Ecologismo e Transumanismo connessioni contro natura

Ecologisti, vegani e simpatizzanti di sinistra proliferano all’interno del movimento transumanista. Dopo Le Monde , Le Nouvel Obs e Politis , nel 2016 Primevère, la più grande fiera ecologista francese, ha invitato uno dei suoi rappresentanti ad esprimersi: Didier Coeurnelle, vice-presidente dell’Associazione francese transumanista ed eletto nei Verdi in Belgio. Avrebbe saputo sedurre i visitatori di Primevère con una «vita in buona salute molto più lunga, solidale, pacifica, felice e rispettosa dell’ambiente, non malgrado, ma grazie alle applicazioni della scienza.»1 Sono state necessarie le proteste degli oppositori alle necro-tecnologie affinché la fiera annullasse il suo invito.2 I transumanisti non lottano contro le nocività. Tecnofili e “resilienti”, si affidano all’ingegneria genetica, alla chimica ed alle nanotecnologie per adattare la natura umana e animale ad un ambiente devastato.

Serve uno Stato mondiale inter-specie per lottare contro le dominazioni tra umani e animali? O addirittura tra animali, con i predatori diventati erbivori dopo modificazione genetica? Anche se le loro idee possono far ridere, i transumanisti non sono delle stordite vittime di una indigestione di scadente fantascienza. Sono ecologisti e vegan (ossia chi rifiuta di consumare i prodotti di origine animale), certo! A volte anche buddisti. Ma anche filosofi, genetisti, informatici, sociologi o start-uppers retribuiti da Harvard, Oxford, dalla London School of Economics o Google. La maggior parte di loro vuole il bene del pianeta e dei suoi abitanti, vuole lottare contro le oppressioni, aumentando la nostra speranza di vita fino «alla morte della morte». I due portavoce del movimento transumanista francofono rivendicano il loro militantismo “ecologista”. Marc Roux ha fatto parte di Alternative rouge et verte . Didier Coeurnelle è eletto con i Verdi nel comune di Molenbeek. David Pearce, il co-fondatore di « Humanity+ », la principale associazione transumanista americana, è un militante antispecista e vegano. L’australiano Peter Singer, filosofo ed autore del libro di riferimento degli antispecisti La liberazione animale (1975), è lui stesso transumanista ed ex candidato Verde in Australia. Per quanto riguarda l’attuale direttore di « Humanity+ », James Hughes, come buddista, non farebbe male ad una mosca. Lontani dall’immagine ripugnante di libertariani insensibili alle disgrazie che li circondano, i transumanisti sono spesso dei progressisti di sinistra, ecologisti e femministe, che seguono la buona coscienza che regna nella Silicon Valley dal movimento hippy degli anni 60. In Francia, nell’avanguardia dei partigiani della riproduzione artificiale dell’umano (PMA-GPA) figurano i membri di Europe-écologie les Verts .
Secondo Marc Roux e Didier Coeurnelle, autori di Technoprog 3, i transumanisti sarebbero in maggioranza di sinistra, affezionati ad un sistema sociale e ad una medicina ridistribuitiva, contro l’idea di un’umanità a due velocità dopo selezione genetica.
Si dà il caso che abbiano anche punti in comune con gli “obiettori di crescita”4. Molto bene! Lasciamo da parte gli ultras, libertariani o tecnogaianisti, e interessiamoci a questi transumanisti socio-democratici e sedicenti ecologisti: coloro che introducono il lupo transumanista nell’ovile verde.

Benevolenza aumentata
Alle origini dei movimenti contestatari ed ecologisti americani, che un tempo venivano chiamati la New left , si ritrova l’opposizione alla guerra e all’arruolamento forzato. Gli anni passano: il post-modernismo fa il suo lavoro di depoliticizzazione e questa “non-violenza” si trasferisce sui rapporti interpersonali (si dice: le “micro aggressioni”) per partorire dei “ safe spaces ” che i lettori di Inrocks conoscono a memoria. I transumanisti, che sono tanto della loro epoca quanto un centro LGBT di provincia, vogliono anche loro un pianeta più safe, senza micro aggressioni.
