Adesso tocca a noi – Resistenza dal Salento

ADESSO TOCCA A NOI

Il tempo della mediazione è finito.
L’avvio dei lavori di Tap, con l’espianto dei primi quattro alberi dall’area di cantiere dove dovrà essere realizzato il pozzo di spinta, ha strappato il velo – nel caso ce ne fosse stato ancora bisogno – alle ultime illusioni di chi credeva che la via burocratica, istituzionale e giudiziaria, potessero realmente bloccare i lavori. Che questo genere di opposizione non potesse fermare un’opera gigantesca, che coinvolge più Stati e potentati economici fortissimi era chiaro fin dall’inizio, così come era chiaro che qualche amministrazione comunale e qualche ricorso in tribunale non potessero bloccare un’opera considerata “di interesse strategico nazionale”.
Ora che la Legge si sta schierando con se stessa, ora che le amministrazioni comunali dovranno riallinearsi alle direttive degli organi superiori e sono state richiamate all’ordine, ora che il governo regionale, novello Ponzio Pilato, ha lavato per bene le sue mani per sentirsi ed apparire incolpevole, non possiamo più farci illusioni. Non basterà più appellarsi alla sopravvivenza di alcuni ulivi per fermare le ruspe difese da un apparato di vigilanza privato. Non servirà a nulla affermare che si deturperanno le coste per impietosire imprenditori che hanno il cuore a forma di salvadanai. Non avrà senso puntare sullo sviluppo del turismo per far ragionare un mercenario a capo della sorveglianza di Tap. Non sarà opportuno chiedere alla forze dell’ordine di intervenire a tutela dei cittadini: sarà lo Stato a chiedergli di tenere d’occhio i cittadini.
Una sola strada è rimasta percorribile: quella del nostro intervento diretto, a tutela del territorio che viviamo, della nostra salute, delle nostre vite e della nostra dignità. Metterci in mezzo in prima persona per bloccare un’opera inutile e nociva, ennesimo progetto di devastazione calato a forza sulle nostre teste per i soliti interessi di pochi. I lavori veri e propri sono appena partiti e, fino alla completa ultimazione, saranno ancora lunghi. Possiamo ancora fare tanto per bloccarli e rendere difficoltoso il loro progetto costruito sulla nostra sopraffazione.
Ci saremo tutti?
                                                                                                                          Nemici di Tap

Volantino distribuito al presidio permanente no tap
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La resistenza nella foresta continua: sabotaggi ad Hambach

NOVEMBRE 2016
Nella notte del 25-11-16 abbiamo messo in atto diversi attacchi incendiari coordinati contro la multinazionale energetica RWE nelle vicinanze della miniera di Hambach. Abbiamo ritardato la pubblicazione di un comunicato per ragioni strategiche.
Dopo l’esplorazione della zona ci siamo divis* e abbiamo dato fuoco a 6 stazioni di pompaggio dell’acqua, 2 trasformatori, un’escavatrice e una centralina di smistamento elettrico.
Le pompe hanno un ruolo chiave nell’infrastruttura della miniera e vengono utilizzate per abbassare il livello dell’acqua nel sottosuolo ed impedire l’allagamento della stessa. Normalmente sono fatte da un tubo fuori da terra e una centralina, il tutto circondato da una rete.
Abbiamo aperto la rete con una trancia e abbiamo piazzato dei semplici inneschi incendiari a tempo e un mucchio di camere d’aria delle bici per assicurarci che le fiamme si espandano per bene.
Gli inneschi erano formati da una candela fissata con un elastico molto forte ad un cubetto di diavolina. Le candele si sono consumate lentamente e hanno incendiato la diavolina appena abbiamo lasciato la zona in sicurezza.
Dopo aver colpito la finestra di un’escavatrice per crearci un varco d’entrata , abbiamo usato la stessa procedura per distruggerne la cabina di pilotaggio.
Per i trasformatori e la centralina abbiamo usato delle ruote d’auto riempite con degli stracci zuppi di benzina. Le abbiamo piazzate sotto dei cavi scoperti e nei trasformatori. Nel giro di pochi minuti i nostri obiettivi sono andati in fiamme e mentre noi ce ne andavamo la centralina è esplosa in fiamme viola e scintille che si stagliavano per 10 metri nel cielo della notte.
Nonostante tutto ciò abbia causato un blackout nell’area di 2 km, dell’attacco alla rete elettrica nei media locali non si è accennato ed l’accaduto è stato ridotto solo all’incendio di due trasformatori.
Mentre la Megamacchina tecnoindustriale sovrasta, distrugge e inquina tutto ciò che è ancora selvaggio e bello, secondo noi, azioni del genere sono necessarie per rimanere coscienti e ricordarci che viviamo in mezzo alla distruzione e alla miseria della società moderna.
Di conseguenza l’unica via per goderci il paesaggio industriale è di strisciare tra l’erba alta e le ortiche per trovare un buon punto panoramico e osservare le colonne di fumo nero che si innalzano dalle infrastrutture e macchine della civilizzazione in fiamme.
Strizziamo un occhio di complicità all* prigionier* anarchic*:
alla compagna accusata della rapina di Aachen e a Kevin Garrido prigioniero di guerra cileno accusato di diversi attacchi esplosivi a Santiago.
Per la moltiplicazione di attacchi contro RWE, per l’anarchia e la selvaticità!
Morte alla civilizzazione!
Briganti nella notte.

5 GENNAIO 2017
Nella notte del 5 Gennaio ho fatto una visita alla miniera a cielo aperto di carbone di Hambach, vicina ad Aachen. Il mio obiettivo era di distruggere i binari della ferrovia del carbone con un carico di Termite che ho rubato in un’altra compagnia industriale.
Il Termite brucia ad una temperatura di circa 2500 gradi celsius mentre il ferro dei binari si scioglie intorno ai 1500 gradi celsius quindi il Termite crea molti danni se infiammato in modo adatto.
Ho scelto il posto in modo che potesse danneggiare il più possibile: nel punto in cui il treno si sposta nell’altro binario perché questa parte è unica e se vogliono sostituirla devono ricostruirla nuova in loco.
Quando sono arrivat* lì ho impostato tutto dopo aver controllato il mio obiettivo e la mia via di fuga. Ho messo il Termite in due vasi da pianta con un buco sul fondo in modo da incanalare nel posto giusto la miscela fusa. Il composto è facile da infiammare con petardi che verso la fine dell’anno puoi veramente procurarti ovunque. Ma per assicurarmi che tutti scoppino ne ho messi 20 in ogni punto.
Ho posizionato gli ordigni e li ho incendiati. Avevo appena acceso il secondo che ho visto le due luci di un treno in arrivo nella mia direzione. Ho avuto un sacco di tempo per far intercorrere un po’ di spazio tra me e la miscela fusa e guardare il treno passare sopra ad uno dei due vasi. I binari e il convoglio frontale erano coperti di Termite in fiamme e facevano un rumore ripetitivo delle ruote che colpivano la parte danneggiata.
Dopo un’ultima occhiata a questo spettacolo me ne sono andat* di lì.
Saluti,
Piromane against (contro) RWE.

