Questa tecnologia rappresenta l’apice del controllo dei processi biologici dalla nascita alla morte e della manipolazione degli organismi viventi: sottoposti alla tecnica dell’ingegneria genetica diventano oggetto di sperimentazione per la ricerca scientifica e nuova merce per soddisfare gli interessi delle multinazionali dell’agri-business e chimico-farmaceutiche.
Le biotecnologie comprendono una varietà di tecniche: tecnologia del DNA ricombinante, terapie genetiche, che implicano la manipolazione di organismi viventi (compresi colture di cellule e tessuti) fino alla loro clonazione. I ricercatori nei loro laboratori ingegnerizzano dai microorganismi, alle piante, animali fino a mappare geneticamente interi ecosistemi grazie anche alle sempre più potenti tecnologie informatiche.
Dalla pannocchia di mais fino alla linea germinale umana, niente sfugge dall’assalto al vivente dell’ingegneria genetica. Questa porta una distruzione irreversibile della biodiversità, di antichi saperi e un immenso potere sul controllo delle sementi e della produzione alimentare mondiale. Le monocolture ogm e la selezione genetica vengono imposte prima nei campi e negli screening genetici, per poi diventare l’unico modello di esistenza possibile.

Attraversamenti postumani antipecisti

“La tecnica integra tutto, evita gli urti e i drammi: l’uomo non è adatto a questo mondo d’acciaio, la tecnica lo adatta. Ma bisogna anche notare che nello stesso momento, per fare ciò ella cambia la disposizione di questo mondo cieco perchè l’uomo possa entrarci senza ferirsi negli spigoli e senza provare l’angoscia di essere destinato all’inumano”
Jacques Ellul

C’è una soglia, superata la quale perdi il contatto con le conseguenze del tuo pensiero sul mondo…

Scorro, mi soffermo, cerco di addentrarmi nelle tesi di Rosi Braidotti in “Il postumano – La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte” e la metofara del cyborg di Donna Haraway come rappresentativi di tendenze pericolose che hanno trovato spazio in un antispecismo accademico, pericolose perchè fuoriescono da questa nicchia e si riversano sui contesti e le situazioni di movimento, e sono in grado di scavare solchi profondi e imprimerci un ben preciso modo di percepire, sentire, considerare, analizzare il presente nella sua espressione più performativa e totalizzante della tecnologia, delle tecno-scienze, del rapporto con le macchine. Se queste tentenze prenderanno forma il rapporto con il tecno-mondo non potrà più diventare conflittuale.

Antispecismo può voler dire tutto e, se la tendenza sarà quella di affiancarsi agli sviluppi tecnologici, sicuramente non sarà l’antispecismo a cui potrò fare riferimento nel considerarlo un contributo nella lotta di liberazione. Sarà solo da respingere.

Sicuramente mi rendo conto che si parte da presupposti diversi oppure anche con una comprensione di ciò che sono e rappresentano gli sviluppi delle tecno-scienze se alla base non c’è una forte critica anti-tecnologica si può arrivare a guardarli con entusiasmo. Se alla base non c’è un rifiuto totale dell’artificializzazione del vivente e un rifiuto della modificazione degli organismi, nel cammino si può fare confusione e confondere un opporsi alle categorie di genere e una libertà con la ingegnerizzazione e potenziamento del corpo.

“La svolta postumana è percepita come felice opportunità di decidere cosa e chi possiamo divenire, una possibilità unica per l’umanità di reinventarsi in senso affermativo. La prestazione sovraumana di Bolt ha ampliato i confini di ciò che il corpo umano è in grado di raggiungere. Rimane da capire se questi confini finiranno per rappresentare un ostacolo fisiologico attraversando e mischiandosi insormontabile, un limite autoimposto dalla collettività o la soglia di cambiamenti potenziali dei nuovi corpi a venire.

Pistorius è stato il primo essere umano potenziato a correre su arti artificiali di carbonio.

I confini e i limiti dei nostri corpi devono divenire oggetto di discussione collettiva e di decisione da parte delle istituzioni della politica e della società civile.

È inquietante, ma anche esilarante confrontarsi quotidianamente con cambiamenti vertiginosi, con l’immensità di nuovi orizzonti.

Umane, troppo postumane, tutte queste estensioni e queste protesi che i nostri corpi sono in grado di sostenere sono già qui e qui resteranno. Stiamo andando al passo con i nostri sè postumani, o vogliamo continuare a indugiare in una cornice teorica e immaginativa sospesa e confusa rispetto all’ambiente reale in cui viviamo? Questo non è il mondo nuovo alla Huxley, vale a dire una versione disutopica del peggiore degli incubi modernisti. Non è neppure il delirio transumanista della trascendenza dai corpi umani attuali. Questa è la nuova situazione in cui siamo immersi nell’immanente hic et nunc del pianeta postumano; uno dei possibili mondi che ci siamo costruiti. E dal momento che esso è il risultato dei nostri sforzi congiunti e dell’immaginario collettivo, è semplicemente il migliore dei mondi postumani possibili.”

A una prima lettura potrebbero sembrare pensieri di un fanatico della Silicon Valley, di Ray Kurzwell, di Gregory Stoch o per una pubblicità dell’IBM del migliore dei mondi possibili, ma invece no, sono stralci dal libro “Il postumano” di Rosi Braidotti.

È certamente più facile criticare e mettere in luce i deliri dei transumanisti, più difficile è scorgere ciò che attraversa e si mischia con contesti antispecisti.

C’è una linea, bella netta, di demarcazione tra noi e chi costruisce e difende questa società. C’è solo da scegliere da che parte stare. Sicuramente chi sta nelle aule accademiche o in qualche ricerca alternativa si tiene ben salda a quella posizione e difficilmente la metterà a repentaglio, come non metterà a repentaglio la propria tranquilla esistenza.

Questo mondo non lo abbiamo costruito collettivamente, ce lo hanno imposto o meglio hanno creato le condizioni per farcelo desiderare… e non è il mondo che tutti vorremmo, dallo sguardo di chi può permettersi il lusso di pensare a come creativamente potremmo divenire postumani non così entusiasticamente la penserebbero le donne indiane che affittano l’utero, le popolazioni a cui espropriano le terre per estrarre minerali rari per l’Ipod di ultima generazione, gli animali tutti con effetti cancerogeni della diffusione di nanoparticelle, non penso proprio che per loro sarà il miglior mondo possibile… e non c’è proprio nulla di esilarante in tutto questo. Nessuna cornice teorica o confusa, anzi, con ben in mente le conseguenze delle tecno-scienze, ce n’è di marcio prima di arrivare alla transizione postbiologica dei transumanisti…

Constatare che siamo pervasi dalla tecnologia e circondate da protesi tecnologiche e che alcune di queste probabilmente le innesteremo nel nostro corpo non equivale ad eccettare questo stato di cose.

Umano, troppo umano, l’uomo nuovo si sviluppa nel peggiore degli scenari possibili…

Ecco ciò che, per Rosi Braidotti, dovrebbe caratterizzare il soggetto postumano: nuova prossimità con gli animali, e qui il cavallo di Troia antispecista, la dimensione planetaria, gli alti livelli di mediazione tecnologica. Una tecnologia intesa sia come una protesi sia come un innesto nel corpo.

Un sè incarnato, relazionale ed esteso in una mutua dipendenza tra corpi e tecnologia, una fusione tra umano e tecnologico. Un “divenire macchina” che crea nuove soggettività. (Rosi Braidotti)

La natura dell’interazione umano-tecnologico si è spostata verso l’indeterminatezza dei confini tra generi, le razze e le specie. Quali sono le conseguenze del fatto che l’apparato tecnologico non è più sessualizzato, naturalizzato e razzializzato, ma ibrido, interconnesso, nel momento in cui la transessualità è il topos postumano per eccellenza? Se la macchina è capace di autogestione e transessuale, il vecchio organico corpo umano necessita di essere collocato altrove. Un capitalismo post-genere… (Rosi Braidotti)

Uno slittamento delle linee di demarcazione e delle categorie ontologiche tra organico/inorganico.

Dall’era industriale all’era elettronica dalla metafora della macchina arriviamo alla metafora tanto cara alla Haraway, del cyborg. Una metafora che si incarna. Che ha un peso. Che ha conseguenze. I cyborg non comprendono solo i corpi high tech dei piloti militari o degli atleti, ma anche le masse enormi del proletariato digitale che nutre l’economia globale. (Rosi Braidotti)

Un mondo cyborg potrebbe comportare il vivere realtà sociali e corporee in cui le persone non temano la loro parentela con macchine e animali insieme, scrive Donna Haraway nel Manifesto Cyborg. Haraway legge nella tecnologia potenzialità radicali di cambiamento e la considera come uno strumento di liberazione. Il/la cyborg è figura centrale della sua teoria, proprio in quanto ibrido di macchina e organismo che consente di superare le dicotomie tra umano e meccanico, natura e cultura, maschile e femminile, normale e alieno, psiche e materia. Il/la cyborg come metafora centrale del soggetto per un superamento del genere: è una creatura in un mondo post-genere, libera dal sessismo, non condizionata dalla riproduzione sessuale biologica e dalla famiglia nucleare, una figurazione della soggettività capace di nuove forme di interazione e comunicazione.

Il limite dei corpi non deve per forza coincidere con la pelle. Il/la cyborg è un aspetto, positivo, della nostra nuova incarnazione. “Noi possiamo essere i responsabili delle macchine, loro non ci dominano né ci minacciano; noi siamo i responsabili dei confini, noi siamo loro(Manifesto Cyborg).

