Francia – Lotta al nucleare: incendiati veicoli della Enedis

Nella notte tra il 12 e il 13 agosto sono state incendiate le macchine della Enedis a Ivry (viale Maurice Thorez).

Volevamo mettere un piccolo bastone tra le ruote dell’impero elettronucleare EDF.
Volevamo inviare un messaggio ai compagni che lottano a Bure: vi pensiamo!
Coraggio alle persone detenute a seguito della riocuppazione del Bosco di Lejuc[1]

Agli idioti che hanno parlato dell’incendio senza capire da dove è partito: cambiate mestiere![2]

[1] Per scrivere a Kevin, detenuto 4 mesi per aver non aver rispettato le misure cautelari, a seguito della rioccupazione del Bosco di Lejuc, lo scorso 18 luglio: Kevin Fluchs, n° d’écrou: 16654, Centre Pénitentiaire de Nancy-Maxeville, 300 rue Abbé Haltebourg, 54320 – MAXÉVILLE, Francia [nota di Attaque]

[2] Un estratto dall’articolo che gli idioti del “Parisien” (13/08/2019) hanno scritto sull’incendio di Ivry: “Sei macchine incendiate, i loro proprietari in gran perplessione nell’ora di recarsi al lavoro e quartiere parecchio spaventato: questo il bilancio dell’incendio propagatosi da macchina a macchina nel viale Maurice-Thorez 95 a Ivry nella notte tra lunedì e martedì. Un incendio che ha tenuto occupati pompieri e polizia per una buona parte della notte, nonché i carri attrezzi incaricati martedì di portar via i rottami. L’intervento ha, tra l’altro, provocato un notevole ingorgo in questa via situata non lontano del centro della città di Ivry-sur-Seine. Secondo una fonte di polizia, “il serbatoio di una vettura è stato perforato e poi incendiato. L’incendio si è in seguito propagato ad altri veicoli”. Un atto di vandalismo che ha richiesto la mobilitazione di dodici pompieri e di due veicoli d’intervento […] [nota di Attaque]

Info da: https://anarhija.info

8 Ottobre – Presidio al Singularity Summit Italy

SINGULARITY UNIVERSITY SUMMIT ITALY

PRESIDIO 8 OTTOBRE 2019
Dalle 7.00 alle 14.00
Milano Congressi – Via Gattamelata 5

Il Transumanesimo è già qui

Il transumanesimo non è una tendenza marginale di alcuni eccentrici ricercatori o un effetto collaterale dello sviluppo tecnologico, è il logico approdo di questo sistema tecno-scientifico.
Lo slogan di questo incontro è: “Progetta il futuro. Costruisci il futuro. Sii il futuro.” Un futuro che sta già diventando il presente. Le logiche del transumanesimo – superamento dei limiti, miglioramento e potenziamento dell’uomo, riprogettazione e artificializzazione del vivente – non sono solo mere speculazioni astratte, ma diventano ricerche, chimere transgeniche, droni militari, nuovi apparati della smart city, Procreazione Medicalmente Assistista e editing genetico.
Il transumanesimo e il sistema tecno-scientifico producono immaginari, desideri, bisogni, trasformano il mondo e la nostra percezione della realtà.
Dalla Singolarity University, una delle maggiore espressioni del transumanesimo, si formano i più importanti dirigenti e ricercatori mondiali, alcuni di loro confluiscono poi al MIT (Massachusetts Institute of Technology), una delle più importanti università di ricerca al mondo; nella DARPA, una agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti per lo sviluppo di nuove tecnologie per uso militare; in Google; in Microsoft, solo per citarne alcune…Tra i maggiori finanziatori della Singolarity University vi sono compagnie come Google note sicuramente per l’informatica ma meno per i suoi investimenti nella ricerca genetica. Proprio in questa convergenza di settori e ricerche di alto livello quest’alveo di scienziati, imprenditori, militari, politici trovano il loro incontro.

Noi non vogliamo essere uomini macchina in un mondo macchina!

Spazio di documentazione La Piralide – lapiralide.noblogs.org
Collettivo Resistenze al Nanomondo – www.resistenzealnanomondo.org

Folles (Haute-Vienne) Francia – Sabotaggio della ferrovia della discarica nucleare

Nella notte del 4 giugno, una cabina elettrica che contiene i comandi della segnaletica ferroviaira è stata incendiata, lungo i binari che portano verso le infrastrutture appartenenti a Orano (ex-Areva, gigante francese dell’energia nucleare) a Bessines. Cosa c’è al fondo di quei binari? Per quasi sessan’anni c’è stata una miniera d’uranio. Dopo la sua chiusura (costa meno farlo estrarre in paesi poveri e semi-colonizzati, come il Niger), la miniera è diventata… un “centro di stockaggio d’ossido d’uranio impoverito” (cioè una discarica di materiale radioattivo), immagazzinato in semplici capannoni. Orano, proprietario del sito, vorrebbe pure utilizzare i tunnel della miniera per seppellirvi altri rifiuti radioattivi (un po’ come l’ente statale ANDRA vuole fare a Bure). Per indorare la pillola di questa bella democrazia nucleare, su una parte del sito di Bessines, Orano ha aperto un museo… dell’industria nucleare.

Ma ricordiamo che nel luglio 2013 un sabotaggio della ferrovia aveva fatto deragliare un treno di scorie e che nell’aprile 2014 il museo era stato incendiato.

Ecco la rivendicazione di questo attacco, spedita via mail alla stampa di regime (il giornale locale “Le populaire du centre”) :

“Per un atto 30 [riferimento alle manifestazioni del sabato dei Gilets jaunes; N.d.T.], questa notte abbiamo sabotato l’installazione della linea del treno che rifornisce la discarica nucleare di Bessines. Areva ha cambiato nome, ma continua a produrre la stessa merda radioattiva, qui e altrove. Questa impresa partecipa all’andazzo generale della società capitalista, che porta il mondo verso un muro.
Non vogliamo il nucleare da nessuna parte, né qui, né a Bure, né in Niger. E dimenticatevi il vostro EPR”.

(tradotto da guerresociale)

Info da: www.anarhija.info

Trento – Blocco stradale in solidarietà con Silvia e Anna in sciopero della fame

Mercoledì 29 maggio un gruppo di compagne e compagni ha bloccato una delle vie del centro di Trento con un cavo d’acciaio e del filo spinato, in solidarietà con Silvia e Anna che in quel giorno hanno dato inizio allo sciopero della fame. Sono stati lanciati dei volantini, fatti degli interventi al megafono e delle scritte su un punto vendita Vodafone e su una filiale della Deutsche Bank. E’ stato lasciato sul luogo uno striscione con scritto: “Dalla Libia alle carceri: no alla società dei lager”
Di seguito, il testo riportato sui volantini.