8 GENNAIO 2017
Durante quest’ultimo capodanno, mentre tutt* stavano festeggiando, abbiamo fatto una festa speciale delle nostre visitando la miniera di Hambach e mettendo in atto uno spettacolo carino per RWE rompendo qualche vetro per un “lucky new Fear”,(letteralmente: fortunata nuova paura).
Dopo aver camminato lungo i binari del treno che trasporta carbone dalla miniera alle centrali elettriche vicine, abbiamo incrociato due posti di manovra e un pacco di fili elettrici e abbiamo pensato che questi erano degli obiettivi perfetti per i nostri intenti maligni.
Abbiamo aperto i casotti con uno scalpello e abbiamo piazzato dentro 10 cm di camera d’aria riempita di vestiti zuppi di benzina e poi abbiamo spalmato l’interno del casotto con del gel combustibile per assicuraci che bruciasse per bene.
Pensavamo che la festa fosse finita, ma tornando indietro ci siamo accorti di alcune luci invitanti da un rimorchio in una zona recintata. Affianco al rimorchio vi erano due ruspe parcheggiate con assoluto bisogno di manutenzione. Ci siamo assicurat* che il rimorchio fosse vuoto rompendone le finestre, poi abbiamo tagliato la rete e ci siamo subito mess* a mettere a posto l’areazione della ruspa rompendo le sue finestre, tagliando tutta la parte idraulica e aggiungendo qualche buco in più ai raffreddatori. Abbiamo anche versato dello sporco e del vetro rotto nei serbatoi del gas e con una trancia abbiamo tagliato le valvole delle ruote.
200 metri più avanti abbiamo trovato una pala caricatrice e gli abbiamo riservato lo stesso trattamento e abbiamo anche svuotato un estintore, trovato dentro la cabina, nel suo serbatoio.
Secondo i media tutto ciò ha causato un danno di “decine di migliaia” di euro, facendone la festa più costosa di capodanno finora.
Vogliamo mandare i nostri ringraziamenti a tutte quelle persone che ci hanno fornito una perfetta copertura audio sprecando enormi quantità di esplosivo, terrificando la natura selvaggia locale con uno stupido rituale capitalista.
Criminal Mechanics Party(letteralmente:Festa criminale meccanica)

Info da 325.nostate.net

Hambach: Due anarchici spagnoli arrestati

Ieri, 30 novembre, otto persone sono state arrestate nella Foresta di Hambach. Tra di loro ci sono 2 compagni dalla Spagna. Tutti sono stati rilasciati la notte scorsa, eccetto i due compagni, oggi trasferiti a Colonia per custodia cautelare. I nomi sotto cui erano conosciuti nella foresta erano Siao e Hodey, anche se in Spagna li conosciamo sotto altri nomi.
Negli ultimi giorni c’è stata un’acutizzazione di tensioni nella Foresta di Hambach.
Il 17 novembre ha avuto luogo un blocco stradale eseguito con barricate incendiate, pietre sono state buttate negli scontri con la ditta di sicurezza, mentre “l’installazione” di un falso ordigno esplosivo ha ritardato per diverse ore lo smantellamento della barricata e l’abbattimento degli alberi. Da allora, per diversi giorni, le macchine di polizia e dei dipendenti sono state prese a sassate all’inizio e alla fine della giornata lavorativa. Due giorni fa alcune persone lanciavano pietre contro una decina di sbirri e operai della foresta nell’area di Trappola-Mortale, per poi iniziare a costruire la barricata sulla strada. Quando ciò è successo due sbirri hanno lasciato il furgone per disperdere le persone, mentre uno è entrato in foresta inseguendo i compagni, inciampando e cadendo, e ricevendo diversi colpi prima di fuggire spaventato in cerca di rinforzi. Dopo di questo c’è stato un lungo periodo di tensione con un forte numero di sbirri chiamati alla fine della giornata. L’ultimo convoglio che quella giornata ha lasciato la miniera è stato anche attaccato con pietre da alcune persone là presenti.
E infine, ieri, c’è stato un altro attacco in strada contro una macchina di sicurezza, che ha fatto perdere il controllo al conducente, provocando un incidente. Poco dopo sono arrivati numerosi furgoni di sbirri, circondando il campo e la foresta per impedire alle persone di abbandonare il luogo. A questo punto è iniziata la caccia in cui sono state arrestate 5 persone. Un’altra persona è stata arrestata in una delle case nella foresta, e altre due nella casa sugli alberi. Questi ultimi due si trovano adesso in custodia cautelare.
Siao e Hodey sono accusati di attacco alla polizia e utilizzo di esplosivi, e per questo motivo sono tenuti ostaggi nel carcere di Colonia.
Trasmetteremo tutte le nuove informazioni che avremo e gli indirizzi per scriverli, appena li riceviamo.
Solidarietà e lotta!

fonte: Anarhija.info

AGGIORNAMENTO: SONO STATE RILASCIATE

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Marco Camenisch – Settembre 2016: Aggiornamento “discesa”

Il 1° settembre, come da aggiornamento del 26/06/2016, è iniziato il “lavoro esterno“ in zona Zurigo previsto per sei mesi.

Il mio recapito nuovo è: mc, c/o Kasama, Militärstrasse 87/A, CH-8004 Zürich

Per proteggere la mia (costruenda…) sfera privata e quella dell’ambiente sociopolitico a me più vicino, in seguito non pubblicherò più informazioni sul mio nuovo ambito di vita come per es. soggiorno, casa, posto di lavoro ecc., che ormai non dovrebbero neanche più essere di “pubblico interesse“. Ovviamente questo non vale per lx compas a me più vicinx ed altrettanto è ovvio che continuerò ad informare sul percorso della mia “liberazione“ (a maggior ragione su eventuali, „rovesci“…).

Come in parte ho già informato la stampa solidale di movimento, in questa fase della mia “prigionia“ ho già un accesso abbastanza “libero“ all’informazione, alla rete ecc. Di conseguenza non sono più “legittimato“ a ricevere come finora la vostra stampa gratuita e solidale per prigionierx e vi prego di sospenderne l’invio.

Per questa espressione di solidarietà e in generale per tutta la vostra forte, consistentissima e continua solidarietà rivoluzionaria oltre le tendenze contro la repressione del dominio voglio esprimere ancora una volta il mio amorevole rispetto e la mia più profonda gratitudine.

Ovviamente cosciente del fatto che la solidarietà rivoluzionaria non si può praticare giammai in uno spirito da “prestazione-servizio“, vale a dire a senso unico e perciò, come prigioniero specificamente anarchico, spero che il mio contributo solidale oltre le tendenze e il mio rapporto solidale con la lotta rivoluzionaria bastava basta e basterà almeno un po’ allo spirito profondamente reciproco della solidarietà e dell’appartenenza rivoluzionaria.

Sempre resistendo, sempre contribuendo, sempre solidale (anche tacendo…:-) )

marco camenisch, inizio settembre 2016, Zurigo, CH

Attraversamenti postumani antipecisti

“La tecnica integra tutto, evita gli urti e i drammi: l’uomo non è adatto a questo mondo d’acciaio, la tecnica lo adatta. Ma bisogna anche notare che nello stesso momento, per fare ciò ella cambia la disposizione di questo mondo cieco perchè l’uomo possa entrarci senza ferirsi negli spigoli e senza provare l’angoscia di essere destinato all’inumano”
Jacques Ellul

C’è una soglia, superata la quale perdi il contatto con le conseguenze del tuo pensiero sul mondo…

Scorro, mi soffermo, cerco di addentrarmi nelle tesi di Rosi Braidotti in “Il postumano – La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte” e la metofara del cyborg di Donna Haraway come rappresentativi di tendenze pericolose che hanno trovato spazio in un antispecismo accademico, pericolose perchè fuoriescono da questa nicchia e si riversano sui contesti e le situazioni di movimento, e sono in grado di scavare solchi profondi e imprimerci un ben preciso modo di percepire, sentire, considerare, analizzare il presente nella sua espressione più performativa e totalizzante della tecnologia, delle tecno-scienze, del rapporto con le macchine. Se queste tentenze prenderanno forma il rapporto con il tecno-mondo non potrà più diventare conflittuale.

Antispecismo può voler dire tutto e, se la tendenza sarà quella di affiancarsi agli sviluppi tecnologici, sicuramente non sarà l’antispecismo a cui potrò fare riferimento nel considerarlo un contributo nella lotta di liberazione. Sarà solo da respingere.

Sicuramente mi rendo conto che si parte da presupposti diversi oppure anche con una comprensione di ciò che sono e rappresentano gli sviluppi delle tecno-scienze se alla base non c’è una forte critica anti-tecnologica si può arrivare a guardarli con entusiasmo. Se alla base non c’è un rifiuto totale dell’artificializzazione del vivente e un rifiuto della modificazione degli organismi, nel cammino si può fare confusione e confondere un opporsi alle categorie di genere e una libertà con la ingegnerizzazione e potenziamento del corpo.

“La svolta postumana è percepita come felice opportunità di decidere cosa e chi possiamo divenire, una possibilità unica per l’umanità di reinventarsi in senso affermativo. La prestazione sovraumana di Bolt ha ampliato i confini di ciò che il corpo umano è in grado di raggiungere. Rimane da capire se questi confini finiranno per rappresentare un ostacolo fisiologico attraversando e mischiandosi insormontabile, un limite autoimposto dalla collettività o la soglia di cambiamenti potenziali dei nuovi corpi a venire.

