Quando i Verdi “vendono” Minatec – Dodici anni dopo

Quand les Verts “vendent” Minatec

Douze ans plus tard

jeudi 31 mai 2018 par Pièces et main d’œuvre

Voici 12 ans, le 1er juin 2006, un millier de marcheurs s’était rassemblé pour protester contre l’inauguration de Minatec ; et au-delà, contre l’incarcération de l’homme-machine dans le monde-machine. Les Verts, toujours francs et courageux, avaient tergiversé à bas bruit entre le soutien aux nanotechnologies et des vœux pieux d’ « encadrement éthique ». Ils ne sont pas les seuls. La critique des (nano)technologies n’est pas la priorité d’une gauche pour qui le salut et l’émancipation consistent au contraire à brader l’autonomie du vivant pour l’hétéronomie de l’artificiel.

Les Verts grenoblois ont conquis le pouvoir municipal en 2014 et dominent depuis la cuvette – la Métro -, avec leurs alliés. En décembre 2017, ils ont vendu à cette même Métro les actions de la Ville de Grenoble dans la SEM Minatec. Occasion irrésistible de revenir sur un moment local exemplaire du moment général. Que font les Verts quand ils gèrent « le système », finalement ? Que s’est-il passé depuis 2006 ? En tirant notre fil nous avons reconstitué toute une trajectoire – Minalogic, Minatec, Giant, Clinatec…- tout le puzzle du CEA-Grenoble ; et recroisé nos technocrates Verts, Eric Piolle (Hewlett-Packard), Vincent Fristot (Gaz Electricité Grenoble), Pierre Kermen (Giant, Caserne de Bonne), et puis Vincent Comparat, Laurence Comparat, Yann Mongaburu & Cie ; big data, open data, smart city… On dira ce qu’on voudra, vivre à Grenoble, c’est malsain, mais c’est instructif.

Pour lire le texte intégral:

http://www.piecesetmaindoeuvre.com/spip.php?page=resume&id_article=1061

Berlino – Fuoco ad auto Telekom, delle ferrovie tedesche e traliccio radio Vodafone

19 giugno 2018

La ristrutturazione del potere mediante la digitalizzazione è in piena azione. Quasi nulla rimane al suo posto in questo processo, nulla che non si può integrare con uno “smart” nel nome e che così ha un suo posto nuovo nel mondo. Tutto è collegato in rete. Telecamere, sensori e chip sono perennemente in onda facendo comunicare le cose tra loro. “Big Data” è la valuta di domani. Addirittura le nostre relazioni, il nostro agire e pensare sono perennemente nell’occhio dell’accesso digitale. Ridottx a informazioni, foraggiamo gli algoritmi delle macchine che dovrebbero rendere governabili e pilotabili anche tutto il futuro.

Vista la velocità vertiginosa con la quale l’attacco tecnologico s’estende la rete del dominio si stringe attorno a noi, non è sempre facile continuare a considerare la possibilità della distruzione di questo sistema. A maggior ragione sono importanti i momenti di contrattacco per respingere l’impotenza crescente nei confronti del processo in corso. A maggior ragione ci piace che anche a Berlino si trovano sempre ancora delle nuove risposte irriducibili alla miseria e alla colonizzazione del mondo da parte del predominio tecnoindustriale. Nel contesto del progettato Google-Campus a Kreuzberg si è sviluppata una lotta che non mira solo al gigante tecnologico e al suo universo, ma anche al sociale. Auto-organizzazione, comunicazione diretta e l’effetto dell’attacco sono i mezzi da scegliere. Le più varie azioni di sabotaggio, come ultima a fine marzo della “Vulkangruppe NetzHerrschaft zerreißen – Gruppo vulcano spezzare il dominio in rete”, hanno dimostrato che l’infrastruttura dei flussi di merce, dei dati e delle reti di comunicazione è vulnerabile e che può essere sensibilmente compromessa dall’incendio dei cavi e delle antenne radio. Ma anche altrx fautorix della smartizzazione della città e della vita sono diventatx bersaglio della rabbia, come le vetture Amazon incendiate, le molotov alla Start-Up-Factory, gli attacchi a Zalando oppure al parco tecnologico Humboldthain ecc. Con il nostro contributo vogliamo ulteriormente attizzare questo conflitto e per questo abbiamo scelto alcuni Player di vecchia data ben noti che lavorano attivamente per l’ampliamento e l’ottimizzazione della rete del dominio e del controllo.

Per questo nella notte al 15 giugno poco prima dell’inizio dell’allestimento della relativa zona tifosx abbiamo dato fuoco ai cavi e alle cassette degli interruttori di un’antenna radio di Vodafone. Che è utilizzata per la telefonia mobile e le radiotrasmissioni degli sbirri ed dell’autorità. Riteniamo ottimisticamente che il nostro intervento sia riuscito perlomeno ad interrompere l’attività dell’antenna e a provocare un attimo di silenzio radio. La telescrivente degli sbirri tace il fatto, possibilmente quest’info è rimasta incagliata nei cavi carbonizzati che ora fanno bella figura sull’impianto.

Nella notte al 15 giugno abbiamo passato alla fiamma il parco vetture della Deutsche Bahn nella Kaskelstraße e nella notte al 19 giugno abbiamo piazzato sei ordigni incendiari sotto le auto della Telekom nella Sewanstraße, rottamando sei altre vetture. Con questi attacchi prendiamo di mira alcuni grandi gestori della rete in Germania che con le antenne radio, i cavi a fibre ottiche e la rete ferroviaria sono dei pilastri fondamentali dei flussi di merci e dati indispensabili al funzionamento del capitalismo. Le tre imprese si sono scritte sulla bandiera molto di più che solo fornire l’infrastruttura. Con i loro sviluppi tecnologici negli ambiti sorveglianza, controllo, Internet delle cose, industria 4.0, smart city, smart home ecc.,sono una forza propulsiva nella riorganizzazione del dominio nell’era cibernetica.

Con queste azioni inviamo un segnale di fumo a tuttx lx prigionierx della guerra sociale e a coloro che si trovano in fuga per sottrarsi alla presa degli sgherri. Saluti speciali a Lisa, Thomas, Nero, Isa, UP3 e ax prigionierx G20.

Telefonia mobile e trasporti pubblici al servizio del potere
Media, politicx e lobbisti fomentano da anni ormai un clima della paura. Dax stranierx, dax profughx, dal terrorismo. A pari passo avanza l’invocazione all’autorità. Una nuova legge di polizia segue quell’altra. Chi sviluppa le tecnologie di sicurezza si crogiola, poiché terrorizzando non si può fare solo politica ma anche un sacco di soldi. Così non ci stupisce che al mantenimento dell’ordine esistente le grandi imprese affermate collaborano in prima linea e inesorabilmente nel senso del dominio.

La Telekom è la prima impresa delle telecomunicazioni d’Europa e gestisce delle reti tecniche per la telefonia, la telefonia mobile, il trasferimento dati ed i servizi online. Oltre che in Germania, l’impresa ha delle filiali in quattordici altri Stati europei oppure partecipazioni agli operatori di telefonia mobile e fissa. Con T-Systems, la filiale operativa a livello internazionale, il gruppo è una delle prime aziende di servizio per la tecnologia informatica e di comunicazione rivolta ax clienti della grande industria, del settore finanziario, del settore energetico e dell’amministrazione pubblica e della sicurezza.

T-Systems offre tecnologie d’informazione e soluzioni a 360° alla polizia, ai militari e alle altre autorità di sicurezza. Sotto il titolo “PLX”, Telekom sviluppa tra l’altro un sistema d’informazione e di ricerca per gli sbirri dove sono integrati tutti i processi rilevanti di segnalazione, come i rilievi di impronte digitali, i dati di carcerazione, i precedenti ecc. Così dovrebbero essere sostenuti tutti i processi, dall’elaborazione iniziale dei casi fino alla loro consegna nelle mani della giustizia. Come aggiunta, T-Systems offre la tecnica per la “radiomobile interattiva”. Un posto di lavoro sbirresco mobile con computer multifunzionali nella vettura che permette la totale integrazione dell’infrastruttura e comunicazione già esistente della polizia. Questi link dovrebbero accorciare i tempi di reazione e d’intervento e, con le registrazioni video, facilitare nel contempo una documentazione probatoria.

Anche Vodafone, la filiale tedesca del Vodafone Group britannico e secondo operatore di telefonia mobile in Germania, fa pubblicità per di più sicurezza. Così non fornisce solo un servizio Messenger agli sbirri bavaresi oppure Bodycam alla polizia federale, ma sviluppa anche dei droni intelligenti che, equipaggiati con camera a bordo e carta SIM per le radiocomunicazioni LTE, forniscono e analizzano il materiale video in tempo reale. Con questi droni dovrebbero essere contate per esempio le persone nelle grandi iniziative oppure osservati e pilotati i flussi di persone. Ma anche la sorveglianza del traffico e l’accertamento delle targhe fanno parte delle mansioni di queste applicazioni. Ovviamente questa tecnica può essere completata a scelta con altra software di sorveglianza, per esempio per il riconoscimento facciale.

Con tali e simili prodotti, Telekom e Vodafone, insieme a tante altre imprese dell’industria di sicurezza, sono presenti da tanti anni come espositori nelle fiere tipo il congresso europeo di polizia, dove concorrono per l’interesse della propria clientela nei settori militari, polizia, servizi segreti e protezione dei confini.

Alla Deutsche Bahn invece, da gestrice di stazioni ferroviarie e della rete ferroviaria tedesca tocca piuttosto il ruolo di acquirente di tali tecnologie. Ma, nel contempo, l’infrastruttura di questo gruppo offre anche un enorme campo di sperimentazione per testare in condizioni reali l’applicazione delle nuovissime tecnologie di sorveglianza. L’esperimento a campo libero più popolare della Deutsche Bahn in cooperazione con la polizia federale, la criminale federale ed il ministero federale degli interni è in atto nella stazione Südkreuz a Berlino. Lì, delle telecamere intelligenti provviste di software per il riconoscimento facciale dovrebbero automaticamente riconoscere e seguire delle persone e segnalare gli atteggiamenti strani. Con dei progetti del genere posano le fondamenta per una società totalitaria del controllo. Nel caso di un risultato positivo per i gestori, tali tecnologie saranno impiegate anche altrove. Già adesso sono sorvegliate 900 stazioni della Deutschen Bahn con 6000 videocamere e se riarmate di software intelligente potrebbero, nel perfetto senso del ministro degli interni, rendere possibile una rete di persecuzione e sorveglianza personalizzata quasi totale nel traffico pubblico. Così questo gruppo riveste un ruolo centrale nella realizzazione dei nuovi paragrafi di sorveglianza e di persecuzione, come per es. quelli nella nuova legge di polizia bavarese.

Dall’internet delle cose alla smart city e ritorno
L’internet delle cose vale come il maggiore segmento di crescita nella della telefonia mobile. Lx esperti calcolano con fino a 50 miliardi di apparecchi collegati a livello mondiale. Questo premette delle reti efficienti che riescono a scambiare velocemente delle grandi entità di dati. Ecco perché gli operatori di telefonia mobile investono quantità di soldi nell’infrastruttura delle fibre ottiche, del Narrowband e 5G per essere all’altezza delle sfide attuali e future. Nel contempo collaborano ai più vari progetti smart city in Europa e sviluppano varie cose che dovrebbero far diventare realtà il mondo totalmente collegato in rete.
Con questo fine, la Telekom gestisce un cosiddetto “Hub:raum” come incubatore per gli start up e dirige dei programmi intitolati “Smart City Lab/T-Labs” per accelerare l’efficienza digitale delle città. Soluzioni intelligenti per il trasporto, smart parking, smart electric vehicle charging, sistemi di management intelligente del traffico e dei passeggeri, smart waste management, smart lighting, smart metering e smart public safety sono alcune voci che dimostrano di quanto siano ampi i piani delle imprese per creare delle cose che producono delle informazioni, per così poter essere integrate nella filiera del valore aggiunto. Obiettivo della Telekom è di essere il maggiore fornitore in Europa per le soluzioni smart city. Naturalmente spacciandosi da ecologista e promettendo di affrontare i problemi come il cambio climatico, la scarsezza delle risorse, il cambio demografico ecc. per rendere possibile una sopravvivenza lunga sulla Terra alle persone. Si tace il fatto che la distruzione del pianeta è un risultato della logica capitalista e che le imprese possono contare su dei profitti orrendi.

Nei suoi progetti smart city anche Vodafone mette in primo piano l’argomento dell’ecologia insieme a quello della sicurezza e dell’efficienza economica. Con la filiale “ecologica” di RWE, “Innogy”, il gruppo sviluppa dei concetti per la città intelligente. Impianti e utenti del traffico collegati in rete e un sistema di management per lo smaltimento intelligente dei rifiuti e per i sistemi d’illuminazione intelligenti sono i tre puntelli importanti per raggiungere l’obiettivo della cooperazione tra queste imprese. Dei tralicci multifunzionali intelligenti intitolati “Innogized Poles” dovrebbero essere equipaggiati con dei sensori e delle apparecchiature adatte a fornire una soluzione a 360° per il collegamento urbano in rete. Potrebbero, da un lato, servire da stazione di rifornimento per ogni tipo di vetture elettriche, misurare l’inquinamento dell’aria e la temperatura e produrre della pubblicità digitale sugli schermi LED.

Dall’altro lato dovrebbero però semplificare la sorveglianza dello spazio pubblico con le videocamere intelligenti. Il muro intelligente è un altro prodotto di Vodafone. Dei sensori dovrebbero riconoscere non solo i movimenti ma anche le sostanze chimiche e le singole particelle delle vernici spray. Se un muro viene spruzzato, il sensore allarma automaticamente le forze dell’ordine. Ma provengono dalla casa Vodafone anche le tecnologie passabili di essere integrate come strumenti di sorveglianza direttamente del nostro quotidiano. Con gli “Smart Level Glasses” sviluppati insieme al produttore USA VSP, l’impresa offre un paio di occhiali pieni di tecnica intelligente. Questi dovrebbero servire anzitutto come fitness-tracker, ma possono offrire anche delle funzioni di tracking geografico e altro. Con un ranking del numero dei passi, con cui a partire da un certo numero di punti si sostengono dei progetti sociali o delle persone bisognose, si vogliono stimolare lx utenti di portare questi occhiali anche sempre. Così, giacché ci siamo, insieme al vorace mangiatore di dati se ne fornisce anche il ricatto emotivo.

Con tali e simili applicazioni, le imprese dicono chiaramente in quale direzione i processi della smartizzazione si sviluppano realmente. Quel che ci spacciano per delle facilitazioni quotidiane nel nome dell’ecologia, si rivela come capitalismo verde in forma pura. Si tratta di potere e di denaro. E così la distruzione si diffonderà inesorabilmente ed i nostri spazi vitali diventeranno pezzo per pezzo luoghi di assoluto controllo.

Quel che ci rimane è la conservazione dell’idea di una vita diversa e della possibilità della distruzione di questo mondo del dominio e del controllo e, mediante l’azione, la realizzazione di quest’idea.

