Hambach: Due anarchici spagnoli arrestati

Ieri, 30 novembre, otto persone sono state arrestate nella Foresta di Hambach. Tra di loro ci sono 2 compagni dalla Spagna. Tutti sono stati rilasciati la notte scorsa, eccetto i due compagni, oggi trasferiti a Colonia per custodia cautelare. I nomi sotto cui erano conosciuti nella foresta erano Siao e Hodey, anche se in Spagna li conosciamo sotto altri nomi.
Negli ultimi giorni c’è stata un’acutizzazione di tensioni nella Foresta di Hambach.
Il 17 novembre ha avuto luogo un blocco stradale eseguito con barricate incendiate, pietre sono state buttate negli scontri con la ditta di sicurezza, mentre “l’installazione” di un falso ordigno esplosivo ha ritardato per diverse ore lo smantellamento della barricata e l’abbattimento degli alberi. Da allora, per diversi giorni, le macchine di polizia e dei dipendenti sono state prese a sassate all’inizio e alla fine della giornata lavorativa. Due giorni fa alcune persone lanciavano pietre contro una decina di sbirri e operai della foresta nell’area di Trappola-Mortale, per poi iniziare a costruire la barricata sulla strada. Quando ciò è successo due sbirri hanno lasciato il furgone per disperdere le persone, mentre uno è entrato in foresta inseguendo i compagni, inciampando e cadendo, e ricevendo diversi colpi prima di fuggire spaventato in cerca di rinforzi. Dopo di questo c’è stato un lungo periodo di tensione con un forte numero di sbirri chiamati alla fine della giornata. L’ultimo convoglio che quella giornata ha lasciato la miniera è stato anche attaccato con pietre da alcune persone là presenti.
E infine, ieri, c’è stato un altro attacco in strada contro una macchina di sicurezza, che ha fatto perdere il controllo al conducente, provocando un incidente. Poco dopo sono arrivati numerosi furgoni di sbirri, circondando il campo e la foresta per impedire alle persone di abbandonare il luogo. A questo punto è iniziata la caccia in cui sono state arrestate 5 persone. Un’altra persona è stata arrestata in una delle case nella foresta, e altre due nella casa sugli alberi. Questi ultimi due si trovano adesso in custodia cautelare.
Siao e Hodey sono accusati di attacco alla polizia e utilizzo di esplosivi, e per questo motivo sono tenuti ostaggi nel carcere di Colonia.
Trasmetteremo tutte le nuove informazioni che avremo e gli indirizzi per scriverli, appena li riceviamo.
Solidarietà e lotta!

fonte: Anarhija.info

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Ma quale libertà?! Donne, apriamo gli occhi! Contro l’utero in affitto, a pagamento o gratuito, contro la procreazione artificiale dell’umano.

Il corpo della donna non è in vendita, non è mercificabile, non è un pezzo di ricambio, non è sacrificabile. Le donne non sono contenitori per produrre figli, non sono macchine da riproduzione.
In nome della libertà si celano abomini, in nome della libertà di disporre del proprio corpo e in nome dell’autodeterminazione si fanno proprie le logiche di mercificazione di questo sistema tecno-industriale dove tutto è merce, tutto è quantificabile e soggetto al criterio dell’utile, tutto è in vendita, tutto è ingranaggio in una mega macchina che stritola i corpi e il mondo intero.
Logiche che si incarnano.
Una logica malsana equipara la vendita della propria forza fisica o mentale alla maternità per altri. Sicuramente portare via un bambino a una madre che ha firmato un contratto è la forma suprema dell’alienazione della lavoratrice dal proprio “prodotto”.
Le motivazioni a supporto dell’affitto dell’utero sono illogiche, contraddittorie, franose. Una questione che reputiamo sbagliata non può essere usata come argomentazione per giustificarne un’altra. Se il vendere la propria forza lavoro è sfruttamento, altrettanto o ancor di più lo sarà vendere il proprio corpo. Ci stiamo arrendendo allo sfruttamento estremo ed è paradossale che un’area femminista anticapitalista usi proprio le logiche del capitalismo tentando di trasformarle in argomenti a sostegno della libertà e dell’autodeterminazione. Quando si afferma che la critica all’utero in affitto per le donne indiane è parziale in quanto non contrasterebbe le cause che generano le situazioni di povertà che, a loro volta, spingono le donne a tale scelta, si usa l’argomentazione anticapitalista laddove appare utile, dimenticandosi di aver fatta propria l’argomentazione capitalistica un attimo prima.
Il capitalismo ha mercificato gli stessi elementi vitali, che acquisiscono un valore economico per ciò che producono di sfruttabile. Il valore in sè è distrutto. Così un fiume non ha valore perchè parte integrante di un ecosistema e una foresta non è percepita come una fitta rete di interrelazioni vitali, ma fiume e foresta sono considerati e resi risorse da depredare. Così i semi terminator della Monsanto sono modificati geneticamente per essere resi sterili. Così ci facciamo inseminare e produciamo un figlio. Così ci facciamo bombardare da ormoni per produrre un sovrannumero di ovuli al fine di venderli. Così facendo stiamo aprendo ancora di più i nostri corpi.
Se combattiamo questo sistema è totalmente senza senso arrivare poi ad estendere le sue logiche ai nostri corpi vendendo servizi sessuali in cambio di denaro o affittando l’utero, ossia diventando imprenditrici del nostro corpo attraverso lo sfruttamento della nostra capacità riproduttiva. Ma siamo convinte che in un sistema patriarcale e tecno-industriale davvero il potere della nostra capacità riproduttiva potrà rimanere nelle nostre mani se entriamo nel suo circuito di mercato e di reificazione? Non diventiamo forse un mezzo di cui il sistema si appropria? E se ne approprierebbe anche senza denaro in cambio, per il semplice fatto che gli concediamo la nostra capacità riproduttiva. Non siamo padrone del gioco in campo, siamo in balia di un gioco che ci attraversa.
La società patriarcale ha sempre sfruttato la capacità riproduttiva delle donne, è in coloro che non hanno il potere di portare in grembo un figlio, ma che sono desiderosi di averne uno per sé, che si annida il rischio di una nuova forma di sfruttamento del corpo femminile.
Ma attenzione, non facciamoci abbagliare dalla retorica dell’altruismo. Non può esistere una “gestazione per altri etica”: se legalizzata e generalizzata sarà commerciale, basta semplicemente pensare a tutti i rimborsi spese per la madre in gravidanza. Il denaro è una condizione necessaria anche nel modo detto “altruistico” come in Gran Bretagna, dove i presunti “rimborsi” approvati dai tribunali hanno raggiunto le 30.000 sterline.
La richiesta della legalizzazione e della regolamentazione per tutelare delle piccole situazioni realmente solidali di fatto amplierà solo la mercificazione.
Stravolto è il rapporto tra la donna, il proprio corpo e il proprio figlio.
Mercificata è la donna, la sua capacità riproduttiva e il figlio.
Tutto questo viene nascosto dietro la bandiera dell’altruismo e della generosità!
Così come abbiamo i consumatori etici e il mercato etico, così avremo il prestito etico dell’utero, dove la donna non sarà più solo una donna indiana povera e sfruttata, ma magari una donna occidentale trattata bene, così avremmo le coscienze a posto, ma purtroppo nella sostanza nulla cambia. La donna diventa fattrice.
Anche nella GPA “gratuita” ci sarà un contratto, una regolamentazione e anche se ci fosse la clausola che permette alla donna di poter decidere se tenersi il bambino o di interrompere la gravidanza, come possiamo essere così ingenue da pensare che dietro a quella che si chiama scelta, nella realtà non ci sia una situazione di necessità, come possiamo non pensare che da tali contratti e regolamentazioni non si arrivi a una degenerazione e a una situazione coercitiva.
Una donna, in una situazione estrema, di povertà, situazione tanto usata per giustificare l’ingiustificabile, oltre a coltivare patate per una vita, sposare un vecchio ricco occidentale e affittare l’utero ha anche un’altra strada: quella dell’orgoglio di sè e della non accettazione. Potrebbe risuonare male se scritto da una posizione “privilegiata”, ma teniamo ben presente la differenza tra l’accettare o il non accettare lo stato di cose presenti. Semplicemente, senza troppi giri di parole, se si contrasta lo sfruttamento di ogni essere vivente è insensato arrivare a giustificarne alcune espressioni e manifestazioni e addirittura volerle regolamentare. Semplicemente non ci devono essere.
O non ci interessano le conseguenze o siamo fiduciose, ingenue e ci illudiamo che le regolamentazioni trasformino tutto in cosa “buona e giusta”, o abbiamo interessi personali o come donne e come soggetto politico non possiamo non porci il problema sia della GPA che della PMA. Il dibattito si infiamma sull’utero in affitto, ma dietro la porta rimane la procreazione assistita…
Il potere da sempre si esercita sugli altri animali attraverso la manipolazione del corpo, dalla selezione e l’incrocio alla fecondazione artificiale, all’ingegneria genetica. Tecnologie eugenetiche per un animale migliorato, funzionale all’allevamento e alla sperimentazione. L’animale è così trasformato in strumento di produzione, in prodotto, in un interscambiabile modello di specie sperimentale che deve corrispondere a determinate caratteristiche. Altri corpi animali, nell’oscurità dell’assenza di uno sguardo, nella normale pratica dell’allevamento subiscono inseminazioni forzate, costrette continuamente a riprodursi, a diventar madri per essere poi depredate della loro prole.
Il ricercatore che ha fabbricato il primo bambino in provetta in Francia, come tutti i ricercatori specializzati nella riproduzione artificiale umana, si è prima fatto le ossa sugli animali, in questo caso sulle mucche da latte per aumentare la loro produzione.
Oggi assistiamo a donne sottomesse volontariamente ad una tecnocrazia in camice bianco: medici, ginecologi, genetisti, esperti vari, sottomesse a un intero apparato tecnico-scientifico. Un catalogo di vendita di ovuli da donatrici selezionate per le loro caratteristiche così da avere una materia prima di qualità per fabbricare un bambino. Un processo industriale vero e proprio: selezione ed estrazione della materia prima, analisi nelle prime fasi di produzione, scarto della merce non idonea, controlli su tutto il processo.
Il movimento lesbico sarà il cavallo di troia per l’estensione generalizzata della PMA a tutte le coppie anche eterosessuali senza problemi di fertilità e senza presunte, o tali, malattie genetiche. Dovremmo urlare no alla procreazione artificiale per tutte e per tutti.
E questa non ha nulla a che vedere con altre pratiche auto-organizzate slegate e fuori da tutto il sistema medico e commerciale con il ricorso allo sperma maschile da parte di donne lesbiche che vogliono un figlio.
Anche qui non dobbiamo cadere nell’illusione della regolamentazione, analogamente avviene per le nocività: non si possono regolamentare perchè equivarrebbe a diffonderle, regolamentare vuol dire che il disastro è già avvenuto, perchè è già insito nell’emissione stessa, è già insito nella diffusione della pratica. La procreazione artificiale equivale al controllo sociale dei corpi!
Una volta che la pratica sarà estesa a tutti e tutte si entrerà in un circuito in cui, in nome della libertà di scelta, si creerà un contesto in cui non si potrà fare altrimenti. In un domani non troppo lontano sarà definito prima irresponsabile e poi criminale mettere al mondo figli/e senza ricorrere alle tecniche di riproduzione artificiale garantite e gestite da un apparato medico. Se sempre più persone ricorreranno a tale pratica, il rifiuto di essa sarà sempre più difficile. Chi sceglierebbe di far diventare proprio figlio un escluso, un emarginato, un essere umano inferiore perchè non selezionato, e successivamente migliorato, alla nascita? Chi sceglierebbe di mettere al mondo un figlio con qualche probabilità di ammalarsi, con forse qualche difetto alla vista, con l’incertezza riguardo alle sue performance fisiche e intellettuali, insomma un figlio umano, quando il modello che avremmo interiorizzato sarà l’uomo perfetto?
La procreazione artificiale si innesta in un preciso progetto di controllo, selezione, modificazione, omologazione e addomesticamento dell’umano e dell’intero vivente.
Riconosciamo gli abbagli che si celano dietro alle belle parole di libertà e autodeterminazione, che altro non faranno che assecondare e facilitare questo processo in atto dove tutto il vivente è sotto attacco, dove il potere è arrivato a un livello ancora più profondo, con il controllo dei processi biologici dalla nascita alla morte di tutti i momenti della vita di un essere vivente.
Opponiamoci con forza contro ogni prevaricazione, mercificazione e sfruttamento.

