Dopo la chimica, il nucleare, le biotecnologie ecco le nanotecnologie e la biologia sintetica.      
La biologia sintetica riunisce l’ingegneria e le “scienze della vita”: partendo dalle modificazioni di elementi e sistemi viventi per spingersi ancora oltre, fino a ri-progettare e costruire nuove parti biologiche, fino a ipotizzare la creazione di nuovi organismi nati in laboratorio non esistenti in natura.     
I biologi sintetici sono impegnati in una sorta di riprogettazione del vivente. Un’ingegneria sociale con lo scopo di ingegnerizzare o creare ex novo organismi con modalità e specificità precise: la creazione di batteri sintetici utilizzati come “sensori” di inquinanti, la creazione di microorganismi artificiali per la produzione di biocarburanti, plastica, farmaci, sostanze chimiche o altri composti di alto valore per le esigenze della Green Economy e per alimentare il tecno totalitarismo.

DNA, schedature genetiche, banche dati

Avvertenza a chi legge: il genere utilizzato al maschile è da intendersi anche al femminile e viceversa

DNA, SCHEDATURE GENETICHE, BANCHE DATI
Quando parliamo di DNA parliamo di manipolazione del vivente. Questo punto, per noi, vuole essere chiaro: l’applicazione degli studi sul DNA, tramite l’ingegneria genetica, nella produzione di alimenti geneticamente modificati o in ambito medico o in ambito repressivo che dir si voglia, si basa sulla visione antropocentrica di poter manipolare la vita attraverso le tecnologie. Nello specifico, “le ricerche in ingegneria genetica tendono tutte -oltre agli interessi industriali e commerciali immediati- verso un fine eugenetico, che è la preoccupazione costante e sempre meno inconfessata dei genetisti: eliminare le imperfezioni, migliorare il patrimonio genetico umano in nome di obiettivi apparentemente incontestabili (sradicare le malattie, prolungare la vita…)” [Jean Marc Mandosio; Fine del genere umano?]. Il progresso delle biotecnologie e dell’ingegneria genetica, è sostenuto dagli investimenti sia da parte di grosse multinazionali (vedi Bayer, Monsanto, Syngenta, Pioneer Du Pont, ecc) che da parte di aziende statali e private che sempre più investono in questo settore. Così attraverso la manipolazione del DNA vengono per esempio usate le cellule come fabbriche di enzimi per ottimizzare i vari processi industriali, oppure per produrre farmaci, ormoni, proteine varie, oppure ancora per produrre piante e animali geneticamente modificati, che asserviscono totalmente gli imperativi economici, tecnologici, industriali del potere.
Negli ultimi venti anni si sta assistendo alla sempre crescente espansione del mercato biotecnologico in ogni settore, da quello energetico a quello militare, da quello agricolo a quello zoofilo o a quello farmaceutico; quest’espansione riguarda anche l’apparato poliziesco e repressivo degli Stati, il quale viene potenziato oramai non solo dal crescente utilizzo e dalla crescente diffusione di varie tecnologie come le telecamere, i biosensori, gli apparecchi GPS e le cimici sempre più piccole, ecc, ma anche dalla continua evoluzione delle tecniche di ingegneria genetica. Il DNA diventa così una delle molteplici armi che i governi pongono nelle mani di sbirri e magistrati, consacrandolo prima di quell’aura di verità assoluta che lo rende uno strumento incontestabile, almeno apparentemente.
Questo contributo si concentra principalmente su quest’ultimo aspetto visto il crescente dilagare dell’utilizzo del DNA in ambito processuale, l’accresciuto potere che conferisce alle autorità e viste le prospettive eugenetiche e di controllo che possono derivare dalla raccolta e dall’utilizzo dei profili genetici.
Negli anni è stato eseguito un grande lavoro di convincimento e legittimazione della pratica del prelievo del DNA, opera di convincimento resa possibile sia dal fatto che la prova del DNA è stata utilizzata inizialmente in processi che riguardavano efferati casi di stupro e di omicidi seriali, sia a causa del lavoro svolto dai media, sempre pronti ad omettere ogni caso riguardante persone condannate e poi rivelatesi estranee ai fatti e ad esaltare, invece, ogni caso in cui “l’inconfutabile” prova del DNA prestava servizio agli sgherri del potere. Così, lor signori potenti sperano di ottenere la schedatura genetica partendo quindi con l’imbastire la solita propaganda sulla sicurezza, sull’antiterrorismo, sulla garanzia del rispetto della privacy e assicurando tutti sugli enormi benefici sociali che deriverebbero dall’utilizzo, da parte degli sbirri e dei magistrati, del DNA per tutelare la popolazione da assassini, stupratori o anche da chi in generale, non vuole sottostare dentro i ranghi dell’ordine costituito.
Il passo che il sistema di dominio attuale sta compiendo va proprio in questa direzione: i governi si sforzano di raccogliere i profili genetici dei detenuti, di chi viene fermato o è indagato o viene arrestato. Contemporaneamente si sta assistendo ad un sempre maggior utilizzo del DNA in tribunale come prova certa di condanna: in questo modo la scienza stessa assume un ruolo sempre più prioritario nelle aule dei tribunali, ponendosi come fonte imparziale e neutrale, spacciando verità che poi non sono altro che ipotesi, tra l’altro manipolabili da chi porta avanti un impianto accusatorio. La scienza non è neutrale, è un prodotto dell’evoluzione del potere che ha finito per determinarne le logiche di dominio; essa inoltre si auto-legittima e viene legittimata dalla fede che le persone vi ripongono: se la scienza proclama una scoperta, subito questa viene concepita come verità assoluta. In questo modo la scienza si pone al servizio di tutti, quando invece resta sempre e solo al servizio dei soliti pochi, il cui numero viene al massimo accresciuto grazie al fatto che tra questi pochi che ne traggono beneficio, ci sono anche quei macabri individui vestiti con la toga. Nel caso specifico della genetica, essa pretende di decodificare un essere vivente in una serie di geni che gli scienziati vorrebbero far agire in modo meccanico e prevedibile, in modo da programmare un organismo vivente alla stregua di un computer, modificandolo attraverso innesti genetici (vedi gli OGM) oppure identificandolo a partire da una serie di lettere e numeri (vedi appunto la prova del DNA). Intendere un organismo vivente come una macchina programmabile non sembra possedere alcuna verità in sé, se non il fatto che gli scienziati ragionano in maniera binaria come i computer e per questo tentano di riprodurre un mondo misero come loro.
Le verità della genetica oltre che essere pure riduzioni del caos della natura che i genetisti si sforzano di far passare come fondamenta della vita, sono soltanto brutali sperimentazioni sugli animali e rappresentano il desiderio di poter manipolare la vita fin dalle sue parti più piccole.
In ambito repressivo la genetica permette all’élite al potere di estendere/imporre ulteriormente la loro violenza sbirresca verso chiunque travalichi i limiti imposti da questa società mortifera; in questo mondo di dati, bit e cavi, essa si innesta perfettamente nel sistema di controllo dei governi, che la sfruttano proponendo sistemi di schedatura genetica delle persone che vivono nei loro territori. Insomma dove la Giustizia del potere non può arrivare, ecco che si presentano DNA, schedatura genetica, banche dati genetiche ecc. D’altronde, il DNA non mente per scienziati e magistrati, anzi è considerato un’ottima macchina spara-sentenze da usare e manipolare a proprio piacimento dall’esperto/perito di turno, per asservire ed assistere nella repressione coloro che detengono il potere.
Attraverso la schedatura genetica i governi si coordinano a livello europeo ed internazionale nella lotta al crimine. Per arrivare a ciò, un requisito fondamentale è che un gran numero di profili genetici siano presenti nell’archivio nazionale per poter essere confrontati con il DNA sconosciuto rinvenuto sulla scena del delitto. “Più DNA si raccolgono, più è probabile trovare il colpevole (efficacia punitiva). Più DNA si conservano, più è probabile che diminuiscano i reati (efficacia dissuasiva). Estratto da: il mondo in uno sputo, sito web Finimondo. A tal fine nel 2016 viene istituzionalizzata in Italia, con qualche anno di ritardo rispetto ad altri paesi europei, una banca dati nazionale del DNA (Bdn-Dna), appartenente al Ministero degli Interni.
Come funziona? I vari laboratori delle forze di polizia o di altre istituzioni di elevata specializzazione raccolgono i reperti biologici nelle scene del crimine, questi reperti vengono poi inviati ad un laboratorio nazionale centrale, appositamente creato, facente capo al Ministero della Giustizia e situato all’interno del Polo scientifico del carcere di Rebibbia, che ha il compito di tipizzare e conservare i campioni. Una volta tipizzati, ossia identificati in base ad una serie di marcatori, i profili genetici vengono conservati nella Bdn-DNA. Dunque non ci sono più banche dati del Dna distinte per ogni singola forza di polizia, ma i dati confluiranno in un’unica banca dati nazionale. Il profilo del Dna verrà inserito nella banca dati utilizzando il software Codis (Combined Dna index system) fornito dal FBI ed utilizzato nel circa 80% dei Paesi europei che hanno una Bdn-Dna. Si attua così una standardizzazione tecnica ed informatica a livello internazionale, secondo le linee guida scientifiche usate negli USA.
Chi viene sottoposto al prelievo del DNA? Chi si trova in custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari; chi viene arrestato in flagranza di reato o sottoposto a fermo di indiziato di delitto; i detenuti e gli internati per sentenza irrevocabile per un delitto non colposo; coloro ai quali è applicata una misura alternativa al carcere sempre per sentenza irrevocabile per un delitto non colposo; quelli che scontano una misura di sicurezza detentiva in via provvisoria o definitiva, oltre ai DNA ritrovati sui luoghi del delitto. Da questa estensione sono, invece, esenti le persone imputate o condannate per reati finanziari ed economici (i cosiddetti colletti bianchi).
Ad ogni persona sottoposta al prelievo, verrà effettuata una doppia tipizzazione del Dna con kit commerciali di diverse ditte ma che analizzano gli stessi marcatori genetici. Questo, a detta loro, al fine di ridurre la possibilità di errori.
Le nuove tecnologie utilizzate cercano di ottenere profili del Dna anche a partire da sempre più piccoli frammenti genetici. Quindi da una minuscola parte del corpo si ricava un profilo, “ossia una seria di dati che corrispondono a una parte del DNA dell’individuo. Non è tutta la sequenza del DNA, ma solo una parte di essa, quella scelta dagli esperti. Il profilo del DNA si ricava quindi dall’analisi di alcuni punti dell’intera sequenza del DNA. Ottenuto questo profilo, le autorità cercano delle corrispondenze, delle similitudini, fra quelli presenti nei loro archivi. Estratto da: IL MONDO IN UNO SPUTO, sito web Finimondo. Pertanto non è realistico parlare di verità assoluta ed inconfutabile, essenzialmente per due motivi: anzitutto in quanto i profili genetici non corrispondono ma potranno al massimo essere compatibili, ovvero una parte di DNA dell’imputato potrebbe essere compatibile con una parte del DNA rinvenuto sulla scena del crimine e poi ci sono tutta la seria di errori e contaminazioni che possono subire i campioni rilevati. Basti pensare al caso del fantasma di Heilbronn. A partire dal 1993, una serie di omicidi interessarono più Paesi, Austria, Francia e Germania, e tutti avevano un unico sospettato il cui Dna, appartenente ad una donna sconosciuta, è stato rinvenuto su reperti biologici ritrovati sulle scene dei crimini. Le sue tracce del Dna sono state trovate in almeno 15 scene del crimine nel corso di quindici anni. Nel 2009 il Dna della donna senza volto venne finalmente identificato ma qualcosa iniziò a non convincere gli investigatori che ben presto arrivarono alla conclusione che non esisteva alcun fantasma di Heilbronn, ma solo partite di cotton fioc utilizzati per il campionamento durante i sopralluoghi, che erano state contaminate durante la fase di produzione in quella fabbrica dove lavorava la donna. Questi bastoncini venivano poi acquistati e distribuiti alle polizie di diversi paesi europei per essere utilizzati durante i sopralluoghi ed ecco come il DNA della signora si era sparso ovunque. Un altro esempio di fallibilità e inaffidabilità della prova del DNA è quello che successe a Lucas Anderson nel 2012 che fu accusato di omicidio e condannato in seguito alla prova del DNA. Al momento dell’omicidio Lucas si trovava in ospedale ed aveva dei documenti che lo provavano. Ma anche gli sbirri erano convinti di avere una prova: il suo DNA, trovato sul dito dell’uomo morto. Com’è stato possibile? È venuto fuori che quello stesso giorno gli infermieri avevano usato lo stesso pulsiossimetro sul suo dito e su quello della vittima, ed è così che il DNA di Lucas fu trasferito sull’unghia della vittima. Lucas Anderson si è fatto cinque mesi di prigione prima che si accorgessero cosa fosse successo. Il test del Dna, in questi casi come in molti altri, si era dimostrato forviante. Tutti ripongono tanta fede nel DNA considerandolo la prova più credibile di ogni altra prova scientifica, specialmente se si ha una grossa quantità del DNA di una persona ben conservata. Nelle indagini della polizia trovare un campione perfetto di DNA non è affatto la norma, piuttosto è molto più probabile che gli analisti lavorano su campioni di DNA vecchi, deteriorati o che appartengono a più individui, per cui risulta difficile dire con esattezza di chi è quel DNA. Altre volte invece lavorano su piccolissime quantità di DNA, anche in questo caso risulta difficile da interpretare ed il margine di errore è molto alto. Gli sviluppi tecnologici probabilmente stanno risolvendo alcuni di questi problemi, facendo delle analisi più accurate o utilizzando materiale nano e biotecnologico per i prelievi o riconoscendo solo alcuni laboratori che hanno delle attrezzature specifiche e altamente specializzate. Ma questi avanzamenti produrranno inevitabilmente nuovi problemi. L’inaffidabilità è intrinseca a questa tecnica poiché il DNA si può trovare sia nelle cellule vive presenti nel sangue, nel sudore, nella saliva, nello sperma, ed è quello più preciso ma una volta che le cellule si staccano dal corpo si deteriorano facilmente, sia nelle cellule morte come in un pezzetto di pelle, questo dura più a lungo ma è più impreciso. Di conseguenza il nostro DNA lo si può lasciare e ritrovare ovunque e su chiunque anche in luoghi in cui non siamo stati o su persone che neanche conosciamo, perché mangiamo, beviamo, perdiamo peli e capelli, sudiamo, fumiamo, possiamo sanguinare, ecc ecc, per cui incastrare un individuo sulla base di un frammento di DNA rinvenuto sulla scena del crimine chissà come, chissà quando, rappresenta semplicemente un buon metodo, tra l’altro ben visto dal grande pubblico, di repressione e controllo da parte di chi detiene il potere e volto ad eliminare chi vuole e a rendere sempre più difficile ogni atto di ribellione. Altro che verità assoluta, l’unica verità è che micro frammenti corporei, errori, inquinamenti ed imprecisioni, possono costare anche anni e anni di galera e restrizioni, soprattutto se si pensa che basterà riporre un capello, qualche gocciolina di saliva o di sudore, o chissà cosa, sulla scena del crimine per tentare di incastrare chi si vuole.
Inoltre un’importante caratteristica che fa del Dna una tecnica identificativa superiore a quella delle impronte digitali, sta nella natura del suo carattere ereditario, ovvero la metà del profilo del Dna di un individuo viene da sua madre e l’altra metà proviene dal suo padre biologico, e pertanto, anche parenti biologici di primo grado possono essere utilizzati quali punti di riferimento per un’identificazione indiretta. Per cui, esiste la possibilità di andare oltre le informazioni disponibili dal campione, ottenendo ulteriori profili di DNA da archiviare nella banca dati.
In Italia questi prelievi sono partiti dai detenuti, infatti nel giugno del 2016 è stato effettuato il primo prelievo di DNA ad un detenuto di Regina Coeli; ad oggi sono più di 14mila i detenuti a cui è stata effettuata questa procedura. Nella banca dati sono anche presenti 35mila profili genetici ritrovati sulle varie scene del crimine e circa 8mila campioni provengono dai prelievi effettuati dalle forze dell’ordine su persone fermate o arrestate.
I laboratori che possono lavorare sulle tracce del DNA possono essere solo quelli accreditati a livello internazionale, in base ad una serie di parametri, e dotate di infrastrutture altamente specializzate. Attualmente i laboratori in Italia, la cui prova del Dna è accreditata a partire dall’analisi del campione o reperto biologico, sono poco più di una decina su tutto il territorio nazionale (Roma, Cagliari, Napoli, Palermo, Messina, Reggio Calabria, Firenze, Parma, Torino e Orbassano), la maggiore parte dei quali appartiene alle forze di polizia, mentre gli altri ad enti terzi.
Una volta raccolti, i profili genetici, ossia i dati più intimi di ogni persona, diventano manipolabili e manipolati, “di proprietà” di scienziati, sbirri, giudici, manager ed esperti di ogni sorta, che potranno servirsene come e per cosa vogliono, per interessi di ricerca, di controllo, di repressione, di mercato.

