FERMIAMO LA RETE 5G E LA SMART CITY – PRESIDIO ALLA VODAFONE – Bergamo

FERMIAMO LA RETE 5G E LA SMART CITY
SABATO 29 GIUGNO
PRESIDIO ALLA VODAFONE

in Viale Papa Giovanni XXIII, 24/26 Bergamo
dalle 16.00 alle 19.00

a seguire
20.00 cena
21.00 conferenza e dibattito
presso lo Spazio di documentazione “La Piralide”
via del Galgario, 11/13 – Bergamo

Tra giugno e luglio è prevista in Italia l’introduzione della rete 5G con milioni di nuove antenne dopo la sperimentazione che era partita in diverse città nei mesi scorsi. Vodafone è l’unico operatore che offre una rete 5G per ora in cinque città: Milano, Bologna, Torino, Napoli e Roma per arrivare a coprire al più presto l’intero territorio.
Il mondo in 5G non solo sarà connesso, sarà iperconnesso, a una velocità che ancora non ci immaginiamo. Con l’introduzione della rete 5G ci sarà un vero e proprio stravolgimento della vita delle persone, per la definitiva e completa esplosione dell’”Internet delle cose” che rivoluzionerà il modo di vivere: la rete 5G sarà in grado di sostenere una quantità di informazioni in gigabyte tale da permettere il definitivo passaggio a un’immensa rete informatica nella quale tutto – umani, animali, ambienti naturali, decori urbani, oggetti, infrastrutture, servizi – sarà interconnesso e comunicante.
Sarà il punto di svolta per l’esplosione su larga scala di tecnologie che utilizzano l’Intelligenza Artificiale, la realtà aumentata, il virtuale, il calcolo quantistico, il riconoscimento facciale. Il controllo delle persone e degli ambienti con l’aiuto della tecnologia 5G sarà qualcosa di costante e pervasivo.
Se la rete 4G era già un grosso passo in avanti rispetto al 3G, per passare al 5G saranno aumentati i livelli di radiazioni previsti con tutte le conseguenze sul piano della salute nostra e degli altri animali e del pianeta intero in una società sempre più cancerogena, considerando che questi ripetitori irradieranno i territori con distanze di un massimo di cento metri.
Una smart city disseminata da sensori e telecamere è un esperimento a cielo aperto di ingegneria sociale in cui gli esperti di multinazionali come IBM, controlleranno e gestiranno tutti i dati, proprio coloro le cui tecnologie furono fondamentali per l’efficienza dello sterminio di milioni di persone durante il nazismo.
In questo scenario nulla potrà esistere al di fuori della grande rete globale con dispositivi tecnologici che sempre di più si confonderanno con i nostri stessi corpi: l’invasione digitale aumenterà solo la nostra dipendenza da questo sistema.

Spazio di documentazione La Piralide – Collettivo Resistenze al Nanomondo
contatti: lapiralide.nobolgs.org, www.resistenzealnanomondo.org

Folles (Haute-Vienne) Francia – Sabotaggio della ferrovia della discarica nucleare

Nella notte del 4 giugno, una cabina elettrica che contiene i comandi della segnaletica ferroviaira è stata incendiata, lungo i binari che portano verso le infrastrutture appartenenti a Orano (ex-Areva, gigante francese dell’energia nucleare) a Bessines. Cosa c’è al fondo di quei binari? Per quasi sessan’anni c’è stata una miniera d’uranio. Dopo la sua chiusura (costa meno farlo estrarre in paesi poveri e semi-colonizzati, come il Niger), la miniera è diventata… un “centro di stockaggio d’ossido d’uranio impoverito” (cioè una discarica di materiale radioattivo), immagazzinato in semplici capannoni. Orano, proprietario del sito, vorrebbe pure utilizzare i tunnel della miniera per seppellirvi altri rifiuti radioattivi (un po’ come l’ente statale ANDRA vuole fare a Bure). Per indorare la pillola di questa bella democrazia nucleare, su una parte del sito di Bessines, Orano ha aperto un museo… dell’industria nucleare.

Ma ricordiamo che nel luglio 2013 un sabotaggio della ferrovia aveva fatto deragliare un treno di scorie e che nell’aprile 2014 il museo era stato incendiato.

Ecco la rivendicazione di questo attacco, spedita via mail alla stampa di regime (il giornale locale “Le populaire du centre”) :

“Per un atto 30 [riferimento alle manifestazioni del sabato dei Gilets jaunes; N.d.T.], questa notte abbiamo sabotato l’installazione della linea del treno che rifornisce la discarica nucleare di Bessines. Areva ha cambiato nome, ma continua a produrre la stessa merda radioattiva, qui e altrove. Questa impresa partecipa all’andazzo generale della società capitalista, che porta il mondo verso un muro.
Non vogliamo il nucleare da nessuna parte, né qui, né a Bure, né in Niger. E dimenticatevi il vostro EPR”.

(tradotto da guerresociale)

Info da: www.anarhija.info

Trento – Blocco stradale in solidarietà con Silvia e Anna in sciopero della fame

Mercoledì 29 maggio un gruppo di compagne e compagni ha bloccato una delle vie del centro di Trento con un cavo d’acciaio e del filo spinato, in solidarietà con Silvia e Anna che in quel giorno hanno dato inizio allo sciopero della fame. Sono stati lanciati dei volantini, fatti degli interventi al megafono e delle scritte su un punto vendita Vodafone e su una filiale della Deutsche Bank. E’ stato lasciato sul luogo uno striscione con scritto: “Dalla Libia alle carceri: no alla società dei lager”
Di seguito, il testo riportato sui volantini.

IL PROGRESSO DELLA SOFFERENZA
«Come fa un uomo a ottenere il potere su un altro uomo, Winston?»
Winston ci pensò un po’ su. «Facendolo soffrire» disse infine.
«Esattamente…Il potere consiste appunto nell’infliggere la sofferenza e la mortificazione…Il progresso, nel nostro mondo, vorrà dire soltanto il progresso della sofferenza.»
George Orwell, 1984

