La sacralità del nostro mondo vivente è sempre stata riconosciuta e celebrata nelle culture tradizionali dell’umanità, ma è stata marginalizzata nell’era industriale moderna. Perché e come è successo? Come possiamo riportare la consapevolezza della natura divina al centro del nostro pensiero?
Il grande storico della religione rumeno Mircea Eliade afferma che le prime comunità umane, nomadi o sedentarie, “vivevano in un cosmo sacralizzato, partecipavano a una sacralità cosmica che si manifestava tanto nel mondo animale quanto in quello vegetale”. [1]
Egli definisce questo concetto in termini di ierofania, ovvero qualcosa di sacro che si rivela a noi, e afferma che essa spazia dalla “ierofania più elementare, ad esempio la manifestazione del sacro in un oggetto, una pietra o un albero, fino alla ierofania suprema, che per un cristiano è l’incarnazione di Dio in Gesù Cristo”. [2]
L’antica spiritualità dei nostri antenati, oggi proibita, riguardava il loro essere parte della comunità, della natura, dell’universo. Riguardava il loro senso di appartenenza e la consapevolezza di tale appartenenza.
Come scrive Alain Daniélou: «Tutti gli elementi che costituiscono il mondo sono interdipendenti, fanno parte di un tutto. Non c’è alcuna discontinuità nell’opera del Creatore.
«Il mondo minerale, il mondo vegetale, il mondo animale e umano e il mondo sottile degli spiriti e degli dei esistono l’uno attraverso l’altro, l’uno per l’altro». [3]
Per qualsiasi popolo che viva in armonia, in sintonia con le forze che lo circondano, tutto è essenzialmente sacro, ma alcuni elementi spiccano comunque.
Gli alberi sono spesso considerati di grande importanza, sia come specie che come entità individuali.
Il popolo Kalash dell’Hindu Kush, ad esempio, crede che i cedri siano protetti dalle fate e che chiunque ne abbatta uno rischia di cadere vittima di un incantesimo malvagio che può persino portare alla morte. [4]
Anche i ginepri sono considerati sacri e vengono abbattuti solo quando sono morti e secchi. “Abbattere un ginepro verde sarebbe come uccidere un bambino”, spiega un uomo Kalash. [5]
Prima della sua prima uscita dell’anno, un taglialegna Kalash fa un’offerta di pane e formaggio agli spiriti della natura. [6]
Karl Jettmar scrive del vicino popolo Gilgit: “Tutti gli alberi non piantati dall’uomo e che crescono spontaneamente fanno parte della sfera soprannaturale. Abbatterli costituisce un’interferenza con il mondo degli spiriti”. [7]
Nell’antica Grecia, il secondo sito sacro più importante, dopo Delfi, era Dodona. Era rinomato per la sua quercia, il cui fruscio delle foglie veniva interpretato dai sacerdoti e dalle sacerdotesse devoti all’oracolo. La quercia sacra di Dodona era descritta da Eschilo come «un albero maestoso e bellissimo, una meraviglia incredibile» ed era considerata l’Albero della Vita. [8]
Nella tradizione pagana celtica, la parola «druido» deriva da un termine arcaico che significa albero (e spesso associato specificamente alle querce), che è anche l’origine della parola inglese «truth» (verità). [9]
La verità riguarda quindi gli alberi, o meglio la bellezza divina che si manifesta negli alberi, così come nei fiumi, nelle montagne, nei laghi, nei mari, nelle piante, negli animali e persino, se lo permettiamo, negli esseri umani.
Le società radicate godono sempre di un forte legame spirituale con il luogo e la geografia sacra di un popolo identifica luoghi particolari come importanti, in quanto punti di comunicazione con la presenza divina invisibile. È qui che si svolgono le cerimonie, al ritmo dei cicli eterni della natura.
