmosferico, nonché tutti gli altri veleni sì ugualmente e indifferentemente sparsi in aria, in acqua e nel suolo, ma in genere di giurisdizione pressoché esclusiva di determinati apparati industriali e scientifici – radionuclidi inclusi, appunto. Come i pesticidi, gli OGM, l’inquinamento elettromagnetico e molto altro, anche la radioattività di combustibili e residui fissili parrebbe usufruire dell’indulgenza generale, relativamente libera da attenzioni politiche e responsabilità economiche; sarà perciò il caso di approfittarne, tanto più che l’industria nucleare di Co2 ne produce giusto in fase di cantiere, e quindi (così dicono) dev’essere senz’altro un’energia green, di quelle capaci di salvare il pianeta dalla catastrofe imminente.
Gira poi voce che ultimamente l’epidemia mondiale di cancro e di altre malattie degenerative sia giunta a tali livelli di diffusione e varietà che l’energia nucleare potrebbe correre meno di un tempo il rischio di passare tra le loro principali responsabili (nonostante gli innumerevoli possibili indizi a carico, come gli oltre 2000 test nucleari “ufficiali” atmosferici e sotterranei condotti in nemmeno un secolo, e dalle conseguenze mai chiarite). Le tradizionali tattiche dilatorie e le altre laboriose strategie dell’industria nucleare – quella di prendere tempo e ritardare od occultare quanto possibile ogni forma di diagnosi di chi è esposto alla radioattività, di psicologizzare le patologie radioindotte come ipocondriaca “radiofobia”, di sequestrare, coprire e non tradurre gli studi epidemiologici in merito, specie giapponesi, russi e ucraini –  potrebbero perciò non essere più necessarie, dal momento che innumerevoli altre patologie verrebbero indifferentemente provocate da altre industrie, come le agroalimentari e farmaceutiche, così che le cause possano essere sempre e comunque “multifattoriali” e ambientali, mai identificabili con precisione.

In questi tempi paradossali e dimentichi di tutto, può così affacciarsi persino un documentario di aperta propaganda nucleare come non si vedeva dall’epoca della Guerra Fredda, e che a un ventennio di distanza dal documentario eco-allarmista sul riscaldamento climatico Una scomoda verità di Al Gore (anch’egli pro-nucleare), pare tirarne e aggiornarne le fila catastrofiste per proporre la definitiva e perentoria panacea energetica per tutta l’umanità. È appunto Nuclear now di Oliver Stone, quasi un outsider del cinema hollywoodiano, noto in passato per posizioni politiche radicali e spesso non allineate che da cineasta e documentarista lo portano ad avvicinare personalità controverse come Snowden e Putin, Chavez e Castro, o a proporsi di mostrare il lato oscuro degli stessi Stati Uniti, ad esempio nei suoi film su JFK, Nixon o nella docu-serie USA, la storia mai raccontata. Da attivista anti-nucleare in gioventù, Stone si fa d’improvviso appassionato cantore dell’industria dell’atomo, sciorinando anche un assortimento di argomentazioni nucleariste che si credevano da tempo superate e confutate da decenni di studi, esperienze e riflessioni critiche. Anche questa stessa entusiastica e fanatica conversione, e con essa la regressione di tutta un’elaborazione collettiva della storia della scienza, è certo un segno dei tempi.
A seguire, si propongono cinque brevi visioni antipodiche e antidotiche rispetto al film di Stone, nonché alla citata propaganda nuclearista – anche cinematografica – oggi di tendenza. Sono solo alcuni documentari tra i molti possibili, tutti visibili integralmente online in lingua originale e talvolta con sottotitoli italiani, che del nucleare affrontano parte di quel che storicamente è stato da sempre segregato nel fuoricampo – i test nucleari americani delle isole Marshall, il lato oscuro e repressivo del nucleare civile francese, il destino dei liquidatori di Chernobyl – insieme alla concezione del mondo e della scienza in grado di produrre tutto ciò.
Non presentano gli asettici grafici statistici o i cataclismi naturali in computer grafica di Stone e Gore, ritoccabili all’infinito come le soglie formali di radiotossicità o i conteggi ufficiali delle vittime di qualsiasi disastro industriale. Ma testimoniano la verità incancellabile di corpi piagati dall’espropriazione di sé, dalla malattia e dalla radioattività. E di una natura ugualmente violata e ulcerata da ferite profonde, che non si risaneranno prima di migliaia e migliaia di anni.