In Italia lo Stato tortura. Non parliamo soltanto delle brutalità commesse dalle forze dell’ordine nelle varie caserme e prigioni. C’è dell’altro.
In questo paese esiste un regime di carcerazione speciale chiamato 41 bis. Ad esso sono destinati principalmente gli accusati di reati di mafia e “terrorismo”. Il 41 bis consiste nell’isolamento pressoché totale, nel restare chiusi in cella 22 ore al giorno, nel non poter vedere nessuno o al massimo una o due persone durante l’ora d’aria, nella censura e limitazione della posta, dei libri e dei giornali, nel non poter vedere i propri cari che dietro i vetri. Una forma di tortura “bianca” e legalizzata.
Questo regime infame viene giustificato come un modo per recidere i legami tra il prigioniero e l’organizzazione d’appartenenza. Falso. Dalle telecamere ai microfoni ambientali, fino a fittissime reti di spionaggio, lo Stato ha oggi tutti i mezzi per tenere sotto controllo le vite di tutti persino “fuori”, figuriamoci nelle prigioni. Le carceri speciali hanno tutt’altro scopo: piegare l’individualità del prigioniero per spingerlo a collaborare. Tortura, appunto. I tanti che si rifiutano di parlare e mandare qualcun altro al loro posto, lo fanno pagando un prezzo altissimo.
Da almeno vent’anni lo Stato cerca di estendere sempre più la tortura della carcerazione speciale. A questa logica corrisponde la recente assegnazione di diverse anarchiche e anarchici carcerati a sezioni di Alta Sorveglianza collocate all’interno di carceri 41 bis, come L’Aquila, Opera e Tolmezzo. La prossimità con strutture e guardie “programmate” per il carcere speciale fa sì che le restrizioni del 41 bis dilaghino anche nelle altre sezioni. È questo, tra gli altri, il caso di Silvia e Anna, due anarchiche che da aprile si trovano detenute nella nuova sezione AS dell’Aquila, sperimentando l’inizio del “nuovo corso”: blindo sempre chiuso, letto saldato a terra, massimo 4 libri in cella e 7 capi di abbigliamento, controlli col metal detector all’uscita o entrata in cella, all’andata e al ritorno dalla socialità, dalla doccia e dall’aria, posta bloccata per mesi, rapporti disciplinari per ogni sciocchezza (spegnere la luce elettrica da sole, portare una biro all’ora d’aria…). Perciò queste compagne hanno deciso di entrare in sciopero della fame dal 29 maggio: per essere trasferite e perché quella sezione AS sia chiusa per sempre.
Sono tempi cupi. Tra morti in mare e lager per immigrati, tra licenza d’uccidere alle forze dell’ordine e decreti sicurezza che promettono anni e anni di carcere per chi porta un casco a una manifestazione, lancia un fumogeno o blocca una strada, a sempre più persone viene promessa anche la tortura dell’isolamento: un “carcere nel carcere” che si completa con i processi in videoconferenza (resi possibili dalla collaborazione di TIM-Telecom). La maniera forte contro i ribelli fa il paio con la persecuzione dei più poveri, braccati nelle strade dalla polizia e spesso spediti tra il filo spinato dei lager libici finanziati dai “nostri” governi. Cosa sapremo opporre a questo progresso della sofferenza?
SPEZZIAMO L’ISOLAMENTO!
SOLIDARIETÀ CON ANNA E SILVIA IN SCIOPERO DELLA FAME!

Anarchici e anarchiche

 

 

Pisa e Livorno – Campagna contro-pubblicitaria ENI

Nei giorni scorsi, sono apparsi a Pisa e a Livorno, una ventina di manifesti contro l’Eni alle pensiline degli autobus e nelle stazioni.
Eni, già famosa per perpetrare il colonialismo italiano in Libia e altri paesi del mondo, avvelena e uccide anche nel nostro territorio. Infatti a Livorno, grazie alla sua raffineria di petrolio, elargisce a piene mani sfruttamento e tumori per tutti.
Info da: www.roundrobin.info

Incontro con L’Âge de Faire – Intervista a Pieces et Main d’Oeuvre

Incontro con L’Âge de Faire

Intervista a Pieces et Main d’Oeuvre

Maggio 2019

L’Âge de Faire: Sono ormai molti anni che date l’allerta in merito all’«inferno verde» e ai pericoli della Smart city. Ho l’impressione -ma sta a voi dirmelo- che la presa di coscienza abbia raggiunto una certa ampiezza grazie, o a causa, dell’arrivo del Linky. Lo avete percepito anche voi? E come lo spiegate? Si può dire che Linky, presentato come «la prima pietra degli Smart grids (reti intelligenti n.d.t.)», ha finalmente mostrato agli occhi del grande pubblico un progetto globale di società, quello delle città intelligenti, e tutto quel che le riguarda?

PMO: la carcerazione dell’uomo macchina nel mondo-macchina, questo è il modo in cui abbiamo riassunto la traiettoria della fuga tecnologica per vent’anni. Da una parte il progetto transumanista di auto-macchinazione dell’umano, dall’altra, «il pianeta intelligente» e le sue declinazioni, oggetti connessi, big data, smart city, smart home, etc. Le due cose sono legate, dall’interfaccia elettronica degli individui con il loro «tecnotopo»: lo smartphone, chiave d’accesso ai servizi urbani, amministrativi, sanitari, di consumo, lascerà senza dubbio il posto a dispositivi incorporati -più «pratici». Il tutto, ormai, sotto la bandiera promozionale della «transizione ecologica», in effetti una transizione nuerica liberticida, che non ha nulla di ecologico: l’Inferno Verde.

Quando spiegavamo il progetto di «pianeta intelligente» concepito dall’IBM alla fine degli anni 2000, prendendo come esempio l’arrivo imminente dei computer ad elettricità comunicante, ci ascoltavano con circospezione. Sembrava improbabile, o troppo astratto. Come spesso accade, c’è stato bisogno che Linky venisse impiegato perchè una parte dell’opinione vi si opponesse. Ed è così che i movimenti di opposizione reagiscono invece di anticipare, perdendo il beneficio del vantaggio e la forza di slancio. Ma è la regola: prima, non siamo qui, poi non siamo più qui. Siamo stati i primi felicemente sorpresi dal movimento di rifiuto dei sensori comunicanti, dalla sua ampiezza e dai suoi contenuti.

Tuttavia fatichiamo a far capire perchè, ai nostri occhi, il vero soggetto del Linky, è la «città intelligente» ed il pilotaggio centralizzato delle nostre città e delle nostre vite ad opera dell’apparato cibernetico. E’ più facile preoccuparsi per la tua salute, la tua fattura e la sicurezza della tua installazione elettrica (delle domande pertinenti, ma che non hanno niente di specifico).

Se il tema della «città intelligente» progredisce all’interno del movimento anti-Linky, non siamo sicuri che tocchi il «grande pubblico». Detto questo, Linky è un buon «oggetto pedagogico per una lezione politica» (vedere infra): tiriamo il filo e arriviamo all’invenzione del Carbone bianco come al nucleare e al tutto-connesso. A partire da quell’oggetto insignificante che è un computer, possiamo smontare la società elettrica e numerica, farne la storia, decriptarne gli aspetti economici, politici, sociali, e riflettere sulle ragioni e i mezzi di liberarcene.

