Continua la strada delle neuroscienze, un nuovo paradigma che nasce dal progresso delle tecnologie come l’imaging cerebrale per scandagliare sempre più nel dettaglio il cervello col fine di comprendere il suo funzionamento, come può essere modificato e, di conseguenza, controllato.
Sviluppi in microscopia elettronica, computer, elettronica, nell’imaging funzionale del cervello, e più recentemente nella genetica e nella genomica, sono stati fattori determinanti per il progresso delle neuroscienze.

Disciplina trasversale che si lega alla biologia, genetica, psichiatria, scienze sociali e comportamentali, all’interno del paradigma riduzionista e organicista che identifica nei circuiti neurali la causa delle nostre emozioni e comportamenti. La nostra soggettività, la nostra coscienza vengono ridotte ad un assemblaggio di funzioni ad uso e consumo dell’ingegneria sociale.

Attraversamenti postumani antipecisti

“La tecnica integra tutto, evita gli urti e i drammi: l’uomo non è adatto a questo mondo d’acciaio, la tecnica lo adatta. Ma bisogna anche notare che nello stesso momento, per fare ciò ella cambia la disposizione di questo mondo cieco perchè l’uomo possa entrarci senza ferirsi negli spigoli e senza provare l’angoscia di essere destinato all’inumano”
Jacques Ellul

C’è una soglia, superata la quale perdi il contatto con le conseguenze del tuo pensiero sul mondo…

Scorro, mi soffermo, cerco di addentrarmi nelle tesi di Rosi Braidotti in “Il postumano – La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte” e la metofara del cyborg di Donna Haraway come rappresentativi di tendenze pericolose che hanno trovato spazio in un antispecismo accademico, pericolose perchè fuoriescono da questa nicchia e si riversano sui contesti e le situazioni di movimento, e sono in grado di scavare solchi profondi e imprimerci un ben preciso modo di percepire, sentire, considerare, analizzare il presente nella sua espressione più performativa e totalizzante della tecnologia, delle tecno-scienze, del rapporto con le macchine. Se queste tentenze prenderanno forma il rapporto con il tecno-mondo non potrà più diventare conflittuale.

Antispecismo può voler dire tutto e, se la tendenza sarà quella di affiancarsi agli sviluppi tecnologici, sicuramente non sarà l’antispecismo a cui potrò fare riferimento nel considerarlo un contributo nella lotta di liberazione. Sarà solo da respingere.

Sicuramente mi rendo conto che si parte da presupposti diversi oppure anche con una comprensione di ciò che sono e rappresentano gli sviluppi delle tecno-scienze se alla base non c’è una forte critica anti-tecnologica si può arrivare a guardarli con entusiasmo. Se alla base non c’è un rifiuto totale dell’artificializzazione del vivente e un rifiuto della modificazione degli organismi, nel cammino si può fare confusione e confondere un opporsi alle categorie di genere e una libertà con la ingegnerizzazione e potenziamento del corpo.

“La svolta postumana è percepita come felice opportunità di decidere cosa e chi possiamo divenire, una possibilità unica per l’umanità di reinventarsi in senso affermativo. La prestazione sovraumana di Bolt ha ampliato i confini di ciò che il corpo umano è in grado di raggiungere. Rimane da capire se questi confini finiranno per rappresentare un ostacolo fisiologico attraversando e mischiandosi insormontabile, un limite autoimposto dalla collettività o la soglia di cambiamenti potenziali dei nuovi corpi a venire.

Pistorius è stato il primo essere umano potenziato a correre su arti artificiali di carbonio.

I confini e i limiti dei nostri corpi devono divenire oggetto di discussione collettiva e di decisione da parte delle istituzioni della politica e della società civile.

È inquietante, ma anche esilarante confrontarsi quotidianamente con cambiamenti vertiginosi, con l’immensità di nuovi orizzonti.

Umane, troppo postumane, tutte queste estensioni e queste protesi che i nostri corpi sono in grado di sostenere sono già qui e qui resteranno. Stiamo andando al passo con i nostri sè postumani, o vogliamo continuare a indugiare in una cornice teorica e immaginativa sospesa e confusa rispetto all’ambiente reale in cui viviamo? Questo non è il mondo nuovo alla Huxley, vale a dire una versione disutopica del peggiore degli incubi modernisti. Non è neppure il delirio transumanista della trascendenza dai corpi umani attuali. Questa è la nuova situazione in cui siamo immersi nell’immanente hic et nunc del pianeta postumano; uno dei possibili mondi che ci siamo costruiti. E dal momento che esso è il risultato dei nostri sforzi congiunti e dell’immaginario collettivo, è semplicemente il migliore dei mondi postumani possibili.”

A una prima lettura potrebbero sembrare pensieri di un fanatico della Silicon Valley, di Ray Kurzwell, di Gregory Stoch o per una pubblicità dell’IBM del migliore dei mondi possibili, ma invece no, sono stralci dal libro “Il postumano” di Rosi Braidotti.

È certamente più facile criticare e mettere in luce i deliri dei transumanisti, più difficile è scorgere ciò che attraversa e si mischia con contesti antispecisti.

C’è una linea, bella netta, di demarcazione tra noi e chi costruisce e difende questa società. C’è solo da scegliere da che parte stare. Sicuramente chi sta nelle aule accademiche o in qualche ricerca alternativa si tiene ben salda a quella posizione e difficilmente la metterà a repentaglio, come non metterà a repentaglio la propria tranquilla esistenza.