HALF LIFE (Dennis O’Rourke, 1985)
Tra il 1946 e il 1958, il governo americano fece esplodere a titolo di test scientifico almeno 66 atomiche su alcune isole Marshall appositamente evacuate, nell’oceano Pacifico, per osservarne gli effetti. Una delle più devastanti tra queste, lanciata sull’atollo di Bikini, fu la bomba H, di una potenza distruttiva superiore di 1000 volte all’ordigno che polverizzò Hiroshima: era l’operazione “Castle Bravo”, presentata dal governo americano come “uno degli esperimenti più importanti della storia della scienza.” Quando il fallout radioattivo ricadde sugli atolli vicini, non evacuati dai militari, i bambini delle isole scambiarono la pioggia di corallo incenerito radioattivo per neve con cui giocare, e come tutti, si ammalarono di patologie radioindotte.
È questa una delle testimonianze raccolte a viva voce dal documentarista australiano O’Rourke, che – lasciando la parola a indigeni e militari sopravvissuti – riflette senza necessità di commenti né di orpelli sensazionalistici sullo scarto tra messa in scena governativa e atroce realtà, nonché sul razzismo scientifico intrinseco al “colonialismo radioattivo” (come varrà per i test atomici francesi in Polinesia e nel Sahara). Ancora decenni dopo le esplosioni, sulle isole Marshall non si contano le nascite di bambini con disabilità fisiche e psichiche; una donna, tra le altre, partorisce interiora senza corpo, e poi un neonato ricoperto di bubboni e ustioni che sopravvive appena un mese – e tutto ciò corrisponderebbe solo a un quarto degli effetti genetici complessivi, che saranno da quantificare in modo completo solo alla luce delle successive generazioni. Anche negli anni ’50 la gestione tecnoscientifica delle catastrofi era a base di “rigorosi e costanti controlli medici” e di grottesca retorica pseudo-umanitaria, a cui ricorse anche il discorso con cui infine Ronald Reagan saluterà nel 1986 l’indipendenza delle Marshall, solo minimamente risarcite, dopo aver devastato e contaminato quelle stesse terre e persone che dall’Onu erano state poste, dopo la seconda guerra mondiale successiva al dominio giapponese, sotto la protezione degli Stati Uniti (“Vi abbiamo insegnato la democrazia e la libertà, e la dignità all’autodeterminazione.”).
Nel finale, il documentario disseppellisce anche una rivelazione scioccante: i meteorologi e operatori radio dell’esercito americano intervistati – anch’essi ammalatisi delle stesse patologie degli indigeni – denunciano apertamente che gli ufficiali dovevano essere a conoscenza del fatto che i venti avrebbero portato il fallout radioattivo di “Castle Bravo” sulle isole vicine, e quindi il governo americano non evacuò deliberatamente gli atolli, già ridotti a laboratori a cielo aperto, per poter studiare gli effetti delle radiazioni anche sugli esseri umani (ai quali non prestarono in genere assistenza, come accadde a Hiroshima e Nagasaki, dove per decenni i medici americani preferirono studiarli e osservarli come cavie umane nel progredire delle malattie, senza offrir loro alcuna possibilità di cura, pur possedendo tecnologie e strumenti ematologici più avanzati di quelli a disposizione degli ospedali giapponesi). Del resto, qualcosa di simile era già accaduto agli albori dello stesso progetto Manhattan, con dinamiche vicine rispetto a quanto avvenuto anche in Italia un paio di anni fa, con l’imposizione dei sieri genici a mRna: si trattava delle iniezioni sperimentali endovena di plutonio, uranio, polonio e americio che nel 1946 il governo condusse su civili americani a loro insaputa (migliaia di persone, tra cui donne incinta, disabili, carcerati, pazienti oncologici, emarginati e poveri d’ogni risma) con lo scopo di studiarne, alla maniera dei medici nazisti, la tossicità in vivo e la soglia massima di radioattività che un essere umano poteva sostenere (con la conseguente ecatombe che si può immaginare, emersa pubblicamente solo mezzo secolo dopo). Lo stesso Robert J. Oppenheimer, mentre era al lavoro sulla bomba atomica, era tra i responsabili di questo parallelo “studio scientifico” (utile complemento del progetto Manhattan), ma, naturalmente, nel recente film biografico di Christopher Nolan – come nel profluvio di recensioni e commenti critici a corredo – difficilmente se ne troverà cenno.  