L’AdF: Quali sono le due o tre principali obiezioni che fate alle città intelligenti?

PMO: La città «intelligente», o città-macchina, è un prodotto del numero e della densificazione – provocata – delle popolazioni urbane (la «metropolizzazione»). Ques’ultima realizza, in senso proprio, il progetto cibernetico – di kuber in greco, che significa «pilota».

Si tratta di eliminare l’umano del processo decisionale, individuale o collettiva, rimpiazzandola con il pilotaggio centralizzato ed automatizzato della vita urbana, nelle quali siamo trattati dei flussi e degli stock. Questo progetto è reso possibile dall’interconnessione di tutti gli oggetti connessi (smartphone, GPS, tablet, etc), dei sensori, e dei microchip RFID disseminati nell’arredo e nell’ambiente urbano, delle reti (smartgrids), dei sistemi di bigliettazione dei trasporti, delle camere di videosorveglianza, con o senza riconoscimento facciale e lettura della targa d’immatricolazione, il tutto supervisionato da un cyber-torre di controllo. La quale può accelerare o rallentare i flussi (compreso il vostro ritmo di camminata in una stazione della metro [1]), orientarli verso una certa direzione, innescare dei dispositivi (illuminazione,semafori, apertura/chiusura di stazioni metro), tra gli altri automatismi, in funzione dei dati raccolti massivamente e analizzati in tempo reale (il numero di smartphone rilevati in una certa strada, o il tempo di evacuazione di un binario della stazione, per esempio).

Questa descrizione disgusta ogni essere umano sensibile e attaccato alla libertà, a una certa facilità della vita quotidiana – ovvero sempre meno persone. Nello stesso modo che gli algoritmi di Amazon influenzano le vostre scelte di lettura, o che Facebook chiude i suoi membri in cerchi di interesse limitati, distruggendo tutte le iniziative o scoperte improvvise d’altre cose, la città «intelligente» ci priva del nostro libero arbitrio in maniera insidiosa. A modello di razionalizzare tutto, tende ad eliminare l’imprevisto, il caso, quello che è il sale della vita. Ognuno constata a che punto già questo sistema, presentato, come più pratico, complica al contrario tutte le pratiche. E’ che l’ingegnosità, l’improvvisazione, il legame umano ne sono escluse. Non ci saranno più accordi né debolezze. Provate a negoziare con l’automa della SNCF(Trenitalia francese), o con la piattaforma Linky.

Come nell’automobile autonoma, siamo obbligati a diventare i passeggeri della nostra stessa vita. L’umano, è l’errore, e il mondo-macchina non tollera errori.

L’Adf: Quello che spiegate molto bene attraverso i vostri testi, è che questa orientazione verso le smart cities e il mondo ultra-connesso non è stata mai discussa democraticamente. Ma si mette pertanto in piazza… La lotta contro Linkiy è anche una lotta per avere più democrazia?

PMO: Che Linky sia un oggetto connesso imposto, a domicilio per di più, rinforza l’opposizione che suscita. Molte persone detestano questa intrusione forzata. In questa occasione, prendono coscienza di quello che chiamiamo il tecno-totalitarismo. Nessuna legge vi costringe a comprare un telefono portatile o un computer, ciononostante la vostra vita si complica, al punto da diventare quasi impossibile, se non vi sottomettete alle tecnologie della vostra epoca. A meno di rinunciare a tutta la vita sociale nonché alla ricerca di un lavoro. Non soltanto ognuno è costretto ad adattarsi, ma inoltre, nessuna delibera collettiva ha deciso tale innovazione. E’ inteso che la storia, è la storia del progresso, e che non fermiamo più né l’una né l’altra. Il «progresso» considerato solo dal punto di vista tecno-scientifico, e non umano e sociale, è determinato da quelli che padroneggiano i mezzi/macchine (in greco, «mekhanè») della potenza: gli esperti, o piuttosto i tecnocrati. Il governo della competenza è il contrario della democrazia. Si tratta seguendo il termine di Saint-Simon (1760/1825) di «rimpiazzare il governo degli uomini con l’amministrazione delle cose». Non c’è dubbio, l’opposizione a Linky e ai sensori comunicanti è un movimento democratico e «antropologico».

L’AdF: Pensate che l’opinione pubblica, allertata grazie a Linky, estenderà la sua lotta al di là del rilevatore e rifiuterà più globalmente, questo progetto del «mondo intelligente»?

PMO: Niente può prevedere gli effetti di una rivolta d’opinione. Potrebbe essere sia la goccia che fa traboccare il vaso che un fuoco di paglia. Ma in ogni caso, questo allarga la coscienza della disumanizzazione e della macchinizzazione che ne è il corollario. Prepara al minimo le condizioni di un movimento più esteso e più radicale. C’è bisogno per questo che gli elementi più attivi e più radicali del movimento anti-Linky, approfondiscano la loro critica del progetto di società sottostante ai computer comunicanti ; e che siano capaci di condividere questa critica con l’insieme della società. Tra le prospettive figurano la questione degli oggetti connessi, quella del 5G e più, semplicemente, la società elettrica che da sola merita un’inchiesta completa dalle sue origini ai giorni nostri.

Non ci sarà il «pianeta intelligente» senza il 5G. Questo permette l’interconnessione generale, l’impiego di automobili autonome (elettro-nucleari) e di miliardi di oggetti connessi tra loro ed a Internet, che devono funzionare al nostro posto. La sola critica dei pericoli sanitari del 5G, sebbene giustificati, lasciano intatto questo progetto di mondo-macchina. Tutto quello che chiedono gli uomini-macchina, è che non gli si faccia del male. Quello che vogliamo noi, è di non diventare uomini-macchina. E’ dunque da un punto di vista politico e antropologico che bisogna attaccare questa questione politica ed antropologica.

(Incontro da ritrovare nella Parte staccata n°.88: «E se tornassimo alla candela? Il mito nero del “Carbone bianco”»)

Nota:
1. Questo dispositivo è utilizzato in particolare nelle metro di Londra dove, secondo l’affluenza e i bisogni di scorrimento dei flussi, le macchine (biglietterie e tornelli automatici) accelerano o rallentano il ritmo dei pedoni. Insomma, la stazione della metro è pilotata secondo dei principi della meccanica dei fluidi.