Pistorius è stato il primo essere umano potenziato a correre su arti artificiali di carbonio.

I confini e i limiti dei nostri corpi devono divenire oggetto di discussione collettiva e di decisione da parte delle istituzioni della politica e della società civile.

È inquietante, ma anche esilarante confrontarsi quotidianamente con cambiamenti vertiginosi, con l’immensità di nuovi orizzonti.

Umane, troppo postumane, tutte queste estensioni e queste protesi che i nostri corpi sono in grado di sostenere sono già qui e qui resteranno. Stiamo andando al passo con i nostri sè postumani, o vogliamo continuare a indugiare in una cornice teorica e immaginativa sospesa e confusa rispetto all’ambiente reale in cui viviamo? Questo non è il mondo nuovo alla Huxley, vale a dire una versione disutopica del peggiore degli incubi modernisti. Non è neppure il delirio transumanista della trascendenza dai corpi umani attuali. Questa è la nuova situazione in cui siamo immersi nell’immanente hic et nunc del pianeta postumano; uno dei possibili mondi che ci siamo costruiti. E dal momento che esso è il risultato dei nostri sforzi congiunti e dell’immaginario collettivo, è semplicemente il migliore dei mondi postumani possibili.”

A una prima lettura potrebbero sembrare pensieri di un fanatico della Silicon Valley, di Ray Kurzwell, di Gregory Stoch o per una pubblicità dell’IBM del migliore dei mondi possibili, ma invece no, sono stralci dal libro “Il postumano” di Rosi Braidotti.

È certamente più facile criticare e mettere in luce i deliri dei transumanisti, più difficile è scorgere ciò che attraversa e si mischia con contesti antispecisti.

C’è una linea, bella netta, di demarcazione tra noi e chi costruisce e difende questa società. C’è solo da scegliere da che parte stare. Sicuramente chi sta nelle aule accademiche o in qualche ricerca alternativa si tiene ben salda a quella posizione e difficilmente la metterà a repentaglio, come non metterà a repentaglio la propria tranquilla esistenza.

Questo mondo non lo abbiamo costruito collettivamente, ce lo hanno imposto o meglio hanno creato le condizioni per farcelo desiderare… e non è il mondo che tutti vorremmo, dallo sguardo di chi può permettersi il lusso di pensare a come creativamente potremmo divenire postumani non così entusiasticamente la penserebbero le donne indiane che affittano l’utero, le popolazioni a cui espropriano le terre per estrarre minerali rari per l’Ipod di ultima generazione, gli animali tutti con effetti cancerogeni della diffusione di nanoparticelle, non penso proprio che per loro sarà il miglior mondo possibile… e non c’è proprio nulla di esilarante in tutto questo. Nessuna cornice teorica o confusa, anzi, con ben in mente le conseguenze delle tecno-scienze, ce n’è di marcio prima di arrivare alla transizione postbiologica dei transumanisti…

Constatare che siamo pervasi dalla tecnologia e circondate da protesi tecnologiche e che alcune di queste probabilmente le innesteremo nel nostro corpo non equivale ad eccettare questo stato di cose.

Umano, troppo umano, l’uomo nuovo si sviluppa nel peggiore degli scenari possibili…

Ecco ciò che, per Rosi Braidotti, dovrebbe caratterizzare il soggetto postumano: nuova prossimità con gli animali, e qui il cavallo di Troia antispecista, la dimensione planetaria, gli alti livelli di mediazione tecnologica. Una tecnologia intesa sia come una protesi sia come un innesto nel corpo.

Un sè incarnato, relazionale ed esteso in una mutua dipendenza tra corpi e tecnologia, una fusione tra umano e tecnologico. Un “divenire macchina” che crea nuove soggettività. (Rosi Braidotti)

La natura dell’interazione umano-tecnologico si è spostata verso l’indeterminatezza dei confini tra generi, le razze e le specie. Quali sono le conseguenze del fatto che l’apparato tecnologico non è più sessualizzato, naturalizzato e razzializzato, ma ibrido, interconnesso, nel momento in cui la transessualità è il topos postumano per eccellenza? Se la macchina è capace di autogestione e transessuale, il vecchio organico corpo umano necessita di essere collocato altrove. Un capitalismo post-genere… (Rosi Braidotti)

Uno slittamento delle linee di demarcazione e delle categorie ontologiche tra organico/inorganico.

Dall’era industriale all’era elettronica dalla metafora della macchina arriviamo alla metafora tanto cara alla Haraway, del cyborg. Una metafora che si incarna. Che ha un peso. Che ha conseguenze. I cyborg non comprendono solo i corpi high tech dei piloti militari o degli atleti, ma anche le masse enormi del proletariato digitale che nutre l’economia globale. (Rosi Braidotti)

Un mondo cyborg potrebbe comportare il vivere realtà sociali e corporee in cui le persone non temano la loro parentela con macchine e animali insieme, scrive Donna Haraway nel Manifesto Cyborg. Haraway legge nella tecnologia potenzialità radicali di cambiamento e la considera come uno strumento di liberazione. Il/la cyborg è figura centrale della sua teoria, proprio in quanto ibrido di macchina e organismo che consente di superare le dicotomie tra umano e meccanico, natura e cultura, maschile e femminile, normale e alieno, psiche e materia. Il/la cyborg come metafora centrale del soggetto per un superamento del genere: è una creatura in un mondo post-genere, libera dal sessismo, non condizionata dalla riproduzione sessuale biologica e dalla famiglia nucleare, una figurazione della soggettività capace di nuove forme di interazione e comunicazione.

Il limite dei corpi non deve per forza coincidere con la pelle. Il/la cyborg è un aspetto, positivo, della nostra nuova incarnazione. “Noi possiamo essere i responsabili delle macchine, loro non ci dominano né ci minacciano; noi siamo i responsabili dei confini, noi siamo loro(Manifesto Cyborg).

Oggi possiamo vedere una prolifera interconnessione tra antispecismo, femminismo e teorie queer. Spingendo all’estremo l’indeterminatezza e l’ibridismo possiamo arrivare a non saper più collocare il nostro corpo guardando alla “macchina libera dal sessismo e transessuale”. Decostruire e scardinare le differenze tra specie e le categorie di genere non vuol dire prendere come modello la macchina, il/la cyborg perchè fuori da queste categorie. Perchè arrivare a includere la dimensione tecnologica?

Una fobia del corpo biologico come sinonimo di catene, costrizioni e non libertà. Mi chiedo quale libertà si può fondare negando le nostre origini -non biologiste- ma semplicemente naturali, animali, fatte di carne e non artificiali. Una fobia della natura che arriva a negarla, la natura non esiste, “è solo una costruzione per reprimere il diverso, è reazionaria”. E così, al di fuori dalla natura diventiamo macchine, anzi lo siamo già, “perchè in fondo siamo già soggettività ibride”. Nessuna libertà, solo gabbie invisibili, gabbie che nell’indeterminatezza rinchiudono e reprimono ciò che resta di selvatico e naturale. Gabbie che vanno a fondersi e confondersi con quelle del potere.

Stiamo superando e oltrepassando il confine che distingue l’umano dall’inumano.

Troppe cose sfumano, diventano indefinite. Manteniamo invece belle nette queste linee di demarcazione tra organico/inorganico, carne/metallo, circuiti elettronici/sistemi nervosi.

Dovremmo forse essere entusiaste delle nuove frontiere della biologia sintetica e delle neuroscienze?

Siamo corpi, carne del mondo, fondere l’umano e la macchina in una nuova soggettività porta a chiuderci nell’universo artificiale delle macchine. Apre le porte a un’unica dimensione totalizzante, dove l’uomo diventerà perfettamente integrato nel sistema tecnico e adattato alle sue nocività, dove il solco della resisitenza si assottiglierà sempre di più…

Siamo animali, abbiamo dei limiti, siamo mortali. Il nostro corpo non è da potenziare o ingegnerizzare. Nulla di religioso in questo, solo l’avversione a un sistema tecnico che penetra nelle nostre vite, che mercifica gli stessi elementi vitali.