Dicembre 2016
Silvia Guerini
www.resistenzealnanomondo.org

Tecnologia, seme del dominio

La natura della critica

Prima di partire occorre guardare cosa abbiamo dentro lo zaino, per evitare di portarci inutili zavorre che ci rallentano, rischiando invece di dimenticare l’indispensabile. Già perché finora eravamo nostro malgrado trascinati e chissà dove, dagli eventi, dai capi, dalle macchine, ma ora, nel processo rivoluzionario, si fa sul serio, e siamo noi a dover scegliere con che strumenti imbarcarci e questa scelta sarà determinante per il prosieguo dello scontro. La scienza odierna ci ha messi di fronte a un’infinità di conoscenze e applicazioni altrimenti impensabili; durante il processo rivoluzionario cosa dobbiamo farne di questo mastodonte tecnologico?

Come dobbiamo trattare la tecnoscienza durante il processo rivoluzionario (e fin da subito)? Come un’arma in mano al nemico, quindi utilizzabile anche dal suo antagonista, come un’arma propria del nemico, quindi inadatta all’uso per il suo antagonista (per ignoranza e incapacità), oppure come un elemento stesso del dominio, quindi inutilizzabile perché in qualsiasi verso la si adoperi produce comunque dominio? Nel primo caso si tratta di vedere nella tecnoscienza un semplice strumento, in questo momento in uso presso il potere, ma utilizzabile anche dagli oppressi per i propri scopi, senza preclusioni di sorta: è uno strumento che si adatta a qualsiasi fine venga proposto dal suo utilizzatore. Nel secondo caso la tecnoscienza è considerata come un oggetto frutto del lavoro e dell’organizzazione del potere, dunque predisposto per funzionare bene nelle mani del potere, e quindi, per questioni di difficoltà tecniche e conoscitive, si rende inutilizzabile alla classe sfruttata: i codici utilizzati per il funzionamento degli apparecchi tecnologici, la strumentazione per produrre apparecchi e la strumentazione ed i laboratori per sviluppare nuovi apparecchi non sono nelle mani degli sfruttati e anche se lo divenissero, solo con enormi difficoltà questi ultimi potrebbero accaparrarsi le conoscenze utili al loro funzionamento. Nel terzo caso, quello che interessa la critica rivoluzionaria, la tecnoscienza è considerata, non come uno strumento, non come un semplice oggetto, ma come un vero soggetto che, non solo contribuisce e collabora al progetto del potere, ma che col suo stesso funzionamento produce dominio.

Una ancora ingenua critica di classe alla tecnologia la indicherebbe come uno strumento nelle mani della classe dominante per difendersi dagli attacchi e garantirsi i privilegi. Troppo semplice considerare l’apparato tecnoscientifico come un organo utile solo al sistema industriale (o eventualmente a quello militare) in una visione funzionalista, senza vederlo invece come la negazione della possibilità di una conoscenza diretta e reciproca tra le persone e col mondo. Allora a ben guardare c’è qualcosa di più: la tecnoscienza non può intendersi mai come un semplice mezzo (che ha come verso un fine), ma oggi svolge la funzione del dominio in maniera sempre più attenta e approfondita, anche perché è diventato chiaro che è sparito il fine specifico da perseguire nei confronti del quale occorrerebbe approntare i mezzi necessari, poiché è sparito perfino l’oggetto della conoscenza (dietro la manipolazione e l’approfondimento estremo) ed il soggetto della conoscenza ne è ormai stato sopraffatto.

C’è una corrispondenza tra l’uso di certi apparecchi e il manifestarsi di forme sempre nuove e approfondite di dominio. Se fino ad un certo momento la correlazione si esprimeva dal dominio verso la tecnologia oggi il corso si è invertito.  Non a caso oggi si parla di controllo pervasivo, perché la diffusione dei mezzi di indagine e di controllo della realtà si riferisce ad aree, piuttosto che a corpi (a differenza del controllo invasivo) e viene messa in pratica attraverso i campi e le reti (la nuova struttura della realtà) capaci di riflettere la densità e la qualità della materia piuttosto che solamente la sua forma e superficie. Ogni nuova applicazione che entri in funzione, dunque, svolge oltre alle funzioni manifeste, cioè quelle positivamente pubblicizzate, quella latente del controllo. Allora se l’apparecchio, ed in particolare l’apparecchio in mezzo agli altri apparecchi, è portatore del seme del dominio (e lo fa con una convinzione tutta sua, in maniera del tutto gratuita, perché inventa ogni giorno nuove ed inesplorate forme di oppressione dell’uomo), l’asserto “la tecnologia è uno strumento, tra gli altri, nelle mani della classe dominante” è del tutto insufficiente. La tecnoscienza fa qualcosa di più che garantire la strumentazione adatta ad un modo di produzione rinnovato, perché le garanzie che offre al potere sono incomparabilmente più elevate rispetto alle vecchie forme di autorità che si riferivano alla personalità, al carisma, alla tradizione o all’organizzazione burocratica, proprio perché si basano sulla totale impersonalità, la capillarità e la diffusione del controllo nel territorio e fin nell’intimo della persona. Non c’è servitù più ligia, né lavoro più preciso di quello che svolge la tecnologia in questo campo, tant’è che a volte si rivela addirittura più avanzata rispetto alle richieste del potere, provocando delle modificazioni inaspettate nella società ma perfettamente congruenti col progetto di controllo.

La tecnoscienza

Qual’è dunque il ruolo della tecnoscienza oggi? La tecnoscienza è stata definita come quella scienza che ha come ambiente naturale, non più la materia ed il “vecchio” mondo, ma l’esperimento tecnologico con strumentazione e laboratori sofisticati; quel sistema di conoscenze derivate dalla sperimentazione in cui la prassi supera per importanza di gran lunga la teoria. Perciò il suo prodotto, la tecnologia, si allontana dalla tecnica e dalle tecniche, che sono state il modo sperimentato nel tempo per raggiungere un fine, che affinandosi e collettivizzandosi diventano infine arti. La dimensione collettiva della conoscenza segna il confine tra la scienza buona e quella in mano ai pochi, quindi inserita in un contesto autoritario. La definizione di tecnologia come “l’applicazione sistematica di conoscenze scientifiche avanzate al fine raggiungere risultati pratici in maniera efficiente” entra in vigore solo dopo la Rivoluzione Industriale, infatti è solo nel Settecento che il termine non viene più utilizzato nell’accezione greca di technologhìa, cioè discorso sulle arti e i mestieri, ma come miglioramento razionale dei mestieri. E solo tra la prima e la seconda Guerra Mondiale il termine arriva a designare le tecniche di punta adottate nei campi scientifici strategici: nucleare, elettronica, fisica, chimica. Per tecnica si deve invece intendere il semplice uso di una maniera riconosciuta dalla collettività per ottenere una cosa. Il campo d’azione della tecnica, la sua operabilità e la sua capacità di venir trasmessa, la differenziano dalla tecnologia. La tecnologia dal canto proprio, intesa come prodotto delle tecnoscienze, si innesta già su una base tecnica avanzata, che si serve di tutte le innovazioni precedenti sia per pervenire ad una qualche forma di conoscenza sia per giungere a delle applicazioni di una qualche utilità sul mercato.

Ma c’è da notare anche dell’altro. La possibilità di autogestirsi è minacciata dalla tecnologia anche da un punto di vista più eminentemente antropologico: se ogni produzione tecnica sviluppa alcune possibilità umane (fisiche e mentali) è altrettanto vero che inibisce altre facoltà: l’utilizzo di tasti e tastiere e tastierini e poi schermi a tatto ha certamente affinato la sensibilità e la velocità e l’accuratezza di certi gesti peraltro piuttosto meccanici, ma ha sicuramente incancrenito la possibilità di condensare, tirare fuori e utilizzare l’intera forza di un braccio; il limite di potenza si è indubbiamente abbassato. Ogni innovazione tecnologica produce un mutamento nella fisiologia umana, mutando anche le possibilità storiche dell’uomo. Occorre tenerlo sempre ben presente per non giungere infine ad un individuo incapace anche solo di reggersi in piedi.  Dunque? La lucidità per distinguere i passi fatali in un progresso altrimenti indistinto della tecnologia, quei passaggi capaci di chiudere l’uomo in una gabbia infrangibile; l’attenzione all’irreversibile, che ridisegna i limiti della libertà, al cospetto del quale nemmeno l’evasione ha poi alcun potere; la soppressione della tecnologia per mezzo di un costante combattimento contro i suoi elementi salienti e abominevoli per affermare le facoltà umane più interessanti e in accordo con un mondo privo di autorità.

Tecnologia e controllo

La tecnologia odierna ci ha messi di fronte ad una interminabile serie di strumenti dalle infinite potenzialità, ma questa ingombrante megamacchina ci è d’utilità davvero o piuttosto d’intralcio? La scienza odierna si è specializzata in un’infinità di rami fino a convergere per aumentare di nuovo le proprie possibilità evolutive, ma qualsiasi ramo scientifico va coltivato e mantenuto o piuttosto di alcuni ce ne dobbiamo liberare e altri fin d’ora combattere, operando una “selezione” di ciò che è utile e di ciò che è dannoso? Per dare una risposta occorre innanzitutto considerare di nuovo la funzione della tecnoscienza e del suo prodotto, la tecnologia, nella società, per delinearne infine il suo intimo progetto.