Tradotto dal francese da: Pieces et Main d’Oeuvre

versione stampabile in pdf: intervista PMO

http://www.piecesetmaindoeuvre.com/spip.php?page=resume&id_article=113
 http://www.piecesetmaindoeuvre.com/IMG/pdf/entretien_avec_l_age_de_faire.pdf

Da Lecce – All’ombra del barocco

ALL’OMBRA DEL BAROCCO

Cosa hanno in comune il ticket per visitare a pagamento le chiese di
Lecce e lo sgombero di una Biblioteca Anarchica da uno stabile occupato
da tre anni? Nulla, apparentemente.
Invece no. Questi due atti, che sembrano scollegati tra loro, ci parlano
di un cambiamento della città e del modo di viverla, un cambiamento che
coinvolge tutti. Due operazioni che mirano ad attuare sempre più quel
processo, conosciuto col nome di gentrificazione, teso a trasformare i
centri storici in una vetrina a solo uso e consumo di ricchi fruitori;
una vetrina che può essere semplicemente guardata, visitata e fruita
nelle ore diurne, e consumata in quelle notturne, tramite gli
innumerevoli locali in cui si sviluppa la movida. Una città che non può
più, quindi, essere vissuta.
La vita reale svanisce assieme ai vecchi modi dello stare assieme
tramite cui si sviluppava la socialità tra gli individui – magari col
giocare e mangiare assieme all’aperto di un piazzetta –, per mezzo di un
movimento centrifugo che la spinge fuori dai centri storici, un
movimento attuato col lievitare degli affitti e del costo della vita da
un lato, e le norme “per il decoro” dall’altro; quelle norme che
stabiliscono che non è più possibile mangiare o bere per strada, ma solo
nei costosissimi locali. Un decoro ben strano, teso a guardare solo gli
avventori poveri delle strade del centro, e non dentro il mondo della
ricchezza, laddove i camerieri vengono sfruttati a 20 euro per una
serata di lavoro.
Il paradosso che non vedono coloro che chiacchierano del turismo come
forma di ricaduta economica sul territorio è questo: a fronte di uno
sfruttamento enorme e di paghe da fame, ad arricchirsi sempre più sono i
soliti padroni e speculatori. Non a caso, lo sgombero della Biblioteca
Anarchica è arrivato perché una nota speculatrice ammanicata con la
politica, Beatrice Baldisser, ha acquistato uno stabile enorme per farne
un resort di lusso, come altri ne possiede, in cui per dormire occorrono
centinaia di euro. Non proprio una somma a portata di tutti… E per far
questo buttano per strada anche un nordafricano residente lì da un
quarto di secolo.
È il totalitarismo dell’Economia e del Denaro che stende il suo manto
funereo sulla vita di tutti i poveri, gli indigenti e gli sfruttati, in
stretto accordo con la Politica. Un “Decreto Sicurezza” dopo l’altro,
varati dalla sinistra come dalla destra, rappresentano proprio il
braccio armato dell’Economia teso a vigilare su quel “decoro” ci cui si
è parlato. Una vigilanza sempre più ossessiva e restrittiva costruita
con norme, polizia, telecamere, ZTL, eserciti nelle strade delle città,
militarizzazione massiccia delle nostre vite e pensieri e maggiori
poteri e armi a ricchi e loro difensori, come testimoniano la legge
sulla cosiddetta “Legittima difesa” o il taser in dotazione alla
polizia.
Tacere o limitarsi a mugugnare su tutto ciò significa arrendersi.
Opporsi è l’unica strada percorribile per chi abbia a cuore la libertà.
Opporsi ed aprire spazi di libertà.

Biblioteca anarchica Disordine

In pdf: OmbraBarocco

Convegno di ecoterroristi – Lecce

Quando il dito indica la luna lo stolto guarda il dito.

Che l’affare Xylella sia una grande truffa ai danni di questo e altri territori dovrebbe essere noto a tutti. Che non sia stato il batterio la principale causa scatenante il disseccamento rapido degli ulivi e che la caccia all’insetto vettore sputacchina suona un po’ da caccia alle streghe dovrebbe essere ancora più chiaro. Ma non è di dati tecnici che importa qui dissertare, perché questi, tra l’altro inesistenti, incerti, contraddittori, privati, “raccolti con sciatteria” non hanno rivelato nulla. Non era necessaria un’indagine della magistratura, che è servita a spegnere la protesta più accesa, per poi essere archiviata, per comprendere che dietro il disseccamento degli ulivi si nascondeva altro. Qualcuno, in alto, dietro qualche scrivania, di una multinazionale o di un ministero, ha deciso che l’agricoltura salentina e il suo territorio andavano trasformati, industrializzati, snaturati. Ciò comporta delle conseguenze nefaste: utilizzo massiccio di pesticidi e avvelenamento definitivo del suolo, sfruttamento intensivo del terreno, persistenza della monocoltura, utilizzo di tecnologie che possono essere impiegate solo da personale specializzato. Spossessamento dei saperi, delega costante verso professionisti e istituzioni, trasformazione irreversibile di un territorio, colonizzazione della sua terra e di coloro che vi abitano. Operazione simile a quello che viene definito accaparramento delle terre, adoperato in molte zone del mondo per espropriare gli abitanti dei luoghi in cui vivono e dei mezzi di sussistenza, costringendoli all’emigrazione (riflessione che bisognerebbe tenere a mente ogni volta che si parla di migrazioni a sproposito e si alimenta il razzismo). In altre parole lo sfruttamento dei territori a fini capitalistici. Nel convegno organizzato a Lecce il 10 maggio presso il distretto agroalimentare si alterneranno ricercatori universitari, europarlamentari, tecnici, politici e confederazioni agricole, per illustrare l’ennesimo progetto finalizzato al profitto e alla conquista dei territori, il cosiddetto progetto Demetra, l’utilizzo delle nanotecnologie per la diagnosi e il trattamento del Codiro e cioè il disseccamento degli ulivi. In parole povere l’utilizzo di ulteriore chimica e tecnologia per giustificare piani di ricerca internazionali finanziati dalle più grosse multinazionali agrochimiche, e finalizzati, ancora una volta, allo sfruttamento e al controllo di ogni singolo aspetto della vita e della natura; cos’altro sono infatti le nanotecnologie, se non l’intrusione e il dominio più completo della tecnica sugli esseri viventi? Può sembrare tutto molto complesso e invece è davvero tutto molto semplice. Qualcuno, con un nome e un cognome ben preciso, tra cui anche coloro che parteciperanno a questo convegno, insieme a chi in questi anni ha imposto l’eradicazione degli ulivi e l’uso di pesticidi, governi di vario colore, Unione Europea, Regione Puglia ecc, paventando il carcere per chi non l’avrebbe fatto, ha dichiarato guerra a questo territorio, alla sua natura, al suo ambiente, alla gente che lo abita. E alla guerra non si può rispondere con le carte bollate ma con l’autodeterminazione, il rifiuto, la diserzione per trasformare l’indignazione in azione e porre fine a ciò che è intollerabile.