IL PROGRESSO DELLA SOFFERENZA
«Come fa un uomo a ottenere il potere su un altro uomo, Winston?»
Winston ci pensò un po’ su. «Facendolo soffrire» disse infine.
«Esattamente…Il potere consiste appunto nell’infliggere la sofferenza e la mortificazione…Il progresso, nel nostro mondo, vorrà dire soltanto il progresso della sofferenza.»
George Orwell, 1984

In Italia lo Stato tortura. Non parliamo soltanto delle brutalità commesse dalle forze dell’ordine nelle varie caserme e prigioni. C’è dell’altro.
In questo paese esiste un regime di carcerazione speciale chiamato 41 bis. Ad esso sono destinati principalmente gli accusati di reati di mafia e “terrorismo”. Il 41 bis consiste nell’isolamento pressoché totale, nel restare chiusi in cella 22 ore al giorno, nel non poter vedere nessuno o al massimo una o due persone durante l’ora d’aria, nella censura e limitazione della posta, dei libri e dei giornali, nel non poter vedere i propri cari che dietro i vetri. Una forma di tortura “bianca” e legalizzata.
Questo regime infame viene giustificato come un modo per recidere i legami tra il prigioniero e l’organizzazione d’appartenenza. Falso. Dalle telecamere ai microfoni ambientali, fino a fittissime reti di spionaggio, lo Stato ha oggi tutti i mezzi per tenere sotto controllo le vite di tutti persino “fuori”, figuriamoci nelle prigioni. Le carceri speciali hanno tutt’altro scopo: piegare l’individualità del prigioniero per spingerlo a collaborare. Tortura, appunto. I tanti che si rifiutano di parlare e mandare qualcun altro al loro posto, lo fanno pagando un prezzo altissimo.
Da almeno vent’anni lo Stato cerca di estendere sempre più la tortura della carcerazione speciale. A questa logica corrisponde la recente assegnazione di diverse anarchiche e anarchici carcerati a sezioni di Alta Sorveglianza collocate all’interno di carceri 41 bis, come L’Aquila, Opera e Tolmezzo. La prossimità con strutture e guardie “programmate” per il carcere speciale fa sì che le restrizioni del 41 bis dilaghino anche nelle altre sezioni. È questo, tra gli altri, il caso di Silvia e Anna, due anarchiche che da aprile si trovano detenute nella nuova sezione AS dell’Aquila, sperimentando l’inizio del “nuovo corso”: blindo sempre chiuso, letto saldato a terra, massimo 4 libri in cella e 7 capi di abbigliamento, controlli col metal detector all’uscita o entrata in cella, all’andata e al ritorno dalla socialità, dalla doccia e dall’aria, posta bloccata per mesi, rapporti disciplinari per ogni sciocchezza (spegnere la luce elettrica da sole, portare una biro all’ora d’aria…). Perciò queste compagne hanno deciso di entrare in sciopero della fame dal 29 maggio: per essere trasferite e perché quella sezione AS sia chiusa per sempre.
Sono tempi cupi. Tra morti in mare e lager per immigrati, tra licenza d’uccidere alle forze dell’ordine e decreti sicurezza che promettono anni e anni di carcere per chi porta un casco a una manifestazione, lancia un fumogeno o blocca una strada, a sempre più persone viene promessa anche la tortura dell’isolamento: un “carcere nel carcere” che si completa con i processi in videoconferenza (resi possibili dalla collaborazione di TIM-Telecom). La maniera forte contro i ribelli fa il paio con la persecuzione dei più poveri, braccati nelle strade dalla polizia e spesso spediti tra il filo spinato dei lager libici finanziati dai “nostri” governi. Cosa sapremo opporre a questo progresso della sofferenza?
SPEZZIAMO L’ISOLAMENTO!
SOLIDARIETÀ CON ANNA E SILVIA IN SCIOPERO DELLA FAME!

Anarchici e anarchiche

 

 

Pisa e Livorno – Campagna contro-pubblicitaria ENI

Nei giorni scorsi, sono apparsi a Pisa e a Livorno, una ventina di manifesti contro l’Eni alle pensiline degli autobus e nelle stazioni.
Eni, già famosa per perpetrare il colonialismo italiano in Libia e altri paesi del mondo, avvelena e uccide anche nel nostro territorio. Infatti a Livorno, grazie alla sua raffineria di petrolio, elargisce a piene mani sfruttamento e tumori per tutti.
Info da: www.roundrobin.info

Incontro con L’Âge de Faire – Intervista a Pieces et Main d’Oeuvre

Incontro con L’Âge de Faire

Intervista a Pieces et Main d’Oeuvre

Maggio 2019

L’Âge de Faire: Sono ormai molti anni che date l’allerta in merito all’«inferno verde» e ai pericoli della Smart city. Ho l’impressione -ma sta a voi dirmelo- che la presa di coscienza abbia raggiunto una certa ampiezza grazie, o a causa, dell’arrivo del Linky. Lo avete percepito anche voi? E come lo spiegate? Si può dire che Linky, presentato come «la prima pietra degli Smart grids (reti intelligenti n.d.t.)», ha finalmente mostrato agli occhi del grande pubblico un progetto globale di società, quello delle città intelligenti, e tutto quel che le riguarda?

PMO: la carcerazione dell’uomo macchina nel mondo-macchina, questo è il modo in cui abbiamo riassunto la traiettoria della fuga tecnologica per vent’anni. Da una parte il progetto transumanista di auto-macchinazione dell’umano, dall’altra, «il pianeta intelligente» e le sue declinazioni, oggetti connessi, big data, smart city, smart home, etc. Le due cose sono legate, dall’interfaccia elettronica degli individui con il loro «tecnotopo»: lo smartphone, chiave d’accesso ai servizi urbani, amministrativi, sanitari, di consumo, lascerà senza dubbio il posto a dispositivi incorporati -più «pratici». Il tutto, ormai, sotto la bandiera promozionale della «transizione ecologica», in effetti una transizione nuerica liberticida, che non ha nulla di ecologico: l’Inferno Verde.

Quando spiegavamo il progetto di «pianeta intelligente» concepito dall’IBM alla fine degli anni 2000, prendendo come esempio l’arrivo imminente dei computer ad elettricità comunicante, ci ascoltavano con circospezione. Sembrava improbabile, o troppo astratto. Come spesso accade, c’è stato bisogno che Linky venisse impiegato perchè una parte dell’opinione vi si opponesse. Ed è così che i movimenti di opposizione reagiscono invece di anticipare, perdendo il beneficio del vantaggio e la forza di slancio. Ma è la regola: prima, non siamo qui, poi non siamo più qui. Siamo stati i primi felicemente sorpresi dal movimento di rifiuto dei sensori comunicanti, dalla sua ampiezza e dai suoi contenuti.

Tuttavia fatichiamo a far capire perchè, ai nostri occhi, il vero soggetto del Linky, è la «città intelligente» ed il pilotaggio centralizzato delle nostre città e delle nostre vite ad opera dell’apparato cibernetico. E’ più facile preoccuparsi per la tua salute, la tua fattura e la sicurezza della tua installazione elettrica (delle domande pertinenti, ma che non hanno niente di specifico).