Se i codici di buona condotta non bastano, suggeriscono il moral enhancement (il miglioramento morale) dell’umanità e degli animali (“non umani”, precisano i post-moderni), ossia «il miglioramento della compassione, della solidarietà e dell’empatia» attraverso mezzi genetici o medici. Come, ad esempio, l’assunzione di ossitocina che favorirebbe i comportamenti solidali. «Diminuire le sofferenze, aumentare i piaceri, questo fa parte di ciò che desideriamo intensamente per noi stessi e, forse ancora di più, per gli altri», proclamano gli autori “di sinistra” di Technoprog . Come parlar male di predicatori così sdolcinati. Due filosofi del M o r al e n h a n c e m e n t pubblicati dall’Oxford University Press assicurano che «La nostra conoscenza della biologia umana – in particolare, della genetica e della neurobiologia – inizia a permetterci d’influire direttamente sulle basi biologiche o fisiologiche della motivazione umana, sia con medicine o tramite selezione genetica, sia utilizzando dispositivi esterni che influenzano il cervello o il processo di apprendimento.»5
Lontano dalle elucubrazioni, questi progetti divengono ogni giorno più realisti – in particolare grazie ai progressi della modifica genomica del tipo CRISPR-CAS 9. Alcuni immaginano un’umanità e un’animalità geneticamente benevole e felici. Il neurobiologo Pierre-Marie Lledo, direttore del dipartimento di Neurologia dell’Istituto Pasteur vanta l’optogenetica per «formare e cancellare i ricordi» e creare così degli umani «che non hanno più paura della paura, o che conserverebbero un ricordo positivo di eventi molto negativi».6 Possiamo immaginare le applicazioni per prevenire i suicidi da Foxconn e i traumi dei soldati.
Da poco tempo abbiamo visto nascere in Francia, con il patrocinio dell’UFR di Filosofia della Sorbonne e l’approvazione dei transumanisti, il movimento “Altruismo efficace”- traduzione dell’ effective al truism di Peter Singer promosso da filantropi come Peter Thiel, fondatore di PayPal, Jaan Tallinn di Skype o, ancora, Duston Moskowitz di Facebook. Il loro desiderio: una più grande efficienza delle opere di carità sulla base del rapporto «euro dato/quantità di ‘’bene’’ raggiunto». Il ramo “Charity Science” di questo movimento calcolerà, grazie agli strumenti del Big data , la felicità provata. Un vegano come David Pearce, fondatore di « Humani ty+ », promuove il Paradise Engineering , ossia l’ingegneria genetica e le nanotecnologie al profitto della felicità e dell’empatia verso gli umani e gli animali. Da cui il loro entusiasmo per il wireheading , la stimolazione attraverso elettrodi delle zone del cervello assegnate al piacere. Amici depressi, impazzirete!
Oltre alla filantropia tipica del capitalismo anglosassone, emerge una specie di buddismo aumentato, una piena coscienza e un risveglio spirituale assicurati dalla farmacia, dall’ingegneria genetica e dalle tecnologie della comunicazione. Il più famoso dei buddisti francesi, Matthieu Ricard, lui stesso dottore in genetica cellulare, si mostra accanto a transumanisti come Peter Singer e agli “Altruisti efficaci”. È membro, allo stesso titolo del Dalai Lama, del Mind and Life Institute , un club di buddisti e di scientifici per i quali l’accesso alla piena coscienza con neuro stimolazione rappresenta una grande speranza (la neuro-teologia). Il Dalai Lama ha dato la sua “benedizione” al progetto “Avatar” del transumanista miliardario russo Itskov il cui fine è quello di raggiungere l’immortalità entro il 2045.7 Se la società va male, sarebbe quindi per mancanza di empatia. Ecco tutto. Da parte nostra? Da parte dei nostri dirigenti? Ritroviamo qui le ossessioni “safe” dei post-moderni che espellono ogni spiegazione politica a profitto dello sciroppo psicologizzante versato nelle cerchie di benevolenza non-miste. Ma è un modo di ingannarsi sulla natura di un sistema, che lo si chiami tecnico, burocratico o capitalista, quello di ignorare il ruolo degli interessi oggettivi , quelli delle classi possidenti, degli eletti e dei tecnici dell’amministrazione.
La loro macchina burocratica funziona . Non si tratta dell’opera di esseri sensibili che bisognerebbe moralizzare, ma di attori razionali che dobbiamo rovesciare.