Oggi possiamo vedere una prolifera interconnessione tra antispecismo, femminismo e teorie queer. Spingendo all’estremo l’indeterminatezza e l’ibridismo possiamo arrivare a non saper più collocare il nostro corpo guardando alla “macchina libera dal sessismo e transessuale”. Decostruire e scardinare le differenze tra specie e le categorie di genere non vuol dire prendere come modello la macchina, il/la cyborg perchè fuori da queste categorie. Perchè arrivare a includere la dimensione tecnologica?

Una fobia del corpo biologico come sinonimo di catene, costrizioni e non libertà. Mi chiedo quale libertà si può fondare negando le nostre origini -non biologiste- ma semplicemente naturali, animali, fatte di carne e non artificiali. Una fobia della natura che arriva a negarla, la natura non esiste, “è solo una costruzione per reprimere il diverso, è reazionaria”. E così, al di fuori dalla natura diventiamo macchine, anzi lo siamo già, “perchè in fondo siamo già soggettività ibride”. Nessuna libertà, solo gabbie invisibili, gabbie che nell’indeterminatezza rinchiudono e reprimono ciò che resta di selvatico e naturale. Gabbie che vanno a fondersi e confondersi con quelle del potere.

Stiamo superando e oltrepassando il confine che distingue l’umano dall’inumano.

Troppe cose sfumano, diventano indefinite. Manteniamo invece belle nette queste linee di demarcazione tra organico/inorganico, carne/metallo, circuiti elettronici/sistemi nervosi.

Dovremmo forse essere entusiaste delle nuove frontiere della biologia sintetica e delle neuroscienze?

Siamo corpi, carne del mondo, fondere l’umano e la macchina in una nuova soggettività porta a chiuderci nell’universo artificiale delle macchine. Apre le porte a un’unica dimensione totalizzante, dove l’uomo diventerà perfettamente integrato nel sistema tecnico e adattato alle sue nocività, dove il solco della resisitenza si assottiglierà sempre di più…

Siamo animali, abbiamo dei limiti, siamo mortali. Il nostro corpo non è da potenziare o ingegnerizzare. Nulla di religioso in questo, solo l’avversione a un sistema tecnico che penetra nelle nostre vite, che mercifica gli stessi elementi vitali.

Perchè diventare postumani? Lasciamo ai transumanisti questa parola, non facciamola nostra, sarebbe un grave errore. Non abbiamo bisogno di questo. Semmai dovremmo solo riscoprirci animali e parte della natura. La nostra animalità annichilisce e scompare con il mondo-macchina.

Il resto sono solo filosofeggiamenti di chi ha il tempo per farli senza porsi l’urgenza di combattere questa società. Perchè forse, in fondo, ci sta anche bene. Perchè forse dovremmo ribaltare e mettere in discussione la nostra vita. E così si diventa utili a chi dovremmo combattere, si diventa portatori delle stesse istanze di questo sistema in chiave alternativa condannando gli estremi transumanisti, ma facendo proprio il suo gioco. Il potere critica gli stessi suoi eccessi e contraddizioni e sempre di più cerca di darsi una facciata democratica: quali migliori alleati.

E allora non stupiamoci se proprio dei transumanisti potrebbero diventare dei nostri interlocutori, e se il miglioramento e potenziamento degli animali viene difeso in nome della protezione animale. Il transumanista Hughes che si è espresso contro l’antropocentrismo promuove l’utilizzo delle nanotecnologie e dell’ingegneria genetica per gli animali. E non deve stupirci se l’unica critica posta ai transumanisti sia il fatto che la ricerca scientifica che promuovono poggia sulla sperimentazione animale. (Da “Animal Enhancement: un fututo incubo per gli animali da allevamento? In Animal studies Rivista italiana di antispecismo, numero 1 Novembre 2012)

Se allora grazie alla tecnologia fossero superati gli esperimenti su animali, l’impero tecno-scientifico sarebbe condiviso? La ricerca sarebbe condivisa? Con questi presupposti da alcune/ si…

Le macchine sono considerate capaci di autopoiesi, intelligenti e generatrici: caratteristiche che portano all’alterità e soggettività. L’autopoiesi delle macchine ci indica che la tecnologia è un luogo del divenire postantropocentrico, una soglia per altri mondi possibili. (Rosi Braidotti)

Per Rosi Braidotti la pecora Dolly clonata, figura ideale della nuova relazione postantropocentrica umano-animale, si situa inoltre oltre le dicotomie di sesso del sistema binario e patriarcale di parentela. Come Dolly l’oncotopo è “un sempre-vivo che inquina l’ordine naturale perchè non nasce ma si fabbrica”. Esso è “un apparato tecno-teratologico che interferice con i codici prestabiliti e destabilizza e ricostruisce il soggetto postumano”.

Mi chiedo quale sia la perversione mentale che può definire “relazione postantropocentrica umano-animale” quando stiamo parlando di selezione, transgenesi, clonazione. Quale perversione mentale che vede in Dolly un qualcosa che scardina le categorie di genere. Non interferisce per nulla con i codici prestabiliti, ma ne crea altri e di più mortiferi. Non dovrebbero destabilizzarci questi viaggi pindarci, ma il suo essere diventata realtà.

Non ha senso porsi la domanda di come poterci relazionare a queste “nuove soggettività” o quali vincoli affettivi potremmo scoprire. Queste sono aberrazioni e non dovrebbero semplicemente esistere.

Riflettere sulla soggettività delle macchine supera gli stessi promotori delle tecno-scienze.

Che cos’è la vita? Cosa caratterizza gli esseri viventi? Viene sviluppato negli anni ’70 da Maturana e Varela, neuroscienziati, il concetto di autopoiesi per rispondere a queste antiche domande mai risolte. Ogni macchina autopoietica capace di autorganizzazione, da cui deriva la riproduzione e l’evoluzione, è un essere vivente. Ritorna la vecchia idea degli esseri viventi come macchine tanto cara a Cartesio. Delle macchine viventi. Cosa ci distinguerà allora da un ammasso di circuiti in silicio?

Una necessità di regolamentare la manipolazione del Dna non può significare porre dei limiti alla ricerca scientifica. Allo stesso tempo l’elaborazione di una etica pubblica sul postumano deve evidenziare il lato oscuro, cioè la riduzione del corpo a merce che può essere scomposta, smembrata, venduta e riassemblata secondo rapporti di potere che vede sempre dei dominanti e dei dominati. Anche in questo caso, però, non possono essere posti dei limiti alla autodeterminazione del proprio corpo.

Nuove rivendicazioni etiche, un’etica sostenibile delle trasformazioni in una nuova democrazia tecno-scientifica.

Rifiutare le tecnologie non porterebbe molto lontano, meglio allora impegnarsi in un lungo processo etico che riguarda nuovi sistemi di parentela, nuove connessioni con l’alterità animale e tecnologica. (Rosi Braidotti)

Oltre al fatto che partiamo da presupposti diversi e da un’idea di mondo diversa, non è questione di porre un limite alla ricerca, non può esistere un limite a ciò che per sua stessa natura e costituizione è già in sè controllo e dominio sul vivente. Il lato oscuro che viene identificato non è semplicemente l’altra faccia di una medaglia, è parte costitutiva di essa.

È oscuro solo perchè sono lontani dai nostri occhi le sue conseguenze mortifere, ma basta spostarsi un pò. Decentrarsi.

Nei cavi e circuiti d’acciaio e di carbonio scorre alienazione e dominio, ancora prima della fusione con la macchina tanto agognata dai transumanisti si sono interiorizzate le logiche del sistema.

In nome della libertà di scelta si crea un contesto in cui non si potrà fare altrimenti, in nome della libertà si celano abomini. La libertà di ricorrere alla procreazione artificiale nasconde tecniche di selezione embrionale che gettano le basi della creazione del bambino perfetto, la libertà di un mondo intelligente è un’immensa gabbia, così grande che sfuma e diventa trasparente, una gabbia di desideri e bisogni indotti, di atrofizzazione del pensiero. Una parte del mondo antispecista dalle proprie poltrone disquisisce su nuovi sistemi di parentela tra noi, gli altri animali e la macchina; su una cosa han visto giusto: miliardi di persone (totalmente insensibili verso l’altro animale) sono già aperte e interconnese con le protesi tecnologiche.

Non è possibile pensare una nuova etica all’interno degli imperativi della mega-macchina.

Anche se la lotta a questo tecno-mondo non porterebbe molto lontano, anche se ovviamente non riusciremo ad abbatterlo, questo non vuol dire rassegnarsi. Il punto è che non è stato preso in considerazione un lottare contro tutto questo perchè si vuole essere agenti del cambiamento proprio in questa direzione, sperando di smussare gli spigoli, ritagliandosi una voce importante e di riferimento nel nuovo capitolo epocale. Intanto mentre si pensa al lungo processo etico, nel mentre, i disastri diventano la normalità con cui convivere e miliardi di sommersi dall’impero tecnologico sono lontani dal nostro sguardo.

Questo animale è sempre presente ma ad afferrarlo sfugge, di fatto si fà sempre riferimento a un animale selezionato per le caratteristiche funzionali all’allevamento, di un animale ingegnerizzato e clonato per la sperimentazione animale, di un animale addomesticato… Dov’è l’Animale in tutto questo? Non è afferrabile da queste analisi, è ciò che rimane di selvatico e indomito, sia nelle resistenze alla reclusione e all’addomesticamento, sia nelle vite libere che man mano spariscono sotto i colpi della civilizzazione. Una vera parentela con questo animale è niente di più lontano di una parentela con la macchina.