Questo mondo non lo abbiamo costruito collettivamente, ce lo hanno imposto o meglio hanno creato le condizioni per farcelo desiderare… e non è il mondo che tutti vorremmo, dallo sguardo di chi può permettersi il lusso di pensare a come creativamente potremmo divenire postumani non così entusiasticamente la penserebbero le donne indiane che affittano l’utero, le popolazioni a cui espropriano le terre per estrarre minerali rari per l’Ipod di ultima generazione, gli animali tutti con effetti cancerogeni della diffusione di nanoparticelle, non penso proprio che per loro sarà il miglior mondo possibile… e non c’è proprio nulla di esilarante in tutto questo. Nessuna cornice teorica o confusa, anzi, con ben in mente le conseguenze delle tecno-scienze, ce n’è di marcio prima di arrivare alla transizione postbiologica dei transumanisti…

Constatare che siamo pervasi dalla tecnologia e circondate da protesi tecnologiche e che alcune di queste probabilmente le innesteremo nel nostro corpo non equivale ad eccettare questo stato di cose.

Umano, troppo umano, l’uomo nuovo si sviluppa nel peggiore degli scenari possibili…

Ecco ciò che, per Rosi Braidotti, dovrebbe caratterizzare il soggetto postumano: nuova prossimità con gli animali, e qui il cavallo di Troia antispecista, la dimensione planetaria, gli alti livelli di mediazione tecnologica. Una tecnologia intesa sia come una protesi sia come un innesto nel corpo.

Un sè incarnato, relazionale ed esteso in una mutua dipendenza tra corpi e tecnologia, una fusione tra umano e tecnologico. Un “divenire macchina” che crea nuove soggettività. (Rosi Braidotti)

La natura dell’interazione umano-tecnologico si è spostata verso l’indeterminatezza dei confini tra generi, le razze e le specie. Quali sono le conseguenze del fatto che l’apparato tecnologico non è più sessualizzato, naturalizzato e razzializzato, ma ibrido, interconnesso, nel momento in cui la transessualità è il topos postumano per eccellenza? Se la macchina è capace di autogestione e transessuale, il vecchio organico corpo umano necessita di essere collocato altrove. Un capitalismo post-genere… (Rosi Braidotti)

Uno slittamento delle linee di demarcazione e delle categorie ontologiche tra organico/inorganico.

Dall’era industriale all’era elettronica dalla metafora della macchina arriviamo alla metafora tanto cara alla Haraway, del cyborg. Una metafora che si incarna. Che ha un peso. Che ha conseguenze. I cyborg non comprendono solo i corpi high tech dei piloti militari o degli atleti, ma anche le masse enormi del proletariato digitale che nutre l’economia globale. (Rosi Braidotti)

Un mondo cyborg potrebbe comportare il vivere realtà sociali e corporee in cui le persone non temano la loro parentela con macchine e animali insieme, scrive Donna Haraway nel Manifesto Cyborg. Haraway legge nella tecnologia potenzialità radicali di cambiamento e la considera come uno strumento di liberazione. Il/la cyborg è figura centrale della sua teoria, proprio in quanto ibrido di macchina e organismo che consente di superare le dicotomie tra umano e meccanico, natura e cultura, maschile e femminile, normale e alieno, psiche e materia. Il/la cyborg come metafora centrale del soggetto per un superamento del genere: è una creatura in un mondo post-genere, libera dal sessismo, non condizionata dalla riproduzione sessuale biologica e dalla famiglia nucleare, una figurazione della soggettività capace di nuove forme di interazione e comunicazione.

Il limite dei corpi non deve per forza coincidere con la pelle. Il/la cyborg è un aspetto, positivo, della nostra nuova incarnazione. “Noi possiamo essere i responsabili delle macchine, loro non ci dominano né ci minacciano; noi siamo i responsabili dei confini, noi siamo loro(Manifesto Cyborg).

Oggi possiamo vedere una prolifera interconnessione tra antispecismo, femminismo e teorie queer. Spingendo all’estremo l’indeterminatezza e l’ibridismo possiamo arrivare a non saper più collocare il nostro corpo guardando alla “macchina libera dal sessismo e transessuale”. Decostruire e scardinare le differenze tra specie e le categorie di genere non vuol dire prendere come modello la macchina, il/la cyborg perchè fuori da queste categorie. Perchè arrivare a includere la dimensione tecnologica?

Una fobia del corpo biologico come sinonimo di catene, costrizioni e non libertà. Mi chiedo quale libertà si può fondare negando le nostre origini -non biologiste- ma semplicemente naturali, animali, fatte di carne e non artificiali. Una fobia della natura che arriva a negarla, la natura non esiste, “è solo una costruzione per reprimere il diverso, è reazionaria”. E così, al di fuori dalla natura diventiamo macchine, anzi lo siamo già, “perchè in fondo siamo già soggettività ibride”. Nessuna libertà, solo gabbie invisibili, gabbie che nell’indeterminatezza rinchiudono e reprimono ciò che resta di selvatico e naturale. Gabbie che vanno a fondersi e confondersi con quelle del potere.

Stiamo superando e oltrepassando il confine che distingue l’umano dall’inumano.

Troppe cose sfumano, diventano indefinite. Manteniamo invece belle nette queste linee di demarcazione tra organico/inorganico, carne/metallo, circuiti elettronici/sistemi nervosi.

Dovremmo forse essere entusiaste delle nuove frontiere della biologia sintetica e delle neuroscienze?