Come scrive il saggista italiano Paolo Santarcangeli: “L’intera vita dell’uomo ‘primitivo’ è una successione di operazioni magiche volte a creare un legame affettivo con il mondo circostante, a congiungere, incantare, evocare le forze della natura”. [10]
Daniélou afferma: «La comunicazione tra diversi stati dell’essere, tra esseri umani, spiriti e divinità, può avvenire solo attraverso tecniche speciali, chiamate riti, che utilizzano le linee di faglia, i punti di congiunzione invisibili dove è possibile la comunicazione tra mondi diversi». [11]
«Il ricercatore deve scoprire nel mondo in cui vive e in se stesso i punti di contatto o di attaccamento ad altri mondi. Deve saper riconoscere nel mondo minerale, vegetale e animale, sulla superficie della terra e nel proprio corpo, queste forme, questi punti attraverso i quali fluiscono in lui e nel mondo le energie fondamentali in cui si rivelano il pensiero, la natura e l’azione del Creatore”. [12]
Se consideriamo il nostro mondo, anzi il cosmo, come un organismo vivente e sacro, allora questa entità deve avere un modo per conoscere se stessa, per sentire se stessa, per trasmettere informazioni al suo interno.
Siamo collegati a ciò che il popolo Sioux del Nord America chiama Wakonda, descritto dagli etnografi Alice Fletcher e Francis la Flesche come «la vita permeante della natura invisibile – una vita e un potere invisibili che raggiungono ogni luogo e ogni cosa e a cui l’uomo può rivolgersi per ricevere aiuto». [13]
L’antropologo britannico Edward Evan Evans-Pritchard racconta come il popolo Nuer dell’Africa orientale vede i vari spiriti dell’aria, gli antenati e altri poteri come tante “rifrazioni” della loro divinità Kwoth.
In India, il dio Shiva ha un entourage composto da vari folletti, ninfe e fantasmi, “tutti gli spiriti che governano il mondo aereo o terrestre, le foreste, le sorgenti e le tempeste”. [14]
Gli indigeni australiani raccontano degli Iruntarinia, spiriti della natura che infestano pietre e alberi e possono essere visti solo dagli stregoni, dai veggenti e dai bambini nati con gli occhi aperti, gli alkna buma. [15]
Naturalmente, anche qui in Europa esiste una lunga tradizione di fate e spiriti della natura, conosciuti con vari nomi: elfi, folletti, kelpie, brownies, il Popolo Buono, il Popolo Nascosto, il Piccolo Popolo, il Popolo Gentile o il Popolo Silenzioso.
Durante il processo a Giovanna d’Arco nel 1431 si disse che vicino alla sua casa nella Francia rurale c’era un albero conosciuto come l’Albero delle Fate, che si trovava accanto a una sorgente sacra che si diceva curasse la febbre. A quanto pare Giovanna “ricevette la sua missione presso l’albero delle fate” e fu qui che Santa Caterina e Santa Margherita vennero a parlarle. [16]
La tradizione del tarantismo nel sud dell’Italia coinvolge i ragni, che a volte si dice siano stati mandati da San Paolo: anch’essi forniscono consigli o avvertimenti a coloro che vengono “morsi” e che devono quindi essere “curati” con musica e danze rituali. [17]
Anche il popolo Kalash crede nelle fate, i cui messaggi vengono trasmessi loro dai loro dehar, gli sciamani.
Considero le fate, i ragni e gli sciamani come messaggeri del Tutto divino: essi fanno parte del sistema nervoso invisibile attraverso il quale esso conosce, sente e regola il proprio essere. Sono il mezzo attraverso il quale sentiamo la nostra appartenenza a qualcosa di molto più grande di noi e attraverso il quale, se ascoltiamo, possiamo essere guidati ad agire nel suo (e quindi nel nostro) interesse.
Sentirsi in sintonia con la natura e il cosmo significa provare il piacere di essere veramente vivi e consapevoli di quella vita, la sensazione maestosa di diventare consapevoli di chi siamo veramente.
Insieme a questo arriva un senso di significato che è così spesso assente nella vita moderna.
Il telos del divenire e dello svolgersi dell’universo fluisce in un cuore ricettivo attraverso le vene sacre dell’essere superiore a cui tutti apparteniamo.
Sentiamo, assaporiamo, tocchiamo il divino disegno cosmico dentro di noi.
Questa non è, ovviamente, l’esperienza generale dell’essere umano moderno in una società industriale.