O forse semplicemente preferiamo un antispecismo dagli hamburger artificiali…

Del tecno-mondo noi non ne saremo mai complici. Nelle vene scorre ancora lo spirito indomito e selvaggio, refrattario, che urla e strepita, che vive e combatte…

Silvia

“Non lo sai tu ancora? Getta dalle braccia il vuoto
dentro a quegli spazi, che noi respiriamo, così che magari gli uccelli
sentano l’ampliata aria con più intimo volo.”
Rilke

Da L’Urlo della Terra, numero 5

Verso una stagione di consenso biotech?

La conflittualità del sistema capitalista, che ha nella guerra alla libertà e al vivente il suo dispositivo quotidiano, si legittima in se stessa e nella valutazione del suo stato di necessità, visto che una conflittualità “necessaria” si tramuta in “mano invisibile”, cioé in meccanismo autoregolante e dispensatore di merito e valore.
Conflittualità è però una parola che spaventa; e poiché viviamo l’epoca in cui si afferma che abbia senso solo ciò che sta dentro lo spazio del mercato e poiché anche le istituzioni guardano similarmente alle persone come utenti e consumatori, che per consumare devo essere sereni e ottimisti, la complessità di questa parola viene tradita e la galassia di suoi significati viene traslata in ambiti semantici quali competitività, intesa come sistema, e competizione, intesa come tipica pratica interna a quel sistema. Ambiti che vogliono essere più morbidi e tranquillizzanti, che avvicinano a immagini sportive in cui ci si riconosce e si propone un fair play altrettanto riconosciuto, in cui si parte dalla stessa linea e alla fine ci si abbraccia e ci si complimenta; ambiti le cui architetture vogliono avere profili sicuri e sguardi al futuro e al progresso. Ambiti, in altre parole, che negano la realtà del sistema nella sua reale violenza e disparità, in cui vige e ci si nutre di volontà usurpatoria, di esodi forzati, di fame altrui e di morte. La potenza del conflitto, dunque, si stempera e si riduce nei gesti della competizione.
Competitività e competizione, per come li abbiamo descritti, legittimano la ricerca di accumulazione di capitale come unico obiettivo e diventano le forze che allargano i confini dello spazio d’azione del mercato, sia in senso geografico che in quello chimico-fisico, assumendo la ricerca di conoscenze e saperi come vettori su cui salire e farsi trasportare a piacimento. L’intensità e la potenza di questi vettori possono mutare nel corso nel tempo e ciò che finora ha suscitato attriti e resistenze potrebbe trovare strade maggiormente percorribili in futuro. E’ il ragionamento che viene fatto ogni giorno nelle sedi di ogni azienda e in ogni sede politica. E quando non si esprime in termini economici oggi si può esprimere in una sola altra parola: consenso.
Quello che in questo articolo proviamo a mettere sinteticamente in luce è dunque come, articolati come abbiamo fatto i termini di competizione e competitività, il consenso, metro di misura della accettabilità e vendibilità di un prodotto, di una proposta o banalmente di un politico, sia oggi una variabile altrettanto importante nell’ambito dell’industria, del mercato, della ricerca e delle applicazioni biotecnologiche e come questa variabile, essendo soggetta a mutamenti, si possa manipolare, prevedere e indirizzare.
Essa significa accettazione a fini sociali ed economici. Una sua assenza è un elemento rischioso per chi ha cariche di potere.
Serve però una specifica: il consenso ha una duplice veste. Un consenso vissuto come attivo si trasformerà e porterà alla resistenza, alla partecipazione e all’azione, anche quando da consenso si passi a esprimere dissenso; un consenso vissuto come passivo porterà alla delega oppure al silenzio e alla rassegnazione. Il consenso di cui qui specificatamente si parla e si critica radicalmente è il consenso che delega a una scienza antropocentrica basata sul controllo del vivente e ai suoi interpreti nella società il senso della relazione tra esseri umani, tra esseri umani e animali non umani e tra esseri umani e ambienti. Una delega che legittima tutto e allarga i confini della bramosia umana, rendendoci tutte e tutti implacabilmente più schiavi.
Volendo parlare di biotecnologie e consenso la vicenda degli OGM in Europa è paradigmatica: gli OGM hanno trovato diverse strade sbarrate in questi anni avendo un consenso basso e resistenze alte e socialmente trasversali. Tentativi di portare direttamente in agricoltura e sulle tavole di casa alimenti OGM sono falliti per le numerose e diversificate azioni di protesta messe in atto direttamente da persone che si sono sentite e si sentono intimamente toccate e minacciate da queste tecnologie. Loro e con loro gli ambienti e chi li vive. Hanno cioé interpretato la loro capacità d’azione in modo attivo.
Le istituzioni hanno recepito parzialmente e con modalità loro proprie e, anche per pressioni a carattere lobbista, hanno lasciato spiragli in cui periodicamente i medesimi settori biotech e OGM provano a inserirsi. Dunque la battaglia non è affatto vinta ed è tuttora in corso.
Ma poiché il sistema tecnoindustriale ha trovato nel controllo del vivente e dell’estremamente piccolo un metodo per ricostruirsi dalle fondamenta1 oggi gli OGM non possono essere più considerati l’avanguardia biotech, se mai lo sono davvero stati. A questi oggi si sono affiancate ricerche e applicazioni già operanti in molteplici settori industriali, agricoli, zootecnici e sanitari, spesso nel silenzio completo per il timore di dover rivivere e subire fenomeni di contrarietà e dissenso già sperimentati con gli OGM. Parallelamente, però, verso questi settori la percezione del pericolo di buona parte della popolazione è bassa. Ricerche e letteratura attestano che si accetta con maggior grado di fiducia e apertura un involucro biotech che fa parte della filiera del controllo di qualità del cibo, che potrebbe comunicare lo stato di conservazione di un determinato prodotto, piuttosto che un qualunque alimento che poi si dovrà ingerire2. Parallelamente gli ambiti della salute e della ricerca medica sono quelli che trovano un più alto consenso tra le popolazioni umane a scapito di molte altre popolazioni -umane e non umane- che la subiscono nei laboratori e nelle loro aree di vita. E’ difficile non pensare a queste biotecnologie per la salute, le cosidette red biotech, come a un fortino da cui partono le incursioni per la conquista di nuove zone in cui la ricerca e le sue applicazioni si dotino di agibilità e consenso.
Una questione che apre scenari di riflessione incentrati sulla intimità del proprio corpo e sull’utilitarismo al cui altare sacrifichiamo vite altrui; e che ci costringe a riflettere sulla complessità del fenomeno biotech, sulla sua pervasività e sulla assenza di capacità critica che sappia estrapolare da un singolo fenomeno una considerazione generale.
Restando nell’ambito della costruzione del consenso, buona parte degli sforzi del settore biotech e dei suoi partner si è indirizzata alla creazione di tipologie di pubblico più dialogante e fiducioso, se non favorevole: da un lato si ricerca una opinione pubblica in sintonia con la ricerca scientifica e le sue applicazioni, dall’altro si presenta una scienza “buona”, indirizzata alla risoluzione di problemi sociali, sanitari e ambientali.
In un documento governativo italiano del 2005 che tratta il tema delle biotecnologie si riportano suggerimenti in merito alla necessità di “facilitare la comprensione” al di là di quelli che vengono ritenuti pregiudizi antiscientifici; e si sottolinea come sia “in età scolare che prendono forma pensieri e convincimenti”3. Perché attendere l’età adulta quando si può agire su menti plasmabili come quelle dei bambini e delle bambine? Oppure quelle di giovani studenti e studentesse, probabilmente appassionati della materia di studio? Una domanda che si sono poste diverse università scientifiche in questi ultimi anni, stando al crescente numero di corsi o di argomenti di corso incentrati sulla comunicazione scientifica, sulla sua efficacia e sulla sua capacità di annichilire in un dibattito, ad esempio, attivisti e attiviste che attentino al ruolo salvifico della scienza.
E dunque in questa direzione la galassia della ricerca e dell’industria si sta muovendo. Cercare il coinvolgimento di scuole e studenti, dentro e fuori le aule; organizzare incontri tra imprenditori, aziende e istituzioni nazionali e internazionali; stendere programmi condivisi con eventi che uniscono capitali europee e realtà di provincia; aumentare la propria presenza in ambiti pubblici o sui media, dalle piazze alla tv alla radio all’editoria: stando ai comunicati e alle pagine web sono queste alcune delle iniziative che in questi e nei prossimi mesi verranno messe in campo dalle associazioni biotech e di ricerca industriale. Un calendario fittissimo di azioni a ventaglio per una strategia chiarissima: ottenere quel consenso e quella legittimità che bramano per poter rivendicare il ruolo di protagonisti in questa fase di gestione della crisi e di rifondazione e rilancio capitalista.
Senza dimenticare che in questo periodo EXPO2015 ha un ruolo da protagonista, per il palcoscenico che ha, nella strategia che mira a sdoganare la ricerca e le applicazioni biotech, nanotech e ad alto contenuto di tecnologia.
E se le tematiche di ricerca si moltiplicano e si avviluppano e se le loro applicazioni entrano nei processi industriali e commerciali con una curva di crescita geometrica è perchè la competizione e il consenso in specifici settori offrono a ricercatori, vivisettori e a chi li paga grandi spazi di azione e ampi gradi di libertà.
Se dunque il loro fronte sta avanzando e una nuova stagione biotech potrebbe essere imminente, le numerose giornate organizzate attorno al biotech devono essere un campanello d’allarme e uno stimolo all’azione.