Siamo corpi, carne del mondo, fondere l’umano e la macchina in una nuova soggettività porta a chiuderci nell’universo artificiale delle macchine. Apre le porte a un’unica dimensione totalizzante, dove l’uomo diventerà perfettamente integrato nel sistema tecnico e adattato alle sue nocività, dove il solco della resisitenza si assottiglierà sempre di più…

Siamo animali, abbiamo dei limiti, siamo mortali. Il nostro corpo non è da potenziare o ingegnerizzare. Nulla di religioso in questo, solo l’avversione a un sistema tecnico che penetra nelle nostre vite, che mercifica gli stessi elementi vitali.

Perchè diventare postumani? Lasciamo ai transumanisti questa parola, non facciamola nostra, sarebbe un grave errore. Non abbiamo bisogno di questo. Semmai dovremmo solo riscoprirci animali e parte della natura. La nostra animalità annichilisce e scompare con il mondo-macchina.

Il resto sono solo filosofeggiamenti di chi ha il tempo per farli senza porsi l’urgenza di combattere questa società. Perchè forse, in fondo, ci sta anche bene. Perchè forse dovremmo ribaltare e mettere in discussione la nostra vita. E così si diventa utili a chi dovremmo combattere, si diventa portatori delle stesse istanze di questo sistema in chiave alternativa condannando gli estremi transumanisti, ma facendo proprio il suo gioco. Il potere critica gli stessi suoi eccessi e contraddizioni e sempre di più cerca di darsi una facciata democratica: quali migliori alleati.

E allora non stupiamoci se proprio dei transumanisti potrebbero diventare dei nostri interlocutori, e se il miglioramento e potenziamento degli animali viene difeso in nome della protezione animale. Il transumanista Hughes che si è espresso contro l’antropocentrismo promuove l’utilizzo delle nanotecnologie e dell’ingegneria genetica per gli animali. E non deve stupirci se l’unica critica posta ai transumanisti sia il fatto che la ricerca scientifica che promuovono poggia sulla sperimentazione animale. (Da “Animal Enhancement: un fututo incubo per gli animali da allevamento? In Animal studies Rivista italiana di antispecismo, numero 1 Novembre 2012)

Se allora grazie alla tecnologia fossero superati gli esperimenti su animali, l’impero tecno-scientifico sarebbe condiviso? La ricerca sarebbe condivisa? Con questi presupposti da alcune/ si…

Le macchine sono considerate capaci di autopoiesi, intelligenti e generatrici: caratteristiche che portano all’alterità e soggettività. L’autopoiesi delle macchine ci indica che la tecnologia è un luogo del divenire postantropocentrico, una soglia per altri mondi possibili. (Rosi Braidotti)

Per Rosi Braidotti la pecora Dolly clonata, figura ideale della nuova relazione postantropocentrica umano-animale, si situa inoltre oltre le dicotomie di sesso del sistema binario e patriarcale di parentela. Come Dolly l’oncotopo è “un sempre-vivo che inquina l’ordine naturale perchè non nasce ma si fabbrica”. Esso è “un apparato tecno-teratologico che interferice con i codici prestabiliti e destabilizza e ricostruisce il soggetto postumano”.

Mi chiedo quale sia la perversione mentale che può definire “relazione postantropocentrica umano-animale” quando stiamo parlando di selezione, transgenesi, clonazione. Quale perversione mentale che vede in Dolly un qualcosa che scardina le categorie di genere. Non interferisce per nulla con i codici prestabiliti, ma ne crea altri e di più mortiferi. Non dovrebbero destabilizzarci questi viaggi pindarci, ma il suo essere diventata realtà.

Non ha senso porsi la domanda di come poterci relazionare a queste “nuove soggettività” o quali vincoli affettivi potremmo scoprire. Queste sono aberrazioni e non dovrebbero semplicemente esistere.

Riflettere sulla soggettività delle macchine supera gli stessi promotori delle tecno-scienze.

Che cos’è la vita? Cosa caratterizza gli esseri viventi? Viene sviluppato negli anni ’70 da Maturana e Varela, neuroscienziati, il concetto di autopoiesi per rispondere a queste antiche domande mai risolte. Ogni macchina autopoietica capace di autorganizzazione, da cui deriva la riproduzione e l’evoluzione, è un essere vivente. Ritorna la vecchia idea degli esseri viventi come macchine tanto cara a Cartesio. Delle macchine viventi. Cosa ci distinguerà allora da un ammasso di circuiti in silicio?

Una necessità di regolamentare la manipolazione del Dna non può significare porre dei limiti alla ricerca scientifica. Allo stesso tempo l’elaborazione di una etica pubblica sul postumano deve evidenziare il lato oscuro, cioè la riduzione del corpo a merce che può essere scomposta, smembrata, venduta e riassemblata secondo rapporti di potere che vede sempre dei dominanti e dei dominati. Anche in questo caso, però, non possono essere posti dei limiti alla autodeterminazione del proprio corpo.

Nuove rivendicazioni etiche, un’etica sostenibile delle trasformazioni in una nuova democrazia tecno-scientifica.

Rifiutare le tecnologie non porterebbe molto lontano, meglio allora impegnarsi in un lungo processo etico che riguarda nuovi sistemi di parentela, nuove connessioni con l’alterità animale e tecnologica. (Rosi Braidotti)

Oltre al fatto che partiamo da presupposti diversi e da un’idea di mondo diversa, non è questione di porre un limite alla ricerca, non può esistere un limite a ciò che per sua stessa natura e costituizione è già in sè controllo e dominio sul vivente. Il lato oscuro che viene identificato non è semplicemente l’altra faccia di una medaglia, è parte costitutiva di essa.