Se il tema della «città intelligente» progredisce all’interno del movimento anti-Linky, non siamo sicuri che tocchi il «grande pubblico». Detto questo, Linky è un buon «oggetto pedagogico per una lezione politica» (vedere infra): tiriamo il filo e arriviamo all’invenzione del Carbone bianco come al nucleare e al tutto-connesso. A partire da quell’oggetto insignificante che è un computer, possiamo smontare la società elettrica e numerica, farne la storia, decriptarne gli aspetti economici, politici, sociali, e riflettere sulle ragioni e i mezzi di liberarcene.

L’AdF: Quali sono le due o tre principali obiezioni che fate alle città intelligenti?

PMO: La città «intelligente», o città-macchina, è un prodotto del numero e della densificazione – provocata – delle popolazioni urbane (la «metropolizzazione»). Ques’ultima realizza, in senso proprio, il progetto cibernetico – di kuber in greco, che significa «pilota».

Si tratta di eliminare l’umano del processo decisionale, individuale o collettiva, rimpiazzandola con il pilotaggio centralizzato ed automatizzato della vita urbana, nelle quali siamo trattati dei flussi e degli stock. Questo progetto è reso possibile dall’interconnessione di tutti gli oggetti connessi (smartphone, GPS, tablet, etc), dei sensori, e dei microchip RFID disseminati nell’arredo e nell’ambiente urbano, delle reti (smartgrids), dei sistemi di bigliettazione dei trasporti, delle camere di videosorveglianza, con o senza riconoscimento facciale e lettura della targa d’immatricolazione, il tutto supervisionato da un cyber-torre di controllo. La quale può accelerare o rallentare i flussi (compreso il vostro ritmo di camminata in una stazione della metro [1]), orientarli verso una certa direzione, innescare dei dispositivi (illuminazione,semafori, apertura/chiusura di stazioni metro), tra gli altri automatismi, in funzione dei dati raccolti massivamente e analizzati in tempo reale (il numero di smartphone rilevati in una certa strada, o il tempo di evacuazione di un binario della stazione, per esempio).

Questa descrizione disgusta ogni essere umano sensibile e attaccato alla libertà, a una certa facilità della vita quotidiana – ovvero sempre meno persone. Nello stesso modo che gli algoritmi di Amazon influenzano le vostre scelte di lettura, o che Facebook chiude i suoi membri in cerchi di interesse limitati, distruggendo tutte le iniziative o scoperte improvvise d’altre cose, la città «intelligente» ci priva del nostro libero arbitrio in maniera insidiosa. A modello di razionalizzare tutto, tende ad eliminare l’imprevisto, il caso, quello che è il sale della vita. Ognuno constata a che punto già questo sistema, presentato, come più pratico, complica al contrario tutte le pratiche. E’ che l’ingegnosità, l’improvvisazione, il legame umano ne sono escluse. Non ci saranno più accordi né debolezze. Provate a negoziare con l’automa della SNCF(Trenitalia francese), o con la piattaforma Linky.

Come nell’automobile autonoma, siamo obbligati a diventare i passeggeri della nostra stessa vita. L’umano, è l’errore, e il mondo-macchina non tollera errori.

L’Adf: Quello che spiegate molto bene attraverso i vostri testi, è che questa orientazione verso le smart cities e il mondo ultra-connesso non è stata mai discussa democraticamente. Ma si mette pertanto in piazza… La lotta contro Linkiy è anche una lotta per avere più democrazia?

PMO: Che Linky sia un oggetto connesso imposto, a domicilio per di più, rinforza l’opposizione che suscita. Molte persone detestano questa intrusione forzata. In questa occasione, prendono coscienza di quello che chiamiamo il tecno-totalitarismo. Nessuna legge vi costringe a comprare un telefono portatile o un computer, ciononostante la vostra vita si complica, al punto da diventare quasi impossibile, se non vi sottomettete alle tecnologie della vostra epoca. A meno di rinunciare a tutta la vita sociale nonché alla ricerca di un lavoro. Non soltanto ognuno è costretto ad adattarsi, ma inoltre, nessuna delibera collettiva ha deciso tale innovazione. E’ inteso che la storia, è la storia del progresso, e che non fermiamo più né l’una né l’altra. Il «progresso» considerato solo dal punto di vista tecno-scientifico, e non umano e sociale, è determinato da quelli che padroneggiano i mezzi/macchine (in greco, «mekhanè») della potenza: gli esperti, o piuttosto i tecnocrati. Il governo della competenza è il contrario della democrazia. Si tratta seguendo il termine di Saint-Simon (1760/1825) di «rimpiazzare il governo degli uomini con l’amministrazione delle cose». Non c’è dubbio, l’opposizione a Linky e ai sensori comunicanti è un movimento democratico e «antropologico».

L’AdF: Pensate che l’opinione pubblica, allertata grazie a Linky, estenderà la sua lotta al di là del rilevatore e rifiuterà più globalmente, questo progetto del «mondo intelligente»?

PMO: Niente può prevedere gli effetti di una rivolta d’opinione. Potrebbe essere sia la goccia che fa traboccare il vaso che un fuoco di paglia. Ma in ogni caso, questo allarga la coscienza della disumanizzazione e della macchinizzazione che ne è il corollario. Prepara al minimo le condizioni di un movimento più esteso e più radicale. C’è bisogno per questo che gli elementi più attivi e più radicali del movimento anti-Linky, approfondiscano la loro critica del progetto di società sottostante ai computer comunicanti ; e che siano capaci di condividere questa critica con l’insieme della società. Tra le prospettive figurano la questione degli oggetti connessi, quella del 5G e più, semplicemente, la società elettrica che da sola merita un’inchiesta completa dalle sue origini ai giorni nostri.

Non ci sarà il «pianeta intelligente» senza il 5G. Questo permette l’interconnessione generale, l’impiego di automobili autonome (elettro-nucleari) e di miliardi di oggetti connessi tra loro ed a Internet, che devono funzionare al nostro posto. La sola critica dei pericoli sanitari del 5G, sebbene giustificati, lasciano intatto questo progetto di mondo-macchina. Tutto quello che chiedono gli uomini-macchina, è che non gli si faccia del male. Quello che vogliamo noi, è di non diventare uomini-macchina. E’ dunque da un punto di vista politico e antropologico che bisogna attaccare questa questione politica ed antropologica.

(Incontro da ritrovare nella Parte staccata n°.88: «E se tornassimo alla candela? Il mito nero del “Carbone bianco”»)

Nota:
1. Questo dispositivo è utilizzato in particolare nelle metro di Londra dove, secondo l’affluenza e i bisogni di scorrimento dei flussi, le macchine (biglietterie e tornelli automatici) accelerano o rallentano il ritmo dei pedoni. Insomma, la stazione della metro è pilotata secondo dei principi della meccanica dei fluidi.