Un antispecismo molto artificiale
«La natura, non esiste», ci ripete l’importatore francese delle tesi antispeciste Yves Bonnardel.8 Pertanto, perché commuoversi per il fatto che una bistecca in vitro possa rappresentare il futuro della nostra alimentazione? Conoscete la bistecca allevata nel 2013 in laboratorio a partire da cellule staminali di bovino? Questa bistecca da 250 000 dollari è stata finanziata dal boss di Google, Serguey Brin, preoccupato per la sofferenza animale. Bisognerà abituarvi all’idea, perché gli antispecisti e gli ecolo-transumanisti preparano la vostra pappa quotidiana, garantita senza dominio umano. Alcuni negozi bio propongono già dei sostituti di pasto completo sotto forma di polvere da diluire, garantiti bio, vegan e senza OGM. Si ispirano al primo sostituto proteinico vegan chiamato Soylent , in riferimento al film Soylent green nel quale l’umanità superflua ingerisce delle tavolette di umani per mancanza di cibo. L’ideatore di questo sostituto è un informatico. Rob Rhinehart sostiene di nutrirsene all’ 80 %. «Risultato: non è andato in un negozio di alimentari da anni. Non possiede più né frigo né piatti. Ha trasformato la sua cucina in biblioteca.»9 La composizione chimica-informatica del suo prodotto è open source . Ciò fa di lui un transumanista di sinistra, contro la proprietà privata, lo sfruttamento animale e la mal nutrizione nel terzo mondo. Un altro transumanismo è possibile, vi si dice.
Perché quest’attenzione verso la carne? Un kilo di carne bovina richiede 10 kg di nutrimento vegetale. Gli allevamenti consumano già il 30 % dei terreni coltivabili e sono responsabili del 15 % dei gas ad effetto serra. Nel 2050 saremo 9 miliardi di onnivori umani e il nostro consumo di proteine sarà raddoppiato. Una vera s fi da per ingegneri, informatici, biologi e busi ness angels della Silicon Valley. Anche Bill Gates se ne commuove e, dal 2013, investe nella carne senza carne. In materia, se si può dire, le maionesi e i cookies vegan della Hampton Creek’s, con sede a San Francisco, hanno successo. Il segreto della loro maionese senza uova al gusto di maionese? Un’intelligenza artificiale supervisionata da biochimici e dall’ex data scien tist di Google, Dan Zigmond. Addio Mamie Nova 10, addio alle domeniche pomeriggio passate a fare marmellate e conserve per l’inverno: il pro cess culinario del XXI secolo si ottiene attraverso la modellizzazione informatica di miliardi di possibili assemblaggi di proteine vegetali. Val bene la pena di aumentarsi, di migliorare la propria intelligenza e di vincere la morte se è per mangiare del pastone tecno-vegan per il resto della propria immortalità. Ma è il prezzo da pagare per sopravvivere al disastro ecologico.
«Tutto ciò che ci permette di trovare buone alternative, buone tecniche esenti da crudeltà, durevoli, sane ed economicamente competitive, ci fa fare un passo verso la fine dello sfruttamento animale», affermava Peter Singer, il nostro filosofo vegan e transumanista che faceva la pubblicità di Hampton’s Creek durante l’ultimo incontro nazionale dell’associazione L214 alla Cité des sciences et de l’indu strie . L214, ne avete sentito parlare quest’anno: i loro video dei mattatoi hanno commosso la Francia fino al ministro dell’agricoltura. Invitando Singer, hanno sollevato il paradosso nel quale si trovano gli antispecisti e i mangiatori di proteine tecno-vegetali? Anche se fanno luce, giustamente, contro le condizioni industriali di allevamento e di macellazione, appoggiano la fuga in avanti artificiale dell’agro-industria. Siamo passati, in qualche decennio, dai contadini allevatori che avevano premure per i loro animali, ai consumatori di surrogati proteinici cellofanati, calcolati da computer. Per quanto divaghino gli antispecisti, non c’è da scegliere tra una bistecca in vitro e la macellazione industriale brutale. Sappiamo che gli animali e gli umani sono dotati di sensibilità . Per i transumanisti come per gli antispecisti, eredi della cibernetica, la natura è un conti nuum tra vivente e inerte, tra l’uomo, l’animale e la macchina che renderebbe impossibile ogni distinzione definitiva tra loro. Cosa li unifica? Sarebbero ugualmente sensibili .