È oscuro solo perchè sono lontani dai nostri occhi le sue conseguenze mortifere, ma basta spostarsi un pò. Decentrarsi.

Nei cavi e circuiti d’acciaio e di carbonio scorre alienazione e dominio, ancora prima della fusione con la macchina tanto agognata dai transumanisti si sono interiorizzate le logiche del sistema.

In nome della libertà di scelta si crea un contesto in cui non si potrà fare altrimenti, in nome della libertà si celano abomini. La libertà di ricorrere alla procreazione artificiale nasconde tecniche di selezione embrionale che gettano le basi della creazione del bambino perfetto, la libertà di un mondo intelligente è un’immensa gabbia, così grande che sfuma e diventa trasparente, una gabbia di desideri e bisogni indotti, di atrofizzazione del pensiero. Una parte del mondo antispecista dalle proprie poltrone disquisisce su nuovi sistemi di parentela tra noi, gli altri animali e la macchina; su una cosa han visto giusto: miliardi di persone (totalmente insensibili verso l’altro animale) sono già aperte e interconnese con le protesi tecnologiche.

Non è possibile pensare una nuova etica all’interno degli imperativi della mega-macchina.

Anche se la lotta a questo tecno-mondo non porterebbe molto lontano, anche se ovviamente non riusciremo ad abbatterlo, questo non vuol dire rassegnarsi. Il punto è che non è stato preso in considerazione un lottare contro tutto questo perchè si vuole essere agenti del cambiamento proprio in questa direzione, sperando di smussare gli spigoli, ritagliandosi una voce importante e di riferimento nel nuovo capitolo epocale. Intanto mentre si pensa al lungo processo etico, nel mentre, i disastri diventano la normalità con cui convivere e miliardi di sommersi dall’impero tecnologico sono lontani dal nostro sguardo.

Questo animale è sempre presente ma ad afferrarlo sfugge, di fatto si fà sempre riferimento a un animale selezionato per le caratteristiche funzionali all’allevamento, di un animale ingegnerizzato e clonato per la sperimentazione animale, di un animale addomesticato… Dov’è l’Animale in tutto questo? Non è afferrabile da queste analisi, è ciò che rimane di selvatico e indomito, sia nelle resistenze alla reclusione e all’addomesticamento, sia nelle vite libere che man mano spariscono sotto i colpi della civilizzazione. Una vera parentela con questo animale è niente di più lontano di una parentela con la macchina.

O forse semplicemente preferiamo un antispecismo dagli hamburger artificiali…

Del tecno-mondo noi non ne saremo mai complici. Nelle vene scorre ancora lo spirito indomito e selvaggio, refrattario, che urla e strepita, che vive e combatte…

Silvia

“Non lo sai tu ancora? Getta dalle braccia il vuoto
dentro a quegli spazi, che noi respiriamo, così che magari gli uccelli
sentano l’ampliata aria con più intimo volo.”
Rilke

Da L’Urlo della Terra, numero 5

RIPRENDIAMO LE OSTILITA’ ALLE TECNO-SCIENZE COSTRUIAMO UNA SETTIMANA DI MOBILITAZIONE CONTRO LE BIONANOTECNOLOGIE

Questi sono alcune delle riflessioni uscite dall’Incontro solidale del 29 Novembre a Radio Backout in vista del processo che si svolgerà a Torino il 13 Gennaio contro Billy Silvia e Costa.
Erano presenti compagne e compagni principalmente da Torino, Milano e Padova.

– Anche in contesti radicali con un’opposizione al sistema si percepisce una mancanza di critica che vada in profondità, che sappia cogliere le interconnessioni e che comprenda l’urgenza di opporsi al nuovo totalitarismo creato dalle tecnoscienze
– Non si dovrebbe incentrare la nostra attenzione solo sullo specifico caso repressivo, ma attraverso esso trasmettere il senso e il contenuto che questo porta e trasformarlo in nuove possibilità di critica e lotta
– E’ stato ricordato che chi porta avanti un lavoro sulla solidarietà ai compagni e alle compagne non è uno specialista della solidarietà, ma porta avanti anche altri percorsi
– Porsi il problema di come comunicare fuori da contesti ristetti o di movimento alcune questioni di non immediata comprensione e interconnessione. Sicuramente uscendo dalle logiche del potere e dai suoi tecnicismi. Senza essere a nostra volta tecnici o portare esperti dalla nostra parte, nè c’è bisogno di addentrarsi in una comprensione tecnica per trasmettere le nostre ragioni, che sono un rifiuto totale delle nocività non solo per ragioni ambientali, ma proprio per la loro stessa natura di espressione del dominio
– Ci si è posto l’interrogativo se comunicare alle persone o a situazioni già sensibili su alcune questioni, anche se ancora mancanti di una critica radicale. Ponendo la questione su quali siano i nostri referenti e quali gli obbiettivi. L’obbiettivo dovrebbe essere sviluppare un’opposizione a questa società fondata sullo sfruttamento e quindi per alcun* i referenti sono situazioni già sensibili, per altr* non bisognerebbe mai abbandonare il dialogo con tutte le persone
– Le parole sono importanti, ma dovremo intendersi sul senso che portano: se lavorano alla costruzione di qualche nuova teoria o cogestione delle nocività insieme agli sfruttatori, se queste invece spingono verso una radicalità della critica e preparano al prossimo conflitto
– Gli OGM potrebbero essere un buon inizio e aggancio sia con le persone sia con gruppi ambientalisti, situazione agricole… che se ne stanno già occupando. Starà a noi poi non limitarci alle modificazioni genetiche in campo alimentare, ma trasmettere un’opposizione all’intera ingegneria genetica e collegarla con le altre tecno-scienze
– Sicuramente la nostra argomentazione non si fonderà sul dimostrare che gli ogm o le nanoparticelle fanno male alla salute, come per la vivisezione, a prescindere dall’utilità e dai danni alla salute, è una critica alla radice e al problema in sè. La nocività è una nocività sistemica per la sua irreversibilità, ricombinabilità, globalità
– Libri e testi di analisi sono importanti, purtroppo ci troviamo in periodo in cui poch* leggono e approfondiscono le questioni
– Momenti di confronto e discussione come anche questa riunione sono molto importanti
– Il nanomondo è già qui, pensare a scenari futuristici ci fa scappare da sotto agli occhi quello che già da tempo si sta realizzando sotto i nostri occhi
– Nanotecnologie, biotecnologie sono parte di una più ampia visione e sensibilità ecologista radicale per chiunque intende battersi contro questo sistema
– La ricerca genetica ha molte facce: porsi contro la ricerca genetica in ambito medico può essere interessante per far capire che non esiste un’applicazione positiva e perchè proprio attraverso la salute viene creato un contesto di accettazione
– Eventi come il nano-bioforum potrebbero essere occasioni importanti per organizzare iniziative di protesta