Perchè diventare postumani? Lasciamo ai transumanisti questa parola, non facciamola nostra, sarebbe un grave errore. Non abbiamo bisogno di questo. Semmai dovremmo solo riscoprirci animali e parte della natura. La nostra animalità annichilisce e scompare con il mondo-macchina.

Il resto sono solo filosofeggiamenti di chi ha il tempo per farli senza porsi l’urgenza di combattere questa società. Perchè forse, in fondo, ci sta anche bene. Perchè forse dovremmo ribaltare e mettere in discussione la nostra vita. E così si diventa utili a chi dovremmo combattere, si diventa portatori delle stesse istanze di questo sistema in chiave alternativa condannando gli estremi transumanisti, ma facendo proprio il suo gioco. Il potere critica gli stessi suoi eccessi e contraddizioni e sempre di più cerca di darsi una facciata democratica: quali migliori alleati.

E allora non stupiamoci se proprio dei transumanisti potrebbero diventare dei nostri interlocutori, e se il miglioramento e potenziamento degli animali viene difeso in nome della protezione animale. Il transumanista Hughes che si è espresso contro l’antropocentrismo promuove l’utilizzo delle nanotecnologie e dell’ingegneria genetica per gli animali. E non deve stupirci se l’unica critica posta ai transumanisti sia il fatto che la ricerca scientifica che promuovono poggia sulla sperimentazione animale. (Da “Animal Enhancement: un fututo incubo per gli animali da allevamento? In Animal studies Rivista italiana di antispecismo, numero 1 Novembre 2012)

Se allora grazie alla tecnologia fossero superati gli esperimenti su animali, l’impero tecno-scientifico sarebbe condiviso? La ricerca sarebbe condivisa? Con questi presupposti da alcune/ si…

Le macchine sono considerate capaci di autopoiesi, intelligenti e generatrici: caratteristiche che portano all’alterità e soggettività. L’autopoiesi delle macchine ci indica che la tecnologia è un luogo del divenire postantropocentrico, una soglia per altri mondi possibili. (Rosi Braidotti)

Per Rosi Braidotti la pecora Dolly clonata, figura ideale della nuova relazione postantropocentrica umano-animale, si situa inoltre oltre le dicotomie di sesso del sistema binario e patriarcale di parentela. Come Dolly l’oncotopo è “un sempre-vivo che inquina l’ordine naturale perchè non nasce ma si fabbrica”. Esso è “un apparato tecno-teratologico che interferice con i codici prestabiliti e destabilizza e ricostruisce il soggetto postumano”.

Mi chiedo quale sia la perversione mentale che può definire “relazione postantropocentrica umano-animale” quando stiamo parlando di selezione, transgenesi, clonazione. Quale perversione mentale che vede in Dolly un qualcosa che scardina le categorie di genere. Non interferisce per nulla con i codici prestabiliti, ma ne crea altri e di più mortiferi. Non dovrebbero destabilizzarci questi viaggi pindarci, ma il suo essere diventata realtà.

Non ha senso porsi la domanda di come poterci relazionare a queste “nuove soggettività” o quali vincoli affettivi potremmo scoprire. Queste sono aberrazioni e non dovrebbero semplicemente esistere.

Riflettere sulla soggettività delle macchine supera gli stessi promotori delle tecno-scienze.

Che cos’è la vita? Cosa caratterizza gli esseri viventi? Viene sviluppato negli anni ’70 da Maturana e Varela, neuroscienziati, il concetto di autopoiesi per rispondere a queste antiche domande mai risolte. Ogni macchina autopoietica capace di autorganizzazione, da cui deriva la riproduzione e l’evoluzione, è un essere vivente. Ritorna la vecchia idea degli esseri viventi come macchine tanto cara a Cartesio. Delle macchine viventi. Cosa ci distinguerà allora da un ammasso di circuiti in silicio?

Una necessità di regolamentare la manipolazione del Dna non può significare porre dei limiti alla ricerca scientifica. Allo stesso tempo l’elaborazione di una etica pubblica sul postumano deve evidenziare il lato oscuro, cioè la riduzione del corpo a merce che può essere scomposta, smembrata, venduta e riassemblata secondo rapporti di potere che vede sempre dei dominanti e dei dominati. Anche in questo caso, però, non possono essere posti dei limiti alla autodeterminazione del proprio corpo.

Nuove rivendicazioni etiche, un’etica sostenibile delle trasformazioni in una nuova democrazia tecno-scientifica.

Rifiutare le tecnologie non porterebbe molto lontano, meglio allora impegnarsi in un lungo processo etico che riguarda nuovi sistemi di parentela, nuove connessioni con l’alterità animale e tecnologica. (Rosi Braidotti)

Oltre al fatto che partiamo da presupposti diversi e da un’idea di mondo diversa, non è questione di porre un limite alla ricerca, non può esistere un limite a ciò che per sua stessa natura e costituizione è già in sè controllo e dominio sul vivente. Il lato oscuro che viene identificato non è semplicemente l’altra faccia di una medaglia, è parte costitutiva di essa.

È oscuro solo perchè sono lontani dai nostri occhi le sue conseguenze mortifere, ma basta spostarsi un pò. Decentrarsi.

Nei cavi e circuiti d’acciaio e di carbonio scorre alienazione e dominio, ancora prima della fusione con la macchina tanto agognata dai transumanisti si sono interiorizzate le logiche del sistema.

In nome della libertà di scelta si crea un contesto in cui non si potrà fare altrimenti, in nome della libertà si celano abomini. La libertà di ricorrere alla procreazione artificiale nasconde tecniche di selezione embrionale che gettano le basi della creazione del bambino perfetto, la libertà di un mondo intelligente è un’immensa gabbia, così grande che sfuma e diventa trasparente, una gabbia di desideri e bisogni indotti, di atrofizzazione del pensiero. Una parte del mondo antispecista dalle proprie poltrone disquisisce su nuovi sistemi di parentela tra noi, gli altri animali e la macchina; su una cosa han visto giusto: miliardi di persone (totalmente insensibili verso l’altro animale) sono già aperte e interconnese con le protesi tecnologiche.

Non è possibile pensare una nuova etica all’interno degli imperativi della mega-macchina.

Anche se la lotta a questo tecno-mondo non porterebbe molto lontano, anche se ovviamente non riusciremo ad abbatterlo, questo non vuol dire rassegnarsi. Il punto è che non è stato preso in considerazione un lottare contro tutto questo perchè si vuole essere agenti del cambiamento proprio in questa direzione, sperando di smussare gli spigoli, ritagliandosi una voce importante e di riferimento nel nuovo capitolo epocale. Intanto mentre si pensa al lungo processo etico, nel mentre, i disastri diventano la normalità con cui convivere e miliardi di sommersi dall’impero tecnologico sono lontani dal nostro sguardo.

Questo animale è sempre presente ma ad afferrarlo sfugge, di fatto si fà sempre riferimento a un animale selezionato per le caratteristiche funzionali all’allevamento, di un animale ingegnerizzato e clonato per la sperimentazione animale, di un animale addomesticato… Dov’è l’Animale in tutto questo? Non è afferrabile da queste analisi, è ciò che rimane di selvatico e indomito, sia nelle resistenze alla reclusione e all’addomesticamento, sia nelle vite libere che man mano spariscono sotto i colpi della civilizzazione. Una vera parentela con questo animale è niente di più lontano di una parentela con la macchina.

O forse semplicemente preferiamo un antispecismo dagli hamburger artificiali…

Del tecno-mondo noi non ne saremo mai complici. Nelle vene scorre ancora lo spirito indomito e selvaggio, refrattario, che urla e strepita, che vive e combatte…

Silvia

“Non lo sai tu ancora? Getta dalle braccia il vuoto
dentro a quegli spazi, che noi respiriamo, così che magari gli uccelli
sentano l’ampliata aria con più intimo volo.”
Rilke

Da L’Urlo della Terra, numero 5

Fukushima: cogestire l’agonia

In questo 11 marzo 2015, quattro anni dopo l’incompiuto disastro nucleare di Fukushima, si può redigere un bilancio ufficiale: 87 bambini affetti da cancro alla tiroide, altri 23 sospettati di esserlo, 120.000 «rifugiati», 50.000 liquidatori mobilitati alla soglia sacrificale dovutamente rilevata, piscine piene di combustibili pronti ad esploderci in faccia, scorie massicce e costanti di acqua contaminata nell’oceano, non meno di 30 milioni di m3 di scorie radioattive da immagazzinare per l’eternità.
Questo bilancio esiste. Ci torneremo sopra.