Infatti, Morris Berman osserva che questo tipo di pensiero è stato gradualmente eliminato dalle menti occidentali e che il nostro mondo è stato “progressivamente disincantato”. [18]
Il termine “disincanto del mondo” (Entzauberung der Welt) è stato coniato dal famoso sociologo tedesco Max Weber (1864-1920), che ha individuato strette analogie tra la crescita della mentalità industriale-capitalista e l’emergere del ramo protestante del cristianesimo. Egli individuò l’esistenza di un certo “spirito capitalista” nei paesi in cui predominava la fede protestante – Gran Bretagna, Paesi Bassi, alcune parti della Germania e Stati Uniti – che era assente altrove, persino in Italia, nonostante il fatto che già prima della Riforma avesse sviluppato un’economia capitalista. [19]
Weber spiegò che, sebbene la Chiesa cattolica romana avesse sempre tollerato l’accumulo di ricchezza (in contraddizione con gli insegnamenti di Cristo), non aveva mai glorificato questa attività; anzi, alimentava un senso di colpa tra i benestanti per incoraggiarli a compensare con donazioni caritatevoli alle casse della Chiesa.
Con il protestantesimo, mentre arricchirsi per il gusto di arricchirsi era ancora disapprovato, ottenere ricchezza come frutto della dedizione professionale era considerato una benedizione divina. [20]
Lavorare sodo per guadagnare denaro era considerato una virtù morale, addirittura parte integrante della salvezza dell’individuo. Questa visione puritana protestante era «l’inversione di uno stato di cose che si potrebbe definire “naturale”», osserva Weber [21] e rappresentava «l’esatto contrario della “gioia di essere al mondo” (Weltfreude)». [22]
Promuoveva invece l’ideale della riservatezza e dell’autodisciplina – oggi potremmo dire robotica – e quindi perfettamente adatto alle esigenze disumanizzanti dell’industria. Dice Weber: “Distruggere la gioia innocente e istintiva della vita era il suo compito più urgente; instillare ordine nella condotta di vita dei suoi seguaci era il suo mezzo principale”. [23]
“Al momento della sua nascita, il capitalismo aveva bisogno di lavoratori che accettassero, per ragioni di coscienza, il loro sfruttamento economico”. [24]
Dopo l’assalto religioso alla nostra consapevolezza del sacro nella natura, è arrivata la rivoluzione scientifica del XVI e XVII secolo, che è stata una dichiarazione filosofica di guerra ai modi tradizionali di pensare e di vivere, anzi, una guerra al nostro stesso essere.
Essa si basava sull’identificazione della verità con l’utilità, in particolare l’utilità industriale, e sottolineava l’importanza della misurazione, della matematica e delle «arti meccaniche».
Rifiutava il contemplativo a favore del pragmatico: l’unico tipo di pensiero scientifico che contava era quello che permetteva la costruzione di ponti, strade e macchine. E questo capovolgimento delle nostre vite e credenze tradizionali non fu ovviamente avviato nell’interesse della grande maggioranza, ma nell’interesse di coloro che volevano dominarci e sfruttarci.
Come osserva Berman: «L’imperialismo, sia esso economico, psicologico o personale (e tendono ad andare di pari passo), cerca di spazzare via le culture autoctone, i modi di vita individuali e le idee diverse, sradicandoli per sostituirli con un modo di vita globale e omogeneo». [25]
«La scienza moderna, in breve, è la struttura mentale di un mondo definito dall’accumulazione di capitale». [26]
È interessante notare che possiamo tracciare un collegamento diretto tra lo sviluppo del pensiero «scientifico» e l’emergere dell’imperialismo industriale-capitalista già nella prima parte del XVII secolo. Si trattava di un gruppo informale che si riuniva in Inghilterra per discutere la “nuova filosofia” della scienza a partire dal 1630, che faceva parte di una rete europea e i cui sforzi portarono alla creazione, nel 1660, della Royal Society of London for Improving Natural Knowledge, di cui Isaac Newton sarebbe poi diventato presidente. [27] Questo gruppo era noto come “Invisible College” – che ha un certo sapore cospiratorio! – e anche come “circolo di Hartlib”, dal nome di Samuel Hartlib (1600-1662), un seguace polacco dell’opera di Bacon che è stato definito “il Grande Informatore d’Europa” – dove informatore è definito come “colui che porta informazioni (notizie, intelligence); una spia o un informatore”. [28]