Da queste e altre riflessioni è nata l’idea di costruire una settimana di mobilitazione contro le bionanotecnologie e le scienze convergenti nel loro insieme, settimana da collegare con una delle prossime udienze del processo contro Billy, Silvia e Costa e dove ogni situazione potrà organizzare iniziative sul proprio territorio.
Per parlarne ancora insieme e iniziare a strutturarla il prossimo incontro sarà:

SABATO 9 GENNAIO
alle ore 10.00
EL PASO via Passo Buole, 47
TORINO

Ricordiamo che venerdì 8 gennaio a El Paso ci sarà la presentazione del giornale ecologista radicale L’Urlo della Terra e mercoledì 13 gennaio alle ore 9 inizierà a Torino il processo contro Billy, Silvia e Costa

Una mappa per accedere al cervello

Dal 2013 ha preso avvio il Human Brain Project, un progetto di ricerca con l’obbiettivo ultimo, entro i prossimi 8 anni, di arrivare a creare una simulazione informatica del completo funzionamento del cervello umano. Un progetto mastodontico reso possibile unicamente dal finanziamento di un miliardo di euro stanziato dalla Commissione Europea nel quadro del suo programma “Tecnologie Future ed Emergenti” (FET- Future and Emerging Technologies).

Le tecnoscienze come investimento
Questo programma rappresenta una sorta di “New Deal” del nuovo millenio: spingere ulteriormente la convengenza scientifica in ambiti avveneristici, e quindi rischiosi economicamente, per tirare fuori sostanzialmente nuove applicazioni tecnologiche redditizie in campo sociale (leggesi controllo sulla societa’) ed economico.
I progetti in concorso per ottenere questo enorme finanziamento erano sei, uno piu` inquietante dell’altro. Come denominatore comune tutti avevano quello della convergenza tecnoscientifica per sviluppare nuove applicazioni tecnologiche “rivoluzionarie” per la distopia che stiamo vivendo. Ad esempio, uno dei progetti in concorso si pone come obbiettivo il ricostruire virtualmente tutti i processi biologici del corpo umano, cosi` da creare un modello di paziente standard universale, personalizzabile modificandone semplicemente le caratteristiche anatomiche, fisiologiche e genetiche1. Oppure, un’altro delirante progetto di quelli in concorso, mira a raccogliere il maggior numero di dati possibli sullo stato del pianeta terra, cosi da sviluppare un simulatore capace di predire le evoluzioni sociali, “rilevare e mitigare le crisi, identificare oppurtunita` in aree specifiche” e fornire un supporto nella presa di decisione in ambito politico, economico e sociale2.. Tra tutti questi progetti, l’hanno spuntata in due. Una ricerca nanotech sul grafene e, appunto, il progetto faro della neuroscienza: ricreare un cervello virtuale biologicamente preciso.

Progetti decisamente ambiziosi ma soprattutto costosi, e il fatto che un’ istituzione qual’e` la Commissione Europea decida di mettere in gioco miliardi di euro sottolinea almeno due punti importanti rispetto a queste ricerche. Il primo e’ la riprova, una volta di piu`, di come la ricerca scientifica, prima ancora di servire al “progresso dell’umanita`”, serva al potere. Un progetto praticamente identico esiste infatti tanto in Cina che negli Stati Uniti. Il corrispettivo statunitense e’ chiamato BRAIN Initiative (dove la siga Brain significa Research through Advancing Innovative Neurotechnologies) ed e’ finanziato anche dalla DARPA, l’agenzia di ricerca per le tecnologie militari. Per quanto i due progetti siano separati, essi si sono promessi reciproco aiuto, e sebbene il progetto europeo abbia all’apparenza esclusivamente finalita` “civili”, va da se` come nell’attuale societa` questa distinzione sia del tutto pretestuosa. Nella societa` attuale, dove la guerra e’ solo uno tra gli strumenti a disposizione delle economie per ampliare i mercati, un vantaggio nella corsa allo svilluppo Hi-Tech ha il suo peso nella scacchiera mondiale, anche quando non e’ direttamente uno sviluppo militare. In secondo luogo e` evidente, ma nemmeno questa e` una novita`, il rapporto di simbiosi tra economia e ricerca scientifica. Dietro al programma FET della Commissione Europea e` fatto palese come lo scopo di mettere in moto una tale quantita` di soldi sia non solo garantire all’europa una superiorita` tecnologica nel campo delle neuroscienze, ma pure dare un’accellerata alla trasformazione in applicazioni tecnologiche capitabilizzabili di quanto la ricerca sulle bio e nanotecnologie ha svelato ai ricercatori come conoscenze “teoriche”. Si capisce allora perche all’interno del progetto e’ previsto un piano per una fondazione privata (in Svizzera, dove ha sede il progetto) incaricata di sfruttare le opportunita’ commerciali che emergeranno dal HBP .