 Lo Stato trasforma gli abitanti di Fukushima in cogestori del disastro

 Una volta tracciato questo «bilancio», considerate con rispetto le vittime e le preoccupazioni, è il momento di trarre le debite conseguenze. Una di queste è la seguente: man mano che si allestiva l’aiuto fornito da gruppi di cittadini, dalle ONG, da strutture più o meno indipendenti, lo Stato trasformava gli abitanti di Fukushima, in maniera innegabile e mascherata da «partecipazione cittadina», in cogestori del disastro. Si potrà magari sottolineare che questo slancio civico ha denotato spontaneità, ovvero amore per il prossimo, che lo Stato non ha dato nessun ordine in tal senso, che ognuno era e resta libero di «impegnarsi» in simili movimenti, certo! Tuttavia, molti uomini e donne che lo hanno fatto, anche se inconsapevolmente, hanno fatto il gioco dello Stato.

Ecco cosa abbiamo constatato.

La maggior parte dei suoi gruppi cittadini, delle ONG, di quelle strutture più o meno indipendenti hanno esortato gli abitanti a equipaggiarsi con dosimetri, li hanno aiutati a procurarseli o a costruirli in modo fai-da-te, li hanno assistiti nell’immane compito di una impossibile decontaminazione, hanno raccolto fondi con cifre anche colossali per acquistare attrezzature che permettessero di compiere delle antropogammametrie, vi hanno fatto sedere i loro simili per assegnare loro somme che non sapevano come utilizzare, hanno elaborato documenti dettagliati sulle ricadute radioattive, hanno aperto ambulatori di analisi dei dosaggi ricevuti e di controllo sanitario delle popolazioni. Queste «iniziative cittadine» miravano a mostrare una realtà i cui protagonisti ritenevano che fosse negata dalle autorità. Così facendo, invece di indurre le persone a «salvare la propria vita», cioè a fuggire a gambe levate (come hanno fatto alcune strutture, nello Yamanashi ad esempio, aiutando la gente a rifarsi una vita altrove), la maggior parte di loro le hanno aiutate a restare sul posto, cosa che ha fatto il gioco di uno Stato il cui solo obiettivo, fin dall’inizio degli avvenimenti, era di mantenere le popolazioni sul luogo. Così, invece di rimettere in discussione la thanato-politica di folli società umane edificate sul pericolo e sul governo della morte, queste strutture hanno insegnato alle persone a convivervi, nell’attesa che i dosimetri facessero il miracolo.

Da Chernobyl a Fukushima, la cogestione ha fatto fare un salto qualitativo all’amministrazione del disastro: lavorando alla grande inversione del disastro in contromisura, ha portato a un grado di perfezione mai raggiunto prima la responsabilizzazione di ciascuno nella propria distruzione e nella nazionalizzazione del popolo che la genera.

 

Gruppi indipendenti… integrati

 Prendiamo due esempi che mostrano come, prima o poi, queste strutture più o meno indipendenti lo siano state sempre meno e si siano, più o meno intenzionalmente, allineate alle strutture statali.

Primo esempio: Ethos, programma sviluppato in Bielorussia negli anni 90 per «migliorare le condizioni di vita nelle zone contaminate», sostenuto dalla commissione europea, il cui leader era anche direttore del CEPN, Centro di studi sulla valutazione della protezione in ambito nucleare, associazione finanziata da EDF, CEA, Cogema e IRSN. Un clone di questo programma, Ethos in Fukushima, è nato in Giappone sei mesi dopo l’11 marzo 2011, su iniziativa di una ONG locale mirante a sostenere il morale delle truppe contaminate attraverso riunioni informative in cui vengono raccomandati l’aiuto reciproco fra abitanti ed alcune misure illusorie di protezione dalla radioattività. La parola d’ordine della ONG, la cui fede, è risaputo, abbatte le montagne, è:

«Malgrado tutto, vivere qui è meraviglioso, e possiamo trasmettere un futuro migliore».

Avendo l’allievo superato rapidamente il maestro, questa iniziativa è stata assorbita dalla Commissione Internazionale di Protezione Radiologica (CIPR), che ha istituito dei «Dialoghi». Questi seminari partecipativi hanno così raggruppato degli eletti, esperti scientifici e gruppi di cittadini preoccupati di «rivitalizzare» le zone contaminate che ne avevano davvero bisogno, al fine di inculcare una «cultura pratica radiologica» e di aiutare ciascuno ad «ottimizzare il dosaggio».

Secondo esempio: Safecast, «rete globale di sensori che raccoglie e condivide misure delle radiazioni al fine di abilitare le persone a gestire la situazione grazie a dati relativi al loro ambiente». In seguito alla loro partecipazione ad una conferenza dell’AIEA nel febbraio 2014 a Vienna, il leader di Safecast definisce i propri membri «hacker, non di quelli che svaligiano banche [sic!], bensì di quelli che costituiscono il motore dell’innovazione», e mostra chiaramente il proprio attestato di professionalità, considerando di «aver modificato con successo i presupposti che l’AIEA aveva in relazione a quanto i gruppi indipendenti sono capaci di fare […] al fine di fornire fonti alternative di informazione», dichiarandosi con penosa fierezza «sicuro del suo progredire nella prossima revisione delle direttive che prepara l’AIEA in risposta al disastro». La delegata norvegese all’AIEA, che ha colto tutto l’interesse dei «sensori cittadini», ha immediatamente visto in Safecast: «Persone creative e innovative che sviluppano soluzioni efficaci da sé, e in caso di incidente nel vostro paese, sarete ben contenti che ci siano persone come loro. Di fatto, dovreste fin d’ora cercare persone come loro».

Felicitandosi che questa dichiarazione sia stata accolta da applausi, i responsabili falsamente ingenui di Safecast precisano:

«Il consenso nella sala è girato […], la CIPR ci ha proposto di trovare dei finanziamenti, il ministero dell’energia americano vuole integrare i nostri input nel loro nuovo sistema informativo d’emergenza, l’IRSN vuole che li aiutiamo in uno dei loro progetti, la Commissione di regolazione nucleare discute con noi per vedere come integrare al meglio la misura cittadina nei loro piani di catastrofe».

 

 I «sensori-cittadini» di Fukushima: cittadini prigionieri

La cogestione dei danni fonda il consenso: salutata da tutti nel nome della necessità di superare la situazione, è decisamente auspicata e s’inscrive in una strategia basata su quell’arte di utilizzare gli avanzi che è la resilienza. Approccio apprezzato dai pronuclearisti, si integra anche per molti anti-nuclearisti in una attuazione della partecipazione cittadina che essi invocano — non arretrando davanti ad alcun paradosso — con tutto se stessi, inciampando pericolosamente nella messa in discussione del ricorso all’energia nucleare su cui si presume si basi la loro lotta, e della società industriale che rende questo ricorso indispensabile. In fondo, l’oggetto della cogestione nel nome della democrazia è lo stesso Stato. Facendo di ciascuno un contro-esperto che bisogna educare, informare, attrezzare, per farlo diventare un misuratore competitivo, perché si sottometta a priori all’autorità scientifica che decreterà le nuove norme necessarie al buon funzionamento della macchina sociale, la cogestione si manifesta per quello che è: l’arte di diffondere metastasi statali, per riprendere la chiara formula di Jaime Semprun e René Riesel.

Alcuni sociologi dell’allarme, che non perdono occasione di lodare i «lanceur d’alerte»[*], hanno insistito a vantare i pregi delle «reti di cittadini-sensori che partecipano alla costruzione di una intelligenza collettiva attrezzata e atta a conferire una capacità attiva ai cittadini per interpretare il loro ambiente, captarlo e misurarlo e alla fine agire su di esso». In questo modo, gli allertologi rifiutavano di vedere la stupefacente realtà: molti «cittadini-sensori» di Fukushima erano diventati appunto dei cittadini prigionieri.