RADIO BIKINI (Robert Stone, 1988)
Ancora un documentario sui test nucleari compiuti nelle isole Marshall, ma più centrato sui primi due esperimenti dell’operazione Crossroads, inaugurata nell’estate del 1946 nell’atollo di Bikini con le detonazioni “Able” e “Baker” (la seconda delle quali – subacquea – fu considerata dallo stesso governo statunitense il primo disastro nucleare del dopoguerra, a seguito del quale non si riuscì a decontaminare nessuna delle navi bersaglio utilizzate, nonostante i successivi quattro anni di tentativi). Si fa qui più evidente la retorica scientifica “a fin di bene” con cui gli americani riescono a impadronirsi dell’atollo di Bikini, usurpandolo senza colpo ferire alle tribù indigene: ad essi annunciano solennemente, rassicurandoli, che quanto faranno sulla loro terra permetterà di trasformare, “nel nome del Signore”, una forza distruttiva in “un grande beneficio per l’umanità”. Come noto, la popolazione di Bikini accetta così di andarsene, ma per decenni, secoli e probabilmente millenni non potrà più ritornare sulla propria isola, resa inabitabile dagli esperimenti nucleari.
Impressiona, per l’epoca, anche l’arsenale cinematografico dispiegato dall’esercito americano per sfruttare le esplosioni in senso spettacolare: le truppe sono dotate di oltre 208 cineprese e 104 macchine fotografiche per immortalarle, e i primi 30 secondi impressionati della prima detonazione equivarranno a tutta la pellicola utile a realizzare a Hollywood 11 interi lungometraggi. È l’estetizzazione della morte su scala atomica, condotta con l’esaltazione dell’apprendista stregone (“i dati raccolti costituiranno i libri di testo di domani”), e il battesimo di fuoco di quella stessa incipiente, mortifera e impotente deriva voyeuristica – o “società dello spettacolo” – su cui filosofi come Guy Debord o Jean Baudrillard, dopo l’indispensabile Gunther Anders, avranno molto da dire. I primi sacrificati “per il bene dell’umanità” sono gli animali – pecore, maiali, capre, topi – nuclearizzati a centinaia sulle prime navi bersaglio. Poi, come sempre nelle sperimentali escalation della scienza moderna (curiose dapprima degli effetti sugli animali, per vedere come sarà poi sugli uomini), toccherà – con altri tempi e modalità – agli stessi umani. Non solo ai nativi del Pacifico, in questo caso, ma alle altre vittime dei test atomici sulle Marshall: i soldati americani stessi, lasciati a pascolare tra gelati a volontà e immensi “fuochi d’artificio”, di fatto ridotti come i primi a carne da radiazione, completamente ignari della portata di ciò a cui stavano partecipando (“radioattività” era concetto e termine a malapena pronunciato dagli ufficiali, certo più consapevoli). A ricordare gli eventi subiti in prima persona è proprio il reduce John Smitherman, recluta diciottenne al tempo dell’operazione Crossroads, intervistato pochi mesi prima della sua morte prematura, nel 1983, con le gambe progressivamente gonfiatesi per la radioattività a tal punto da scoppiare, letteralmente, e ridurlo a un tronco umano.


SUPERPHÉNIX: HISTOIRE FOLLE D’UN MOSTRE (Bernard Mermod, 1994)
Quando gli odierni nucleocrati d’ogni taglia vanteranno i nuovi prototipi di fantomatici reattori autofertilizzanti, capaci di riciclare prodigiosamente tutti i combustibili nucleari e i residui fissili del caso – risolvendo così ogni problema di sostenibilità ambientale, sicurezza ed efficienza energetica – difficilmente richiameranno alla memoria uno dei primi esempi storici di reattori di cosiddetta “nuova generazione”, ossia il “surgeneratur” Superphénix di Creys-Malville, la centrale elettronucleare sperimentale francese disposta poco lontano da Lyone e vicino ai confini con Svizzera e Italia, chiusa definitivamente nel 1997 a seguito di vari incidenti.
