Restare umani significa resistere

Restare umani significa resistere

“E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale. Di nulla sia detto “è naturale” in questi tempi di sanguinoso smarrimento, ordinato disordine, pianificato arbitrio, disumana umanità, così che nulla valga come cosa immutabile”.
B. Brecht, L’eccezione e la regola


Il dissenso è un sentire altro, un sentire diversamente rispetto al sentire comune, al sentire omologato e omologante, al sentire amorfo e arido. È un moto nell’animo, un moto che può essere momentaneo, passeggero e timoroso, ma che può diventare durevole, permanente e audace, che si può muovere all’esterno dei confini prestabiliti e tracciati.
Un sentire altro che è un sentire contro, l’elemento fondante da cui si può sviluppare una contestazione, un’opposizione, un conflitto. Facendo mie le parole di Ulrike Meinhof, differenzio protesta e opposizione: la protesta è quando dico che una cosa non mi sta bene, l’opposizione è quando faccio in modo che quello che adesso non mi piace non succeda mai più.
Il dissenso può esaurirsi in una mera indignazione, ridursi alla contestazione di uno specifico aspetto, può entrare a far parte del teatrino democratico e inclusivo partecipando e sostenendo di fatto le stesse istanze del sistema o può spingersi a contestare l’intero assetto di potere del nuovo ordine mondiale che si sta definitivamente strutturando.
Il dissenso diretto verso aspetti autorefereziali e marginali, la frammentazione delle istanze e delle pseudo lotte in mille rivoli che si perdono allontanandosi dalla strada principale da seguire, le microlotte in orizzontale tra gli ultimi con la conseguente orizontalizzazione del conflitto, sono tutti aspetti funzionali alla direzione di questo sistema tecno-scientifico e alla creazione di schiavi ideali: una massa arcobaleno glitterata pacifica e omologata del totalitarismo glamour. Uno schiavo ideale che agisce per soddisfare i bisogni indotti dal sistema rendendoli propri, desiderandoli, rivendicandoli e riaffermandoli. L’unica forma del dissenso – che in realtà non è tale – sarà così quella precostituita dal potere stesso. Uno pseudo dissenso e una pseudo ribellione che in realtà sono solo un’omologazione ai valori del biomercato e del transumanesimo, funzionali a consolidare e a rafforzare il consenso verso l’ordine dominante.

La nuova subdola forma di potere dolce, permissiva, accattivante e confortevole che caratterizza i tempi di oggi arriva dove i totalitarismi del passato non riuscirono ad arrivare, riuscendo non a reprimere il dissenso, ma a fare in modo che non si possa generare. Assistiamo a un annullamento della stessa possibilità di dissentire, di sentire altro e di sentire contro. Un’omologazione, un adattamento, un livellamento, un soffocamento di ogni possibilità di dissentire in una società cibernetica tecno-medicale.

Una regolazione di ogni ambito dell’esistenza vaporizza il dissenso, senza il bisogno di dover reprimere le sue manifestazioni, cancellando la stessa possibilità del suo generarsi e quindi anche di svilupparsi in conflitto.
Il potere non impone un’unica direzione, fa in modo che sia l’unica percorribile, l’unica possibile e soprattutto l’unica immaginabile.
Se l’umanità, ad eccezione dei subumani che andranno a costituirsi come bacino di sfruttamento, sarà interamente trasformata in un fluido per sua essenza amorfo, senza identità e senza valori, sarà resa incapace di poter pensare altro dalla visione di mondo dominante. Il pensiero per come lo conosciamo non esisterà più per un’anestetizzazione della coscienza e della stessa possibilità di resistenza.
È più facile dominare chi non crede in niente, chi non ha sogni, chi non ha passioni, chi non ha niente da difendere e da preservare, chi non ha nulla da contrapporre al vuoto di senso, di legami, di relazioni, di sentimenti, di significati, di memoria, di valori. Il post-umano che si sta delineando è un essere umano biomedicalizzato, un essere umano neutro senza volto con un distanziamento sociale interiorizzato. La cancellazione del volto porta a un individuo neutro e omologato, senza individualità, personalità, pulsione vitale, il distanziamento sociale porta alla disgregazione dei legami per una società senza comunità e senza radici.