Alcuni nemici delle nocività 
Lecce

volantino in pdf: convegno di ecoterroristi

 

Contro l’anarco-liberismo e la maledizione delle politiche di identità

Contro l’anarco-liberismo e la maledizione delle politiche di identità

 

L’anarchismo nel Regno Unito è una barzelletta. Una volta simboleggiata la lotta duramente combattuta per la libertà, la parola è stata spogliata di ogni evidenza per far posto a politiche di identità grette, separatiste e odiose da parte di attivisti della classe media desiderosi di proteggere i propri privilegi. Scriviamo questo opuscolo per reclamare l’anarchismo da questi politici di identità.

Scriviamo come anarchici auto-identificati che vedono le nostre radici nelle lotte politiche del passato. Siamo antifasciste/i, antirazziste/i, femministe. Vogliamo vedere la fine di tutte le oppressioni e partecipiamo attivamente a queste lotte. Il nostro punto di partenza non è però il linguaggio denso degli accademici liberali di sinistra, ma l’anarchismo e i suoi principi: libertà, cooperazione, aiuto reciproco, solidarietà e uguaglianza per tutte e tutti a prescindere. Gerarchie di potere, comunque manifestino, sono i nostri nemici.

La politica dell’identità fa parte della società che vogliamo distruggere.

La politica dell’identità non è liberatoria, ma riformista. Non è altro che un terreno fertile per gli aspiranti politici di identità appartenenti alla classe media. La loro visione a lungo termine è la piena incorporazione dei gruppi tradizionalmente oppressi nel sistema sociale gerarchico e competitivo quale è il capitalismo, piuttosto che la distruzione di quello stesso sistema. Il risultato finale è Rainbow Capitalism – una forma più efficiente e sofisticata di controllo sociale dove tutti avranno la possibilità di svolgere un ruolo! Confinati nello spazio sicuro di persone come loro, i politici si distaccano sempre più dal mondo reale.

Un buon esempio di ciò è “teoria queer” e come si è svenduta ai padroni aziendali. Il concetto di queer non molto tempo fa era qualcosa di sovversivo; suggeriva una sessualità indefinibile, un desiderio di sfuggire ai tentativi della società di definire, studiare e diagnosticare tutto, dalla nostra salute mentale alla nostra sessualità. Tuttavia, con poche critiche di classe, il concetto è stato prontamente acchiappato da politici e accademici di identità per creare di nuovo un’altra etichetta esclusiva per una cricca cool che è, ironicamente, tutt’altro che liberatoria. Queer è un bel distintivo adottato sempre più da alcune/i per fingere che anche loro sono oppresse/i, ed evitare di essere sfidate/i riguardo le loro stronzate, politica borghese.

Non vogliamo sentire parlare del prossimo evento DIY, notte queer o festa abusiva che esclude tutte/i tranne coloro che hanno il linguaggio giusto, il codice di abbigliamento adatto o circoli sociali appropriati. Torna quando avrai qualcosa di veramente significativo, sovversivo e pericoloso per lo status quo.

La politica dell’identità è ristretta, esclusiva e divisiva. In un momento in cui abbiamo più che mai bisogno di uscire dai nostri piccoli circoli, la politica dell’identità è tutta una questione di guardarsi dentro. Probabilmente non è una coincidenza. Pur affermando di essere inclusiva, è altamente escludente, dividendo il mondo in due grandi gruppi: l’Incontestabilmente Oppresso e il Privilegiato Per Natura. Sono poche le zone grigie ammesse nella pratica e il conflitto tra questi due gruppi è continuamente acceso.

Lo sappiamo, non è solo una questione di classe, ma se non possiamo riunirci per riconoscere chi detiene veramente il potere, allora non abbiamo alcuna speranza di ottenere qualcosa. Se la loro visione fosse veramente di liberazione per tutte/i, allora la loro non sarebbe una politica di divisione, che mette costantemente un gruppo contro un altro in modo simile al capitalismo e al nazionalismo. Cose che infangano il semplice binario dell’oppresso vs. privilegiato, come le esperienze di vita personale o traumi (che non può essere ben riassunto dalla propria identità come membro di un gruppo oppresso) o cose di cui le persone non si sentono a proprio agio a parlare, come la salute mentale o la classe, sono spesso deliberatamente ignorati dai politici di identità.

Come, naturalmente, è ignorato il punto più evidente: ovvero che i problemi che affrontiamo vanno ben oltre la queerfobia o la transfobia, riguardano l’intero fottuto sistema di asservimento, distruzione, sfruttamento e prigionia planetaria. Non vogliamo vedere nessuno nel sistema carcerario, siano esse donne transessuali di colore, o uomini bianchi cis (che, tra l’altro, costituiscono la stragrande maggioranza delle persone imprigionate nel Regno Unito). Non sorprende che una politica basata su tale esclusività sfoci in continui scontri interni e ci si veda l’un l’altro come il nemico, soprattutto data la sua vulnerabilità allo sfruttamento da parte dei dirigenti dell’identità-politica della classe media.

La politica dell’identità è uno strumento della classe media. Questa è palesemente usata e abusata da rappresentanti di gruppi articolati e ben educati per radicare e mantenere il proprio potere attraverso politica, dogma e bullismo. Gli ambienti confortevoli di queste/i attiviste/i è tradito non solo attraverso il loro uso del linguaggio accademico, ma anche attraverso il loro senso di diritto e di fiducia nell’utilizzo di tempo ed energia di altre/i attiviste/i per spostare l’attenzione verso di loro e i loro sentimenti. In effetti, la mancanza di etica del lavoro, una certa fragilità e preoccupazione per la sicurezza e il linguaggio piuttosto che le condizioni materiali e il cambiamento significativo sono altri aspetti che rivelano il background di classe di molti politici di identità.

Vediamo questo nella facilità con cui questi individui puntano il dito contro altre persone al minimo scostamento dal codice di pratica che hanno unilateralmente imposto, assumendo che tutti dovrebbero pensare come loro o che dedichino del tempo ad imparare questo codice. Ignorando così la realtà della lotta quotidiana di classe.

C’è una falsa equivalenza tra l’appartenenza all’Indiscutibilmente Oppresso e l’essere classe operaia. Al contrario, molti tra gli Indiscutibilmente Oppressi sposano dei valori liberali radicati nell’ideologia capitalista piuttosto che essere veramente liberatori.