Una breve inchiesta televisiva della Radio Télévision Suisse ne ripercorre la storia fallimentare e inquietante, rievocata a seguito della decisione aziendale e governativa di riavviare la centrale dopo un ennesimo guasto. Si chiamava come il leggendario animale che rinasceva dalle proprie ceneri, perché nei chimerici piani di chi lo commissionò e progettò doveva generare da solo il proprio combustibile – producendo più plutonio di quanto ne consumasse, e in quantità illimitata. In breve, la sua efficienza: sei mesi di funzionamento in almeno sette anni di esistenza (dal 1987 al 1994, anno del reportage); la sua sicurezza: almeno tre incidenti funzionali gravi, tra cui pericolose fughe di sodie e perdite di argon; la sua sostenibilità: anche quand’era fermo, invece di produrre energia, ne consumava una quantità pari al fabbisogno di una città di 40.000 abitanti. Naturalmente, per i dirigenti industriali come per i cosiddetti esperti al loro servizio, prima dell’avvio della centrale gli incidenti erano tutti eventi matematicamente “altamente improbabili”, ognuno dei quali era possibile solo ogni 10.000 anni. Ma la concezione del tempo non è esattamente il punto forte dei nuclearisti, incuranti delle esperienze del passato come delle responsabilità del futuro – e difatti il primo incidente si presentò già nei primi mesi di funzionamento. Pur non essendo ancora tempo di propagandare gli “eventi climatici estremi” o di attribuire ogni responsabilità all’eccezionalità di uno tsunami senza precedenti, come avverrà al tempo di Fukushima, questa costosissima “speranza immensa”, avanguardistico fiore all’occhiello dell’industria nucleare approntato per produrre energia gratuita e illimitata, dovette poi nuovamente fermarsi, nel 1990, per un’intensa nevicata che ne fece crollare il tetto – un inconveniente, forse, non propriamente imprevedibile e incalcolabile. Ammantato di una propaganda scientifica che, al solito, ne presentava i promotori come pionieri solo relativamente compresi, come disinteressati ricercatori della conoscenza umana (“Abbiamo il dovere di andare in fondo  alla conoscenza nucleare”), imposto come d’abitudine quale opportunità economica da non perdere (con tanto d’inevitabile ricatto occupazionale per la popolazione locale), non fu semplicemente il fallimento tecnico e contabile di un colosso energivoro, emblematico della rapida obsolescenza con cui mirabolanti prototipi industriali possono ridursi a relitti inutilizzabili e ingestibili. Già nel decennio in cui il reattore venne costruito, a partire dal 1976, si ebbe infatti chiara l’idea di società militarizzata, autoritaria e repressiva che l’industria nucleare di per sé implica, onnipresente sin dalle sue origini storiche belliche e belliciste. Il 31 luglio 1977, dove avrebbe dovuto sorgere la centrale di Creys-Malville, una delle più partecipate manifestazioni antinucleari della storia francese fu caricata brutalmente dalla polizia, che arrivò a usare granate militari per intimidire i dimostranti, con la conseguenza di centinaia di feriti, tre mutilati e un morto – il giovane professore di fisica Vital Michalon, ucciso dall’esplosione di una granata. Neanche il suo cadavere poté fermare la costruzione di Superphénix, che venne realizzata comunque, di lì a un decennio, rivelandosi anche nei fatti come l’inutile e pericoloso mostro tecnologico già prefigurato dai manifestanti.
Perfino nell’anno di Chernobyl, pochi mesi dopo il disastro, la violenza della repressione propria dell’industria nucleare non si farà scrupoli a procedere con disinvoltura: in Italia, il 9 dicembre 1986, le proteste per impedire la centrale in costruzione da un decennio a Montalto di Castro (Viterbo) furono soffocate nel sangue (tra i molti feriti, anche un dimostrante colpito da un proiettile alla gamba, e un altro grave, con un’emorragia polmonare, per un lacrimogeno lanciatogli in pieno petto). E sarà evidente pure negli ultimissimi anni, ancora in Francia, con gli arresti di chi si oppone al deposito di rifiuti nucleari più grande d’Europa già predisposto nel bosco di Lejuc, nel dipartimento della Mosa, dove saranno interrate tonnellate di scorie che resteranno radioattive per migliaia di anni.