 

Cogestire, consentire, obbedire

 Cogestire i danni del disastro nucleare aiuta a superare la distanza che separava il terribile dall’acquiescenza al terribile. Cogestire i danni del disastro nucleare porta a partecipare al dispositivo che permette di consentire la contaminazione, d’insegnare agli uomini a vivere in così pessime condizioni d’esistenza e di introdurla nella cultura di massa. Cogestire i danni del disastro nucleare è iscriversi nel paradigma dell’ordine, non in quello della trasformazione. Significa accompagnare l’agonia al quotidiano dei corpi e quella, altrettanto grave, delle menti e del loro eventuale pensiero contrario. Divenuto maestro nell’arte di disprezzare i suoi avversari che sono gli individui coscienti, lo Stato cogestito, voluto da tutti, non ha più che falsi nemici nella cui mano ha saputo far scivolare la sua. L’identificazione con ciò che si teme incide qui tanto più pesantemente quanto la cogestione tende verso l’autogestione, che sta al disastro nucleare come l’autocritica stava allo stalinismo: una tecnica di interiorizzazione della colpevolezza e, in tal senso, del dominio, perché la cogestione è una congestione della libertà e del rifiuto di esserne privati. Si tratta allora di trovare una causa comune per evitare di scontrarsi con il proprio salvataggio attraverso il rifiuto. Ora, le cause comuni abbondano a Fukushima: trarre vantaggio da una esperienza unica, imparare a far fronte al prossimo disastro, restaurare la comunità, ridare impulso alle forze economiche, far rinascere l’impiego per i giovani, incitare le popolazioni a un «ritorno al paese natale»… Dalle minacce di non risarcimento delle spese sanitarie ai buoni di riduzione per i turisti, dal risviluppo dell’industria dello svago (stadi di baseball, musei) alla costruzione di minimarket con terrazze «più conviviali»… a Fukushima, non ci sono dubbi: l’inventiva morbosa fa furore.

Di certo, pretendendo da un lato di salvare ciò che si distrugge dall’altro, non si fa che ribadire l’obbedienza al potere.

 

Nadine e Thierry Ribault

Tratto dal sito Finimondo

 

[*] Questa espressione, coniata nel 1990 da alcuni sociologi, ha assunto negli anni vari significati. Ecco la definizione della Fondation Sciences Citoyennes: «Semplice cittadino o scienziato che lavora in ambito pubblico o privato, il lanceur d’alerte si trova in un dato momento a scontrarsi con un fatto potenzialmente pericoloso per l’uomo e il suo ambiente, e decide di portare questo fatto a conoscenza della società civile e dei poteri pubblici…»

Xylella fastidiosa, Stato insopportabile Cronistoria di un’emergenza inventata e riflessioni in merito.

Il nome del patogeno che avrebbe dovuto infestare nei mesi scorsi tutti gli ulivi del Salento contiene un aggettivo singolare: fastidiosa. E di fatto fastidioso questo batterio lo è stato, perché anziché far morire tutti gli ulivi, le piante da frutto e le piante ornamentali, così come paventato dal piano emergenziale del Commissario straordinario, dalla Regione Puglia, dal Governo e dalla Comunità Europea, la notizia della sua diffusione e dei rimedi per abbatterlo – taglio di centinaia di migliaia di ulivi e irroramento massiccio di pesticidi –, ha suscitato un moto d’orgoglio da parte di molti che, in qualche modo, ha rallentato questo piano. Se da un lato è stato abbastanza chiaro, per coloro che si sono interessati alla questione, che si trattava di un piano devastante e biocida senza alcuna logica apparente – ma forse con una sua logica intrinseca legata al tipo di economia e di potere che regge il pianeta –, dall’altra i metodi utilizzati per affrontare tale questione hanno risentito al solito dei limiti legati ad un modello rappresentativo-democratico davvero poco credibile, ma che si sostiene e si riforma, autoriproducendosi. Se più della metà degli elettori non va a votare il potere trova ancora linfa da utilizzare per governare e specula su questioni come il disseccamento degli ulivi o una grande opera come il gasdotto Tap, spendendo inutili parole di politichese, mentre al chiuso degli uffici lavora per peggiorare la vita di tutti. L’altra metà di elettori si afferra a questa illusione per paura del baratro. Qualcuno si chiude occhi, orecchie e bocca e contribuisce al mantenimento dei privilegi di questi veri parassiti. Qualcun altro invece è proprio convinto che quella sia la strada da percorrere. E così di ricorso in ricorso alla magistratura, di colloquio in colloquio con chi gestisce il potere, di richiamo in richiamo alla democrazia, alla costituzione, ai diritti dell’uomo, della natura e degli animali, il tempo passa, le energie si esauriscono e lo Stato e le sue lobby compaiono all’improvviso, militarizzano con centinaia di uomini delle forze dell’ordine la zona in cui devono intervenire e operano all’insaputa di tutti, infischiandosene ovviamente di tutti i ricorsi, le raccolte delle firme, le inchieste della magistratura, la volontà della persone. Nonostante questo c’è chi continua ad appellarsi alla magistratura, al Governatore neo eletto, a quello uscente, al parlamentare, alla Commissione Europea, ecc. ecc. È evidente che lo Stato viene considerato qualcosa di insuperabile, senza il quale non si può immaginare null’altro. Eppure non esiste un cattivo Stato e uno buono, c’è chi governa meglio, c’è chi governa peggio, ma che lo Stato faccia davvero l’interesse dei propri cittadini dovrebbe essere una favola ormai vecchia a cui sembra davvero sorprendente si possa ancora credere.

Responsabili

Il 7 luglio 2015 a Oria, in provincia di Brindisi, sono stati tagliati 45 alberi di ulivo. Questo provvedimento è stato messo in opera sulla base del piano della Comunità Europea, recepito dal Governo italiano ed eseguito da un Commissario straordinario. Ciò per contenere il diffondersi del batterio di Xylella fastidiosa. Nessuna analisi, nessuna certezza che quegli alberi fossero malati, solo l’esecuzione di un delirio di onnipotenza da parte delle istituzioni che inventano un’emergenza e mettono in campo tutti i mezzi necessari, compresa la forza, per attuare i propri piani. Piani solo in parte comprensibili data l’assurdità della situazione. Le immagini degli operai dell’Arif (Agenzia regionale per le attività irrigue e forestali) intenti a tagliare alberi bellissimi e verdissimi e apparentemente in ottima salute, accerchiati da decine di sbirri, dà il senso di quello che è accaduto. Probabilmente il tentativo di sostituire un metodo di agricoltura tradizionale con uno intensivo che utilizzi pesticidi in gran quantità e una differente varietà di piante, più produttive ma dalla vita meno longeva, cercando poi pian piano di introdurre anche l’utilizzo di Ogm, almeno come possibilità e smussando così le resistenze. È sembrato di vivere in un laboratorio a cielo aperto e ad essere sperimentate o testate sono state anche le reazioni delle persone. Si prova con l’illusione della partecipazione; se funziona, bene, la strada è spianata per qualunque nocività e il “progresso” può andare avanti. Se non funziona si procede con la paura e col terrore, si usano i media per spaventare le persone, si fa una propaganda serrata e quotidiana per instillare nella mente i concetti che tornano utili come “batterio killer”, zona infetta, eradicazione e, se non funziona ancora, si procede con la forza. Queste tre possibilità a volte si combinano, a volte vengono usate singolarmente, ma spesso ritornano nella gestione dei territori e dei luoghi dove il potere, economico e statale, vuole intervenire per imporre qualcuna delle sue opere o dei suoi nuovi modelli di controllo dell’esistente.
Questo però non dovrebbe farci dimenticare che sempre di un’imposizione si tratta e chi la esegue è, anch’esso, complice di chi dà il comando. Siamo troppo abituati a dire sì, a vivere irreggimentati, a rispettare l’Autorità per dire no, per disobbedire, per disertare, per rifiutarsi.
Tuttavia la disobbedienza c’è stata, poiché in molti hanno cercato di impedire che il piano di eradicazioni, proseguito ad ottobre, questa volta in maniera più decisa, andasse avanti. Ma per stroncare le proteste il cosiddetto piano bis ha previsto che, a tagliare gli alberi, fossero gli stessi proprietari ai quali è stato notificato che i propri alberi erano malati, naturalmente senza alcuna prova di laboratorio. Per fare queste notifiche lo Stato si è servito della Guardia Forestale, forza di polizia a tutti gli effetti  e che presto verrà accorpato nei carabinieri, che si è presentata a casa dei proprietari, spesso anziani contadini proprietari di pochi alberi, alle quattro del mattino con più uomini.
Se i contadini non avessero adempiuto al taglio degli alberi avrebbero ricevuto una multa salatissima e gli alberi sarebbero stati comunque tagliati con la forza. Il piano bis ha cercato quindi di troncare le gambe alla protesta, tuttavia azioni di resistenza si sono verificate ugualmente, quali difesa degli alberi con i corpi degli oppositori, presìdi permanenti, manifestazioni di piazza, ripiantumazione di alberi eradicati, rifiuto degli operai di una ditta di eradicare, minacce all’autista della ruspa che avrebbe dovuto espiantare e furto delle chiavi, chiusura di tutti gli accessi al paese dove erano previsti tagli, piantumazione di nuove piante d’ulivo dello stesso tipo di quelle tagliate, scritte murali. Infine l’occupazione dei binari in un paese in provincia di Brindisi per sette ore da parte di decine di persone.