Tradotto dal francese da: Pieces et Main d’Oeuvre

versione stampabile in pdf: intervista PMO

http://www.piecesetmaindoeuvre.com/spip.php?page=resume&id_article=113
 http://www.piecesetmaindoeuvre.com/IMG/pdf/entretien_avec_l_age_de_faire.pdf

Da Lecce – All’ombra del barocco

ALL’OMBRA DEL BAROCCO

Cosa hanno in comune il ticket per visitare a pagamento le chiese di
Lecce e lo sgombero di una Biblioteca Anarchica da uno stabile occupato
da tre anni? Nulla, apparentemente.
Invece no. Questi due atti, che sembrano scollegati tra loro, ci parlano
di un cambiamento della città e del modo di viverla, un cambiamento che
coinvolge tutti. Due operazioni che mirano ad attuare sempre più quel
processo, conosciuto col nome di gentrificazione, teso a trasformare i
centri storici in una vetrina a solo uso e consumo di ricchi fruitori;
una vetrina che può essere semplicemente guardata, visitata e fruita
nelle ore diurne, e consumata in quelle notturne, tramite gli
innumerevoli locali in cui si sviluppa la movida. Una città che non può
più, quindi, essere vissuta.
La vita reale svanisce assieme ai vecchi modi dello stare assieme
tramite cui si sviluppava la socialità tra gli individui – magari col
giocare e mangiare assieme all’aperto di un piazzetta –, per mezzo di un
movimento centrifugo che la spinge fuori dai centri storici, un
movimento attuato col lievitare degli affitti e del costo della vita da
un lato, e le norme “per il decoro” dall’altro; quelle norme che
stabiliscono che non è più possibile mangiare o bere per strada, ma solo
nei costosissimi locali. Un decoro ben strano, teso a guardare solo gli
avventori poveri delle strade del centro, e non dentro il mondo della
ricchezza, laddove i camerieri vengono sfruttati a 20 euro per una
serata di lavoro.
Il paradosso che non vedono coloro che chiacchierano del turismo come
forma di ricaduta economica sul territorio è questo: a fronte di uno
sfruttamento enorme e di paghe da fame, ad arricchirsi sempre più sono i
soliti padroni e speculatori. Non a caso, lo sgombero della Biblioteca
Anarchica è arrivato perché una nota speculatrice ammanicata con la
politica, Beatrice Baldisser, ha acquistato uno stabile enorme per farne
un resort di lusso, come altri ne possiede, in cui per dormire occorrono
centinaia di euro. Non proprio una somma a portata di tutti… E per far
questo buttano per strada anche un nordafricano residente lì da un
quarto di secolo.
È il totalitarismo dell’Economia e del Denaro che stende il suo manto
funereo sulla vita di tutti i poveri, gli indigenti e gli sfruttati, in
stretto accordo con la Politica. Un “Decreto Sicurezza” dopo l’altro,
varati dalla sinistra come dalla destra, rappresentano proprio il
braccio armato dell’Economia teso a vigilare su quel “decoro” ci cui si
è parlato. Una vigilanza sempre più ossessiva e restrittiva costruita
con norme, polizia, telecamere, ZTL, eserciti nelle strade delle città,
militarizzazione massiccia delle nostre vite e pensieri e maggiori
poteri e armi a ricchi e loro difensori, come testimoniano la legge
sulla cosiddetta “Legittima difesa” o il taser in dotazione alla
polizia.
Tacere o limitarsi a mugugnare su tutto ciò significa arrendersi.
Opporsi è l’unica strada percorribile per chi abbia a cuore la libertà.
Opporsi ed aprire spazi di libertà.

Biblioteca anarchica Disordine

In pdf: OmbraBarocco

Convegno di ecoterroristi – Lecce

Quando il dito indica la luna lo stolto guarda il dito.

Che l’affare Xylella sia una grande truffa ai danni di questo e altri territori dovrebbe essere noto a tutti. Che non sia stato il batterio la principale causa scatenante il disseccamento rapido degli ulivi e che la caccia all’insetto vettore sputacchina suona un po’ da caccia alle streghe dovrebbe essere ancora più chiaro. Ma non è di dati tecnici che importa qui dissertare, perché questi, tra l’altro inesistenti, incerti, contraddittori, privati, “raccolti con sciatteria” non hanno rivelato nulla. Non era necessaria un’indagine della magistratura, che è servita a spegnere la protesta più accesa, per poi essere archiviata, per comprendere che dietro il disseccamento degli ulivi si nascondeva altro. Qualcuno, in alto, dietro qualche scrivania, di una multinazionale o di un ministero, ha deciso che l’agricoltura salentina e il suo territorio andavano trasformati, industrializzati, snaturati. Ciò comporta delle conseguenze nefaste: utilizzo massiccio di pesticidi e avvelenamento definitivo del suolo, sfruttamento intensivo del terreno, persistenza della monocoltura, utilizzo di tecnologie che possono essere impiegate solo da personale specializzato. Spossessamento dei saperi, delega costante verso professionisti e istituzioni, trasformazione irreversibile di un territorio, colonizzazione della sua terra e di coloro che vi abitano. Operazione simile a quello che viene definito accaparramento delle terre, adoperato in molte zone del mondo per espropriare gli abitanti dei luoghi in cui vivono e dei mezzi di sussistenza, costringendoli all’emigrazione (riflessione che bisognerebbe tenere a mente ogni volta che si parla di migrazioni a sproposito e si alimenta il razzismo). In altre parole lo sfruttamento dei territori a fini capitalistici. Nel convegno organizzato a Lecce il 10 maggio presso il distretto agroalimentare si alterneranno ricercatori universitari, europarlamentari, tecnici, politici e confederazioni agricole, per illustrare l’ennesimo progetto finalizzato al profitto e alla conquista dei territori, il cosiddetto progetto Demetra, l’utilizzo delle nanotecnologie per la diagnosi e il trattamento del Codiro e cioè il disseccamento degli ulivi. In parole povere l’utilizzo di ulteriore chimica e tecnologia per giustificare piani di ricerca internazionali finanziati dalle più grosse multinazionali agrochimiche, e finalizzati, ancora una volta, allo sfruttamento e al controllo di ogni singolo aspetto della vita e della natura; cos’altro sono infatti le nanotecnologie, se non l’intrusione e il dominio più completo della tecnica sugli esseri viventi? Può sembrare tutto molto complesso e invece è davvero tutto molto semplice. Qualcuno, con un nome e un cognome ben preciso, tra cui anche coloro che parteciperanno a questo convegno, insieme a chi in questi anni ha imposto l’eradicazione degli ulivi e l’uso di pesticidi, governi di vario colore, Unione Europea, Regione Puglia ecc, paventando il carcere per chi non l’avrebbe fatto, ha dichiarato guerra a questo territorio, alla sua natura, al suo ambiente, alla gente che lo abita. E alla guerra non si può rispondere con le carte bollate ma con l’autodeterminazione, il rifiuto, la diserzione per trasformare l’indignazione in azione e porre fine a ciò che è intollerabile.