un gruccione, settembre 2015

1“Nanotecnologie, la pietra filosofale del dominio”, AAVV, Il Silvestre 2011
2“Quando il cibo è nano – la tecnologia servita a tavola”, Luca Leone, Mattioli 2015
3 http://www.governo.it/biotecnologie/documenti/3.comunicazione.pdf

Da L’Urlo della Terra, numero 3

Azioni recenti in Svizzera contro gli OGM e il loro mondo

2 dicembre 2014
Attacco con vernice contro l’Istituto di Biologia Vegetale dell’università di Zurigo, responsabile dello sviluppo di grano geneticamente modificato per resistere allo oidio.

aprile 2015
Scritta «Affameurs dégagez 21.04 = boum» (affamatori sloggiate 21.04 = boum) vergata sull’edificio di Monsanto a Morges (VD), la sede europea e per il medioriente della multinazionale. La scritta è apparsa pochi giorni prima di un corteo contro il summit sulle materie prime a Losanna.

maggio 2015
Attacco con estintore e petardi con vernice e spray contro l’edificio di Monsanto a Morges.

19 maggio 2015
Attacco con vernice contro la Dupont a Ginevra e, la stessa notte, scritte contro Monsanto sui muri della città di Morges: «Monsanto deruba e uccide i-le contadini-e del pianeta», «Monsanto = affamatori, Morges = collaboratori», «No all’appropriazione sul vivente», «Monsanto non paga le imposte, perchè voi si?»…

23 maggio 2015
Giornata mondiale «March against Monsanto»: 4000 persone manifestano tra Basilea, Berna e Morges.

14 giugno 2015
Scritta «Monsanto sloggia e crepa nei tuoi veleni» presso la stazione di Morges e davanti lo stabilimento di Monsanto.

22 agosto 2015
Manifestazione pacifica di 200 persone contro il campo sperimentale securizzato di Reckenholz, a Zurigo.

SETTIMANA DI AGITAZIONE CONTRO LE TECNOSCIENZE – PRESIDIO CONTRO L’EFSA

 SOLIDARIETA’ E AZIONE
Dal 22 al 28 FEBBRAIO SETTIMANA DI AGITAZIONE
in tutta Italia contro le tecnoscienze e il mondo che le produce
26 Febbraio PRESIDIO CONTRO l’EFSA
Ente europeo di sicurezza alimentare
Dalle 12.00 alle 17.00 Davanti alla sede dell’EFSA
Viale Piacenza – Parma

“Cambiare il mondo non basta. Lo facciamo comunque. E, in larga misura, questo cambiamento avviene persino senza la nostra collaborazione. Nostro compito è anche di interpretarlo. E, ciò precisamente per cambiare il cambiamento. Affinchè il mondo non continui a cambiare senza di noi. E, alla fine, non si cambi in un mondo senza di noi”
                                                                                                                                                Gunther Anders

Occuparci del potere tecnoscientifico con le sue principali manifestazioni: biotecnologie, nanotecnologie, informatica, neuroscienze non è soltanto porre l’attenzione su qualche aspetto di questa società particolarmente nocivo. Come scriveva Ellul oltre cinquant’anni fa la tecnologia si è fatta sistema e media le nostre vite aldilà di una qualsiasi volontà. In questo anche gli altri animali e l’intero pianeta sotto l’imperativo tecnico vengono schiacciati e manipolati secondo l’esigenza del momento. Le tecno-scienze si stanno ricombinando e convergono verso quello che è stato sempre il loro fine ultimo: un controllo totale sugli esseri viventi.
Perchè occuparsi tanto di tecnologia si chiedono in molti, quando tanti sono i problemi che ci circondano. In un sistema tecnico come quello attuale, dove tutto è scandito dalla macchina, la tecnologia rappresenta il momento, il luogo, lo spazio dove si estende ogni forma di sfruttamento. A volte si chiama green economy, altre progresso scientifico e altre ancora gestione della catastrofe, formando quegli ambiti che una volta riprogettati allargano la rete dove su ogni maglia si sviluppano tutti i rapporti di dominio, quelli da cui non si ritorna indietro come il lancio di un ogm o la manipolazione della linea germinale.
Una lotta contro le nocività non può prescindere dal contesto sociale che le ha prodotte, volute e rese necessarie per tutti. Questo significa che la nostra critica non può che andare sotto la superficie del cosiddetto buon senso o dell’ambientalismo impostore fino a raggiungere il reale problema.
Il potere è pienamente dispiegato in ogni apparato tecnologico che ci circonda, una tecno-democrazia che appare ad ogni angolo, presidia ogni incrocio, controlla ogni aspetto della nostra sopravvivenza fino a entrare nei corpi mentre la sua essenza totalitaria rimane fondamentalmente non percepita. Un tecno-potere che, grazie ad apparati sempre più a misura nanometrica, diventa più di quel che appare, cominciando a non apparire più.

Questa settimana di mobilitazione non serve a circoscrivere un percorso o a ridurne i confini, al contrario ci auguriamo che queste giornate ne inaugurino di nuovi o rinforzino i precedenti con nuova determinazione e volontà di agire.
Abbiamo pensato che ogni situazione nel proprio territorio potesse utilizzare queste giornate per concentrare iniziative legate al tema delle nocività soprattutto quelle legate alle scienze convergenti che sempre di più si impossessano della Terra e di corpi.
Il 26 Febbraio ci sarà invece un’iniziativa collettiva a carattere nazionale: un presidio contro l’EFSA (autorità europea per la sicurezza alimentare) che ha sede a Parma.
L’EFSA è l’organo riconosciuto a livello internazionale a cui la Commissione Europea fa riferimento per molte nocività quali gli ogm, pesticidi, prodotti chimici e nanotecnologie. Può autorizzare il commercio di prodotti ogm e la semina in campo aperto a scopo commerciale e sperimentale. Come l’FDA (food drugs aministration) americana altro non è che un braccio governativo delle stesse multinazionali soprattutto biotecnologiche, con cui i rapporti molto stretti permettono un continuo scambio di amministratori, scienziati, manager e l’immancabile personale tecnico: quale modo migliore di permettere una diffusione capillare degli ogm anche in Europa.
Grazie a soglie di contaminazione tollerata negli alimenti e nelle sementi, mangimi ogm, coltivazioni transgeniche in campo aperto… il lavoro di diffusione è in corso già da troppo tempo.
Sulla falsa riga dell’FDA americana l’Europa si è dotata di un’organo chiamato a garantire la sicurezza di ogni nocività. Ad essere tutelato, oltre gli interessi delle multinazionali biotech-chimico-farmaceutiche, è un sistema economico, politico e sociale che si aggrappa alla nuova rivoluzione bionanotecnologica producendo sempre più disastri ambientali e sociali che stanno alla base dello sviluppo tecno-industriale, di cui le manipolazioni del vivente sono l’apice mortifero.
Non siamo per la creazione di un EFSA più sicuro, trasparente e democratico, anche volendo crearlo non potrebbe mai essere realizzato. Un organo di sicurezza come l’EFSA presuppone che regolarmente si possono creare sostanze nocive da diffondere sul pianeta mettendone a rischio la stessa sopravvivenza. Così come un impianto di smaltimento di scorie radioattive necessita sempre di impianti atomici e di un’economia di guerra.
Rifiutiamo in toto questo tecno-sistema insieme a tutte le sue manifestazioni di morte con la stessa determinazione e convinzione che queste siano destinate a missione di pace o a creare la guerra: la loro pace è già una guerra perpetua al pianeta e a tutte le sue forme di vita: già abbastanza per opporre una resistenza senza tregua.

Il 2 Marzo si terrà al tribunale di Torino la nuova udienza contro Silvia, Billy e Costa accusati del tentato sabotaggio con esplosivi a firma Earth Liberation Front ad un centro di ricerche internazionale sulle nanotecnologie in Svizzera della multinazionale IBM.
Continuare questa solidarietà significa per noi continuare ad ascoltare quell’urlo di un pianeta morente, che come scrisse un gruppo dell’ELF statunitense li aveva motivati nel loro cammino di resistenza, da non confondersi con la passività ma con l’ira bruciante durante la lotta.

Assemblea solidale

Per contatti:
info@resistenzealnanomondo.org
www.resistenzealnanomondo.org

Corteo contro l’ingegneria genetica e L’EFSA a Parma

RIPRENDIAMO LE OSTILITA’ ALLE TECNO-SCIENZE COSTRUIAMO UNA SETTIMANA DI MOBILITAZIONE CONTRO LE BIONANOTECNOLOGIE

Questi sono alcune delle riflessioni uscite dall’Incontro solidale del 29 Novembre a Radio Backout in vista del processo che si svolgerà a Torino il 13 Gennaio contro Billy Silvia e Costa.
Erano presenti compagne e compagni principalmente da Torino, Milano e Padova.

