Verso il laboratorio mondo – Introduzione alla presentazione del libro “Fare un figlio per altri è giusto – Falso” di Daniela Danna

VERSO IL LABORATORIO MONDO

Introduzione alla presentazione del libro “Fare un figlio per altri è giusto – Falso” di Daniela Danna, 13 Settembre 2017, Rovereto

L’utero in affitto, con la mercificazione della capacità riproduttiva della donna, con la compra-vendita di una bambina, con il diventare imprenditrici di noi stesse, si colloca perfettamente all’interno delle logiche neoliberali di questo sistema che mercifica e che si appropria di ogni dimensione. Questo mio intervento cerca di cogliere la complessità in cui si situano l’utero in affitto e la procreazione medicalmente assistita all’interno del paradigma e dell’operare del sistema tecno-scientifico, soffermandomi sulle tecnologie di riproduzione artificiale: la fecondazione in vitro e la diagnosi pre-impianto.
Gli sviluppi dei processi tecnologici che manipolano il vivente ci pongono su un piano differente, più profondo: non si tratta più solo di mercificazione, di sfruttamento, di gestione e di controllo. Benchè tutti questi piani non scompaiano, ci troviamo anche davanti a una pervasività tecnologica totale, che penetra nelle dimensioni vitali, che nel mentre modifica il vivente e la materia – come accade per le modificazioni genetiche e nanotecnologiche – trasforma e crea anche una nuova realtà, una nuova percezione di noi stesse, del nostro essere e stare nel mondo e del mondo attorno a noi. Nello specifico, la riproduzione artificiale è la risignificazione e la conseguente metamorfosi della maternità, della procreazione, e un passo verso la metamorfosi dell’essere umano e dell’intero vivente. Un passo in quel processo che sta artificializzando il mondo: se il vivente diventa altra cosa, sia in seguito ai processi di ingegnerizzazione, sia nella percezione che di esso se ne ha, il vivente sarà totalmente inglobato dal sistema.

Dalla sperimentazione sugli animali, che sia effettuata in un laboratorio di vivisezione o in un allevamento ipermoderno industriale, lo sguardo si sposterà sempre sulle possibili applicazioni sull’uomo, che costituiscono in molti casi il vero scopo della ricerca intrapresa. Individuare l’origine delle tecnologie riproduttive è fondamentale per comprendere che si sono sviluppate per selezionare determinate caratteristiche e successivamente modificarle con l’ingegneria genetica.
La zootecnia è la storia della produzione di corpi docili attraverso la selezione di caratteristiche esteriori fisiche, produttive, comportamentali. Le tecnologie riproduttive hanno affinato tale selezione e, procedendo di pari passo con le acquisizioni nell’ambito della transgenesi e della clonazione, sono stati prodotti i primi animali transgenici per diversi scopi come aumentare la filiazione, diventare resistenti ad alcune patologie, estrarre molecole per la realizzazione di farmaci, xenotrapianti, modelli di ricerca – pensiamo all’oncotopa, topa modificata geneticamente per sviluppare il tumore al seno.
Il primo ricercatore che in Francia ha fabbricato la prima bambina in provetta, non a caso si è prima cimentato sugli altri animali, nella fattispecie sulle mucche da latte per aumentare la loro produzione. Ritroviamo gli stessi fautori che si destreggiano nei diversi eppur simili laboratori.
Nella Gestazione Per Altri (GPA) gli ovuli possono essere della stessa donna che affitta l’utero o di un’altra donna. Esistono cliniche con enormi banche di ovuli di venditrici selezionate per le loro caratteristiche. Basta ascoltare le interviste di alcune donne che affittano l’utero alla Biotexcom a Kiev, interviste che si possono trovare sul sito internet della clinica1, per renderci conto che per queste donne è meglio se gli ovuli provengono da altre donne, al fine di tentare di allontanarsi psicologicamente dalla bambina che nascerà, per tentare di non sentirla come propria: “noi dobbiamo prepararci psicologicamente a non provare un amore materno, […] so che quando li vedrò non mi somiglieranno, avranno i lineamenti di due persone a me estranee e per questo non potranno mancarmi.”, spiega una donna in attesa di due figli avuti con ovuli di un’altra.
Se gli ovuli provengono da un’altra donna viene effettuata la fecondazione in vitro (FIV), che presuppone la diagnosi pre-impianto (DPI). Prima di impiantare gli embrioni nell’utero della futura madre che ha fatto ricorso alla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) o della madre che ha affittato l’utero, vengono praticati dei test genetici su una decina di embrioni, per determinare i probabili tratti e la predisposizione a svariate patologie, al fine di selezionarne i migliori“.
Nella scelta di questi caratteri resta sospesa una questione: per quanto tempo saranno ammessi degli “scarti”? Chi definisce i caratteri “migliori”, performanti? Ciò che sarà considerato anormale, deviante, non produttivo, non funzionale a questo sistema verrà semplicemente eliminato all’origine. L‘eugenetica è imprescindibile da tali tecnologie. Come pensiamo di poter rimanere soggetti attivi in grado di gestire o controllare l’intero processo?
La FIV e la DPI hanno tutte le caratteristiche per diffondersi. Lo sviluppo della genomica, per un’analisi del DNA e un’interpretazione delle sue variazioni sempre più precisa, oggi è cruciale in ogni campo della medicina. Una medicina che sta diventando sempre più genomica, personalizzata e preventiva. Abbiamo già vari test genetici post natali obbligatori per patologie metaboliche ereditarie,2 e la conseguente schedatura delle/dei neonate/i testate/i, in un secondo tempo il numero di questi test si amplierà a molte altre patologie, o presunte tali. Non sarà necessario che siano obbligatori anche gli interventi di prevenzione, basterà far leva sulla paura.
L’infinita possibilità delle nostre vite viene ridotta alla probabilità di un algoritmo e messa nelle mani di chi deciderà cosa definire normale o patologico in un riduzionismo genetico che rimane tale anche se personalizzato.
La previsione adesso arriva fino all’embrione. Non sono necessari investimenti specifici perchè è l’intero settore della genomica che sta crescendo in questa direzione.
Anche per la FIV e la DPI, come tutte le altre tecnologie, per creare accettazione e per promuoverle, si fa leva sulla salute, nello specifico per i problemi di fertilità e per rintracciare patologie genetiche della futura/o nata/o. Ma l’analisi dei dati su chi fa concretamente ricorso alla PMA dimostra che sempre più coppie fertili e senza problemi di trasmissioni di patologie genetiche scelgono la fecondazione in vitro con il solo scopo di fare ricorso alla diagnosi pre-impianto unendovi la possibilità, ad esempio, di selezionare alcune caratteristiche fisiche come il sesso o il colore degli occhi. Questo è quanto avviene per ora negli Stati Uniti, ma è una tendenza significativa della direzione che sta prendendo.
Verrà creato e alimentato il desiderio di dare alla figlia che nascerà un’eredità genetica migliore di quella che potrebbero fornire i propri stessi gameti. Con la nuova tecnologia di ingegneria genetica CRISPR/CAS 9 è possibile praticare la correzione del genoma -l’editing del genoma- in modo più economico, rapido e preciso. Questa tecnologia si sta sviluppando per la modificazione di vegetali, di animali da allevamento e da laboratorio, per le terapie geniche, con un’attenzione particolare verso il potenziale uso per creare modificazioni nella linea germinale umana. Gli esperimenti vengono effettuati su embrioni scartati dalle cliniche di fecondazione assistita.
Tutto ciò che serve per la selezione umana è già presente o in fase di ulteriore affinamento o in fase di ricerca: l’estrazione degli ovuli, essere in grado di fecondarli e trapiantarli, la crioconservazione degli embrioni, i software per analizzare e comparare i risultati della sequenza genetica, nuove tecnologie di ingegneria genetica e le ricerche su cellule staminali per trasformarle in gameti.
Allo stato attuale, non si effettuano ancora manipolazioni genetiche al momento delle diagnosi pre-impianto, ma l’idea della fabbricazione della “bambina/o perfetta/o” sottende il mito dell’uomo perfetto, dell’uomo potenziato del transumanesimo.
Nel corpo delle donne avverrà una sperimentazione biotecnologica con conseguenze per le future generazioni. Le manipolazioni genetiche, così come le modificazioni della linea germinale, hanno conseguenze irreversibili. Forse si pensa che non si arriverà mai a tanto, che le manipolazioni genetiche si fermeranno alle monocolture agricole. Ma tutto ciò che è possibile fare tecnicamente verrà fatto socialmente e non esiste nuvola etica che possa impedirlo. E se anche non sarà possibile farlo tecnicamente, nel mentre avremo interiorizzato una precisa idea di vivente, un vivente imperfetto da modificare e migliorare.
Non sarà un dittatore visionario che imporrà l’eugenismo, ma progressisti democratici stanno aprendo la strada a una genetica liberale. Una volta che la procreazione medicalmente assistita sarà estesa a tutte e tutti si entrerà in un circuito in cui, in nome della libertà di scelta, si creerà un contesto in cui non si potrà fare altrimenti. In un domani non troppo lontano sarà definito prima irresponsabile e poi criminale mettere al mondo figlie/i senza ricorrere alle tecnologie di riproduzione artificiale garantite e gestite da un apparato medico e tecnologico.
Tanto più sono profonde e irreversibili le conseguenze di queste tecnologie, tanto la nostra lotta dovrebbe essere radicale e dovrebbe andare in profondità, con la consapevolezza che nel nuovo mondo che si va costruendo, o de-costruendo, avremo sempre più a che fare con chimere e con figlie/i che, anche se resteranno tali, diventeranno dello Stato e del capitale tecno-industriale che ne rivendicherà la gestazione nel proprio grembo, il laboratorio, e il successivo controllo e gestione.
Stiamo consegnando nelle mani di tecno-scienziati, biotecnologi, cliniche della riproduzione la dimensione procreativa, quanto dobbiamo aspettare prima che i colossi come Bayer-Monsanto punteranno su questo settore?
Le conseguenze vanno ben oltre la procreazione, così come per gli ogm o le particelle nanotecnologiche rilasciati nell’ambiente le conseguenze vanno oltre la pur gravissima nocività per la salute e per l’ecosistema. Ci troviamo davanti a una nocività sistemica, l’intera società viene ristrutturata. Possiamo immaginare queste tecnologie come dei nodi in cui si intrecciano varie dimensioni creando una rete in cui si sviluppa il sistema tecno-scientifico, in cui si sta progettando e costruendo un mondo sempre più informatizzato, ingegnerizzato, nanotecnologico e artificiale.