I prodotti delle tecnoscienze, nel loro complesso, svolgono una funzione di controllo capillare nella società: in maniera diretta, indiretta e organizzativa.1) Il controllo diretto attraverso la tecnologia avviene facilmente ed in maniera diffusa e capillare mediante le tecniche di intercettazione, sorveglianza, localizzazione, schedatura delle impronte digitali, della silhouette e del DNA. Questo tipo di controllo permette la verifica del comportamento (e la prevenzione della devianza) da parte delle agenzie di sicurezza, e facilita e permette operazioni strettamente militari, in cui per operare con armi a distanza si rende necessaria la visualizzazione immediata o contestuale del nemico. Queste tecnologie sono sempre in sviluppo e approfondimento e le ricerche sulle nanotecnologie, la  microelettronica e le scienze cognitive hanno aperto nuovi campi di invasione per un controllo sempre più approfondito e generalizzato: la scienza dei microchip (quelli sottopelle, quelli presenti nel passaporto e quelli aderenti ai prodotti che compriamo) garantisce l’identificazione e la localizzazione di tutti gli elementi presenti in un cosiddetto “scenario”, la rappresentazione del contesto in cui fisicamente si collocano. Dal punto di vista strettamente militare il controllo della persona, dei luoghi e degli oggetti permette a polizia e militari un intervento sempre più intrusivo e chirurgico: il controllo satellitare, quello per mezzo di droni e della videosorveglianza è oggi imprescindibile per certe operazioni militari e di polizia. 2) Il controllo indiretto avviene attraverso la modificazione dei comportamenti di chi è esposto alla tecnologia, volente o nolente: cambiano le forme di socialità, i luoghi, l’atteggiamento verso l’altro, verso l’azione, gli spostamenti, la loro velocità, la lingua, le parole e il valore stesso della parola, in buona parte senza che ne accorgiamo o l’avessimo preventivato, così per lo più da allentare i legami sociali e disgregare i gruppi, ottenendo un individuo che si comporta in maniera piuttosto preordinata e facilmente verificabile. Nemmeno con un grande sforzo e una grande consapevolezza si può fare un uso “liberato” di certi apparecchi: l’uso coscienzioso di tali aggeggi resta un mito progressista ed è puntualmente vanificato dalla complessità della tecnologia (l’interdipendenza di tutti i suoi elementi) che si configura come mondo e non come singolo prodotto. Proprio per questa complessità è del tutto illusorio parlare di scelta (possibilità di accettare o rifiutare un apparecchio) e quindi di stili di vita. 3) Il controllo nell’organizzazione si verifica per il fatto che la tecnologia odierna è sostanzialmente sconosciuta e inconoscibile ai suoi stessi utilizzatori, perché rifugge la sfera sensoriale e perché utilizza codici non simbolici, accessibili solo ai tecnici: dunque la delega nei confronti della categoria dei tecnici è costante: l’organizzazione sociale propende sempre più verso l’aumento del potere e della fiducia cieca nei confronti della ristretta cerchia dei possessori di conoscenze e strumentazioni tecnologiche. Ancora: il rischio e l’imprevedibilità di eventi catastrofici risultanti dall’uso di tecnologie avanzate, come costante della vita di tutti, rende d’obbligo l’utilizzo dello stato d’emergenza, del periodico intervento militare nella vita civile, della periodica restrizione delle cosiddette libertà. Rischio costante ed emergenza intensificano l’organizzazione militare del territorio e della società.

Tecnoscienza e comprensione

Ancora due parole sul linguaggio della tecnoscienza. Quando un operatore umano spinge un tasto, aziona un meccanismo più o meno complesso (dotato di interdipendenze con altri elementi, tanti o pochi) e più o meno complicato (dotato di una certa difficoltà di venirne a capo, alta o bassa), fatto per lo più di segnali elettronici che si sostituiscono o si integrano agli ormai obsoleti ingranaggi meccanici. Del resto lo stesso azionamento (il moto con cui si avvia il meccanismo di un dispositivo) è stato superato, arrivando all’affermazione di macchine capaci di sostituire vere e proprie operazioni mentali tipicamente umane (ad esempio il web semantico). Venire a capo di questo tecnomondo è ormai impossibile finanche per il tecnoscienziato che conosce solo la minima fetta del complesso mondo che abita (e solo se dotato della strumentazione adeguata). Tutte le conoscenze ottenute attraverso la manipolazione sofisticata della materia sfuggono ai sensi, dunque alla percezione, così per loro natura non possono essere né interpretate né comprese dallo sguardo umano (pare così che non abbiano rapporto col mondo perché si basano sulla dismisura, sull’infinitamente grande o sull’infinitamente piccolo). Così la tecnoscienza allontana l’uomo dalla comprensione del mondo, e l’uomo si trova così ad abitare un mondo che non solo non conosce ma che non può conoscere per definizione, se la sola conoscenza è quella indiretta e specialistica della tecnoscienza. L’incapacità crescente di interpretare la realtà provoca delle modificazioni anche nel campo della volontà. Se l’individuo è ormai sottomesso e trasportato dalla tecnologia, l’eteronomia della macchina evidentemente riduce l’autonomia dell’individuo. Non che eteronomia e potere siano fatti nuovi, ma fino a poco tempo fa la sospensione dell’iniziativa individuale doveva ascriversi a una qualche forma di autorità cui delegare le scelte (e questa autorità era sempre corrispondente a un tipo di comunità, fosse essa primordiale, patriarcale o moderna). Ora invece l’azione individuale è eterodiretta anche e soprattutto a causa della forza della tecnologia. S’impone un comportamento adatto all’apparecchio. L’azione, quella miscela spettacolare di limiti e possibilità, che scaturisce dalla volontà, la sua vera motivazione, non è più in grado di afferrare il proprio senso. L’automazione e l’incomprensione del mondo riducono l’uomo a comportarsi piuttosto che agire. Ora l’azione è il solo strumento indispensabile che abbiamo per rivoltare questo mondo; senza di essa non prenderemo mai possesso del mondo, dunque occorre coltivarla ed eliminare ciò che pian piano la sta sopprimendo. È solo attraverso l’azione che verremo a capo del tecnomondo: affinare le abilità proprie e di gruppo, essere in grado di coordinarsi è la sfida per recuperare quello che stiamo perdendo. Nel processo rivoluzionario il momento dell’iniziativa individuale è fondamentale, così come per la completa affermazione dell’iniziativa individuale è necessario il processo rivoluzionario.

Una questione strategica

Esiste un rapporto tra i mezzi a disposizione del dominio e la possibilità di creare delle rotture rivoluzionarie nella società: ogni nuovo sviluppo tecnologico allontana questa possibilità. Qui sta l’aspetto sia militare del conflitto, cioè che riguarda i mezzi a disposizione dell’uno e dell’altro schieramento, sia quello strategico, che riguarda l’attenzione verso l’aspetto tecnologico vista come dirimente il conflitto. Quello della tecnologia va trattato anche come un problema di ordine militare: la capillarità di alcuni strumenti unita alla chirurgia di altri offrono a polizia ed esercito una perfetta arma da guerra. Solo in questo senso la tecnologia va vista come instrumentum del potere per affermare ancora se stesso, per garantirsi nel tempo e nello spazio. Per le qualità eccezionali negli ambiti del controllo e della manipolazione della materia che è in grado di mettere in campo, la tecnoscienza è a buon diritto considerata come il campo strategico per lo sviluppo del potere. La sola quantità di investimenti in tecnoscienza dovrebbe palesare la posizione strategica che ha per il potere; l’inezia della critica pratica in termini di distruzione invece rivela la posizione periferica che la tecnologia ricopre nel discorso rivoluzionario.

Come deve disporsi il rivoluzionario nei confronti dei nuovi apparecchi e armi tecnologici? Prendendo in considerazione le fonti della conoscenza (la categoria dei tecnoscienziati che lavora all’interno di laboratori pubblici negli atenei, all’interno di laboratori privati di aziende, all’interno di progetti: maxi progetti in cui l’università collabora con le grandi aziende per sviluppare applicazioni; oppure attraverso il trasferimento tecnologico, ossia sviluppando applicazioni all’interno dell’università per poi brevettarle e lasciarle utilizzare alle aziende, oppure mettendo in piedi una piccola azienda (start up) che svolge la funzione amministrativa e distributiva dell’applicazione sviluppata dal gruppo di ricerca); i luoghi della realizzazione (i laboratori pubblici e privati, gli atenei e le aziende); i prodotti in uso (ogni realizzazione come la troviamo per strada, al lavoro, a casa); la propaganda del prodotto (i mass media nei loro articoli e servizi di promozione degli sviluppi tecnologici, nella pubblicità e nell’opera di pubblicizzazione che comprende convegni e corsi di laurea e corsi di approfondimento); la distribuzione del prodotto (i luoghi dove attingere al prodotto); l’uso del prodotto (a chi va in uso l’applicazione); la sua efficienza (il suo funzionamento, la sua operatività: il rapporto che vige tra l’applicazione e la presenza/assenza umana: ad esempio quante telecamere può controllare un sorvegliante? Dello spazio realmente sorvegliato qual’è lo spazio sotto il controllo fisico dell’elemento umano e con che velocità? Insomma il livello di eludibilità dell’applicazione tecnologica); la sua efficacia (il raggiungimento dello scopo manifesto e di quello latente); a fronte di ciò: la sua distruttibilità. Talvolta è la massa cieca e inerme che con la sola propria forza si fa beffe delle più potenti applicazioni tecnologiche e va allo sbaraglio, dimostrando che l’eludibilità di un sistema di controllo, non si dispiega solo nella coordinazione e precisione dell’azione silenziosa di chi ha studiato l’anello debole della catena, ma anche nell’azione tumultuosa, nel rivolgimento di un’intera massa in direzione di un obbiettivo in maniera quasi del tutto cieca rispetto al rischio repressivo. Questa forza istantanea e tutta furore e passione, non si dà a comando, ma va attentamente seguita proprio per la sua repentina formazione e istantanea dissoluzione. Tuttavia non è abbastanza, e questa rivolta non può basarsi solo sul farsi beffa della periodica inefficienza della tecnologia, ma per essere tale deve per forza tener d’occhio nel medio-lungo periodo quelle innovazioni che più di altre precipitano la possibilità dell’uomo di autogestirsi. Tutto ciò non per prevenire l’introduzione di un nuovo specifico elemento di oppressione (fatto che comunque può essere utile sia per dimostrare la forza delle nostre possibilità, sia per arginare il controllo repressivo), cioè la critica (di per sé illusoria) di un apparecchio piuttosto che un altro, ma per giungere infine alla soppressione complessiva della tecnoscienza, non come realizzazione di questo o quel prodotto più o meno utili alla vita (quale vita? quella del fluire capitalista?), ma come maniera di conoscere, scoprire e rapportarsi al mondo, cioè di nuovo come possibilità di autogestirsi. L’utilità specifica di avversare un progetto piuttosto che un altro (la diffusione degli OGM, le nanotecnologie), si unisce alla possibilità di rovesciare il potere tecnoscientifico per intero, potere che è sia la sudditanza dell’individuo nei confronti della macchina, sia la sudditanza della classe nei confronti dei tecnici.

Il disinteresse dell’oppresso e il compito del rivoluzionario

In tutta questa storia c’è anche un problema di ordine strategico. Il disinteresse dell’oppresso è connaturato alla tecnoscienza, e questo è un elemento a vantaggio del dominio e a svantaggio del suo rovesciamento. Ma c’è un discorso sbagliato che naviga tra le bocche sempre spalancate dell’uomo della strada che va smascherato: che la tecnologia sia in definitiva una rovina per quel mondo che credevamo di conoscere (il “caro vecchio mondo”), che finisce per suonare così: “si stava meglio quando si stava peggio”. Un problema di immaginazione che gli stessi odierni sviluppi tecnologici rendono chiaro. Questi indicano un evidente ridisegnamento dei termini della libertà individuale e delle possibilità individuali (ma, e qui si sbaglia l’uomo della strada, non in meglio o peggio, opzioni di fronte cui è possibile scegliere distintamente, assegnando al mondo del futuro un voto negativo e a quello del passato un segno positivo, ma in maniera irreversibile in termini di volontà e potenza e immaginazione, e ciò ha più espressamente a che fare con l’idea di libertà): quello che parrebbe un autentico scioglimento dei legami collettivi in favore dell’autonomia individuale, l’ausilio tecnologico,  si rivela invece l’intensificarsi del legame-catena con gli apparecchi e ciò finisce per ridefinire anche i limiti della libertà, intesa non più come rapporto sociale, ma come questione privata, avviluppando l’oppresso in una spirale di inazione e divertimento. Solo l’azione, che si verifica unicamente in un contesto di conoscenza diretta col mondo, riabilita l’oppresso verso l’autentica possibilità di organizzare se stesso e la propria vita. Se il processo di rivolta contro le tecnoscienze è ostacolato dal generale disinteresse degli sfruttati nei confronti del mondo ormai incomprensibile che sono costretti ad abitare, ci sono alcune particolarità non del tutto insignificanti su cui è invece il caso di insistere: il progresso scientifico è costellato da un’enormità di catastrofi e devastazioni oltre che dalla consueta imprevedibilità e rischio di annientamento che dobbiamo subire ogni giorno, di fronte al quale poco vale il discorso postumanista del magnifico mondo di integrazione uomo-macchina che verrà. Questa favola, certo, va smascherata coi fatti della critica rivoluzionaria. Pare che l’interesse dell’oppresso nei confronti degli sviluppi tecnologici emerga unicamente in corrispondenza della nocività, ossia dell’evidente deterioramento fisico o psichico della popolazione o più generalmente del territorio abitato. Senz’altro il concetto di nocività aiuta lo sfruttato a comprendere il proprio posto nel mondo e nei confronti del dominio, ma non necessariamente è abbastanza stimolante per una rivolta contro la tecnoscienza. Se questo stato di incoscienza perdura il terreno d’azione continua a restringersi, allora spetta solo al rivoluzionario dimostrare coi fatti che la distruttibilità del sistema può aprire alla solidarietà, al rapporto diretto col mondo che abitiamo, all’autogestione.