– Anche in contesti radicali con un’opposizione al sistema si percepisce una mancanza di critica che vada in profondità, che sappia cogliere le interconnessioni e che comprenda l’urgenza di opporsi al nuovo totalitarismo creato dalle tecnoscienze
– Non si dovrebbe incentrare la nostra attenzione solo sullo specifico caso repressivo, ma attraverso esso trasmettere il senso e il contenuto che questo porta e trasformarlo in nuove possibilità di critica e lotta
– E’ stato ricordato che chi porta avanti un lavoro sulla solidarietà ai compagni e alle compagne non è uno specialista della solidarietà, ma porta avanti anche altri percorsi
– Porsi il problema di come comunicare fuori da contesti ristetti o di movimento alcune questioni di non immediata comprensione e interconnessione. Sicuramente uscendo dalle logiche del potere e dai suoi tecnicismi. Senza essere a nostra volta tecnici o portare esperti dalla nostra parte, nè c’è bisogno di addentrarsi in una comprensione tecnica per trasmettere le nostre ragioni, che sono un rifiuto totale delle nocività non solo per ragioni ambientali, ma proprio per la loro stessa natura di espressione del dominio
– Ci si è posto l’interrogativo se comunicare alle persone o a situazioni già sensibili su alcune questioni, anche se ancora mancanti di una critica radicale. Ponendo la questione su quali siano i nostri referenti e quali gli obbiettivi. L’obbiettivo dovrebbe essere sviluppare un’opposizione a questa società fondata sullo sfruttamento e quindi per alcun* i referenti sono situazioni già sensibili, per altr* non bisognerebbe mai abbandonare il dialogo con tutte le persone
– Le parole sono importanti, ma dovremo intendersi sul senso che portano: se lavorano alla costruzione di qualche nuova teoria o cogestione delle nocività insieme agli sfruttatori, se queste invece spingono verso una radicalità della critica e preparano al prossimo conflitto
– Gli OGM potrebbero essere un buon inizio e aggancio sia con le persone sia con gruppi ambientalisti, situazione agricole… che se ne stanno già occupando. Starà a noi poi non limitarci alle modificazioni genetiche in campo alimentare, ma trasmettere un’opposizione all’intera ingegneria genetica e collegarla con le altre tecno-scienze
– Sicuramente la nostra argomentazione non si fonderà sul dimostrare che gli ogm o le nanoparticelle fanno male alla salute, come per la vivisezione, a prescindere dall’utilità e dai danni alla salute, è una critica alla radice e al problema in sè. La nocività è una nocività sistemica per la sua irreversibilità, ricombinabilità, globalità
– Libri e testi di analisi sono importanti, purtroppo ci troviamo in periodo in cui poch* leggono e approfondiscono le questioni
– Momenti di confronto e discussione come anche questa riunione sono molto importanti
– Il nanomondo è già qui, pensare a scenari futuristici ci fa scappare da sotto agli occhi quello che già da tempo si sta realizzando sotto i nostri occhi
– Nanotecnologie, biotecnologie sono parte di una più ampia visione e sensibilità ecologista radicale per chiunque intende battersi contro questo sistema
– La ricerca genetica ha molte facce: porsi contro la ricerca genetica in ambito medico può essere interessante per far capire che non esiste un’applicazione positiva e perchè proprio attraverso la salute viene creato un contesto di accettazione
– Eventi come il nano-bioforum potrebbero essere occasioni importanti per organizzare iniziative di protesta

Da queste e altre riflessioni è nata l’idea di costruire una settimana di mobilitazione contro le bionanotecnologie e le scienze convergenti nel loro insieme, settimana da collegare con una delle prossime udienze del processo contro Billy, Silvia e Costa e dove ogni situazione potrà organizzare iniziative sul proprio territorio.
Per parlarne ancora insieme e iniziare a strutturarla il prossimo incontro sarà:

SABATO 9 GENNAIO
alle ore 10.00
EL PASO via Passo Buole, 47
TORINO

Ricordiamo che venerdì 8 gennaio a El Paso ci sarà la presentazione del giornale ecologista radicale L’Urlo della Terra e mercoledì 13 gennaio alle ore 9 inizierà a Torino il processo contro Billy, Silvia e Costa

Gli alberi geneticamente modificati e la bioeconomia: Affari come al solito sotto una verniciata di verde

Mentre il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità minacciano la vita per come la conosciamo, lo stesso sistema che ha creato i problemi non vede l’ora di trovare modo di risolverli mantenendo tutto sotto il suo controllo. Il sistema industriale con i suoi corollari di furto di terra, estrazione di risorse e oppressione di vite animali e umane cerca di sopravvivere a ogni costo. Gli scienziati finanziati dalle industrie continuano la loro crociata per un mondo di biotecnologia, condannando qualsiasi specie o comunità umana che sia d’intralcio. Proprio come i primi conquistatori europei esploravano terre nuove alla ricerca di nuove risorse, così l’industria del biotech si propone di conquistare il tessuto stesso della vita per assicurare un futuro alla società industriale. L’industria del biotech offre una soluzione alla crisi del cibo, delle risorse e del carburante all’interno dei paradigmi della società attuale per cui la mercificazione della natura deve continuare infinitamente.
Questa visione antropocentrica del mondo sorge dalla stessa filosofia che considera esseri umani in diritto di dominare ogni forma di vita, questo modo di pensare pericoloso offre soluzioni pericolose: brevetti sui semi, uso continuo di pesticidi e insetticidi, rimpiazzo della biodiversità con monocolture e agricoltura industriale.
Negli ultimi mesi compagnie come Monsanto e Du Pont hanno attirato ancora le attenzioni di molte persone preoccupate per come questi giganti dell’agrobussiness stanno costruendo una nuova epoca di controllo assoluto sul cibo, con un rapido cambiamento che vede sempre più la coltivazione di poche varietà basata su un uso smodato di derivati del petrolio e della chimica, per produrre in modo economicamente vantaggioso quantità enormi di qualcosa che ha solo l’aspetto del cibo. In risposta a questo milioni di persone si stanno mobilitando in tutto il mondo. Negli USA la Monsanto con un’abile strategia di pubbliche relazioni ha facilmente sbaragliato ogni tentativo statale di etichettare gli ogm e di vietare l’uso di qualche varietà particolare. Nel mentre e come d’improvviso un’altra trovata delle biotecnologie è emersa e senza tanto clamore si sta avviando verso una diffusione in grande scala.
Anche se meno famosa dei cibi ogm la modificazione di alberi è in corso da tempo e viene fuori dal matrimonio d’interesse tra multinazionali come Monsanto, International Paper, Wegerbauser, Suzano Paper e Celulose. L’industria promette di migliorare i tradizionali prodotti del legname attraverso il “design” di alberi “superiori”. Lo scopo è rilanciare il mercato dei prodotti derivati dagli alberi, non solo legno e carta, ma anche biocarburanti e nuove materie plastiche.
Nutrito dalla visione ultraliberista della bio-economia per vent’anni, nei laboratori e nelle università. Private o del governo, è cresciuto il sogno di alberi veloci nella crescita, facili da trasformare e più efficienti, qualsiasi cosa possa voler dire.
Questo sogno della bio-economia propone l’idea di un nuovo ordine industriale basato su materiali di origine biologica che fornirebbero risorse attraverso le tecniche della biologia sintetica e delle nanotecnologie trasformando le biomasse in carburanti, prodotti chimici, potere. La bio-economia non fa niente per andare alla causa della crisi attuale, del cambiamento climatico, ingiustizia sociale, patriarcato, antropocentrismo e colonialismo, né di certo servirà a alleggerire la pressione del sistema sulle aree naturali già pesantemente devastate. La logica della bio-economia vede la natura come un magazzino inesauribile di risorse sempre nuove per facilitare la crescita economica. E quindi arriva a proporre una intensificazione dell’estrazione di risorse, soprattutto nel sud del mondo. Gli indigeni e la gente che vive della terra in Africa, Sud America, Indonesia… hanno resistito a questi progetti sin dall’inizio. Di sicuro i progetti di questo nuovo modo di intendere l’economia aggraveranno i conflitto in queste zone del mondo tra le popolazioni e i governi controllati dalle multinazionali occidentali.
I prodotti ogm sono pericolosamente diversi dai loro relativi naturali, e questo vale anche per gli alberi modificati per essere più veloci nella crescita, resistenti a certi pesticidi, o resistenti a climi molto freddi… Le compagnie come la ArborGen, leader nella produzione di alberi modificati negli USA, sostengono che queste mosse del mercato contribuiranno a salvare le foreste selvagge. In realtà questi tratti imposti agli alberi migliorano solo l’efficienza della produzione e non assicurano niente dal punto di vista della conservazione. Anzi, piantagioni industriali hanno cominciato a sostituire boschi e praterie; dal ’90 al 2010 la superficie coltivata ad alberi negli USA è aumentata del 60% passando da 97 a 153 milioni di ettari. Il modo migliore di conservare le foreste non è quello di trasformarle in piantagioni ogm, né quello che fanno i governi quando chiudono a tutti un’area e la dichiarano parco naturale, ma è lasciarle come stanno, consentendo alle comunità che ci vivono di continuare a trarne sostentamento in modo tradizionale. E di certo porre fine all’industria del legname.
l’AlborGen stà usando eucalipti modificati nel mentre sostiene l’importanza delle sue pratiche nella salvezza delle foreste. Gli eucalipti sono perfetti per la produzione perché crescono veloci e si ottiene un’ottima polpa, ma sono invasivi ed una specie aliena negli USA. Sono anche dannatamente infiammabili, ed è per via della presenza di eucalipti che nel ’97 in California un incendio nei dintorni di Oakland divenne una catastrofe con migliaia di case bruciate e venticinque morti. Inoltre sono estremamente più assetati degli altri alberi e consumano circa il doppio dell’acqua delle piante native. In Sud Africa le piantagioni di eucalipti hanno aggravato l’effetto di siccità locali portando alla migrazione di comunità, in Cile gli indigeni Mapuche, sempre per via degli eucalipti, sono costretti in certe zone a rifornirsi d’acqua con autobotti dopo che le falde si sono abbassate. In Brasile i membri del movimento Sen Terra hanno più volte distrutto le pianticelle di eucalipti per via dell’impatto che le piantagioni hanno sulle loro comunità. Consentire agli eucalipti di crescere in climi più freddi grazie alle modificazioni genetiche vuol dire portare queste calamità in nuove bioregioni che fino ad ora ne erano esenti grazie al clima, non solo negli USA, ma a livello globale. Il dipartimento dell’agricoltura stà attualmente lavorando un cambiamento delle leggi per legalizzare il progetto della AlborGen di eucalipto resistente a climi rigidi, dopo di che, la AlborGen venderà centinai di milioni di piantine ai vari produttori in USA. Queste manovre non sono andate avanti senza opposizione. Nel 2010 varie organizzazioni hanno citato in giudizio il Dipartimento dell’agricoltura per aver consentito alla AlborGen di testare i suoi alberi in sette diversi stati americani. Nel 2013 una petizione contro gli eucalipti raccolse 37mila commenti che contestavano i programmi della AlborGen, solo quattro furono presi in considerazione dalla commissione del Dipartimento dell’agricoltura. Durante una conferenza sulle biotecnologie nell’industria del legname, tenutasi ad Asteville, in Nord Carolina nel 2013, più di duecento dimostranti hanno circondato il centro congressi inveendo contro l’AlborGen e altre imprese coinvolte, durante le successive manifestazioni che durarono quattro giorni di seguito furono arrestate cinque persone.