Siamo convinti che ci sia un ampio margine in cui poter agire per ostacolare quest’avanzamento tecnologico. Le radici riguardo l’utilizzo del DNA sono da cercare a partire dall’applicazione delle teorie eugenetiche fino ad arrivare all’uso sempre più massiccio dell’ingegneria genetica. Per quanto riguarda l’aspetto repressivo, diventa per noi sempre più chiaro il fatto, che coloro che ingabbiano, perseguitano, giudicano, arrestano non sono solo sbirri, magistrati e giudici, ma tra questi ci sono anche gli scienziati. Questi infimi esserini vengono rivestiti dal sistema di un potere tutto nuovo basato sulle loro scellerate ricerche e fomentato da governi e multinazionali, che li assoldano alla stregua di mercenari. I periti, i tecnici si pongono come garanti della verità pura e trasparente al servizio della giustizia. Ma se la scienza è un artefatto meccanico che atrofizza la vita costringendola in schemi di numeri, molecole, bit e quant’altro, la sua giustizia altro non può essere che falsa, paradossale, manipolabile e manipolatrice. Inoltre, sarebbe interessante approfondire i nostri studi in merito all’utilizzo del DNA sia in ambito repressivo che in quello più generale di applicazione dell’ingegneria genetica; nel primo caso identificare (termine che piace tanto ai tecno-sbirri) i responsabili di questo ennesimo passo dell’apparato repressivo, diventa sempre più impellente per costruire concreti percorsi di lotta: tra questi responsabili non vi sono solo i laboratori sparsi sul territorio ma anche le aziende che producono i tamponi per esempio, o i kit di marcatori e più in generale qualsiasi fattore/azienda/prodotto che permette il funzionamento di un laboratorio. Sicuramente, vista la struttura gerarchica e settaria del sistema, alcuni centri di ricerca sono più importanti di altri, vuoi perché sono di proprietà di grosse multinazionali, vuoi perché rappresentano veri e propri centri d’élite del potere tecno-scientifico, di quello repressivo, di quello militare ecc, vuoi perché i progetti che portano avanti particolari istituti rafforzano, potenziano, rinnovano, l’organizzazione e l’espressione dell’attuale sistema di dominio. L’elenco di questi centri di ricerca non è breve; negli anni alcuni istituti hanno subito varie contestazioni e varie azioni dirette. Ad esempio l’istituto di Patologia e di Genetica a Grosselies in Belgio è un importante centro di ricerca sulla genetica, dove alcuni ricercatori possono disporre di vari macchinari per analizzare la materia genetica, studiare il DNA, sviluppare tecnologie di microbiologia e di biologia molecolare. Inoltre, l’istituto da molti anni si occupa anche dell’analisi criminalistica del DNA e proprio per questo ha subito già due incendi di notevole ampiezza nel 2001 e nel 2003. La notte del 16 marzo 2016, è stato effettuato un altro attacco a questo centro di ricerca quando un’automobile ha sfondato le porte d’ingresso ed è stata fatta esplodere all’interno dell’atrio, distruggendo il pianterreno e riempiendo di fumo l’intero palazzo.
Per quanto riguarda l’ingegneria genetica più in generale e l’opposizione alle biotecnologie, numerosi percorsi di lotta sono già stati intrapresi negli anni, molti dei quali hanno fornito importanti informazioni sul funzionamento di un laboratorio per es. o sull’elevato grado di convergenza tra le varie scienze. Crediamo sia fondamentale non abbandonare questi percorsi e crearne degli altri che sappiano sempre più minare il progresso tecnologico-scientifico. Le biotecnologie, si diceva nella prima parte del testo, vengono applicate ormai in tantissimi settori, apparentemente slegati tra loro magari, ma che hanno come base comune il fatto di essere un punto nevralgico del sistema.
Infine, queste tecnologie vengono soprattutto rivolte verso chiunque si dichiari nemico dell’ordine costituito: negli ultimi anni, sono sempre più frequenti i compagni indagati o arrestati a seguito della prova del DNA. Solo recentemente, ricordiamo la nuova indagine su Alfredo Cospito, già in carcere per l’attacco ad Adinolfi ed ora accusato di una bomba ai RIS di Parma per il presunto ritrovamento di una goccia di sudore sull’ordigno, il caso delle due compagne che vivono in Spagna e in Olanda arrestate per rapine avvenute in Germania in base a presunte corrispondenze del DNA, e del compagno greco Tasos Theofilou accusato di aver commesso una rapina in base al presunto ritrovamento di un suo capello nel luogo in cui è avvenuta la rapina.
Tutto ciò fa sì che queste tecniche scientifico-repressive potenziano, tra le altre cose, quella struttura di difesa di cui il sistema si dota per proteggere apparati, istituzioni ed élite che rappresentano interessi di dominio e di prestigio. Proteggerli da ogni eventuale attacco affinché il suo funzionamento non venga minato. D’altra parte queste tecniche velocizzano ulteriormente quel progresso tecno-scientifico, finanziario, industriale, energivoro e di alienazione che è in atto e che sta devastando irreversibilmente la Terra e ogni essere vivente che la abita. Nello specifico, il prelievo del DNA non è affatto una tecnica nuova che scienza e repressione utilizzano in quanto in alcuni stati è già presente dalla fine degli anni novanta; invece più recente è l’istituzione di banche nazionali del DNA e schedatura generalizzate, di laboratori specializzati e il coordinamento a livello europeo ed internazionale, che rappresentano un ulteriore avanzamento da parte della dittatura tecnocratica basata sulla docilità e la pacificazione sociale, sulla manipolazione e il controllo del vivente e sull’accrescimento del potere capitalistico.
Arricchire la nostra consapevolezza riguardo gli strumenti di cui il sistema si dota per difendersi, reprimere e rafforzarsi, può essere utile per far sì che la nostra critica e la nostra lotta si infervorino sempre più.

Gruppo studio DNA! – Garage Anarchico Pisa

RIPRENDIAMO LE OSTILITA’ ALLE TECNO-SCIENZE COSTRUIAMO UNA SETTIMANA DI MOBILITAZIONE CONTRO LE BIONANOTECNOLOGIE

Questi sono alcune delle riflessioni uscite dall’Incontro solidale del 29 Novembre a Radio Backout in vista del processo che si svolgerà a Torino il 13 Gennaio contro Billy Silvia e Costa.
Erano presenti compagne e compagni principalmente da Torino, Milano e Padova.