Silvia Guerini
www.resistenzealnanomondo.org

http://www.uteroinaffitto.com/dossier-di-rai-2-maternita-surrogata-presso-biotexcom/

Legge 19 agosto 2016, n.167 Disposizioni in materia di accertamenti diagnostici neonatali obbligatori per la prevenzione e la cura delle malattie metaboliche ereditarie.

ANALISI A CURA  DELL RETE NO BASI NÉ QUI NÉ ALTROVE
CRISI DELLA BASE AEREA DI DECIMOMANNU E DEL POLIGONO DI TIRO DI CAPO FRASCA
La Luftwaffe (Aeronautica Militare tedesca) è stufa, vuole lasciare la Sardegna. È da un anno che ormai lo annuncia mettendo in subbuglio il Ministero della difesa italiana, che tanto contava su di loro per il mantenimento e la gestione dell’aeroporto militare di Decimomannu e del poligono di Capo Frasca. Non vede le ragioni per cui deve spender tanto per lavorare solo otto mesi all’anno; le attività militari necessitano di strutture efficienti, funzionali e permanentemente attive, non sono un gioco e tanto meno enti di carità. Però vede bene e sente meglio che l’aria sta cambiando: i soldi del ministero italiano per il rinnovamento delle strutture stanno diminuendo; il silenzio della popolazione, non più così silenzioso, è sempre meno complice. Insomma la Luftwaffe, insensibile al pietoso prostrarsi di persone, enti locali e ministeri che la pregano di non andarsene, potrebbe letteralmente fare armi e bagagli. A leggere i giornali dei primi mesi del 2016 si annunciano scenari apocalittici: “La chiusura della base rappresenta la morte per questo territorio, ………Con la partenza dei tedeschi non rimarrà nulla…..” sono le parole del sindaco di Villasor; “L’eventuale chiusura della base metterà a rischio tutto il tessuto sociale del territorio e in difficoltà almeno cento famiglie per complessivi 2.000 lavoratori – ha tuonato il sindaco di Decimo – Si tratta di 80 milioni di euro di stipendi, con 80 ditte locali esterne che lavorano per la base, impiegando mille persone”. Zombie che parlano di morte e del nulla, sindaci che apertamente dichiarano che nel loro territorio esistono nuclei familiari con venti componenti attivi aventi un reddito tre volte superiore alla media regionale. Tra sceneggiate e improbabili balletti di numeri, a ben guardare, è una vera tragedia: vivere la vita a tinte mimetiche, inabili di immaginare un futuro senza ordini, divise, guerre e inquinamento. Senza leggere tra le righe le attività militari evidentemente non portano solo morte, distruzione e oppressione a chi le subisce, ma annullano anche ogni capacità di giudizio a chi le pratica, creano strutture e menti parassitarie, conducono alla morte sociale. Vogliamo raccontare perciò la storia e la crisi, i silenzi e i rumori, dell’aeroporto militare di Decimomannu e del poligono di tiro di Capo Frasca. Ci piace credere che non sia ancora troppo tardi per liberare i nostri territori e le nostre menti dall’ingombrante presenza militare. Speriamo nel declino dell’aeroporto militare e ci auspichiamo che veramente comporti la crisi del settore nonché la chiusura anche del poligono di Capo Frasca. Per raggiungere questo parziale obiettivo rinnoviamo l’invito di rendere inospitale il nostro territorio alle attività militari e all’economia di guerra, e contribuire a dare la spallata finale per chiudere quello sciagurato luogo di morte.

LA DESCRIZIONE
LA BASE AEREANATO DIDECIMOMANNU
L’aeroporto militare di Decimomannu è situato a 25 km dalla città di Cagliari in direzione nord-ovest. Occupa circa 6 kmq di demanio sottratti ai comuni di Decimomannu, San Sperate e Villasor mentre gode di oltre 12 kmq di servitù, che impegnano il territorio di ben più comuni oltre quelli su cui insiste. Le attività della base aerea sono strettamente connesse al Poligono di tiro di Capo Frasca, destinato in modo specifico al bombardamento aereo, tanto da poter essere considerati un unico insieme gestito dall’AWTI (Air Weapons Training Installation) infrastruttura dedicata all’addestramento con i vari sistemi d’armamento aria-aria e aria-superficie. È l’unica base aerea europea dotata di Air Combat Manoeuvring Instrumentation (ACMI) che comprende uno spazio aereo controllato mediante sensori computerizzati e un poligono di bombardamento. Una enorme zona di restrizione dello spazio aereo lo collega direttamente al poligono di Capo Frasca, indicata nelle carte militari con la sigla D40, situata fuori dalle acque territoriali, adibita all’addestramento per il combattimento aereo e tiri aria-aria. L’aeroporto è dotato di due radar: uno assolve compiti di difesa nazionale e il secondo è utilizzato dal centro di controllo e avvicinamento per coordinare e dirigere il traffico aereo (militare e civile, sia in arrivo che in partenza) dall’aeroporti di Decimo e di Cagliari- Elmas. Bisogna precisare come le bombe sganciate dai velivoli militari in addestramento, in partenza dall’aeroporto di Decimomannu, non colpiscono solo il Poligono di Capo Frasca, dedicato esclusivamente a questo scopo e strettamente dipendente dall’aeroporto; anche gli altri due grandi poligoni sardi di Capo Teulada e del Salto di Quirrasono in parte coinvolti. IL POLIGONO DI TIRO DICAPOFRASCA Il poligono di tiro sulla costa occidentale dell’Isola, èutilizzato dalle aeronautiche e dalle marine italiane, tedesche e Nato per esercitazioni di tiro a fuoco aria-terra e mare-terra. Vi sono situati impianti radar, eliporto e basi di sussistenza. Occupa interamente la penisola che chiude a sud il golfo di Oristano estendendosi per una superficie a terra di 14,16 Kmq, espropriate al paese di Sant’Antonio di Santadi, ormai ridotto a un numero esiguo di abitazioni e di abitanti; e impegna un’area di sicurezza a mare di 3 miglia lungo la fascia costiera e di 3 miglia quadrate all’interno del Golfo di Oristano, interdetta alla navigazione. Le ricadute sul territorio comprendono il divieto di esercitare la pesca e la presenza di ordigni inesplosi in mare e in terra. Territori coinvolti: Arbus, Terralba, Santa Giusta, Oristano, Cabras e Riola Sardo.