Alcuni nemici delle nocività 
Lecce

volantino in pdf: convegno di ecoterroristi

 

Contro l’anarco-liberismo e la maledizione delle politiche di identità

Contro l’Anarco-Liberismo e la maledizione delle politiche identitarie

L’anarchismo in Gran Bretagna è una barzelletta. Un simbolo di dure battaglie per la libertà, questa parola è stata completamente svuotata per lasciare spazio a politiche identitarie ottuse, separatiste e cariche di odio da parte di attivisti della classe media desiderosi di proteggere i propri privilegi. Scriviamo questo opuscolo per riprenderci l’anarchismo da questi politicanti identitari.

Chi scrive si definisce anarchico e vede le proprie radici nelle lotte politiche del passato. Siamo anti-fascisti, anti-razzisti, femministi. Vogliamo vedere la fine di ogni forma di oppressione e prendiamo parte attiva a queste lotte. Il nostro punto di partenza tuttavia non è l’oscuro linguaggio accademico dei liberali di sinistra, ma l’anarchismo ed i suoi principi: la libertà, la cooperazione, il mutuo aiuto, la solidarietà e l’eguaglianza per tutti senza distinzioni. Le gerarchie del potere, in qualunque modo si manifestino, sono nostre nemiche.

Le politiche identitarie sono parte del mondo che vogliamo distruggere

Le politiche identitarie non sono liberatrici, ma riformiste. Non è nient’altro che un terreno di coltura per aspiranti politicanti identitari della classe media. La loro prospettiva a lungo termine è la completa integrazione dei gruppi tradizionalmente oppressi in quel sistema sociale competitivo e gerarchico che è il capitalismo, piuttosto che la distruzione di tale sistema. Il risultato finale è il Capitalismo Arcobaleno – una forma di controllo sociale più efficiente e sofisticata alla quale ognuno ha la possibilità di prendere parte! Confinati nei ‘safe spaces’ [spazi sicuri, ndt] di persone uguali a loro, i politicanti identitari diventano sempre più distaccati dal mondo reale.

Un buon esempio è la ‘teoria queer’, ed il modo in cui si sia svenduta ai dirigenti delle multinazionali. Il concetto di queer era fino a non troppo tempo fa qualcosa di sovversivo, che suggeriva una sessualità indefinibile, un desiderio di sfuggire ai tentativi della società di definire, studiare e diagnosticare tutto, dalla nostra salute mentale alla nostra sessualità. Ad ogni modo, con poco da dire in termini di critica di classe, il concetto è stato rapidamente cooptato dai politicanti e dagli accademici identitari per creare una nuova etichetta esclusiva per un ristretto gruppo trendy che è, ironicamente, tutto meno che liberatorio. Queer è sempre più un bel distintivo sfoggiato da alcuni che fingono di essere anche loro oppressi, e evitano in questo modo di essere messi in discussione per le loro politiche borghesi di merda.

Non ci interessa nulla del prossimo evento DIY, notte queer o squatter fest che esclude tutti quelli che non usano il linguaggio, l’abbigliamento o le frequentazioni giusti… Tornate quando avrete qualcosa di genuinamente significativo, sovversivo e pericoloso per lo status quo.

Le politiche identitarie sono ottuse, elitarie e creano divisioni. In un momento in cui più che mai dovremmo sforzarci di uscire dai nostri piccoli circoletti, le politiche identitarie non fanno che spingerci a guardare verso l’interno. Questa probabilmente non è una coincidenza. Mentre affermano di essere a favore dell’inclusione, sono altamente escludenti, dividendo il mondo in due grandi gruppi: gli Indiscutibilmente Oppressi e gli Innatamente Privilegiati. Nella pratica sono contemplate poche aree grigie e tra questi due gruppi viene costantemente alimentato il conflitto.

Lo sappiamo, non tutto dipende dalla classe, ma se non riusciamo neppure a metterci d’accordo nel riconoscere chi realmente tiene le redini del potere allora non abbiamo una sola speranza di andare da nessuna parte. Se la loro visione fosse realmente una di liberazione per tutti, allora la loro non sarebbe una politica di divisione, intenta a contrappore costantemente un gruppo contro l’altro in una maniera simile a capitalismo e nazionalismo. Quelle cose che confondono la semplice dicotomia di oppresso vs. Privilegiato, come le esperienze personali o traumi (che non possono essere semplicemente riassunti dall’identità di una persona come membro di un gruppo oppresso), o cose con le quali alcuni potrebbero non sentirsi a proprio agio, come la salute mentale o la classe, sono spesso deliberatamente ignorate dai politicanti identitari.

Come, ovviamente, viene ignorato il punto più vistosamente ovvio: che i problemi che affrontiamo vanno molto oltre la queer-fobia o la trans-fobia, ma abbracciano tutto il fottuto sistema di schiavitù, distruzione, sfruttamento e prigionia globali. Non vogliamo più vedere nessuno nel sistema penitenziario, siano donne nere trans o uomini bianchi cis (che, per inciso, costituiscono la stragrande maggioranza delle persone in carcere). Non sorprende che le politiche basate su una simile esclusività sfocino in costanti scontri interni e nel percepirsi reciprocamente come nemici, soprattutto data la facilità con cui possono essere sfruttate dai politicanti identitari della classe media.

Le politiche identitarie sono uno strumento della classe media. Sono usate ed abusate sfacciatamente da gruppi istruiti ed eloquenti per consolidare e mantenere il proprio potere attraverso la politica, i dogmi e la prepotenza. L’estrazione agiata di questi attivisti è tradita non solo dal loro uso di un un linguaggio accademico, ma anche dal loro senso di importanza e sicurezza nell’usare il tempo e le energie degli altri attivisti nello spostare l’attenzione su sé stessi e sulle proprie emozioni. In effetti, la mancanza di etica del lavoro, una certa fragilità e la preoccupazione per la sicurezza ed il linguaggio più che per le condizioni materiali ed un cambiamento significativo sono altri aspetti che rivelano la provenienza sociale di molti politicanti identitari.

Questo può essere facilmente riscontrato quando questi individui ‘denunciano’ altre persone alla minima deviazione da codici di comportamento che essi hanno unilateralmente imposto, ritenendo che tutti dovrebbero pensarla come loro o avere il tempo per dedicarsi ad impararlo. Ignorando in questo modo la realtà della quotidiana lotta di classe.

Esiste una falsa equivalenza tra l’appartenenza al gruppo degli Indiscutibilmente Oppressi e l’appartenere alla classe lavoratrice. Al contrario molti Indiscutibilmente Oppressi sposano valori liberali radicati nell’ideologia capitalista invece che valori realmente libertari.