– Anche in contesti radicali con un’opposizione al sistema si percepisce una mancanza di critica che vada in profondità, che sappia cogliere le interconnessioni e che comprenda l’urgenza di opporsi al nuovo totalitarismo creato dalle tecnoscienze
– Non si dovrebbe incentrare la nostra attenzione solo sullo specifico caso repressivo, ma attraverso esso trasmettere il senso e il contenuto che questo porta e trasformarlo in nuove possibilità di critica e lotta
– E’ stato ricordato che chi porta avanti un lavoro sulla solidarietà ai compagni e alle compagne non è uno specialista della solidarietà, ma porta avanti anche altri percorsi
– Porsi il problema di come comunicare fuori da contesti ristetti o di movimento alcune questioni di non immediata comprensione e interconnessione. Sicuramente uscendo dalle logiche del potere e dai suoi tecnicismi. Senza essere a nostra volta tecnici o portare esperti dalla nostra parte, nè c’è bisogno di addentrarsi in una comprensione tecnica per trasmettere le nostre ragioni, che sono un rifiuto totale delle nocività non solo per ragioni ambientali, ma proprio per la loro stessa natura di espressione del dominio
– Ci si è posto l’interrogativo se comunicare alle persone o a situazioni già sensibili su alcune questioni, anche se ancora mancanti di una critica radicale. Ponendo la questione su quali siano i nostri referenti e quali gli obbiettivi. L’obbiettivo dovrebbe essere sviluppare un’opposizione a questa società fondata sullo sfruttamento e quindi per alcun* i referenti sono situazioni già sensibili, per altr* non bisognerebbe mai abbandonare il dialogo con tutte le persone
– Le parole sono importanti, ma dovremo intendersi sul senso che portano: se lavorano alla costruzione di qualche nuova teoria o cogestione delle nocività insieme agli sfruttatori, se queste invece spingono verso una radicalità della critica e preparano al prossimo conflitto
– Gli OGM potrebbero essere un buon inizio e aggancio sia con le persone sia con gruppi ambientalisti, situazione agricole… che se ne stanno già occupando. Starà a noi poi non limitarci alle modificazioni genetiche in campo alimentare, ma trasmettere un’opposizione all’intera ingegneria genetica e collegarla con le altre tecno-scienze
– Sicuramente la nostra argomentazione non si fonderà sul dimostrare che gli ogm o le nanoparticelle fanno male alla salute, come per la vivisezione, a prescindere dall’utilità e dai danni alla salute, è una critica alla radice e al problema in sè. La nocività è una nocività sistemica per la sua irreversibilità, ricombinabilità, globalità
– Libri e testi di analisi sono importanti, purtroppo ci troviamo in periodo in cui poch* leggono e approfondiscono le questioni
– Momenti di confronto e discussione come anche questa riunione sono molto importanti
– Il nanomondo è già qui, pensare a scenari futuristici ci fa scappare da sotto agli occhi quello che già da tempo si sta realizzando sotto i nostri occhi
– Nanotecnologie, biotecnologie sono parte di una più ampia visione e sensibilità ecologista radicale per chiunque intende battersi contro questo sistema
– La ricerca genetica ha molte facce: porsi contro la ricerca genetica in ambito medico può essere interessante per far capire che non esiste un’applicazione positiva e perchè proprio attraverso la salute viene creato un contesto di accettazione
– Eventi come il nano-bioforum potrebbero essere occasioni importanti per organizzare iniziative di protesta

Da queste e altre riflessioni è nata l’idea di costruire una settimana di mobilitazione contro le bionanotecnologie e le scienze convergenti nel loro insieme, settimana da collegare con una delle prossime udienze del processo contro Billy, Silvia e Costa e dove ogni situazione potrà organizzare iniziative sul proprio territorio.
Per parlarne ancora insieme e iniziare a strutturarla il prossimo incontro sarà:

SABATO 9 GENNAIO
alle ore 10.00
EL PASO via Passo Buole, 47
TORINO

Ricordiamo che venerdì 8 gennaio a El Paso ci sarà la presentazione del giornale ecologista radicale L’Urlo della Terra e mercoledì 13 gennaio alle ore 9 inizierà a Torino il processo contro Billy, Silvia e Costa

Francois Kepes: razionalizzatore delle macchine viventi- parte seconda

Il programma genetico
Nell’articolo di François Képès, c’è un’idea che non cita mai, allorché è presente in filigrana lungo tutto l’articolo, ossia l’idea di programma genetico. Ogni cellula vivente, e di seguito, gli organismi pluricellulari interi, sarebbero soltanto una specie di fabbrica biochimica pilotata dal centro di comando che costituisce l’informazione contenuta nel genoma, l’insieme dei geni registrati sulla molecola di DNA. Quest’informazione genetica sarebbe allo stesso tempo il codice per la composizione delle proteine, il sistema di regolazione dell’espressione dei geni e infine il programma che dirigerebbe il funzionamento di tutte le cellule viventi e il piano di organizzazione degli organismi.
Ciò è molto per una sola molecola. Eppure, quest’idea, sempre molto popolare presso i biologi, ha almeno 60 anni e durante tutto questo periodo, mai è stata giustificata in nessun articolo scientifico né da nessuna validazione sperimentale di alcun tipo. Sorprendente, no?!
Ricordiamo come il biologo americano Ernst Mayr (1904-2005) la enuncia per la prima volta in un articolo scientifico in una sola frase:
“Il codice DNA, interamente proprio all’individuo eppure specifico alla specie di ogni zigote (la cellula-uovo fertilizzata), che controlla lo sviluppo del sistema nervoso centrale e periferico, degli organi di senso, degli ormoni, della fisiologia e della morfologia dell’organismo, è il programma del computer comportamentale dell’individuo.”
Articolo della rivista Science, « Cause and effect in biology », 1961.
Come si può passare così velocemente dall’idea di codice genetico (che certo esiste) all’idea di controllo dello sviluppo dell’organismo (che si manifesta a volte), poi senza transizione all’idea di programma determinante tutte le manifestazioni dell’individuo (dalla proteina fino – l’autore sembra volere insistere particolarmente su quest’aspetto – al comportamento dell’individuo)? Ernst Mayr non lo precisa da nessuna parte in questo articolo e neanche altrove- benché secondo lui l’esistenza di questo programma sia la caratteristica più notevole degli esseri viventi; ciò che sosterrà fino alla fine della sua vita. [14]
Eppure le nozioni di codice, di regolazione e di programma non hanno nessun legame necessario: è un po’ come se si pretendesse che poiché una locomotiva segue i binari e che è attrezzata di un regolatore di velocità, sarebbe “programmata” per fare tale tragitto a tali e tal’altri orari!
Già più di 10 anni fa, il male era stato diagnosticato: “Detto in un altro modo, la genetica si è ritrovata con una teoria che desidera una cosa, e dei risultati sperimentali che ne desiderano un’altra. La teoria vuole che l’eredità sia la trasmissione di una sostanza ordinata (DNA) che comanda l’organizzazione dell’essere vivente. Ma, man mano che i risultati sperimentali si accumulavano, l’ordine di questa sostanza è diventato sempre più incerto e la sua corrispondenza con l’organizzazione dell’essere vivente sempre più vaga. Al punto che oggi, non rimane quasi più niente, né di quest’ordine, né di questa corrispondenza.
Il quadro teorico della genetica è così caduto a pezzi senza che chiunque abbia mai cercato di correggerlo o di sostituirlo. Si è semplicemente fatta sparire la referenza a Schrödinger e, grazie al vago che circonda la nozione di informazione, si è continuato a parlare di “programma genetico” aggrappandosi, in mancanza di meglio, a ciò che si sapeva essere una formula vuota, molto comoda per la sua capacità di spiegare qualsiasi cosa (basta inserire delle regolazioni sulle regolazioni, come l’astronomia medievale impilava gli epicicli sugli epicicli). […]
Nell’incapacità di proporre un nuovo quadro teorico, si lanciarono allora due grandi programmi di ricerca: la decrittazione dei genomi e l’ingegneria genetica; programmi che hanno entrambe la particolarità di mettere in sospensione le questioni teoriche.
La decrittazione dei genomi le lascia da parte per interessarsi alle difficoltà tecniche dell’analisi delle macromolecole di DNA. In quanto all’ingegneria genetica, non è, contrariamente a ciò che si potrebbe credere, l’applicazione di teorie genetiche all’industria, all’agricoltura e alla medicina, ma la trasformazione di metodi di laboratorio (in particolare quelli della transgenesi) in procedimenti industriali, agricoli o medici. La principale difficoltà essendo che questi procedimenti hanno esigenze di rendimento, di redditività e di sicurezza che non hanno niente da vedere con quelle dei laboratori. Ossia, qui ancora, un abbandono delle questioni teoriche e una rifocalizzazione sui problemi tecnici.”
André Pichot, Mémoire pour rectifier les jugements du public sur la révolution biologique, 2003.
Detto ancora più crudamente : la biologia moderna non sa cosa è un essere vivente, e l’idea di «programma genetico» è soprattutto servita a continuare a fare come se fosse una macchina. E, in questo caso, una macchina simile a quelle che sono le più prestigiose, le più moderne e le più perfezionate del secondo dopo guerra mondiale, ossia i computer.
L’insistenza dei biologi sul DNA come centro di comando della cellula proviene in parte dal metodo delle scienze che ricerca, prima di tutto, degli elementi stabili, calcolabili e prevedibili e che ha molte difficoltà ad afferrare gli elementi dinamici, qualitativi e caotici come il metabolismo. Ma l’idea di programma genetico proviene anche da una proiezione dell’ordine sociale sull’ordine biologico (che serve, in cambio, a giustificare il primo con il secondo): un centro di comando dirige una macchina ed i suoi ingranaggi non fanno altro che eseguire gli ordini; questa organizzazione gerarchica ricorda furiosamente quella dello Stato, dell’Esercito, delle aziende, delle fabbriche, ecc.; proviene in linea retta dalla società divisa in classi, tra i dirigenti ed i subalterni…
Képès non ne parla, perché sa che l’idea è superata e troppo semplicista. Eppure, uno spettro assilla proprio la biologia sintetica: quello del “programma genetico”. Il programma genetico non esiste, ma la biologia sintetica ha per ambizione di incarnarlo, di dargli corpo e realtà a dispetto del vivente: si tratta, per essa, di mettere gli esseri viventi in conformità con la “teoria” sensata di spiegarlo.
“Oggi più che mai, la concezione dell’essere vivente come macchina è indissolubilmente legata al fatto che viviamo in una società capitalista e industriale: riflette ciò che le istanze che dominano la società vorrebbero che il vivente sia, al fine di poter farne ciò che vogliono.” [15]