LA STORIA
L’aeroporto militare di Decimomannu nacque come campo di manovra durante la seconda guerra mondiale e diventò a tutti gli effetti un aeroporto il 3 giugno 1940. In seguito all’armistizio passò sotto il controllo della United States Army che lo ampliò. Per motivi strategici l’aeroporto rimase inutilizzato dalla fine della guerra fino al 1954, anno in cui l’Italia concedette segretamente diverse basi alla NATO e agli Stati Uniti d’America. La costruzione delle strutture attuali, che lo porteranno a diventare la principale base per l’addestramento avanzato degli equipaggi di volo della NATO, ebbe inizio nella primavera del 1955. Lo sviluppo dell’aeroporto in questa fase della guerra fredda è legato alla creazione, nel 1956, del Poligono di tiro di Capo Frasca. Sin dalla sua prima occupazione il Poligono di Capo Frasca è risultato strettamente collegato alle attività dell’aeroporto, l’insieme della base aerea di Decimomannu e del poligono di Capo Frasca diventò la prima sede dell’AWTI. Il reparto italiano nacque ufficialmente il 15 febbraio 1957 con la denominazione ufficiale “Centro Addestramento al Tiro” (CAT) di Decimomannu. Lo stesso anno fu costituita anche un’unità canadese per l’addestramento al tiro aereo, la A.W.U. (Air Weapons Unit) della Royal Canadian Air Force (R.C.A.F.). Il 16 dicembre del 1959 fu firmato l’importante accordo “trinazionale”, in cui oltre all’Italia e al Canada, che si esercitavano regolarmente nella base di Decimomannu, si aggiunse anche la Luftwaffe della Germania Occidentale. Alle tre nazioni che avevano firmato l’accordo si aggiunsero inoltre, con schieramenti temporanei, gli USA con l’U.S. Air Force (USAF) e l’U.S. Navy. Negli anni settanta Decimomannu diventò sede di addestramento e successivamente scalo delle forze americane durante la sanguinosa guerra in Vietnam. Nel 1970 la Canadian Air Force lasciò Decimomannu e venne rimpiazzata dalla USAF e dalla britannica Royal Air Force (RAF) che iniziarono ad operare con continuità nella base al termine del 1970. Alla fine degli anni settanta la presenza degli schieramenti USA si fece sempre più importante determinando un considerevole incremento dell’attività di volo tale da far stabilire a Decimomannu il triste record di aeroporto con il più alto numero di decolli e atterraggi presente in Europa. Nei periodi di esercitazioni più intensive, a cui conseguirono importanti conflitti (guerra nei Balcani, prima guerra del Golfo), si contò una media di circa 60.000 movimenti annui, pari a circa 450 giornalieri. Nel corso degli anni novanta abbandonarono l’aeroporto l’USAF nel 1991 e la RAF nel 1998, lasciando le sole aeronautiche militari italiana e tedesca a continuare le attività addestrative peculiari del AWTI.
Attualmente i due utenti principali dell’aeroporto di Decimomannu e del poligono di Capo Frasca, da esso dipendente, sono la Luftwaffe (Aeronautica militare tedesca) e l’Aeronautica Militare Italiana (AMI), ma temporanei accordi internazionali di cooperazione permettono la partecipazione di tutte le forze aeree della NATO e di paesi non aderenti, come la SAF (Swedish Air Force), la IAF (Israeli Air Force) e laSwiss Air Force. L’Italia e la Germania impiegano e condividono le strutture operative per l’addestramento e logistiche dell’A.W.T.I. con oneri suddivisi al 50%, sulla base di un accordo bilaterale sottoscritto nel settembre del 2009 e rinnovato per altri 3 anni nel febbraio del 2013. Ora, alla conclusione degli ulteriori tre anni l’aeronautica militare tedesca ha manifestato l’intenzione di non rinnovare l’accordo. Tale decisione è destinata a sollevare rilevanti problemi di gestione economica, i cui costi ricadranno così interamente sull’Aeronautica Militare italiana. Come abbiamo visto le attività di addestramento dell’AWTI (Air Weapons Training Installation), sono indissolubilmente legate all’esistenza del poligono di Capo Frasca, di fatto una dipendenza dell’aeroporto di Decimomannu che funge da principale (anche se non esclusivo) bersaglio dei bombardamenti aerei necessari al funzionamento di tale struttura. L’abbandono dell’A.W.T.I. da parte dell’aviazione militare germanica, è destinata quindi a mettere in crisi anche la gestione del Poligono di Capo Frasca. L’aeroporto militare di Decimomannu ha ricoperto, anche negli ultimi anni, un ruolo di fondamentale importanza logistica per i killer dell’aeronautica militare di tutto il mondo. L’aviazione militare israeliana si è addestrata qui dal 2003 al 2013, partecipando a quasi tutte le esercitazioni aeree internazionali svoltesi nella base persino dopo le stragi in Libano del 2006 e a Gaza nel 20096. Nel 2011 partirono da Decimomannu gli aerei delle forze NATO e non (come gli Emirati Arabi) che parteciparono ai sanguinosi bombardamenti in Libia. La base è all’origine di una serie impressionante di incidenti aerei dagli effetti letali: dal 1956 a oggi si registrano 68 aerei precipitati con 19 piloti morti, civili feriti, bombardamenti aerei accidentali, missili fuori rotta, etc. Inoltre le attività della base hanno provocato un disastroso inquinamento delle aree agricole circostanti. Le perdite delle tubature e il continuo sversamento di cherosene hanno compromesso le falde acquifere a tal punto da interdirne qualunque utilizzo. Per queste ragioni, a cui va aggiunto un insopportabile inquinamento acustico, una parte della popolazione di Decimomannu e dei paesi nelle vicinanze, negli ultimi vent’anni, poco per volta, ha preso coscienza di ciò che vuol dire vivere con un aeroporto militare di fianco a casa. Sono state diverse le proteste, le denunce, e le manifestazioni antimilitariste e ambientaliste contro questa intollerabile presenza.

LA LOTTA ANTIMILITARISTA E LA CRISI RECENTE
Benché nel tempo siano state numerose le proteste contro le attività militari dell’aeroporto di Decimomannu e le loro conseguenze, solo negli ultimissimi anni sembra che queste abbiano raggiunto un’efficacia tale da contribuire alla crisi di questa mortifera struttura. Alla fine dell’estate del 2014 le bombe sganciate da un cacciabombardiere tedesco partito dall’aeroporto di Decimomannu provocò un enorme incendio nel poligono di Capo Frasca. Questo episodio, a cui i media regionali diedero ampia rilevanza, indignò profondamente l’opinione pubblica creando le premesse per una grandissima partecipazione al corteo indetto a Capo Frasca per il 13 settembre. Durante la manifestazione centinaia di manifestanti abbatterono le reti di delimitazione e fecero irruzione all’interno del poligono. Ciò indusse il ministero della difesa ad annullare l’esercitazione VEGA in programma per l’autunno del 2014, cui era prevista anche la partecipazione dell’aviazione militare israeliana. In seguito a questa clamorosa azione di protesta il ministero della difesa ha accettato che nella programmazione delle attività militari in Sardegna fosse inserita una piccola riduzione delle giornate di bombardamento, concedendo per il poligono di Capo Frasca una pausa estiva più lunga, dal 1° giugno al 30 settembre. La protesta popolare e la riduzione delle giornate a disposizione, hanno anche avuto un seguito nel dibattito parlamentare tedesco, rafforzando probabilmente la determinazione del governo germanico a spostare altrove l’addestramento delle sue forze aeree, abbandonando l’accoppiata aeroporto di Decimomannu poligono di Capo Frasca. Queste piccole concessioni del ministero della difesa, relative alla riduzione delle attività di bombardamento, hanno indotto il Co.Mi.Pa. regionale ad approvare il programma militare del primo semestre 2016, per la prima volta in 10 anni. Tali concessioni erano però destinate a rimanere sulla carta, tanto che, nella stessa programmazione semestrale appena approvata, si poteva rilevare come dal 9 al 12 Giugno 2015 fosse in programma su tutti i poligoni sardi una grande esercitazione internazionale denominata STAREX 2015 (Sardinia Tactical Air Range Exercise), che si sarebbe dovuta proiettare proprio dall’aeroporto militare di Decimomannu verso i principali poligoni sardi, a cominciare da Capo Frasca. Il Co. Mi. Pa. Regionale si è poi rifiutato di approvare la programmazione militare nei successivi semestri.
Nell’aprile del 2015 la Rete no Basi né Qui né Altrove ha quindi indetto una manifestazione per l’11 giugno con l’intento dichiarato di bloccare l’esercitazione STAREX, prevista dal calendario delle esercitazioni dal 9 al 12 giugno. Il 3 giugno l’Aeronautica Militare, Reparto sperimentale e di standardizzazione al tiro aereo di Decimo, con la palese intenzione di scoraggiare la partecipazione alla manifestazione, ha reso noto che l’esercitazione STAREX non era più in programma e che una seconda importantissima esercitazione NATO, la Trident Juncture 2015, prevista l’autunno successivo, sarebbe stata riprogrammata sull’aeroporto di Trapani, il che, secondo l’Aeronautica Militare, avrebbe prodotto importanti perdite economiche per il territorio. Come già comunicato in altre sedi – concludeva il comando – la decisione di tale spostamento è stata presa dall’Aeronautica Militare perché si è ritenuto che in Sardegna non sussistessero le condizioni per operare con la serenità necessaria per attività di tale portata e complessità, che avrebbero coinvolto tutte le aeronautiche dei Paesi Nato. Tale comunicato dell’Aeronautica Militare è stato accolto con favore dalla Rete No Basi e dagli altri partecipanti, che non solo hanno confermato la volontà di manifestare ma hanno considerato le dichiarazioni dei militari un successo e una conferma dell’efficacia della propria strategia di lotta. Di fatto nel giorno della manifestazione l’aeroporto di Decimomannu risultava completamente bloccato e inattivo, protetto da un imponente schieramento di polizia e di personale militare, deciso ad impedire ai manifestanti di raggiungere il perimetro della base. Il corteo è riuscito comunque a raggiungere i reticolati in prossimità delle piste di atterraggio, passando per le campagne di Decimomannu. Al tentativo dei manifestanti di oltrepassare le reti e fare irruzione, polizia e militari hanno risposto con violente cariche, cui è seguito un duro confronto che si è protratto nel pomeriggio, sino a che i manifestanti sono rientrati, sempre in corteo, senza aver subito né arresti né feriti gravi.
In seguito a questo smacco le forze militari e i loro fiancheggiatori politici e sociali hanno attuato contromisure, sia sul piano della comunicazione pubblica sia di natura più esplicitamente repressiva. Già il 29 Giugno 2015, guidati dal sindaco di Decimoputzu i sindaci dei comuni confinanti l’aeroporto militare di Decimomannu (Decimoputzu, Decimomannu, San Sperate, Villasor) hanno organizzato una manifestazione a favore della presenza della base militare; iniziativa cui hanno aderito alcuni sindaci di piccoli centri che nulla hanno a che fare con l’aeroporto (Villaspeciosa, Vallermosa, Ussana e Perdasdefogu), un pugno di consiglieri regionali di varia provenienza, e qualche centinaio di persone, tra cui si sono distinti i sindacalisti della CISL e militari del COCER. La manifestazione contro la Starex dell’11 Giugno 2015 ha avuto anche strascichi repressivi, con l’annuncio di numerose denunce a carico dei manifestanti, cui vengono contestati vari reati (resistenza, violenza, etc.). Poco dopo a un compagno del nord Sardegna è stato notificato un foglio di via per la provincia di Cagliari. Venticinque fogli di via dalla provincia di Cagliari hanno anche raggiunto altrettanti partecipanti al campeggio antimilitarista che si è svolto a Cagliari dal 9 all’11 Ottobre 2015 e che si è concluso con una manifestazione cittadina violentemente caricata dalla Polizia. A novembre si è poi svolta l’esercitazione NATO Trident Juncture 2015 che, al contrario di quanto annunciato dall’Aeronautica Militare Italiana col comunicato dello scorso 3 Giugno, ha utilizzato come base di appoggio anche l’aeroporto militare di Decimomannu. L’impiego dell’aeroporto di Decimomannu è stato però marginale, con uno schieramento di mezzi molto ridotto rispetto a quanto annunciato in precedenza, il grosso delle forze aeree NATO in Italia è stato infatti schierato nell’aeroporto militare di Trapani Birgi in Sicilia. La Sardegna è stata pesantemente investita dall’esercitazione, che ha impegnato tutti i principali poligoni, concentrandosi soprattutto in quello di capo Teulada, con bombardamenti aerei e navali, sbarchi, schieramenti di mezzi corazzati e tiri di artiglieria. Contro questo osceno spettacolo di morte si sono svolte in Sardegna varie manifestazioni, culminata con la mobilitazione del 3 Novembre 201513, indetta dalla rete No Basi né Qui né Altrove, con l’intento esplicito di ostacolare lo svolgimento delle operazioni militari. Più di mille persone hanno partecipato a questo corteo, nonostante la giornata lavorativa, i blocchi stradali, i check point e i divieti, hanno percorso decine di km per ore, e per due volte nella giornata sono riuscite ad interrompere l’esercitazione. Questo clamoroso successo delle forze antimilitariste che operano in Sardegna ha certamente aggravato le preoccupazioni delle forze militari, che hanno reagito, come in precedenza, sia sul piano repressivo che su quello della comunicazione pubblica.
Tutti i manifestanti identificati per aver fatto irruzione all’interno del poligono di Capo Teulada sono stati denunciati per aver violato il perimetro militare, comprese tre ragazze minorenni poi prosciolte dal tribunale dei minori per l’irrilevanza del fatto sul piano penale, mentre alcuni militanti hanno subito una perquisizione con le fantomatiche ipotesi di reato di divulgazione di atti d’ufficio e vilipendio alle forze armate. I personaggi legati ai poteri militari che operano all’interno delle istituzioni pubbliche hanno proseguito la loro azione a favore delle basi: in particolare alcuni sindaci dei paesi prossimi all’aeroporto militare di Decimomannu, assieme ad alcuni sindacalisti della CISL e militari del COCER, hanno portato avanti le loro pressioni nei confronti della presidenza regionale allo scopo di ottenere, per il momento invano, un esplicito impegno a favore del suo mantenimento. Paventano un’imminente catastrofe economica dovuta al drastico ridimensionamento delle attività militari, per via del probabile abbandono da parte dell’aeronautica militare tedesca della struttura combinata Base Aerea di Decimomannu – Poligono di Capo Frasca. Sostengono le loro motivazioni con stime fantasiose dell’indotto economico dovuto alla presenza di questa base, favoleggiano di 1500 posti di lavoro, un valore esagerato di oltre dieci volte. Contemporaneamente decine di agricoltori e di famiglie residenti lungo il perimetro dell’aeroporto hanno intentato una causa contro il Ministero della Difesa, chiedendo di essere risarciti per il grave inquinamento delle acque di falda dovuto allo sversamento di cherosene da parte della base, motivo per cui si è dovuto vietare l’uso delle acque dei pozzi in tutta la zona.