Chi Sputa Nel Piatto Dal Quale Mangia

Fonte: Indymedia (Tor)
Traduzione dal tedesco mc

Info da: https://it-contrainfo.espiv.net

Dalla Foresta di Hambach

 

Foresta di Hambach (Hambacher Forst), 15 luglio 2018

Nella notte dal 14 al 15 luglio ignoti hanno provocato un corto circuito alle linee aeree della  ferrovia di Hambach. Anche noi mostriamo così la nostra solidarietà con le persone nella foresta di Hambach. Un tale corto circuito è fatto in un baleno, perciò venite e provateci! L’uscita dal carbone è lavoro manuale! Smash Coal, smash RWE!!!!

fonte: chronik.blackblogs.org

Editing genetico per tutti! Chi li sta fermando?

 

Quando parliamo di ingegneria genetica siamo abituati sempre a pensare come se ci trovassimo in una specie di fase di passaggio o addirittura parliamo di scenari in là da venire. In genere quello che percepiamo e trasmettiamo è un monito a informarci e ad agire, altrimenti il rischio sarebbe di ritrovarsi sommersi dal transgenico.
La fase che ci troviamo ad affrontare adesso è ancora più pericolosa: non solo siamo nel pieno dell’era biotecnologica e transumanista, con tutto un sistema tecno-scientifico che va in questa direzione, ma le stesse biotecnologie stanno diventando un’altra cosa. O meglio stanno mutando da come le abbiamo conosciute fino adesso.
Il vero lavoro per l’Industria del Biotec, un complesso di multinazionali, Università, Enti di ricerca, fondazioni, associazioni di categoria, non è più dimostrare che l’ingegneria genetica è priva di conseguenze, ma cambiarne completamente volto: una manipolazione radicale. Il nuovo volto delle biotecnologie si chiama Editing genetico. L’intenzione con questa nuova tecnologia è sia riscrivere direttamente dal nulla il genoma di un organismo (biologia sintetica), sia la “correzione” o modificazione di un genoma già esistente (l’editing propriamente detto o riscrittura). La tecnologia di Editing più in voga è chiamata Crispr Cas/9 perché generalmente utilizza la proteina Cas9, ma per brevità viene indicata solo con la prima parte della sigla: CRISPR.
Questa nuova tecnologia si profila come economica: si calcola che il costo per avere una sonda Crispr specifica (a parte la manodopera) è attorno a poche centinaia di euro, veri e propri spiccioli se si considerano i costi in biotecnologia; il secondo aspetto è la velocità di sviluppo, i tempi infatti si abbassano da anni a mesi. Ma l’aspetto probabilmente più importante per il mondo della biotecnologia, e in particolare per le multinazionali agrogenetiche, è la possibilità che i prodotti figli dell’Editing non vengano più considerati come i tanto vituperati Ogm non essendoci inserimento di dna estraneo. Questo nei paesi dell’UE ridurrebbe assai i costi soprattutto alle compagnie biotecnologiche come Monsanto e Syngenta che non dovranno più comprarsi i posti chiave dentro gli enti di sicurezza alimentare come l’Efsa a Parma o l’Fda americana. Anche per i tempi di approvazione diverrebbe tutta un’altra cosa passando da anni di interminabili trafile burocratiche a solo pochi mesi, scavalcando moratorie e restrizioni e in generale, che forse è la cosa peggiore, creando un nuovo immaginario di accettazione assoluta.
Non stupisce che il totalitarismo democratico sta avendo il suo apice proprio per le tecnologie più controverse, quelle in grado di rifare il mondo, di manipolare il vivente fin dentro i processi più intimi, di controllare ogni aspetto della vita e se necessario essere anche in grado di distruggere l’intero pianeta, gli arsenali atomici sono sempre li a ricordarlo. I tempi attuali di pacificazione sociale e di perdita di
senso sono l’ideale per l’innestarsi di questa nuova fase dove non si deve più avere paura della tecnologia genetica perchè questa sarà ancora di più tra noi e guai dopo pensare di contestarla. Stanno lavorando proprio a queste basi solidissime come una gabbia di una prigione.
Sono sempre più lontani i tempi dei “semi terminator” della Monsanto, degli Ogm nemici dell’agricoltura, dei contadini indiani che si suicidano con il Glifosate davanti ai campi di cotone Bt e delle dimostrazioni di piazza.
Tutto l’impegno oggi va verso l’accettazione sociale, le compagnie investono molti più soldi in questo che nella ricerca, arrivano fin dentro le scuole a far “giocare” i bambini con la genetica, li si addestra che naturale è bello, ma artificiale è ancora meglio. Ma ancora non basta, i creatori del mondo biotec sanno benissimo cosa hanno tra le mani, o meglio non vogliono sorprese; come per il nucleare la campanella della ricreazione deve convivere con la sirena di allarme che addestra fin da piccoli al disastro radioattivo. Dalla scuola si passa alle metropolitane, poi quartieri, città e infine interi paesi come già avviene regolarmente in Giappone e in Francia. Per come stanno predisponendo le Smart city con specifiche infrastrutture e tecnologie, c’è da aspettarsi che presto la campanella inizierà a suonare sempre più anche da queste parti.
Con le nuove tecniche di Editing genetico il linguaggio dei suoi divulgatori si è fatto più ardito; Anna Meldolesi parla di Crispr come di una tecnologia dal basso, dove la sua facile applicazione ne permetterebbe un continuo controllo. Addirittura esiste un progetto già avviato dove tutte le informazioni raccolte dai centri di ricerca e dai singoli ricercatori vengono centralizzate e poi rese fruibili per la comunità scientifica che ne fa richiesta. Il grillismo tecnologico ancora ci mancava, a quanto pare dalla rete democratica siamo passati ai geni democratici. Senza andare tanto lontano la realtà è sempre un’altra cosa da come viene raccontata, questa si frantuma verso logiche che vanno ben oltre il semplice profitto, anche se questo resta un aspetto da non sottovalutare; i moventi sono da ricercarsi in quello che è sempre più un processo che parla l’imperativo linguaggio della tecnoscienza…
L’unità di ricerca Cibio dell’Università di Trento ha trovato una modalità Crispr in grado di intervenire in modo ancora più preciso per correggere i difetti dei geni. Non ha perso tempo e ha pubblicato subito i risultati nei soliti prestigiosi canali scientifici necessari per ottenere credibilità e ha chiamato Evocas9 il suo rivoluzionario risultato coprendolo da brevetto in attesa di mettersi in vetrina, dove gli acquirenti non tarderanno ad arrivare. Negli ultimi anni e ancora oggi più che mai sono in corso dispute legali fortissime per aggiudicarsi la corsa all’eldorado sul vivente: per qualcuno ci saranno nobel e riconoscimenti e per altri brevetti miliardari su applicazioni terapeutiche che vogliono isolare e controllare al più presto per metterle in commercio con nuove StarTapp. Anche Big Farma e Big Biotec con i novizi sposini sono al massimo dell’attenzione, ma con una certa discrezione, sanno che quando la confusione si placa si compreranno tutta la piazza con i rispettivi nuovi organi di controllo, se questi esisteranno ancora.
Apparentemente dando uno sguardo a come viene presentato l’Editing genetico, dai giornali che spettacolarizzano la tecnologia come Focus o riviste come Le Scienze , fino ad arrivare ai blogger disperati e ai social media, quello che appare come un fattore comune è la banalizzazione di questa tecnologia. La stessa co-ideatrice di Crispr ama definire il suo team come un semplice gruppo di ricerca con pochi mezzi. Il racconto del Crispr e delle sue procedure invita alla familiarità, non troppi soldi e un pò di conoscenza in biologia e quasi si può iniziare, quasi appunto, perchè di fatto non è così. Per un attimo ci si sente partecipi, finalmente si lavora seriamente per la salute, per l’ambiente e addirittura si può risollevare un’economia, visto che in agricoltura la Du Pont che è la maggior investitrice si aspetta miracoli e si sa che la voce dell’agribusinesse si esprime come se avesse già fatto il raccolto pronto. Questa tecnologia si presenta talmente di “base” che gli stessi organi regolamentari per la sicurezza esprimono le loro fatiche nel proporre regolamentazioni, giocando molto su quanto effettivamente venga manipolato, considerando che non si inserisce dna esterno negli organismi. Questo discorso apparentemente sembrerebbe tirare la colpa sui cattivi “vecchi” ogm, ma di fatto invece diventa un’accusa che si fa ancora più forte nei confronti di chi per anni ha instillato paure irrazionali e ha fatto ritardare i progressi tanto importanti della scienza.
Questo Editing genetico risolleva e da nuovo vigore all’ingegneria genetica sotto ogni aspetto, ovviamente rafforza anche la precedente tecnica, che non verrà certo messa da parte. L’ essere così di “base” equivale come ad una contaminazione senza precedenti, ma senza aver avuto bisogno di contaminare distribuendo per il mondo quintali di soia ogm (come è invece avvenuto in Brasile e Argentina da parte di Monsanto).
Non mancano ovviamente rischi medici gravissimi riconosciuti: se le precisissime forbici (che precise al 100% non lo sono affatto) tagliano qua e là il genoma, magari causano malattie ancora più gravi di quella da curare per cui sono state disegnate (non è così improbabile danneggiare il dna trasformando la cellula sana in cellula tumorale) o creano una sorta di effetto domino che sconvolge l’intero organismo, a causa dell’innaturale “taglia e cuci” fatto dalla Crispr. Ma niente di tutto questo sembra creare un reale allarme o una semplice attenzione. Sembra quasi che vi sia una taciuta consapevolezza che dice: tanto tutto questo sta passando, per le conseguenze se ne riparlerà a ultimazione delle StarTapp. Si sono anche levate le voci delle vecchie cariatidi di Asilomar per organizzare convegni internazionali, ma per altri rischi, evidentissimi con la tecnologia dell’Editing: quelli dell’eugenetica. Gli inventori della tecnologia del dna ricombinante riunitisi ad Asilomar oltre quarant’anni fa non sono riusciti a garantire un bel niente al tempo e sicuramente non potranno fare niente oggi. Soprattutto in Germania, dove era ancora fresco l’eco della ricerca nazista sull’eugenetica, una forte critica sociale ha fatto la differenza per impedire lo sviluppo delle tecnologie genetiche, rinforzata da gruppi come le Rote Zora che indicavano quello che per tanti era ormai evidente: la ricerca sulle biotecnologie ricombinanti era la continuazione della ricerca nazista con altri mezzi.
Ed è per questo che i nascenti istituti di ricerca sulla riproduzione artificiale dell’umano sono stati trattati con altri mezzi ancora.
Questi grandi convegni internazionali pieni di nomi altisonanti sembrano pieni di buone intenzioni, ma non ne hanno, il beneficio è per gli stessi promotori e per la causa che vanno a trattare che sembra all’improvviso passare sotto l’osservazione di un’altra scienza, non quella che guarda al transumanesimo, brevetti, miliardi e prossime multinazionali, ma una scienza fatta di saggezza e prudenza che guarda veramente l’uomo e il pianeta con un pensiero globale, quasi critico. Come al tempo si diceva che chi ha ricercato per una vita atomi per la guerra atomica non può venire poi a raccontarci storie di atomi per la pace, lo stesso è per la genetica ricombinante, dove era evidente fin dal suo inizio, considerando che gli esperimenti militari e civili su cavie umane certo non sono mancati e considerando che tecnicamente era possibile ingegnerizzare
esseri viventi in un processo irreversibile e che la direzione sarebbe stata intrapresa. Anche in tempi più recenti si sono viste forti preoccupazioni su altre tecnologie come le nanotecnologie, Bil Joy, un promettente scienziato della Silicon Valley, ha lanciato un allarme molto acceso, ma poi ha creato un nuovo lavoro sullo sviluppo di una nanotecnologia non a rischio di replicazione. Lo scienziato è il primo sguardo sulla possibilità del disastro, ma non è in grado di farvi fronte o meglio non ne ha la volontà perchè dovrebbe distruggere il suo mondo, la sua fama, i suoi privilegi ed è incapace di uscire dal dualismo “tecnologia buona o cattiva”, di fatto lo scienziato è parte integrante del problema qualsiasi sia la sua scelta.
Nel caso di una buona riuscita dell’Editin genetico i promotori ci tengono a precisare che non ci sarà alcun totalitarismo o imposizione, ma una totale libertà di scelta.
La medicina offre delle opzioni ai portatori di gravi mutazioni, sotto forma di test o terapie geniche, ognuno poi è libero di servirsene o di non farlo. Chiarisce ancora una volta la Meldolesi: “tra l’eugenetica di oggi e quella di ieri c’è tutta la differenza che passa tra la scelta individuale di un paziente o di un genitore e l’imposizione di un regime su una popolazione”.
E allora viene da chiedersi come verrà stabilito che una malattia sarà talmente grave da giustificare un’intervento di Editing genetico. L’opzione della libera scelta appare in tutta la sua ridicolezza, considerando che non esiste più niente dove non vi sia la mediazione di tecnici e specialisti, parlando di medicina questa è semplicemente la regola, almeno che per libera scelta non intendano le opzioni offerte da Google su uno smartphon.
Le istituzioni mediche, di cui ovviamente quelle pubbliche non sono escluse, sotto pressione da un sistema sempre più tecnico, nella convergenza delle scienze non hanno trovato una qualche forma di cooperazione ma linee guida che non hanno contribuito a stilare, ma che si ritrovano a doverle semplicemente confermare e rispettare.
Oggi vengono considerate come malattie quelle che un tempo venivano considerate come semplici condizioni, l’obesità ad esempio, o la predisposizione all’alcolismo. Il catalogo si allarga sempre di più di anno in anno tanto che un domani, che è ormai il nostro presente medicalizzato, potranno essere ritenuti patologici stati che oggi rientrano nello spettro della normale variabilità.
Nel dibattito internazionale intorno all’Editing genetico, uno degli aspetti che ricorre forse con più frequenza, o forse sarebbe meglio dire frenesia, è la velocità con cui il tutto sta avvenendo. La tecnologia genetica ha smesso di codificare il genoma degli esseri viventi (progetto Genoma Umano) che di fatto ancora la legava agli organismi di cui si occupava, mentre adesso nella nuova fase gli organismi vengono editati: non più leggendo ma riscrivendo il loro dna. Dalla lettura alla riscrittura. Non è un caso che l’interesse è diretto alla linea germinale umana senza più neanche aspettare le conseguenze che avranno i primati e gli altri animali che da anni vengono riprodotti in laboratorio con queste tecnologie.La tecnologia Editing funziona e semplicemente verrà fatta. Gli esperimenti condotti in Cina su animali ed embrioni umani impiantabili che facevano tanto inorridire e indignare fino a qualche mese fa e facevano urlare all’eugenismo in Europa e negli Stati Uniti, adesso sono fonte di discussione scientifica, per trovare un accordo, per gestire quello che comunque sia, in un modo o in un altro, Stati, istituzioni di ricerca e multinazionali hanno deciso di mettere in campo. E infatti come era prevedibile anche altri paesi tra cui Stati Uniti e Inghilterra hanno annunciato aperture alle ricerche con Editing genetico verso embrioni umani impiantabili. Quella che stiamo vivendo attualmente è un’accelerazione senza precedenti di quel processo di controllo dei corpi grazie all’ingegneria genetica. Questa grande velocità sorprende la politica, il sociale e la scienza stessa, nessuno vi era preparato; perchè i tempi delle tecno-scienze attuali hanno altre velocità. Si contano per cominciare circa diecimila patologie genetiche, legate alla mutazione di un singolo gene, che potrebbero essere cancellate dalla Crispr. Le forbici Crispr, com’era stato con il cannone genetico degli ogm, promettono di portare alla sconfitta definitiva gravissime patologie genetiche e con la stessa forbice si potranno modificare irrimediabilmente caratteristiche somatiche dell’embrione, secondo le preferenze di Stati, istituzioni mediche, specialisti, genitori. La strada all’eugenetica è spianata, ma non si parli di nazismo, visto che l’eugenetica di oggi dispone di mezzi e risorse tecnologiche inimmaginabili in quegli anni.
Sulla questione è importante ascoltare quello che arriva dal mondo transumanista, protagonista alatere della rivoluzione Crispr. Le manipolazioni genetiche sono in assoluto le tecnologie più promettenti conferma Roberto Manzocco, ricercatore transumanista: “Disponiamo già di procedure collaudate: come il Crispr Cas/9, una tecnica che consente di modificare in modo relativamente poco dispendio so il genoma umano. Alla fine il primo passo verso la trasformazione della nostra specie sarà portato a v a n ti d all’in g e g n e ria g e n e ti c a ; in p a r ti c ola r e si lavorerà molto sul prolungamento della vita, del la forma fisica e della gioventù”. Un tema che appassiona la Silicon Valley, al seguito di Google, che ha avviato la ricerca all’interno del Life Extension Project.
Senza andare a Palo Alto anche in Italia prendono sempre più piede in posti di alto livello spezzoni transumanisti, ecco perchè hanno sempre più successo i corsi della Singolarity University, questo think thank americano ha appena aperto a Roma (dopo la prima sede a Milano): “per aiutare perso ne, governi e aziende a comprendere le tecnologie più innovative. I loro impatti sociali e il loro ruolo nel risolvere i grandi problemi dell’umanità” , i loro proclami non vanno intesi come innocui appelli. Senza avere pretese di parlare di opposizione visto che su questo nuovo scenario non vi è uno straccio di critica e di riflessione che vada oltre i contorni del problema o che si limiti a descriverlo invece di capire effettivamente quello che sta succedendo. Si sente parlare di eugenismo con una leggerezza estrema, la banalizzazione imperante ha preso ormai il sopravvento. Se tutto questo scenario è già così tra noi, così comune, cosa resta da fare? Subire, subire e subire risponde il potere che ormai su questo campo non ha neanche bisogno di essere coercitivo e autoritario o di schierare eserciti. Nessuno impone la PMA eppure passa in nome della libertà, come passano su base volontaria sempre più farmaci, nuovi vaccini, paure di quello che non si conosce, ansie estetiche che portano ad appoggiare programmi di implementazione del corpo. E quando si è pronti a concedere al sistema medico e alla ricerca scientifica la gestione del proprio corpo, della propria salute, della propria quotidianità, la procreazione stessa dei figli sarà veramente difficile riuscire a innestare un granello di critica che non venga considerata folle e chi la esprime non più da mettere in sezioni speciali per prigionieri politici, ma da trattare come un caso sanitario.
I tempi corrono velocissimi, quello che prima veniva considerata una tecnologia anti etica può trasformarsi da un momento all’altro in una tecnologia di riferimento. Tutto questo non perchè nel mentre è cambiata la società con nuove richieste e necessità, ma perchè è cambiato ancora una volta qualcosa nel paradigma tecno-scientifico e la società può solo adattarsi.
Eppure è proprio dentro questo tempo che ci lascia sempre indietro che è importante fermare dei pezzetti e cercare di ricomporci con tempi altri dal processo tecnologico. I tempi della buona volontà sono finiti e il bilancio è stato solo l’elemosina.