Una politica che si basa sull’avere il linguaggio giusto e l’accesso al tono e ai codici giusti è uno strumento intrinsecamente opprimente. Di certo non rappresenta coloro che essa sostiene di difendere, coloro che stanno in fondo alla società. Un’analisi anarchica riconosce che, anche se qualcuna/o proviene da un gruppo oppresso, la sua politica, o le richieste fatte a nome degli Indiscutibilmente Oppressi, possono comunque essere puramente liberali, borghesi e pro-capitalisti.

La politica di identità è gerarchica. Fornendo il potere e lo status di politici insignificanti della classe media, la politica di identità è gerarchica. Al di là della falsità, l’imposizione di certi dogmi permette anche di non mettere in discussione questo potere. Questi includono: gerarchie implicite di oppressione; la creazione e l’uso di termini caricati destinati a provocare una risposta emotiva (‘innescare’, ‘sentirsi insicuro’, ‘Terf’ (Trans-Exclusionary Radical Feminist), ‘fascista’); la negazione a coloro che non sono membri di gruppi specifici di un’opinione sulle politiche più ampie di questi gruppi; l’idea che i membri del gruppo non debbano in nessun caso fare alcun “lavoro” di spiegazione riguardo la loro politica ai non-membri del gruppo; l’etichettare discorsi alternativi come “violenza”; e l’idea che non si può mettere in discussione un/a rappresentante o membro di questi gruppi (non importa quanto sia cattiva la loro politica) in virtù del fatto che sono Indiscutibilmente Oppressi.

Questi dogmi sono usati per mantenere le norme, sia nelle subcolture che nella società più ampia. Gli/le anarchiche/i dovrebbero essere sospettose/i di qualsiasi tendenza basata su principi indiscutibili, in particolare quelli che ovviamente creano gerarchie.

La politica dell’identità spesso sfrutta la paura, le insicurezze e il senso di colpa. È importante riconoscere questo su due fronti. Primo, è usata per privare i diritti civili piuttosto che per dare potere, come si sostiene. Rafforza l’idea che le persone sono vittime fragili piuttosto che agenti di cambiamento, e che quindi devono accettare i leader. Anche se spazi e linguaggio più sicuri sono importanti, l’entità dell’ossessione per queste cose non è un segno di forza, ma di auto-perpetuazione del vittimismo.

Attraverso l’ansia sociale, pone su tutte/i le/gli altre/i la colpa di essere in qualche modo privilegiate/i e di essere totalmente responsabili per i giganteschi sistemi di oppressione che in realtà offrono benefici solo a pochi. Consente inoltre a coloro che appartengono a gruppi minoritari che beneficiano di strutture statali e capitalistiche di sottrarsi a qualsiasi tipo di responsabilità per le loro azioni oppressive o per i loro comportamenti pregiudizievoli.

Un’analisi anarchica significa che dobbiamo riconoscere che i membri dei gruppi oppressi possono anche detenere posizioni repressive e d’élite, e dovrebbero essere ugualmente sfidati, non semplicemente lasciar correre codardemente.

La politica dell’identità ha infettato gli spazi anarchici.

Purtroppo, l’anarchismo si sta svuotando per una corsa frettolosa all’essere “virtuoso” per essere “buoni alleati”. È troppo spesso promulgato come cieca accettazione della politica di coloro che sono Indiscutibilmente Oppressi, o pretendono di essere, e non importa quanto schifo la loro politica o il comportamento personale sia. È la volontà di sottomettersi alla politica degli altri, la posizione meno anarchica che può essere presa e pura mancanza di spina dorsale.

Gli auto-nominati leader che non sono d’accordo con la nostra politica non dovrebbero avere un palco da noi. Quindi, è ironico che abbiamo permesso a gruppi con poca o nessuna politica radicale di entrare nei nostri spazi e di chiudere il dibattito, e sostenere che tutto ciò che non concorda con il loro punto di vista deve essere fascista. Va da sé che il fascismo non deve essere banalizzato in questo modo.

Ci stupisce anche che non si vedano evidenti parallelismi con la politica di destra, non ultimo anche nel modo in cui le femministe respinte come “feminazi” è riflesso nell’uso attuale della parola ‘fascista’ contro le femministe radicali da parte degli/le attivisti/e per i diritti trans, così come slogan che chiedono che le ‘terfs’ vengano uccise saltano fuori regolarmente in spazi anarchici sia online e sia nel mondo reale. È sconvolgente che la violenza di questa misoginia venga celebrata e non condannata.

L’anarchismo è contro gli dei. C’è qualche frase che riassume l’anarchismo meglio di “nessun dio, nessun padrone”? Tali gerarchie ed esclusività sono antitetiche all’anarchismo. Uccidevamo i politici, e innumerevoli compagni diedero la vita per la lotta contro il potere. Respingiamo ancora i politici di tutte le fasce, siano essi conservatori, laburisti o coloro che si considerano leader di movimenti basati sull’identità. È contro i principi fondamentali dell’anarchismo accettare la leadership altrui, perché crediamo che tutte/i siano uguali. Allo stesso modo non accettiamo l’idea che non possiamo mettere in discussione o interrogare le posizioni di altre/i attiviste/i o di coloro che si definiscono anarchici – cosa su cui purtroppo la politica dell’identità troppo spesso insiste.

L’anarchismo non sostiene le religioni patriarcali e gli anarchici hanno una lunga storia di conflitti con loro. È imbarazzante il modo in cui gran parte di ciò che oggi passa per anarchismo nel Regno Unito si comporta come apologista per coloro che vogliono evitare qualsiasi sfida al proprio sessismo e patriarcato o anche continuare a professare le loro religioni oppressive, semplicemente perché i conservatori reazionari li trattano come capri espiatori.

La distruzione dei progetti anarchici si compie e si celebra in nome della politica identitaria, semplicemente per placare chi non ha alcun interesse per l’anarchismo stesso. E se qualcuno/a si alza in piedi e lo sfida, si incontrano con abuso o addirittura attacco fisico – comportamento che un tempo era contestato, ma è ora perdonato perché viene da coloro che sono considerati oppressi. Qui più che altrove il totale fallimento della politica anarchica da parte di coloro che presumibilmente la rappresentano è il più evidente. Cominciamo col chiamare per primo Freedom News, il cui supporto acritico di gruppi con poco in comune con l’anarchismo è vergognoso.

L’anarchismo non è politica di identità. L’anarchismo non è solo un’altra identità come alcuni amano rivendicare. Questa è una risposta comune rozza e pigra risposta impulsiva ai politici di identità, e un modo per evitare di rispondere a questioni politiche reali. Inoltre non mostra alcuna comprensione di come la politica di identità sia usata per manipolare e sovvertire gli spazi anarchici per gli ordini del giorno personali. Certo, anche “anarchico” può essere rivendicato come identità, e gli anarchici sono inclini a questo comportamento elitario (spesso giustamente criticato). Ma le somiglianze finiscono qui.