La fuga in avanti etica e responsabile
Verso la fine del suo articolo, François Képès ci fa balenare il «potenziale economico considerevole» delle «applicazioni industriali» della biologia sintetica. Ma da ricercatore responsabile, finisce con il solito ritornello: “Aprendo tutte queste possibilità, la biologia sintetica rinnova le questioni etiche che concernono la responsabilità degli uomini a “artificializzare” il vivente. Fino a che punto vogliamo modificare o ricreare il vivente? Quale governo della biologia sintetica adottare perché corrisponda alle nostre attese? È indispensabile che queste domande siano fin da ora continuamente dibattute.” (PLS)
Di chi parla François Képès?Chi sono questi “uomini” responsabili dell’“artificializzazione” (strumentalizzazione o asservimento sarebbero stati più corretti, ma meno neutri…) del vivente? Cosa designa questo “noi” che vuole “modificare e ricreare il vivente”? chi condivide queste “attese” che necessiterebbero di un “governo” specifico della biologia di sintesi?
François Képès, da buon imbonitore scaltro, ci fa qui il colpo del «siamo tutti responsabili» di quello che solo alcuni fanno e hanno deciso senza avere mai chiesto nulla a nessuno. Numerosi ricercatori lavorano nella biologia sintetica e non tollererebbero che venisse limitata la loro «libertà di ricerca». Che questa «libertà» sia comandata dai finanziamenti degli Stati e dei loro Eserciti, dell’industria e della borsa, questo non li disturba affatto. Perché certamente, ad ogni modo, “siamo tutti responsabili” della loro disinvoltura e delle loro compromissioni…
“Possiamo essere sicuri che la biologia sintetica indurrà nuovi dibattiti e sfide, che occorrerà assumere in tutta trasparenza e in buona fede. Come ogni tecnologia, sarà ciò che gli uomini ne faranno, non è intrinsecamente né benigna, né maligna.” [16]
Ecco una grande scoperta di François Képès: la tecnologia è neutra, tutto dipende dell’uso che “gli uomini” ne fanno! Dagli anni 1940, con la nascita dell’industria nucleare, sappiamo -dovremmo sapere- che non lo è.
La tecnologia è una forma particolarmente elaborata della tecnica, che per la sua complessità e la sua dismisura riserva la sua messa in opera a dei corpi specializzati e gerarchizzati, ciò che induce delle forme politiche e sociali che rinforzano il potere dello Stato e dell’industria a scapito del potere degli “uomini”, della società nel suo insieme. Gli esperti, la burocrazia, la tecnocrazia e le loro diverse istituzioni si trovano così consolidate; le questioni politiche sono sempre più subordinate a delle soluzioni economiche e tecniche; la democrazia è ridotta al simulacro di consulti su delle decisioni già prese altrove, ecc.
Ricordiamoci ad esempio, come il Commissariato all’Energia Atomica (CEA) fu concepito come uno Stato nello Stato fin dal 1945 da un generale de Gaulle preoccupato di ottenere la Bomba atomica. Come la Francia fu nuclearizzata durante gli anni ’70 e ’80 a manganellate nei confronti di tutte le opposizioni popolari che si sono manifestate intorno ad ogni sito. Come i governi successivi hanno ratificato le scelte fatte dai tecnocrati dell’atomo, per l’essenziale provenienti dal Polytechnique e l’Ecole des mines (scuole d’ingegneria statali molto prestigiose). E come oggi, la Commissione Nazionale del Dibattito Pubblico (CNDP) sul progetto Cigéo (seppellimento delle scorie nucleari a 500 m di profondità) a Bure fa finta di non sentire gli oppositori che hanno perturbato e impedito lo svolgimento di questi “dibattiti” …
Ricordandovi che il plutonio (3 kg all’anno in ogni reattore nucleare) ha una “mezza-vita” (perde la metà della sua radioattività) di 24 000 anni (le più antiche tracce di civiltà risalgono a 10 000 anni), che è un elemento chimico tra i più tossici che esiste e un radionuclide tra i più pericolosi, provate a pronunciare senza soffocarvi dal ridere la frase seguente:
“Come ogni tecnologia, l’industria nucleare sarà ciò che gli uomini ne faranno, non è intrinsecamente né benigna, né maligna.”
Per ignorare tutto questo, per avere una riflessione così povera sulla tecnologia ed essere a tal punto cieco alle sue conseguenze sulla società, François Képès probabilmente sbarca dal pianeta Kripton; a meno che non si debba mettere in dubbio la sua “buona fede” … Pierre-Benoît Joly, direttore dell’Institut Francilien Recherche, Innovation et Société (IFRIS), benché noto accettologo [17], lui, non prende i suoi lettori per degli imbecilli: «La potenza dei gruppi delle biotecnologie –che sono i veri attori di queste trasformazioni- pone un problema di legittimità. Non potendo valersi di una legittimità di tipo democratico, la legittimità di questi gruppi deriva dai risultati che producono, ciò che porta a mettere la focale sul contributo delle loro attività dal punto di vista della razionalità economica. Siccome l’ideologia del progresso ha fatto cilecca, questi gruppi si prevalgono della sound science e dello sviluppo sostenibile.” [18]
Tradotto, significa che gli industriali («gli uomini»?) tentano di far passare la loro ricerca di profitto per delle opere filantropiche. Ricordatevi, gli OGM di Monsanto dovevano eradicare la fame nel mondo, ecc. Oggi, la produzione da un batterio geneticamente modificato dell’artemisinina, la principale molecola del trattamento contro la malaria, ha lo stesso ruolo nell’accettabilità della biologia sintetica: “La produzione proveniente da una o due unità industriali di artemisinina potrebbe bastare a produrre tanto quanto le migliaia di agricoltori che avevamo incoraggiato a produrre artemisia annuale; l’impatto sulle risorse di questi agricoltori potrebbe essere considerevole. […]
Un’argomentazione in apparenza inattaccabile («non ci sono abbastanza medicine»); la collusione tra scientifici-imprenditori (Jay Keasling) che innovano nelle loro università ma brevettano le loro innovazione via le loro start-up (Amyris), poi cedono le licenze d’esercizio a gruppi multinazionali (Sanofi); il rischio di captazione da parte di una multinazionale –già dominante sul mercato mondiale- di profitti generati da risorse genetiche naturalmente disponibili… Altrettanti elementi incontrati in modo ricorrente nel contesto della biologia sintetica.”
Catherine Bourgain et Kévin Jean, “L’artémisinine : emblème du meilleur des mondes de la biologie de synthèse”, scheda scritta per la Fondation Sciences Citoyennes, 13 octobre 2013.
Quindi, già qui, vediamo ciò che « gli uomini » fanno della biologia sintetica : è soltanto una nuova forma di accaparramento delle risorse naturalmente disponibili, della privatizzazione del vivente e della captazione della sua attività autonoma al profitto del capitalismo industriale.
François Képès, che fa finta di non sapere in quale mondo vive, si preoccupa ovviamente molto di «Etica», questa falsa coscienza del dominio. Dichiarava in una intervista: “Per essere accettata dalla società, la biologia sintetica deve essere demistificata. I dibattiti relativi a dei progressi tecnici possono finire presto, come si è potuto vedere nel caso delle nanotecnologie. Per non riprodurre gli stessi errori, è necessario dedicare un tempo alle questioni etiche e sociali durante ogni conferenza e di invitare le organizzazione non governative al dibattito.”
Industrie & Technologie, “Il faut démystifier la biologie de synthèse”, www.industrie-techno.com, 1er février 2012.
François Képès, che ha collaborato alle audizioni pubbliche dell’Office Parlementaire d’Evaluation des Choix Scientifiques et Technologiques (OPECST-Ufficio Parlamentare di Valutazione delle Scelte Scientifiche e Tecnologiche) sulla biologia sintetica, lo sa bene: per fare accettare, bisogna far partecipare. [19]
Occorre, fin d’ora, dibattere continuamente della nostra responsabilità e delle nostre attese collettive verso la biologia sintetica… al fine, soprattutto, di non concludere mai niente. E mentre i confusionisti fanno il loro lavoro, mentre la coscienza regredisce sprofondando nella controperizia e nella valutazione costi/benefici caso per caso delle applicazioni, la ricerca può progredire e i poteri pubblici e gli investitori essere rassicurati.
Perché, in fin dei conti, il principio che sottende questi dibattiti rimane quello già applicato da altre imprese industriali che hanno dato prova della loro nocività da tutti i punti di vista: “Ecco quindi confermato ciò che la catastrofe di Chernobyl aveva già permesso di stabilire: tutti i rischi sono accettabili quando si fa in modo di non lasciare a chi li prende la possibilità di rifiutarli.”
Thierry Ribault, “Le désastre de Fukushima et les sept principes du national- nucléarisme”, rivista Raison Présente n°189, 2014.
Perché uno spettro assilla i dibattiti pubblici sulle tecnoscienze e le necrotecnologie; lo spettro del sabotaggio degli esperimenti OGM e del dibattito pubblico sulle nanotecnologie nel 2010. Ossia lo spettro del rifiuto radicale.
I scientisti e i loro mercenari non temono niente fintantoché della gente si alza e afferma forte e chiaro:
“Non vogliamo le vostre belle schifezze!”

La mistica della biologia sintetica
« Occorre de-mis-ti-fi-care », ci dicono tutti i mistificatori della biologia sintetica. Ma chi smentisce e ridicolizza i Craig Vanterie [20] dei promotori della biologia sintetica? Non i nostri ardenti “demistificatori”, perché anche loro vogliono mangiarne…
E quindi, ci vantiamo di fare qui questo lavoro di demistificazione, ma questa volta a loro spese: abbiamo dimostrato- e dimostreremo meglio ancora in seguito- l’inanità della loro concezione del vivente, l’inconsistenza del loro pensiero, l’ignavia dei loro compromessi e la bassezza dei loro accomodamenti con il peggio- tutte le penose realtà che vorrebbero che condividessimo con loro per accettare la biologia sintetica e il mondo che ne consegue…
Poco importa, quindi, che le ambizioni della biologia sintetica si concretizzano o no. Ciò che conta, ai nostri occhi, è prima di tutto che queste ambizioni siano affermate e sostenute da numerosi ricercatori, che altri, o gli stessi, collaborano alla loro “accettabilità sociale” ed a neutralizzare ogni critica e opposizione radicali. Queste ambizioni sono presenti, e significano una concezione della vita e un progetto politico e sociale in radicale rottura con tutto ciò che si è fatto da millenni.
Questo si chiama il transumanesimo, cioè la fusione dell’uomo con delle macchine. La realizzazione di questa ideologia scientifica inizia con la riduzione del vivente alla macchina, e quindi con la biologia sintetica. Qualcuno se ne difende (ad esempio, l’associazione La Paillasse), perché la connessione è troppo solforosa con lo scientismo più fanatico. Ma questo non cambia niente all’affare.
L’ambizione rimane, che è quella di svincolarsi- nel senso religioso del termine, in riferimento alla concezione della salvezza come superamento radicale dei mali legati alla condizione umana sulla Terra [21]- dalla pena di dover fare le cose da e per noi stessi affidandole alle buone cure della Megamacchina capitalista e industriale…
Macchine che lavorate per noi, che i vostri prodotti siano santificati, che il vostro regno venga, che le vostre Necessità siano fatte, come nel Cyberspazio così in Terra. Dateci oggi il nostro steak in vitro quotidiano, Perdonateci le nostre insufficienze Come perdoniamo a chi gestisce le nocività, Non sottometteteci alla dipendenza verso l’Altro, Ma liberateci della Natura. Perché appartiene a Voi Il regno, la potenza e la gloria Per i secoli dei secoli. Amen!

Libertà e autonomia
Il rapporto attuale al vivente è, prima di tutto, tecnologico e macchinico: mira alla strumentalizzazione, al dominio, allo sfruttamento degli esseri viventi- e degli esseri umani con loro- e alla loro alienazione al ritmo e agli imperativi delle macchine da parte dell’apparecchio capitalista e industriale. Con il pretesto di renderci “come maestri e possessori della natura”, questa macchineria sta ovunque distruggendo le condizioni dell’autonomia e della libertà dei viventi: è questo, e nient’altro, che genera le nocività e gli spossessamenti ai quali la biologia sintetica e altre necrotecnologie pretendono di rimediare.
Un altro rapporto al vivente è da inventare a partire da ciò che è già stato praticato e sperimentato spontaneamente dagli allevatori, i contadini e gli artigiani nel passato. Passa, prima di tutto, dal riconoscimento e dal rispetto della specificità del vivente, della sua autonomia come condizione della nostra libertà.
Ma questo significa che bisogna rinunciare a questa pretesa “padronanza del vivente” per sviluppare una cooperazione con gli esseri viventi, accettare di comporre con il loro carattere incerto e mutevole, ecc; rinunciare a delegare tutto alle macchine per accapigliarsi con la “materialità un po’ sporca” degli essere viventi, accettare di implicare il proprio corpo in uno sforzo, in un confronto sensibile con il lavoro della materia, della vita e degli altri. [22]
In breve, tornare ad occupare se stessi in un’attività vivente nella realtà piuttosto che continuare a sviluppare le mediazioni tecnologiche che la mettono sempre più a distanza. Ossia tornare indietro[23] per uscire dal vicolo cieco industriale al fine di potere sperimentare e sviluppare nuove forme di vita sociale e di organizzazione politiche in diverse direzioni.
Quale Stato, quali gruppi industriali, quali investitori accetterebbero di finanziare una tale ricerca che non sfocerebbe in prospettive di produzione di merce e di conquiste di quote di mercato, cioè su nuovi spossessamenti delle condizioni della nostra esistenza?
Cari scientifici, così attaccati alla vostra “libertà di ricerca” al punto di collaborare all’“accettabilità sociale” delle necrotecnologie, andreste ad avventurarvi in tali contrade selvagge e inesplorate?
Molti tra di voi, come questo François Képès, razionalizzatore delle macchine viventi, sono dei ponderati fanatici dell’alienazione e dei gentili collaboratori del dispotismo industriale che si fanno volontariamente i promotori della fuga in avanti etica e responsabile…
Ci si permetterà quindi di dubitare che possa ancora uscire qualcosa di buono e di utile per l’umanità dalla “comunità scientifica”
La vita è altrove.