Secondo Norbert Wiener, la cibernetica affronta l’ «insieme dei problemi che riguardano la comunicazione, il controllo e la meccanica statistica, sia nella macchina sia nell’essere vivente.» ( Cybernetics, or Control and Communication in the Animal and the Machine , 1948). Gli animali sono delle macchine comunicanti e inversamente. Così è per il gattino secondo Wiener: «Lo chiamo e alza la testa. Gli ho mandato un messaggio che ha ricevuto tramite i suoi organi sensoriali e che traduce con un’azione. Il gattino ha fame e miagola. Allora è lui che manda un messaggio.» Impropria analogia: sensibilità e comunicazione non equivalgono a scambio di dati.
Se per gli antispecisti le specie non esistono in quanto tutti gli animali sono dotati di sensibilità, per i cibernetici «il funzionamento dell’individuo e quello di qualche macchina di trasmissione molto recente, sono precisamente paralleli. In questi due casi, una delle fasi del ciclo di funzionamento è costituita da recettori sensoriali.» Il gioco è fatto: il miagolio del gatto e la parola umana equivalgono al segnale di una macchina elettronica. Per questi ingegneri, animali, umani e macchine formano un tutto ri-programmabile.
Se non c’è differenza di specie tra un topo e un umano, come comprendere la volontà degli Istituti americani di salute11 di finanziare i trapianti di cellule staminali umane su embrioni animali?12 Non si tratterebbe più soltanto di trapiantare degli organi di animali a degli umani così come si fanno le talee, ma di creare delle chimere: ad esempio, un cervello umano in un cranio di topo (ossia il contrario di Peter Singer). Da un punto di vista teorico, sia da antispecista e/o da transumanista, niente lo impedisce, poiché «la natura non esiste», e noi siamo degli animali-macchine ugualmente dotati di «sensibilità». Non siamo però ancora a conoscenza di progetti di topi che cercano di trapiantarsi organi umani…

Aumentarsi o adattarsi alle nocività ecologiche
La Silicon Valley sostiene la candidatura di Hillary Clinton che difende gli interessi dei «techies». Se i transumanisti non sono tutti degli orribili individualisti libertariani, non sono nemmeno dei volgari clima-scettici non curanti degli effetti del nostro modo di vita sul nostro ambiente e sulla nostra salute. È qui che giace la trappola transumanista per gli ecologisti.
Già dal tempo della « World Transhumanist Asso ciation », l’antenata dell’attuale « Humanity+ », la questione ecologica si pone. Vivere 120 o 150 anni, posporre i limiti della fertilità femminile attraverso tecniche di procreazione assistita, non farà esplodere la popolazione mondiale, spremere gli ecosistemi, accelerare il cambiamento climatico, provocare carestie? I transumanisti statunitensi se ne preoccupano e, già dagli anni 2000, mobilitano il saggista e romanziere cyberpunk Bruce Sterling. Nel gennaio del 2000, Sterling consegna un manifesto per una nuova politica ecologista «Verde-Smeraldo». «Sterling difende più controlli dei capitali transnazionali, la ridistribuzione dei budgets militari per una politica di pace, lo sviluppo di industrie sostenibili, l’aumento del tempo libero, la garanzia di uno stipendio socializzato, l’estensione di un sistema di sanità pubblico e la promozione dell’uguaglianza di genere».13 La sinistra non può fare di meglio. Anti-luddisti col pretesto che la semplicità non sarebbe abbastanza attraente, le sue proposte per soppiantare le vecchie ed inquinanti industrie del XX secolo sono: «dei prodotti intensamente glamour e ecologicamente razionali; degli oggetti interamente nuovi fabbricati con nuovi materiali; la sostituzione della materialità con l’informazione; la creazione di una nuova relazione tra la cibernetica e la materia.»14 Un manifesto di cui i transumanisti non avranno difficoltà ad appropriarsene. Per quel che riguarda la sovrappopolazione (la “Bomba P”, diceva Ehrlich nel 1968), i transumanisti ripetono «che con l’estensione della durata di vita, ci sentiremo molto più responsabili delle conseguenze ecologiche dei nostri comportamenti» ( Humanity +) .15 Detto in altro modo dall’utilitarista Peter Singer: «è preferibile avere poca gente che vive a lungo, poiché chi è nato sa ciò di cui lo priva la morte, allorché chi non esiste non sa ciò che perde.»16 Logico, no? Da parte dei “tecno progressisti” francesi, si argomenta che «là dove i cittadini vivono più a lungo, hanno meno figli».