A differenza dei politici di identità o del SWP (Partito Socialista dei Lavoratori), la maggior parte degli anarchici non cercano di reclutare seguaci, ma invece tentano di diffondere idee che sosterranno le comunità nella lotta per sé stessi in un modo che non può essere recuperato. Il nostro programma è radicalmente diverso e raro in quanto la nostra politica di base non è di promuovere il nostro potere personale e il nostro status. L’anarchismo incoraggia le persone a mettere in discussione tutto, anche quello che noi stessi/e abbiamo da dire, nello spirito della libertà.

A differenza delle caratteristiche intrinseche ed esclusive della politica dell’identità con i suoi gruppi interni ed esterni, l’anarchismo è per noi un insieme di principi morali che guidano il modo in cui comprendiamo e reagiamo al mondo. È aperto a chiunque guarderà o ascolterà, qualcosa che chiunque può sentire, non importa da quale background provengano. Spesso i risultati saranno diversi, in quanto le persone si combinano con le loro personalità individuali, esperienze di vita, e altri aspetti delle loro identità.

Non c’è bisogno di conoscere la parola anarchia per percepirla. Si tratta di un insieme di idee semplici e coerenti che possono agire come qualsiasi cosa, dalla guida in un particolare conflitto, al fondamento delle società future. Riferirsi ai principi anarchici quando c’è conflitto sulla politica dell’identità, ha senso quando si suppone che siamo uniti da questi principi.

Essere gay o avere la pelle scura dà luogo a esperienze simili a quelle di coloro che condividono queste caratteristiche, e ovviamente significa che si rischia di avere legami sociali, empatia o un senso di appartenenza a questo gruppo. Tuttavia, la vita vissuta è in realtà molto più complessa e si potrebbe avere tanto o più in comune con una donna bianca queer a caso di quanto si farebbe con un compagno maschio cis dalla pelle scura.

La politica dell’identità riflette a volte lo sciovinismo del nazionalismo, con gruppi diversi che cercano di ritagliarsi i propri domini di potere secondo le categorie derivate dall’ordine capitalista. Noi, invece, siamo internazionaliste/i che credono nella giustizia per tutte/i. L’anarchismo cerca di far sentire tutte le voci, non solo quelle dei gruppi minoritari. L’idea che l’oppressione riguardi solo le minoranze piuttosto che le masse è il prodotto della politica borghese che non ha mai avuto alcun interesse nel cambiamento rivoluzionario.

La politica di identità sta alimentando l’estrema destra. Per finire, è bene sottolineare quanto la politica di identità gioca un ruolo nelle mani dell’estrema destra. Nella migliore delle ipotesi, una politica “radicale” sembra sempre più come un’irrilevante auto-contemplazione per molti. Nel peggiore dei casi, i politici di identità della classe media stanno facendo un ottimo lavoro di alienazione privando dei diritti civili persone cis bianche, che si dà il caso costituiscano la grande maggioranza delle persone nel Regno Unito, e gravitano sempre più verso la destra.

Ignorare questo fatto e continuare a impegnarsi in lotte interne sulla politica di identità sarebbe il massimo dell’arroganza. Eppure, in un momento in cui vediamo moltiplicarsi i movimenti fascisti, gli anarchici sono ancora distratti dalla politica della divisione. Per troppi, la politica di identità è semplicemente un gioco, la tolleranza per determinare una rottura costante nei circoli dell’attivismo.

Ultima nota. Per noi l’anarchismo è cooperazione, aiuto reciproco, solidarietà e lotta contro i veri centri del potere. Gli spazi anarchici non dovrebbero essere per coloro che vogliono solo combattere coloro che li circondano. Abbiamo una storia orgogliosa di internazionalismo e diversità, quindi rivendichiamo la nostra politica per un futuro veramente inclusivo.

wokeanarchists@protonmail.ch – wokeanarchists.wordpress.com

Testo in pdf in italiano: politiche identità UK

Testo originale in inglese:
https://wokeanarchists.wordpress.com/2018/11/25/against-anarcho-liberalism-and-the-curse-of-identity-politics/

Testo in pdf in inglese:
https://wokeanarchists.files.wordpress.com/2018/11/aal-a5_brochure1.pdf

Testo tradotto in spagnolo:
http://alasbarricadas.org/noticias/node/41054

Programme – Trois journées contre les techno-sciences

TROIS JOURNÉES CONTRE LES TECHNO-SCIENCES

26-27-28 JUILLET 2019-05-17

Capo di Ponte, Località Prada, province de Brescia, Italie.

 

VENDREDI 26

13h Repas
14h30 Présentation de la renconte
15h

Dans le temple de Janus. Sur le rapport entre technologie, exploitation et racisme.
Pour les Italiques Janus avait deux visages : une barbue qui représentait le soleil, et une imberbe qui représentait la lune. Pour les Romains, soleil et lune devinrent vite paix et guerre. Le temple de Janus, sur le forum romain, restait fermé en temps de paix, et ouvert en temps de guerre. Aujourd’hui la porte de ce temple est toujours fermée parce que la guerre est le véritable nom de notre époque. Incorporée dans le complexe technologique et dans ses muettes injonctions, la guerre est le mouvement planétaire de la démocratie digitale. Le racisme est son « moment de vérité », en cela qu’il affirme explicitement ce que ses machines n’ont jamais cessé de faire aux peuples coloniaux. Le commandement des algorithmes préparent les ordres du Chef. L’extraction du corps, de la terre, de la narure, produit comme contrecoup un commode rempart à l’appartenance nationale et le désir de lyncher le différent. Ce qui a été expérimenté dans les colonies nous revient en pleine figure.
Des rédacteurs de la revue anarchiste « I Giorni e le notti » (Les jours et les nuits, Italie).
19h30 Repas
21h
La non-neutralité de la technique.

La pensée dominante traite les techniques et les technologies comme de simples instruments au service des désirs humains. À cette idée, normalement, il est fréquent d’ajouter celle d’un processus indéfini et continu, qui fait de la trajectoire de développement technologique un destin universel et indiscutable de l’être humain. Ces notions renforcent le paradigme de la neutralité de la technique. Dans ce débat, nous chercherons de détruire et construire une proposition plus ample qui nous permettra de comprendre les techniques comme des créations sociales, comme des éléments non neutres.
Adrian Almazan Gomez, membre du collectif Cul de Sac et de la maison d’édition El Salmon (Espagne), Nicolas du groupe Écran Total (France).