Costantino Ragusa

Dal giornale ecologista L’Urlo della Terra, num.6, luglio 2018

 

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La metamorfosi del mondo

Metamorfosi

La metamorfosi è qualcosa di profondamente diverso rispetto a un cambiamento.
In un cambiamento alcune cose mutano ma altre possono rimanere uguali, la metamorfosi invece è una trasformazione totale e radicale che si spinge fino a ciò che costituisce l’essere umano e l’intero vivente. La metamorfosi, quando è completa, arriva ad avere il carattere dell’irreversibilità.
È in atto una profonda metamorfosi dell’essere umano: ciò che stà mutando è il nostro modo di sentire, di vedere, di pensare, di percepire il nostro corpo e i corpi tutti, di relazionarci al mondo e di conseguenza di agire nel mondo e nella realtà attorno a noi. Sentire, vedere, pensare, relazionarsi è quello che porta a un agire.
Vengono minate le basi per un sentire altro, per un immaginare altro e quindi per negare l’esistente e per un agire contro.
Le nuove generazioni non avranno la capacità di comprendere neanche l’idea che possa esistere un modo altro, un mondo altro. Bambine cresciute con un’interfaccia virtuale per una relazione mediata da uno schermo, la protesi del telefono cellulare, i social network: l’essere perennemente interconnesse trasforma il modo di percepire se stesse, gli altri, le relazioni e la stessa realtà. Percependoci come un nodo di un terminale, perfettamente in sintonia con una città sempre più cablata sotto gli occhi di telecamere e di passaggi controllati, diventiamo dei transiti della rete globale. Nella normalità del passare la tessera elettronica ad ogni entrata di una metro un microchip sotto pelle non è così lontano da ciò che gradualmente potrà diventare la normalità.
Il silenzio complice di un’intesa contiene più vicinanza e significato della comunicazione virtuale del cyborg-attivismo da poltrona segno di questi tempi. Ben lontano e al sicuro dalla vita reale, senza sudore e senza il fiato che si spezza.
La metamorfosi si spinge fino ad assumere le caratteristiche di una trasformazione antropologica dell’essere umano: un essere ibrido, senza identità, se non quella costruita sui propri profili, senza punti di riferimento fermi. Il risultato è un individuo frammentato e infinitamente manipolabile, un atomo individualizzato dove non è l’unicità e la diversità del singolo che conta, ma il medesimo trasparente perennemente esposto in vetrina sui social network e diponibile alle esigenze del sistema. Le uniche differenze ammesse sono quelle di fatto conformi al sistema e quelle sfruttabili nel nuovo mercato di consumi personalizzati dove le merci si vanno a confondere con le terapie individuali della medicina predittiva.
Nella fluidità delle merci, perfettamente conforme al modello dominante, la pluralità arcobaleno, la fluidità del genere è in realtà un’omologazione a un unico modello, la x è un neutro maschile.
Anche il pensiero subisce una metamorfosi annichilendosi e degradandosi. Nella società della trasparenza e del livellamento possono esistere solo opinioni. Le opinioni non comportano conseguenze, superficiali, fugaci non lasciano traccia del loro passaggio e quando lasciano tracce, queste non sono abbastanza forti e resistenti per scalfire l’esistente. L’agire e la messa in gioco non sono mosse e rette da opinioni, essendo queste un terreno fragile e franoso.
In questa logica si può disquisire su tutto e il contrario di tutto può essere logicamente argomentato.
Nella metamorfosi il concetto limite si sgretola.

Produzione di realtà
Normalizzazione e Invisibilizzazione

Il processo tecnologico non produce solo strumenti, ma produce la stessa realtà attraverso la percezione che di essa si ha. È un processo che crea e modifica la realtà e nel mentre cambia gli stessi paradigmi di pensiero su come vediamo il mondo e noi stesse.
Non è lo stato con i suoi apparati burocratici e i suoi eserciti a determinare i paradigmi dominanti in un preciso periodo storico-sociale, sono le innovazioni tecnologiche, è lo sviluppo tecno-scientifico che crea e determina i paradigmi. Da sempre sono state le rivoluzioni scientifiche a farlo. Un paradigma è l’insieme di metodi sperimentali, di griglie di interpretazione, di modelli esplicativi, che traccia sia i problemi da analizzare sia le stesse soluzioni. Gli stessi strumenti vengono creati in base all’esperimento, in base a ciò che si vuole trovare e una volta realizzati andranno quindi a determinare lo stesso esperimento. Solo l’idea dell’elettricità come un fluido potè far concepire la realizzazione della bottiglia per imbottigliarlo. Solo un mondo percepito a scala nanotecnologica fa realizzare strumenti in grado di spostare atomi e questi non sono semplici strumenti.
Il cambio di paradigma fa vedere la stessa realtà in modo diverso, ma non è un semplice vedere, è un vedere che crea e modifica quella realtà. Priestley e Lavoisier videro la stessa cosa, ma per il primo all’interno del paradigma dominante già in declino erano corpuscoli, per il secondo a cavallo del nuovo paradigma che si stava affermando era ossigeno. Così come un microscopio a effetto tunnel non è un semplice strumento, ma costruisce un mondo in cui la materia è pensata, misurata e quindi modificata a livello nanotecnologico.
Già il pensare a un corpo come scomponibile rende il corpo stesso disponibile e modificabile. Il percepire i corpi scomponibili è il fondamento delll’ingegneria genetica e delle tecnologie di riproduzione artificiale.
Gli sviluppi tecnologici sono totalizzanti e pervasivi perchè determinano la stessa interpretazione -costruzione della realtà. Questo non vuol dire che non esista una realtà, questa esiste, ma quello che conta è come e cosa diventa poi reale. Cinque anni dopo Chernobyl un esperto del settore dichiarava:

“Il futuro dell’energia nucleare dipende da due fattori: dal suo funzionamento efficace e sicuro, e dalla percezione che sia efficace e sicuro”.

Fu l’evento mediatico dopo Chernobyl e dopo Fukushima a rendere visibile il rischio invisibile del disastro. Ciò che diventa percepito diventa la realtà. Su questo ruotano, quando occorre, sia la produzione della percezione del rischio sia la produzione del non sapere, l’invisibilizzazione del rischio e del disastro. Su questo viene alimentato il costante senso di insicurezza per avere un controllo che penetra in ogni aspetto della vita.
Non è un evento tragico a innescare il lampo fulmineo di una sottospecie di reazione emotiva, tutt’altro ovviamente sia di una reale emozione, nella forza della sua passione, sia di una presa di consapevolezza e del conseguente agire, ma è l’immagine dell’evento veicolata attraverso i media e i social network che filtrano, strumentalizzano, esaltano, banalizzano in base all’occasione. Quell’immagine e la percezione di essa prendono il posto di quello che succede là fuori, fuori dallo schermo, fuori dallo spettacolo e fuori dalle griglie che ingabbiano una reale presa di consapevolezza.
Lo stato e i suoi apparati sono certamente necessari, ma funzionali al processo tecnologico. Un processo che si incarna nei centri di ricerca, nei colossi come Google, IBM, Microsoft, nelle multinazionali agro-alimentari, farmaceutiche e biotecnologiche.
Ciò che prima era impensabile ora viene dato per scontato. La discussione si sposta non su quello che è eticamente lecito, ma solo su quello che è tecnicamente possibile. La tecnologia sposta il limite. Dal respingere con orrore al respingere senza orrore, dalla perplessità fino alla convinta accettazione. Diventa normale ciò che prima non appariva per niente tale. I nuovi sviluppi tecnologici si affermano in un contesto in cui la moralità, la liceità scompaiono davanti agli imperativi tecnici, in cui si riducono alla possibilità. Una pratica diventa considerata accettabile semplicemente perché è realizzabile.
Il golfish, pesce rosso transgenico che brilla al buio, è un esempio inquietante, e bisognerebbe inquietarsi, ma di quell’inquietudine che spinge all’agire, di come le persone si stanno abituando a delle modificazioni genetiche per motivi esclusivamente estetici.
Günther Anders [1] scrive che nulla di più falso è il pensiero per cui vivremo già nell’epoca dell’angoscia. Questa tesi ci è inculcata da chi teme solo che si possa realizzare la vera paura, adeguata al pericolo. Scrive che viviamo invece nell’epoca della minimizzazione e dell’inettitudine all’angoscia in cui non bisogna aver paura della paura, ma avere il coraggio di aver paura e anche quello di far paura. Un’angoscia senza timore e vivificante, che non ci paralizza o non ci rinchiude in noi stesse, ma che ci fa agire.
Il processo tecno-scientifico produce il disastro e lo normalizza. La normalizzazione invisibilizza il disastro. Una strategia di invisibilizzazione è spostare il piano dagli effetti sulla salute e sugli ecosistemi al piano dei costi economici e della gestione amministrativa: il problema delle evacuazioni dopo Fukushima divenne un problema di gestione amministrativa, il piano venne spostato sulle conseguenze sociali di un’evacuazione di massa, non sui reali effetti dell’esposizione alla contaminazione.
La normalizzazione produce accettazione, ciò che diventa normale diventerà accettato. Viviamo in una società del rischio dove il rischio globale non significa solo catastrofe globale, ma convivere con la costante previsione della catastrofe. E questa convivenza diventa la normalità.
La considerazione che non riusciranno mai a far fronte a dei limiti biologici non deve rassicurarci, nel tentativo di superare questi limiti nuove chimere transgeniche prenderanno forma e moriranno nei freddi laboratori. Il sistema tecno-scientifico non produce catastrofi solo con le conseguenze del proprio operare, ma la catastrofe è già implicita nella direzione di una ricerca anche se non otterrà i risultati prefissati e anche se non uscirà mai dal laboratorio.
La realtà delle conseguenze della radioattività, delle nanoparticelle, degli organismi geneticamente modificati diventa un insieme di dati. Diventa la misurazione di variabili e le loro interpretazioni. Questo è in mano al sistema tecnico, ma in certe occasioni anche noi siamo chiamati a cogestire la fabbricazione della realtà e la conseguente cogestione del rischio o del disastro. A Fukushima le persone si autoproducevano i contatori geiger per misurare i livelli di radioattività.
Anche lo scopo del potere e gli stessi rapporti di potere subiscono una metamorfosi, se prima si poteva affermare che il guadagno economico era il principale motore, ora è riduttivo pensare che lo scopo sia solo il profitto. Lo scopo è soprattutto il controllo e la gestione. Controllo e gestione di dati, di informazioni e dello stesso rischio. E la produzione, valutazione, definizione, classificazione, monitoraggio, gestione del rischio, è in mano agli esperti e ai tecnici.
Pensiamo alle ricerche sulle cellule staminali che si fondano sulla capacità generativa delle donne da cui i laboratori traggono non solo profitti, ma materiali. Gli ovuli e gli embrioni per la ricerca derivano dalle cliniche di procreazione medicalmente assistita. Il trarre materiale umano nella scissione del processo generativo ha conseguenze che si spingono oltre al mero guadagno economico.
I laboratori di ricerca parlano di gestione di materiale biologico in eccedenza, ma non si tratta di questo, non è semplice materiale in eccedenza. È prodotto apposta per soddisfare le esigenze delle ricerche in un processo di produzione incarnata e in questa espropriazione si gioca il significato di essere umano.
Nella costruzione di una realtà del paradigma tecno-scientifico e nella sua decostruzione a opera del post-modernismo si ottiene lo stesso risultato: l’unico esistente è quello della macchina tecnologica.
Nello stagno post-moderno tutto è relativo, non esiste una realtà e se non esiste una realtà, non esiste nemmeno il sistema di potere contro cui rivoltarsi. E decostruito pure il soggetto non esiste neanche più un soggetto politico in grado di disgregare, ma realmente, l’ordine esistente.