PROSPETTIVE FUTURE
I recenti successi degli antimilitaristi sardi, che nelle loro attività hanno ricevuto aiuti e solidarietà da varie realtà italiane, ha senz’altro contribuito ad aggravare la crisi dell’aeroporto militare di Decimomannu e del poligono di Capo Frasca ad esso collegato, rafforzando la determinazione dell’aeronautica militare tedesca ad abbandonare questa struttura allo scadere del contratto di co-gestione spostando le sue forze aeree su altre aree di addestramento. Un simile avvenimento avrebbe certamente serie conseguenze per la gestione dell’aeroporto militare, lascerebbe infatti l’intero onere all’aeronautica militare italiana che, da sola, non avrebbe le risorse per mantenere questa struttura agli attuali livelli. Questa crisi, che essi stessi hanno contribuito a provocare, apre importanti prospettive per il movimento antimilitarista. Il probabile prossimo abbandono del partner tedesco potrebbe avere come conseguenza:  nel migliore dei casi la restituzione del poligono di Capo Frasca agli usi civili, la chiusura di uno dei principali centri di aggressione militare nel Mediterraneo negli ultimi 75 anni, la bonifica ed il recupero di immensi territori;  nel peggiore dei casi potrebbe invece condurre a un nuovo contratto di affitto di questa mortifera struttura, che il Ministero della Difesa italiano cercherà senza dubbio di proporre alle forze aeree di altri stati, desiderosi di addestrare i loro killer al bombardamento aereo. Non mancherebbero purtroppo i possibili candidati, a cominciare da Israele. Il futuro non è scritto. L’esito di questo duro confronto, che da almeno quattro decenni oppone la popolazione alle forze di occupazione militare, dipenderà anche dalle azioni che il movimento antimilitarista sarà in grado di mettere in campo nei prossimi mesi.

Maggio 2016 Rete NoBasi NeQui NeAltrove
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NOTE
1) 29 gen 2016 su SARDINIAPOST
2) Occupati simultaneamente a Capo Frasca ma di ampiezza maggiore i poligoni di Capo Teulada (di 7200 ettari) e di Quirra (il cosiddetto PISQ, di 14.300 ettari) sono investiti anche da altre devastanti attività militari dispiegate dalla Marina Militare, dall’Esercito Italiano, da un gran numero di forze armate estere (NATO e non) e dall’industria militare privata (bombardamenti navali e di artiglieria con base a terra, sbarchi di mezzi anfibi , schieramento e tiri di carri armati, impiego di missili, armi anticarro, smaltimento di armamenti obsoleti, vere e proprie guerre “simulate”, sperimentazioni militari di ogni tipo, etc.), hanno quindi un utilizzo più ampio e non sono strettamente dipendenti dall’aeroporto militare di Decimomannu.
3) Sant’Antonio di Santadi è una frazione del comune di Arbus, da cui dista circa 23 km; al 31 dic del 2015 risultano 85 abitanti residenti. Gli abitanti dopo dieci anni dall’esproprio delle terre non erano stati ancora indennizzati, non sappiamo se sia mai avvenuto.
4) 8 settembre del 1943
5) Spring Flag, Star Vega e Starex
6) Operazione piombo fuso
7) INCIDENTI:  4 Settembre 1969 – un aereo della NATO, in esercitazione nel poligono di tiro di Capo Frasca, mitraglia una barca da pesca della cooperativa del golfo di Marceddì, trapassando entrambe le gambe di Manfredi Catalano, pescatore diciottenne di Terralba.  23 maggio 2001- una barca da pesca viene affondata da un missile partito dalla base di Decimomannu – Capo Frasca.  14 ottobre del 2005-strage evitata per miracolo,un caccia AMX appena decollato rischia di precipitare sul paese a causa diun guasto al motore in fase di decollo. Solo grazie all’abilità del pilota riesce un atterraggio di fortuna in aeroporto. La cosa si viene a sapere solo nel gennaio 2008 per via di una onorificenza concessa dal presidente della repubblica al pilota.  20 ottobre 2005 – Un cacciabombardiere AMX diretto a Capo Frasca ha un’avaria subito dopo il decollo, il pilota scarica carburante e munizioni e dirige l’aereo in una zona di campagna, prima di lanciarsi con il paracadute. Strage evitata per un soffio: l’aereo senza controllo ha sfiorato case di campagne e contadini al lavoro sui campi prima di schiantarsi tra i carciofi.  La notte tra il 22 ed il 23 maggio 2006 – due aerei caccia monoposto F16 dell’Aeronautica militare italiana decollati dalla base militare di Decimomannu si sono scontrati in volo e sono precipitati vicino a Capo Ferrato. È accaduto durante una missione di addestramento nell’ambito dell’esercitazione multinazionale “Spring flag 2006”.
8) L’organismo di controllo con cui il governo regionale vigila sulle attività militari nell’isola. 9) Esagerando la portata dell’esercitazione Trident Juncture 2015, l’Aeronautica Militare lamentava che si sarebbe verificata la mancata presenza addirittura di80 velivoli e circa 5.000 militari di varie nazionalità per quattro settimane
10) Paolo Truzzu (Fdi-An), Stefano Tunis, Edoardo Tocco, Alberto Randazzo e Ignazio Locci (Fi), Piero Comandini e Franco Sabatini (PD)
11) la stampa parla di 400 partecipanti
12) il Ministero della Difesa ha indicato 30 aeromobili schierati a Trapani su 41 complessivi impiegati nell’esercitazione in Italia
13) La manifestazione del 3 novembre 2015 è stata oggetto di una pesante repressione preventiva da parte delle forze poliziesche: nei giorni precedenti la questura di Cagliari ha recapitato in gran fretta agli attivisti decine di fogli di via dal territorio comunale di Teulada e Sant’Anna Arresi, ed ha proibito preventivamente qualunque movimento dei manifestanti, con l’intento di immobilizzarli all’interno di un parcheggio, lontanissimo dalle esercitazioni. Nella giornata del 3 Novembre decine di posti di blocco occupavano tutte le strade di accesso mentre plotoni di carabinieri circondavano il punto di concentramento; i bus noleggiati dai manifestanti provenienti da Cagliari venivano bloccati lungo la strada di accesso, deviati in aperta campagna e circondati da forze ingenti di polizia decise a non lasciarli proseguire. L’azione decisa di un migliaio di manifestanti convenuti, durata tutta la giornata, portava di seguito a: rompere l’accerchiamento dei posti di blocco, liberare tutti i manifestanti bloccati lungo strada e nei bus (tranne una dozzina di attivisti oggetto di foglio di via, che la polizia aveva preventivamente “deportato” nel vicino comune di Giba), rientrare in corteo verso il punto di partenza, passando per i campi per aggirare i blocchi della polizia, raggiungere in un ultimo sprint il perimetro delle esercitazioni, facendo irruzione nel poligono e provocando il blocco dei bombardamenti di artiglieria in corso da parte delle forze NATO, mentre la polizia caricava rabbiosamente ma inutilmente la coda del corteo, rientrare quasi indenni al punto di partenza, ancora una volta senza subire ne arresti ne feriti gravi.