Tradotto dal francese, tratto da Andréas Sniadecki, ottobre 2014.

Da: L’Urlo della Terra, numero 3 Settembre 2015

Messico: Attaccati l’Istituto di Scienze Nucleare e il Centro Computazionale di ricerca

Il testo di rivendicazione:

Due obiettivi sono stati attaccati a Città del Messico prima dell’oscurarsi della luna:

– Lunedi 5 Ottobre: Durante la notte, abbiamo messo un ordigno esplosivo artigianale all’ingresso del Istituto di Scienze Nucleare (ICN) dell’UNAM, proprio nel bel mezzo della Città universitaria. Mentre le guardie ascoltavano musica cumbia ,ci siamo mossi furtivamente nell’oscurità e siamo riusciti a lasciare il dispositivo senza problemi.
L’ICN è la culla dei più importanti fisici dell’UNAM e di altre università, che si ostinano a sviluppare e perpetuare la Morte Tecnologica meglio chiamata ‘Scienza Nucleare’.

– Mercoledì 7 Ottobre: Al mattino, abbiamo lasciato un libro-bomba all’ingresso del Centro di Ricerca Computazionale (CIC), diretto verso la comunità del IPN (indirizzato a Gustavo A. Madero). Mentre i poliziotti della Banca e della Polizia industriale erano di guardia l’istituto, abbiamo tranquillamente lasciato l’esplosivo senza fretta.
Il CIC è uno dei più importanti centri del paese specializzati in informatica, ingegneria, l’intelligenza artificiale e tutto ciò che ha a che fare con l’artificialità, nemico giurato della natura selvaggia. Un numero considerevole di aberranti tecno-nerd dal Sistema Nazionale dei Ricercatori (SNI) si nascondono anche all’interno delle sue strutture.

Combattendo al fianco di tutto il selvaggio.
Contro il sistema tecnologico.
Circolo Eco-estremista del terrorismo e sabotaggio.

Info da: http://www.autistici.org/cna/

APPELLO PER UNA SETTIMANA DI MOBILITAZIONE CONTRO LE BIOTECNOLOGIE

Dal 12 al 18 ottobre si terrà la European Biotech Week, una settimana in cui sono previsti oltre 100 eventi in tutta Europa – di cui 47 solo in Italia, il Paese con il maggior numero di iniziative – di promozione delle biotecnologie. In città come Roma, Milano, Padova, Torino, Bologna, Teramo, Napoli, Varese, Pisa, Lodi, Brescia, Siena, Firenze, Campobasso, Bari, Catania, Palermo, Pavia si terranno dibattiti, laboratori, porte aperte, premi, mostre e spettacoli per avvicinare il grande pubblico alle biotecnologie nei loro diversi settori di applicazione e fagli credere che queste porteranno a un miglioramento futuro della qualità delle nostre vite e del pianeta.
Fra le iniziative della settimana vi saranno il convegno alla Presidenza del Consiglio dei Ministri sulle nuove biotecnologie per gli alimenti e la salute a Roma,  il convegno di Bologna sulle biotecnologie industriali, quello a Collereto Giacosa (TO) sulle tecnologie convergenti in ambito farmaceutico con l’interazione tra biotecnologie, nanotecnologie, scienze cognitive e informatica. E ancora un incontro su “biotecnologie ed animali” nella facoltà di Fisiologia dell’università di Bologna, un convegno sulle politiche per le biotecnologie nel settore agroalimentare e un ridicolo “Aperitivo Biotech” al Museo della Scienza e Tecnologia di Milano, in cui “le famiglie avranno l’opportunità di creare uno spuntino biotech nel laboratorio di biotecnologia e scoprire quanti alimenti biotecnologici sono già sulle nostre tavole”.

Per scaricare il programma completo: sito Assobiotech

Il settore biotech italiano – in costante crescita – conta oggi 384 imprese con un fatturato annuo di 7 miliardi di euro (di media un introito di 50.000 euro giornalieri per azienda). Lauti guadagni per un settore considerato strategico per il rilancio dell’economia e dell’industria nazionale, in ambiti come quelli della salute, dell’agricoltura, dell’energia e dell’ambiente. Allo stesso modo è in forte crescita il settore della ricerca e delle imprese specializzate in nanotecnologie.
Animali transgenici per la zootecnia e la ricerca, OGM, terapie geniche e qualunque altra applicazione o brevetto possano creare con la manipolazione genetica di piante, animali o materia inorganica, si tratta soltanto delle ennesime nocività prodotte da una civilizzazione industriale che mira alla crescita economica e tecnologica infinita a scapito della biodiversità del pianeta e della libertà di chi vi abita.
In opposizione a questa ennesima operazione di propaganda del settore tecno-scientifico, rilanciamo con una settimana di mobilitazione contro le biotecnologie e la ricerca scientifica, dal 12 al 18 ottobre. Banchetti controinformativi e volantinaggi, scritte e striscioni, presidi di disturbo, interruzione delle conferenze, sabotaggio economico sono alcune delle idee che ci vengono in mente per disturbare o colpire gli eventi e le aziende coinvolti nella Settimana Biotech, o altri obiettivi legati al mondo delle biotecnologie.
Ovviamente non pensiamo che si debba per forza seguire il calendario dettato dai nostri nemici, qualunque momento è valido per ostacolare e mettere i bastoni tra le ruote a chi contribuisce al dominio scientifico e tecnologico e in particolare per ostacolare la diffusione degli ambiti di  ricerca in più rapido avanzamento come biotecnologie, nanotecnologie, neuroscienze, biologia sintetica ecc.

Rilanciamo la lotta contro le nocività!

Solidarietà con Billy Costa e Silvia, Marco Camenisch, Alfredo e Nicola, Marius Mason e tuttx i/le prigionierx anarchicx e per la liberazione animale e della terra

DVD: Un mondo senza umani

80 minuti
Produzione francese del 2012 oggi tradotto in italiano.
Un ampio spaccato su dove sta portando la convergenza delle scienze in una società dalle macchine onnipresenti:  interviste a filosofi,  a critici e soprattutto ai maggiori fautori e sostenitori di queste tecno scienze. Non si parla di un ipotetico futuro da “migliorare” e manipolare ma di un presente dove questo è già una realtà.

Con la convergenza di nanotecnologie, biotecnologie, informatica, neuroscienze, avviene un salto epocale: ambiti prima separati ora si fondono e si intersecano. La convergenza capitanata dalle nanotecnologie modifica le relazioni, trasforma e plasma la percezione del mondo circostante, del nostro corpo. Interiorizziamo la logica che sottende queste tecnologie e l’idea di mondo che si sta costruendo. Il potere non è mai stato così pervasivo e totalizzante, entrando a un livello ancora più profondo. Un mondo atomizzato, dove il vivente è considerato mera materia da scomporre, modificare e plasmare per le molteplici necessità di questo sistema.
Queste tecnologie sono un pilastro della Green Economy, multinazionali tossiche che si tingono di verde smerciando in chiave sostenibile nocività ben più tossiche, irreversibili, ricombinabili e ancora più incontrollabili degli sviluppi precedenti. La loro nocività va oltre ai danni alla salute animale-umana e all’ambiente naturale, è una nocività sistemica con una portata travolgente.
Un’artificializzazione continua della vita, con continue manipolazioni per arrivare alla riprogettazione stessa del vivente con la biologia sintetica, che prende posto accanto a un’ingegnerizzazione sociale.
La rivoluzione nano apre il tempo dei nano-sensori e del “pianeta intelligente” di IBM: una rete informatica dove ogni cosa di questo mondo è un componente: umani, altri animali, ambienti naturali, oggetti, infrastrutture, tutti interconnessi tra loro comunicando in una grande rete globale.
…Il codice appare nel display, un bip e una luce rossa lampeggia, l’animale nell’allevamento è entrato nel sistema, l’etichetta a radiofrequenza inserita nel suo corpo comunica, ora l’animale esiste. Il soggetto oltre che essere ridotto a mero oggetto e pezzo di carne ora diventa macchina comunicante in un universo presto pieno di macchine comunicanti…
In questo documentario alcuni dei massimi fautori di queste tecno-scienze e del transumanesimo  esprimono le loro intenzioni: basterebbe sentire le loro parole per renderci conto del mondo che si sta costruendo, ma soprattutto che non si tratta di un qualcosa in là da venire, né un futuro lontano o di  scenari futuristici di qualche folle tecnocrate…
Per capire l’attuale società, i rapporti di dominio e per opporci a questo presente e al domani che può sembrare ineluttabile, si rende necessario comprendere la portata di queste tecnologie che non rappresentano un semplice sviluppo tecnologico o un qualche modello di produzione sbagliato, ma il nuovo tecno totalitarismo. Sviluppiamo una critica radicale, costruiamo momenti di opposizione e diamo concretezza ai contorni spesso sfumati che avvolgono queste tecno-scienze: le ricerche in questi campi non avvengono solo dentro laboratori segreti, basta andare nelle università, nei centri di ricerca pubblici o di qualche multinazionale come l’IBM.
Dalla pianta modificata geneticamente agli impianti neurologici, dal batterio ingegnerizzato per pulire i mari dal petrolio alle RFID diffuse, dalla distruzione della biodiversità alla distruzione di antichi saperi e all’atrofizzazione del pensiero e delle relazioni, c’è dietro un unico mondo e un filo che le lega e che possiamo spezzare…

Per vedere il video: http://www.nowvideo.li/video/a809b9c6af6a0

Per avere copie del dvd scrivere a info@resistenzealnanomondo.org

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François Kepes razionalizzatore delle macchine viventi – Parte prima

Il numero di giugno 2014 della rivista scientifica francese « Pour la Science » ha intitolato la sua copertina “Reinventare il vivente, quali sfide per la biologia sintetica?” la quale annuncia il dossier [1] dedicato a questa nuova tecnoscienza. L’illustrazione in copertina è rappresentata da una molecola di DNA costituita di circuiti elettronici…

L’articolo più interessante è senz’altro quello del genetista François Képès [2] intitolato “La biologia sintetica: verso un’ingegneria del vivente”.
Ma Francois Képès è, prima di tutto, un ingegnere e, per quel che riguarda la biologia di sintesi, sa ciò che vuole: fare del vivente – per il momento soprattutto i batteri più elementari – la nuova macchina utensile dell’industria biotecnologica.

