Alcune considerazioni sul Primo Maggio a Pesaro contro i Biolaboratori

Alcune considerazioni sul Primo Maggio a Pesaro contro i Biolaboratori

Abbiamo iniziato ad occuparci dei Biolaboratori ben prima che uscissero fuori le informazioni sul nuovo centro di Pesaro. Già la nuova classificazione del laboratorio di Trieste con tutte le coperture transnazionali sul suo operato avrebbe dovuto spingere alla mobilitazione, visto che le modalità impiegate suggerivano di considerare questi nuovi laboratori come il proseguimento di un programma che era solo cominciato con il NAMRU3 (Naval Medical Resarch Unit), un laboratorio di livello 3 della Marina Militare a Sigonella.

È stata una notizia di grande conforto sapere che un comitato cittadino locale di Pesaro aveva iniziato a occuparsi di questo nuovo centro, con la consapevolezza che il lavoro più importante spesso arriva proprio dal territorio interessato, non solo per motivazioni logistiche di lotta, ma soprattutto per i forti legami con un posto dove si è vissuto e che non lo si vuole vedere stravolto o distrutto. Nel caso dei BSL3 la cosa è ancora più complicata e se vogliamo anche più semplice perché non vi è posto che possa ritenersi al sicuro da questi centri, senza bisogno di scomodare Pipistrelli e Pangolini.

Il lancio della manifestazione nazionale del Primo Maggio a Pesaro contro i Biolaboratori ci ha trovato vicini all’iniziativa, avendo anche avuto riscontri positivi sul lavoro portato avanti dal comitato locale. Questo ci ha portato immediatamente ad aderire sostenendo l’iniziativa organizzando specifiche iniziative locali a Bergamo e trasporti collettivi per invogliare il maggior numero di persone possibili a raggiungere la manifestazione di Pesaro.

Le dinamiche organizzative in questi mesi preparatori ci sono un po’ sfuggite essendo fuori dai canali Telegram e dai vari Social. Ci ha abbastanza allibiti sapere che un comunicato del comitato diffuso localmente invitava a stare a casa per poi successivamente tirarsi fuori dall’organizzazione per gli aspetti legali legati alle varie trattative con la Questura. Abbiamo pensato che hanno prevalso delle inesperienze, forse accentuate dalle pressioni dalla Questura stessa considerato che si aspettava una manifestazione con molte migliaia di persone e quindi con forti responsabilità di gestione da sostenere.

Abbiamo deciso di partecipare alla manifestazione anche se vi erano nuovi organizzatori a questo punto non più locali e con progettualità non proprio in sintonia con quella che noi intendiamo come critica radicale al sistema tecno-scientifico. La chiamata nazionale ha sicuramente funzionato quantitativamente, considerato che varie migliaia di persone da tutta Italia e dall’estero hanno risposto anche se con numeri decisamente diversi dalle previsioni iniziali e non pensiamo sia stata la pioggia a scoraggiare la partecipazione.

Chi è arrivato a Pesaro voleva realizzare una grande manifestazione per le vie cittadine per far partire un netto messaggio: i Biolaboratori sono una minaccia per i territori, per l’intera umanità e per il pianeta. Un messaggio che di riflesso sarebbe andato anche verso tutti gli altri territori italiani dove è prevista la realizzazione di strutture per contenere la futura ricerca della guerra biologica. Questa aspettativa è stata in parte delusa perché è stato evidente che la vera importanza della giornata non era una bella e comunicativa manifestazione, ma il palco con gli invitati. Si può essere quindi anche a cinque chilometri da Pesaro tra capannoni industriali, centri commerciali e Fast Food, ma se vi è attenzione mediatica gli oratori avranno la loro visibilità per promuoversi come unici e primi ad aver svelato fondamentali questioni. Una passeggiata brevissima intorno al nulla non può certo definirsi un vero corteo, ma piuttosto suona come un contentino per dire il corteo è stato fatto. Comprendiamo che non è facile un equilibrio con la Questura e magari davvero non si poteva ottenere di più, speriamo che la nuova organizzazione ci abbia provato e non abbia preferito puntare esclusivamente sulla passerella del palco.

Manifestazioni di questo livello ovviamente non sono seguite esclusivamente dalla Questura locale, anche al Viminale si saranno preoccupati di seguirle, come sarà successo anche a Firenze dove la settimana prima un numero uguale di persone ha sfilato in corteo, ma in quella circostanza però per le vie centrali di Firenze per il “decreto contro i rave”.

Già durante la fine della manifestazione si faceva sentire un po’ di disappunto per un non corteo soprattutto quando dal palco questo veniva descritto con toni eccessivamente entusiastici. Una risposta è stata data, sempre dal palco, dalla giornalista Camuso che ha evocato sfascia vetrine e infiltrati chiedendo dopo aver ricevuto qualche fischio l’intervento di un servizio d’ordine che non è pervenuto, ma forse il soffio si voleva arrivasse direttamente alla Questura per l’eventuale allontanamento dei manifestanti. Le uniche vetrine da rompere erano quelle del Fast Food, ma i manifestanti non erano all’esterno in modo offensivo, ma tranquillamente all’interno a mangiarsi il panino. Per quanto riguarda gli infiltrati, certo che c’erano – come sempre nelle grandi e importanti manifestazioni sotto forma di corpi di esercito, polizia e simili – ma non erano sicuramente quelli che fischiavano e provavano a dire la loro. Se ci fosse stata dell’esperienza di lotte, manifestazioni e manganellate, anche la Camuso avrebbe imparato a distinguerli.