Volantino distribuito durante una biciclettata contro TAP

PEDALANDO CONTRO TAP
Bloccare tutto! è stato non solo uno slogan ampiamente usato, ma anche un buon suggerimento di metodo nei momenti caldi della lotta contro il gasdotto Tap che vogliono realizzare nel Salento. È la pratica del blocco selvaggio che ha rallentato i lavori e contrastato la realizzazione dell’ennesima nocività che Stati ed Economia vogliono
imporre sulle nostre teste. Una pratica che va tenuta, rafforzata, perfezionata, generalizzata… anche quando pare non ce ne sia la possibilità.
Se Tap dichiara il blocco dei lavori nel periodo estivo, per non disturbare il turismo e arrecare quindi danni all’economia del luogo, allora forse è il caso che a disturbare questa stagione turistica, ad uso e consumo di chi può permetterselo, siano coloro che a Tap si
oppongono. Perché i problemi che Tap ha già portato, e vuole portare sul territorio salentino, è giusto che si manifestino come i problemi di chi vive questo territorio esclusivamente come luogo di consumo. Perché se il motore di una grande opera è quello economico, è inceppando e danneggiando l’economia che si pone la questione e si contrasta l’opera. Perché se il problema del gasdotto non interessa a coloro che vedono il
Salento solo come un divertimentificio a cielo aperto, è necessario intralciare i loro divertimenti. Perché coloro che sono abituati a volgere sempre lo sguardo altrove, sarà costringendoli a guardare che potranno vedere la realtà di un’opera come Tap, che non è solo un semplice tubo d’acciaio, ma un’opera di colonialismo energetico che porta con sé il riflesso di un mondo. Porta con sé le guerre scatenate per impadronirsi del gas da portare in Occidente; porta con sé le cause per cui milioni di uomini, donne e bambini da quelle guerre scappano e le migliaia che nella fuga muoiono, e porta con sé la nuova guerra
appena dichiarata dal governo italiano ed europeo attorno alle coste libiche, nella vana speranza di arginare la fuga di quei disperati.
In tutto ciò è riflessa l’immagine di Tap. E Tap e i suoi accoliti delle forze dell’ordine, sempre pronti a controllare e reprimere qualunque forma di dissenso, dovranno capire che avranno a che fare con una opposizione sempre più estesa, fantasiosa e diffusa sul territorio.

Nemici di Tap

Biciclettata lungo la litoranea, con striscioni, volantini, megafono, e quant’altro ognuno avrà la fantasia di portare con sé per manifestare la propria opposizione.

DOMENICA 20 AGOSTO ORE 17

RITROVO AL CAMPEGGIO
INTERNAZIONALE DI FRASSANITO (OTRANTO),
ARRIVO A SAN BASILIO (MELENDUGNO). PERCORSO 12 KM

 

Germania: Incendiati 13 pozzetti dei cavi ferroviari

“19 giugno 2017

Questa mattina abbiamo incendiato i fasci dei cavi lungo varie tratte principali della ferrovia. Le ferrovie usano i canali dei cavi vicino alle rotaie non solo per la segnaletica interna ma li affittano anche ad altri gestori della rete. Interrompiamo lo sfruttamento economico totale. E con questo la svalutazione tanto interiorizzata della vita. Interveniamo in uno dei sistemi nervosi centrali del capitalismo: varie decine di migliaia di chilometri di tratte ferroviarie. Dove corrono merci, forza lavoro, anzitutto dati.
Dati come base per la valutazione e lo sfruttamento di tutto. Dati necessari per la fluidità dell’accentramento di tutti i processi (di lavoro) in una macchina capace di apprendere e di ottimizzarsi continuamente. In Germania in futuro sarà chiamata industria 4.0.
I G20 s’incontrano a luglio per far marciare la macchina nel miglior modo possibile. Si tratta della stabilità dell’economia mondiale. Come sempre. Si tratta dell’Africa come ampliamento neocoloniale della macchina. Non più di far solo bottino di materie prime bensì d’aprire l’accesso a nuove possibilità di sfruttamento, nuovi mercati, nuova forza lavoro. E di spostare il confine esterno UE dentro l’Africa del Nord per ricacciare coloro che dopo la distruzione, perpetrata dai G20, delle proprie condizioni di vita si mettono in marcia. Il “partenariato con l’Africa” vorrebbe imporre economicamente un argine di sicurezza che si carica del lavoro della protezione dei confini EU. Affinché la macchina funzioni ancora meglio e produca immagini meno brutte.

Non fermeremo i macchinisti, non ancora.
Ma dimostriamo che è possibile far perdere qualche colpo alla macchina anche se ne siamo parte e dovremmo esserlo sempre più in profondità.
Ai macchinisti ricordiamo la nostra contraddizione.
Come a luglio in occasione del vertice G20 ad Amburgo.
La protesta di massa sarà visibile a tutto il mondo.
Ed incoraggerà.
A non attendere ancora.
A non solo sperare.
Agire.
Provare, fallire. Provare ancora, fallire meglio.
Forse vincere.
In ogni caso arrivare più lontano.
Lungo la nostra via.
Cioè vivere.
Ora!

L’unica misura valida per la crisi del capitalismo è il grado d’organizzazione delle forze che lo vogliono distruggere.
Shutdown G20 – Amburgo fuori dalla rete!”

Fonte: Linksunten
Traduzione dal tedesco mc, CH
Info da: contrainfo.espiv.net

 

Corpi animali, dispositivi di potere, attacco al vivente. Dove si legano lo smembramento degli altri corpi animali e l’appropriazione della dimensione procreativa della donna

“Vista in sezione, la struttura sociale del presente dovrebbe configurarsi all’incirca così: su in alto i grandi magnati dei trust dei diversi gruppi di potere capitalistici che però sono in lotta tra loro; […] poi il proletariato, dagli strati operai qualificati meglio retribuiti, passando attraverso i manovali fino ad arrivare ai disoccupati cronici, ai poveri, ai vecchi e ai malati. Solo sotto tutto questo comincia quello che è il vero e proprio fondamento della miseria, sul quale si innalza questa costruzione, giacché finora abbiamo parlato solo dei Paesi capitalistici sviluppati, e tutta la loro vita è sorretta dall’orribile apparato di sfruttamento che funziona nei territori semi-coloniali e coloniali, ossia in quella che è di gran lunga la parte più grande del mondo. Larghi territori dei Balcani sono una camera di tortura, in India, in Cina, in Africa la miseria di massa supera ogni immaginazione.
Sotto gli ambiti in cui crepano a milioni i coolie della terra, andrebbe poi rappresentata l’indescrivibile, inimmaginabile sofferenza degli animali, l’inferno animale nella società umana, il sudore, il sangue, la disperazione degli animali… Questo edificio, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale, dalle finestre dei piani superiori assicura effettivamente una bella vista sul cielo stellato.”

Max Horkheimer1

In uno scritto di commento alla giornata dell’otto marzo leggo: “[…] la giornata dell’otto marzo ha mostrato contraddizioni interessanti. Da una parte a Milano, dal palco delle istituzioni in piazza Duomo, le oratrici parlavano della lotta per i diritti delle donne insieme ai diritti dei cani e dei gatti (perché il genere finisce per diventare una delle tante differenze e la violenza sulle donne una delle tante violenze). […]”2
Prendo come spunto questa considerazione portando un altro sguardo.
Inizio con una domanda: cosa significa essere umano?
Se ci pensiamo quel che viene considerato umano è una costruzione, è un fenomeno storico costruito sul sangue. L’uomo non è un’invariante, l’uomo esiste storicamente solo nella misura in cui trascende ed esclude la donna, la sua stessa animalità e gli altri animali.
Nei secoli l’umano viene definito mettendo in luce alcune caratteristiche che lo distinguerebbero, in modo inequivocabile, dagli altri animali. Una presunzione arbitraria e un’ideologia antropocentrica è il voler definire le caratteristiche che ci eleverebbero sopra gli altri animali.