LE SACRIFICE (Emanuela Andreoli e Wladimir Tchertkoff, 2003)
Poco più di 20 minuti per uno dei rari documenti filmati che ci rimangano sulla vicenda dei liquidatori di Chernobyl, sacrificati con l’inganno, prontamente dimenticati dalla memoria collettiva (come accadrà anche con le migliaia di Fukushima) e condannati a una terribile morte in vita perché scongiurassero, a mani nude e con mezzi di fortuna, una catastrofe nucleare planetaria persino superiore a quella già avvenuta. Anche solo nell’incontro con un liquidatore bielorusso, si misura tutto lo sfruttamento e la devastazione inflitte a un singolo corpo, occultato come milioni d’altri dalle falsificazioni e delle reticenze della propaganda nuclearista di oggi e di ieri, che vorrebbe ridurre una tragedia incommensurabile, uno sterminio ad ampio raggio e dalle conseguenze anche genetiche e plurimillenarie, a poche centinaia di vittime e a poche migliaia di tumori alla tiroide, che oltretutto si vorrebbero quasi mai mortali. Già questo solo corpo, singolo essere umano immolato alla nuova religione dell’annientamento tecnoscientifico, paziente 0 dai sintomi inauditi, ridotto a invecchiare di decenni in un sol colpo e a decomporsi da vivo (come molti altri di cui porta testimonianze lancinanti e sconvolgenti Svetlana Aleksievic nel suo fondamentale reportage narrativo “Preghiera per Chernobyl. Cronaca del futuro”), è più che sufficiente a cogliere la vastità e l’ingiustizia dell’ecatombe universale che i nucleocrati hanno compiuto e continuano a perpetrare, parandosi dietro gli inattendibili dati istituzionali, attribuendo ogni colpa all’incompetenza tecnica dei sovietici, riducendo tutto – sempre – a bilanci economistici tra costi e benefici, e rimuovendo, semplicemente, l’umano.
Quello stesso imprevedibile “fattore umano”, incognita molesta e troppo viva, che a loro avviso sarebbe l’unica tara ammissibile dell’eccezionalmente “sicuro” sistema nucleare, quell’umano non ancora completamente sottomesso, non abbastanza resiliente, insufficientemente controllabile, non del tutto obbediente all’automazione totale che dovrà soverchiarlo e rottamarlo in via definitiva. Se non fosse che poi, non diversamente da Fukushima nel 2011, ad approntare il sarcofago per seppellire il reattore come a decontaminare quanto più possibile – foss’anche solo per pochi secondi letali – non intervenne alcuna forma d’illusoria Intelligenza Artificiale, ma sempre e comunque quello stesso umiliato, ricattato “fattore umano”. Nel disastro nucleare di Chernobyl, infatti, le componenti elettroniche interne dei robot si fondevano e gli automi si bloccavano – inservibili – per le radiazioni troppo elevate, e così ancora una volta si mandarono al macello radioattivo gli uomini, gli unici che potessero fare qualcosa. Ecco tutta la miseria dell’industria nucleare, ben nascosta dietro il gigantismo prometeico di una visione dell’uomo e del mondo che di colossale possiede solo la capacità di rendere tutto rovina.
Vale, ovviamente, lo stesso connubio di colpevolizzazione e ipocrita rimozione rispetto al’incontrollabilità della natura, imputata di aver provocato a Fukushima uno tsunami che nessun efficientissimo sistema di contenimento poteva prevedere né arginare. Eppure, al contempo, fu sempre quella stessa, acerrima nemica a portare lontano dall’entroterra abitato, verso l’oceano – grazie ad una fortuita congiuntura di venti – circa l’80% delle radiazioni, attenuando le conseguenze di un disastro nucleare comunque immane, così che i nuclearisti potessero tutt’oggi più facilmente riportarlo all’inqualificabile teoria degli “zero morti da radiazioni”. Di nuovo contabilizzando e datificando il vivente, e proprio là dove non si ha nemmeno la possibilità di misurare e stimare in modo attendibile l’entità dei danni da radioattività, per tempi e modalità di sviluppo poco calcolabili (specie nel breve termine, secondo gli usuali modelli matematici e strettamente quantitativi), quando non già mistificati e taciuti dai diretti interessati per paura dell’esclusione e della stigmatizzazione, come accadeva ai tempi degli hibakusha (gli irradiati di Hiroshima e Nagasaki, o “appestati dell’atomo”, invisibili ed emarginati come paradossali capri espiatori – non diversamente dagli stessi liquidatori di Chernobyl, o dai lavoratori precari e nomadi del nucleare francese o giapponese).