La scomparsa del volto è stata parallela alla rimozione dei morti, nell’impossibilità di seppellirli e nell’ultimo saluto negato durante il primo periodo di confinamento in cui era vietato lo svolgersi dei funerali e il poter andare dai propri cari ricoverati in ospedale e nelle case di riposo.
“In questo spazio vuoto, sottoposto in ogni istante a un controllo senza limiti, si muovono ora individui isolati gli uni dagli altri, che hanno perduto il fondamento immediato e sensibile della loro comunità e possono solo scambiarsi messaggi diretti a un nome senza più volto. […] Si comprende allora perché un mondo senza volti non possa essere che un mondo senza morti. Se i vivi perdono il loro volto, i morti diventano soltanto dei numeri, che, in quanto erano stati ridotti alla loro pura vita biologica, devono morire soli e senza funerali.”1
Il dolore, la vecchiaia e la morte, non sono concepiti nell’ordine digitale, sono solo degli inconvenienti, dei limiti da superare o da eliminare. La “digitalizzazione è anestesia”2, un’ anestesia del dolore, nella società del like, in cui tutto deve essere effimero, gioioso, glitterato e confortevole, che porta a un’anestesia della stessa realtà.
La società cibernetica e transumanista, caratterizzata da una rarefrazione dei corpi, che perdono la loro densità, per diventare fluidi e porosi, è caratterizzata anche da una rarefrazione dell’altro che porta a una rarefrazione dello stesso dolore. Nei nuovi tempi pandemici l’altro diventa un mero portatore del virus dal quale stare lontani, il dolore degli altri si dissolve ancora di più in questa lontananza e si disperde nell’infinito conteggio di contagiati, di morti. Ed è proprio anche il dolore a distinguere il pensiero dal mero calcolo algoritmico, “Solo la vita che vive, che è capace di provare dolore riesce a pensare”3.

“Non siamo […] apparecchi per obiettivare e registrare, dai visceri congelati – noi dobbiamo generare costantemente i nostri pensieri dal nostro dolore e maternamente provvederli di tutto quello che abbiamo in noi, sangue, cuore, fuoco, piacere, passione, tormento, coscienza, destino, fatalità”4.

La scomparsa dei riti è funzionale all’erosione e atomizzazione di una comunità. La loro scomparsa non è da collocare in un processo emancipatorio, ma in quel processo dalle tante sfaccettature che rende la vita mera sopravvivenza. I riti creano un “ritmo comune”, vengono iscritti nel corpo creando una “conoscenza e una memoria incarnata, […] un legame incarnato”5 in una comunità che è anche una dimensione corporea. Una dimensione che evapora in una “digitalizzazione decorporeizzante”, guidata da meri impulsi veloci, momentanei ed effimeri, essenzialemente altro da sentimenti ed emozioni. I riti di passaggio segnano le fasi della vita, chi varca una soglia conclude una fase della vita ed entra in un’altra, ognuna con i suoi cambiamenti, specificità, diversità, possibilità e limiti. Oggi tutto è “prigioniero dell’Eguale”, non si accettano i cambiamenti del proprio corpo e i limiti della propria età, oggi si invecchia senza diventare vecchi, in una retorica liberatoria “tutto è possibile, come lo voglio e quando lo voglio… un figlio, essere donna, essere perennemente giovane…”, una retorica che non è altro che un principio profondamente transumanista.

Il potere incide sulle manifestazioni del reale trasformandole anche attraverso il linguaggio, attraverso le conseguenze materiali del linguaggio. Il pensiero si sviluppa anche grazie alle parole dotate di senso. Attraverso la distruzione delle parole e del loro senso si arriva a non avere nemmeno più la possibilità di formarsi un pensiero.