E quindi il progresso tecnico accelererà la transizione demografica. Sono soltanto ipotesi che siamo intimati di validare. Ma se dovessimo verificare l’azzardata correlazione tra speranza di vita e responsabilità ecologica, il XX secolo la smentirebbe; l’aumento della durata di vita sembra correlata con, tra gli altri esempi: l’aumento dei conflitti (di cui alcuni genocidari), le catastrofi ecologiche o la creazione di bombe apocalittiche. Per combattere il riscaldamento climatico, un certo Matthew Liao, professore di filosofia della New York University, accompagnato da Anders Sandberg e Rebecca Roach di Oxford (quindi, non dei gestori di un oscuro blog), hanno solide proposte transumaniste. La più semplice sarebbe quella farmaceutica: come l’assunzione di pillole che ci disgusterebbero dalla carne o aumenterebbero la nostra empatia. Potremmo anche, sempre grazie alla selezione e all’edizione genomica del tipo CRISPR, aumentare le nostre pupille con geni di felini per vedere la notte (e ridurre così le nostre installazioni luminose divoratrici di energia), ed abbassare il peso e l’altezza dell’umanità: «Se riducete di 15 cm l’altezza media degli americani, ridurrete la massa corporea del 21% per gli uomini e del 25% per le donne».17Minor massa corporea significa meno bisogni energetici e nutritivi. Si fabbricano infatti maiali nani da destinare ai laboratori farmaceutici. Perché non averci pensato prima? Perché lo stato dell’ingegneria genetica non ce lo permetteva.
Tutto ciò vi sembra fantascienza? Le Monde del 22 giugno 2016 ci informa che bisogna «prepararsi a vivere lontani della Terra» o, in ogni caso, a sopravvivere su un pianeta invivibile: «L’agenzia spaziale europea ha appena fatto il punto sulle ricerche che riguardano la vita in “ecosistema chiuso artificiale” e le loro applicazioni terrestri.» I nostri astronauti non dicono qualcosa d’altro rispetto a Marc Roux secondo cui «I transumanisti non esitano a contemplare il permesso ad alcuni dei loro congeneri di adattare la loro biologia ad altri pianeti o anche all’ambiente siderale. Non è ragionevole iniziare imparando ad adattarci alle nuove condizioni di vita nella nostra propria casa?»18 Riciclaggio dell’acqua, dell’aria e dei rifiuti. Trasformazione di CO2 in ossigeno grazie ad alghe nutrite con le deiezioni, nitrificazione delle urine fresche per trasformazione in acqua potabile: tutto ciò farebbe passare le polveri Soylent per della gastronomia! Uno dei ricercatori sviluppa già questo tipo di bagno – si dice “Sistema di supporto di vita”- per i paesi poveri incaricati di sperimentare i nostri futuri “chiusi habitat terrestri”. O come la sopravvivenza in ambiente spaziale ci regala un’anticipazione di disgusto della nostra sopravvivenza sulla Terra.
Ma torniamo al paragrafo precedente: «Adattarci alle nuove condizioni di vita nella nostra propria casa», dice il transumanista Marc Roux. Anziché ecologia, o perfino “aumento” delle nostre capacità fisiche e intellettuali, Roux non offre altra prospettiva all’umanità che quella di «respingere continuamente lo spettro della sua fine». È tutto qui! L’ecologia transumanista è infarcita di questa ideologia della “resilienza” – un termine che proviene dalla psicologia, sinonimo di adattamento alla degradazione delle condizioni di esistenza -, che prevale oggi fino all’interno delle Conferenze sul clima. «Nessuna idea è da scartare a priori se può sfociare in un migliore adattamento dei corpi al loro ambiente. […] A breve o medio termine, l’umano mi sembra infinitamente più flessibile e malleabile del pianeta che ci ospita.» Quest’idea, apparentemente nuova, è soltanto una rimasticatura di Norbert Wiener che, già nel 1950, ci confrontava a quest’obbligo: «Abbiamo modificato così radicalmente il nostro ambiente che dobbiamo modificare noi stessi per vivere a scala di questo nuovo ambiente» ( L’uso u m a n o d e gli e s s e ri u m a ni ).19 Si tratta, nella tradizione del darwinismo sociale, di permettere la sopravvivenza del meglio adattato. Crepino i deboli e gli inadatti!