Degradazione

La degradazione colpisce non solo la Terra, ma anche il pensiero e anche quello che si presuppone dovrebbe essere un pensiero radicale.
La degradazione arriva fin dentro gli stessi contesti che si pensa siano immuni e liberi da condizionamenti e dalle stesse logiche che si dovrebbero contrastare. Modalità che inizialmente sarebbero dovute servire per mettere in discussione la prevaricazione e per mettere in luce la questione del consenso, sottendono un’incapacità nel relazionarsi e arrivano ad essere spinte fino a degenerare e a minare gli stessi presupposti di un rapporto e della stessa responsabilità. Un incontro tra due persone è fatto di sguardi, intese e anche malintesi, insicurezze, incognite, imprevisti. Questo è quello che rende autentico un incontro con l’altro.
Un cartellino con scritto se sono impegnata o no, un foglio da leggere prima di entrare in un posto con i diktat su quello che è ammesso e non ammesso fare, non sono modalità liberatorie, ma sono degenerazioni di un qualsiasi autentico incontro. Le infinite possibilità non si possono prevedere, scansionare e ridurre a un elenco. Esporre, rendere trasparenti tutte le possibilità ammesse e non ammesse è perfettamente conforme alla società della trasparenza, dove tutto è esposto e trasparente, è perfettamente conforme con la società cibernetica dove tutto è prevedibile e calcolabile.
Delegando la compresione a un cartellino, delegando la responsabilità agli elenchi si polverizza la capacità di comprenderci e di comprendere l’altro. Così si va a modificare nel profondo noi stesse, metamorfosi perfettamente in linea con l’umano incapace di relazionarsi della società tecnologica.

“L’amore senza una lacuna nella visione è pornografia. E senza lacune nella conoscenza, il pensiero si riduce a calcolo.” [2]

Viviamo in tempi in cui alcune aree del femminismo, del movimento LGBTQIA, queer spacciano pratiche e logiche di mercificazione per libertà e autodeterminazione. Prostituzione, utero in affitto e come ultima tendenza gli ormoni alle bambine e bambini. Perfettamente in sintonia con il neoliberismo si diventa imprenditrici di noi stesse offrendoci come merce. L’”auto-sfruttamento” è più efficacie dello sfruttamento da parte di un terzo o del sistema perchè è mascherato dalla retorica della libera scelta e della libertà. Come se la schiavitù diventasse accettabile se fosse scelta liberamente. L’auto-sfruttamento porta alienazione da sè stesse e dal proprio corpo, l’autorealizzazione è in realtà autoannullamento.
Questo è un dispositivo di potere della società del controllo e della cogestione, dove noi stesse siamo chiamate a cogestire gli stessi disastri con una partecipazione attiva, diventando attive non percepiamo più che in realtà siamo ancora nella morsa del sistema e non ci rendiamo conto che stiamo solo oliando i suoi ingranaggi.

Post gender – Post human

Dal transumanista James Hughes: Verso un futuro post genere
Il post-genderism è una interpretazione radicale della critica femminista al patriarcato e al genere, e la critica genderqueer del fatto che il genere binario costringe il potenziale dell’individuo e le nostre capacità a comprendere e comunicare con le altre persone. Il post genere trascende l’essenzialismo e il costruzionismo sociale assertendo che la libertà dal genere ha bisogno sia della riforma sociale sia delle biotecnologie. Nonostante un benessere nella variazione antropologica e storica dei ruoli di genere, inclusa l’esistenza del 3^ ruolo di genere (neutro), non c’è traccia di una società libera dal genere. Oggigiorno i nostri sforzi nella creazione di società di generi neutrali hanno anche raggiunto il limite del genere biologico.
Oggi tuttavia, biotecnologie, neuroscienze e tecnologie di informazione rendono possibile il completamento del progetto di liberazione di noi stessi dal patriarcato e dal genere binario. Le tecnologie postgenere porranno fine alla propria identificazione sessuale e biologica statica, permettendo agli individui di decidere per sé stessi quali tratti di genere biologico e psicologico desiderano tenere o eliminare.
(Postgenderism: beyond the gender binary
George Dvorsky and James Hughes, PhD Institute for Ethics and Emerging Technologies, March 2008)

Dovrebbe destarci sospetto quando alcune rivendicazioni vengono riassorbite dal sistema, in questo caso ci troviamo davanti a una perfetta sovrapposizione e sintonia tra le rinvedicazioni post gender e post human, tra le rivendicazioni del queer e del transumanesimo. Il punto di incontro è l’apoteosi della tecnologia vista come mezzo per liberarci dai limiti del corpo, per superare il corpo, per cancellare il corpo, per modificare il corpo. Il corpo è percepito come la catena della biologia, come un mero involucro di cui possiamo liberarci, che possiamo migliorare e modificare grazie alle tecnologie. Il punto di incontro è il voler cancellare ogni limite. Il punto di incontro non può che essere il cyborg.
Il queer si presenta come un pensiero rivoluzionario, ma i suoi fondamenti corrono insieme alle tecno-scienze, corrono insieme al transumanesimo.
Se non esiste un limite tutto è possibile e le potenzialità di questo affascinano i tecno-scienziati, i transumanisti e il movimento queer.
Ecco il mondo post gender e post human che è già presente: nei manuali medici invece che vagina c’è scritto “front-hole”, buco di fronte e invece che taglio cesareo c’è scritto “window-birth”, finestra di nascita. Inoltre la raccomandazione della British Medical Association per i medici è di evitare l’espressione “mamme in attesa” o “donna che partorisce” per dire “una persona che partorisce” e invece di “allattamento al seno” dire “allattamento al petto” in quanto potrebbero offendere e discriminare le persone transessuali.
Non sono semplici tendenze linguistiche. È una precisa scelta che vuole cancellare la dimensione della procreazione e la dimensione della sessualità del corpo femminile. Nel caso di un transessuale che porta avanti una gravidanza dopo l’interruzione degli ormoni, non dimentichiamo che è la sua parte femminile che è rimasta incinta e che è in grado di portare avanti la gravidanza. Un uomo non può rimanere “incinto” ed è una differenza sostanziale, materiale, corporea. Nessun essenzialismo, semmai materialismo, la materia della carne.
Da un lato abbiamo il sistema che ha bisogno di corpi materiali e dall’altra parte dispositivi di potere e di risignificazione che cancellano quegli stessi corpi. Significativo che la tendenza del sistema è la stessa tendenza delle derive decostruzioniste e queer.
In Italia è stata recentemente autorizzata la somministrazione, rientrando nei trattamenti previsti nei livelli di assitenza di base, del farmaco a base di triptorelina per bloccare l’attività ormonale ai minori. Una medicalizzazione, una sperimentazione su bambine e bambini portata avanti come rivendicazione di libertà dal movimento transgender, queer e da alcune aree del femminismo. Per la libera scelta della bambina, si sente dire, ma bloccando la pubertà non si favorisce la scelta della bambina, siamo noi che attuiamo una scelta e ben precisa.
Non c’è il rischio che tale approccio vada a riconfermare e rafforzare gli stessi stereotipi di genere che si dovrebbero abbattere? Una bambina che non rientra nelle caratteristiche e nei comportamenti socialmente accettati che dovrebbe avere il suo genere, quindi che non è ciò che il nostro immaginario ci richiama alla femminilità, ma che gioca con giochi che non rientrano in quelli etichettati come da bambine, o che mostra un interesse verso altre bambine, viene vista come un maschio e non come una bambina che non rientra nello stereotipo.
Sono un sentimento, un comportamento, una tensione ad essere intrappolati. Questi vanno liberati, non attuando una medicalizzazione sulle bambine, ma scardinando la società che etichetta come “non nella norma”, in relazione a quel genere costruito socialmente, tale sentimento, comportamento, tensione. Non dovremmo cancellare i corpi per liberarci dai generi, ma dovremmo liberare i corpi dai generi.
Neil Harbisson, ospite alla conferenza dell’Università della Singolarità lo scorso Settembre a Rho, è un artistoide diventato famoso per essersi fatto impiantare un’antenna nel cranio. Affetto da una rara malattia che non gli permette di vedere i colori, grazie all’antenna può “sentirli” attraverso delle vibrazioni. Vanta di essere il primo cyborg e ha fondato la Cyborg Foundation per aiutare gli umani a diventare cyborg. La definizione di umano gli sta stretta e, sentendosi vicino alle altre specie, si definisce trans-specie collegandosi al movimento trans-gender.
Non vedremo spuntare antenne sul cranio degli/delle antispecisti/e, ma in tempi hi-tech dove già occhiali virtuali vengono usati da alcune associazioni animaliste per farci sentire le sofferenze degli animali negli allevamenti, non c’è da stupirci se una protesi tecnologica sarà considerata come un tramite per sentirci vicino e per relazionarci con gli altri animali e il mondo naturale.
Tutto questo è parte di quel processo di metamorfosi della percezione del corpo e di modificazione dei corpi tutti: corpi post-organici, implementati, artificializzati, geneticamente modificati.
Nel blog di Martine Rothblatt, Da transgender a transumano, si legge:

“Garantire l’uso etico delle biotecnologie sarà una preoccupazione tanto grande per i transumanisti quanto per i difensori della libertà di genere”.

Ed ecco che le biotecnologie diventano etiche…

1.   Günther Anders, Dell’incompatibilità tra nucleare e violenza, S-edizioni
2.  Byung-Chul Han, La società della trasparenza, pag. 15, ed. Nottetempo

Silvia Guerini

Dal giornale ecologista L’Urlo della Terra, num.6, luglio 2018

scarica qui il testo: metamorfosi pdf

 

Berlino – Attacco alla Smart City. Fuoco a furgone Amazon

Berlino: Dato alle fiamme furgone Amazon

4 giugno 2018

Attacco alla Smart City – Fuoco a furgone Amazon
I pensieri sono liberi  …
Sull’attacco tecnologico all’individuo a partire dallo sviluppo immenso di vari attorix e sulla diffusione distruttiva sull’unico pianeta finora popolato si è detto tanto.
La nostra Era è stata raggiunta da una forma di schiavizzazione felice alla quale l’umanità si vuole dare senza scrupoli alcuni.

Pensiamo a Facebook. Il collegamento in rete di tutte le persone. Ognuna può contattare ognuna. Facebook trova da sola vecchx amicx di scuola e, ancora meglio, Facebook mi trova pure autonomamente su delle foto delle quali non ho mai saputo nulla. Si creano gruppi online su tutti i temi possibili ed immaginabili e ognunx ne può far parte. Condividiamo notizie sul pianeta intero e le valutiamo come cattive o buone.
Poi Google. 1, 2, 3, 4 volte usato e Google sa già alla seconda lettera quale sia il tema che cerco. Magia.

Poi Amazon. Un’impresa per facilitare il consumo insaziato.
Ogni classe di prezzo, ogni categoria, ogni paese. Veramente c’è qualcosa per tuttx … potrebbe continuare liscia se non ci fossero alcune voci che tutto d’un tratto vanno a raccontare quanto di merda e in modo disumano vi si deve lavorare. Chi vi lavora racconta di un vero e proprio addestramento tipo militare di misure si sorveglianza raffinatissime. Di gruppi di lavoro che sono castigati o premiati collettivamente. Fregarsi è una virtù da Amazon.

E negli USA, per servirsi di una classe di nomadi del lavoro ormai diseredata, Amazon impiega preferibilmente dex ex-appartenenti alla classe media finite a vivere nelle proprie auto.
Ma questa impresa è, da ogni punto di vista, ovviamente solo un esempio paradigmatico di tanti. La coazione al lavoro per avere le basi essenziali di sopravvivenza è un paradosso. In fondo sono ben note le condizioni disumane alle quali così tantx sono quotidianamente espostx,.

Anche se nel discorso anarchico attuale la contraddizione di classe secondo Marx sembra assolutamente obsoleta e se di lotta di classe nel senso consueto non se ne parla proprio, la struttura del dominio si può però sempre definire lungo i rapporti di potere, le coazioni economiche e le posizioni sociali.

Si forma una protesta contro Google. Contro la ristrutturazione della città sotto forma di comunità residenziali e di lavoro tipo Start-up, contro le Factories oppure contro un Google Campus a Kreuzberg.
E anche Amazon non è più il gentile portale di vendita in rete. Tante persone solidali negli anni passati hanno fatto delle azioni e diffuso delle analisi per richiamare l’attenzione sulle lotte di chi vi lavora e per specificare Amazon come uno dei Player del dominio digitale.

L’entità del sabotaggio è difficilmente valutabile; ai camion Amazon in fiamme come inizio maggio a Philadelphia, si tenta di negare l’importanza politica.
Certo non casualmente vicino a Birmingham/UK, inizio novembre 2017 bruciava un magazzino Amazon e lo stesso grande magazzino a Rugeley, Staffordshire, era obiettivo d’incendio doloso già in novembre 2016. E ambo i fuochi disturbarono notevolmente gli affari di natale.

Se può definirsi lotta di classe o meno questa resistenza non è tanto importante quanto l’oppressione concreta di coloro che devono lavorare per Amazon e la sorveglianza di chi utilizza Amazon. Per delle analisi più esatte servono ulteriori osservazioni e dovrebbero essere ricercate anche al di fuori dei circoli più ristretti della scena, anche se per questo in varie zone come Atlanta come fonte purtroppo non rimane che Twitter.

Del resto a Berlino già a novembre 2017 contro Amazon si giocava con il fuoco danneggiando la stazione pacchi a Monaco, ma purtroppo la campagna https://makeamazonpay.org/ ignorava la  resistenza militante.

…chi può indovinarla …
I lenti cambiamenti sociali nel frattempo sono sono normali anzitutto per la gioventù. L’accesso ai bisogni più intimi di tante persone ha creato le possibilità alle multinazionali tipo Google e Amazon di controllarli e pilotarli. L’isolamento e l’incapacità all’interazione sociale con persone vive ne sono la conseguenza. Lo scambio interpersonale ha perso influenza e, complessivamente, Internet sa già più di te stesso di quel che sanno lx tux amicx.

Sarebbe auspicabile un’apertura nella società sulle tematiche tabù come i problemi psichici, le coazioni o la povertà. Nessunx dovrebbe convincersi di essere malatx solo perché non adeguatx alla norma sociale.
Un sistema capitalistico non può funzionare se non tuttx stanno al gioco. Perciò ci vogliono controllo e sanzioni per sottomettere le persone. Lo Stato può sottomettere a chi ha il pensiero libero solo con la durezza.
Il dominio digitale si è dato l’obiettivo di uguagliare le persone. Di essere presente dappertutto nella vita e procedendo con furbizia rendersi utile, per poi farsi indispensabile. Per piccola che sia, ogni informazione è importante per capire i nostri pensieri con lo scopo di cambiarli.

Alcune compagnie e nazioni nel frattempo hanno utilizzato la tecnologia smart, per esempio sotto la forma di classificazione sociale, per procedere in modo repressivo contro la popolazione.
Altre compagnie sono riuscite ad analizzare il comportamento d’acquisto dex clienti, a manipolarlo e addirittura ad offrire loro le merci per l’acquisto.

Da parte nostra il 4 maggio ci furono pure due pacchettini per Amazon nel Kissingenplatz a Berlino-Pankow. Purtroppo poteva esserne recapitato solo uno. L’altro è sparito nel BigData.
Ci siamo servitx di un’istruzione diffusa su rete https://www.liveleak.com/ che ci sembra sicura, ma ovviamente non è precisa abbastanza per evitare ogni casualità a dex passanti ligi al potere.