“La critica al regime diventa impossibile perché le parole che potrebbero permetterla semplicemente mancano… Se i significanti scompaiono, anche le cose significate evaporano”6.

Distrutta la parola che afferra una manifestazione del reale quest’ultima evapora e viene risignificata diventando irremediabilmente altro. Nelle Scienze della vita le risignificazioni sono tutte funzionali ai processi di ingegnerizzazione e artificializzazione del vivente.
Pensiamo alle forti pressioni delle compagnie biotech, della fondazione Gates, di associazioni e centri di ricerca per far passare a livello europeo organismi geneticamente modificati con la tecnica di ingegenria genetica CRISP/Cas 9 come „non OGM“.
Pensiamo alla neolingua che impone persone che mestruano cancellando il corpo di donna o le attuali pressioni per un’identità di genere che vada a soppiantare il sesso biologico decretando più vero del corpo reale un corpo concettuale.
Pensiamo al termine riproduzione, il quale „invece che procreazione comporta un cambiamento: è termine medico e non fa più riferimento a un’etica iscritta nella natura, ma a un’etica i quali precetti etici possono cambiare in base agli sviluppi tecnici“, parole significative di ricercatori transumanisti.
Pensiamo alle ultime sperimentazioni sugli embroni in cui vengono definiti “blastoidi” e non blastocisti i “simil-embrioni umani” sviluppati in laboratorio da cellule staminali riprogrammate con una differenziazione di termini che rimarca ciò che è da considerare come un prodotto e verso ciò che è un prodotto, tutto è lecito, ogni sperimentazione, modificazione e artificializzazione.

La dittatura tecno-medicale diventa atmosfera quotidiana da cui si nutrono e prendono forma le esistenze dei singoli, la necessità della resistenza dovrebbe essere vitale, indispensabile per la vita: per la nostra vita e per la vita intesa come ciò che nasce e ciò che muore. Ma, evidentemente, i più si sono adattati e abituati in fretta a una mera sopravvivenza, a un’esistenza di non-vita. Una vita che si annichilisce per lasciare spazio a una confortevole e rassicurante sopravvivenza regolamentata e biomedicalizzata nell’unica dimensione possibile, lo spazio di calcolo algoritmico. Un’anestetizzazione delle emozioni – amore, odio, rabbia, dolore, angoscia, ansia… – tutto deve esser livellato e anestetizzato. Ma solo la vita che vive, essenzialmente altro da una mera sopravvivenza, è in grado di provare delle passioni. Sono le passioni a distinguere la vita dal mero calcolo dell’intelligenza artificiale.
Nel flusso della vita e degli eventi non tutto è calcolabile e predibile, l’imprevisto non può essere imbrigliato nella rete algoritmica. Così come i processi biologici non saranno mai del tutto imbrigliabili e decifrabili nella loro interezza e complessità a differenza delle macchine. Ma questa consapevolezza non deve tranquillizzarci, nel mentre, nei loro laboratori nuove chimere si apprestano a nascere e a morire.
La società del comfort è la società del positivo in cui tutto è regolato e livellato. La vita diventa anch’essa solo ciò che si può misurare, diventa una funzione, un qualcosa che va costantemente monitorato e ottimizzato.
Una percezione normalizzata delle cose che diventa visione del quotidiano, visione del mondo, che diventa la natura stessa del mondo e la natura stessa dell’umanità.

Viviamo un passaggio storico che ci porta a doverci orientare per non perdere la bussola e per riconoscere quelli che potrebbero essere degli alleati.
Viviamo una situazione nuova e strana, dove i punti di riferimento classici saltano,
in cui sia contesti di sinistra, dai più moderati ai più radicali, sia anarchici – a parte poche eccezioni – organizzano tamponi gratis, scendeno in piazza urlando a gran voce “vaccini” per tutti e tutte – slogan che ci rimanda alla PMA per tutti e tutte – organizzano presidi fuori dalle sedi delle multinazionali farmaceutiche e biotecnologiche, identificando i brevetti e i profitti delle multinazionali come gli unici problemi di questi “vaccini”.