Una politica basata sull’utilizzare il linguaggio e il tono corretti e sull’attenersi ai codici giusti è intrinsecamente uno strumento di oppressione. Non è senz’altro rappresentativo di coloro per i quali essa afferma di parlare, quelli ai margini della società. Un’analisi anarchica riconosce che benché qualcuno possa appartenere ad un gruppo oppresso, le sue politiche, o le rivendicazioni avanzate in nome degli Indiscutibilmente Oppressi, possano comunque risultare puramente liberali, borghesi o pro-capitaliste.

Le politiche identitarie sono gerarchiche. Consolidando il potere e lo status dei meschini politicanti della classe media, le politiche identitarie sono gerarchiche. Al di là dei cavilli, imporre determinati dogmi permette inoltre a tale potere di sfuggire alla critica. Questi includono: gerarchie di oppressione implicite; la creazione e l’utilizzo di termini caricati di significato per provocare una risposta emotiva (‘triggering’, ‘sentirsi a disagio’, ‘TERF’, ‘fascist’); a chi non appartiene a determinati gruppi viene negato il diritto ad avere un’opinione sulle politiche più ampie di tali gruppi; l’idea che i membri del gruppo non debbano in nessuna circostanza fare lo ”sforzo” di spiegare la propria politica ai non-appartenenti al gruppo; etichettare come “violenza” i punti di vista differenti; e l’idea che un rappresentante o un membro di questi gruppi non possa mai essere messo in discussione (non importa quanto sia pessima la loro politica) in virtù del fatto che sono degli Indiscutibilmente Oppressi.

Questi dogmi vengono usati per mantenere delle norme, sia nelle sottoculture che nella società in generale. Gli anarchici dovrebbero guardare con sospetto ogni tendenza che sia basata su principi che non possono essere messi in discussione, in particolare quelli che tanto evidentemente creano delle gerarchie.

Le politiche identitarie spesso sfruttano la paura, le insicurezze e il senso di colpa. E’ doppiamente importante riconoscerlo: da un lato perché sono utilizzate per indebolire invece che, come viene sostenuto, per rafforzare. Rinforzano l’idea che le persone siano fragili vittime piuttosto che agenti di cambiamento, e pertanto hanno bisogno di un leader. Nonostante degli spazi maggiormente sicuri e un linguaggio più attento siano importanti, il livello di ossessione per queste cose non è un sintomo di forza ma di un vittimismo auto-perpetuantesi.

Attraverso l’ansia sociale, gettano su tutti gli altri la colpa di essere in qualche modo privilegiati e di poter essere ritenuti in tutto e per tutto responsabili dei giganteschi sistemi di oppressione che in realtà vanno a beneficio solo di una piccola minoranza. Essi permettono anche a quelli che fanno parte di questa ristretta minoranza di individui che trae effettivamente beneficio dalle strutture statali e capitalistiche di sfuggire a qualunque tipo di responsabilità per le proprie azioni oppressive o comportamenti basati su dei pregiudizi.

Un’analisi anarchica implica la capacità di riconoscere che membri dei gruppi oppressi possano anche assumere posizioni repressive o in favore dell’élite, e dovrebbero essere criticati allo stesso modo, non semplicemente ricevere un’accettazione codarda.

Le politiche identitarie hanno infettato gli spazi anarchici.

Malauguratamente, l’anarchismo sta venendo svuotato nella foga di dare un segnale di buone intenzioni, di presentarsi come “validi alleati”. La ricerca acritica di alleati è fin troppo spesso attuata con la cieca accettazione delle politiche di coloro che sono Indiscutibilmente Oppressi o che affermano di esserlo, a prescindere da quanto schifo facciano le loro politiche o i loro comportamenti personali. Questo è l’assoggettamento volontario alle politiche degli altri, la meno anarchica delle posizioni che si possono assumere, priva di qualunque dignità.

Non dovremmo concedere sostegno agli autoproclamati leader che non approvano le nostre posizioni. Quindi è ironico che sia stato permesso a gruppi con politiche poco o nulla radicali di entrare nei nostri spazi e di porre fine ad ogni dibattito affermando che tutto ciò che è in disaccordo con i loro punti di vista debba essere considerato fascista. Non dovrebbe essere necessario spiegare che il fascismo non è qualcosa che possa essere banalizzato in questo modo.

Ci meraviglia anche che gli ovvi paralleli con le politiche di destra passino inosservati, non ultimo nel modo in cui le femministe, bollate come ‘nazifemministe’, rifletta l’attuale uso da parte degli attivisti per i diritti trans della parola ‘fascista’ contro le femministe radicali, oltre agli slogan che incitano all’uccisione delle ‘terf’ che regolarmente spuntano fuori negli spazi anarchici sia virtuali che reali. E’ scioccante che la violenza di questa misoginia venga celebrata piuttosto che condannata.

L’anarchismo è contro gli déi. Esiste forse una parola che sintetizzi il pensiero anarchico meglio di ‘né dio né stato’? La gerarchia e l’esclusività sono antitetiche all’anarchismo. Gli anarchici un tempo assassinavano i politici, un numero imprecisato di compagni ha dato la propria vita nella lotta contro il potere. Noi rifiutiamo ancora i politici di ogni colore, siano essi conservatori, progressisti o quelli che si credono leader di movimenti basati sull’identità. Accettare la leadership di qualcuno va contro i più basilari principi dell’anarchismo, perché crediamo che tutti siano uguali. Allo stesso modo non accettiamo l’idea di non poter criticare o mettere in dubbio le posizioni di altri anarchici – cosa su cui sfortunatamente molto spesso le politiche identitarie insistono.

L’anarchismo non sostiene le religioni patriarcali e gli anarchici hanno una lunga storia di conflitto con quest’ultime. E’ imbarazzante il modo in cui buona parte di ciò che oggi passa come anarchismo in Gran Bretagna finisca per fare apologia di quelli che non vogliono mettere in discussione il proprio sessismo e patriarcato o persino continuare con le loro religioni oppressive soltanto perché i conservatori e i reazionari li trattano come capri espiatori.

La distruzione dei progetti anarchici è messa in atto e celebrata nel nome delle politiche identitarie, semplicemente per accontentare chi non ha alcun interesse nell’anarchismo stesso. E se qualcuno alza la testa e critica tali politiche, viene affrontato con violenza verbale e fisica – comportamenti che un tempo venivano condannati ma che ora sono condonati quando provengono da quelli considerati oppressi. Qui più che mai il completo fallimento dell’anarchismo da parte di chi dovrebbe rappresentarlo è più evidente. Cominciamo facendo il nome di Freedom News, il cui sostegno acritico a gruppi che poco hanno in comune con l’anarchismo è vergognoso.