I recenti sviluppi della tecnoscienza

Oggi pare troppo bonaria l’ipotesi di un mondo governato dalla tecnoscienza come una nave guidata da un timoniere ubriaco, che per l’ebrezza porta a naufragio la barca con tutto l’equipaggio, perché in fondo non ha il controllo delle proprie azioni, dunque degli effetti sul mondo. Ciò è vero non perché la scienza si sia liberata dalla potenza di produrre catastrofi immense, ma perché il suo attuale progetto è quello di approfondire il controllo della materia. Se fino a poco tempo addietro si è disegnato il percorso della scienza come in crescente ramificazione e specializzazione occorre ora prendere atto della nuova tendenza alla convergenza dei vari rami. Convergenza che ha ben poco a che fare coi vecchi lavori multidisciplinari, gli studi in cui i differenti rami scientifici erano tenuti insieme dall’oggetto della ricerca ma producevano solo sguardi differenti e incommensurabili di un unico campo, e si basa invece su una “naturale” tendenza all’integrazione. L’oggetto nelle sue microscopiche fattezze appare molto più manipolabile di un tempo ed è appunto nell’azione conoscitiva della manipolazione che si devono integrare le tecnologie fisiche con quelle biologiche e cognitive e informatiche. A questo punto la scienza all’avanguardia è ramificata in una miriade di specializzazioni ma converge in progetti comuni sulla base dell’integrabilità che la tecnologia, come piattaforma materiale, le consente. È vero, al progresso indefinito e pericoloso si stanno sostituendo progetti concreti, non perché sia cessata la superstizione nella tecnologia o l’infatuazione per il tecnomondo, ma perché l’intersecarsi di rami differenti della scienza ne moltiplica la possibilità di intrusione nella materia e così moltiplica i suoi effetti.

Se la convergenza delle tecnoscienze mette a nudo gli aspetti salienti del dominio, quelli su cui si investirà, proprio qui, in questo campo, occorrerà presto insistere. L’utilità, per giungere alla distruzione quanto più feroce e repentina, è ovviamente il criterio guida che seleziona le conoscenze di cui i rivoluzionari debbono dotarsi; e non sarà un criterio striminzito qualora i fini specifici siano ben presenti e ben determinati. In tutti gli altri casi l’accaparramento rivoluzionario delle conoscenze sarà controproducente e andrà nel senso di tenere in vita la macchina statale. Se il mondo si è informatizzato non significa che dobbiamo a tutti i costi scendere su quel terreno da gioco per operare un cambiamento significativo (con l’ingegneria informatica e l’hackeraggio); ma è altrettanto vero che sarà, oltre che ben accetto, in alcuni momenti decisivo, il contributo di quanti lavorano in quel campo (per quanto riguarda il reperimento di informazioni e la comprensione della struttura tecnoscientifica e del suo funzionamento). Facendo dunque attenzione che il processo rivoluzionario non si trasformi nell’adozione di mere tecniche, il cui fine rimane distante dalla nostra immaginazione; e attenzione affinché l’azione di distruzione sia quanto più intellegibile possibile; facendo insomma attenzione a non riempire il nostro zaino di quelle conoscenze approfondite e sofisticate che però lasciano intatta la macchina tecnica dello Stato, al posto di utilizzarle sommariamente per sopprimerla. Cosicché, nel momento susseguente, una volta che ci saremo liberati dalla tecnoscienza, la “selezione” delle discipline e dei campi di ricerca sarà vagliata sulla base della possibilità di ognuno di essi di formularsi in termini di tecnica e infine di arte.

Dalla rivista anarchica: I giorni e le notti, numero 1
rivistaigiornielenotti@autistici.org

 

Marco Camenisch – Settembre 2016: Aggiornamento “discesa”

Il 1° settembre, come da aggiornamento del 26/06/2016, è iniziato il “lavoro esterno“ in zona Zurigo previsto per sei mesi.

Il mio recapito nuovo è: mc, c/o Kasama, Militärstrasse 87/A, CH-8004 Zürich

Per proteggere la mia (costruenda…) sfera privata e quella dell’ambiente sociopolitico a me più vicino, in seguito non pubblicherò più informazioni sul mio nuovo ambito di vita come per es. soggiorno, casa, posto di lavoro ecc., che ormai non dovrebbero neanche più essere di “pubblico interesse“. Ovviamente questo non vale per lx compas a me più vicinx ed altrettanto è ovvio che continuerò ad informare sul percorso della mia “liberazione“ (a maggior ragione su eventuali, „rovesci“…).

Come in parte ho già informato la stampa solidale di movimento, in questa fase della mia “prigionia“ ho già un accesso abbastanza “libero“ all’informazione, alla rete ecc. Di conseguenza non sono più “legittimato“ a ricevere come finora la vostra stampa gratuita e solidale per prigionierx e vi prego di sospenderne l’invio.

Per questa espressione di solidarietà e in generale per tutta la vostra forte, consistentissima e continua solidarietà rivoluzionaria oltre le tendenze contro la repressione del dominio voglio esprimere ancora una volta il mio amorevole rispetto e la mia più profonda gratitudine.

Ovviamente cosciente del fatto che la solidarietà rivoluzionaria non si può praticare giammai in uno spirito da “prestazione-servizio“, vale a dire a senso unico e perciò, come prigioniero specificamente anarchico, spero che il mio contributo solidale oltre le tendenze e il mio rapporto solidale con la lotta rivoluzionaria bastava basta e basterà almeno un po’ allo spirito profondamente reciproco della solidarietà e dell’appartenenza rivoluzionaria.

Sempre resistendo, sempre contribuendo, sempre solidale (anche tacendo…:-) )

marco camenisch, inizio settembre 2016, Zurigo, CH

Attraversamenti postumani antipecisti

“La tecnica integra tutto, evita gli urti e i drammi: l’uomo non è adatto a questo mondo d’acciaio, la tecnica lo adatta. Ma bisogna anche notare che nello stesso momento, per fare ciò ella cambia la disposizione di questo mondo cieco perchè l’uomo possa entrarci senza ferirsi negli spigoli e senza provare l’angoscia di essere destinato all’inumano”
Jacques Ellul

C’è una soglia, superata la quale perdi il contatto con le conseguenze del tuo pensiero sul mondo…

Scorro, mi soffermo, cerco di addentrarmi nelle tesi di Rosi Braidotti in “Il postumano – La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte” e la metofara del cyborg di Donna Haraway come rappresentativi di tendenze pericolose che hanno trovato spazio in un antispecismo accademico, pericolose perchè fuoriescono da questa nicchia e si riversano sui contesti e le situazioni di movimento, e sono in grado di scavare solchi profondi e imprimerci un ben preciso modo di percepire, sentire, considerare, analizzare il presente nella sua espressione più performativa e totalizzante della tecnologia, delle tecno-scienze, del rapporto con le macchine. Se queste tentenze prenderanno forma il rapporto con il tecno-mondo non potrà più diventare conflittuale.

Antispecismo può voler dire tutto e, se la tendenza sarà quella di affiancarsi agli sviluppi tecnologici, sicuramente non sarà l’antispecismo a cui potrò fare riferimento nel considerarlo un contributo nella lotta di liberazione. Sarà solo da respingere.

Sicuramente mi rendo conto che si parte da presupposti diversi oppure anche con una comprensione di ciò che sono e rappresentano gli sviluppi delle tecno-scienze se alla base non c’è una forte critica anti-tecnologica si può arrivare a guardarli con entusiasmo. Se alla base non c’è un rifiuto totale dell’artificializzazione del vivente e un rifiuto della modificazione degli organismi, nel cammino si può fare confusione e confondere un opporsi alle categorie di genere e una libertà con la ingegnerizzazione e potenziamento del corpo.

“La svolta postumana è percepita come felice opportunità di decidere cosa e chi possiamo divenire, una possibilità unica per l’umanità di reinventarsi in senso affermativo. La prestazione sovraumana di Bolt ha ampliato i confini di ciò che il corpo umano è in grado di raggiungere. Rimane da capire se questi confini finiranno per rappresentare un ostacolo fisiologico attraversando e mischiandosi insormontabile, un limite autoimposto dalla collettività o la soglia di cambiamenti potenziali dei nuovi corpi a venire.

Pistorius è stato il primo essere umano potenziato a correre su arti artificiali di carbonio.

I confini e i limiti dei nostri corpi devono divenire oggetto di discussione collettiva e di decisione da parte delle istituzioni della politica e della società civile.

È inquietante, ma anche esilarante confrontarsi quotidianamente con cambiamenti vertiginosi, con l’immensità di nuovi orizzonti.

Umane, troppo postumane, tutte queste estensioni e queste protesi che i nostri corpi sono in grado di sostenere sono già qui e qui resteranno. Stiamo andando al passo con i nostri sè postumani, o vogliamo continuare a indugiare in una cornice teorica e immaginativa sospesa e confusa rispetto all’ambiente reale in cui viviamo? Questo non è il mondo nuovo alla Huxley, vale a dire una versione disutopica del peggiore degli incubi modernisti. Non è neppure il delirio transumanista della trascendenza dai corpi umani attuali. Questa è la nuova situazione in cui siamo immersi nell’immanente hic et nunc del pianeta postumano; uno dei possibili mondi che ci siamo costruiti. E dal momento che esso è il risultato dei nostri sforzi congiunti e dell’immaginario collettivo, è semplicemente il migliore dei mondi postumani possibili.”

A una prima lettura potrebbero sembrare pensieri di un fanatico della Silicon Valley, di Ray Kurzwell, di Gregory Stoch o per una pubblicità dell’IBM del migliore dei mondi possibili, ma invece no, sono stralci dal libro “Il postumano” di Rosi Braidotti.

È certamente più facile criticare e mettere in luce i deliri dei transumanisti, più difficile è scorgere ciò che attraversa e si mischia con contesti antispecisti.

C’è una linea, bella netta, di demarcazione tra noi e chi costruisce e difende questa società. C’è solo da scegliere da che parte stare. Sicuramente chi sta nelle aule accademiche o in qualche ricerca alternativa si tiene ben salda a quella posizione e difficilmente la metterà a repentaglio, come non metterà a repentaglio la propria tranquilla esistenza.