In questo ribaltamento, in questa riconfigurazione delle parti, noi – e con noi, intendo noi anarchici ecologisti radicali da sempre contro le tecno-scienze, i primi a portare una critica agli OGM, alle nanotecnologie, al transumanesimo, quando ancora questi termini non erano conosciuti ai più – non abbiamo un posto. Ma, guardando questi processi, dovremmo pur collocarci e, come semplice dato fattuale, collocandoci da una parte accanto a noi non troviamo i contesti di sinistra con alcuni dei quali alcuni di noi erano più abituati a relazionarsi e a intraprendere dei pezzi di percorso, perché nonostante le differenze, era quello il bacino con cui, comunque eravamo abituati a guardare, così come non vediamo anche molti contesti anarchici. Semplicemente so di essere dalla parte giusta della storia e vedo chi è dall’altra parte. Che ci piaccia o no.
Non possiamo negare una memoria storica di appartenenza, la resistenza, le lotte degli anni 70, e sappiamo da che parte in quegli anni saremmo stati. C’è sempre una linea di demarcazione e bisogna sempre scegliere da che parte stare. Oggi quella linea c’è ancora. Il disorientamento deriva da chi vediamo al di là e al di quà.

Tutti gli incasellamenti rassicuranti saltano. Tutte le categorie anch’esse rassicuranti saltano.
Non si può ricorrere alle vecchie distinzioni per descrivere il delinearsi confuso di variegati dissensi contro questo stato di cose.
Le nuove generazioni, quelle che riusciranno a non essere del tutto lobotomizzate dai social network e distanziate nell’animo, quelle che dissentiranno, non avranno più i nostri riferimenti storici, troppo lontani nel tempo e senza più le ultime testimonianze e la sinistra, sia quella più democratica, sia quella più radicale, verrà percepita come nemica, come altro da sé perché sarà quella che avrà sostenuto, alimentato e rafforzato lo svilupparsi di una dittatura sanitaria. Il dissenso che si svilupperà avrà nuove caratteristiche, a cui non saremo abituati, si porrà contro la sinistra, rivendicherà valori come la famiglia, le proprie tradizioni, la religione, l’appartenenza a una comunità. Tutto ciò che oggi si sta sgretolando con la complicità della sinistra, una sinistra profondamente post-moderna che dietro un percorso apparente liberatorio ed emancipatorio sta distruggendo ogni valore tacciandolo come reazionario e un abominio pro-natura ed essenzialista. Come sono consapevole delle tradizioni patriarcali o di sfruttamento sugli altri animali e dei ruoli di sottomissione che possono essere presenti anche all’interno di una famiglia, sono anche consapevole che una comunità senza tradizioni e senza rituali è una comunità vuota e debole, che un legame con il proprio territorio può rappresentare radici, relazioni, solidarietà e, perché no, complicità per lottare.
Significative in tal senso le parole di Ida Auken, parlamentare della Danimarca, al WEF del 2016 “Benvenuti nel 2030. Non possiedo nulla, non ho privacy e la vita non è mai stata migliore”: un futuro nel quale non ci sarà più la proprietà privata (e non come intendeva Proudhon…), in cui ci sarà un redditto universale per tutti, in cui ogni individuo sarà un migrante, in movimento perenne come i flussi delle merci, senza nessun legame con il proprio territorio.
Come sono consapevole che se la famiglia si disgrega la conseguenza sarà che i genitori non potranno opporsi a una vaccinazione, a un trattamento sanitario, a una terapia ormonale. E ai genitori non allineati potranno togliere i figli. Già le avvisaglie ci sono, basta saperle e volerle riconoscere. Pensiamo al padre incarcerato in America perché si è opposto al trattamento ormonale per la figlia minorenne. Pensiamo alla Ley Trans in Spagna che consente il diritto a un minore di 12 anni all’autocertificazione del genere e a intraprendere il percorso di transizione con i bloccanti della pubertà anche senza, di fatto, il consenso dei genitori a cui può essere tolta la potestà genitoriale se si oppongono al percorso di transizione.
Come può essere che la sinistra – teoricamente anticapitalista – e anche molti ambienti anarchici siano in un clamoroso silenzio o addirittura sostengano una dittatura sanitaria con la retorica della responsabilità sociale?