Da cui l’appello alle trasformazioni genetiche. Ecco l’impostura: dietro al volontarismo tecnico, è la sottomissione che domina; la degradazione del nostro ambiente è un fatto ineluttabile, al quale possiamo solo adattarci .
Questo transumanismo ornato da valori ecologici e democratici contesta la vecchia amministrazione del disastro da parte delle «burocrazie verdi».20 Non si vuole un’ecologia della costrizione ma dell’aumento. O piuttosto, per ogni aumento, della messa a livello dell’umanità ad un ambiente propriamente inumano. Sia perché ci surclassa – è la tesi di Ray Kurzweil, pioniere del transumanismo per il quale l’intelligenza artificiale ci obbliga ad aumentare le nostre capacità cognitive- sia perché è ecologicamente invivibile. Probabilmente tutti e due insieme. Ecco tutta la loro ambizione: un insulto ai fondatori dell’ecologia, gli Ellul, Charbonneau, Illich.

Accortezza per coloro che non vogliono adattarsi alle nocività ma sopprimerle Sviluppando un discorso con pretese ecologiste, i transumanisti desiderano certamente disinnescare la critica ed allearsi l’opinione pubblica. Ma l’impostura rimane. Esiste una corrente “ecologista” tecnicista. Il prodigio del Club di Roma, con il suo studio Stop alla crescita ? del 1972, non è forse quello di aver modellizzato il mondo su computer qualche mese prima che la NASA lanciasse il suo primo satellite di osservazione e di monitoring della Terra?21 La fashionista americana del transumanismo, Natasha Vita-More, si regge sulla «seconda ondata cibernetica» degli anni 50-70, che riavvicinò due campi scientifici fino ad allora distinti: la biologia e le scienze cognitive. Sotto i colpi di zoologi e di biologi affascinati dalla cibernetica, la natura fu ridotta ad un «ecosistema», le relazioni tra esseri viventi e il loro ambiente, fino alla loro fisiologia, ridotte a dei «sistemi di comunicazione interconnessi». «Il nostro intero ambiente, e fino all’universo, è un ecosistema indipendente ma unificato; noi, in quanto forme di vita integrate in questo sistema, siamo agenti del nostro proprio sistema fisiologico», ci dice Vita-More. Quando gli «ecologisti» di Lille mettevano i primi mattoni della città «intelligente», non facevano altro che razionalizzare l’ecosistema metropolitano considerato come una macchina comunicante.22
Il progetto transumanista è l’esito della nostra sottomissione all’ expertise tecnicista. È un progetto anti-umanista, qualunque cosa ne dica Luc Ferry in La rivoluzione transumanista .23 Quando il saggista ci assicura che il transumanismo è un «iper umanismo», mente. Quando afferma che non si tratta più «di subire l’evoluzione naturale ma di padroneggiarla e di guidarla noi stessi», evita di definire questo “noi stessi”. Si tratta del popolo? O dei tecnocrati dirigenti, della sua propria casta di ingegneri delle anime e dei corpi? Ma cosa aspettarsi dall’autore del Nuovo ordine ecologico che, nel 1992, assimilava l’ecologia al nazismo ed all’anti-umanismo. Nella favola transumanista, l’umanità è composta non da animali politici, piuttosto da animali-macchine. Questa favola riduce la storia al solo progresso tecnologico. Ecologisti, se volete sopprimere le nocività e non adattarvi ad esse, dovete ristabilire la storia! Non confondete progresso tecnologico e progresso sociale ed umano. Bisogna scegliere: restare degli umani di origine animale o diventare degli inumani del futuro meccanico.

TomJo, Ottobre 2016 www.piecesetmaindouvre.com

Dal giornale ecologista L’Urlo della Terra, num.5, Luglio 2017

1 Programma della fiera Primevère , 2016.
2 «Le salon Primevère invite les transhumanistes», Pièces et main d’oeuvre, 2016.
3 Edizioni FYP, 2016.
4 Marc ROUX, «Transhumanisme et décroissance », 23 gennaio 2015, consultabile al sito www.transhumanistes.com
5 Julian Savulescu e Ingmar Persson, Philosophy Now agosto-settembre 2016. Il loro libro si intitola Un fi t for the Future: The Urgent Need for Moral Enhancement (Inadatto per il futuro: l’urgenza della valorizzazione morale).