Questo mondo non lo abbiamo costruito collettivamente, ce lo hanno imposto o meglio hanno creato le condizioni per farcelo desiderare… e non è il mondo che tutti vorremmo, dallo sguardo di chi può permettersi il lusso di pensare a come creativamente potremmo divenire postumani non così entusiasticamente la penserebbero le donne indiane che affittano l’utero, le popolazioni a cui espropriano le terre per estrarre minerali rari per l’Ipod di ultima generazione, gli animali tutti con effetti cancerogeni della diffusione di nanoparticelle, non penso proprio che per loro sarà il miglior mondo possibile… e non c’è proprio nulla di esilarante in tutto questo. Nessuna cornice teorica o confusa, anzi, con ben in mente le conseguenze delle tecno-scienze, ce n’è di marcio prima di arrivare alla transizione postbiologica dei transumanisti…

Constatare che siamo pervasi dalla tecnologia e circondate da protesi tecnologiche e che alcune di queste probabilmente le innesteremo nel nostro corpo non equivale ad eccettare questo stato di cose.

Umano, troppo umano, l’uomo nuovo si sviluppa nel peggiore degli scenari possibili…

Ecco ciò che, per Rosi Braidotti, dovrebbe caratterizzare il soggetto postumano: nuova prossimità con gli animali, e qui il cavallo di Troia antispecista, la dimensione planetaria, gli alti livelli di mediazione tecnologica. Una tecnologia intesa sia come una protesi sia come un innesto nel corpo.

Un sè incarnato, relazionale ed esteso in una mutua dipendenza tra corpi e tecnologia, una fusione tra umano e tecnologico. Un “divenire macchina” che crea nuove soggettività. (Rosi Braidotti)

La natura dell’interazione umano-tecnologico si è spostata verso l’indeterminatezza dei confini tra generi, le razze e le specie. Quali sono le conseguenze del fatto che l’apparato tecnologico non è più sessualizzato, naturalizzato e razzializzato, ma ibrido, interconnesso, nel momento in cui la transessualità è il topos postumano per eccellenza? Se la macchina è capace di autogestione e transessuale, il vecchio organico corpo umano necessita di essere collocato altrove. Un capitalismo post-genere… (Rosi Braidotti)

Uno slittamento delle linee di demarcazione e delle categorie ontologiche tra organico/inorganico.

Dall’era industriale all’era elettronica dalla metafora della macchina arriviamo alla metafora tanto cara alla Haraway, del cyborg. Una metafora che si incarna. Che ha un peso. Che ha conseguenze. I cyborg non comprendono solo i corpi high tech dei piloti militari o degli atleti, ma anche le masse enormi del proletariato digitale che nutre l’economia globale. (Rosi Braidotti)

Un mondo cyborg potrebbe comportare il vivere realtà sociali e corporee in cui le persone non temano la loro parentela con macchine e animali insieme, scrive Donna Haraway nel Manifesto Cyborg. Haraway legge nella tecnologia potenzialità radicali di cambiamento e la considera come uno strumento di liberazione. Il/la cyborg è figura centrale della sua teoria, proprio in quanto ibrido di macchina e organismo che consente di superare le dicotomie tra umano e meccanico, natura e cultura, maschile e femminile, normale e alieno, psiche e materia. Il/la cyborg come metafora centrale del soggetto per un superamento del genere: è una creatura in un mondo post-genere, libera dal sessismo, non condizionata dalla riproduzione sessuale biologica e dalla famiglia nucleare, una figurazione della soggettività capace di nuove forme di interazione e comunicazione.

Il limite dei corpi non deve per forza coincidere con la pelle. Il/la cyborg è un aspetto, positivo, della nostra nuova incarnazione. “Noi possiamo essere i responsabili delle macchine, loro non ci dominano né ci minacciano; noi siamo i responsabili dei confini, noi siamo loro(Manifesto Cyborg).

Oggi possiamo vedere una prolifera interconnessione tra antispecismo, femminismo e teorie queer. Spingendo all’estremo l’indeterminatezza e l’ibridismo possiamo arrivare a non saper più collocare il nostro corpo guardando alla “macchina libera dal sessismo e transessuale”. Decostruire e scardinare le differenze tra specie e le categorie di genere non vuol dire prendere come modello la macchina, il/la cyborg perchè fuori da queste categorie. Perchè arrivare a includere la dimensione tecnologica?

Una fobia del corpo biologico come sinonimo di catene, costrizioni e non libertà. Mi chiedo quale libertà si può fondare negando le nostre origini -non biologiste- ma semplicemente naturali, animali, fatte di carne e non artificiali. Una fobia della natura che arriva a negarla, la natura non esiste, “è solo una costruzione per reprimere il diverso, è reazionaria”. E così, al di fuori dalla natura diventiamo macchine, anzi lo siamo già, “perchè in fondo siamo già soggettività ibride”. Nessuna libertà, solo gabbie invisibili, gabbie che nell’indeterminatezza rinchiudono e reprimono ciò che resta di selvatico e naturale. Gabbie che vanno a fondersi e confondersi con quelle del potere.

Stiamo superando e oltrepassando il confine che distingue l’umano dall’inumano.

Troppe cose sfumano, diventano indefinite. Manteniamo invece belle nette queste linee di demarcazione tra organico/inorganico, carne/metallo, circuiti elettronici/sistemi nervosi.

Dovremmo forse essere entusiaste delle nuove frontiere della biologia sintetica e delle neuroscienze?

Siamo corpi, carne del mondo, fondere l’umano e la macchina in una nuova soggettività porta a chiuderci nell’universo artificiale delle macchine. Apre le porte a un’unica dimensione totalizzante, dove l’uomo diventerà perfettamente integrato nel sistema tecnico e adattato alle sue nocività, dove il solco della resisitenza si assottiglierà sempre di più…

Siamo animali, abbiamo dei limiti, siamo mortali. Il nostro corpo non è da potenziare o ingegnerizzare. Nulla di religioso in questo, solo l’avversione a un sistema tecnico che penetra nelle nostre vite, che mercifica gli stessi elementi vitali.

Perchè diventare postumani? Lasciamo ai transumanisti questa parola, non facciamola nostra, sarebbe un grave errore. Non abbiamo bisogno di questo. Semmai dovremmo solo riscoprirci animali e parte della natura. La nostra animalità annichilisce e scompare con il mondo-macchina.

Il resto sono solo filosofeggiamenti di chi ha il tempo per farli senza porsi l’urgenza di combattere questa società. Perchè forse, in fondo, ci sta anche bene. Perchè forse dovremmo ribaltare e mettere in discussione la nostra vita. E così si diventa utili a chi dovremmo combattere, si diventa portatori delle stesse istanze di questo sistema in chiave alternativa condannando gli estremi transumanisti, ma facendo proprio il suo gioco. Il potere critica gli stessi suoi eccessi e contraddizioni e sempre di più cerca di darsi una facciata democratica: quali migliori alleati.

E allora non stupiamoci se proprio dei transumanisti potrebbero diventare dei nostri interlocutori, e se il miglioramento e potenziamento degli animali viene difeso in nome della protezione animale. Il transumanista Hughes che si è espresso contro l’antropocentrismo promuove l’utilizzo delle nanotecnologie e dell’ingegneria genetica per gli animali. E non deve stupirci se l’unica critica posta ai transumanisti sia il fatto che la ricerca scientifica che promuovono poggia sulla sperimentazione animale. (Da “Animal Enhancement: un fututo incubo per gli animali da allevamento? In Animal studies Rivista italiana di antispecismo, numero 1 Novembre 2012)

Se allora grazie alla tecnologia fossero superati gli esperimenti su animali, l’impero tecno-scientifico sarebbe condiviso? La ricerca sarebbe condivisa? Con questi presupposti da alcune/ si…

Le macchine sono considerate capaci di autopoiesi, intelligenti e generatrici: caratteristiche che portano all’alterità e soggettività. L’autopoiesi delle macchine ci indica che la tecnologia è un luogo del divenire postantropocentrico, una soglia per altri mondi possibili. (Rosi Braidotti)

Per Rosi Braidotti la pecora Dolly clonata, figura ideale della nuova relazione postantropocentrica umano-animale, si situa inoltre oltre le dicotomie di sesso del sistema binario e patriarcale di parentela. Come Dolly l’oncotopo è “un sempre-vivo che inquina l’ordine naturale perchè non nasce ma si fabbrica”. Esso è “un apparato tecno-teratologico che interferice con i codici prestabiliti e destabilizza e ricostruisce il soggetto postumano”.

Mi chiedo quale sia la perversione mentale che può definire “relazione postantropocentrica umano-animale” quando stiamo parlando di selezione, transgenesi, clonazione. Quale perversione mentale che vede in Dolly un qualcosa che scardina le categorie di genere. Non interferisce per nulla con i codici prestabiliti, ma ne crea altri e di più mortiferi. Non dovrebbero destabilizzarci questi viaggi pindarci, ma il suo essere diventata realtà.

Non ha senso porsi la domanda di come poterci relazionare a queste “nuove soggettività” o quali vincoli affettivi potremmo scoprire. Queste sono aberrazioni e non dovrebbero semplicemente esistere.

Riflettere sulla soggettività delle macchine supera gli stessi promotori delle tecno-scienze.

Che cos’è la vita? Cosa caratterizza gli esseri viventi? Viene sviluppato negli anni ’70 da Maturana e Varela, neuroscienziati, il concetto di autopoiesi per rispondere a queste antiche domande mai risolte. Ogni macchina autopoietica capace di autorganizzazione, da cui deriva la riproduzione e l’evoluzione, è un essere vivente. Ritorna la vecchia idea degli esseri viventi come macchine tanto cara a Cartesio. Delle macchine viventi. Cosa ci distinguerà allora da un ammasso di circuiti in silicio?

Una necessità di regolamentare la manipolazione del Dna non può significare porre dei limiti alla ricerca scientifica. Allo stesso tempo l’elaborazione di una etica pubblica sul postumano deve evidenziare il lato oscuro, cioè la riduzione del corpo a merce che può essere scomposta, smembrata, venduta e riassemblata secondo rapporti di potere che vede sempre dei dominanti e dei dominati. Anche in questo caso, però, non possono essere posti dei limiti alla autodeterminazione del proprio corpo.

Nuove rivendicazioni etiche, un’etica sostenibile delle trasformazioni in una nuova democrazia tecno-scientifica.

Rifiutare le tecnologie non porterebbe molto lontano, meglio allora impegnarsi in un lungo processo etico che riguarda nuovi sistemi di parentela, nuove connessioni con l’alterità animale e tecnologica. (Rosi Braidotti)

Oltre al fatto che partiamo da presupposti diversi e da un’idea di mondo diversa, non è questione di porre un limite alla ricerca, non può esistere un limite a ciò che per sua stessa natura e costituizione è già in sè controllo e dominio sul vivente. Il lato oscuro che viene identificato non è semplicemente l’altra faccia di una medaglia, è parte costitutiva di essa.

È oscuro solo perchè sono lontani dai nostri occhi le sue conseguenze mortifere, ma basta spostarsi un pò. Decentrarsi.

Nei cavi e circuiti d’acciaio e di carbonio scorre alienazione e dominio, ancora prima della fusione con la macchina tanto agognata dai transumanisti si sono interiorizzate le logiche del sistema.