Il cervello fuori di testa
La mente dietro a questo progetto si chiama Henry Markram, professore e direttore del laboratorio di microcircuiti neurali presso il Politecnico Federale (EPFL) di Losanna e fondatore del Brain Mind Institute. Nel 2005 EPFL aquista a prezzo scontato il super computer “made IBM” Blue Gene/L e lo mette a disposizione di Markram per poter dare avvio ad una ricerca che da tempo gli frullava in testa, il Blue Brain Project, ovvero la ricostruzione artificiale della colonna corticale di un ratto, per potervi poi mappare ogni tipo di neurone e le loro connessioni all’interno della colonna. Ma il vero sogno di Markram e’ un’altro, quello di ricostruire pezzo per pezzo all’interno di un computer, niente po’ po’ di meno che il cervello umano. Gettare in pasto a supercomputer di nuova generazione (sempre sviluppati e installati da IBM, e a loro volta ispirati al funzionamento del nostro cervello) l’enorme mole di informazioni generata dalle neuroscienze, per arrivare a una macchina che riproduca il cervello umano a tutti i livelli, dai singoli neuroni alle funzioni cognitive principali. Un lavoro che ha del titanico e che consiste nella raccolta di un enorme mole di dati provenienti da ospedali e univesita`. Questi poi saranno compilati ed armonizzati all’interno del supercomputer BlueGene/Q Lemanicus, il nuovo gioiellino che Markram si e’ visto mettere a disposizione. Ecco che il Progetto Blue Brain fa` in questo modo un passo in avanti e diventa, nel 2012, il Progetto Cervello Umano, candidandosi e vincendo il finanziamento FET.

Lo Human Brain Project diventa a questo punto un progetto europeo, coordinato dal Politecnico Federale di Losanna e coinvolgendo 112 istituti di ricerca e universita`, per la maggior parte in Europa, ma pure in Canada, Cina, Argentina e Stati Uniti, per un totale di 24 nazioni coinvolte. La sua sede principale, in un primo momento situata a Losanna, presso il campo Neuropolis con i finanziamenti del Canton Vaud e dell’azienda orologiera Rolex, da un anno si e’ spostato a Ginevra, all’interno di uno stabile in disuso della farmaceutica Merck Serono ed acquistato dagli imprenditori Ernesto Bertarelli e Hansjoerg Wyss, il primo CEO di Serono e il secondo fondatore di Synthes e del Centro Wyss per la Bio- e la Neuro-Ingegneria. Qui i due sognano di creare una “silicon valley” per quanto rigarda le biotecnologie, attirando attorno al campus che ospitera` l’HBP aziende, industrie e start-up.

In questa corsa al cervello, dove Europa e USA si giocano il primeggiare nelle neuroscienze, l’Italia non ha certo voluto mancare all’appuntamento, e tra le file degli istituti coinvolti in questo super progetto spiccano diverse “eccellenze” del “bel paese”.
Innanzitutto, poiche’ piu` che di cervello umanamente inteso, qui si parla di supercomputers, vi partecipa il Cineca, il consorzio di Casalecchio di Reno (con sede anche a Milano e Roma) che raggruppa ben 70 universita` di tutto il paese offrendo i suoi supercalcolatori alla comunita` scientifica nell’ambito della simulazione numerica e la visualizzazione scientifica. Il LENS (il Laboratorio Europeo per la Spectrocopia Non-lineare) di Sesto Fiorentino, insieme all’universita` di Firenze si occuperanno di sviluppare un tomografo ottico capace di ricostruire l’intera rete del cervello ad un livello molto dettagliato. L’universita` di Pavia , in collaborazione con l’IRCCS Mondino, proveranno a sviluppare un primo modello realistico del cervelletto che verra` integrato nel modello di cervello che uscira` dal Human Brain Project. Nonche’ il Laboratorio di Neuroscienze Computazionali di Palermo, l’Istituto di Scienze e Tecnologie Cognitive di Roma, il Politecnico di Torino e il Sant’Anna di Pisa.