Il professor Yosef Kaplan dell’Università Ebraica di Gerusalemme fornisce alcune informazioni molto illuminanti su Hartlib e le sue attività nel suo saggio “Jews and Judaism in the Hartlib Circle” (Gli ebrei e l’ebraismo nel circolo di Hartlib). [29] Egli descrive come Hartlib e i suoi colleghi combinassero l’obiettivo di promuovere il pensiero “razionale” con quello di rendere i protestanti inglesi, già fortemente influenzati dall’Antico Testamento, più familiari con i “misteri ebraici”, sulla base del fatto che “la rivelazione del vero culto e della vera religione era stata trasmessa all’umanità attraverso l’ebraismo”. [30]
Questo collegamento tematico è stato fatto da numerosi autori che hanno studiato il fenomeno del disincanto. Berman, ad esempio, scrive: “Sebbene l’ebraismo possedesse una forte eredità gnostica (di cui la cabala è l’unica sopravvissuta), la tradizione rabbinica ufficiale (in seguito talmudica) si basava proprio sull’eliminazione delle credenze animistiche”. [31]
John Lamb Lash, da parte sua, fa riferimento a una raccolta di saggi del 2001 intitolata Deep Ecology and World Religions, pubblicata dalla State University of New York Press. Egli osserva: «La maggior parte dei contributori riesce a ricavare valori ecologici dalle tradizioni esistenti, ma Eric Katz, scrivendo su “Giudaismo ed ecologia profonda”, confessa “profondi dubbi sul fatto che il giudaismo tradizionale possa essere inteso come un alleato dell’ecologia profonda”». [32]
E Lash sostiene: «Il testo direttivo biblico riguarda il distacco psichico dalla natura e l’alienazione dall’umanità generica… Le regole di vita degli antichi ebrei provenivano dall’esterno del mondo naturale». [33]
A livello pratico, Kaplan spiega come il circolo Hartlib, promotore della nuova filosofia scientifica, mantenesse «legami stretti e di lunga data» con i leader della comunità ebraica nella Repubblica olandese, in particolare Menasseh ben Israel. [34]
Questo rabbino di Amsterdam scrisse una famosa lettera a Oliver Cromwell, il vincitore antimonarchico della guerra civile inglese, vantandosi della grande influenza degli ebrei nei progetti coloniali e finanziari olandesi [35] e svolse un ruolo chiave nell’organizzare il ritorno (ufficiale) degli ebrei in Inghilterra sotto la nuova repubblica.
Kaplan osserva a proposito di Hartlib e dei suoi amici “invisibili”: “L’aiuto che hanno dato a Menasseh ben Israel nella sua missione presso Cromwell nel 1655 è ben noto e descritto in modo approfondito e dettagliato in molti studi”. [36]
Wikipedia ci dice che Cromwell “previde l’importanza per il commercio inglese della partecipazione dei principi mercanti ebrei, alcuni dei quali si erano già trasferiti a Londra”. [37]
Mi è chiaro che fu messo in atto un programma deliberato per distruggere la nostra fede nella natura sacra, in modo da spianare la strada all’imperialismo industriale e a tutto l’accumulo di capitale che esso ha comportato. Ciò fu disastroso non solo a livello sociale e ambientale, ma anche a livello psicologico. Come dice Berman: «Abbiamo ignorato un intero panorama della realtà interiore perché non si adattava al programma di sfruttamento industriale o mercantile». [38]
Tagliandoci fuori dalla consapevolezza della nostra appartenenza più ampia e insistendo che il nostro pensiero debba rimanere all’interno del quadro “scientifico” ristretto e sterile che ha costruito, il sistema industriale ci impedisce di seguire la nostra bussola morale interiore, sia individualmente che collettivamente.
Ci troviamo a vivere in società governate da regole che sono in conflitto con il nostro senso più profondo del significato, dell’amore per gli altri, per la vita e per il cosmo.
Siamo costretti a sottometterci a un codice di condotta e di pensiero che non è nostro, non è quello della natura. Non siamo quindi liberi di pensare e agire in modo autentico; non siamo liberi di essere ciò che siamo destinati ad essere.
Come possiamo rimediare a tutto questo? Come possiamo togliere i paraocchi che ci nascondono la vera realtà della nostra esistenza?
La prima cosa da fare, e la più importante, secondo me, è diffondere la notizia di ciò che è successo e di ciò che ci aspetta. Altrimenti, le persone lavoreranno all’oscuro, saranno facilmente sviate verso vari vicoli ciechi politici e cadranno nelle trappole che il sistema ha deliberatamente preparato per neutralizzare la nostra resistenza.