In nome della libertà di scelta si crea un contesto in cui non si potrà fare altrimenti, in nome della libertà si celano abomini. La libertà di ricorrere alla procreazione artificiale nasconde tecniche di selezione embrionale che gettano le basi della creazione del bambino perfetto, la libertà di un mondo intelligente è un’immensa gabbia, così grande che sfuma e diventa trasparente, una gabbia di desideri e bisogni indotti, di atrofizzazione del pensiero. Una parte del mondo antispecista dalle proprie poltrone disquisisce su nuovi sistemi di parentela tra noi, gli altri animali e la macchina; su una cosa han visto giusto: miliardi di persone (totalmente insensibili verso l’altro animale) sono già aperte e interconnese con le protesi tecnologiche.

Non è possibile pensare una nuova etica all’interno degli imperativi della mega-macchina.

Anche se la lotta a questo tecno-mondo non porterebbe molto lontano, anche se ovviamente non riusciremo ad abbatterlo, questo non vuol dire rassegnarsi. Il punto è che non è stato preso in considerazione un lottare contro tutto questo perchè si vuole essere agenti del cambiamento proprio in questa direzione, sperando di smussare gli spigoli, ritagliandosi una voce importante e di riferimento nel nuovo capitolo epocale. Intanto mentre si pensa al lungo processo etico, nel mentre, i disastri diventano la normalità con cui convivere e miliardi di sommersi dall’impero tecnologico sono lontani dal nostro sguardo.

Questo animale è sempre presente ma ad afferrarlo sfugge, di fatto si fà sempre riferimento a un animale selezionato per le caratteristiche funzionali all’allevamento, di un animale ingegnerizzato e clonato per la sperimentazione animale, di un animale addomesticato… Dov’è l’Animale in tutto questo? Non è afferrabile da queste analisi, è ciò che rimane di selvatico e indomito, sia nelle resistenze alla reclusione e all’addomesticamento, sia nelle vite libere che man mano spariscono sotto i colpi della civilizzazione. Una vera parentela con questo animale è niente di più lontano di una parentela con la macchina.

O forse semplicemente preferiamo un antispecismo dagli hamburger artificiali…

Del tecno-mondo noi non ne saremo mai complici. Nelle vene scorre ancora lo spirito indomito e selvaggio, refrattario, che urla e strepita, che vive e combatte…

Silvia

“Non lo sai tu ancora? Getta dalle braccia il vuoto
dentro a quegli spazi, che noi respiriamo, così che magari gli uccelli
sentano l’ampliata aria con più intimo volo.”
Rilke

Da L’Urlo della Terra, numero 5

Fukushima: cogestire l’agonia

In questo 11 marzo 2015, quattro anni dopo l’incompiuto disastro nucleare di Fukushima, si può redigere un bilancio ufficiale: 87 bambini affetti da cancro alla tiroide, altri 23 sospettati di esserlo, 120.000 «rifugiati», 50.000 liquidatori mobilitati alla soglia sacrificale dovutamente rilevata, piscine piene di combustibili pronti ad esploderci in faccia, scorie massicce e costanti di acqua contaminata nell’oceano, non meno di 30 milioni di m3 di scorie radioattive da immagazzinare per l’eternità.
Questo bilancio esiste. Ci torneremo sopra.

 Lo Stato trasforma gli abitanti di Fukushima in cogestori del disastro

 Una volta tracciato questo «bilancio», considerate con rispetto le vittime e le preoccupazioni, è il momento di trarre le debite conseguenze. Una di queste è la seguente: man mano che si allestiva l’aiuto fornito da gruppi di cittadini, dalle ONG, da strutture più o meno indipendenti, lo Stato trasformava gli abitanti di Fukushima, in maniera innegabile e mascherata da «partecipazione cittadina», in cogestori del disastro. Si potrà magari sottolineare che questo slancio civico ha denotato spontaneità, ovvero amore per il prossimo, che lo Stato non ha dato nessun ordine in tal senso, che ognuno era e resta libero di «impegnarsi» in simili movimenti, certo! Tuttavia, molti uomini e donne che lo hanno fatto, anche se inconsapevolmente, hanno fatto il gioco dello Stato.

Ecco cosa abbiamo constatato.

La maggior parte dei suoi gruppi cittadini, delle ONG, di quelle strutture più o meno indipendenti hanno esortato gli abitanti a equipaggiarsi con dosimetri, li hanno aiutati a procurarseli o a costruirli in modo fai-da-te, li hanno assistiti nell’immane compito di una impossibile decontaminazione, hanno raccolto fondi con cifre anche colossali per acquistare attrezzature che permettessero di compiere delle antropogammametrie, vi hanno fatto sedere i loro simili per assegnare loro somme che non sapevano come utilizzare, hanno elaborato documenti dettagliati sulle ricadute radioattive, hanno aperto ambulatori di analisi dei dosaggi ricevuti e di controllo sanitario delle popolazioni. Queste «iniziative cittadine» miravano a mostrare una realtà i cui protagonisti ritenevano che fosse negata dalle autorità. Così facendo, invece di indurre le persone a «salvare la propria vita», cioè a fuggire a gambe levate (come hanno fatto alcune strutture, nello Yamanashi ad esempio, aiutando la gente a rifarsi una vita altrove), la maggior parte di loro le hanno aiutate a restare sul posto, cosa che ha fatto il gioco di uno Stato il cui solo obiettivo, fin dall’inizio degli avvenimenti, era di mantenere le popolazioni sul luogo. Così, invece di rimettere in discussione la thanato-politica di folli società umane edificate sul pericolo e sul governo della morte, queste strutture hanno insegnato alle persone a convivervi, nell’attesa che i dosimetri facessero il miracolo.

Da Chernobyl a Fukushima, la cogestione ha fatto fare un salto qualitativo all’amministrazione del disastro: lavorando alla grande inversione del disastro in contromisura, ha portato a un grado di perfezione mai raggiunto prima la responsabilizzazione di ciascuno nella propria distruzione e nella nazionalizzazione del popolo che la genera.

 

Gruppi indipendenti… integrati

 Prendiamo due esempi che mostrano come, prima o poi, queste strutture più o meno indipendenti lo siano state sempre meno e si siano, più o meno intenzionalmente, allineate alle strutture statali.

Primo esempio: Ethos, programma sviluppato in Bielorussia negli anni 90 per «migliorare le condizioni di vita nelle zone contaminate», sostenuto dalla commissione europea, il cui leader era anche direttore del CEPN, Centro di studi sulla valutazione della protezione in ambito nucleare, associazione finanziata da EDF, CEA, Cogema e IRSN. Un clone di questo programma, Ethos in Fukushima, è nato in Giappone sei mesi dopo l’11 marzo 2011, su iniziativa di una ONG locale mirante a sostenere il morale delle truppe contaminate attraverso riunioni informative in cui vengono raccomandati l’aiuto reciproco fra abitanti ed alcune misure illusorie di protezione dalla radioattività. La parola d’ordine della ONG, la cui fede, è risaputo, abbatte le montagne, è:

«Malgrado tutto, vivere qui è meraviglioso, e possiamo trasmettere un futuro migliore».

Avendo l’allievo superato rapidamente il maestro, questa iniziativa è stata assorbita dalla Commissione Internazionale di Protezione Radiologica (CIPR), che ha istituito dei «Dialoghi». Questi seminari partecipativi hanno così raggruppato degli eletti, esperti scientifici e gruppi di cittadini preoccupati di «rivitalizzare» le zone contaminate che ne avevano davvero bisogno, al fine di inculcare una «cultura pratica radiologica» e di aiutare ciascuno ad «ottimizzare il dosaggio».

Secondo esempio: Safecast, «rete globale di sensori che raccoglie e condivide misure delle radiazioni al fine di abilitare le persone a gestire la situazione grazie a dati relativi al loro ambiente». In seguito alla loro partecipazione ad una conferenza dell’AIEA nel febbraio 2014 a Vienna, il leader di Safecast definisce i propri membri «hacker, non di quelli che svaligiano banche [sic!], bensì di quelli che costituiscono il motore dell’innovazione», e mostra chiaramente il proprio attestato di professionalità, considerando di «aver modificato con successo i presupposti che l’AIEA aveva in relazione a quanto i gruppi indipendenti sono capaci di fare […] al fine di fornire fonti alternative di informazione», dichiarandosi con penosa fierezza «sicuro del suo progredire nella prossima revisione delle direttive che prepara l’AIEA in risposta al disastro». La delegata norvegese all’AIEA, che ha colto tutto l’interesse dei «sensori cittadini», ha immediatamente visto in Safecast: «Persone creative e innovative che sviluppano soluzioni efficaci da sé, e in caso di incidente nel vostro paese, sarete ben contenti che ci siano persone come loro. Di fatto, dovreste fin d’ora cercare persone come loro».

Felicitandosi che questa dichiarazione sia stata accolta da applausi, i responsabili falsamente ingenui di Safecast precisano:

«Il consenso nella sala è girato […], la CIPR ci ha proposto di trovare dei finanziamenti, il ministero dell’energia americano vuole integrare i nostri input nel loro nuovo sistema informativo d’emergenza, l’IRSN vuole che li aiutiamo in uno dei loro progetti, la Commissione di regolazione nucleare discute con noi per vedere come integrare al meglio la misura cittadina nei loro piani di catastrofe».

 

 I «sensori-cittadini» di Fukushima: cittadini prigionieri

La cogestione dei danni fonda il consenso: salutata da tutti nel nome della necessità di superare la situazione, è decisamente auspicata e s’inscrive in una strategia basata su quell’arte di utilizzare gli avanzi che è la resilienza. Approccio apprezzato dai pronuclearisti, si integra anche per molti anti-nuclearisti in una attuazione della partecipazione cittadina che essi invocano — non arretrando davanti ad alcun paradosso — con tutto se stessi, inciampando pericolosamente nella messa in discussione del ricorso all’energia nucleare su cui si presume si basi la loro lotta, e della società industriale che rende questo ricorso indispensabile. In fondo, l’oggetto della cogestione nel nome della democrazia è lo stesso Stato. Facendo di ciascuno un contro-esperto che bisogna educare, informare, attrezzare, per farlo diventare un misuratore competitivo, perché si sottometta a priori all’autorità scientifica che decreterà le nuove norme necessarie al buon funzionamento della macchina sociale, la cogestione si manifesta per quello che è: l’arte di diffondere metastasi statali, per riprendere la chiara formula di Jaime Semprun e René Riesel.

Alcuni sociologi dell’allarme, che non perdono occasione di lodare i «lanceur d’alerte»[*], hanno insistito a vantare i pregi delle «reti di cittadini-sensori che partecipano alla costruzione di una intelligenza collettiva attrezzata e atta a conferire una capacità attiva ai cittadini per interpretare il loro ambiente, captarlo e misurarlo e alla fine agire su di esso». In questo modo, gli allertologi rifiutavano di vedere la stupefacente realtà: molti «cittadini-sensori» di Fukushima erano diventati appunto dei cittadini prigionieri.