Il noce americano come cavallo di Troia
La AlborGen ha affrontato molte opposizioni dalla società civile e dal crescente movimento contro la manipolazione genetica degli alberi. Questa opposizione è ancora più accesa dai legami di affari tra questa ditta e la Monsanto e dal fatto che molti dirigenti dell’uno sono ex dell’altra. Di conseguenza i fautori degli ogm si stanno preparano ad una campagna di pubbliche relazioni per conquistarsi la fiducia del pubblico. Facendo convergere conservazione ambientale e giochi pericolosi di alta tecnologia la AlborGen, la Monsanto Fundation e altri enti pro ogm stanno finanziando studi per rinverdire gli USA con noci resistenti alla ruggine, dopo che la specie americana è arrivata sull’orlo dell’estinzione. Come sanno chi segue le vicende di conservazione, questi benefattori stanno arrivando un po’ tardi; infatti per fortuna le popolazioni di noci americano si stanno riprendendo grazie alla propagazione di semi naturalmente resistenti alla ruggine e all’incrocio ottenuto in modo tradizionale. […] Tuttavia numerosi articoli recenti, apparsi soprattutto sull’Economist, stanno spacciando la convinzione che senza l’ingegneria genetica il noce americano sarebbe condannato a scomparire. Questo è probabilmente collegato agli improvvisi finanziamenti delle industrie nella ricerca sul noce americano.
La Duke Energy è interessata alle opportunità di Greenwashing che derivano dal finanziare ricerche del genere e dal fatto di poter fornire soluzioni fuorvianti ai problemi degli sconvolgimenti climatici. La reintroduzione di una specie a rischio è una maschera molto conveniente per un’operazione di piantagioni lucrose, utile per fornire un’immagine verde alla Duke Energy e nel contempo aiutarla a mantenere il controllo sulla Terra e nell’economia.
A differenza di altri alberi vittime di modificazioni genetiche come i pini e i pioppi, i noci americani sono manipolati lasciando inalterata la loro capacità di lasciare semi fertili in natura; in modo da potersi incrociare successivamente con i loro corrispettivi selvatici. L’impatto di una simile evenienza non è però studiato da nessuno, o meglio, da nessuno che sia indipendente dalle aziende coinvolte. Il dipartimento dell’agricoltura sta affidando la guardia del pollaio alla volpe, e ha garantito mezzo milione di dollari di finanziamento ai ricercatori della ESF (servizio ambientale forestale) per studiare gli impatti possibili delle loro stesse creature.
Se appunto per essere immesso nell’ambiente, il noce americano manipolato aprirà la strada ad altre versioni di alberi prodotti dagli scienziati, ecco un perfetto cavallo di troia che spingerà il pubblico a credere che con le biotecnologie si può anche dare una mano alla conservazione del mondo naturale.

Un segreto che deve essere nascosto
La ArboGen e l’università della Florida si sono messe in partnership per sviluppare pigne ad alto contenuto di terpene (altamente infiammabile) per la produzione di biocarburanti. La ricerca punta all’utilizzo del terpene per l’industria aereonautica. L’influsso dei soldi è il motivo che spiega il perché l’università ha recentemente messo a tacere l’opposizione agli alberi manipolati all’interno del campus di Gainesville.
Nell’ottobre 2013 membri del gruppo Global Justice Ecology Project sono stati cacciati dal campus e minacciati di arresto impedendo una conferenza che avevano organizzato per criticare le pratiche dell’università. Solo pochi giorni prima dell’evento previsto la sala è stata negata con varie scuse e quando gli interessati hanno provato ad entrare comunque è intervenuta la polizia privata. Solo pochi giorni dopo questo incidente le stesse persone sono venute a conoscenza del fatto che anche l’FBI se ne stava occupando per rovinare i loro tentativi, in particolare un contatto che avevano a Palm Beach è stato avvicinato da un ufficiale che indicava i membri di Earth Firts! come pericolosi.
Intanto il dibattito continua se sia giusto o no indurre in una pianta quantità cinque volte superiori al normale di terpene, ma di certo le amicizie istituzionali dell’industria si danno da fare perché se ne parli il meno possibile.
mentre gli sforzi per trasformare milioni di ettari di boschi e campi di piantagioni altamente efficienti di alberi destinati alla produzione di biocarburanti continuano, le implicazioni di un possibile successo degli alberi ogm risuonano nel mondo, insieme con la resistenza.
Gli impatti della modificazione genetica delle piante sono così potenzialmente imprevedibili che non possiamo nemmeno immaginare le conseguenze sul lungo periodo. Quello che sappiamo è che queste tecnologie non offrono una soluzione ai problemi della perdita di biodiversità o del cambiamento climatico. Questa industria che può essere sconfitta prima che distrugga le foreste del mondo e le comunità che da esse traggono sostentamento, questa industria ci pone un’importante questione: lasceremo che vada avanti la mercificazione di ogni cosa sacra, inclusa l’essenza stessa della vita, o movimenti di tutto il mondo insorgeranno sconfiggendo la bio-economia e le altre forme di dominio? A questa domanda va data una risposta, e presto!

Rising Tide Vermunt (Earth Firs! Autunno 2014)