Fonte: Indymedia (Tor)

Traduzione dal tedesco mc

Da: https://it-contrainfo.espiv.net/

Ecologismo e Transumanismo connessioni contro natura

Ecologisti, vegani e simpatizzanti di sinistra proliferano all’interno del movimento transumanista. Dopo Le Monde , Le Nouvel Obs e Politis , nel 2016 Primevère, la più grande fiera ecologista francese, ha invitato uno dei suoi rappresentanti ad esprimersi: Didier Coeurnelle, vice-presidente dell’Associazione francese transumanista ed eletto nei Verdi in Belgio. Avrebbe saputo sedurre i visitatori di Primevère con una «vita in buona salute molto più lunga, solidale, pacifica, felice e rispettosa dell’ambiente, non malgrado, ma grazie alle applicazioni della scienza.»1 Sono state necessarie le proteste degli oppositori alle necro-tecnologie affinché la fiera annullasse il suo invito.2 I transumanisti non lottano contro le nocività. Tecnofili e “resilienti”, si affidano all’ingegneria genetica, alla chimica ed alle nanotecnologie per adattare la natura umana e animale ad un ambiente devastato.

Serve uno Stato mondiale inter-specie per lottare contro le dominazioni tra umani e animali? O addirittura tra animali, con i predatori diventati erbivori dopo modificazione genetica? Anche se le loro idee possono far ridere, i transumanisti non sono delle stordite vittime di una indigestione di scadente fantascienza. Sono ecologisti e vegan (ossia chi rifiuta di consumare i prodotti di origine animale), certo! A volte anche buddisti. Ma anche filosofi, genetisti, informatici, sociologi o start-uppers retribuiti da Harvard, Oxford, dalla London School of Economics o Google. La maggior parte di loro vuole il bene del pianeta e dei suoi abitanti, vuole lottare contro le oppressioni, aumentando la nostra speranza di vita fino «alla morte della morte». I due portavoce del movimento transumanista francofono rivendicano il loro militantismo “ecologista”. Marc Roux ha fatto parte di Alternative rouge et verte . Didier Coeurnelle è eletto con i Verdi nel comune di Molenbeek. David Pearce, il co-fondatore di « Humanity+ », la principale associazione transumanista americana, è un militante antispecista e vegano. L’australiano Peter Singer, filosofo ed autore del libro di riferimento degli antispecisti La liberazione animale (1975), è lui stesso transumanista ed ex candidato Verde in Australia. Per quanto riguarda l’attuale direttore di « Humanity+ », James Hughes, come buddista, non farebbe male ad una mosca. Lontani dall’immagine ripugnante di libertariani insensibili alle disgrazie che li circondano, i transumanisti sono spesso dei progressisti di sinistra, ecologisti e femministe, che seguono la buona coscienza che regna nella Silicon Valley dal movimento hippy degli anni 60. In Francia, nell’avanguardia dei partigiani della riproduzione artificiale dell’umano (PMA-GPA) figurano i membri di Europe-écologie les Verts .
Secondo Marc Roux e Didier Coeurnelle, autori di Technoprog 3, i transumanisti sarebbero in maggioranza di sinistra, affezionati ad un sistema sociale e ad una medicina ridistribuitiva, contro l’idea di un’umanità a due velocità dopo selezione genetica.
Si dà il caso che abbiano anche punti in comune con gli “obiettori di crescita”4. Molto bene! Lasciamo da parte gli ultras, libertariani o tecnogaianisti, e interessiamoci a questi transumanisti socio-democratici e sedicenti ecologisti: coloro che introducono il lupo transumanista nell’ovile verde.

Benevolenza aumentata
Alle origini dei movimenti contestatari ed ecologisti americani, che un tempo venivano chiamati la New left , si ritrova l’opposizione alla guerra e all’arruolamento forzato. Gli anni passano: il post-modernismo fa il suo lavoro di depoliticizzazione e questa “non-violenza” si trasferisce sui rapporti interpersonali (si dice: le “micro aggressioni”) per partorire dei “ safe spaces ” che i lettori di Inrocks conoscono a memoria. I transumanisti, che sono tanto della loro epoca quanto un centro LGBT di provincia, vogliono anche loro un pianeta più safe, senza micro aggressioni.
Se i codici di buona condotta non bastano, suggeriscono il moral enhancement (il miglioramento morale) dell’umanità e degli animali (“non umani”, precisano i post-moderni), ossia «il miglioramento della compassione, della solidarietà e dell’empatia» attraverso mezzi genetici o medici. Come, ad esempio, l’assunzione di ossitocina che favorirebbe i comportamenti solidali. «Diminuire le sofferenze, aumentare i piaceri, questo fa parte di ciò che desideriamo intensamente per noi stessi e, forse ancora di più, per gli altri», proclamano gli autori “di sinistra” di Technoprog . Come parlar male di predicatori così sdolcinati. Due filosofi del M o r al e n h a n c e m e n t pubblicati dall’Oxford University Press assicurano che «La nostra conoscenza della biologia umana – in particolare, della genetica e della neurobiologia – inizia a permetterci d’influire direttamente sulle basi biologiche o fisiologiche della motivazione umana, sia con medicine o tramite selezione genetica, sia utilizzando dispositivi esterni che influenzano il cervello o il processo di apprendimento.»5
Lontano dalle elucubrazioni, questi progetti divengono ogni giorno più realisti – in particolare grazie ai progressi della modifica genomica del tipo CRISPR-CAS 9. Alcuni immaginano un’umanità e un’animalità geneticamente benevole e felici. Il neurobiologo Pierre-Marie Lledo, direttore del dipartimento di Neurologia dell’Istituto Pasteur vanta l’optogenetica per «formare e cancellare i ricordi» e creare così degli umani «che non hanno più paura della paura, o che conserverebbero un ricordo positivo di eventi molto negativi».6 Possiamo immaginare le applicazioni per prevenire i suicidi da Foxconn e i traumi dei soldati.
Da poco tempo abbiamo visto nascere in Francia, con il patrocinio dell’UFR di Filosofia della Sorbonne e l’approvazione dei transumanisti, il movimento “Altruismo efficace”- traduzione dell’ effective al truism di Peter Singer promosso da filantropi come Peter Thiel, fondatore di PayPal, Jaan Tallinn di Skype o, ancora, Duston Moskowitz di Facebook. Il loro desiderio: una più grande efficienza delle opere di carità sulla base del rapporto «euro dato/quantità di ‘’bene’’ raggiunto». Il ramo “Charity Science” di questo movimento calcolerà, grazie agli strumenti del Big data , la felicità provata. Un vegano come David Pearce, fondatore di « Humani ty+ », promuove il Paradise Engineering , ossia l’ingegneria genetica e le nanotecnologie al profitto della felicità e dell’empatia verso gli umani e gli animali. Da cui il loro entusiasmo per il wireheading , la stimolazione attraverso elettrodi delle zone del cervello assegnate al piacere. Amici depressi, impazzirete!
Oltre alla filantropia tipica del capitalismo anglosassone, emerge una specie di buddismo aumentato, una piena coscienza e un risveglio spirituale assicurati dalla farmacia, dall’ingegneria genetica e dalle tecnologie della comunicazione. Il più famoso dei buddisti francesi, Matthieu Ricard, lui stesso dottore in genetica cellulare, si mostra accanto a transumanisti come Peter Singer e agli “Altruisti efficaci”. È membro, allo stesso titolo del Dalai Lama, del Mind and Life Institute , un club di buddisti e di scientifici per i quali l’accesso alla piena coscienza con neuro stimolazione rappresenta una grande speranza (la neuro-teologia). Il Dalai Lama ha dato la sua “benedizione” al progetto “Avatar” del transumanista miliardario russo Itskov il cui fine è quello di raggiungere l’immortalità entro il 2045.7 Se la società va male, sarebbe quindi per mancanza di empatia. Ecco tutto. Da parte nostra? Da parte dei nostri dirigenti? Ritroviamo qui le ossessioni “safe” dei post-moderni che espellono ogni spiegazione politica a profitto dello sciroppo psicologizzante versato nelle cerchie di benevolenza non-miste. Ma è un modo di ingannarsi sulla natura di un sistema, che lo si chiami tecnico, burocratico o capitalista, quello di ignorare il ruolo degli interessi oggettivi , quelli delle classi possidenti, degli eletti e dei tecnici dell’amministrazione.
La loro macchina burocratica funziona . Non si tratta dell’opera di esseri sensibili che bisognerebbe moralizzare, ma di attori razionali che dobbiamo rovesciare.

Un antispecismo molto artificiale
«La natura, non esiste», ci ripete l’importatore francese delle tesi antispeciste Yves Bonnardel.8 Pertanto, perché commuoversi per il fatto che una bistecca in vitro possa rappresentare il futuro della nostra alimentazione? Conoscete la bistecca allevata nel 2013 in laboratorio a partire da cellule staminali di bovino? Questa bistecca da 250 000 dollari è stata finanziata dal boss di Google, Serguey Brin, preoccupato per la sofferenza animale. Bisognerà abituarvi all’idea, perché gli antispecisti e gli ecolo-transumanisti preparano la vostra pappa quotidiana, garantita senza dominio umano. Alcuni negozi bio propongono già dei sostituti di pasto completo sotto forma di polvere da diluire, garantiti bio, vegan e senza OGM. Si ispirano al primo sostituto proteinico vegan chiamato Soylent , in riferimento al film Soylent green nel quale l’umanità superflua ingerisce delle tavolette di umani per mancanza di cibo. L’ideatore di questo sostituto è un informatico. Rob Rhinehart sostiene di nutrirsene all’ 80 %. «Risultato: non è andato in un negozio di alimentari da anni. Non possiede più né frigo né piatti. Ha trasformato la sua cucina in biblioteca.»9 La composizione chimica-informatica del suo prodotto è open source . Ciò fa di lui un transumanista di sinistra, contro la proprietà privata, lo sfruttamento animale e la mal nutrizione nel terzo mondo. Un altro transumanismo è possibile, vi si dice.
Perché quest’attenzione verso la carne? Un kilo di carne bovina richiede 10 kg di nutrimento vegetale. Gli allevamenti consumano già il 30 % dei terreni coltivabili e sono responsabili del 15 % dei gas ad effetto serra. Nel 2050 saremo 9 miliardi di onnivori umani e il nostro consumo di proteine sarà raddoppiato. Una vera s fi da per ingegneri, informatici, biologi e busi ness angels della Silicon Valley. Anche Bill Gates se ne commuove e, dal 2013, investe nella carne senza carne. In materia, se si può dire, le maionesi e i cookies vegan della Hampton Creek’s, con sede a San Francisco, hanno successo. Il segreto della loro maionese senza uova al gusto di maionese? Un’intelligenza artificiale supervisionata da biochimici e dall’ex data scien tist di Google, Dan Zigmond. Addio Mamie Nova 10, addio alle domeniche pomeriggio passate a fare marmellate e conserve per l’inverno: il pro cess culinario del XXI secolo si ottiene attraverso la modellizzazione informatica di miliardi di possibili assemblaggi di proteine vegetali. Val bene la pena di aumentarsi, di migliorare la propria intelligenza e di vincere la morte se è per mangiare del pastone tecno-vegan per il resto della propria immortalità. Ma è il prezzo da pagare per sopravvivere al disastro ecologico.
«Tutto ciò che ci permette di trovare buone alternative, buone tecniche esenti da crudeltà, durevoli, sane ed economicamente competitive, ci fa fare un passo verso la fine dello sfruttamento animale», affermava Peter Singer, il nostro filosofo vegan e transumanista che faceva la pubblicità di Hampton’s Creek durante l’ultimo incontro nazionale dell’associazione L214 alla Cité des sciences et de l’indu strie . L214, ne avete sentito parlare quest’anno: i loro video dei mattatoi hanno commosso la Francia fino al ministro dell’agricoltura. Invitando Singer, hanno sollevato il paradosso nel quale si trovano gli antispecisti e i mangiatori di proteine tecno-vegetali? Anche se fanno luce, giustamente, contro le condizioni industriali di allevamento e di macellazione, appoggiano la fuga in avanti artificiale dell’agro-industria. Siamo passati, in qualche decennio, dai contadini allevatori che avevano premure per i loro animali, ai consumatori di surrogati proteinici cellofanati, calcolati da computer. Per quanto divaghino gli antispecisti, non c’è da scegliere tra una bistecca in vitro e la macellazione industriale brutale. Sappiamo che gli animali e gli umani sono dotati di sensibilità . Per i transumanisti come per gli antispecisti, eredi della cibernetica, la natura è un conti nuum tra vivente e inerte, tra l’uomo, l’animale e la macchina che renderebbe impossibile ogni distinzione definitiva tra loro. Cosa li unifica? Sarebbero ugualmente sensibili .
Secondo Norbert Wiener, la cibernetica affronta l’ «insieme dei problemi che riguardano la comunicazione, il controllo e la meccanica statistica, sia nella macchina sia nell’essere vivente.» ( Cybernetics, or Control and Communication in the Animal and the Machine , 1948). Gli animali sono delle macchine comunicanti e inversamente. Così è per il gattino secondo Wiener: «Lo chiamo e alza la testa. Gli ho mandato un messaggio che ha ricevuto tramite i suoi organi sensoriali e che traduce con un’azione. Il gattino ha fame e miagola. Allora è lui che manda un messaggio.» Impropria analogia: sensibilità e comunicazione non equivalgono a scambio di dati.
Se per gli antispecisti le specie non esistono in quanto tutti gli animali sono dotati di sensibilità, per i cibernetici «il funzionamento dell’individuo e quello di qualche macchina di trasmissione molto recente, sono precisamente paralleli. In questi due casi, una delle fasi del ciclo di funzionamento è costituita da recettori sensoriali.» Il gioco è fatto: il miagolio del gatto e la parola umana equivalgono al segnale di una macchina elettronica. Per questi ingegneri, animali, umani e macchine formano un tutto ri-programmabile.
Se non c’è differenza di specie tra un topo e un umano, come comprendere la volontà degli Istituti americani di salute11 di finanziare i trapianti di cellule staminali umane su embrioni animali?12 Non si tratterebbe più soltanto di trapiantare degli organi di animali a degli umani così come si fanno le talee, ma di creare delle chimere: ad esempio, un cervello umano in un cranio di topo (ossia il contrario di Peter Singer). Da un punto di vista teorico, sia da antispecista e/o da transumanista, niente lo impedisce, poiché «la natura non esiste», e noi siamo degli animali-macchine ugualmente dotati di «sensibilità». Non siamo però ancora a conoscenza di progetti di topi che cercano di trapiantarsi organi umani…