La Grande Scienza
Il progetto Human Brain ha in se’ tutti i tratti di quella che e’ definita “Big Science”: un progetto che mira a raccogliere ed elaborare un’infinita` di dati, che richiede un’enorme staff, grandi laboratori e costosi macchinari e che e’ reso possibile solo da ingenti finanziamenti. Condizioni queste che qualsiasi scienziato spererebbe per il proprio ambito di ricerca, ma che si realizza soltanto nel momento in cui il sistema intravvede una priorita` (o urgenza) nello sviluppare un certo settore scientifico. La nascita della “Big Science” e’ comunemente associata con il progetto Manhattan, ovvero il progetto statunitense per lo sviluppo della bomba nucleare negli anni ’40. Da questo momento inizio` un mutamento in quello che era il rapporto tra scienza e societa`, dove il governo diventa capo e patrono della scienza generando un cambiamento nel carattere stesso dell’istituzione scientifica. Se prima di questo momento gli scienziati dovevano infatti sapersi arrangiare per portare avanti le loro ricerche, di cui poi solo poche scoperte trovavano una reale applicazione, da questo momento in poi le ricerche vengono sempre piu` commissionate da governi, istituzioni e, piu recentemente, dalle multinazionali diventate parte dell’oligarchia. Non più “artigiani della scienza”, ma impiegati, scienziati arruolati. Ovvero, una sorta di processo di industrializzazione della scienza.
Non è un caso ovviamente che in un primo momento, nel primo dopo guerra, i settori che più trovarono sviluppo dall’emergere di questa nuova “Grande Scienza” furono l’astronomia e la fisica, entrambi settori strategici per quello che era la situazione storica in relazione alla guerra fredda. Negli ultimi decenni invece i settori che più stanno trovando spinta in questo genere di ricerca sono le scienze naturali, e in particolare le scienze della vita. Se in un primo momento, dal nascere di questa “Big Science”, la necessità era lo sviluppare la missilistica e le telecomunicazioni satellitari, in linea con le priorità dei tempi, oggi invece la necessità a cui la scienza deve rispondere, è la sopravvivenza del sistema stesso. L’ingegnerizzazione del vivente, per affrontare le ripercussioni sull’essere umano e sul resto della natura che i cambiamenti indotti dalla societa` industriale hanno provocato, nonche’ la ricerca di nuove “risorse” per mandare avanti la macchina industriale, per alimentare il sistema.
E se il Progetto Genoma Umano fu uno sforzo “in grande stile” per identificare e mappare tutti i geni del genoma umano (tanto dal punto di vista fisico che delle loro funzioni), in un’era in cui la manipolazione genetica non e’ piu` presentata come possibilita` ma come una necessita`, il Progetto Cervello Umano si presuppone di arrivare a capire il funzionamento di quella che puo essere vista la sede di tutto cio` che ci definisce come pensieri, emozioni o ricordi del vissuto.
Sebbene alla base di questa ricerca vi siano le solite nenie della “ricerca di base” e dell’ “importante contributo alla ricerca medica” (ormai diventate una sorta di rito incantatorio), date le premesse della societa’ in cui viviamo e che si realizza sul controllo, la manipolazione e lo sfruttamento, si puo’ ben intuire come “l’accesso alla conoscenza del funzionamento del cervello” sia solo un eufemismo per intendere la possibilita` di schiudere maggiormente la manipolazione di questo organo. E se e’ vero che le malattie neurodegenerative toccano gia` una fetta importante delle popolazioni e sono in costante aumento, la risposta che l’unica reale soluzione e’ provare ad addattarci noi (a suon di farmaci, terapie genetiche, rigenerazione di tessuti) all’ambiente reso ormai nocivo dalla societa` industriale, ha dell’infido e del perverso. Lo sviluppo di nuove tecnologie che potranno risultare da questa ricerca e’ il cuore di questo finanziamento miliardario. E la rassicurazione che queste tecnologie avranno solo usi civili non e’ certo qualcosa di realmente rassicurante, immaginando come una maggiore capacita` di decifrazione del cervello umano possa giocare un ruolo “rivoluzionario” nella societa` della costrizione che le bio e nanotecnologie stanno permettendo di mettere in atto, come altrove gia` ben raccontato.

Come sempre al termine rimane la solita domanda in sospeso: cosa farcene di queste notizie? E cosa poterci fare contro? Stiamo parlando di una ricerca scientifica in piu` tra le migliaia di schifezze che portano avanti nei laboratori di mezzo mondo. Personalmene penso che l’utilita` di tenere un’occhio sui fiumi di notizie pubblicate di “scoperte miracolose”, “invenzioni eccezionali” e “nuove ricerche dalle mille e una promessa” non sia nulla di piu` delle informazioni che esse contengono, utili a capire chi, dove e come nelle “nostre” citta` porta avanti il progresso tecno-scientifico. Sul cosa poterci fare contro, invece, anche discutendone con altr@ compagn@ e’ venuta a galla la sensazione che a furia di parlare di cio’ che “stanno facendo” nei laboratori, di nuovi sviluppi etc.. si rischia di alienarsi nell’immobilita` data dal doversi confrontare con cose percepite come lontane e inaccessibili, dentro a universita` o luoghi di ricerca periferici, nell’intrigo di uno sviluppo quasi inafferabile, per niente lineare e assolutamente molecolarizzato. Davanti a noi invece la realta` gia` ci prende a schiaffi con tutto quanto, nella normalita` del quotidiano, permette il funzionamento della megamacchina: infrastrutture del trasporto, della comunicazione, dell’approvigionamento energetico, i primi tentativi che sorgono di “citta` intelligenti”, con le reti informatiche che ne permettono l’amministrazione. Guardare avanti, a quanto il sistema tecno-scientifico sta preparando e alle direzioni in cui ci vuole trascinare e’ importante. La realta` da attaccare nelle lotte e’ pero` quella presente, che gia sperimentiamo.