Questa scusa dell’“infiltrato” per trincerarsi sul palco e trasformare questo nell’unico spazio militante spostando l’attenzione e la centralità dalla manifestazione di massa ai singoli relatori sta diventando ormai pratica consolidata. Anche a Trieste si erano viste le stesse scene e gli stessi sbandierati timori per giustificare il ripiegamento in atteggiamenti simbolici privi di qualsiasi conflittualità, possibilmente ben ripresi dai media e dai social.

Forse il timore degli infiltrati deriva dai tempi del G8 di Genova, dove in modo approssimativo veniva dato dell’infiltrato a tutti i contestatori non ufficiali durante le manifestazioni, per intenderci i famosi Black Block nati non a Genova, ma a Seattle dove erano stati parte integrante di quella importante e riuscita mobilitazione. Ma dopo tanti anni però, dalle giornate drammatiche di Genova, il tempo ci ha portato un’altra storia, quella di altri infiltrati che al tempo non erano riconosciuti come tali nei movimenti, ma al contrario considerati leader da gran parte della sinistra antagonista, coloro che come Casarini oggi sono a capo di ONG con navi che battono i mari in cerca di migranti “da salvare”.

Pensiamo sia profondamente importante interrogarci su quello che ci porta ad una determinata lotta, quello che ci spinge a ritenerla fondamentale nel nostro prossimo futuro, come per quanto riguarda i Biolaboratori, non tanto come singola questione, ma come pianificato programma di sdoganamento di laboratori civili-militari volti a realizzare armi di distruzione di massa con l’uso dell’ingegneria genetica.

Non ci stancheremo mai di ribadire l’importanza di sviluppare pensiero critico verso qualsiasi contesto e situazione in cui ci troviamo ad operare, solo in questo modo potremo costruire lotte e movimenti solidi e onesti in grado di sviluppare progettualità senza opportunismi e senza calcoli politici e da ragioniere.

La giornata di mobilitazione di Pesaro del Primo Maggio è stata sicuramente molto importante, ha fatto incontrare e conoscere tantissime persone ed esperienze diverse. La vera costruzione della resistenza ai Biolaboratori inizia adesso, se i semi lanciati erano buoni è il tempo giusto per far crescere nei territori un’opposizione verso tutti questi progetti che, anche se in modo diverso, portano tutti la stessa matrice: l’attacco agli esseri viventi per come gli abbiamo conosciuti fino adesso.

La differenza sta sicuramente nel messaggio che si vuole trasmettere, ma anche come questo viene veicolato. E, cosa non da poco, c’è da chiarire cosa si vuole costruire con un’iniziativa.

Come abbiamo scritto nel volantino che abbiamo distribuito in piazza a Pesaro il primo maggio:

“Per non rimanere indietro di fronte agli eventi che ci stanno circondando, dobbiamo metterci insieme in coordinamenti, gruppi, comitati che superino il quartiere e la città e dobbiamo comprendere come il problema potrà essere affrontato con reale consapevolezza solo se riconosceremo e comprenderemo il contesto in cui si struttureranno questi ed altri biolaboratori, la loro matrice che affonda nella creazione e gestione di emergenze perenni e il senso di questi progetti che si trova nella direzione transumanista di intervento bionanotecnologico sui corpi e sull’intero vivente.

Siamo giunti all’ultima ora, alla frontiera della lotta contro la presa del vivente, questa deve essere combattuta prima di ogni altra cosa, perché se non ci opponiamo all’ingegnerizzazione e artificializzazione dei nostri corpi e del mondo cosa ci resta per cui lottare?”

Si fa sempre più difficile la costruzione di un reale movimento di base: prevalgono la delega agli esperti o presunti tali che non dovrebbero mai sostituire il lavoro degli attivisti, gli eventi spettacolari dove scienziati star alternative hanno il loro uditorio, un attivismo virtuale che aderisce su telegram dove loghi e slogan nascondono una povertà di contenuti, la velocità, superficialità e confusione delle comunicazioni sulle chat che fa perdere la capacità di soffermarsi e di comprendere un più profondo e ampio significato non solo dei processi in corso ma anche del senso che diamo alle lotte che portiamo avanti.

Ridiamo senso alle lotte con profondità, impegno, costanza, relazioni, mettendoci in gioco in prima persona. Se non siamo disposti a questo come possiamo pensare di costruire una Resistenza? Sarà già disgregata e svuotata di senso ancora prima di iniziare un percorso, che non sarà facile, ma duro e irto di ostacoli. Le popolazioni del sud del mondo difronte ai colossi farmaceutici e biotecnologici sanno che in gioco c’è la loro vita, la sopravvivenza delle loro comunità, delle loro tradizioni e la sopravvivenza dell’intero pianeta. Dopo la più grande sperimentazione di massa di sieri genici dovremmo aver compreso che la guerra oggi è arrivata dentro ai corpi e all’intero vivente. E allora dobbiamo costruire un movimento che sia in grado di affrontare questo e quello che deve ancora arrivare. Siamo solo all’inizio.

Bergamo, 8 Maggio 2023
Resistenze al nanomondo, www.resistenzealnanomondo.org