PLOGOFF, LES RÉVOLTÉS DU NUCLÉAIRE (François Reinhardt, 2021)
Anche per un’efficace ricezione “democratica” dell’energia nucleare, le consuete premesse sono quelle – sempre menzognere e interessate – degli imbonitori politici: nella campagna elettorale del 1974, quando la Francia si prepara – dopo lo choc petrolifero del ’73 – ad avviare il programma nucleare più ambizioso del mondo, il primo ministro francese Pierre Messmer assicura solennemente che non verrà imposto alcun impianto nucleare contro la volontà dei cittadini – lasciandosi tranquillamente smentire di lì a breve dalla realtà dei fatti. Sarebbe successo lo stesso diversi anni dopo, con il socialista Mitterand, asceso al potere nel 1981 anche grazie alle sue prese di distanza dagli eccessi delle politiche nucleari, per poi condiscendere, negli anni del suo governo, alla costruzione di 38 delle 56 centrali attualmente esistenti in Francia.
Ma in quel breve volgere di anni, tra Messmer e Mitterand, accadde qualcosa d’imprevisto, capace di cogliere alla sprovvista la potente lobby nuclearista e il solido complesso militare-scientifico nazionale.  Quando il governo francese, contraddicendo quanto appena promesso in campagna elettorale, individua cinque siti per la costruzione di strutture elettronucleari in Bretagna, senza alcuna forma di consultazione democratica e senza informare le popolazioni locali, procedendo direttamente a quelle che erano occupazioni militari sotto mentite spoglie progressiste (condotte nel nome di una dichiarata indipendenza energetica del Paese), ecco che uno di queste sedi preselezionate, Plogoff,  reagisce con forza straordinaria e del tutto inaspettata – qui raccontata nella più recente delle ricostruzioni documentarie. Individuandolo come sito adatto, la prefettura dava per scontato che questo piccolo villaggio prevalentemente di anziani, perlopiù pescatori e marinai che avevano obbedito tutta la loro vita, non avrebbe opposto alcuna resistenza. Né l’avrebbero fatto le donne, i giovani, i bambini. Errore.
Nei primi mesi del 1980, quando i militari arrivano in paese per preparare l’allestimento della centrale, tutti gli abitanti del piccolo paese, dai 7 ai 77 anni (sindaco incluso), danno vita ad una delle più tenaci e creative guerriglie di logoramento che siano state mai tentate contro la violenza congiunta di Stato e industrie. Consapevoli della portata distruttiva della minaccia nucleare “civile” rispetto all’integrità e alla biodiversità delle terre e delle acque di cui vivevano, ostili alle forze militari e a uno Stato incurante delle opinioni e dei saperi locali, ostruiscono i passaggi dei militari facendovi rovesciare dai netturbini tutto il pattume del paese, le fosse biologiche domestiche, badilate di letame, approntando buche e distese di cocci di bottiglia; le donne, anziane e devote cattoliche, senza lasciarsi intimorire fronteggiano tutto il giorno i soldati insultandoli e canzonandoli in tutti i modi, seguendoli e deridendoli persino quando si allontanano dagli appostamenti per urinare, logorandogli i nervi; parate farsesche e surreali si susseguono contro gli occupanti, e i più giovani s’improvvisano a costruire un grande, affollato ovile proprio nel luogo in cui dev’essere eretta la centrale, così da impedire da subito i primi lavori di scavo e costruzione; anche davanti ai fucili, molti abitanti di Plogoff rispondono con le pietre, senza mai rinunciare alla lotta. Il paesino assurse in breve a caso nazionale, e tutt’oggi è ricordato come una piccola Woodstock del movimento antinucleare, capace di richiamare sostenitori da ogni dove. La sua vicenda ispirò pure una storia a fumetti militante e apocrifa di Asterix, esemplare come quel che accadde realmente a Plogoff, un piccolo villaggio bretone capace di mettere in ginocchio il colosso elettronucleare della EDF, la politica nucleare del governo francese e le centinaia di soldati che li rappresentavano, con i propri soli mezzi e senza l’aiuto di nessun mediatore – avvocato, scienziato o politico che fosse. Probabilmente fu questo ciò che più fece paura al governo francese, che per soffocare le proteste si trovò costretto a mandarvi i soldati paracadutisti dalla guerra in Libano (i quali arrivarono a prendere a calci anche le donne anziane), ad arrestare e processare sindaco e cittadini, che compatti e solidali si presentarono tutti al processo provvisti di fionde al collo – compresi quanti  non avevano lanciato alcuna pietra – con l’offensiva nuclearista ridotta infine ad arrendersi, a desistere dalla costruzione della centrale.