Aumentarsi o adattarsi alle nocività ecologiche
La Silicon Valley sostiene la candidatura di Hillary Clinton che difende gli interessi dei «techies». Se i transumanisti non sono tutti degli orribili individualisti libertariani, non sono nemmeno dei volgari clima-scettici non curanti degli effetti del nostro modo di vita sul nostro ambiente e sulla nostra salute. È qui che giace la trappola transumanista per gli ecologisti.
Già dal tempo della « World Transhumanist Asso ciation », l’antenata dell’attuale « Humanity+ », la questione ecologica si pone. Vivere 120 o 150 anni, posporre i limiti della fertilità femminile attraverso tecniche di procreazione assistita, non farà esplodere la popolazione mondiale, spremere gli ecosistemi, accelerare il cambiamento climatico, provocare carestie? I transumanisti statunitensi se ne preoccupano e, già dagli anni 2000, mobilitano il saggista e romanziere cyberpunk Bruce Sterling. Nel gennaio del 2000, Sterling consegna un manifesto per una nuova politica ecologista «Verde-Smeraldo». «Sterling difende più controlli dei capitali transnazionali, la ridistribuzione dei budgets militari per una politica di pace, lo sviluppo di industrie sostenibili, l’aumento del tempo libero, la garanzia di uno stipendio socializzato, l’estensione di un sistema di sanità pubblico e la promozione dell’uguaglianza di genere».13 La sinistra non può fare di meglio. Anti-luddisti col pretesto che la semplicità non sarebbe abbastanza attraente, le sue proposte per soppiantare le vecchie ed inquinanti industrie del XX secolo sono: «dei prodotti intensamente glamour e ecologicamente razionali; degli oggetti interamente nuovi fabbricati con nuovi materiali; la sostituzione della materialità con l’informazione; la creazione di una nuova relazione tra la cibernetica e la materia.»14 Un manifesto di cui i transumanisti non avranno difficoltà ad appropriarsene. Per quel che riguarda la sovrappopolazione (la “Bomba P”, diceva Ehrlich nel 1968), i transumanisti ripetono «che con l’estensione della durata di vita, ci sentiremo molto più responsabili delle conseguenze ecologiche dei nostri comportamenti» ( Humanity +) .15 Detto in altro modo dall’utilitarista Peter Singer: «è preferibile avere poca gente che vive a lungo, poiché chi è nato sa ciò di cui lo priva la morte, allorché chi non esiste non sa ciò che perde.»16 Logico, no? Da parte dei “tecno progressisti” francesi, si argomenta che «là dove i cittadini vivono più a lungo, hanno meno figli».
E quindi il progresso tecnico accelererà la transizione demografica. Sono soltanto ipotesi che siamo intimati di validare. Ma se dovessimo verificare l’azzardata correlazione tra speranza di vita e responsabilità ecologica, il XX secolo la smentirebbe; l’aumento della durata di vita sembra correlata con, tra gli altri esempi: l’aumento dei conflitti (di cui alcuni genocidari), le catastrofi ecologiche o la creazione di bombe apocalittiche. Per combattere il riscaldamento climatico, un certo Matthew Liao, professore di filosofia della New York University, accompagnato da Anders Sandberg e Rebecca Roach di Oxford (quindi, non dei gestori di un oscuro blog), hanno solide proposte transumaniste. La più semplice sarebbe quella farmaceutica: come l’assunzione di pillole che ci disgusterebbero dalla carne o aumenterebbero la nostra empatia. Potremmo anche, sempre grazie alla selezione e all’edizione genomica del tipo CRISPR, aumentare le nostre pupille con geni di felini per vedere la notte (e ridurre così le nostre installazioni luminose divoratrici di energia), ed abbassare il peso e l’altezza dell’umanità: «Se riducete di 15 cm l’altezza media degli americani, ridurrete la massa corporea del 21% per gli uomini e del 25% per le donne».17Minor massa corporea significa meno bisogni energetici e nutritivi. Si fabbricano infatti maiali nani da destinare ai laboratori farmaceutici. Perché non averci pensato prima? Perché lo stato dell’ingegneria genetica non ce lo permetteva.
Tutto ciò vi sembra fantascienza? Le Monde del 22 giugno 2016 ci informa che bisogna «prepararsi a vivere lontani della Terra» o, in ogni caso, a sopravvivere su un pianeta invivibile: «L’agenzia spaziale europea ha appena fatto il punto sulle ricerche che riguardano la vita in “ecosistema chiuso artificiale” e le loro applicazioni terrestri.» I nostri astronauti non dicono qualcosa d’altro rispetto a Marc Roux secondo cui «I transumanisti non esitano a contemplare il permesso ad alcuni dei loro congeneri di adattare la loro biologia ad altri pianeti o anche all’ambiente siderale. Non è ragionevole iniziare imparando ad adattarci alle nuove condizioni di vita nella nostra propria casa?»18 Riciclaggio dell’acqua, dell’aria e dei rifiuti. Trasformazione di CO2 in ossigeno grazie ad alghe nutrite con le deiezioni, nitrificazione delle urine fresche per trasformazione in acqua potabile: tutto ciò farebbe passare le polveri Soylent per della gastronomia! Uno dei ricercatori sviluppa già questo tipo di bagno – si dice “Sistema di supporto di vita”- per i paesi poveri incaricati di sperimentare i nostri futuri “chiusi habitat terrestri”. O come la sopravvivenza in ambiente spaziale ci regala un’anticipazione di disgusto della nostra sopravvivenza sulla Terra.
Ma torniamo al paragrafo precedente: «Adattarci alle nuove condizioni di vita nella nostra propria casa», dice il transumanista Marc Roux. Anziché ecologia, o perfino “aumento” delle nostre capacità fisiche e intellettuali, Roux non offre altra prospettiva all’umanità che quella di «respingere continuamente lo spettro della sua fine». È tutto qui! L’ecologia transumanista è infarcita di questa ideologia della “resilienza” – un termine che proviene dalla psicologia, sinonimo di adattamento alla degradazione delle condizioni di esistenza -, che prevale oggi fino all’interno delle Conferenze sul clima. «Nessuna idea è da scartare a priori se può sfociare in un migliore adattamento dei corpi al loro ambiente. […] A breve o medio termine, l’umano mi sembra infinitamente più flessibile e malleabile del pianeta che ci ospita.» Quest’idea, apparentemente nuova, è soltanto una rimasticatura di Norbert Wiener che, già nel 1950, ci confrontava a quest’obbligo: «Abbiamo modificato così radicalmente il nostro ambiente che dobbiamo modificare noi stessi per vivere a scala di questo nuovo ambiente» ( L’uso u m a n o d e gli e s s e ri u m a ni ).19 Si tratta, nella tradizione del darwinismo sociale, di permettere la sopravvivenza del meglio adattato. Crepino i deboli e gli inadatti!
Da cui l’appello alle trasformazioni genetiche. Ecco l’impostura: dietro al volontarismo tecnico, è la sottomissione che domina; la degradazione del nostro ambiente è un fatto ineluttabile, al quale possiamo solo adattarci .
Questo transumanismo ornato da valori ecologici e democratici contesta la vecchia amministrazione del disastro da parte delle «burocrazie verdi».20 Non si vuole un’ecologia della costrizione ma dell’aumento. O piuttosto, per ogni aumento, della messa a livello dell’umanità ad un ambiente propriamente inumano. Sia perché ci surclassa – è la tesi di Ray Kurzweil, pioniere del transumanismo per il quale l’intelligenza artificiale ci obbliga ad aumentare le nostre capacità cognitive- sia perché è ecologicamente invivibile. Probabilmente tutti e due insieme. Ecco tutta la loro ambizione: un insulto ai fondatori dell’ecologia, gli Ellul, Charbonneau, Illich.

Accortezza per coloro che non vogliono adattarsi alle nocività ma sopprimerle Sviluppando un discorso con pretese ecologiste, i transumanisti desiderano certamente disinnescare la critica ed allearsi l’opinione pubblica. Ma l’impostura rimane. Esiste una corrente “ecologista” tecnicista. Il prodigio del Club di Roma, con il suo studio Stop alla crescita ? del 1972, non è forse quello di aver modellizzato il mondo su computer qualche mese prima che la NASA lanciasse il suo primo satellite di osservazione e di monitoring della Terra?21 La fashionista americana del transumanismo, Natasha Vita-More, si regge sulla «seconda ondata cibernetica» degli anni 50-70, che riavvicinò due campi scientifici fino ad allora distinti: la biologia e le scienze cognitive. Sotto i colpi di zoologi e di biologi affascinati dalla cibernetica, la natura fu ridotta ad un «ecosistema», le relazioni tra esseri viventi e il loro ambiente, fino alla loro fisiologia, ridotte a dei «sistemi di comunicazione interconnessi». «Il nostro intero ambiente, e fino all’universo, è un ecosistema indipendente ma unificato; noi, in quanto forme di vita integrate in questo sistema, siamo agenti del nostro proprio sistema fisiologico», ci dice Vita-More. Quando gli «ecologisti» di Lille mettevano i primi mattoni della città «intelligente», non facevano altro che razionalizzare l’ecosistema metropolitano considerato come una macchina comunicante.22
Il progetto transumanista è l’esito della nostra sottomissione all’ expertise tecnicista. È un progetto anti-umanista, qualunque cosa ne dica Luc Ferry in La rivoluzione transumanista .23 Quando il saggista ci assicura che il transumanismo è un «iper umanismo», mente. Quando afferma che non si tratta più «di subire l’evoluzione naturale ma di padroneggiarla e di guidarla noi stessi», evita di definire questo “noi stessi”. Si tratta del popolo? O dei tecnocrati dirigenti, della sua propria casta di ingegneri delle anime e dei corpi? Ma cosa aspettarsi dall’autore del Nuovo ordine ecologico che, nel 1992, assimilava l’ecologia al nazismo ed all’anti-umanismo. Nella favola transumanista, l’umanità è composta non da animali politici, piuttosto da animali-macchine. Questa favola riduce la storia al solo progresso tecnologico. Ecologisti, se volete sopprimere le nocività e non adattarvi ad esse, dovete ristabilire la storia! Non confondete progresso tecnologico e progresso sociale ed umano. Bisogna scegliere: restare degli umani di origine animale o diventare degli inumani del futuro meccanico.

TomJo, Ottobre 2016 www.piecesetmaindouvre.com

Dal giornale ecologista L’Urlo della Terra, num.5, Luglio 2017

1 Programma della fiera Primevère , 2016.
2 «Le salon Primevère invite les transhumanistes», Pièces et main d’oeuvre, 2016.
3 Edizioni FYP, 2016.
4 Marc ROUX, «Transhumanisme et décroissance », 23 gennaio 2015, consultabile al sito www.transhumanistes.com
5 Julian Savulescu e Ingmar Persson, Philosophy Now agosto-settembre 2016. Il loro libro si intitola Un fi t for the Future: The Urgent Need for Moral Enhancement (Inadatto per il futuro: l’urgenza della valorizzazione morale).
6 Le Monde , 6 ottobre 2014. 7 www.atlantico.fr, 31 luglio 2012.
8 Usbek & Rica, luglio 2016.
9 «Silicon Valley gets a taste for food», The Economist , 7 marzo 2015.
10 Mamie Nova : marca commerciale francese di prodotti freschi trasformati, di tipo agro-industriale. (Ndt)
11 Centri di ricerca dipendenti del Ministero della sanità americano.
12 « N.I.H. May Fund Human-Animal Stem Cell Research », The New York Times, 4 agosto 2016.
13 « Ecologists », Humanity +, senza data.
14 www.viridiandesign.org/manifesto.html 15 idem
16 Peter Singer, «Should we live o 1000?»,www. project-syndicate.org, 10 dicembre 2012
17 Référence.
18 Marc Roux, «Transhumanisme et écologie», 11 aprile 2016, www.transhumanistes.com
19 Citato da Sarah Guillet in «La colonisation des sciences sociales par le ‘sujet informationnel’», Rivista L’Inventaire n. 5, edizioni La Lenteur, luglio 2016.
20 Catastrofismo, amministrazione del disastro e sottomissione durevole, René Riesel e Jaime Semprun, Encyclopédie des nuisances, 2008. Nel suo Manifesto, Bruce Sterling: “è poco probabile che la maggior parte di noi tollerino di vivere in uno Stato del Razionamento del CO2. Ciò significherebbe che ogni attività umana sia prima di tutto autorizzata da commissariati all’energia.”
21 Le Monde, 25 luglio 2015.
22 TomJo, L’Enfer vert, L’échappée, 2013.
23 Luc Ferry, La Révolution transhumaniste. Comment la technomédecine et l’ubérisation du monde vont bouleverser nos vies, Plon, 2016

Monsanto-Bayer Matrimonio criminale

“Per estendere i confini dell’impero umano a ogni cosa possibile”
Francis Bacon

Trovare modi tecnologicamente più efficienti per manipolare la natura a scopi utilitaristici è stato il sogno e l’obiettivo principale nell’era moderna, a partire da Francis Bacon, il fondatore della scienza moderna, che raccomanda alle future generazioni di “spremere”, “plasmare” e “formare” la natura al fine di “allargare i confini dell’impero dell’uomo verso la realizzazione di tutte le cose possibili” . Per Bacon l’uomo aveva a disposizione una metodologia che gli avrebbe consentito di avere “il potere di conquista re e di soggiogare” la natura e di “scuoterla fino alle sue fondamenta”. Così è stato fatto, con un’accelerazione distruttiva senza precedenti nell’ultimo secolo, portando nel campo dell’agricoltura ad una perdita della diversità genetica fortemente legata alle pratiche di coltivazione che enfatizzano la monocoltura rispetto ai metodi di coltivazione differenziati.
Le compagnie agricole e chimiche sono continuamente alla ricerca del “prodotto perfetto”, che cresca velocemente, che sia resistente alle malattie e che sia facile da raccogliere e da trasportare.
Soggiogando e scuotendo la natura fino alle sue fondamenta , il codice genetico, le multinazionali dell’agrobiotech hanno lavorato per forzare i contadini a passare dalla coltivazione di diverse specie alle eccellenti potenzialità della monocoltura e l’abbandono dell’enorme numero delle tradizionali varietà a favore dei nuovi ceppi ha pesantemente indebolito la diversità genetica, creando un pericoloso oligopolio che non tiene minimamente conto del pericolo di contaminazione dovuto all’introduzione su vasta scala di colture geneticamente modificate. I colossi della chimica e della farmaceutica stanno unendo le forze, con fusioni e acquisizioni che concentrano in pochi gruppi il controllo pressoché totale del settore, si muovono velocemente per consolidare il loro controllo sulle ultime riserve di germoplasma rimaste al mondo, per controllare la distribuzione dei semi brevettati resistenti ai loro stessi erbicidi e pesticidi, assicurando alle compagnie chimiche un’egemonia virtuale e reale sulla maggior parte dell’agricoltura globale. La restrizione commerciale dei semi del mondo, una volta eredità naturale di tutti gli esseri umani, è avvenuta in meno di un secolo, con rare e isolate voci critiche. “L’introduzione nella biosfera di una seconda
Genesi, artificiale questa volta, significa condividere, nel campo del mercato, alcuni invidiabili successi a breve termine e solo successivamente, cadere nelle mani di una natura imprevedibile e inflessibile” , scriveva nel 1998 Jeremy Rifkin nel suo saggio “Il secolo biotech”. “Mentre le tecnologie genetiche che abbia mo inventato per colonizzare nuovamente la biologia mondiale sono formidabili, la nostra totale mancan za di conoscenza degli intricati funzionamenti della biosfera sui quali stiamo conducendo esperimenti fornisce una costrizione ancora più potente” , prosegue Rifkin evidenziando come le stesse compagnie che hanno contribuito alle più drammatiche devastazioni del pianeta oggi siano intente a trarre profitti dal reinventare la natura per poi controllarla su scala globale, in una “nuova colonizzazione, comunque, priva di bussola”.