 Ingegneria razionale
Ricordando che “all’ inizio degli anni sessanta, l’invenzione dei circuiti integrati ha trasformato l’ingegneria elettronica” (frase che ha manifestamente ispirato l’illustrazione della copertina della rivista), tesse l’analogia: “E se una tale combinazione di tecniche e di metodi fossero trasponibili in biologia? Se fosse possibile, anche in biologia, di disporre di una banca di utensili e di regole razionali che, combinate a seconda dei bisogni, aiuterebbero a capire il vivente fabbricandolo o a concepire e produrre secondo richiesta nuove funzioni biologiche che non esistono in natura? Da qualche anno, quest’idea si fa strada tra i biologi. Riuniti sotto il nome di biologia di sintesi, i loro approcci si costruiscono nell’interfaccia tra biologia e ingegneria, con apporti di chimica, di fisica, di matematica e di informatica. Hanno per obiettivo di iniettare nella biologia i principi che fondano ogni ingegneria. Di cosa si tratta? Quali sono le ambizioni della biologia di sintesi? Cosa permette oggi? Quali sono le sue prospettive e i suoi limiti? Queste sono le domande che esamineremo qui. “ (PLS)
Per poi proporre una definizione chiara e precisa: “La biologia di sintesi è l’ingegneria razionale della biologia. In altri termini, essa mira alla concezione razionale e all’ingegneria di sistemi complessi fondati sul vivente o ispirati dal vivente e dotati di funzione assenti in natura.” (PLS)
Per mettere in opera questa « ingegneria razionale », occorrono basi solide: “Cosa significa? Gli ingegneri dei sistemi elettronici o meccanici necessitano di quadri ben stabiliti per gestire la complessità, di utensili affidabili per manipolare gli stati del sistema e di piattaforme di test. La biotecnologia, al contrario, è ancora sprovvista di tali quadri, utensili e piattaforme.”  (PLS)
Ora, come l’aveva già constatato nel 2012 Geneviève Fioraso [3] nel suo Rapporto sulle sfide della biologia di sintesi: “La complessità del vivente: una catena da levare per la biologia di sintesi”. [4] È quindi necessario semplificare tutto ciò, al fine di fare in modo che il vivente, troppo instabile, variabile e imprevedibile, si comporti finalmente come una macchina utensile regolare, affidabile e prevedibile. È su questo che termina il suo articolo: “Una barriera, infine, è la grandezza limite dei circuiti biochimici che riusciamo a costruire. […] Come superare questa soglia per costruire dei circuiti biochimici più complessi e aumentare altrettanto le possibilità della biologia di sintesi? Da una parte, questa soglia è dovuta alla nostra incapacità di concepire un genoma completo. Per aumentare fortemente la grandezza e la complessità dei circuiti, bisognerebbe poter introdurre un numero arbitrario di geni che coopererebbero in modo ottimale seguendo un capitolato degli oneri fissato in anticipo. […]
Alcune équipe si sono così avviate in ricerche mirando a sintetizzare o a ridurre dei genomi completi di organismi unicellulari. È il caso, ad esempio, dell’équipe dell’Istituto J. Craig Venter, a Rockville negli Stati Uniti, e di quella di Fred Blattner, dell’università del Wisconsin, a Madison, per i batteri, o ancora di quella di Jef Boeke e Joël Bader, dell’università Johns Hopkins, a Baltimora, per il lievito. […]
Nella mia équipe, cerchiamo precisamente di sfruttare le costrizioni conosciute dei genomi di micro-organismi per la concezione ab initio di genomi portatori di grandi circuiti di sintesi.” (PLS)
La « concezione ab initio di un genoma » significa in realtà cercare qual’è il “genoma minimo – un genoma che comprenderebbe soltanto i geni necessari al funzionamento della cellula” e che servirebbe quindi da “piattaforma“ alla quale potrebbero essere aggiunte delle “estensioni”, delle “costruzioni genetiche” più o meno complesse sarebbero trapiantate al fine di produrre le molecole o realizzare le funzioni biologiche desiderate.

Rivoluzione industriale
François Képès vuole quindi, con la sua « ingegneria razionale » applicata alla biologia di sintesi, fare ciò che gli ingegneri del XIX secolo hanno realizzato nella concezione delle macchine che sono state il vettore della rivoluzione industriale: standardizzare le misure e le dimensioni per rendere possibile l’intercambiabilità dei pezzi e razionalizzare la concezione delle macchine.
Questo è un aspetto della rivoluzione industriale che è spesso dimenticato: si presenta correntemente l’invenzione della macchina a vapore come l’atto fondatore di questo periodo; e non è certo completamente falso. Perché occorre un motore indipendente dagli elementi naturali [5] per animare in modo regolare e continuo un gran numero di macchine impegnate in una produzione di massa [6]. Ma questa rivoluzione nella produzione riposa prima di tutto sulla generalizzazione dell’uso delle macchine; macchine che devono quindi essere prodotte in grande quantità, in massa, cioè in una maniera che sia essa stessa industriale.
Prima della rivoluzione industriale, tutte le macchine, dalle più semplici alle più complesse (gli orologi e i mulini a vento, per evocare soltanto quelle più diffuse dal XIII secolo al XVIII secolo) erano prodotte in modo artigianale. Un laboratorio non produceva in serie un pezzo per poi farlo assemblare da un altro laboratorio. Un artigiano e i suoi operai fabbricavano loro stessi tutti i pezzi di una macchina e li adeguavano gli uni con gli altri per farla funzionare. Ogni macchina era quindi unica; di conseguenza il pezzo di una macchina non poteva servire a sostituire un pezzo difettoso di un’altra macchina. È soltanto alla fine del XVIII secolo nell’orologeria (industria di lusso all’epoca) che delle dimensioni standardizzate saranno adottate per realizzare gli ingranaggi e le viti, al fine di facilitare una produzione che era ancora totalmente artigianale.
L’idea dell’intercambiabilità dei pezzi di una macchina risale all’invenzione dei caratteri mobili per la tipografia, ma non è mai stata veramente estesa ad altre meccaniche, probabilmente a causa della difficoltà a fondere i metalli altri da quelli duttili (oro, argento, ottone, piombo). All’inizio del XVIII secolo, Guillaume Deschamps propone un fucile di cui i pezzi sono intercambiabili e realizza una dimostrazione davanti al Re di Francia nel 1726 prima di creare una fabbrica che fornirà 12 000 fucili alla marina. Tutti i pezzi di questo fucile sono realizzati da artigiani, ciò che fa dire ad un commentatore: “L’idea di fare convenire tutti i pezzi degli acciarini, gli uni con gli altri, è ingegnosamente immaginata, ma quelli che conoscono l’uso della forgia, sanno che non può formare questi pezzi alla perfezione, che può soltanto disporli e che non è che la lima che li può appropriare al modello, così il tempo impiegato è di gran spesa.”
In altri termini, è difficile e costoso cercare di produrre dei pezzi intercambiabili in modo interamente artigianale, ed è per questo che la consegna alla marina non avrà seguito. [7] Però, il maestro archibugiere Honoré Blanc (1736-1801) nel 1777 propone al Re di Francia e poi allo Stato nato dalla Rivoluzione francese, un nuovo modello di fucile dai pezzi intercambiabili. [8] Per lui, la soluzione risiede nella standardizzazione. In un “regolamento”, precisa le dimensioni di tutti i pezzi del suo nuovo modello.
“L’intercambiabilità implica che la precisione della fabbricazione dei pezzi di un prodotto dato sia tale che il loro montaggio non necessiti nessun aggiustamento finale. Al suo livello, il metodo di Blanc raggiunge quest’ideale: mette a punto delle matrici per sostituire la forgiatura dei pezzi, inventa delle sagome per piallarli e delle macchine perforatrici per lavorarli, fabbrica dei calibri per verificare che i pezzi si aggiustino secondo un margine di tolleranza. Ben che questo processo sia messo in opera con l’aiuto di utensili manuali, l’esecuzione dipende in principio da guide meccaniche. Ogni operaio è obbligato a fare dei pezzi che si aggiustano perfettamente durante il montaggio finale.
Il processo di fabbricazione controlla il lavoro dell’artigiano e, da questo punto di vista, l’aggiustamento finale del prodotto testimonia del rigore con il quale l’ordine sociale è disciplinato. […]
Nel 1777, [il capo dell’artiglieria Jean-Baptiste de] Gribeauval e i suoi sostenitori introducono così non soltanto un nuovo modello di fucile, ma anche nuovi rapporti di inquadramento con gli armaioli [che sono artigiani indipendenti]. Per la prima volta, invece di comprare i prodotti finiti, lo Stato fissa i prezzi dei pezzi staccati che, sottolineiamolo, non sono ancora intercambiabili. I test di qualità sono rinforzati e nuove tecniche di produzione sono introdotte. Honoré Blanc è incaricato di fare in modo che “siano provvisti i diversi utensili e strumenti necessari per assicurare l’uniformità nelle tre manifatture”.”
Ma ciò non si fa senza difficoltà, perché in un primo tempo, la fabbricazione dei pezzi standardizzati è affidata a artigiani qualificati, supervisionati e rigorosamente controllati da ispettori militari: “Poiché il pezzo di un artigiano è accettato soltanto se si aggiusta con quelli dei suoi compagni di laboratorio, si è tentati di interpretare l’obiettività del prodotto fabbricato come il risultato di un insieme di regole sempre più elaborate destinate a soffocare le rivolte potenziali degli artigiani. Quest’obiettività apparente non mette però fine a tutti i conflitti. Per convincersene, basta vedere come la città di Saint-Etienne ha reagito di fronte a questa volontà di razionalizzazione della fabbricazione… […]
[poiché] questa perfezione ha un prezzo. Il numero di platine rifiutati aumenta in modo significativo a partire del 1777, così come la carica di lavoro per i fabbricanti. Gli armaioli aumentano i loro costi. Sono numerosi ad abbandonare la produzione militare a profitto di un mercato civile che, sotto la forte domanda dei rivoluzionari americani, è singolarmente florido. […] Disperato, l’ispettore Agoult decreta che gli armaioli saranno sottomessi alla disciplina militare. Decine tra di loro sono incarcerati con l’accusa di violazione delle regole di procedure di lavoro. Questi uomini non sono né soldati, né operai giornalieri, ma artigiani d’élite. Il consiglio comunale, urtato, prende le loro parti. […]
[Il capo dell’artiglieria Jean-Baptiste de Gribeauval] propone una soluzione tecnica che elimina semplicemente il bisogno di operai qualificati: la fabbricazione di pezzi intercambiabili !”
Ma è solo dopo la Rivoluzione francese che Honoré Blanc si lancia come imprenditore privato nella fabbricazione di fucili dai pezzi standardizzati e intercambiabili, realizzati da una mano d’opera non qualificata: “Grazie ai suoi appoggi all’interno dell’artiglieria, Blanc ottiene diversi favori: riceve una sovvenzione che rappresenta il 27% del suo costo di produzione, è autorizzato ad utilizzare la mano d’opera delle reclute e ottiene bassi tassi di interesse. […] Nel settembre 1797, produce circa 4 000 fucili a platine (tipo di fucile da caccia a un colpo che porta sulle sue placche di metallo amovibile e piane il meccanismo di percussione) a Roanne. Nel 1800, raggiunge gli 11 500. Dopo la sua morte nel 1802, la produzione continua al ritmo di 10 000 fucili all’anno. […] Ma le competenze artigianali rimangono ancora essenziali nel processo di produzione e la fabbrica di Blanc non raggiunge mai la soglia di redditività. I fucili di Roanne sono il 20% più cari di quelli prodotti dalla regione di Saint-Etienne.”
Per questa ragione, e per altri motivi di ordine politico, la manifattura di Honoré Blanc chiede nel 1807. Ed è soltanto negli anni 1850 che l’Europa scopre il sistema americano di fabbricazione dei pezzi intercambiabili, applicato a numerose altre macchine, poiché Honoré Blanc aveva ricevuto nel 1785 la visita di un certo Thomas Jefferson (1743-1826), allora ambasciatore americano in Francia, prima di diventare presidente degli Stati Uniti…

 Che cos’e’ una macchina ?
Questa storia è vecchia di 200 anni, ma contiene già tutti gli aspetti propri allo sviluppo tecnico al suo stadio capitalista e industriale; aspetti che ritroviamo attualmente, come François Képès ne darà più avanti l’illustrazione.
I problemi economici e, in contraccolpo, politici che ha incontrato Honoré Blanc nella realizzazione di pezzi di fucile standardizzati e intercambiabili hanno ugualmente un’origine tecnica che gli storici non sembrano avere percepito.
Se si vogliono produrre in serie dei pezzi metallici tutti identici, secondo un modello, con regolarità, precisione e in modo economico, non ci si deve rivolgere ad artigiani che lavorano a mano, anche se fossero qualificati e abili, piuttosto a una fabbrica attrezzata di macchine utensili pilotate da operai specializzati. Ciò ci sembra, oggi, un’evidenza. Ma quando tali macchine non esistevano, era molto più difficile immaginare di poter servirsene! Detto in un altro modo, prima di buttarsi nella produzione di pezzi standardizzati e intercambiabili, occorreva produrre le macchine utensili capaci di modellarli con la regolarità, la precisione e l’economia che un tale progetto tecnico esigeva.
Al museo delle Arti e Mestieri di Parigi, è esposta una macchina utensile tagliatrice di ingranaggi, lei stessa composta da ingranaggi. La prima macchina tagliatrice di ingranaggi è certamente stata costruita da un artigiano, che ha modellato a mano i suoi ingranaggi e a adeguato i suoi pezzi gli uni con gli altri, come per qualsiasi macchina realizzata a l’epoca. A partire da questo, la produzione di pezzi staccati per costruire ogni tipo di meccaniche ha potuto iniziare.
La produzione di pezzi staccati, standardizzati e intercambiabili implica un nuovo sistema tecnico, totalmente inedito, proprio alla produzione industriale. La macchina utensile, lei stessa costituita di tali pezzi, è l’unica a permetterne la produzione in un modo sufficientemente preciso e regolare per rendere l’insieme valido, sia a livello di funzionamento meccanico che dell’economia della produzione. In realtà, la produzione industriale implica per primo e, prima di tutto, la realizzazione di macchine utensili, base di ogni produzione regolare di oggetti identici.
È dunque possibile distinguere tre principali categorie di macchine (categorie che non sono strettamente ermetiche):

  • Il motore è una macchina primaria, nel senso che è lui che anima tutte le altre macchine; per molto tempo furono gli elementi naturali e sociali: acqua, vento, animali domestici, forza muscolare umana, che non sono per l’esattezza delle macchine ma vengono impiegate come strumenti per una finalità esterna a loro stessi.
  • La macchina utensile è una macchina intermedia, nel senso che è capace di modellare con precisione e regolarità dei pezzi standardizzati e intercambiabili per altre macchine, o di partecipare alla realizzazione di prodotti finiti.
  • Le macchine terminali sono dei prodotti finiti, operazionali e efficaci, pronte a realizzare la funzione specializzata per la quale l’«ingegneria razionale» le ha concepite: possono essere un fucile, un’automobile, una fabbrica automatizzata di produzione di panelli di particelle, una centrale nucleare (lei stessa motore per altre macchine), ecc.