 

Cogestire, consentire, obbedire

 Cogestire i danni del disastro nucleare aiuta a superare la distanza che separava il terribile dall’acquiescenza al terribile. Cogestire i danni del disastro nucleare porta a partecipare al dispositivo che permette di consentire la contaminazione, d’insegnare agli uomini a vivere in così pessime condizioni d’esistenza e di introdurla nella cultura di massa. Cogestire i danni del disastro nucleare è iscriversi nel paradigma dell’ordine, non in quello della trasformazione. Significa accompagnare l’agonia al quotidiano dei corpi e quella, altrettanto grave, delle menti e del loro eventuale pensiero contrario. Divenuto maestro nell’arte di disprezzare i suoi avversari che sono gli individui coscienti, lo Stato cogestito, voluto da tutti, non ha più che falsi nemici nella cui mano ha saputo far scivolare la sua. L’identificazione con ciò che si teme incide qui tanto più pesantemente quanto la cogestione tende verso l’autogestione, che sta al disastro nucleare come l’autocritica stava allo stalinismo: una tecnica di interiorizzazione della colpevolezza e, in tal senso, del dominio, perché la cogestione è una congestione della libertà e del rifiuto di esserne privati. Si tratta allora di trovare una causa comune per evitare di scontrarsi con il proprio salvataggio attraverso il rifiuto. Ora, le cause comuni abbondano a Fukushima: trarre vantaggio da una esperienza unica, imparare a far fronte al prossimo disastro, restaurare la comunità, ridare impulso alle forze economiche, far rinascere l’impiego per i giovani, incitare le popolazioni a un «ritorno al paese natale»… Dalle minacce di non risarcimento delle spese sanitarie ai buoni di riduzione per i turisti, dal risviluppo dell’industria dello svago (stadi di baseball, musei) alla costruzione di minimarket con terrazze «più conviviali»… a Fukushima, non ci sono dubbi: l’inventiva morbosa fa furore.

Di certo, pretendendo da un lato di salvare ciò che si distrugge dall’altro, non si fa che ribadire l’obbedienza al potere.

 

Nadine e Thierry Ribault

Tratto dal sito Finimondo

 

[*] Questa espressione, coniata nel 1990 da alcuni sociologi, ha assunto negli anni vari significati. Ecco la definizione della Fondation Sciences Citoyennes: «Semplice cittadino o scienziato che lavora in ambito pubblico o privato, il lanceur d’alerte si trova in un dato momento a scontrarsi con un fatto potenzialmente pericoloso per l’uomo e il suo ambiente, e decide di portare questo fatto a conoscenza della società civile e dei poteri pubblici…»

Xylella fastidiosa, Stato insopportabile Cronistoria di un’emergenza inventata e riflessioni in merito.

Il nome del patogeno che avrebbe dovuto infestare nei mesi scorsi tutti gli ulivi del Salento contiene un aggettivo singolare: fastidiosa. E di fatto fastidioso questo batterio lo è stato, perché anziché far morire tutti gli ulivi, le piante da frutto e le piante ornamentali, così come paventato dal piano emergenziale del Commissario straordinario, dalla Regione Puglia, dal Governo e dalla Comunità Europea, la notizia della sua diffusione e dei rimedi per abbatterlo – taglio di centinaia di migliaia di ulivi e irroramento massiccio di pesticidi –, ha suscitato un moto d’orgoglio da parte di molti che, in qualche modo, ha rallentato questo piano. Se da un lato è stato abbastanza chiaro, per coloro che si sono interessati alla questione, che si trattava di un piano devastante e biocida senza alcuna logica apparente – ma forse con una sua logica intrinseca legata al tipo di economia e di potere che regge il pianeta –, dall’altra i metodi utilizzati per affrontare tale questione hanno risentito al solito dei limiti legati ad un modello rappresentativo-democratico davvero poco credibile, ma che si sostiene e si riforma, autoriproducendosi. Se più della metà degli elettori non va a votare il potere trova ancora linfa da utilizzare per governare e specula su questioni come il disseccamento degli ulivi o una grande opera come il gasdotto Tap, spendendo inutili parole di politichese, mentre al chiuso degli uffici lavora per peggiorare la vita di tutti. L’altra metà di elettori si afferra a questa illusione per paura del baratro. Qualcuno si chiude occhi, orecchie e bocca e contribuisce al mantenimento dei privilegi di questi veri parassiti. Qualcun altro invece è proprio convinto che quella sia la strada da percorrere. E così di ricorso in ricorso alla magistratura, di colloquio in colloquio con chi gestisce il potere, di richiamo in richiamo alla democrazia, alla costituzione, ai diritti dell’uomo, della natura e degli animali, il tempo passa, le energie si esauriscono e lo Stato e le sue lobby compaiono all’improvviso, militarizzano con centinaia di uomini delle forze dell’ordine la zona in cui devono intervenire e operano all’insaputa di tutti, infischiandosene ovviamente di tutti i ricorsi, le raccolte delle firme, le inchieste della magistratura, la volontà della persone. Nonostante questo c’è chi continua ad appellarsi alla magistratura, al Governatore neo eletto, a quello uscente, al parlamentare, alla Commissione Europea, ecc. ecc. È evidente che lo Stato viene considerato qualcosa di insuperabile, senza il quale non si può immaginare null’altro. Eppure non esiste un cattivo Stato e uno buono, c’è chi governa meglio, c’è chi governa peggio, ma che lo Stato faccia davvero l’interesse dei propri cittadini dovrebbe essere una favola ormai vecchia a cui sembra davvero sorprendente si possa ancora credere.

Responsabili

Il 7 luglio 2015 a Oria, in provincia di Brindisi, sono stati tagliati 45 alberi di ulivo. Questo provvedimento è stato messo in opera sulla base del piano della Comunità Europea, recepito dal Governo italiano ed eseguito da un Commissario straordinario. Ciò per contenere il diffondersi del batterio di Xylella fastidiosa. Nessuna analisi, nessuna certezza che quegli alberi fossero malati, solo l’esecuzione di un delirio di onnipotenza da parte delle istituzioni che inventano un’emergenza e mettono in campo tutti i mezzi necessari, compresa la forza, per attuare i propri piani. Piani solo in parte comprensibili data l’assurdità della situazione. Le immagini degli operai dell’Arif (Agenzia regionale per le attività irrigue e forestali) intenti a tagliare alberi bellissimi e verdissimi e apparentemente in ottima salute, accerchiati da decine di sbirri, dà il senso di quello che è accaduto. Probabilmente il tentativo di sostituire un metodo di agricoltura tradizionale con uno intensivo che utilizzi pesticidi in gran quantità e una differente varietà di piante, più produttive ma dalla vita meno longeva, cercando poi pian piano di introdurre anche l’utilizzo di Ogm, almeno come possibilità e smussando così le resistenze. È sembrato di vivere in un laboratorio a cielo aperto e ad essere sperimentate o testate sono state anche le reazioni delle persone. Si prova con l’illusione della partecipazione; se funziona, bene, la strada è spianata per qualunque nocività e il “progresso” può andare avanti. Se non funziona si procede con la paura e col terrore, si usano i media per spaventare le persone, si fa una propaganda serrata e quotidiana per instillare nella mente i concetti che tornano utili come “batterio killer”, zona infetta, eradicazione e, se non funziona ancora, si procede con la forza. Queste tre possibilità a volte si combinano, a volte vengono usate singolarmente, ma spesso ritornano nella gestione dei territori e dei luoghi dove il potere, economico e statale, vuole intervenire per imporre qualcuna delle sue opere o dei suoi nuovi modelli di controllo dell’esistente.
Questo però non dovrebbe farci dimenticare che sempre di un’imposizione si tratta e chi la esegue è, anch’esso, complice di chi dà il comando. Siamo troppo abituati a dire sì, a vivere irreggimentati, a rispettare l’Autorità per dire no, per disobbedire, per disertare, per rifiutarsi.
Tuttavia la disobbedienza c’è stata, poiché in molti hanno cercato di impedire che il piano di eradicazioni, proseguito ad ottobre, questa volta in maniera più decisa, andasse avanti. Ma per stroncare le proteste il cosiddetto piano bis ha previsto che, a tagliare gli alberi, fossero gli stessi proprietari ai quali è stato notificato che i propri alberi erano malati, naturalmente senza alcuna prova di laboratorio. Per fare queste notifiche lo Stato si è servito della Guardia Forestale, forza di polizia a tutti gli effetti  e che presto verrà accorpato nei carabinieri, che si è presentata a casa dei proprietari, spesso anziani contadini proprietari di pochi alberi, alle quattro del mattino con più uomini.
Se i contadini non avessero adempiuto al taglio degli alberi avrebbero ricevuto una multa salatissima e gli alberi sarebbero stati comunque tagliati con la forza. Il piano bis ha cercato quindi di troncare le gambe alla protesta, tuttavia azioni di resistenza si sono verificate ugualmente, quali difesa degli alberi con i corpi degli oppositori, presìdi permanenti, manifestazioni di piazza, ripiantumazione di alberi eradicati, rifiuto degli operai di una ditta di eradicare, minacce all’autista della ruspa che avrebbe dovuto espiantare e furto delle chiavi, chiusura di tutti gli accessi al paese dove erano previsti tagli, piantumazione di nuove piante d’ulivo dello stesso tipo di quelle tagliate, scritte murali. Infine l’occupazione dei binari in un paese in provincia di Brindisi per sette ore da parte di decine di persone.

Troppe domande, qualche certezza

Spesso abbiamo troppe domande in testa per riuscire ad avere una proposta valida, ma alcune certezze ci accompagnano sempre, e non potrebbe essere altrimenti. Abbiamo una visione del mondo e in base ad essa cerchiamo anche di intervenire nelle varie questioni, apparentemente slegate tra di loro, ma che in realtà non lo sono affatto. Se pensiamo ad esempio allo sfruttamento di vari luoghi nel mondo, alla distruzione di interi territori, alla desertificazione provocata da questo sistema economico, alle catastrofi poco naturali che mettono in fuga milioni di persone, non possiamo non pensare di essere accomunati all’esistenza di altri individui quando sulle nostre teste viene imposta una nocività o si decide qualsiasi progetto tolga un pò di libertà.
Se molti posti nel mondo vengono depredati delle risorse, se la costruzione di una diga toglie l’acqua alla popolazione che vi era insediata e che per forza di cose è costretta a spostarsi, se la costruzione di infrastrutture toglie terra e mezzi di sostentamento a chi vive quei luoghi, se i semi da piantare diventano proprietà privata tramite un brevetto di una multinazionale, come possiamo non collegare tutto questo all’emigrazione forzata che milioni di persone si trovano ad affrontare. Senza contare le guerre che vengono scatenate in giro per il mondo, spesso al fine di controllare le risorse energetiche di alcune nazioni.
Del Salento si vuole fare un luogo per un turismo d’èlite e un punto di passaggio e di produzione strategico per varie fonti di energia, fonti fossili, gasdotti, energie rinnovabili, eolico, solare, biomasse. Se a ciò si aggiunge il tentativo di insediare un’agricoltura industriale intensiva il quadro è completo.
Un modello che si sostituisce ad un altro, a volte più lentamente, a volte con un’accelerata, come in questo periodo, e spazza via ogni altra cosa, aspetti ambientali, culturali e sociali prima esistenti.
Naturalmente ciò che vogliamo difendere non sono le tradizioni di un popolo, né un’identità qualsivoglia essa sia, ma una vita a misura d’uomo, naturale, selvaggia se possibile, i luoghi dove viviamo e che si vuole trasformare in deserti inquinati e asettici, tutti uguali. Ciò che vogliamo è resistere alle imposizioni, all’Autorità di qualunque tipo che pretende di gestire le nostre vite, vogliamo difendere la nostra possibilità di scelta, se ancora ne rimane qualcuna.
Ed è per tutti questi motivi che non potremo mai trovarci, nella nostra battaglia, al fianco di un fascista, di uno che ha la gerarchia in testa, che fomenta l’odio contro il diverso, lo straniero, e che è parte integrante di questo sistema di sfruttamento, nonostante il suo populismo. Non abbiamo bisogno di una falsa unità, di difendere un ulivo e dimenticare tutto il resto. Non abbiamo bisogno di difendere il nostro orticello e chiudere gli occhi davanti alle morti in mare di migliaia di persone, alle guerre, alla devastazione del pianeta. Non abbiamo bisogno di difendere un territorio perché salentini; il patriottismo non ci appassiona, ci sentiamo accomunati ad altri individui in quanto sfruttati. Non ci sentiamo fratelli di chi vorrebbe, come un fascista o un integralista di qualsiasi tipo, vietare, negare, limitare la libertà.
E vogliamo ribadire tutto questo perché, nei mesi scorsi, in uno dei presìdi a difesa degli ulivi erano presenti anche esponenti di Casapound, che anche in altre occasioni hanno cercato di inserirsi. Quando qualche pecora nera poco propensa ad accettare la loro presenza ha sollevato la questione, la gente del posto li ha difesi, ma soprattutto li ha difesi il cittadinista che vuole l’unità a tutti i costi, anche con i fascisti, che vuole i numeri, che vuole le masse perché senza non si può fare nulla, che cerca visibilità, che è alleato dei giornalisti perché i media pensa si possano utilizzare a proprio vantaggio; che utilizza parte del suo tempo a filmare e fare foto, che comunica quasi esclusivamente tramite facebook perché i social network tengono in rete e pensa che i “parteciperò” e i “mi piace” siano il metro della protesta e non un modo comodo per appoggiare qualcuno o qualcosa standosene tranquillamente dietro un pc. La rete però sempre più non è sinonimo di interconnessione ma di gabbia, di controllo, di costante monitoraggio. Il cittadinista è un pompiere, un ostacolo forte a che si possa cambiare davvero qualcosa e intervenire in maniera incisiva. È colui che sostiene questo sistema più di ogni altro con la sua fiducia nelle istituzioni, con il suo pacifismo da imporre agli altri, con la sua delazione (quando occorre).