Diffondere le informazioni non è un compito facile, dato lo straordinario controllo che la casta dominante ha acquisito sulle nostre fonti di conoscenza, sui nostri modi di pensare e persino sulla nostra percezione della realtà.
Il suo controllo sulla massa monetaria globale le permette di impiegare un esercito di persone e macchine per censurare, diffamare e mettere a tacere chi dice la verità.
Ma il compito non è impossibile.
Stiamo già vedendo segni incoraggianti che la narrazione storica ufficiale sta perdendo la sua presa sulle menti delle persone, poiché sempre più di noi si rendono conto di quanto siamo stati ingannati e manipolati.
Allo stesso tempo, dovremmo anche ricordare che è una verità reale e permanente che noi siamo parte della natura e del cosmo.
Non è il nostro senso di appartenenza che ci è stato rubato dal sistema industriale, ma la consapevolezza di tale appartenenza. La distinzione è importante, perché significa che sta a noi ripristinare quel legame psicologico.
Possiamo promuovere questa consapevolezza in vari modi, ad esempio incoraggiando gli abitanti delle città, in particolare, ad avventurarsi fuori dai loro bozzoli di cemento e a sperimentare un mondo che è realmente vivo.
Il senso di presenza può anche essere incoraggiato mantenendo, facendo rivivere o addirittura inventando tradizioni che celebrano il mondo naturale e i suoi ritmi, rafforzando così la nostra consapevolezza di appartenenza e, inoltre, il nostro apprezzamento di tale consapevolezza e appartenenza.
Possiamo coltivare lo spirito del luogo che è stato progressivamente negato e soffocato dal nostro mondo moderno anonimo e omogeneo, compiendo sforzi consapevoli per radicarci in una località geografica e in una comunità reale.
Quando smettiamo di correre freneticamente alla ricerca di novità, divertimenti e stimoli artificiali, iniziamo a sentire le radici germogliare dalle dita dei piedi e penetrare delicatamente nel terreno sotto i nostri piedi.
Iniziamo a riscoprire cosa significa essere umani, cosa significa vivere come parte di un organismo sano.
Naturalmente, coltivare il nostro senso di appartenenza in questo modo non basterà, da solo, a eliminare il campo di concentramento globale in cui siamo stati rinchiusi.
Ma ci renderà più difficili da radunare, più determinati a difendere tutto ciò che amiamo, più resistenti agli ulteriori attacchi alla nostra libertà e al nostro benessere che senza dubbio stanno pianificando i criminocrati.
Allo stesso tempo, possiamo lavorare per quello che Berman chiama un necessario “reincanto del mondo”. [39] Egli afferma: “Se vogliamo sopravvivere come specie, deve emergere una sorta di coscienza olistica o partecipativa e una corrispondente formazione socio-politica”. [40]
Ma quale tipo di “formazione” spirituale-religiosa-sociale sarebbe il veicolo ideale per questo reincanto?
Daniélou è favorevole alla rinascita della tradizione animistica shivaita e dionisiaca condivisa da molti dei nostri antenati. Egli sostiene: “Ogni civiltà, ogni cultura, è il frutto dell’accumulo di conoscenze ed esperienze umane trasmesse di generazione in generazione.
“Lo shivaismo, le cui origini risalgono ai tempi preistorici più antichi, rappresenta un immenso bagaglio di esperienze”. [41]
«Per gli occidentali, questo non sarebbe un abbraccio dell’esotico. Le fonti religiose dell’Europa sono le stesse dell’India e noi ne abbiamo solo perso traccia in tempi relativamente recenti». [42]
Lash vede la migliore fonte di spiritualità contemporanea rispettosa della natura nella tradizione gnostica che ha raggiunto il suo apice con Ipazia ad Alessandria d’Egitto. Egli scrive: «Il messaggio gnostico per l’umanità potrebbe ben rappresentare l’antica radice profonda dell’ecologia profonda, un movimento sociale che afferma il valore intrinseco della terra, al di là del suo utilizzo per scopi umani». [43]
«La cosmologia gnostica è profondamente radicata nella saggezza indigena e riflette una versione sofisticata del senso nativo della vita sulla terra». [44]
Personalmente, penso che un elemento importante sia l’enfasi che poniamo su alcuni aspetti delle religioni e delle filosofie esistenti.