I dominatori della Terra: l’acquisizione di Monsanto da parte di BAYER e quell’umano impero senza più confini
Fino a poco tempo fa erano sei le grandi corporation dell’agrobiotech: BASF, Bayer, Dow Chemical, DuPont, Monsanto e Syngenta che, insieme, oggi controllano circa l’80% del mercato mondiale del settore agrochimico, il 65% del mercato mondiale di semi e più del 75% di tutta la ricerca privata nel settore di semi e pesticidi. Oggi però i poli del male si stanno riducendo a tre, quando saranno completate le fusioni in atto: Du Pont-Dow Chemical, Sygenta-ChemChina e Bayer-Monsanto. Ed è proprio l’acquisizione di Monsanto (fondata nel 1901 a St. Louis) da parte di Bayer quella destinata a creare uno scenario decisamente allarmante, che ci riporta alla mente le profetiche parole di Francis Bacon: “Il Fine della nostra Fondazione è la conoscenza delle cause e dei segreti moti delle cose e l’allargamento dei confini dell’Umano Impero, per effettuare tutte le cose possibili”. Il nuovo colosso controllerà quasi il 30% del mercato mondiale delle sementi ed il 24% dei pesticidi.
Lo slogan usato da Monsanto per presentarsi al mondo è: “Insieme nutriamo il mondo e proteggiamo il pianeta” . Con un maquillage paradossale il colosso dell’agrochimica riesce a cancellare oltre un secolo di crimini ambientali e contro l’umanità come la produzione dell’agente arancio (che ha creato una delle più grandi epidemie umane colpose della storia moderna), la saccarina, il PCB (poli-cloro-bifenili), gli erbicidi alla diossina, gli ormoni della crescita bovina, il diserbante RoundUp (a base di glifosato, sostanza cancerogena e al centro di dibattiti importanti per il rinnovo della commercializzazione in Europa) e gli OGM.
Le promesse degli OGM, scandite dagli slogan della Monsanto, non corrispondono alla realtà, in parte perché le spese a carico degli agricoltori sono più che triplicate, con evidenti ricadute sui prezzi alimentari in tutto il mondo, e in parte perché l’aggressione chimica sta aumentando le piante che presentano resistenza al glifosato, spingendo le aziende ad immettere nel mercato molecole sempre più devastanti per l’ambiente e per ogni forma di vita, basti pensare al nuovo composto ottenuto aggiungendo al glifosato il 2,4D, un componente del famigerato agente arancio usato come defoliante in Vietnam tra il 1961 ed il 1971. Quasi cinque milioni di persone sono state esposte a queste irrorazioni che furono solo l’inizio di una lunga scia di morte che arriva fino ad oggi.
E se nella storia di Monsanto abbiamo evidenziato il ruolo fondamentale nella produzione dell’agente arancio, in quella della tedesca Bayer è bene ricordare che si tratta di una società con stretti rapporti con i nazisti durante la seconda guerra mondiale. Facciamo un salto indietro nel tempo per ripercorrere il curriculum dei crimini – per lo più impuniti – commessi dalla Bayer.

Bayer e la strage dell’eroina.
Fondata in Germania nel 1863, nel 1899 la Bayer inizia a commercializzare l’eroina, sostenendo che curasse il dolore a dosi inferiori rispetto alla morfina e senza indurre dipendenza. Per decenni fu un analgesico di grande successo, superando l’oppio e la morfina. Venduta nei negozi e per posta, un paio di dosi e una siringa per un dollaro e cinquanta, ma l’eroina era molto più letale, un killer. Nel 1913 supera la morfina come sostanza più diffusa che causava tossicodipendenza.
Nel 1925 in Europa iniziarono i veri preparativi aziendali per la seconda guerra mondiale: Bayer, Basf, Hoechst ed altre società si unirono per formare il cartello della IG Farben ed il loro obiettivo era l’acquisizione di mercati globali emergenti. A Norimberga i vertici della IG Farben furono processati per crimini contro l’umanità, una storia occultata per oltre sessant’anni che rischia di ripetersi. I documenti del processo dimostrano che la IG Farben aveva investito oltre 80 milioni di Reichsmark nelle organizzazioni naziste, l’equivalente di 800 milioni di euro, una cifra enorme a quell’epoca. Nelle conclusioni del processo non ci sono dubbi: senza questa somma di denaro i nazisti non sarebbero stati in grado di ottenere il controllo ed il potere che hanno raggiunto. La IG Farben detenne il monopolio quasi totale sulla produzione chimica durante il periodo della Germania nazista e fu il cuore finanziario del regime di Hitler. Durante l’olocausto fu il principale fornitore al governo tedesco dello Zyklon B, la sostanza mortale utilizzata nelle camere a gas dei lager. Fu inoltre la società che richiese più deportati come cavie per esperimenti e test di medicinali di vario genere, per mezzo dei quali furono inventati il gas nervino, il metadone ed altre sostanze per lo più ad opera della Bayer. Fu la IG Farben a costruire ad Auschwitz nel 1941 la più grande industria chimica dell’epoca, utilizzando in regime di schiavitù la manodopera del vicino campo di concentramento.

Criminali seriali e intoccabili.
Al processo di Norimberga su 24 consiglieri indiziati, solo 13 vennero condannati alla prigione con pene variabili dai 6 mesi agli 8 anni, colpevoli di genocidio, schiavitù ed altri gravi crimini. Ma solo un anno dopo la condanna, nel 1952, tutti i responsabili furono liberati grazie alla mediazione dell’ex ministro delle finanze e negli anni successivi tornarono attivi nell’economia tedesca. L’esempio più significativo è quello di Fitz Ter Meer, uno dei dirigenti della IG Farben, condannato per schiavitù e omicidi di massa, gravi crimini contro l’umanità: liberato dopo aver scontato 2 anni di carcere (su 7 previsti dalla sentenza) fu nominato da Bayer presidente del consiglio di sorveglianza, incarico che ha continuato a svolgere per 8 anni.

Negli anni ottanta la Bayer è responsabile della messa in commercio di farmaci emoderivati infetti, che contagiarono principalmente i politrasfusi (emofilici e talassemici). Dopo che la vendita fu bloccata negli Stati Uniti, lo stesso farmaco fu dirottato in tutto il mondo, anche in Italia. Migliaia di persone in Italia furono infettate con il virus di HIV ed epatite C tramite la trasfusione di sangue ed emoderivati infetti e non controllati tra il 1970 e il 1987. Un calvario giudiziario che da trent’anni incespica tra faldoni abbandonati, errori di notifica, richieste di proscioglimento, problemi di rogatorie e quanto di meglio può esprimere il sistema giudiziario a tutela dei soliti intoccabili. In quegli anni, come evidenziato dai carteggi delle case farmaceutiche coinvolte nello scandalo (Baxter, Bayer, Aventis Behring, Alpha), il plasma proveniva da donatori mercenari a rischio: tossicodipendenti, carcerati, paesi del terzo mondo. I rischi erano noti ma non furono diffusi. In Italia il sangue locale non era sufficiente, ed il 90% di plasma ed emoderivati era statunitense. L’inchiesta iniziata a Trento finisce a Napoli, dove il reato di epidemia colposa viene archiviato perché caduto in prescrizione. Non esiste un database di chi ha ottenuto il nesso causale tra infezione e malattia, le vittime si stima siano 100.000 e che gran parte di queste non possano accedere a rimborsi per decorrenza dei termini.
Nel 2002 la Bayer ha acquisito la Aventis Crop Science, formando la Bayer Crop Science, una delle società attualmente più innovative del settore agrochimico e impegnata nel campo dell’ingegneria genetica del cibo. Nel maggio 2016, Bayer e l’irlandese ERS Genomics, hanno firmato un accordo che consente a Bayer di accedere ai brevetti di editing del genoma CRISPR-Cas9 di ERS. L’accordo ha concesso a Bayer diritti per applicazioni di ricerca definite di questa tecnologia in settori strategici selezionati. Nel dicembre 2016, Bayer e Versant Ventures hanno istituito la società BlueRock Therapeutics, che sarà attiva nel settore della medicina rigenerativa. L’azienda intende sviluppare terapie altamente efficaci basate sulle cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC) per curare varie malattie cardiovascolari, disturbi neurologici e malattie del sistema nervoso centrale.

Il disastro di Seveso e le menzogne di Monsanto
10 luglio 1976, ore 12:37: una nube di diossina fuoriesce dal reparto B dello stabilimento ICMESA, di Meda. “…voi, che vivete tranquilli nella vostra coscienza di uomini giusti, che sfruttate la vita per i vostri sporchi giochetti allora, allora am mazzateci tutti!” Antonello Venditti, Canzone per Seveso A 41 anni di distanza da uno dei peggiori disastri ambientali della storia, ricordiamo che la ricerca di Zack & Gaffey del 1983 (una di quelle che non correlava l’esposizione ai tumori) era basata su dati epidemiologici forniti direttamente dalla multinazionale chimica Monsanto, ovviamente i risultati erano stati manipolati ad arte.

Con l’acquisizione di Monsanto da parte di Bayer, definita dagli analisti del settore come “il matrimonio del peggio del peggio con il peggio del peggio” è evidente che il nuovo polo del male rappresenti un ulteriore passo avanti nel controllo delle risorse alimentari e della salute dell’umanità e del pianeta. Una minaccia di fronte alla quale siamo tutti chiamati ad agire perché è palesemente prevedibile che chi trae profitto contemporaneamente dal vendere farmaci e pesticidi eserciterà sempre maggiori azioni lobbistiche volte a favorire un pericoloso, mortifero ed incontrastato controllo e dominio di ogni forma di vita. Chi sono i veri ecoterroristi?

Incendiato centro ricerca MONSANTO
Un attacco incendiario ha causato danni ingenti alla sede della multinazionale Monsanto di Olmeneta (Cremona), dove lavorano 11 persone. Nella notte di sabato 15 Aprile sono state lanciate contro il magazzino e il laboratorio di ricerca quattro bottiglie molotov che hanno provocato un incendio, domato solo dopo parecchie ore da squadre dei vigili del fuoco giunte da Cremona. Incendio che sarebbe stato ancora più grave se due delle molotov non fossero rimaste inesplose. Su un muro esterno dei laboratori è stata lasciata la scritta: “Bayer Monsanto matrimonio criminale – No Ogm”. I responsabili dell’azienda stimano che il danno ammonti a diverse centinaia di migliaia di euro: nel rogo sono state distrutte le attrezzature per la ricerca e le fiamme hanno colpito anche la cosìddetta
“camera del freddo”, dove sono stoccati semi sperimentali. La scritta si riferisce all’acquisizione della Monsanto da parte della Bayer nel 2016. Nell’Aprile del 2001, i magazzini di Lodi dove erano stoccati semi di soia e mais vennero distrutti da un incendio doloso. Anche in quel caso era stata trovata una scritta sui muri dello stabilimento: “Monsanto assassina – No ogm”. Lo stabilimento della Syngenta Seeds spa a Casalmorano (Cremona) nell’Aprile 2004 subì un attacco rivendicato da una scritta anti-ogm sul lato nord del fabbricato. La multinazionale era già stata presa di mira l’anno prima. E nel Maggio 2002 era stato colpito lo stabilimento di Madignano (Cremona). In tutti i casi i danni causati sono stati ingenti.
Info da: www.autistici.org/cna

TGMaddalena.it

Dal giornale ecologista L’Urlo della Terra, num. 5, Luglio 2017

Dove trans-xeno-femminismo, queer e antispecismo incontrano la tecnoscienza – Il cyborg: una metafora che si incarna, un dispositivo di potere e la fine di ogni liberazione

“Tuttavia, dai laboratori scientifici in cui ormai la Natura e gli altri viventi erano imprigionati, studia ti, torturati e vivisezionati, geneticamente modificati, o anche avviati verso una soluzione finale, la Natura riemerge prepotentemente dal seppellimento ideologico del meccanicismo, come un filo d’erba ritrova la luce spuntando dall’asfalto e dal cemento che ha sepolto la terra.”1