“L’animale non parla, l’umano sì (Cartesio)
L’animale non ha un volto, l’umano sì (Levinas)
L’animale non muore, l’umano sì (Heidegger)”

Queste caratteristiche attraverso cui avviene la costruzione dell’umano sono esse stesse costruite. Si fondano su un’ideologia specista. Lo specismo non è un pregiudizio, ma un’ideologia che legittima, giustifica, naturalizza le pratiche, le strutture e i sistemi di disciplinamento, di sfruttamento, di smembramento e di uccisione dei corpi animali.
Solo perchè qualcosa come una vita animale è stata separata all’interno dell’uomo, solo perchè la distanza e la vicinanza con l’altro animale sono state riconosciute, è possibile opporre l’uomo agli altri viventi.
Agamben descrive perfettamente il dispositivo che permette la separazione e la ri-articolazione della coppia uomo/animale:

“Una macchina antropologica dove è in gioco la produzione dell’umano attraverso l’opposizione uomo/animale, umano/inumano, la macchina funziona necessariamente attraverso un’esclusione (che è anche e sempre già una cattura) e un’inclusione (che è anche e sempre già un’esclusione). Proprio perchè l’umano è, infatti, ogni volta già presupposto, la macchina produce in realtà una sorta di stato di eccezzione, una zona di indeterminatezza in cui il fuori non è che l’eslusione di un dentro e il dentro, a sua volta, soltando l’inclusione di un fuori.”3

Il confine, la barriera tra “animalità/umanità” è assolutamente arbitraria ed è una barriera che si sposta escludendo, e al tempo stesso producendo, di volta in volta un umano non ancora o non abbastanza umano, un subumano, animalizzandolo, designandolo come bestia, maiale, pidocchio, ratto…
Al centro di questa macchina dove dovrebbe situarsi il veramente umano c’è una zona di ridefinizione in cui la barriera può essere spostata. Al centro quindi in realtà c’è un vuoto, una vita separata ed esclusa da essa, una nuda vita.
L’umano quindi è un dispositivo di potere che traccia il confine tra ciò che è umano e ciò che non è umano. È un meccanismo di produzione dell’umano stesso che al contempo produce l’inumano.
La costruzione di significato passa anche attraverso tutti quegli aggettivi oggettivanti che costruiscono l’uomo come maschio, etero, occidentale, sano, bello. In questo processo di costruzione ciò che viene sacrificato, e non solo metaforicamente, è la donna e alla luce di quando emerso dalla macchina antropologica, uno sguardo più profondo non può non vedere l’Animale.
Ci troviamo immerse in una costruzione di senso, significato e valore attraverso il meccanismo di esclusione di chi rimane, strangolato e soffocato, ai margini.
Come se non esistesse la donna in quanto soggetto, ma solo in relazione al maschio, come se non esistesse l’animale in quando soggetto, ma solo in relazione all’umano. La stessa concezione della donna e dell’animale solo come oggetti di appropriazione.

Lo sguardo femminile decentrato sarebbe nella posizione favorevole per cogliere il legame con gli altri corpi animali da sempre assenti e oggetto del potere normativo e dei dispositivi di potere che si iscrivono nei corpi. Quello che vorrei mettere in luce è ciò che lega la donna agli altri animali, in quanto è il loro corpo che serve come materiale. La violenza contro i loro corpi viene naturalizzata, reinterpretata, risignificata e infine negata.
Esiste un sommerso che viene non solo reificato e sfruttato, ma annullato in quanto tale e riprodotto da questo sistema di potere che si esercita sull’animale attraverso il corpo e che produce corpi biopolitici. Un disciplinamento dei corpi e una produzione di corpi docili con la morsa dell’allevamento e le tecniche zootecniche che mirano a piegare il comportamento e la personalità dell’animale. Da una selezione a una manipolazione dei corpi: l’inseminazione artificiale e la genomica permettono di selezionare gli animali, l’ingegneria genetica permette di creare animali transgenici.
Il corpo dell’animale diventa un interscambiabile modello di specie. Le individualità vengono trasformate in esemplari di specie. Abbiamo mucche “da latte”, vitelli “da carne bianca”, tori “riproduttori”, maiali “da ingrasso”, scrofe “per la riproduzione”, galline “ovaiole”, visoni “da pelliccia e fattrici”, conigli “da carne” e da “sperimentazione”, pesci “d’allevamento”.
L’animale è così trasformato in strumento di produzione, in prodotto, in modello sperimentale che deve corrispondere a determinate caratteristiche.
Nella macellazione avviene uno smembramento dei corpi e gli animali diventano referenti assenti, animali in carne ed ossa vengono resi assenti come animali, affinché possa esistere la carne. Se gli animali sono vivi, non possono essere carne, di conseguenza, un corpo morto sostituisce l’animale vivente. Sono assenti nell’atto del mangiare carne in quanto trasformati in cibo. Sono resi assenti attraverso il linguaggio che rinomina i loro corpi morti, sono rinominati carne. Smembrati fisicamente e anche nella stessa ridefinizione di essi con le loro parti: la coscia, il petto, l’ala…

L’idea della catena di montaggio deve la sua nascita alla visita di Henry Ford alla catena di smontaggio del mattatoio di Chicago:

“L’idea mi venne naturalmente guardando il carrello sopraelevato che veniva utilizzato nelle industrie della carne di Chicago per la lavorazione del manzo”.4

Il destino degli animali nella macellazione è utilizzato per descrivere l’oppressione delle donne. La Dworkin osserva che

“l’idea prediletta della cultura patriarcale è che l’esperienza possa essere frammentata, che letteralmente se ne possano dividere le ossa, e che se ne possano esaminare i pezzi come se non ne facessero parte, o che si possano considerare le ossa come se non fossero parte di un corpo. Indugiamo sulla bistecca o sulle cosce di pollo come se non fossero parti di corpi. […] Ogni cosa è divisa: l’intelletto dai sentimenti e dall’immaginazione; l’azione dalla conseguenza; il simbolo dalla realtà; la mente dal corpo. Una parte sostituisce il tutto e il tutto è sacrificato alla parte.5

La descrizione metaforica della cultura patriarcale offerta dalla Dworkin si fonda sulla consapevolezza del fatto che gli animali vengono macellati nello stesso modo.
Riferirsi alle donne come a corpi senza volto, petti, cosce, spalle, natiche, rimanda all’atto violento della macellazione e, al tempo stesso, rafforza la violenza del riferirsi alle donne come a dei pezzi di carne. 6
Quando le femministe usano metafore animali in relazione alle donne usano metaforicamente ciò che viene fatto realmente agli animali. Rivolgendo il proprio sguardo solo verso le donne si inabissa la realtà che si nasconde dietro la metafora, che è parte della stessa struttura di potere che si vorrebbe stravolgere. Una sfida per il pensiero femminista è riconoscere i punti di intersezione e di sovrapposizione di queste due forme di oppressione, quella sulle donne e quella sugli altri animali.

Un’ingnegneria dei corpi in un sistema di fabbrica che invece di produrre merci utilizza esseri viventi come materia prima sfornando la morte come prodotto finale, un sistema di morte. Questa descrizione può ben rappresentare cosa erano i campi di concentramento e di sterminio, così come può ben rappresentare la realtà degli allevamenti, questi in più hanno la peculiare caratteristica di essere un’infinita riproduzione di corpi.
La violenza si de-materializza nell’automatizzazione della tecnonologia e i soggetti viventi diventando solo animali acquisiscono un’invisibilità, una distanza fisica e morale che separando l’essere umano dall’animale crea una separazione tra azione e conseguenze, annulla l’empatia e la responsabilità. Ampliando la ciecità anche verso le conseguenze su tutti gli esseri viventi e sul mondo intero di questo sistema tecnoscientifico.

Altri corpi animali, nell’oscurità dell’assenza di uno sguardo, nella normale pratica dell’allevamento subiscono inseminazioni forzate, costrette continuamente a riprodursi, a diventar madri per essere poi depredate della loro prole.
Le mucche “da latte” come tutti i mammiferi producono latte solo dopo il parto ed è per questo che vengono inseminate artificialmente e trascorrono in gravidanza nove mesi ogni anno. Miliardi di mucche diventano così macchine da riproduzione. Verranno quindi munte per mesi, durante i quali produrranno una quantità smisurata di latte, venendo “consumate”, nel vero senso della parola, in soli due-tre anni per poi essere macellate.
Il sistema tecnico-scientifico si appropria della loro dimensione procreativa, i loro corpi diventano veicoli di un dispositivo di potere che li ingloba. Quel che rimane dell’animale non è che lo spettro di una vita.
Anche la dimensione procreativa della donna è oggetto di appropriazione dalle industrie della riproduzione artificiale e da un sistema tecnico-scientifico.
L’utero in affitto ci pone una situazione a cui non possiamo sottrarci. In gioco non c’è solo la mercificazione della capacità riproduttiva della donna, ridotta a macchina da riproduzione e a materiale umano, non c’è solo la compra-vendita di una figlia che diventa un prodotto strappato dalla madre dopo la sottoscrizione di un contratto, non c’è solo la svendita di ogni autodeterminazione e libertà facendo proprie le logiche di questo sistema dove tutto è sottoposto al criterio dell’utile e dove diventiamo imprenditrici di noi stesse, non c’è solo la giustificazione dell’ingiustificabile, spesso da una posizione privilegiata, non c’è solo l’illusione delle regolamentazioni e non il vedere i reali interessi in campo, non c’è solo una nuova faccia del patriarcato, del potere maschile di coloro che non possono portare in grembo un figlio ma che ne vogliono uno per sé, non c’è solo l’eugenetica sottesa alla tecnica di fecondazione in vitro, non c’è solo l’appropriazione della dimensione procreativa da parte dello stato e delle aziende di riproduzione.
Nell’utero in affitto si intersecano e si sovrappongono tutti questi piani, tralasciarne uno e non cogliere l’insieme è far diventare parziale una critica e un’opposizione potenzialmente radicale.
Il filo che lega i vari piani è l’attacco al vivente in un mondo macchina dove la distopia di un mondo con l’utero artificiale che ci libererà da quel fardello della maternità e che cancellerà la differenza tra i sessi, ben rappresenta dove siamo arrivate.
Le biotecnologie riproduttive hanno una storia ben precisa che parte dalle manipolazioni genetiche e dai processi di disciplinamento dei corpi. Tracciare questi processi è fondamentale per comprenderli, per ritrovare gli stessi fautori che si destreggiano nei diversi eppur simili laboratori. In quest’ottica la critica non è più solo verso una questione prettamente commerciale, ma si allarga al paradigma e all’operare di questo sistema tecnico.
Procreazione medicalmente assistita (PMA), gestazione per altri (GPA), sperimentazione sugli animali, organismi geneticamente modificati e ingegnerizzati, per tutte queste pratiche e tecniche il danno è insito nella pratica e nella tecnica stessa, in quanto scandagliano nel profondo gli esseri viventi come mai prima. Al tempo della pecora Dolly ci dissero che il passo successivo di clonare esseri umani non sarebbe mai stato fatto, eppure anche prima di Dolly avevano detto che le manipolazioni genetiche sui vegetali non sarebbero mai state trasferite sugli animali. E oggi a che punto siamo? Una cosa sappiamo per certo e la storia della scienza ce lo dimostra: se vi è interesse su alcuni processi, e vi sono le possibilità tecniche di intervenire, questo verrà fatto e non esiste nuvola etica che possa impedirlo. Dalla sperimentazione sugli animali, che sia in un laboratorio di vivisezione o in un allevamento ipermoderno industriale, lo sguardo si poserà sempre sulle società umane, in molti casi il vero scopo della ricerca intrapresa.
Tanto sono più profonde e irreversibili le conseguenze di queste tecnologie, tanto la nostra lotta dovrebbe essere radicale e dovrebbe andare in profondità, con la consapevolezza che nel nuovo mondo che si va costruendo, o de-costruendo, avremo sempre più a che fare con chimere e con figlie/i che, anche se resteranno tali, diventeranno dello Stato e del capitale tecno-industriale che ne rivendicherà la gestazione nel proprio grembo, il laboratorio.
Come potremmo anche solo pensare di avere un’idea diversa di mondo quando l’unico modello sarà l’artificializzazione continua?