Abbiamo segnalato che gli esseri viventi non sono per l’esattezza delle macchine. Pur tuttavia, François Képès, lungo tutto il suo articolo, fa come se non soltanto i batteri fossero impiegati come strumenti [9] ma, soprattutto, come se potessero essere effettivamente ridotti ad essere soltanto delle macchine e, più particolarmente, delle macchine utensili in un processo di produzione industriale di molecole. Si tratta di un’ambizione tutta nuova che il nostro ingegnere ci fa intravedere ma che non cerca neanche per un instante di esaminare da più vicino.
Perché che cos’è un essere vivente? Che cos’è una macchina? Ecco delle domande che occorrerebbe porsi al fine di sapere se è possibile trasformare il primo nella seconda, e a quale prezzo.[10] Ma queste domande troppo filosofiche non sembrano interessare il nostro ingegnere che riapprova l’ignoranza e l’incoscienza di tutta la biologia moderna per quanto riguarda la natura degli esseri viventi: per questa scienza -che non sa cosa è un essere vivente e che non vuole saperlo– gli esseri viventi sono delle macchine biochimiche molto complesse; per la biologia sintetica, sono delle macchine troppo complesse, che bisogna quindi semplificare.
Una macchina è costituita da diversi elementi che hanno dei rapporti fissi e determinati una volta per tutte in modo da trasformare i flussi di materia che la attraversano. Cioè quasi l’opposto di un essere vivente, costituito da diversi elementi che hanno dei rapporti che cambiano e che variano in modo da potere non soltanto trasformare ma, soprattutto, da poter incorporarsi a essi stessi, assimilare la materia che attingono nell’ambiente.
La biologia di sintesi vorrebbe così realizzare la quadratura del cerchio: conservare la regolarità e la prevedibilità della macchina avendo in più le capacità di trasformazione e di assimilazione del vivente. La vita sarebbe il motore di questi “sistemi viventi”, la molecola di DNA la macchina utensile di questa “fabbrica biochimica” che è la cellula, e le molecole di interesse industriale il loro prodotto più o meno finito.
La famosa reinvenzione del vivente che vantano è quindi, in realtà, la sua semplificazione, il suo impoverimento, la sua disinvenzione attraverso la sua riduzione –necessariamente mortifera- al funzionamento di una stupida e disciplinata macchina; cioè non a qualcosa di nuovo, ma soltanto a ciò che conosciamo già e incontriamo ovunque nella società capitalista e industriale.

 Standardizzazione industriale
Nel suo articolo, François Képès dettaglia ciò che bisognerebbe razionalizzare e standardizzare per trasformare gli esseri viventi in sistemi viventi secondo i “principi fondatori di ogni ingegneria”. Molto chiaramente, si tratta di creare un nuovo sistema tecnico proprio alla biologia, così trasformata completamente in una tecno scienza.

  • Il “disaccoppiamento della concezione e della fabbricazione” (PLS)

Per il momento, la fabbricazione e la messa a punto dei “circuiti metabolici” –il processo tramite il quale i geni inseriti in un batterio producono poi una molecola desiderata- rimane largamente empirico. I biotecnologi [11] procedono per prove e correzione di errori fino ad ottenere il risultato desiderato.
François Képès ci dice che questo è dovuto a “l’imperfezione dei modelli” applicati a batteri ancora troppo diversificati, come lo vedremo più in avanti. Detto in un altro modo, contrariamente a ciò che gli ingegneri fanno con le macchine ordinarie a partire dalle loro conoscenze delle proprietà fisiche della materia, per far produrre ad un batterio una molecola data, non esiste un modello teorico affidabile che potrebbe indicare, anche vagamente, il modo in cui operare.
La biologia moderna, non sapendo cosa è un essere vivente- qual è la sua specificità in rapporto agli oggetti inanimati che studia la fisica e in confronto alle macchine che questa stessa fisica permette di costruire-, non ha, logicamente, nessun tipo di teoria su ciò che è l’organismo, il come e il perché del suo funzionamento. Le manipolazioni di laboratorio sono quindi in gran parte del bricolage: quando funziona, è per fortuna e, quando non funziona, non si sa nemmeno il perché; i biotecnologi avanzano quindi a tentoni verso ciò che pretendono però essere la loro “padronanza del vivente”.

  • L’”indipendenza del contesto o ortogonalità” (PLS).

Si tratta qui molto chiaramente dell’idea d’intercambiabilità (“modularità” secondo FK) dei “mattoni” genetici (biobricks) impiegati per realizzare i “circuiti metabolici”.
“Nella cellula vivente, le interazioni dei componenti sintetici e cellulari sono difficili da predire o caratterizzare. Un circuito ben caratterizzato in un batterio funzionerà diversamente in un altro ceppo, anche se è simile. […]
La fabbricazione di un oggetto fondato sulla biologia, o ispirata da essa, diventa quindi un processo gerarchico di montaggio di moduli. Idealmente, le proprietà di ogni modulo non dovrebbe dipendere dal circuito sintetico in cui è immerso.” (PLS)
Uno dei caratteri distintivi degli esseri viventi in confronto alle macchine, è la loro individualità: gli esseri viventi non sono tutti identici, nessuno reagisce esattamente nello stesso modo a una situazione per il fatto della loro storia vissuta. Eppure, anche alla scala dei batteri, quest’individualità è un ostacolo per la biologia sintetica.

  • La “standardizzazione dei componenti” (PLS).

Questa standardizzazione è il seguito logico dell’intercambiabilità: è necessaria al fine di automatizzare l’insieme del processo di produzione delle costruzioni biotecnologiche, cioè sia la loro messa a punto nei laboratori sia la loro produzione in scala industriale:
“Si tratta di standardizzare non soltanto i componenti, ma anche i dispositivi e la produzione biologica, senza dimenticare i sistemi ibridi che combinano nanobiologia e nanoelettronica.” (PLS)
In effetti, François Képès deplora amaramente il fatto che la mano dell’uomo mette ancora i piedi nella biologia sintetica: “Oggi, è ancora lo specialista umano che stabilisce questo nodo tra risultati sperimentali e concepimento dell’esperimento seguente. […] Malgrado qualche passo avanti, il concepimento e la fabbricazione di circuiti biochimici sintetici che realizzano le funzionalità desiderate rimane un artigianato specializzato. Come per ogni rivoluzione industriale, la situazione cambierà soltanto quando questa base concettuale e metodologica lascerà la torre d’avorio di alcuni ricercatori molto specializzati per diventare accessibile a numerosi ingegneri.”(PLS)
Sogna il giorno in cui un ingegnere riuscirà a concepire un “circuito metabollico” senza sporcarsi le mani, rimanendo davanti al suo schermo di computer: “Ad esempio, per caratterizzare i suoi micro organismi, [la start-up americana] Gingko Bioworks ha automatizzato il processo completo –una scommessa, in quanto il processo fa intervenire una successione di robot incompatibili. […] Il risultato è un numero ridotto di errori e un migliore controllo della qualità.
Eppure, importanti profitti sono prevedibili se fosse sviluppato un ambiente di concepimento che non soltanto fornirebbe un’interfaccia di alto livello che comanda i robot biomolecolari, ma anche analizzerebbe automaticamente i risultati delle esperienze e la loro riproducibilità. Questa analisi servirebbe a migliorare il prossimo piano sperimentale, anch’esso numerizzato.” (PLS)
Questa standardizzazione industriale del processo di produzione implica ugualmente numerosi progressi nella “modellizzazione matematico-informatica” del comportamento dei sistemi viventi affinché  la concezione teorica dei “circuiti metabolici” possa diventare effettiva.  Qui come altrove nella scienza attuale, ciò che si intende con teoria non ha nulla a vedere con una comprensione dei meccanismi propri al vivente.
L’articolo che precede quello di François Képès in questo dossier ce lo ricordava: si tratta di compilare tutti gli articoli scientifici sui processi fisico-chimici all’opera nella cellula vivente al fine di elaborare un modello matematico che permette una simulazione informatica del suo comportamento. [12]

 Non capire niente, ma asservire
La modellizzazione informatica è l’unico approccio teorico di cui oggi vogliono sentire parlare i scientifici, qualunque sia il loro campo: quella che permette di calcolare e di prevedere. Evita di dover pensare il proprio oggetto nella sua specificità e, quindi, di capire veramente ciò che è e, in seguito, ciò che se ne fa.
Eppure, i nostri biotecnologi non mancano mai di sottolineare che l’approccio che promuove la biologia sintetica “aiuterebbe a capire il vivente fabbricandolo” (PLS): “Costruire un sistema biologico che funziona come previsto è un modo di assicurarsi che si sono compresi i fenomeni sottostanti. In questo senso, la biologia sintetica permette di fare progredire le conoscenze sul mondo vivente.” (PLS)
Ma come sperare di capire qualcosa negando l’esistenza, sopprimendo, distruggendo proprio ciò che si tratta appunto di capire? perché ridurre il vivente a una macchina, è farne qualcosa che conosciamo: qualcosa che funziona “come previsto”, che produce l’effetto che ci si aspetta; e nient’altro. Allorchè ciò che si tratta di capire nel vivente, è precisamente il suo carattere dinamico, imprevedibile e capriccioso; in breve, ciò di cui non sarà mai provvista una macchina, ossia la sua attività autonoma.
Se i biotecnologi come François Képès riusciranno un giorno a fabbricare un “sistema vivente” secondo “i principi fondamentali dell’ingegneria razionale”, non è ad una migliore conoscenza e comprensione del “mondo vivente” che giungeranno, poiché fanno di tutto per semplificarlo, impoverirlo e ridurlo ad una macchina, ma soltanto ad un miglior modo di asservirlo agli imperativi del rendimento industriale e della redditività economica.
In realtà, l’idea che “si capisce meglio ciò che si sa fabbricare” viene dal metodo delle scienze, sviluppato da e per la fisica, lo studio degli oggetti considerati come inerti e morti, e del suo legame molto stretto con la tecnica. Questo metodo ha in effetti come scopo di scoprire le regolarità nei fenomeni della natura, e per questo costruisce dei dispositivi sperimentali che con la misura delle reazioni che comportano e l’analisi matematica permettono di enunciare, in seguito, delle “leggi della natura”.
Ma l’applicazione del metodo scientifico allo studio del vivente genera “l’inadeguatezza cronica dell’essere vivente al suo quadro di investigazione” [13]. Il metodo delle scienze raggiunge qui i suoi limiti: l’essere vivente è troppo complesso e turbolento in tutte le sue innumerevoli forme e manifestazioni per un metodo che reclama l’isolamento e la stabilità dell’oggetto, la riproducibilità delle esperienze, la quantificazione e la matematizzazione dei risultati come condizione di studio e di conoscenza. Occorrerebbe un metodo adeguato allo strano oggetto della biologia che sono gli esseri viventi, ossia un metodo sviluppato a partire da una conoscenza della loro specificità in confronto agli oggetti inanimati studiati dalla fisica e in confronto alle macchine che questa stessa fisica permette di costruire. Ne siamo molto lontani.
Perché la biologia sintetica non cerca assolutamente di capire il vivente così come esiste da 3,5 miliardi di anni, tutto l’articolo di François Képès dimostra bene che si tratta piuttosto di costringerlo a rientrare nei ranghi delle macchine al fine di farlo marciare al passo dell’apparecchio di produzione industriale e dell’economia capitalista.
Quest’idea che “si capisce meglio ciò che si sa fabbricare” è quindi certamente del tutto valida per le macchine ordinarie che sono costruite secondo i principi della fisica, ma occorre ricordare che è stata enunciata in un’epoca in cui lo studioso spesso era lui stesso a volte un po’ artigiano, sia perché le sue ricerche erano condotte da amatore illuminato sia perché era spesso capace di costruire lui stesso i suoi dispositivi sperimentali e le sue macchine, allora molto più semplici e rudimentali di quelle presenti oggi nei laboratori. Era all’epoca in cui la scienza non era ancora della “big science” né una tecnoscienza, cioè un’epoca passata…
È particolarmente comico vedere quest’idea ripresa oggi da un François Képès che esalta un’automatizzazione avanzata della messa a punto dei “circuiti metabolici” e della produzione delle sostanze: quando i biotecnici sono dietro ai loro schermi e che le macchine automatiche fanno tutto il lavoro, cosa rimane alla persona comune in materia di “fabbricazione” e di “comprensione”? Ovviamente niente.
Le macchine, come diceva Marx, sono del « lavoro morto”, vale a dire della conoscenza fissata- nel senso fotografico del termine- nella sistemazione della materia; messa in movimento, questa materia mette in opera questo sapere, ma non lo trasmette a quelli che ne usano i risultati: chi capisce i principi fisici e biologici in gioco quando accende la luce elettrica, usa l’automobile, mangia un piatto surgelato o assorbe una medicina?
L’industria fabbrica sempre di più le cose che ci circondano, e non capiamo meglio questo mondo, tutt’al contrario. Se c’è qualcuno che “capisce fabbricando”, sono le aziende industriali che capiscono ogni giorno meglio come renderci indispensabili e necessari i prodotti che fabbricano facendo sparire le condizioni che prima permettevano di farne a meno. Lontano dal renderci “come maestri e possessori della natura”, la conoscenza scientifica oggi partecipa allo spossessamento sempre più avanzato degli individui a beneficio delle potenze dello Stato, del Mercato e dell’Industria.