Troppe domande, qualche certezza

Spesso abbiamo troppe domande in testa per riuscire ad avere una proposta valida, ma alcune certezze ci accompagnano sempre, e non potrebbe essere altrimenti. Abbiamo una visione del mondo e in base ad essa cerchiamo anche di intervenire nelle varie questioni, apparentemente slegate tra di loro, ma che in realtà non lo sono affatto. Se pensiamo ad esempio allo sfruttamento di vari luoghi nel mondo, alla distruzione di interi territori, alla desertificazione provocata da questo sistema economico, alle catastrofi poco naturali che mettono in fuga milioni di persone, non possiamo non pensare di essere accomunati all’esistenza di altri individui quando sulle nostre teste viene imposta una nocività o si decide qualsiasi progetto tolga un pò di libertà.
Se molti posti nel mondo vengono depredati delle risorse, se la costruzione di una diga toglie l’acqua alla popolazione che vi era insediata e che per forza di cose è costretta a spostarsi, se la costruzione di infrastrutture toglie terra e mezzi di sostentamento a chi vive quei luoghi, se i semi da piantare diventano proprietà privata tramite un brevetto di una multinazionale, come possiamo non collegare tutto questo all’emigrazione forzata che milioni di persone si trovano ad affrontare. Senza contare le guerre che vengono scatenate in giro per il mondo, spesso al fine di controllare le risorse energetiche di alcune nazioni.
Del Salento si vuole fare un luogo per un turismo d’èlite e un punto di passaggio e di produzione strategico per varie fonti di energia, fonti fossili, gasdotti, energie rinnovabili, eolico, solare, biomasse. Se a ciò si aggiunge il tentativo di insediare un’agricoltura industriale intensiva il quadro è completo.
Un modello che si sostituisce ad un altro, a volte più lentamente, a volte con un’accelerata, come in questo periodo, e spazza via ogni altra cosa, aspetti ambientali, culturali e sociali prima esistenti.
Naturalmente ciò che vogliamo difendere non sono le tradizioni di un popolo, né un’identità qualsivoglia essa sia, ma una vita a misura d’uomo, naturale, selvaggia se possibile, i luoghi dove viviamo e che si vuole trasformare in deserti inquinati e asettici, tutti uguali. Ciò che vogliamo è resistere alle imposizioni, all’Autorità di qualunque tipo che pretende di gestire le nostre vite, vogliamo difendere la nostra possibilità di scelta, se ancora ne rimane qualcuna.
Ed è per tutti questi motivi che non potremo mai trovarci, nella nostra battaglia, al fianco di un fascista, di uno che ha la gerarchia in testa, che fomenta l’odio contro il diverso, lo straniero, e che è parte integrante di questo sistema di sfruttamento, nonostante il suo populismo. Non abbiamo bisogno di una falsa unità, di difendere un ulivo e dimenticare tutto il resto. Non abbiamo bisogno di difendere il nostro orticello e chiudere gli occhi davanti alle morti in mare di migliaia di persone, alle guerre, alla devastazione del pianeta. Non abbiamo bisogno di difendere un territorio perché salentini; il patriottismo non ci appassiona, ci sentiamo accomunati ad altri individui in quanto sfruttati. Non ci sentiamo fratelli di chi vorrebbe, come un fascista o un integralista di qualsiasi tipo, vietare, negare, limitare la libertà.
E vogliamo ribadire tutto questo perché, nei mesi scorsi, in uno dei presìdi a difesa degli ulivi erano presenti anche esponenti di Casapound, che anche in altre occasioni hanno cercato di inserirsi. Quando qualche pecora nera poco propensa ad accettare la loro presenza ha sollevato la questione, la gente del posto li ha difesi, ma soprattutto li ha difesi il cittadinista che vuole l’unità a tutti i costi, anche con i fascisti, che vuole i numeri, che vuole le masse perché senza non si può fare nulla, che cerca visibilità, che è alleato dei giornalisti perché i media pensa si possano utilizzare a proprio vantaggio; che utilizza parte del suo tempo a filmare e fare foto, che comunica quasi esclusivamente tramite facebook perché i social network tengono in rete e pensa che i “parteciperò” e i “mi piace” siano il metro della protesta e non un modo comodo per appoggiare qualcuno o qualcosa standosene tranquillamente dietro un pc. La rete però sempre più non è sinonimo di interconnessione ma di gabbia, di controllo, di costante monitoraggio. Il cittadinista è un pompiere, un ostacolo forte a che si possa cambiare davvero qualcosa e intervenire in maniera incisiva. È colui che sostiene questo sistema più di ogni altro con la sua fiducia nelle istituzioni, con il suo pacifismo da imporre agli altri, con la sua delazione (quando occorre).

Che la paura cambi di campo

All’indomani dell’eradicazione dei 45 ulivi a Oria, una delegazione di presidianti si è recata dal Prefetto di Brindisi per chiedere spiegazioni su quanto accaduto. Per tutta risposta il funzionario, con modi spicci e arroganti, ha affermato che in quanto elettori dovevano sottostare a quanto deciso, che era una legge dello Stato e che dovevano rispettarla. Che in quanto semplici cittadini non rappresentavano proprio nessuno. Per il Prefetto, che è espressione del Governo sul territorio, la forza e la legge sono essenzialmente la stessa cosa. Decide il più forte, non c’è altro da dire. Per chi non ha fiducia nell’Autorità e neanche nel Diritto non c’è tanto da stupirsi poiché il Prefetto ha affermato quella che è l’essenza di uno Stato democratico.
Non è uno stato d’eccezione, è la gestione del diritto, e la forza è uno degli elementi fondanti. Dietro l’apparenza della partecipazione, in realtà, si tenta di indurre alla paura e si tiene in scacco il più debole, decidendo del suo destino.
E allora ciò che occorre è che la paura cambi di campo. Che le persone non siano più succubi, suddite di un potere che cerca di sopravvivere. Ad avere paura dovrebbero essere coloro che hanno creato questa emergenza e i loro esecutori e tutte le figure istituzionali locali, nazionali ed europee. Ad avere paura dovrebbero essere i giornalisti che alimentano il terrore e creano confusione.
Ad avere paura dovrebbero essere tutti quelli che hanno accreditato questa emergenza e hanno messo in atto i mezzi per sostenerla fino al necessario. Ad avere paura dovrebbero essere loro e questa è l’unica unità che vorremmo auspicare.