Da: L’Urlo della Terra, numero 3, Settembre 2015

Francois Kepes: razionalizzatore delle macchine viventi- parte seconda

Il programma genetico
Nell’articolo di François Képès, c’è un’idea che non cita mai, allorché è presente in filigrana lungo tutto l’articolo, ossia l’idea di programma genetico. Ogni cellula vivente, e di seguito, gli organismi pluricellulari interi, sarebbero soltanto una specie di fabbrica biochimica pilotata dal centro di comando che costituisce l’informazione contenuta nel genoma, l’insieme dei geni registrati sulla molecola di DNA. Quest’informazione genetica sarebbe allo stesso tempo il codice per la composizione delle proteine, il sistema di regolazione dell’espressione dei geni e infine il programma che dirigerebbe il funzionamento di tutte le cellule viventi e il piano di organizzazione degli organismi.
Ciò è molto per una sola molecola. Eppure, quest’idea, sempre molto popolare presso i biologi, ha almeno 60 anni e durante tutto questo periodo, mai è stata giustificata in nessun articolo scientifico né da nessuna validazione sperimentale di alcun tipo. Sorprendente, no?!
Ricordiamo come il biologo americano Ernst Mayr (1904-2005) la enuncia per la prima volta in un articolo scientifico in una sola frase:
“Il codice DNA, interamente proprio all’individuo eppure specifico alla specie di ogni zigote (la cellula-uovo fertilizzata), che controlla lo sviluppo del sistema nervoso centrale e periferico, degli organi di senso, degli ormoni, della fisiologia e della morfologia dell’organismo, è il programma del computer comportamentale dell’individuo.”
Articolo della rivista Science, « Cause and effect in biology », 1961.
Come si può passare così velocemente dall’idea di codice genetico (che certo esiste) all’idea di controllo dello sviluppo dell’organismo (che si manifesta a volte), poi senza transizione all’idea di programma determinante tutte le manifestazioni dell’individuo (dalla proteina fino – l’autore sembra volere insistere particolarmente su quest’aspetto – al comportamento dell’individuo)? Ernst Mayr non lo precisa da nessuna parte in questo articolo e neanche altrove- benché secondo lui l’esistenza di questo programma sia la caratteristica più notevole degli esseri viventi; ciò che sosterrà fino alla fine della sua vita. [14]
Eppure le nozioni di codice, di regolazione e di programma non hanno nessun legame necessario: è un po’ come se si pretendesse che poiché una locomotiva segue i binari e che è attrezzata di un regolatore di velocità, sarebbe “programmata” per fare tale tragitto a tali e tal’altri orari!
Già più di 10 anni fa, il male era stato diagnosticato: “Detto in un altro modo, la genetica si è ritrovata con una teoria che desidera una cosa, e dei risultati sperimentali che ne desiderano un’altra. La teoria vuole che l’eredità sia la trasmissione di una sostanza ordinata (DNA) che comanda l’organizzazione dell’essere vivente. Ma, man mano che i risultati sperimentali si accumulavano, l’ordine di questa sostanza è diventato sempre più incerto e la sua corrispondenza con l’organizzazione dell’essere vivente sempre più vaga. Al punto che oggi, non rimane quasi più niente, né di quest’ordine, né di questa corrispondenza.
Il quadro teorico della genetica è così caduto a pezzi senza che chiunque abbia mai cercato di correggerlo o di sostituirlo. Si è semplicemente fatta sparire la referenza a Schrödinger e, grazie al vago che circonda la nozione di informazione, si è continuato a parlare di “programma genetico” aggrappandosi, in mancanza di meglio, a ciò che si sapeva essere una formula vuota, molto comoda per la sua capacità di spiegare qualsiasi cosa (basta inserire delle regolazioni sulle regolazioni, come l’astronomia medievale impilava gli epicicli sugli epicicli). […]
Nell’incapacità di proporre un nuovo quadro teorico, si lanciarono allora due grandi programmi di ricerca: la decrittazione dei genomi e l’ingegneria genetica; programmi che hanno entrambe la particolarità di mettere in sospensione le questioni teoriche.
La decrittazione dei genomi le lascia da parte per interessarsi alle difficoltà tecniche dell’analisi delle macromolecole di DNA. In quanto all’ingegneria genetica, non è, contrariamente a ciò che si potrebbe credere, l’applicazione di teorie genetiche all’industria, all’agricoltura e alla medicina, ma la trasformazione di metodi di laboratorio (in particolare quelli della transgenesi) in procedimenti industriali, agricoli o medici. La principale difficoltà essendo che questi procedimenti hanno esigenze di rendimento, di redditività e di sicurezza che non hanno niente da vedere con quelle dei laboratori. Ossia, qui ancora, un abbandono delle questioni teoriche e una rifocalizzazione sui problemi tecnici.”
André Pichot, Mémoire pour rectifier les jugements du public sur la révolution biologique, 2003.
Detto ancora più crudamente : la biologia moderna non sa cosa è un essere vivente, e l’idea di «programma genetico» è soprattutto servita a continuare a fare come se fosse una macchina. E, in questo caso, una macchina simile a quelle che sono le più prestigiose, le più moderne e le più perfezionate del secondo dopo guerra mondiale, ossia i computer.
L’insistenza dei biologi sul DNA come centro di comando della cellula proviene in parte dal metodo delle scienze che ricerca, prima di tutto, degli elementi stabili, calcolabili e prevedibili e che ha molte difficoltà ad afferrare gli elementi dinamici, qualitativi e caotici come il metabolismo. Ma l’idea di programma genetico proviene anche da una proiezione dell’ordine sociale sull’ordine biologico (che serve, in cambio, a giustificare il primo con il secondo): un centro di comando dirige una macchina ed i suoi ingranaggi non fanno altro che eseguire gli ordini; questa organizzazione gerarchica ricorda furiosamente quella dello Stato, dell’Esercito, delle aziende, delle fabbriche, ecc.; proviene in linea retta dalla società divisa in classi, tra i dirigenti ed i subalterni…
Képès non ne parla, perché sa che l’idea è superata e troppo semplicista. Eppure, uno spettro assilla proprio la biologia sintetica: quello del “programma genetico”. Il programma genetico non esiste, ma la biologia sintetica ha per ambizione di incarnarlo, di dargli corpo e realtà a dispetto del vivente: si tratta, per essa, di mettere gli esseri viventi in conformità con la “teoria” sensata di spiegarlo.
“Oggi più che mai, la concezione dell’essere vivente come macchina è indissolubilmente legata al fatto che viviamo in una società capitalista e industriale: riflette ciò che le istanze che dominano la società vorrebbero che il vivente sia, al fine di poter farne ciò che vogliono.” [15]

La fuga in avanti etica e responsabile
Verso la fine del suo articolo, François Képès ci fa balenare il «potenziale economico considerevole» delle «applicazioni industriali» della biologia sintetica. Ma da ricercatore responsabile, finisce con il solito ritornello: “Aprendo tutte queste possibilità, la biologia sintetica rinnova le questioni etiche che concernono la responsabilità degli uomini a “artificializzare” il vivente. Fino a che punto vogliamo modificare o ricreare il vivente? Quale governo della biologia sintetica adottare perché corrisponda alle nostre attese? È indispensabile che queste domande siano fin da ora continuamente dibattute.” (PLS)
Di chi parla François Képès?Chi sono questi “uomini” responsabili dell’“artificializzazione” (strumentalizzazione o asservimento sarebbero stati più corretti, ma meno neutri…) del vivente? Cosa designa questo “noi” che vuole “modificare e ricreare il vivente”? chi condivide queste “attese” che necessiterebbero di un “governo” specifico della biologia di sintesi?
François Képès, da buon imbonitore scaltro, ci fa qui il colpo del «siamo tutti responsabili» di quello che solo alcuni fanno e hanno deciso senza avere mai chiesto nulla a nessuno. Numerosi ricercatori lavorano nella biologia sintetica e non tollererebbero che venisse limitata la loro «libertà di ricerca». Che questa «libertà» sia comandata dai finanziamenti degli Stati e dei loro Eserciti, dell’industria e della borsa, questo non li disturba affatto. Perché certamente, ad ogni modo, “siamo tutti responsabili” della loro disinvoltura e delle loro compromissioni…
“Possiamo essere sicuri che la biologia sintetica indurrà nuovi dibattiti e sfide, che occorrerà assumere in tutta trasparenza e in buona fede. Come ogni tecnologia, sarà ciò che gli uomini ne faranno, non è intrinsecamente né benigna, né maligna.” [16]
Ecco una grande scoperta di François Képès: la tecnologia è neutra, tutto dipende dell’uso che “gli uomini” ne fanno! Dagli anni 1940, con la nascita dell’industria nucleare, sappiamo -dovremmo sapere- che non lo è.
La tecnologia è una forma particolarmente elaborata della tecnica, che per la sua complessità e la sua dismisura riserva la sua messa in opera a dei corpi specializzati e gerarchizzati, ciò che induce delle forme politiche e sociali che rinforzano il potere dello Stato e dell’industria a scapito del potere degli “uomini”, della società nel suo insieme. Gli esperti, la burocrazia, la tecnocrazia e le loro diverse istituzioni si trovano così consolidate; le questioni politiche sono sempre più subordinate a delle soluzioni economiche e tecniche; la democrazia è ridotta al simulacro di consulti su delle decisioni già prese altrove, ecc.
Ricordiamoci ad esempio, come il Commissariato all’Energia Atomica (CEA) fu concepito come uno Stato nello Stato fin dal 1945 da un generale de Gaulle preoccupato di ottenere la Bomba atomica. Come la Francia fu nuclearizzata durante gli anni ’70 e ’80 a manganellate nei confronti di tutte le opposizioni popolari che si sono manifestate intorno ad ogni sito. Come i governi successivi hanno ratificato le scelte fatte dai tecnocrati dell’atomo, per l’essenziale provenienti dal Polytechnique e l’Ecole des mines (scuole d’ingegneria statali molto prestigiose). E come oggi, la Commissione Nazionale del Dibattito Pubblico (CNDP) sul progetto Cigéo (seppellimento delle scorie nucleari a 500 m di profondità) a Bure fa finta di non sentire gli oppositori che hanno perturbato e impedito lo svolgimento di questi “dibattiti” …
Ricordandovi che il plutonio (3 kg all’anno in ogni reattore nucleare) ha una “mezza-vita” (perde la metà della sua radioattività) di 24 000 anni (le più antiche tracce di civiltà risalgono a 10 000 anni), che è un elemento chimico tra i più tossici che esiste e un radionuclide tra i più pericolosi, provate a pronunciare senza soffocarvi dal ridere la frase seguente:
“Come ogni tecnologia, l’industria nucleare sarà ciò che gli uomini ne faranno, non è intrinsecamente né benigna, né maligna.”
Per ignorare tutto questo, per avere una riflessione così povera sulla tecnologia ed essere a tal punto cieco alle sue conseguenze sulla società, François Képès probabilmente sbarca dal pianeta Kripton; a meno che non si debba mettere in dubbio la sua “buona fede” … Pierre-Benoît Joly, direttore dell’Institut Francilien Recherche, Innovation et Société (IFRIS), benché noto accettologo [17], lui, non prende i suoi lettori per degli imbecilli: «La potenza dei gruppi delle biotecnologie –che sono i veri attori di queste trasformazioni- pone un problema di legittimità. Non potendo valersi di una legittimità di tipo democratico, la legittimità di questi gruppi deriva dai risultati che producono, ciò che porta a mettere la focale sul contributo delle loro attività dal punto di vista della razionalità economica. Siccome l’ideologia del progresso ha fatto cilecca, questi gruppi si prevalgono della sound science e dello sviluppo sostenibile.” [18]
Tradotto, significa che gli industriali («gli uomini»?) tentano di far passare la loro ricerca di profitto per delle opere filantropiche. Ricordatevi, gli OGM di Monsanto dovevano eradicare la fame nel mondo, ecc. Oggi, la produzione da un batterio geneticamente modificato dell’artemisinina, la principale molecola del trattamento contro la malaria, ha lo stesso ruolo nell’accettabilità della biologia sintetica: “La produzione proveniente da una o due unità industriali di artemisinina potrebbe bastare a produrre tanto quanto le migliaia di agricoltori che avevamo incoraggiato a produrre artemisia annuale; l’impatto sulle risorse di questi agricoltori potrebbe essere considerevole. […]
Un’argomentazione in apparenza inattaccabile («non ci sono abbastanza medicine»); la collusione tra scientifici-imprenditori (Jay Keasling) che innovano nelle loro università ma brevettano le loro innovazione via le loro start-up (Amyris), poi cedono le licenze d’esercizio a gruppi multinazionali (Sanofi); il rischio di captazione da parte di una multinazionale –già dominante sul mercato mondiale- di profitti generati da risorse genetiche naturalmente disponibili… Altrettanti elementi incontrati in modo ricorrente nel contesto della biologia sintetica.”
Catherine Bourgain et Kévin Jean, “L’artémisinine : emblème du meilleur des mondes de la biologie de synthèse”, scheda scritta per la Fondation Sciences Citoyennes, 13 octobre 2013.
Quindi, già qui, vediamo ciò che « gli uomini » fanno della biologia sintetica : è soltanto una nuova forma di accaparramento delle risorse naturalmente disponibili, della privatizzazione del vivente e della captazione della sua attività autonoma al profitto del capitalismo industriale.
François Képès, che fa finta di non sapere in quale mondo vive, si preoccupa ovviamente molto di «Etica», questa falsa coscienza del dominio. Dichiarava in una intervista: “Per essere accettata dalla società, la biologia sintetica deve essere demistificata. I dibattiti relativi a dei progressi tecnici possono finire presto, come si è potuto vedere nel caso delle nanotecnologie. Per non riprodurre gli stessi errori, è necessario dedicare un tempo alle questioni etiche e sociali durante ogni conferenza e di invitare le organizzazione non governative al dibattito.”
Industrie & Technologie, “Il faut démystifier la biologie de synthèse”, www.industrie-techno.com, 1er février 2012.
François Képès, che ha collaborato alle audizioni pubbliche dell’Office Parlementaire d’Evaluation des Choix Scientifiques et Technologiques (OPECST-Ufficio Parlamentare di Valutazione delle Scelte Scientifiche e Tecnologiche) sulla biologia sintetica, lo sa bene: per fare accettare, bisogna far partecipare. [19]
Occorre, fin d’ora, dibattere continuamente della nostra responsabilità e delle nostre attese collettive verso la biologia sintetica… al fine, soprattutto, di non concludere mai niente. E mentre i confusionisti fanno il loro lavoro, mentre la coscienza regredisce sprofondando nella controperizia e nella valutazione costi/benefici caso per caso delle applicazioni, la ricerca può progredire e i poteri pubblici e gli investitori essere rassicurati.
Perché, in fin dei conti, il principio che sottende questi dibattiti rimane quello già applicato da altre imprese industriali che hanno dato prova della loro nocività da tutti i punti di vista: “Ecco quindi confermato ciò che la catastrofe di Chernobyl aveva già permesso di stabilire: tutti i rischi sono accettabili quando si fa in modo di non lasciare a chi li prende la possibilità di rifiutarli.”
Thierry Ribault, “Le désastre de Fukushima et les sept principes du national- nucléarisme”, rivista Raison Présente n°189, 2014.
Perché uno spettro assilla i dibattiti pubblici sulle tecnoscienze e le necrotecnologie; lo spettro del sabotaggio degli esperimenti OGM e del dibattito pubblico sulle nanotecnologie nel 2010. Ossia lo spettro del rifiuto radicale.
I scientisti e i loro mercenari non temono niente fintantoché della gente si alza e afferma forte e chiaro:
“Non vogliamo le vostre belle schifezze!”