L’anarchismo non è una politica identitaria. L’anarchismo non è soltanto un’altra identità, come ad alcuni piace affermare. Questa è una reazione impulsiva grossolana e sciatta da parte di chi porta avanti politiche identitarie, che serve ad evitare di affrontare questioni politiche concrete. Tale risposta dimostra anche una mancata comprensione di come le politiche identitarie siano usate per sovvertire e manipolare gli spazi anarchici per fini personali. Certo, anche quella anarchica può essere rivendicata come un’identità, e gli anarchici tendono ad assumere comportamenti stereotipati (che vengono giustamente criticati). Ma le somiglianze finiscono qui.

Diversamente dai politicanti identitari o dal SWP [Socialist Worker Party, ndt], la maggior parte degli anarchici non cerca di arruolare seguaci, ma piuttosto prova a diffondere idee che forniranno un sostegno alle comunità in lotta per trovare percorsi di lotta che non possano essere recuperati. La nostra prospettiva è radicalmente differente e unica per il fatto che la nostra progettualità non riguarda il perseguimento del nostro potere e status personale. L’anarchismo incoraggia le persone a mettere in dubbio tutto, persino ciò che noi stessi diciamo, con spirito libertario.

A differenza delle caratteristiche intrinseche di esclusione proprie delle politiche identitarie con i loro gruppi in e i loro gruppi out, l’anarchismo per noi è un sistema etico che guida la nostra comprensione del mondo ed il nostro agire al suo interno. E’ aperto a chiunque voglia guardare o ascoltare, è qualcosa che chiunque può sentire, a prescindere dal proprio background. Spesso i risultati saranno diversi, perché le persone lo combineranno con le proprie personalità, esperienze di vita ed altri aspetti delle proprie identità.

Non è necessario conoscere la parola anarchia per sentirla. E’ un insieme di idee semplici e coerenti che possono fare da guida in qualunque situazione, dal prendere parte ad una particolare lotta alla fondazione di società future. Riferirsi ai principi anarchici quando c’è un conflitto sulle politiche identitarie ha dunque senso quando siamo uniti sotto questi principi.

Essere gay o avere la pelle marrone dà origine ad esperienze simili a quelle di altri che hanno le medesime caratteristiche, e ovviamente significa che uno avrà relazioni sociali, empatia o un senso di appartenenza verso tale gruppo. Ad ogni modo la vita è in realtà molto più complessa e uno potrebbe avere in realtà molto più in comune con una donna queer che con un suo compagno uomo cis dalla pelle marrone.

Le politiche identitarie a volte mimano lo sciovinismo del nazionalismo, con diversi gruppi che cercano di ritagliarsi un proprio spazio in base a categorie derivanti dall’ordine capitalista. Noi, d’altro canto, siamo internazionalisti che credono nella giustizia per tutti. L’anarchismo cerca di dare voce a tutti, non solo a chi appartiene ad una minoranza. La nozione che l’oppressione colpisca soltanto le minoranze piuttosto che le masse è il prodotto della politica borghese che non ha mai avuto alcun interesse nel cambiamento attraverso la rivoluzione.

Le politiche identitarie alimentano l’estrema destra. Come nota finale, vale la pena evidenziare come le politiche identitarie facciano il gioco dell’estrema destra. Nel migliore dei casi, le politiche ‘radicali’ appaiono sempre più irrilevanti e intente a guardarsi l’ombelico. Nel peggiore, i politicanti identitari della classe media stanno facendo un ottimo lavoro nell’allontanare da noi le persone bianche e cis oppresse, che per inciso sono la stragrande maggioranza della popolazione britannica, e che cominciano a gravitare sempre più verso le destre.

Ignorare questo fatto e continuare a cimentarsi in lotte intestine riguardo le politiche identitarie sarebbe il picco dell’arroganza. Eppure, in un’epoca in cui vediamo i movimenti fascisti moltiplicarsi, gli anarchici sono ancora distratti da politiche di divisione. Per troppi le politiche identitarie sono semplicemente un gioco, ma tollerarlo porta alla continua disgregazione dei circoli anarchici.

Nota finale. Per noi l’anarchismo è cooperazione, mutuo aiuto, solidarietà e lotta contro i veri centri del potere. Gli spazi anarchici non dovrebbero essere a disposizione di chi vuole soltanto combattere quelli che gli stanno intorno. Abbiamo una fiera storia di internazionalismo e differenze, quindi rivendichiamo le nostre pratiche per un futuro realmente inclusivo.

wokeanarchists@protonmail.ch – wokeanarchists.wordpress.com

 

Testo in pdf in italiano: Opuscolo Politiche Identitarie

Testo originale in inglese:
https://wokeanarchists.wordpress.com/2018/11/25/against-anarcho-liberalism-and-the-curse-of-identity-politics/

Testo in pdf in inglese:
https://wokeanarchists.files.wordpress.com/2018/11/aal-a5_brochure1.pdf

Testo tradotto in spagnolo:
http://alasbarricadas.org/noticias/node/41054

Programme – Trois journées contre les techno-sciences

TROIS JOURNÉES CONTRE LES TECHNO-SCIENCES

26-27-28 JUILLET 2019-05-17

Capo di Ponte, Località Prada, province de Brescia, Italie.

 

VENDREDI 26

13h Repas
14h30 Présentation de la renconte
15h

Dans le temple de Janus. Sur le rapport entre technologie, exploitation et racisme.
Pour les Italiques Janus avait deux visages : une barbue qui représentait le soleil, et une imberbe qui représentait la lune. Pour les Romains, soleil et lune devinrent vite paix et guerre. Le temple de Janus, sur le forum romain, restait fermé en temps de paix, et ouvert en temps de guerre. Aujourd’hui la porte de ce temple est toujours fermée parce que la guerre est le véritable nom de notre époque. Incorporée dans le complexe technologique et dans ses muettes injonctions, la guerre est le mouvement planétaire de la démocratie digitale. Le racisme est son « moment de vérité », en cela qu’il affirme explicitement ce que ses machines n’ont jamais cessé de faire aux peuples coloniaux. Le commandement des algorithmes préparent les ordres du Chef. L’extraction du corps, de la terre, de la narure, produit comme contrecoup un commode rempart à l’appartenance nationale et le désir de lyncher le différent. Ce qui a été expérimenté dans les colonies nous revient en pleine figure.
Des rédacteurs de la revue anarchiste « I Giorni e le notti » (Les jours et les nuits, Italie).
19h30 Repas
21h
La non-neutralité de la technique.

La pensée dominante traite les techniques et les technologies comme de simples instruments au service des désirs humains. À cette idée, normalement, il est fréquent d’ajouter celle d’un processus indéfini et continu, qui fait de la trajectoire de développement technologique un destin universel et indiscutable de l’être humain. Ces notions renforcent le paradigme de la neutralité de la technique. Dans ce débat, nous chercherons de détruire et construire une proposition plus ample qui nous permettra de comprendre les techniques comme des créations sociales, comme des éléments non neutres.
Adrian Almazan Gomez, membre du collectif Cul de Sac et de la maison d’édition El Salmon (Espagne), Nicolas du groupe Écran Total (France).