 Note:

[1] Pour la science n°440, juin 2014. Questo dossier è composto da tre articoli. Le citazioni tratte dall’articolo di François Képès sono riferite con: (PLS)                .
[2] « François Képès è direttore di ricerca presso l’istituto di Biologia dei Sistemi e di Sintesi (ISSB, Genopole, UEVE, CNRS) e direttore del Programma d’epigenomica a Genopole, a Évry. È professore invitato permanente al Collegio Imperiale di Londra.»        
È anche l’autore dell’opuscolo di 64 pagine, che fa nella volgarizzazione abbastanza volgare, La biologie de synthèse plus forte que la nature? ed. Le Pommier, 2011. Il suo articolo per Pour la science riprende e completa alcuni punti di questo opuscolo.    
[3] Prima di diventare ministro della Ricerca e dell’Insegnamento Superiore per il governo di François Hollande. Si veda il suo ritratto al vetriolo in quanto deputata e aggiunta alla città di Grenoble “Geneviève Fioraso™, l’élue augmentée” in Le Postillon, journal de Grenoble et de sa cuvette n°14, février-mars 2012  .
[4] È il titolo di un capitolo di questo rapporto, realizzato a partire da audizioni pubbliche organizzate dall’Ufficio Parlamentare di Valutazione delle Scelte Scientifiche e Tecnologiche (OPECST) il 4 maggio 2012. Documento in due volumi disponibili in Internet.       
[5] Come possono esserlo il debito dell’acqua di un fiume, il vento o gli animali per i mulini; cf., Chris de Decker, “Des fabriques mues par le vent: histoire (et avenir) des moulins à vent”, Low-Tech Magazine, octobre 2009.  
[6] Produzione di massa che implica anche, all’interno della fabbrica, una disciplina del lavoro che piega la manodopera al ritmo delle macchine, non dimentichiamolo.
[7] Jean-Louis Peaucelle, “Du concept d’interchangeabilité à sa réalisation, le fusil des XVIIIe et XIXe siècles”, revue Gérer et comprendre n°80, juin 2005 (articolo disponible in Internet).
[8] Ken Adler, “L’amnésie des armuriers français, comment une innovation technologique majeure peut-elle tomber dans l’oubli ?”, magazine La Recherche n°308, avril 1998. Le citazioni che seguono sono tratte da questo articolo    
[9] Ciò che è già il caso da millenni nella trasformazione di numerosi alimenti da parte dell’uomo: pane, formaggio, birra, ecc.            
[10] Per una riposta a queste domande, si veda: Bertrand Louart, Le vivant, la machine et l’homme, le diagnostic historique de la biologie moderne par André Pichot et ses perspectives pour la critique de la société industrielle, 2013 (64 p.). Opuscolo disponibile su richeista e in Internet.
[11] Ragionevolmente non si possono qualificare come biologi questi “scientifici” che spesso si presentano essi stessi come dei tecnici o degli ingegneri del vivente.            
[12] Markus Covert, “Simuler une cellule vivante”, Pour la science n°440, juin 2014.     
[13] Gérard Nissim Amzallag, La raison malmenée, de l’origine des idées reçues en biologie moderne, CNRS éditions, 2002.

 

Appello degli scimpanzè del futuro

Traduzione dal francese
Qui Pièces et Main d’oeuvre Ecco un appello degli scimpanzé del futuro
Fratelli umani, sorelle umane, Avrete già sentito parlare del transumanesimo e dei transumanisti; di una misteriosa minaccia, un gruppo di fanatici, una società di scienziati e di industriali, discreta e potente, la cui trama occulta e l’obiettivo dichiarato consiste nel liquidare la specie umana per sostituirla con una specie superiore, “aumentata”, di uomini-macchine. Una specie che sarà il risultato dell’eugenismo e della convergenza di nanotecnologie, biotecnologie, neuro-tecnologie e degli immensi progressi della scienza.
Avrete già sentito parlare dell’ultimatum, cinico e provocante, di questo ricercatore in cibernetica: «Ci saranno delle persone impiantate, ibridate, e queste domineranno il mondo. Le altre che non saranno come loro, non saranno tanto più utili delle nostre vacche che vengono tenute al pascolo»; o ancora: «Le persone che decideranno di restare umane e rifiuteranno di migliorarsi avranno dei seri handicap. Costituiranno una sotto-specie e saranno gli scimpanzé del futuro». E vi sarete già chiesti se bisogna prendere sul serio queste sbruffonate oppure se si tratta solamente di fantascienza, di un modo ampolloso di esprimere l’orgoglio tecnocratico. Purtroppo il pericolo è reale e l’Umanità si trova ad affrontare un tentativo di estinzione, fomentato da una fazione egoista, implacabile e onnipotente, stanca di condividere ciò che resta di questo mondo con delle masse di bocche inutili e sempre più numerose.
Come siamo arrivati a questo punto, e cosa dobbiamo fare ?
All’inizio c’erano i poeti. Rimbaud: «Ho creato tutte le feste, tutti i trionfi, tutti i drammi. Ho cercato di inventare nuovi fiori, nuovi astri, nuove carni, nuove lingue. Ho creduto di acquisire poteri sovrannaturali. Ebbene! devo seppellire la mia immaginazione e i miei ricordi! Bella gloria di artista e di narratore andata in malora!» Ducasse: «È un uomo, una pietra oppure un albero quello con cui inizia il quarto canto». Poi gli artisti futuristi, francesi, italiani, sovietici: Marinetti, Majakovskij, Apollinaire e molti altri, cantori della violenza e della velocità; trombettieri e superstiti della Grande Guerra industriale e mondiale, esaltavano la tecnologia come vero mezzo per “cambiare vita” e “trasformare il mondo”. Dichiararono guerra alle anticaglie poetiche, al sole e alla luna; glorificarono gli aeromobili, le dighe, i motori, l’elettricità, il Titanic, le Metropolis, le armi blindate, gli stadi giganteschi. E i robot, le masse meccanizzate. Contribuirono alla diffusione dei due grandi movimenti dell’epoca: la tecnologia e il totalitarismo. Due movimenti convergenti. Due aspetti di uno stesso movimento di ingegneri degli uomini e delle anime, che mirano a fabbricare l’uomo nuovo, dall’Übermensch nazista all’uomo d’acciaio comunista passando per ogni sorta di superuomini e di Supermen, per approdare al cyborg; all’uomo bionico dei laboratori transumanisti, “ibridato” con impianti e interfacce. Negli anni trenta il nazional-rivoluzionario Ernst Jünger criticò il razzismo biologico e volgare dei nazional-socialisti, contrapponendogli l’avvento di un nuovo tipo di umanità: Il Lavoratore, in ceco il robot.
Questi progressisti su un piano tecnologico sono dei regressisti su un piano sociale e umano, partigiani della peggiore regressione sociale e umana; quelli che comunemente sono chiamati reazionari. Nazismo, fascismo e comunismo hanno dovuto soccombere solo di fronte a un sovrappiù di potenza tecnoscientifica degli Stati Uniti. Ma l’essenza di questo movimento, la volontà di potenza tecno-scientifica, si è reincarnata e diffusa indossando nuove casacche politiche. Ed è sempre florido il laboratorio da cui è fuggita la creatura immonda. A partire dal 1945 Norbert Wiener mise a punto la cibernetica, la
“macchina per governare” e la “fabbrica automatizzata”, che oggi IBM impianta con il nome di pianeta intelligente. Ovvero un formicaio tecnologico pervasivo, con i suoi ingranaggi e le sue connessioni, i suoi insetti social-meccanici che già un tempo si auto-definivano degli zoon politikon, degli animali politici.
Secondo i transumanisti e i collaborazionisti della macchina, l’uomo è l’errore. L’umano è debole e imperfetto, l’umano è finito. L’umano è la loro vergogna. Essi aspirano alla perfezione, al funzionamento infallibile e all’infinità del sistema tecnologico; a fondersi in questa totalità autonoma. I transumanisti trovano sostegni dappertutto. Si esprimono attraverso programmi radiofonici e nei giornali di riferimento. «L’uomo aumentato è in arrivo già domani», come proclama un settimanale cittadinista che si rallegra per il fatto compiuto. «Un altro transumanismo è possibile», dichiara l’Associazione transumanista francese. Il progresso non si può arrestare e la sinistra è a favore del progresso. Essere di sinistra significa rivendicare il diritto e i mezzi di ibridazione uomo-macchina per “tutte e tutti” e l’eugenismo come servizio pubblico, nuova branca della sicurezza sociale.
Ciononostante, noi scimpanzé del futuro non abbiamo ancora perso e la macchina non ha ancora vinto. Quella per l’Umano è una battaglia in corso fintanto che non lo si abbandona, e non lo si abbandona fintanto che pensa a delle cose e le esprime con una parola. Dare un nome a una cosa significa formare un’idea, e le idee hanno conseguenze inevitabili. Dobbiamo conservare le parole e chiamare le cose con il loro giusto termine. Dobbiamo creare delle idee assieme alle loro inevitabili conseguenze.
I transumanisti hanno un’idea sola: la tecnologia. Noi, scimpanzé del futuro, abbiamo una sola tecnologia: le idee. E le idee sono più attive, più rapide, più performanti di qualsiasi tecnologia; più veloci e potenti di Internet e dell’elettricità.
Noi diciamo: il transumanesimo è nazismo in ambito scientifico. Ed è questo tecno-totalitarismo, questo “fascismo” dei giorni nostri che combattiamo, noi animali politici: e vi chiediamo aiuto.
Salviamo le parole. Distruggiamo le macchine.

Pièces et main d’oeuvre – Grenoble, 5 novembre 2014.