Una risposta possiamo trovarla nel fatto che gran parte della sinistra da tempo si è allontanata dall’opposizione diretta al capitalismo in un’incapacità di capire che lo sviluppo tecno-scientifico non è altro che l’evoluzione del capitalismo e che il progresso tecnologico non è la stessa cosa del progresso sociale o umano. La sinistra si è così evoluta nel quadro di un sistema tecno-scientifico, accettando essenzialmente i suoi sviluppi e il nuovo paradigma biotecnologico. Di conseguenza spesso non ha altro da proporre che una sua riforma o la sua rietichettatura ponendosi in linea con i nuovi principi transumanisti.

Per quanto riguarda i contesti anarchici, quelli che da sempre hanno considerato marginale o addirittura deriso una critica e una priorità di lotta verso le tecno-scienze adesso si trovano a non avere gli strumenti per comprendere cosa significa questa campagna vaccinale e per comprendere le attuali trasformazioni.
Il rimanere rinchiusi nelle solite vecchie categorie per interpretare il presente e occuparsi delle solite specifiche questioni – carcere, repressione, lotte dei lavoratori… – astraendole da un contesto che muta sempre più velocemente, come se si potesse ragionare per compartimenti stagni, porta irremediabilmente a scindersi dalla realtà non potendo avere più una presa sul reale, questo sfuggendo dalla comprensione sfugge anche dalle possibili – ma forse non davvero auspicate – opposizioni.
Le nuove generazioni antagoniste non hanno memoria delle lotte contro il nucleare, contro gli OGM, non ricordono i disastri del Talidomide e anche il femminismo radicale ha perso memoria delle lotte delle femministe degli anni ’70 contro la medicalizzazione dei corpi.
Le tendenze transfemministe e queer, tendenze trasversali che hanno permeato ogni contesto, portano uno sguardo di entusiasmo verso le potenzialità liberatorie delle tecno-scienze e, anche in ambiti critici a questi sviluppi, le nuove pseudo sovversioni trans-xeno-femministe cyborg queer non permettono di avere una profonda comprensione critica all’intero paradigma biotecnologico e di modifica dei corpi.
Indignarsi non è abbastanza, necessario è agire nella realtà, qui ed ora, si sente giustamente dire, ma spesso più come mera autocelebrazione di sé con parole che si perdono nel vento. Ma come agire, mi domando, se non solo non si riconoscono le direzioni e le fondamenta di questo sistema, ma se le si sostengono? Come i contesti anarchici, o più in generale anticapitalisti, potranno continuare anche solo a criticare – parlare di opposizione sarebbe già troppo – il controllo sociale, la militarizzazione, l’autorità dello Stato se non si opporranno oggi all’imposizione vaccinale?
Non può esistere critica alcuna all’interno della narrazione dominante, all’interno dell’unica verità possibile e immaginabile che gli algoritmi riveleranno azzerando la capacità di confronto con il reale. Una verità sistematica, che secondo Hannah Arendt ricopre una funzione tirannica perché “le affermazioni […] una volta percepite come vere e dichiarate tali, [esse] hanno in comune il fatto di essere al di là dell’accordo, della discussione […]; considerata dal punto di vista della politica, la verità ha un carattere dispotico.”7
Pensare oggi in termini di conflitto significa uscire dai binari del pensiero unico, che non solo affossano la critica, ma incanala ogni istanza nella stessa direzione di questo sistema tecno-scientifico transumanista, significa porre domande scomode e non avere timore di essere tacciati come ambigui, essenzialisti, pro-natura, conservatori, reazionari.
Pensare oggi in termini di conflitto significa pensare in termini di processi, nella comprensione della loro direzione, anticipandoli dove possibile. È avere la consapevolezza che nessuna critica e nessun percorso di opposizione può prescindere dai processi che si stanno velocizzando e che si stanno generando con il pretesto di questa pseudopandemia.
Non opporsi oggi alla dittatura sanitaria con i suoi cosìdetti “vaccini” a DNA ricombinante e a mRNA, tecnologie di ingegneria genetica e piattaforme di riprogrammazione e modificazione delle cellule, non saper o non voler riconoscere un attacco verso i nostri corpi e il vivente è non avere più gli strumenti per poter porre in essere una critica all’esistente.