Che la paura cambi di campo

All’indomani dell’eradicazione dei 45 ulivi a Oria, una delegazione di presidianti si è recata dal Prefetto di Brindisi per chiedere spiegazioni su quanto accaduto. Per tutta risposta il funzionario, con modi spicci e arroganti, ha affermato che in quanto elettori dovevano sottostare a quanto deciso, che era una legge dello Stato e che dovevano rispettarla. Che in quanto semplici cittadini non rappresentavano proprio nessuno. Per il Prefetto, che è espressione del Governo sul territorio, la forza e la legge sono essenzialmente la stessa cosa. Decide il più forte, non c’è altro da dire. Per chi non ha fiducia nell’Autorità e neanche nel Diritto non c’è tanto da stupirsi poiché il Prefetto ha affermato quella che è l’essenza di uno Stato democratico.
Non è uno stato d’eccezione, è la gestione del diritto, e la forza è uno degli elementi fondanti. Dietro l’apparenza della partecipazione, in realtà, si tenta di indurre alla paura e si tiene in scacco il più debole, decidendo del suo destino.
E allora ciò che occorre è che la paura cambi di campo. Che le persone non siano più succubi, suddite di un potere che cerca di sopravvivere. Ad avere paura dovrebbero essere coloro che hanno creato questa emergenza e i loro esecutori e tutte le figure istituzionali locali, nazionali ed europee. Ad avere paura dovrebbero essere i giornalisti che alimentano il terrore e creano confusione.
Ad avere paura dovrebbero essere tutti quelli che hanno accreditato questa emergenza e hanno messo in atto i mezzi per sostenerla fino al necessario. Ad avere paura dovrebbero essere loro e questa è l’unica unità che vorremmo auspicare.

Non si può pensare liberamente all’ombra di un tribunale

Verso la metà di dicembre 2015 c’è stato il colpo di scena. La procura di Lecce, dopo un’indagine durata 18 mesi, ha posto sotto sequestro circa un milione di ulivi, con facoltà d’uso da parte degli agricoltori e ha indagato formalmente 10 persone. Funzionari della Regione Puglia, professori universitari e il Commissario straordinario Silletti. In seguito a questa inchiesta Silletti si è dimesso, così come i funzionari indagati e la protezione civile ha richiesto alla Regione Puglia e al Governo la revoca dello stato d’emergenza dichiarato nel febbraio 2015. Di fatto le eradicazioni sono state sospese e il futuro immediato sulla vicenda sembra più che mai incerto. Molti hanno plaudito all’operato della procura, che ha ridato un’immagine presentabile ad uno Stato in deficit di credibilità. L’intervento della magistratura darà sponda alle istanze cittadiniste che hanno esultato per l’inchiesta invocando condanne, repressione e giustizia contro le mele marce. Intanto la procura di Brindisi, come era prevedibile, ha emanato i suoi primi decreti penali di condanna – ne seguiranno molti altri, probabilmente – a carico di alcuni agricoltori che in una mattinata di novembre avevano manifestato in piazza. Mossa che tra l’altro mira a ristabilire i confini di una protesta democratica e che accresce il potere dello Stato che, per mezzo al suo organo giudiziario, si mostra equidistante. Vengono repressi tutti, chiunque agisca al di fuori delle regole imposte. Ma questo è ciò che accade abbastanza frequentemente quando si creano situazioni limite, quando singoli pezzi dello Stato si spingono talmente oltre che i loro inganni rischiano di diventare troppo evidenti e anche quando, dall’altra parte, la protesta deborda i confini della legalità e si esprime con pratiche che vanno oltre il consentito, rischiando di diventare efficaci e di sfuggire ai margini imposti – ad hoc – dalla legge.
Tuttavia, ciò che è accaduto in questi anni è qualcosa di inquietante e la vicenda della Xylella è davvero esemplificativa di come il sistema economico funzioni nel mondo. Seppure non sia nulla di nuovo, fa un certo effetto venire a conoscenza che nel Salento, secondo dati riportati da alcuni giornali, tra il 2010 e il 2012 sono stati irrorate quantità ingentissime di pesticidi in campi sperimentali avviati da Monsanto e Basf in deroga alle autorizzazioni, per testare la resistenza delle piante di ulivo alla cosiddetta “Lebbra dell’olivo”.
Anche al di là di quanto riportato dalle carte della procura, si aveva la percezione che il Salento fosse utilizzato come luogo di sperimentazione, sociale e ambientale, e ciò sta accadendo anche con il gasdotto Tap e soprattutto è già accaduto con l’Ilva di Taranto e la centrale a carbone di Cerano; un territorio, gli aspetti sociali, culturali, economici che lo riguardano e i suoi abitanti vengono sacrificati sull’altare del profitto e dell’economia.

Ruolo dell’Europa

Molti hanno considerato l’Europa, con le sue istituzioni, estranea a quanto accaduto: semplicemente coinvolta nell’emanare provvedimenti emergenziali che prevedevano l’eradicazione di migliaia di alberi e l’uso di pesticidi, perché tratta in inganno. Al contrario l’Europa non può non aver avuto un ruolo centrale in tutta questa vicenda. Oltreché direttamente influenzata da esponenti politici locali, uno dei quali anche funzionario europeo, al soldo probabilmente di qualche multinazionale, il ruolo delle istituzioni europee è abbastanza chiaro e mira all’introduzione o alla diffusione di un modello di “sviluppo” mondiale basato, in questo caso, su un’agricoltura intensiva e sull’uso di pesticidi e Ogm. Un dato di fatto risultante dalla politica di Efsa (Agenzia europea per la sicurezza alimentare) riguardo gli Ogm, tutta a favore degli studi  e dei risultati delle grosse multinazionali che li producono. Di recente inoltre Efsa ha dichiarato, con un documento ufficiale, che l’uso di glifosato (principale elemento dei pesticidi) in agricoltura non è causa di malattie cancerogene, mentre parere esattamente contrario ha dichiarato l’OMS. Efsa si è espressa anche sulla questione Xylella in maniera alquanto oscura e ambigua. Affermando che non vi era certezza sulla causa del disseccamento degli ulivi, ha lasciato la porta aperta all’uso di soluzioni estreme ed emergenziali come l’eradicazione. Tali istituti vengono visti come indipendenti e il loro parere acquista grande valore in virtù delle competenze che essi dovrebbero esprimere. Tuttavia, non è difficile scoprire l’influenza che grossi colossi dell’agroindustria, come Monsanto, hanno su questi istituti, indirizzando di volta in volta i pareri a seconda della necessità del mercato o del momento. Ecco perché sarebbe un errore considerare la questione Xylella come una questione esclusivamente locale. Per fare un esempio pratico, nel sud della Spagna vi è stato negli scorsi anni un medesimo processo indotto di trasformazione della coltivazione tradizionale degli ulivi in una coltivazione industriale. Non sorprende quindi che anche in Salento sia in atto il medesimo tentativo.
Meccanizzata, iperproduttiva, intensiva, omologata, geneticamente modificata, avvelenata: questo il quadro di un’agricoltura che più che a sfamare è destinata a riempire ipermercati luccicanti e asettici e a produrre energia i cui destinatari ultimi non sono certo gli esseri viventi ma le macchine.

Alcuni nemici delle nocività
Gennaio 2015, peggio2008@yahoo.it

Da L’Urlo  della Terra, numero 4

 

Appello della procura di Torino contro Silvia, Billy e Costa

La Procura di Torino, nelle vesti del procuratore Arnaldi Di Balme, non contenta della sentenza di improcedibilità per il “Ne bis in idem”, il non poter condannare per lo stesso reato, quindi non dover procedere per difetto di giurisdizione per Silvia, Billy e Costa, ritorna alla carica ricorrendo in appello con tutta la giurisprudenza del caso riportandoli verso un nuovo processo.
Ancora una volta il procuratore insiste sul fatto che una parte del tentativo di attacco alla multinazionale IBM da compiersi in Svizzera sarebbe stato pianificato in Italia con il relativo trasporto di materiali esplodenti. A dimostrazione del tutto ci sarebbe la partecipazione di Silvia, Billy e Costa alla Coalizione contro le nocività, esperienza di lotta che, negli anni della sua attività, ha creato un’attiva progettualità contro le biotecnologie e le nanotecnogie.
Di questi tentativi repressivi niente di che stupirsi, la giurisprudenza è costruita appositamente per reprimere contesti critici e di lotta verso questo sistema di sfruttamento.
Per noi resta invece ben chiara la necessità di disfarsi di questo sistema ecocida con i suoi bracci armati chiamati scienza e ricerca.
Per chi volesse approfondire rimandiamo alla lettura della pubblicazione “Solidarietà e complicità”, raccolta di testi intorno al tentativo di sabotaggio del centro IBM sulle nanotecnologie in Svizzera e sulla solidarietà espressa quando la repressione ha avuto la meglio.

www.silviabillycostaliberi.org

Sentenza processo Billy Silvia Costa

Questa mattina presso il Tribunale di Torino c’è stata la lettura della sentenza per Silvia, Billy e Costa, già condannati in Svizzera per possesso, trasporto e ricettazione di esplosivo per il tentativo di attacco al centro di ricerche nano-tecnologiche IBM a Zurigo a firma Earth Liberation Front Switzerland. Il processo elvetico si concluse con la condanna tra i tre anni e quattro mesi e tre anni e otto mesi.
La procura di Torino, imbastendo un caso tutto italiano, aveva chiesto pene fino a 5 anni e 6 mesi per i medesimi reati. Il tribunale si è espresso con
l’improcedibilità per il “Ne bis in idem”, non poter condannare per lo stesso reato, quindi il non dover procedere per difetto di giurisdizione.

www.silviabillycostaliberi.noblogs.org