Sebbene il suo esempio non venne imitato allo stesso modo altrove e il programma nucleare francese andò comunque avanti, spedito e pressoché illeso, in molte altre parti della Francia (inclusa la citata Creys-Malville), la risposta anomala di Plogoff rimase un modello straordinario ed eccezionalmente riuscito di disobbedienza civile. I suoi abitanti, con un’istintiva saggezza che oggi verrebbe probabilmente derubricata a ignoranza, finanche reazionaria e contraria al progresso tecnoscientifico, non si lasciarono incantare dalle rassicurazioni di propagandisti, tecnici e scienziati, non si limitarono a una lotta regionalistica ponendo invece un rifiuto assoluto al nucleare (“né qui, né altrove”), né si lasciarono nemmeno corrompere dalla promessa della partecipazione agli utili della centrale, prorompendo tra gli altri con uno slogan esemplare e in netta controtendenza allora come oggi, espressione di un pensiero decisivo e inaccettabile soprattutto oggi, in un’epoca ben più tecnocratica e totalitaria di allora, ossia: “Siamo tutti esperti-scienziati!” Ebbero la lungimiranza, anni prima del disastro di Chernobyl, di riconoscere come fasulli gli studi d’impatto biologico approntati per accontentare e fuorviare gli ecologisti, le inchieste d’utilità pubblica dagli esiti già programmati e inconclusi anche all’avvio dei lavori (prima le centrali, poi le eventuali critiche), i dossier illeggibili e reticenti che in poche eufemistiche pagine pretendevano di liquidare la questione della radioattività. Gli abitanti di Plogoff ne bruciarono simbolicamente e pubblicamente le copie, non cascarono nel gioco co-gestionario dei controesperti e delle controperizie, non si rimisero alla docilità di cittadini obbedienti che delegano ad altri la forza e il gesto essenziale dell’opposizione. Il loro fu un rifiuto fermo, definitivo e collettivo – lezione difficile e coraggiosa, certo mitizzabile a livello pubblicistico come l’icastica lotta di un David dei nostri tempi contro il Moloch della crescita illimitata, ma nei fatti d’ogni giorno, nella concretezza anche ruvida e sgradevole, nell’imprevedibilità tutta umana e nella poetica libera e fiera, semplicemente – una lezione tuttora inascoltata, e tuttora da seguire.
Le donne e gli uomini di Plogoff, in fin dei conti, riuscirono a esprimere un tipo di rifiuto molto simile a quello auspicato da Pier Paolo Pasolini nella sua ultima intervista rilasciata a Furio Colombo, il 1 novembre 1975, poche ore prima di venire ucciso.
Quella stessa intervista, divulgata a vent’anni dalla morte, in cui sosteneva che siamo tutti in pericolo, e in cui diceva:  “Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra”.
E aggiungeva: “Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna.”
E suggeriva: “Il rifiuto per funzionare deve essere grande, totale. Non piccolo,  non su questo o quel punto. Dev’essere «assurdo», non di buon senso.”
Oggi, adesso, ne saremo capaci?

Dario Stefanoni, pubblicato in L’Urlo della Terra, num.12, Luglio 2024,
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