SAMEDI 27

8h Petit-déjeuner
9h
Les machines peuvent produire de la communication ?
Communications automatiques en réseaux digitaux et médiation électronique de la fabrique sociale.
Les réseaux sont une infrastructure de base des sociétés développées occidentales, pour laquelle sont nécessaires d’importants investissements, tant matériels que technologiques. Le progrès de l’intelligence artificielle fait resurgir la question : les machines peuvent-elles être plus intelligentes que les humains. La communication moderne digitale, qui établit la machine comme centrale à la place des humains, contribue à la transformation des relations sociales d’une manière qui nous échappe. Les secrétaires digitales apparaissent ainsi comme ce qui nous sauvera et organisera notre vie quotidienne à travers les algorythmes. Au final, au jeu de l’automation, serons-nous des joueurs ou des pions ?
Collectif GameOver (Grèce).
12h30 Repas
15h
Les dangers du postmodernisme, repenser la nature à l’ère de l’artificiel.
Voilà déjà plusieurs décennies que le paradigme dominant de la pensée est celui que nous connaissons comme la « postmodernité ». Un des effets les plus dangereux de son hégémonie a été la manière avec laquelle le concept de nature a été attaqué. Avec l’excuse de mettre fin à tout l’essentialisme protégé par l’idée de « naturel », les penseurs postmodernes ont entrepris une croisade contre la nature qui prétend réduire tout à un artefact sous notre contrôle. Aujourd’hui toute la pensée qui se prétend critique a l’obligation de critiquer cette idée délirante et redonner de l’espace à la nature.
Adrian Almazan Gomez, membre du collectif Cul de Sac et de la maison d’édition El Salmon (Espagne), Nicolas du groupe Écran Total (France).
19h30 Repas
21h
Il est temps de faire taire la machine pour faire à nouveau parler les corps.
La nouvelle des jeunes filles éditées en Chine représente un nouveau seuil parmi ceux qui ont été franchis, duquel nul ne peut penser revenir en arrière. La reproduction artificielle est une question centrale : c’est mettre dans les mains du système techno-scientifique la dimension de la procréation. C’est une profonde et radicale transformation de l’humain et de tout le vivant qui est en jeu. Le corps, les corps sont au centre et toujours plus sous l’attaque, pris dans un étaux : d’un côté le système techno-scientifique et le biomarché ont en toujours plus besoin et s’en accaparent jusque dans leurs processus vitaux, de l’autre leurs idéologies les déconstruisent et les fragmentent. Un corps fluide, sans confins, sans limites, protéiformes, poreux, malléable et infiniment manipulable. En des temps de re-signification transhumaniste et d’effacement de la réalité-même, une réflexion pour comprendre et faire front aux nouveaux défits du présent et au non sens qui envahit, avec la conscience ardente et profonde d’une urgence et d’une priorité. Dans la dissolution et l’indéterminé postmodernes, nous ne devons pas avoir de doutes sur le chemin que le pouvoir est en train de tracer, et sur le chemin à prendre pour faire dérailler la machine.
Silvia Guerini, Resistenze al Nanomondo (Italia)

DIMANCHE 28

8h Petit-déjeuner.
9h
La nécessité de la résistance
Lutter contre l’exploitation aux temps du nouveau techno-totalitarisme signifie avant tout se rendre compte que ce qui est érodé, ce sont justement les prémisses qui nous font sentir et désirer un monde libre. Ce sont justement les conditions qui rendent possible la vie sur la planète et nous rappellent que nous sommes des animaux parmi une multitude d’autres animaux, qui à leur tour ont besoin d’un environnement intègre pour vivre. Le monde artificiel change les relations et les émotions en des songes virtuels et des environnements synthétiques. Cela ne peut que produire des chimères OGM et des mondes d’intelligence artificielle. Le techno-monde détruit et manipule chaque liberté jusqu’à la racine, récrivant une histoire qui naît en laboratoire et qui utilise le langage de la guerre pour survivre. Les résistants dans ce processus non seulement risqueront de rester derrière, perdus dans des luttes sans contenu, mais ils tarderont toujours plus à le comprendre, à le déchiffrer pour pouvoir aussi l’expliquer. Dans ce non sens généralisé une réaction ne peut plus se faire attendre. Ne plus en être complices n’est plus suffisant. Et qui sait si la graine de la liberté sera celle qui ne voudra pas mourir.
Costantino Ragusa, Résistance au Nanomonde (Italie)

 

Come arrivare

En avion: aéroport Orio al Serio – Bergamo, puis rejoindre la ville (bus n ° 1) et prendre le train pour Brescia
In treno:
Treno da Brescia per Edolo, scendere a Capo di Ponte (1 ora e 35, nove fermate)
proseguire a piedi 1,2 Km
Procedi in direzione sud su Via Nazionale verso Via S. Martino
Alla rotonda prendi la 1ª uscita e prendi Via Sebastiano Briscioli
Svolta a sinistra e prendi Via Santo Stefano
Svolta a sinistra e ancora a sinistra, trovi il Parco Tematico Capo di Ponte, località Prada
In auto:
Da DIREZIONE SUD/OVEST: A Bergamo prendere la SS42 in direzione Edolo, fino a Via Breda a Ceto. Da Via Breda svoltare in Via Nazionale a destra, alla rotonda imboccare la seconda uscita in via Sebastiano Briscioli, svoltare a sinistra per via Santo Stefano e poi ancora a sinistra per il Parco Tematico Capo di Ponte.
Da DIREZIONE SUD/EST: A Brescia prendere la SP510 in direzione Edolo, fino al congiungimento con la SS42 verso Costa Volpino (indicazioni per Darfo B.T./Lovere) ed entrare in SS42 fino a Via Brada a Ceto. Da Via Breda svoltare in Via Nazionale a destra, alla rotonda imboccare la seconda uscita in via Sebastiano Briscioli, svoltare a sinistra per via Santo Stefano e poi ancora a sinistra per il Parco Tematico Capo di Ponte.

PER TUTTA LA 3 GIORNI:
– CAMPEGGIO LIBERO, PORTA LA TENDA
– CIBO SENZA SFRUTTAMENTO ANIMALE E SENZA VELENI A SOTTOSCRIZIONE
– SONO PRESENTI I BAGNI E UNA STRUTTURA AL COPERTO IN CASO DI PIOGGIA
– DISTRIBUZIONI DI MATERIALE INFORMATIVO: PORTA LIBRI, GIORNALI, TESTI CHE VUOI CONDIVIDERE
– MOSTRE

Aiutaci ad organizzare l’incontro al meglio, facci sapere in anticipo della tua presenza.

Per informazioni e contatti:
www.resistenzealnanomondo.org, info@resistenzealnanomondo.org
www.facebook.com/3giornatecontroletecnoscienze