Seyyed Hossein Nasr lo fa, ad esempio, quando sostiene che l’Islam, la religione «verde», è più orientata all’ambiente rispetto ad altre fedi. Egli afferma che nell’Islam «l’uomo è il canale della grazia per la natura; attraverso la sua partecipazione attiva al mondo spirituale, egli getta luce nel mondo della natura. Egli è la bocca attraverso la quale la natura respira e vive». [45]
Lo stesso vale per il cristianesimo, in cui i sofisti sottolineano il concetto di natura divina e saggezza che traggono dagli insegnamenti della loro Chiesa. [46]
Non stanno inventando una versione del cristianesimo rispettosa della natura, ma mettono in evidenza una qualità che è già presente, anche se non sempre sottolineata dalle autorità religiose.
La fusione tra spiritualità e amore per la natura potrebbe e dovrebbe avvenire in mille modi diversi, a seconda delle culture, dei gusti, degli atteggiamenti e delle realtà dei popoli e degli individui interessati.
Soprattutto, dobbiamo abbandonare ogni idea che esista una sorta di contraddizione tra la spiritualità religiosa e la nostra appartenenza fisica alla natura.
Ciò è ben espresso nel familiare simbolo yin-yang della tradizione taoista cinese.
Non solo i due “opposti”, rappresentati dal bianco e dal nero, sono intrecciati anziché separati diagonalmente, ma il seme di ciascuno si trova nella metà contrastante del tutto circolare.
La stessa tradizione considera l’essere umano un mediatore tra il cielo e la terra, tra lo spirituale e il fisico. [47]
I nostri piedi sono saldamente piantati a terra, ma la nostra testa tocca il cielo.
Pur rimanendo molto umani e imperfetti, possiamo permettere alla nostra presenza corporea qui sulla Terra di diventare uno strumento del divino.
Il grande metafisico René Guénon scrive che chi intraprende con successo questo cammino “assimila le influenze celesti e in un certo senso le porta in questo mondo per unirle alle influenze terrene, inizialmente dentro di sé e poi, attraverso la partecipazione e come ‘radianza’, nel mezzo cosmico nel suo insieme”. [48]
Come ho detto, penso che potremmo vedere queste “influenze celesti” come il sistema nervoso del Tutto organico, i pulsazioni vitali che dirigono e coordinano il suo essere e il suo divenire.
Permettendo a noi stessi di condurre questa energia, svolgendo il ruolo che ci spetta come esseri umani, permettiamo la piena vita del grande corpo di cui facciamo parte.
Se riusciamo ad agire come canali della luce divina, possiamo essere il mezzo attraverso il quale il Tutto diventa ciò che è destinato ad essere.
Poiché il nostro ruolo come esseri umani è quello di contribuire al progresso del telos del Tutto, il progetto di quel telos è impresso nella nostra mente e costituisce il modello del nostro pensiero incorrotto.
Antoine Fabre d’Olivet scrive che quando la volontà umana collabora con la volontà divina, o Provvidenza, questo costituisce il Bene, mentre quando va contro di essa, questo equivale al Male.
“L’essere umano diventa perfetto o depravato a seconda che tenda a fondersi con l’Unità universale o a dissociarsi da essa”. [49]
Il nostro ruolo è quindi quello di diventare il mezzo, sul piano fisico e nel tempo presente, per la vittoria del Bene e della sua totalità sul Male e sulla sua separazione.
In questo modo, abbatteremo finalmente i muri oscuri dell’inganno che sono stati deliberatamente costruiti per nasconderci la luce radiosa e sacra della nostra vera appartenenza.
Paul Cudenec, https://winteroak.org.uk/, https://paulcudenec.substack.com/
Intervento per il settimo incontro internazionale contro le tecno-scienze, Luglio 2025 e pubblicato sul giornale L’Urlo della Terra, num. 13, Luglio 2025
Note:
[1] Mircea Eliade, Le sacré et le profane (Parigi: Gallimard, 1987), p. 22. Tutte le traduzioni dal francese sono mie.
[2] Eliade, p. 17.
[3] Alain Daniélou, Shiva et Dionysos: La Religion de la Nature et de l’Eros de la préhistoire à l’avenir (Parigi: Fayard, 1979), p. 15.
[4] Viviane Lièvre e Jean-Yves Loude, con la collaborazione di Hervé Nègre, Le Chamanisme des Kalash du Pakistan: Des montagnards polythéistes face à l’islam (Lione: Presses universitaires de Lyon, 2018), p. 90.