Prima gli oppositori erano etichettati come terroristi, ma questo rientrava comunque all’interno di una sfera di scontro politico, oggi sono etichettati come complottisti e folli. Nel nuovo ordine mondiale la critica non è concepita e diventa follia. Questo è un passaggio fondamentale da comprendere. La propaganda squalifica come complottisti chi si oppone alla rete 5G, questo ben rappresenta come la 5G abbia un ruolo fondamentale per il passaggio definitivo a una società cibernetica.
La situazione di “emergenza” rende più facile la creazione di accettazione sociale, certi processi, che un tempo avrebbero avuto delle resistenze, oggi non hanno nemmeno delle perplessità. Dai “vaccini” il salto ai microchip sotto pelle non è più così lontano. Nel mentre le sperimentazioni con le interfacce neurali, avviate già da tempo anche dal DARPA e da Fecebook, passano dagli altri animali all’uomo. Neuralink, compagnia di neurotecnologie di Elon Musk, ha avuto l’autorizzazione per il passaggio sull’umano per dispositivi medici per malati di Parkinson, per persone con protesi, ma dalle parole dello stesso Musk: “la visione a lungo termine è creare dispositivi sufficientemente sicuri e potenti da essere desiderati da individui sani”.
Il nuovo assetto che si sta estendendo a livello globale dovrà sbarazzarsi di ogni barriera etica e di tutto ciò che è ritenuto obsoleto, in tale contesto anche l’essere umano, per come è stato fino adesso, diventa un orpello ormai inutile, qual’ora non venga implementato, microcippato, qual’ora non sia perennemente connesso e monitorato. L’umano nel continuo adattamento a questo mondo-macchina, a questa società tecno-bio-medicalizzata, subirà delle trasformazioni così irreversibili, globali e profonde che la trasformazione assumerà le caratteristiche di una metamorfosi. Una metamorfosi dell’umano in una società post-umana e post-natura.

Tutto ciò che è leggero galleggia sulle superfici, contro la leggerezza e la spenzieratezza torniamo a dare un peso alle cose e a sentire un peso sullo stomaco.
Diversamente dalla velocità compulsiva che macina e polverizza relazioni e significati, diversamente dall’istantaneità di un momento passeggero, ciò che dura è ciò che resiste.
Restare umani significa resistere.

Silvia Guerini, Maggio 2021

Testo pubblicato sul giornale L’Urlo della Terra, numero 9, Luglio 2021

Note:

1Byung-Chul Han, La società senza dolore, Einaudi, 2021.
2Byung-Chul Han, op. cit.
3Byung-Chul Han, op. cit.
4Friedric Nietzsche, La gaia scienza, Adelphi.
5Byung-Chul Han, La scomparsa dei riti. Una topologia del presente, Nottetempo, 2021.
6Michel Ofray, Teoria della dittatura, Ponte alle grazie, 2020.
7Hannah Arendt, Verità e politica, Bollati e Boringhieri, Torino, 2004.

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