Viviamo in tempi di alleanze e di incontri tra realtà trans-xeno-femministe, queer, antispeciste, e lungo questi sentieri riemerge e si afferma con forza il cyborg e le tecnoscienze trovano la propria strada. È significativo e preoccupante, segno di questi tempi, che anche da contesti antispecisti, quindi si dovrebbe presupporre dalle ceneri dell’umano e dell’antropocentrismo, emerga il cyborg. Il significato del cyborg va oltre alla stessa Haraway, è rappresentativo di queste tendenze contemporanee. Con queste mie riflessioni vorrei mettere in luce le vicinanze, i punti di contatto e le sovrapposizioni con le stesse logiche e strutture di dominio e perchè queste nuove tendenze rappresentano la fine di ogni possibile liberazione.
Il cyborg, per i suoi sostenitori, è una creatura in un mondo post-genere, non condizionato dalla riproduzione sessuale biologica, è figura sovversiva del sistema dominante fondato su una serie di dicotomie sè/altro, femmina/maschio, natura/cultura, mente/corpo, uomo/macchina. Si situa -non situato- al di là della differenza intesa come opposizione maschile/femminile, per decostruire la soggettività fondata su un sistema eteronormativo, aldifuori da ogni binarismo.
Dalla moltitudine di Negri e Hardt già si delineava una contaminazione e un meticciato con le macchine. Una moltitudine ora diventata queer che include il cyborg.
Il cyborg diventa compagno di specie nella grande famiglia di queer, alieni, ibridi, surrogati, strumenti viventi, oncotópe. 2
Una fusione tra organico e inorganico, tra carne e silicio dove i confini del corpo non coincidono più con la pelle, la tecnologia pervade il corpo che diventa oggetto di intervento tecnologico. Queste trasformazioni e fusioni tecnologiche non sono possibili e sono inimmaginabili senza gli sviluppi delle tecno-scienze. La metafora cartesiana animale come macchina viene ribaltata in macchina come animale, non si esce da quella logica, la si cristallizza nei corpi. Viene difesa la visione del corpo come macchina in quanto immagine del soggetto multiplo e denaturalizzato. L’artefatto, il simulacro, lo spazio virtuale diventano parametri della nuova soggettività. La soggettività viene ripensata in termini di processo, complessità e rapporto con le tecnologie. Le tecnologie della comunicazione e le biotecnologie diventano gli strumenti principali per ricostruire i nostri corpi. Queste tecnologie costruiscono oggetti in cui la differenza tra macchina e organismo è offuscata.
Il significato di questo affascina le teoriche e i teorici delle teorie queer e della decostruzione, un significato che si fonde in profondità con l’ossessione del corpo, un corpo percepito come una gabbia, con la non accettazione della nostra animalità, della nostra vulnerabilità, dei nostri limiti, della nostra inadeguatezza alla fredda tecnica, con l’ossessione della natura. Ma qui non c’è nulla da decostruire perchè non c’è nulla di costruito. Se poi tutto è filtrato attraverso una concettualizzazione è un altro discorso e se il concetto di natura è stato usato dal potere per distinguere chi era ritenuto diverso, anormale, deviante, in base a norme sociali, culturali e politiche, per reprimerlo e normalizzarlo, questo non vuol dire che la natura in sè, e non resa concetto e potere normativo, sia portatrice di tali disuguaglianze e soprusi, questo non vuol dire che non esiste un già dato, a prescindere da quello che noi possiamo cogliere. Affermare che la natura non esiste è pericoloso e al tempo stesso senza fondamento reale, è solo una speculazione filosofica. Sempre se non vogliamo arrivare ad affermare che la stessa realtà non esiste, perchè con queste premesse è qui che si arriva. Dovremmo sbarazzarci di questa eredità cartesiana o arriveremo in un deserto della critica paralizzando ogni possibile resistenza e sovvertimento. Il pensiero invece che espandersi si annichilirebbe su sé stesso incapace di cogliere le reali sfide che questo esistente ci pone davanti.
Il cyborg diventa anche la nuova soggettività femminista e il simbolo dell’anti materno. La procreazione è considerata come il principio della dipendenza dall’uomo, così con le tecniche di riproduzione assistita le donne si svincolerebbero dal ruolo storico di genere sciogliendo il binomio donna/madre. In quest’ottica la realizzazione dell’utero artificiale finalmente libererebbe le donne dal vincolo biologico della procreazione e annullerebbe le differenze tra sessi intorno al materno.
Le implicazioni di tutto questo vanno invece proprio nella stessa direzione di un sistema patriarcale che da sempre ha cercato di dominare la donna e di appropriarsi della sfera riproduttiva. Viviamo in tempi tempi di risignificazione della maternità, della dimensione procreativa, di cancellazione della madre, della donna, della lesbica. Rivendicare che la maternità è una dimensione che appartiene alla donna e riappropriarsi di essa non è “ridurre la donna al ruolo di madre”, come spesso viene contestato, la gravidanza è una possibilità e una scelta, significa opporsi a questa appropriazione da parte dell’uomo, del sistema medico e tecnico, dello stato, delle aziende della riproduzione.
Alcune analisi trans-xeno-femministe-queer-antispeciste sono consapevoli delle conseguenze di un sistema tecno-scientifico, ma la loro risposta è creare una resistenza interna e fanno emergere una visione positiva e amichevole del rapporto corpo-macchina nel nostro mondo ad alta tecnologia considerando le tecnoscienze come potenzialmente liberatrici.
“Noi possiamo essere i responsabili delle macchine, loro non ci dominano, nè minacciano; noi siamo i responsabili dei confini, noi siamo loro”, “Alla fine del Ventesimo secolo, in questo nostro tempo mitico, siamo tutti chimere, ibridi teorizzati e fabbricati di macchina e organismo: in breve, siamo tutti cyborg”, afferma la Haraway nel Manifesto cyborg. 3
“I cyborg non comprendono solo i corpi high tech dei piloti militari o degli atleti, ma anche le masse enormi del proletariato digitale che nutre l’economia globale.” scrive Braidotti. 4
Secondo queste analisi la tecnologia, la macchina siamo già noi, con le lenti a contatto, pace maker, cellulari. Constatare che siamo pervase dalla tecnologia e circondate da protesi tecnologiche non equivale ad eccettare questo stato di cose. Si leggono accostamenti alquanto superficiali, c’è un’enorme differenza tra le lenti a contatto, un pace maker e un intero sistema tecno-scientifico che penetra nella nostre vite, che modifica la stessa percezione della realtà attorno a noi. Stiamo parlando di ingegneria genetica, nanotecnologie, neuroscienze, di un controllo totale sui processi vitali di ogni essere vivente, di una nocività ecologica, sociale e sistemica. In questa direzione precipiteremo in un mondo interamente guidato dalla macchina dove saremo ingranaggi di questa macchina.
Le tecnoscienze attraversano i corpi, ma non è un attraversamento metaforico e indolore, non è una rappresentazione astratta, è politica e fisica. È in atto una profonda trasformazione, un cambiamento strutturale proprio come una mutazione genetica. Di fatto chi può permettersi di immaginare futuri distopici sta parlando da una situazione privilegiata che ha perso il contatto con la realtà, con le conseguenze sociali ed ecologiche delle tecnoscienze.
Basterebbero queste parole della Haraway per respingerla dall’universo antispecisita: “Si, tutti i calcoli valgono ancora; si, difendo l’uccisione degli animali per delle ragioni e in particolari condizioni material-semiotiche che ritengo tollerabili in base al calcolo di un bene superiore.” 5
Eppure viene presa come spunto anche da contesti antispecisti nonostante il fatto che con le sue argomentazioni offra una copertura ideologica e una giustificazione alla sperimentazione animale, all’allevamento, addestramento, uccisione di animali per scopi di ricerca e alimentari e all’ingegneria genetica. La Haraway afferma che l’animale all’interno del laboratorio avrebbe uno spazio di libertà: “gli esperimenti non possono dare risultati in assenza di cooperazione da parte degli animali”6. Che libertà sadica e perversa, all’interno dei laboratori c’è solo sottomissione e coercizione: animali rinchiusi, immobilizzati in strutture di contenzione, sottoposti a torture, come immaginare una cooperazione? Il laboratorio, come l’allevamento, è una strutture di potere, l’unica libertà gli animali rinchiusi la strappano ai loro aguzzini in quelle forme di resistenza che segnano e incidono una rottura e che rappresentano ciò che rimane di non addomesticato. Eppure la Haraway pensa agli animali in un laboratorio non come vittime, ma come “attori del laboratorio” attribuendogli un potere d’azione che nella realtà è loro negato.
Viene effettuato un riconfiguramento perverso e crudele dove i vivisettori diventano “persone che assistono agli animali”, “addetti alla cura degli animali” per ottenere i risultati sperimentali e l’animale diventa “paziente”. “I cuccioli dovevano diventare pazienti per poter divenire in seguito tecnologie e modelli. […] I cani non avrebbero potuto fungere da modelli se non fossero stati trattati come pazienti” 7 .
Il rapporto di potere e prevaricazione tra aguzzino e animale, totalmente riconfigurato, diventa un rapporto tra paziente e chi se ne prende cura. Ottima copertura ideologica e giustificazione alla sperimentazione animale. I vivisettori vengono assolti per le atrocità commesse e al tempo stesso viene sviato lo sguardo e la comprensione dalla realtà del dominio.
“Josef Mengele mostrava lo stesso tipo di falsa cura, per i bambini ebrei o zingari, sui quali eseguiva i propri esperimenti ad Auschwitz, quando li alloggiava in camere pulite e offriva loro qualche dolcetto.”8
Dai laboratori della DuPont viene creata l’oncotopa, un topo transgenico brevettato nel 1987. Nel suo DNA e in quello di tutta quanta la sua progenie, c’è un gene che se stimolato sviluppa un tumore. La chiamo oncotopa e non oncotopo perchè è la femmina che è stata modificata per gli studi sul tumore al seno. Ci troviamo davanti a una femmina ingegnerizzata per altre femmine. La Haraway si chiede per chi vive e muore oncotopo e si risponde per le donne malate di tumore al seno, quando in realtà vive e muore per le multinazionali farmaceutiche e biotecnologiche anch’esse responsabili di un mondo tossico e cancerogeno e di quel paradigma che vede il vivente come modificabile e artificializzabile.
La Haraway rivendica un dominio strumentale e lo rafforza ancora più in profondità affermando che animali ibridi come l’oncotopa incarnano una politica trasgressiva, anti-umanista: “L’incrocio trasgressivo inquina le eredità genetiche trasformando la natura nel suo opposto binario, la cultura.” 9
In questa concezione, che non è solo della Haraway, ma fa parte delle tendenze contemporanee, l’oncotopa è una sfida all’antropocentrismo, in grado di decostruire la nozione di purezza, di razza, mettendo in discussione la sacralità della vita, individuando nell’angoscia di contaminazione l’origine del razzismo così come è parte delle parallele angosce di genere.
Usare l’ibridazione come interessante concetto non porta nessun oltrepassamento dei confini umanistici: diventa una nuova ideologia dell’appropriazione e affonda prepotentemente nella carne del mondo. Modificare il vivente è il culmine di una visione umanista che vede la natura e l’intero vivente come mera materia da domare e piegare ai nostri fini. Un ritorno a Bacone. L’apoteosi di una razionalità tecnologica. Una stretta di mano alla Du-Pont.
La Haraway e la Braidotti affermando che l’oncotopa è loro sorella stanno nascondendo il vero abisso che le separa da questa creatura transgenica, l’abisso in cui sprofondano i corpi animali ingegnerizzati, l’abisso in cui sprofonda la natura artificializzata, l’abisso di un sistema tecno-scientifico. Chiamandola sorella oncotopa non aprono interessanti incontri con nuove soggettività in divenire, ma perpetuano il dominio.10
Come una trottola impazzita verso futuri fantascientifici e strane visioni, entusiasmandosi da nuove creature post disastro, un accellerazionismo che mentre accellera la sua corsa stritola sempre di più corpi e il mondo intero. Anche animali con tre occhi resilienti a una catastrofe atomica potrebbero aprirci nuovi entusiasmanti incontri e riflessioni su altre soggettività, ma non dovremmo forse distruggere una società mortifera?
“Come potrebbero, nell’ambito dell’attuale situazione culturale, femministe e antirazzisti fare a meno del potere del laboratorio di rendere dubbio ciò che è ritenuto normale?” 11 In queste considerazioni attenzione a non far sfuggire un particolare fondamentale. Si sta parlando di un laboratorio e di ciò che si crea al suo interno. Tutto ciò che esce da un laboratorio non può essere considerato quale elemento potenzialmente in grado di scardinare una struttura di potere di cui è intriso. Che logica perversa. Attraverso un gesto di decostruzione che i derridiani invidierebbero, il racconto fondativo della tecnoscienza rovescia termini ereditati di cultura e natura per poi dislocarli. 12
Dislocarli nei laboratori… Se femministe e antispecisti si trovano a loro agio tra creature transgeniche, se si trovano a loro agio nelle stanze dei laboratori significa che non sono più in grado di vedere la violenza, l’orrore, il dominio per quello che sono. Come potremmo situarci nelle stanze delle multinazionali biotech, agrochimiche, farmaceutiche dove esercitano il loro potere senza sentire l’odore dei cadaveri? Marcuse afferma: “In questo mondo vi sono modi di essere in cui uomini e cose sono “in sé” e “per sé” e modi in cui essi non sono, e cioè in cui la loro natura (essenza) è distorta, limitata o negata”. 13
Le creature transgeniche diventano sostrato del dominio, private della libertà, esistono nella distorsione e nella negazione della loro natura. L’essere topo, il vivere libero, nel suo ambiente, con i suoi simili, è negato. La struttura del sistema non è per niente intaccata da tutte queste decostruzioni, anzi, né esce rafforzata.
Se le riflessioni antispeciste contemporanee non prendono atto di tutto questo ma seguiranno queste direzioni si stanno di fatto schierando dalla parte dell’ideologia del dominio.
Come possiamo rivendicare che siamo tutte/i dei tecno-mostri, dei cyborg e percepire in questo un potenziale in grado di scardinare strutture di potere? Un post-umano troppo umano, che non ha per nulla decostruito l’umano, altrimenti avrebbe ben compreso che siamo animali e non cyborg… Il/la cyborg costruisce l’uomo come interrelazione con le macchine. Diventa costruttore di significato come tutti quegli aggettivi oggettivanti che costruiscono l’uomo, maschio, etero, occidentale, sano, bello. Il cyborg si immerge nella macchina antropologica facendo scomparire ancora di più l’animale che siamo, gli altri animali e la vita stessa. Appropriandosi di queste metafore e di questi significati si stà gettando le fondamenta di una nuova edificazione dell’umano. Se questa concettualizzazione passa, non passa semplicemente per registrare l’attualità, ma arriva a costruire la stessa percezione della realtà e di noi stesse/i e a legittimare e rafforzare un sistema tecno-scientifico di biopotere.
Noi e ogni altro animale veniamo dissolte/i nell’affermare che siamo tutte/i prodotti delle tecno-scienze, che siamo tutte/i cyborg. Veniamo fagocitate/i. La tristezza è che questo dispositivo di cancellazione, della nostra e altrui animale esistenza è creato e messo in moto da aree femministe e antispeciste. Si stanno imprigionando corpi in strutture di potere ancora più impercettibili perchè travestite da processi emancipatori, il cyborg è un dispositivo di potere performativo che smembra corpi come quegli stessi dispositivi specisti che si combattono. Un divenire di nuove soggettività che in realtà esse stesse fagocitano… e cosa rimane nell’arido terreno delle tecno-scienze? Solo oncotope, ibridi, mutazioni genetiche, cyborg…
Riscopriamoci animali come carne-del-mondo non separabile dalla natura. Ciò che ci accomuna con gli altri corpi, con gli altri animali è l’essere senzienti, desideranti, l’essere vulnerabili, l’essere mortali e i nostri vissuti carnali. Questo che ci accomuna, la zòe, il vivere comune a tutti gli esseri viventi, precede ogni costruzione, categorizzazione, concettualizzazione. Dalla riflessione sugli altri animali non dobbiamo far scomparire, come spesso accade, gli animali selvatici e il mondo naturale. Non vengono presi in considerazione perché nella nuova visione di mondo che parte dell’antispecismo propone il selvatico è stato rimosso e la natura o non esiste o è da riprogettare o è da cancellare, con un eco che risuona di transumanesimo.14
La difesa del selvatico e degli ecosistemi rappresenta la breccia per resistere al dominio della megamacchina che si estende a tutti gli elementi vitali resi merci da utilizzare, da depredare e resi basi inerti da modificare e plasmare. Un altro sguardo riconosce un valore intrinseco a un ecosistema nella sua complessità e biodiversità, dove ogni parte della natura non è oggetto rispetto a un soggetto umano, ma soggetto.
Si sta parlando di riprogettare il mondo e i corpi, di tecnoscienze come strumento di liberazione, tutto questo ha oggettivamente un significato ben chiaro e delle conseguenze sull’intero vivente.

Contributo per l’Incontro di Liberazione Animale e della Terra, Luglio 2017
Silvia Guerini dal giornale ecologista “L’Urlo della Terra”, num.5, Luglio 2017 www.resistenzealnanomondo.org

1 Giannetto E. (2012), La natura come persona, in Animal Studies, rivista italiana di antispecismo, politiche della natura, Novalogos, p.32

2 Haraway D. J. (1995), Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli. Preciado P., Moltitudini queer – Note per una politica degli anormali, www.incrocidegeneri.wordpress.com

3 Haraway D. J. (1995), Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli, pag. 40,41

4 Braidotti R. (2014), Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte, Derive Approdi.

5 Ibid., pag.187 6 Weisberg Z. (2010), Le promesse disattese dei mostri. La Haraway, gli animali e l’eredità umanista, op. cit., pag.185 7 Ibid, pag.188 8 Ibid., pag. 189

9 Ibid, pag. 99 10 Braidotti R. (2015), Per amore di zoe. Intervista di Massimo Filippi ed Eleonora Adorni. Liberazioni, rivista di critica antispecista, numero 21.

11 Haraway D.J. (2000), Testimone_Modest@ FemaleMan©_ incontra_Oncotopo™ Zipporah W., Le promesse disattese dei mostri, op.cit., pag.205

12 Haraway D. J. (2000), Testimone_Modest@ FemaleMan©_incontra_Oncotopo™. op. cit., pag.144

13 H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, pag. 141

14 lesbitches.wordpress.com: manifesto xenofemminista; estetica aliena: xenofemminismo e animali non umani

scaricabile in pdf: cyborg