Luglio 2017
Silvia Guerini

1 M. Horkheimer, Crepuscolo. Appunti presi in Germania (1926-1931), trad. it. di G. Backhaus, pp. 68 – 70.
2 S. Gandini e L.Colombo, Di cosa parliamo quando parliamo di femminismo?, Via Dogana 3, 29 marzo 2017
3G. Agamben (2002), L’aperto. L’uomo e l’animale, Bollati Boringhieri, p. 42.
4C. Patterson (2015), Un’eterna Treblinka, il massacro degli animali e l’olocausto, Massimo Filippi (a cura di), Editorieir, p.77
5C. J. Adams (2010), Lo stupro degli animali, la macellazione delle donne, Liberazioni, rivista di critica antispecista, numero 1, p.49
6 I nostri corpi sono, non solo metaforicamente, ma realmente macellati e resi dei pezzi di ricambio nella predazione degli organi. La retorica del dono fa leva soprattutto sulle donne: madri che donano gli organi del figlio, ingannate da un potere medico che chiama morto un corpo con il cuore che batte e con il sangue che circola nelle vene, madri che portano avanti una gravidanza di un figlio anencefalico solo per poi farlo espiantare. www.antipredazione.org

G7 AGRICOLTURA: AFFARI, CONTROLLO E DOMINIO

Il 14 e 15 ottobre a Bergamo si svolgerà il G7 agricoltura, un teatrino del consenso in cui i “potenti” della terra sventoleranno i colori verdi della sostenibilità, dell’agricoltura biologica, delle produzioni piccole e locali, a km 0. Quello che succede e succederà concretamente, non deciso esclusivamente in questo vertice, è gettare tra le fameliche fauci del mercato globale i piccoli produttori agricoli, i territori, le popolazioni, gli ecosistemi naturali continuando così ad alimentare e sostenere l’agribusinnes.
Il sistema tecno-industriale non può essere sostenibile per sua stessa costituzione. Il fatto di tingersi di verde fa parte della necessaria veste con cui il potere si presenta in queste occasioni ufficiali: il verde rappresenta il modo con cui può coprire e giustificare nefandezze di ogni tipo.
Se il G7 agricoltura si svolge a Bergamo lo dobbiamo al ministro dell’agricoltura Martina. Anche lui, originario di questi territori, forse desidera sentirsi a “km 0” come le culture agricole che non ha mai visto, ma di cui gli piace narrare la storia ad ogni convegno. Recentemente ha dichiarato che la sua volontà, sostenendo vertici come il G7, è “dare voce a contadini, allevatori e pescatori di ogni parte del mondo per affrontare insieme questioni fondamentali”.
Come possiamo pensare che la voce dei contadini possa avere un peso di fronte a poteri forti come le istituzioni politiche, scientifiche e le compagnie multinazionali? L’unica cosa che questa affermazione implica, secondo noi, è piuttosto la creazione di nuovi enti e poteri i quali, mentre affermano di rappresentare le persone, schiacciano ogni residuo di autonomia rimasta e immettono nuove nocività certificate dall’organismo competente di turno. Quando non ci prendiamo ciò che vogliamo ma deleghiamo un qualche rappresentante non acquistiamo libertà, cambiamo semplicemente padrone. Quando questi poteri dicono che vogliono cooperare con tutti i soggetti interessati significa che non gli basta più sfruttare ma vogliono che le persone, sempre più atomizzate, partecipino al proprio sfruttamento su base volontaria: ecco il trionfo della democrazia e dei principi progressisti! Questi nuovi poteri/padroni vengono così accolti da quelli vecchi nelle stanze dei palazzi e insieme, si spartiscono quello che resta di un mondo sempre più allo sfascio. L’erosione genetica dalle colture agricole si è ormai trasferita nelle menti sempre più intossicate da questo sistema tecno-scientifico il quale da una parte distrugge la vita e dall’altra promette di “rifare” la natura in laboratorio attraverso le biotecnologie e, oggi, anche con le nanotecnologie, in una convergenza che ci ha portato fino alla biologia sintetica.
Di questo scenario è indispensabile fare qualche esempio per comprendere cosa sia quel “mondo verde” della tecnoindustria che tanto piace ai promotori del progresso illimitato. Staremo anche noi a “Km 0”!
A Stezzano (BG) ha sede il centro di ricerca genetica sulla cerealicoltura nel quale scienziati manipolano il DNA delle piante di mais per poi introdurle nel circuito agricolo. Questo significa che oggi l’agricoltura è strettamente subordinata a chi controlla i brevetti e che, come già accade in numerose zone del mondo, gli antichi e diffusi saperi vengono soppiantati dal nuovo verbo scientifico: anche se i semi della “rivoluzione verde” non hanno fatto alcun miracolo, ci penseranno quelli ibridi, manipolati geneticamente e col CRISP ( “Clustered Regularly Interspaced Short Palindromic Repeats”, evoluzione tecnica di manipolazione genetica) In vaste zone del pianeta i contadini subiscono il controllo, l’arroganza e la violenza delle grosse multinazionali come Monsanto che impongono le loro regole, in primis attraverso trattati commerciali che legittimano anche la repressione. La “possibilità” di scelta è una mera chimera: l’unica scelta è tra le pagine dei loro cataloghi… È questo che i potenti del G7 vogliono: un mondo in cui le persone, ed in particolare chi produce cibo a partire dalla piccola agricoltura vengano spogliate da ogni autonomia; un mondo in cui i cartelli dell’agrobusinnes siano proprietari del DNA degli esseri viventi. Un mondo totalmente artificializzato dove campo sperimentale e laboratorio diventano la nuova società, con un’unica condivisione di rischi e benefici. “Nuova” società nella quale chi è sacrificabile al mercato o al dio progresso arriva sempre dalla stessa direzione: gli sfruttati e sfruttabili di ieri e di oggi. Quando queste manipolazioni entrano fin dentro i corpi possiamo facilmente renderci conto, senza bisogno di essere tecnici o esperti, del grado in cui il potere ha colonizzato ogni sfera del vivente.
Altro esempio: a Grassobbio (BG) ha sede la multinazionale israeliana chimica Adama che produce e commercializza i veleni usati nelle nostre campagne tra i quali uno dei più dannosi ed anche il più diffuso: il glifosate. Aziende come queste fanno sì che l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e i cibi che mangiamo siano cocktail micidiali di molecole prodotte in laboratorio. Gli effetti nefasti dei veleni sugli organismi viventi sono tanti: malformazioni genetiche, desertificazione, fino alla morte di animali, piante e di interi ecosistemi. Un’altra sgradita eredità di questa guerra contro la natura è il cambiamento climatico. Ovviamente anche una compagnia come Adama non poteva non avere il suo corredo di menzogne e retoriche ambientaliste: infatti commercia anche “verdi” prodotti biologici! Questo è il significato di biologico per l’industria agroalimentare: una nuova area di mercato. Nulla di più lontano dalla sensibilità e cultura di chi ancora si produce il cibo senza uso di veleni. Come è possibile che l’economia e il capitalismo siano sostenibili? In altre parole, come è possibile che sfruttamento e accumulazione infinita in un pianeta finito siano sostenibili? È questo che fa l’economia: assorbire tutto ciò che può e metterlo a profitto. Ci sembra sia lo stesso processo che sta avvenendo per la maggior parte delle produzioni di agricoltura biologica: cosa è infatti un prodotto naturale? Al di là di ciò che contiene, dei suoi metodi di coltivazione e produzione, è attualmente parte di una forma astuta di marketing, la stessa che si è appropriata del prefisso “eco” per venderci i soliti veleni. I corpi umani e degli altri animali così come l’ambiente che ci circonda sono saturi di questi veleni e il modo migliore per continuare a propinarceli, oltre al ricatto economico, è appunto con l’inganno di un’immagine rustica e bucolica, verde e naturale.
Per promuovere il loro modello di mondo i vari G7, Expo, hanno bisogno di personaggi come Martina e di tutti coloro che hanno visto nel biologico e nell’industria della gestione della nocività la nuova possibilità di andare avanti e macinare profitti. Per rispondere anche a questa esigenza, a Bergamo è da poco stato creato il “bio-distretto” che, al di là dell’immagine che propaganda di sè, come ente che promuove sostenibilità, non è affatto il naturale approdo a cui giungono le piccole realtà agricole che da anni, a Bergamo e altrove, sono realmente impegnate in progetti dove non si usano veleni di nessun tipo e che vorrebbero invece portare una critica al modello dominante di produzione del cibo. Cosa sia in realtà il bio-distretto ce lo dice di nuovo il ministro Martina che, intervenuto all’inaugurazione di questo ente avvenuta il novembre scorso nel palazzo della Provincia, affermava che il “bio-distretto sarà il passepartout per il G7 agricoltura”. Cosa sia e come funzioni si evince anche dalla conferenza organizzata dal bio-distretto stesso a metà giugno a Bergamo: sono stati chiamati a tener banco tutta una schiera di associazioni di categoria, tecnici, presidenti, sindaci, assessori che in vario modo hanno continuato a sbandierare questa “attenzione alle piccole produzioni e all’economia dal basso”. Ma dove erano allora i piccoli produttori? Ovviamente non potevano esserci perchè certi contesti quando parlano di piccolo hanno in mente l’intensivo, quando pensano all’innovazione sognano parchi tecnologici e incubatori di imprese e se parlano di biologico stanno già pensando come avvelenare, a norma di legge, con produzioni “biologiche” che magari arrivano dalla Romania.
Di riflessioni da fare ce ne sarebbero moltissime e ci auguriamo che ognuno ricominci a farle con la propria testa e confrontandosi con gli altri. Pensiamo infatti che invece di proporre “formule magiche” per il cambiamento come fanno gli specialisti del dissenso e della politica sia, oggi, importante ricominciare dalla critica radicale a questo mondo per iniziare a disintossicarsi da tutte le nocività che ammorbano i corpi e le menti. Pensiamo sia importante rendersi conto che viviamo in una condizione di evidente dipendenza da questo sistema e che, se è il suo abbattimento che vogliamo, dovremo ricominciare ad agire concretamente, ogni giorno, cercando di strappare sempre più spazi di libertà e di autonomia.
Colonizzando con i suoi messaggi ogni canale informativo, il sistema fa spesso credere a tutti noi che non ci sia nessuna possibilità di vivere e pensare un mondo radicalmente diverso. Una cosa è certa, un’altro mondo è si possibile, ma dobbiamo sbarazzarci prima di questo. Chi ci dice che è possibile coabitare con questo esitente fatto di sfruttamento, magari parlandoci di etichettatura, metodo precauzionale, tracciabilità e sicurezza rappresenta spesso l’impostore che non ha intenzione di cambiare nulla ma semplicemente cerca una nicchia etica e solidale dove sistemarsi e annidarsi.
Con questo coordinamento di persone critiche contro il G7 vogliamo provare a ridare senso a quello che sono questi incontri ufficiali e smascherare chi da questi incontri trae profitto per continuare a mantenere le cose come stanno, dichiarandosi oppositore ma, concretamente, sostenendo e servendo sempre i poteri alti e forti.
Il nostro percorso di critica e lotta non inizia con il G7 agricoltura e sicuramente non finirà con il vertice di ottobre qui a Bergamo. Pensiamo sia importante tornare a mobilitarci in prima persona e costruire percorsi critici che possano passare anche dalla produzione di cibo dal basso, con terra non avvelenata e autoproduzioni, piccoli mercatini slegati dalle regole e dalle certificazioni del bio-industriale, fino a momenti di opposizione all’avvelenamento in corso, per esempio contro i pesticidi, gli OGM, le monocolture industriali…
Non vogliamo essere un’alternativa, non abbiamo niente da sostituire e contrabbandare in questo mercato: l’alternativa alla guerra non è la pace, piuttosto un mondo dove le premesse stesse per cui una guerra è possibile siano scardinate alla radice.