Non si può pensare liberamente all’ombra di un tribunale

Verso la metà di dicembre 2015 c’è stato il colpo di scena. La procura di Lecce, dopo un’indagine durata 18 mesi, ha posto sotto sequestro circa un milione di ulivi, con facoltà d’uso da parte degli agricoltori e ha indagato formalmente 10 persone. Funzionari della Regione Puglia, professori universitari e il Commissario straordinario Silletti. In seguito a questa inchiesta Silletti si è dimesso, così come i funzionari indagati e la protezione civile ha richiesto alla Regione Puglia e al Governo la revoca dello stato d’emergenza dichiarato nel febbraio 2015. Di fatto le eradicazioni sono state sospese e il futuro immediato sulla vicenda sembra più che mai incerto. Molti hanno plaudito all’operato della procura, che ha ridato un’immagine presentabile ad uno Stato in deficit di credibilità. L’intervento della magistratura darà sponda alle istanze cittadiniste che hanno esultato per l’inchiesta invocando condanne, repressione e giustizia contro le mele marce. Intanto la procura di Brindisi, come era prevedibile, ha emanato i suoi primi decreti penali di condanna – ne seguiranno molti altri, probabilmente – a carico di alcuni agricoltori che in una mattinata di novembre avevano manifestato in piazza. Mossa che tra l’altro mira a ristabilire i confini di una protesta democratica e che accresce il potere dello Stato che, per mezzo al suo organo giudiziario, si mostra equidistante. Vengono repressi tutti, chiunque agisca al di fuori delle regole imposte. Ma questo è ciò che accade abbastanza frequentemente quando si creano situazioni limite, quando singoli pezzi dello Stato si spingono talmente oltre che i loro inganni rischiano di diventare troppo evidenti e anche quando, dall’altra parte, la protesta deborda i confini della legalità e si esprime con pratiche che vanno oltre il consentito, rischiando di diventare efficaci e di sfuggire ai margini imposti – ad hoc – dalla legge.
Tuttavia, ciò che è accaduto in questi anni è qualcosa di inquietante e la vicenda della Xylella è davvero esemplificativa di come il sistema economico funzioni nel mondo. Seppure non sia nulla di nuovo, fa un certo effetto venire a conoscenza che nel Salento, secondo dati riportati da alcuni giornali, tra il 2010 e il 2012 sono stati irrorate quantità ingentissime di pesticidi in campi sperimentali avviati da Monsanto e Basf in deroga alle autorizzazioni, per testare la resistenza delle piante di ulivo alla cosiddetta “Lebbra dell’olivo”.
Anche al di là di quanto riportato dalle carte della procura, si aveva la percezione che il Salento fosse utilizzato come luogo di sperimentazione, sociale e ambientale, e ciò sta accadendo anche con il gasdotto Tap e soprattutto è già accaduto con l’Ilva di Taranto e la centrale a carbone di Cerano; un territorio, gli aspetti sociali, culturali, economici che lo riguardano e i suoi abitanti vengono sacrificati sull’altare del profitto e dell’economia.

Ruolo dell’Europa

Molti hanno considerato l’Europa, con le sue istituzioni, estranea a quanto accaduto: semplicemente coinvolta nell’emanare provvedimenti emergenziali che prevedevano l’eradicazione di migliaia di alberi e l’uso di pesticidi, perché tratta in inganno. Al contrario l’Europa non può non aver avuto un ruolo centrale in tutta questa vicenda. Oltreché direttamente influenzata da esponenti politici locali, uno dei quali anche funzionario europeo, al soldo probabilmente di qualche multinazionale, il ruolo delle istituzioni europee è abbastanza chiaro e mira all’introduzione o alla diffusione di un modello di “sviluppo” mondiale basato, in questo caso, su un’agricoltura intensiva e sull’uso di pesticidi e Ogm. Un dato di fatto risultante dalla politica di Efsa (Agenzia europea per la sicurezza alimentare) riguardo gli Ogm, tutta a favore degli studi  e dei risultati delle grosse multinazionali che li producono. Di recente inoltre Efsa ha dichiarato, con un documento ufficiale, che l’uso di glifosato (principale elemento dei pesticidi) in agricoltura non è causa di malattie cancerogene, mentre parere esattamente contrario ha dichiarato l’OMS. Efsa si è espressa anche sulla questione Xylella in maniera alquanto oscura e ambigua. Affermando che non vi era certezza sulla causa del disseccamento degli ulivi, ha lasciato la porta aperta all’uso di soluzioni estreme ed emergenziali come l’eradicazione. Tali istituti vengono visti come indipendenti e il loro parere acquista grande valore in virtù delle competenze che essi dovrebbero esprimere. Tuttavia, non è difficile scoprire l’influenza che grossi colossi dell’agroindustria, come Monsanto, hanno su questi istituti, indirizzando di volta in volta i pareri a seconda della necessità del mercato o del momento. Ecco perché sarebbe un errore considerare la questione Xylella come una questione esclusivamente locale. Per fare un esempio pratico, nel sud della Spagna vi è stato negli scorsi anni un medesimo processo indotto di trasformazione della coltivazione tradizionale degli ulivi in una coltivazione industriale. Non sorprende quindi che anche in Salento sia in atto il medesimo tentativo.
Meccanizzata, iperproduttiva, intensiva, omologata, geneticamente modificata, avvelenata: questo il quadro di un’agricoltura che più che a sfamare è destinata a riempire ipermercati luccicanti e asettici e a produrre energia i cui destinatari ultimi non sono certo gli esseri viventi ma le macchine.

Alcuni nemici delle nocività
Gennaio 2015, peggio2008@yahoo.it

Da L’Urlo  della Terra, numero 4

 

Aggiornamenti da Marco Camenisch: la lenta sottrazione di sbarre

Fine giugno 2016: Aggiornamento “discesa”

Dopo il trasferimento di novembre 2015 da Bostadel a Saxerriet (Salez) nella sezione “chiusa di transito”, il 10 dicembre 2015 ci fu “riunione di trasferimento” con la direzione del carcere, i responsabili del DAP Zurigo ed il mio legale, ove furono deliberati poi ordinati i seguenti “passi”, ora già realizzati:
Gennaio 2016 trasferimento interno del “transito” in una “sezione aperta”
Febbraio 2016 2 uscite di 5h accompagnate da personale dell’istituto
Marzo 2016 2 uscite ognuna di 5h accompagnate da “figura di riferimento di propria scelta che si assume la responsabilità”
Maggio 2016 2 uscite, 1 di 5h  e una di 12h accompagnate da “figura di riferimento di propria scelta che si assume la responsabilità”
18 maggio altra “riunione di coordinamento esecutivo”
In questa riunione fu decisa (con ordine  scritto a metà giugno) la concessione di un’uscita di 12h sia per giugno sia per luglio + un permesso di fine settimana di 24h in giugno e uno di 36h in luglio, nonché un permesso di 24h e uno di 36h nel mese di agosto; dopo di che, dopo un’altra “riunione di coordinamento esecutivo” prevista agli inizi di agosto, sarebbe previsto che settembre 2016 (circa tre mesi prima del “previsto”…) potrei iniziare un “lavoro esterno” per sei mesi (lavorare fuori, sere/notti dentro, i fine settimana fuori). Il contratto di lavoro richiesto (min. 50%) e un posto in un carceretto nell’area di Zurigo dovrebbero, di quanto ne so, già essere certi.
In seguito potrebbero aggiungersi alcuni mesi di lavoro e di soggiorno (in una casa propria) esterno e, al più tardi agli inizi del 2018, la liberazione condizionale.

Le mie capacità di mantenimento delle relazioni politiche/personale (anzitutto per il lavoro di scrittura) già negli ultimi anni sono state fortemente ridotte anzitutto con i continui trasferimenti e le conseguenti riorganizzazioni, anche da zero, di questo lavoro. E ora, in questo lungo passaggio “tra dentro e fuori”, suddette capacità sono ancora più ridotte (e spesso al lumino…) oppure assorbite in altro modo nella tanto intrigante quanto impervia riorganizzazione, ex-novo, di un resto di esistenza solidale fuori dalle mura in questa società galera. Sono degli sforzi che tuttx lorx solidali direttamente impegnatx come anche io stesso gli dobbiamo affrontare con degli “spazi” a volte anche più ridotti e certamente più incerti che non  con il “carcere-carcere”.
Non trattasi, perciò, in nessuno modo di indifferenza e di desolidarizzazione personale e/o politica se ora non sono e in futuro non sarò più in grado di mantenere quel sacco di corrispondenza e lavoro di scrittura come fino a poco tempo fa.
Tuttavia, per gli spazi già un tantino più “liberi”, già con l’imminente periodo di lavoro esterno la situazione potrebbe iniziare ad essere più propizia e suddetta riorganizzazione e perciò anche a quella delle comunicazioni.
Con l’ennesimo imminente cambio di indirizzo comunicherò anche l’inizio del suddetto periodo.

Sempre resistendo, sempre contribuendo, sempre solidale,

marco camenisch, 26.06.2016, galera Saxerriet, Salez, CH