Billy

Note:
1 ITFoM, acronimo di “Information Technology Future of Medicine”, http://www.flagera.eu/?q=itfom
2 FutureICT Knowledge Accelerator and Crisis-Relief System, www.futurict.eu/

Da: L’Urlo della Terra, numero 3, Settembre 2015

Messico: Attaccati l’Istituto di Scienze Nucleare e il Centro Computazionale di ricerca

Il testo di rivendicazione:

Due obiettivi sono stati attaccati a Città del Messico prima dell’oscurarsi della luna:

– Lunedi 5 Ottobre: Durante la notte, abbiamo messo un ordigno esplosivo artigianale all’ingresso del Istituto di Scienze Nucleare (ICN) dell’UNAM, proprio nel bel mezzo della Città universitaria. Mentre le guardie ascoltavano musica cumbia ,ci siamo mossi furtivamente nell’oscurità e siamo riusciti a lasciare il dispositivo senza problemi.
L’ICN è la culla dei più importanti fisici dell’UNAM e di altre università, che si ostinano a sviluppare e perpetuare la Morte Tecnologica meglio chiamata ‘Scienza Nucleare’.

– Mercoledì 7 Ottobre: Al mattino, abbiamo lasciato un libro-bomba all’ingresso del Centro di Ricerca Computazionale (CIC), diretto verso la comunità del IPN (indirizzato a Gustavo A. Madero). Mentre i poliziotti della Banca e della Polizia industriale erano di guardia l’istituto, abbiamo tranquillamente lasciato l’esplosivo senza fretta.
Il CIC è uno dei più importanti centri del paese specializzati in informatica, ingegneria, l’intelligenza artificiale e tutto ciò che ha a che fare con l’artificialità, nemico giurato della natura selvaggia. Un numero considerevole di aberranti tecno-nerd dal Sistema Nazionale dei Ricercatori (SNI) si nascondono anche all’interno delle sue strutture.

Combattendo al fianco di tutto il selvaggio.
Contro il sistema tecnologico.
Circolo Eco-estremista del terrorismo e sabotaggio.

Info da: http://www.autistici.org/cna/

DVD: Un mondo senza umani

80 minuti
Produzione francese del 2012 oggi tradotto in italiano.
Un ampio spaccato su dove sta portando la convergenza delle scienze in una società dalle macchine onnipresenti:  interviste a filosofi,  a critici e soprattutto ai maggiori fautori e sostenitori di queste tecno scienze. Non si parla di un ipotetico futuro da “migliorare” e manipolare ma di un presente dove questo è già una realtà.

Con la convergenza di nanotecnologie, biotecnologie, informatica, neuroscienze, avviene un salto epocale: ambiti prima separati ora si fondono e si intersecano. La convergenza capitanata dalle nanotecnologie modifica le relazioni, trasforma e plasma la percezione del mondo circostante, del nostro corpo. Interiorizziamo la logica che sottende queste tecnologie e l’idea di mondo che si sta costruendo. Il potere non è mai stato così pervasivo e totalizzante, entrando a un livello ancora più profondo. Un mondo atomizzato, dove il vivente è considerato mera materia da scomporre, modificare e plasmare per le molteplici necessità di questo sistema.
Queste tecnologie sono un pilastro della Green Economy, multinazionali tossiche che si tingono di verde smerciando in chiave sostenibile nocività ben più tossiche, irreversibili, ricombinabili e ancora più incontrollabili degli sviluppi precedenti. La loro nocività va oltre ai danni alla salute animale-umana e all’ambiente naturale, è una nocività sistemica con una portata travolgente.
Un’artificializzazione continua della vita, con continue manipolazioni per arrivare alla riprogettazione stessa del vivente con la biologia sintetica, che prende posto accanto a un’ingegnerizzazione sociale.
La rivoluzione nano apre il tempo dei nano-sensori e del “pianeta intelligente” di IBM: una rete informatica dove ogni cosa di questo mondo è un componente: umani, altri animali, ambienti naturali, oggetti, infrastrutture, tutti interconnessi tra loro comunicando in una grande rete globale.
…Il codice appare nel display, un bip e una luce rossa lampeggia, l’animale nell’allevamento è entrato nel sistema, l’etichetta a radiofrequenza inserita nel suo corpo comunica, ora l’animale esiste. Il soggetto oltre che essere ridotto a mero oggetto e pezzo di carne ora diventa macchina comunicante in un universo presto pieno di macchine comunicanti…
In questo documentario alcuni dei massimi fautori di queste tecno-scienze e del transumanesimo  esprimono le loro intenzioni: basterebbe sentire le loro parole per renderci conto del mondo che si sta costruendo, ma soprattutto che non si tratta di un qualcosa in là da venire, né un futuro lontano o di  scenari futuristici di qualche folle tecnocrate…
Per capire l’attuale società, i rapporti di dominio e per opporci a questo presente e al domani che può sembrare ineluttabile, si rende necessario comprendere la portata di queste tecnologie che non rappresentano un semplice sviluppo tecnologico o un qualche modello di produzione sbagliato, ma il nuovo tecno totalitarismo. Sviluppiamo una critica radicale, costruiamo momenti di opposizione e diamo concretezza ai contorni spesso sfumati che avvolgono queste tecno-scienze: le ricerche in questi campi non avvengono solo dentro laboratori segreti, basta andare nelle università, nei centri di ricerca pubblici o di qualche multinazionale come l’IBM.
Dalla pianta modificata geneticamente agli impianti neurologici, dal batterio ingegnerizzato per pulire i mari dal petrolio alle RFID diffuse, dalla distruzione della biodiversità alla distruzione di antichi saperi e all’atrofizzazione del pensiero e delle relazioni, c’è dietro un unico mondo e un filo che le lega e che possiamo spezzare…

Per vedere il video: http://www.nowvideo.li/video/a809b9c6af6a0

Per avere copie del dvd scrivere a info@resistenzealnanomondo.org

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