La mistica della biologia sintetica
« Occorre de-mis-ti-fi-care », ci dicono tutti i mistificatori della biologia sintetica. Ma chi smentisce e ridicolizza i Craig Vanterie [20] dei promotori della biologia sintetica? Non i nostri ardenti “demistificatori”, perché anche loro vogliono mangiarne…
E quindi, ci vantiamo di fare qui questo lavoro di demistificazione, ma questa volta a loro spese: abbiamo dimostrato- e dimostreremo meglio ancora in seguito- l’inanità della loro concezione del vivente, l’inconsistenza del loro pensiero, l’ignavia dei loro compromessi e la bassezza dei loro accomodamenti con il peggio- tutte le penose realtà che vorrebbero che condividessimo con loro per accettare la biologia sintetica e il mondo che ne consegue…
Poco importa, quindi, che le ambizioni della biologia sintetica si concretizzano o no. Ciò che conta, ai nostri occhi, è prima di tutto che queste ambizioni siano affermate e sostenute da numerosi ricercatori, che altri, o gli stessi, collaborano alla loro “accettabilità sociale” ed a neutralizzare ogni critica e opposizione radicali. Queste ambizioni sono presenti, e significano una concezione della vita e un progetto politico e sociale in radicale rottura con tutto ciò che si è fatto da millenni.
Questo si chiama il transumanesimo, cioè la fusione dell’uomo con delle macchine. La realizzazione di questa ideologia scientifica inizia con la riduzione del vivente alla macchina, e quindi con la biologia sintetica. Qualcuno se ne difende (ad esempio, l’associazione La Paillasse), perché la connessione è troppo solforosa con lo scientismo più fanatico. Ma questo non cambia niente all’affare.
L’ambizione rimane, che è quella di svincolarsi- nel senso religioso del termine, in riferimento alla concezione della salvezza come superamento radicale dei mali legati alla condizione umana sulla Terra [21]- dalla pena di dover fare le cose da e per noi stessi affidandole alle buone cure della Megamacchina capitalista e industriale…
Macchine che lavorate per noi, che i vostri prodotti siano santificati, che il vostro regno venga, che le vostre Necessità siano fatte, come nel Cyberspazio così in Terra. Dateci oggi il nostro steak in vitro quotidiano, Perdonateci le nostre insufficienze Come perdoniamo a chi gestisce le nocività, Non sottometteteci alla dipendenza verso l’Altro, Ma liberateci della Natura. Perché appartiene a Voi Il regno, la potenza e la gloria Per i secoli dei secoli. Amen!

Libertà e autonomia
Il rapporto attuale al vivente è, prima di tutto, tecnologico e macchinico: mira alla strumentalizzazione, al dominio, allo sfruttamento degli esseri viventi- e degli esseri umani con loro- e alla loro alienazione al ritmo e agli imperativi delle macchine da parte dell’apparecchio capitalista e industriale. Con il pretesto di renderci “come maestri e possessori della natura”, questa macchineria sta ovunque distruggendo le condizioni dell’autonomia e della libertà dei viventi: è questo, e nient’altro, che genera le nocività e gli spossessamenti ai quali la biologia sintetica e altre necrotecnologie pretendono di rimediare.
Un altro rapporto al vivente è da inventare a partire da ciò che è già stato praticato e sperimentato spontaneamente dagli allevatori, i contadini e gli artigiani nel passato. Passa, prima di tutto, dal riconoscimento e dal rispetto della specificità del vivente, della sua autonomia come condizione della nostra libertà.
Ma questo significa che bisogna rinunciare a questa pretesa “padronanza del vivente” per sviluppare una cooperazione con gli esseri viventi, accettare di comporre con il loro carattere incerto e mutevole, ecc; rinunciare a delegare tutto alle macchine per accapigliarsi con la “materialità un po’ sporca” degli essere viventi, accettare di implicare il proprio corpo in uno sforzo, in un confronto sensibile con il lavoro della materia, della vita e degli altri. [22]
In breve, tornare ad occupare se stessi in un’attività vivente nella realtà piuttosto che continuare a sviluppare le mediazioni tecnologiche che la mettono sempre più a distanza. Ossia tornare indietro[23] per uscire dal vicolo cieco industriale al fine di potere sperimentare e sviluppare nuove forme di vita sociale e di organizzazione politiche in diverse direzioni.
Quale Stato, quali gruppi industriali, quali investitori accetterebbero di finanziare una tale ricerca che non sfocerebbe in prospettive di produzione di merce e di conquiste di quote di mercato, cioè su nuovi spossessamenti delle condizioni della nostra esistenza?
Cari scientifici, così attaccati alla vostra “libertà di ricerca” al punto di collaborare all’“accettabilità sociale” delle necrotecnologie, andreste ad avventurarvi in tali contrade selvagge e inesplorate?
Molti tra di voi, come questo François Képès, razionalizzatore delle macchine viventi, sono dei ponderati fanatici dell’alienazione e dei gentili collaboratori del dispotismo industriale che si fanno volontariamente i promotori della fuga in avanti etica e responsabile…
Ci si permetterà quindi di dubitare che possa ancora uscire qualcosa di buono e di utile per l’umanità dalla “comunità scientifica”
La vita è altrove.

Tradotto dal francese, tratto da Andréas Sniadecki, ottobre 2014.

Da: L’Urlo della Terra, numero 3 Settembre 2015