Assemblea ecologista “Le Ortiche”

Contattaci:
avvelenate@anche.no

scarica il pdf del volantino: G7 DEFINITIVO

È USCITO IL QUINTO NUMERO DEL GIORNALE ECOLOGISTA RADICALE L’URLO DELLA TERRA

In questo numero:

Monsanto-Bayer matrimonio criminale
Ecologismo e transumanismo connessioni contro natura
Dove trans-xeno-femminismo, queer e antispecismo incontrano la tecnoscienza
Il cyborg: una metafora che si incarna, un dispositivo di potere e la fine di ogni liberazione
Vaccini: armi di distruzione di massa
G7 agricoltura: affari, controllo e dominio
Come sbancarsi la vita la fondazione Mach in Trentino
Non una semplice isola
Loro hanno paura di noi perchè noi non abbiamo paura di loro
La riproduzione artificiale dell’umano di Alexis Escudero – Ortica edizioni, 2016
Salti nella notte…
Disarticolare il mondo dell’autorità

EDITORIALE:
In tanti anni che lavoriamo su questioni come l’ecologismo, le nocività e la tecnologia, abbiamo sempre pensato che il punto di partenza, preliminare ad ogni percorso di lotta, fosse quello di chiarire, tra le varie posizioni critiche, chi questo sistema di sfruttamento lo vuole combattere e chi invece lo rafforza alimentandolo, costruendogli possibili scappatoie.
Parlando di nocività, per esempio, il lavoro svolto da gran parte dell’ambientalismo e da certo ecologismo è il caso sicuramente più emblematico e significativo su come il sistema non solo abbia recuperato delle istanze, ma su come sia riuscito a intervenire e trasformare la realtà in nome di queste. Negli anni si è aggiunto anche l’animalismo e gran parte dell’antipecismo.
Abbiamo però dato per scontato che certi ambienti più sensibili con idee radicali verso le trasformazioni di questo mondo fossero perlomeno più fermi nel considerare e riconoscere certi processi come manifestazioni del potere. La scienza può forse essere considerata neutrale in questi tempi? Eppure in tante/i hanno posto dei seri dubbi sulla non neutralità.
In vari mesi di presentazioni del giornale, ma anche dei nostri progetti legati alla critica delle tecno-scienze, non avremmo pensato di uscirne così sconfortate/i. Sconforto perchè è come se tutto un lavoro passato non fosse stato compreso fino in fondo. Ci siamo interrogate/i sul perchè di una simile situazione. Forse è per il modo con cui è stata criticata la tecnologia e un certo progresso in certi contesti senza andare a fondo nel problema, pensiamo al nucleare: basta soffermarsi solo sull’aspetto radioattivo delle scorie o su come questa tecnologia sia calata dall’alto? Per il primo aspetto potranno propinarci una “soluzione” per lo stoccaggio delle scorie e per il secondo aspetto potranno far diventare il nucleare una “partecipazione”: non potendone uscire bisogna imparare a conviverci e a cogestirlo insieme alle compagnie energetiche… Aspetti parziali che non tengono conto della complessità di una nocività radioattiva, sociale, ecologica…
La critica alla tecnologia fatta solo ed esclusivamente perchè questa è una manifestazione del potere, se può in un primo momento sembrare positiva, ha dei limiti perchè di fatto ha portato a un allentamento del pensiero, a tanti slogan e luoghi comuni acritici.
Nel confronto, spesso anche scontro acceso, tra le varie posizioni, pensavamo di trovare convinte/i tecnofile/i solo tra i soliti ambienti di sinistra, fiduciosi nel progresso sempre e comunque, anche se nucleare o nanotecnologico. O in certi ambienti polverosi fermi con analisi ottocentesche che, anche se nel mentre siamo arrivate/i alla cibernetica e alle figlie in provetta, loro cercano ancora la borghesia… Invece abbiamo scoperto ambienti libertari difensori del transumanesimo, arrivando addirittura a distinguerne uno di destra e uno libertario-anarchico, tanto da ipotizzare di impossessarsi dei Big Data (i pseudo dibattiti sul transumanismo pubblicati su “Umanità Nova”).
Abbiamo visto dei contesti femministi, anche libertari, sostenere le tesi dello xenofemminismo e la riproduzione artificiale dell’umano, usando come motivazione tutti gli stereotipi degli ambienti accademici pro-scienza, arrivando a giustificare i più controversi processi della tecno-scienza, distruggendo così in un colpo solo anni di lotte di donne reali e non ancora metafore cyborg in attesa dell’ennesimo decostruzionismo.
Anche alcuni contesti antispecisti, quelli più impegnati nell’approfondimento teorico, sono caduti nel sogno transumanista di una tecnologia liberatrice.
In tutto questo ovviamente la natura non esiste più. Cancellato finalmente il selvatico, dentro e fuori di noi, si scopre che l’empatia tanto decantata nei volantini patinati era esclusivamente destinata agli animali creati dall’uomo nelle selezioni per l’allevamento o per la vivisezione…
Sicuramente abbiamo scoperto che l’intossicazione del sistema, con i suoi mezzi di dissuasione e propaganda di massa, non risparmia nessun contesto, nemmeno quelli critici. Forse allora sarà da questa critica che sarà necessario ripartire, ma dovremmo prima capire che direzione sta prendendo: se verso le braccia cyborg del dominio o verso una landa selvaggia dove la liberazione è ancora possibile.

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urlodellaterra@inventati.org
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Intestata a Guerini N.
Specificare la causale L’Urlo della Terra

Sabotaggio di colza mutata in Francia

Il 28 novembre 2016, a Longvic nei pressi di Dijon, 70 falciatricx volontarx hanno distrutto tre parcelle di colza geneticamente modificata attraverso mutagenesi per tollerare gli erbicidi. Delle parcelle sperimentali di colza mutata erano gia stati distrutti a giugno 2014 a Ox(31) e nell’aprile 2015 a La Poëze (49).

Info da: Rizoma, num.3