SAMEDI 27

8h Petit-déjeuner
9h
Les machines peuvent produire de la communication ?
Communications automatiques en réseaux digitaux et médiation électronique de la fabrique sociale.
Les réseaux sont une infrastructure de base des sociétés développées occidentales, pour laquelle sont nécessaires d’importants investissements, tant matériels que technologiques. Le progrès de l’intelligence artificielle fait resurgir la question : les machines peuvent-elles être plus intelligentes que les humains. La communication moderne digitale, qui établit la machine comme centrale à la place des humains, contribue à la transformation des relations sociales d’une manière qui nous échappe. Les secrétaires digitales apparaissent ainsi comme ce qui nous sauvera et organisera notre vie quotidienne à travers les algorythmes. Au final, au jeu de l’automation, serons-nous des joueurs ou des pions ?
Collectif GameOver (Grèce).
12h30 Repas
15h
Les dangers du postmodernisme, repenser la nature à l’ère de l’artificiel.
Voilà déjà plusieurs décennies que le paradigme dominant de la pensée est celui que nous connaissons comme la « postmodernité ». Un des effets les plus dangereux de son hégémonie a été la manière avec laquelle le concept de nature a été attaqué. Avec l’excuse de mettre fin à tout l’essentialisme protégé par l’idée de « naturel », les penseurs postmodernes ont entrepris une croisade contre la nature qui prétend réduire tout à un artefact sous notre contrôle. Aujourd’hui toute la pensée qui se prétend critique a l’obligation de critiquer cette idée délirante et redonner de l’espace à la nature.
Adrian Almazan Gomez, membre du collectif Cul de Sac et de la maison d’édition El Salmon (Espagne), Nicolas du groupe Écran Total (France).
19h30 Repas
21h
Il est temps de faire taire la machine pour faire à nouveau parler les corps.
La nouvelle des jeunes filles éditées en Chine représente un nouveau seuil parmi ceux qui ont été franchis, duquel nul ne peut penser revenir en arrière. La reproduction artificielle est une question centrale : c’est mettre dans les mains du système techno-scientifique la dimension de la procréation. C’est une profonde et radicale transformation de l’humain et de tout le vivant qui est en jeu. Le corps, les corps sont au centre et toujours plus sous l’attaque, pris dans un étaux : d’un côté le système techno-scientifique et le biomarché ont en toujours plus besoin et s’en accaparent jusque dans leurs processus vitaux, de l’autre leurs idéologies les déconstruisent et les fragmentent. Un corps fluide, sans confins, sans limites, protéiformes, poreux, malléable et infiniment manipulable. En des temps de re-signification transhumaniste et d’effacement de la réalité-même, une réflexion pour comprendre et faire front aux nouveaux défits du présent et au non sens qui envahit, avec la conscience ardente et profonde d’une urgence et d’une priorité. Dans la dissolution et l’indéterminé postmodernes, nous ne devons pas avoir de doutes sur le chemin que le pouvoir est en train de tracer, et sur le chemin à prendre pour faire dérailler la machine.
Silvia Guerini, Resistenze al Nanomondo (Italia)

DIMANCHE 28

8h Petit-déjeuner.
9h
La nécessité de la résistance
Lutter contre l’exploitation aux temps du nouveau techno-totalitarisme signifie avant tout se rendre compte que ce qui est érodé, ce sont justement les prémisses qui nous font sentir et désirer un monde libre. Ce sont justement les conditions qui rendent possible la vie sur la planète et nous rappellent que nous sommes des animaux parmi une multitude d’autres animaux, qui à leur tour ont besoin d’un environnement intègre pour vivre. Le monde artificiel change les relations et les émotions en des songes virtuels et des environnements synthétiques. Cela ne peut que produire des chimères OGM et des mondes d’intelligence artificielle. Le techno-monde détruit et manipule chaque liberté jusqu’à la racine, récrivant une histoire qui naît en laboratoire et qui utilise le langage de la guerre pour survivre. Les résistants dans ce processus non seulement risqueront de rester derrière, perdus dans des luttes sans contenu, mais ils tarderont toujours plus à le comprendre, à le déchiffrer pour pouvoir aussi l’expliquer. Dans ce non sens généralisé une réaction ne peut plus se faire attendre. Ne plus en être complices n’est plus suffisant. Et qui sait si la graine de la liberté sera celle qui ne voudra pas mourir.
Costantino Ragusa, Résistance au Nanomonde (Italie)

 

Come arrivare

En avion: aéroport Orio al Serio – Bergamo, puis rejoindre la ville (bus n ° 1) et prendre le train pour Brescia
In treno:
Treno da Brescia per Edolo, scendere a Capo di Ponte (1 ora e 35, nove fermate)
proseguire a piedi 1,2 Km
Procedi in direzione sud su Via Nazionale verso Via S. Martino
Alla rotonda prendi la 1ª uscita e prendi Via Sebastiano Briscioli
Svolta a sinistra e prendi Via Santo Stefano
Svolta a sinistra e ancora a sinistra, trovi il Parco Tematico Capo di Ponte, località Prada
In auto:
Da DIREZIONE SUD/OVEST: A Bergamo prendere la SS42 in direzione Edolo, fino a Via Breda a Ceto. Da Via Breda svoltare in Via Nazionale a destra, alla rotonda imboccare la seconda uscita in via Sebastiano Briscioli, svoltare a sinistra per via Santo Stefano e poi ancora a sinistra per il Parco Tematico Capo di Ponte.
Da DIREZIONE SUD/EST: A Brescia prendere la SP510 in direzione Edolo, fino al congiungimento con la SS42 verso Costa Volpino (indicazioni per Darfo B.T./Lovere) ed entrare in SS42 fino a Via Brada a Ceto. Da Via Breda svoltare in Via Nazionale a destra, alla rotonda imboccare la seconda uscita in via Sebastiano Briscioli, svoltare a sinistra per via Santo Stefano e poi ancora a sinistra per il Parco Tematico Capo di Ponte.

PER TUTTA LA 3 GIORNI:
– CAMPEGGIO LIBERO, PORTA LA TENDA
– CIBO SENZA SFRUTTAMENTO ANIMALE E SENZA VELENI A SOTTOSCRIZIONE
– SONO PRESENTI I BAGNI E UNA STRUTTURA AL COPERTO IN CASO DI PIOGGIA
– DISTRIBUZIONI DI MATERIALE INFORMATIVO: PORTA LIBRI, GIORNALI, TESTI CHE VUOI CONDIVIDERE
– MOSTRE

Aiutaci ad organizzare l’incontro al meglio, facci sapere in anticipo della tua presenza.

Per informazioni e contatti:
www.resistenzealnanomondo.org, info@resistenzealnanomondo.org
www.facebook.com/3giornatecontroletecnoscienze