[5] Lièvre e Loude, p. 54.
[6] Ibid.
[7] Karl Jettmar, Die Religionen des Hindukusch, vol. 1 (Stoccarda: 1975), cit. Lièvre e Loude, p. 90.
[8] Paul Cudenec, The Green One (Sussex: Winter Oak, 2017) p. 44.
[9] John Lamb Lash, Not In His Image: Gnostic Vision, Sacred Ecology, and the Future of Belief (White River Junction, Vermont: Chelsea Green, 2006), versione pdf, p. 225.
[10] Paolo Santarcangeli, Le livre des labyrinthes, p. 108, cit. Daniélou, p. 34.
[11] Daniélou, p. 225.
[12] Daniélou, p. 226.
[13] Alice Fletcher e Francis la Flesche, The Omaha Tribe, 2 volumi (Lincoln: University of Nebraska Press, 1992), p. 599, cit. Marshall Sahlins, con l’assistenza di Frederick B. Henry Jr, The New Science of the Enchanted Universe: An Anthropology of Most of Humanity (Princeton e Oxford: Princeton University Press, 2022), pp. 114-15.
[14] Daniélou, p. 139.
[15] Cudenec, The Green One, pp. 74-75.
[16] Cudenec, The Green One, p. 159.
[17] Paul Cudenec, “Dancing on the web of being”, https://winteroak.org.uk/2025/07/04/dancing-on-the-web-of-being/
[18] Morris Berman, The Reenchantment of the World (Ithaca e Londra: Cornell University Press, 1981), p. 70.
[19] Max Weber, L’Ethique protestante et l’esprit du capitalisme, suivi d’autres essais, édité, traduit et présenté par Jean-Pierre Grossein (Parigi: Gallimard, 2003), p. 335. [20] Weber, L’Ethique protestante, p. 235.
[21] Weber, L’Ethique protestante, p. 27.
[22] Weber, L’Ethique protestante, p. 13.
[23] Weber, L’Ethique protestante, p. 137.
[24] Weber, L’Ethique protestante, p. 247 FN.
[25] Berman, p. 263.
[26] Berman, p. 49.
[27] https://en.wikipedia.org/wiki/Royal_Society
[28] https://en.wikipedia.org/wiki/Samuel_Hartlib Arved Hübler, Peter Linde e John W. T. Smith, Electronic Publishing ’01: 2001 in the Digital Publishing Odyssey (IOS Press, 2001). https://en.wiktionary.org/wiki/intelligencer
[29] Yosef Kaplan, “Jews and Judaism in the Hartlib Circle”, Studia Rosenthaliana, 2006, pp. 186-215. https://pluto.huji.ac.il/~kaplany/hartlib.pdf
[30] Kaplan, p. 195.
[31] Berman, p. 70.
[32] Roger S. Gottlieb e Barnell, David Landis, eds, Deep Ecology and World Religions (Albany, NY: State University of New York Press, 2001), p. 154, cit. Lash, p. 127.
[33] Lash, p. 228.
[34] Kaplan, p. 196.
[35] Meeuwis T. Baaijen, The Predators Versus The People: The Big Picture of the 500-year Secret War against Humanity and how to regain Our Stolen Planet, Freedom and Future (San José, Costa Rica: 2024), p. 54. https://thepredatorsversusthepeople.substack.com/
[36] Kaplan, p. 206.
[37] https://en.wikipedia.org/wiki/Menasseh_Ben_Israel
[38] Berman, p. 132.
[39] Berman, p. 23.
[40] Ibid.
[41] Daniélou, p. 175.
[42] Daniélou, p. 12.
[43] Lash; pp. 32-33.
[44] Lash, p. 179.
[45] Seyyed Hossein Nasr, Man and Nature: The Spiritual Crisis in Modern Man (Chicago: ABC International Group, Inc, 1997), p. 96.
https://orgrad.wordpress.com/a-z-of-thinkers/seyyed-hossein-nasr/ [46] Paul Cudenec, “The spirit of Sophia”, The Global Gang Running Our World and Ruining Our Lives (2025), pp. 38-67.
[47] René Guénon, La Grande Triade (Parigi: Dervy, 2022), p. 152.
[48] Guénon, p. 113.
[49] Antoine Fabre d’Olivet, cit. Guénon, p. 162.