6 Le Monde , 6 ottobre 2014. 7 www.atlantico.fr, 31 luglio 2012.
8 Usbek & Rica, luglio 2016.
9 «Silicon Valley gets a taste for food», The Economist , 7 marzo 2015.
10 Mamie Nova : marca commerciale francese di prodotti freschi trasformati, di tipo agro-industriale. (Ndt)
11 Centri di ricerca dipendenti del Ministero della sanità americano.
12 « N.I.H. May Fund Human-Animal Stem Cell Research », The New York Times, 4 agosto 2016.
13 « Ecologists », Humanity +, senza data.
14 www.viridiandesign.org/manifesto.html 15 idem
16 Peter Singer, «Should we live o 1000?»,www. project-syndicate.org, 10 dicembre 2012
17 Référence.
18 Marc Roux, «Transhumanisme et écologie», 11 aprile 2016, www.transhumanistes.com
19 Citato da Sarah Guillet in «La colonisation des sciences sociales par le ‘sujet informationnel’», Rivista L’Inventaire n. 5, edizioni La Lenteur, luglio 2016.
20 Catastrofismo, amministrazione del disastro e sottomissione durevole, René Riesel e Jaime Semprun, Encyclopédie des nuisances, 2008. Nel suo Manifesto, Bruce Sterling: “è poco probabile che la maggior parte di noi tollerino di vivere in uno Stato del Razionamento del CO2. Ciò significherebbe che ogni attività umana sia prima di tutto autorizzata da commissariati all’energia.”
21 Le Monde, 25 luglio 2015.
22 TomJo, L’Enfer vert, L’échappée, 2013.
23 Luc Ferry, La Révolution transhumaniste. Comment la technomédecine et l’ubérisation du monde vont bouleverser nos vies, Plon, 2016

Monsanto-Bayer Matrimonio criminale

“Per estendere i confini dell’impero umano a ogni cosa possibile”
Francis Bacon

Trovare modi tecnologicamente più efficienti per manipolare la natura a scopi utilitaristici è stato il sogno e l’obiettivo principale nell’era moderna, a partire da Francis Bacon, il fondatore della scienza moderna, che raccomanda alle future generazioni di “spremere”, “plasmare” e “formare” la natura al fine di “allargare i confini dell’impero dell’uomo verso la realizzazione di tutte le cose possibili” . Per Bacon l’uomo aveva a disposizione una metodologia che gli avrebbe consentito di avere “il potere di conquista re e di soggiogare” la natura e di “scuoterla fino alle sue fondamenta”. Così è stato fatto, con un’accelerazione distruttiva senza precedenti nell’ultimo secolo, portando nel campo dell’agricoltura ad una perdita della diversità genetica fortemente legata alle pratiche di coltivazione che enfatizzano la monocoltura rispetto ai metodi di coltivazione differenziati.
Le compagnie agricole e chimiche sono continuamente alla ricerca del “prodotto perfetto”, che cresca velocemente, che sia resistente alle malattie e che sia facile da raccogliere e da trasportare.
Soggiogando e scuotendo la natura fino alle sue fondamenta , il codice genetico, le multinazionali dell’agrobiotech hanno lavorato per forzare i contadini a passare dalla coltivazione di diverse specie alle eccellenti potenzialità della monocoltura e l’abbandono dell’enorme numero delle tradizionali varietà a favore dei nuovi ceppi ha pesantemente indebolito la diversità genetica, creando un pericoloso oligopolio che non tiene minimamente conto del pericolo di contaminazione dovuto all’introduzione su vasta scala di colture geneticamente modificate. I colossi della chimica e della farmaceutica stanno unendo le forze, con fusioni e acquisizioni che concentrano in pochi gruppi il controllo pressoché totale del settore, si muovono velocemente per consolidare il loro controllo sulle ultime riserve di germoplasma rimaste al mondo, per controllare la distribuzione dei semi brevettati resistenti ai loro stessi erbicidi e pesticidi, assicurando alle compagnie chimiche un’egemonia virtuale e reale sulla maggior parte dell’agricoltura globale. La restrizione commerciale dei semi del mondo, una volta eredità naturale di tutti gli esseri umani, è avvenuta in meno di un secolo, con rare e isolate voci critiche. “L’introduzione nella biosfera di una seconda
Genesi, artificiale questa volta, significa condividere, nel campo del mercato, alcuni invidiabili successi a breve termine e solo successivamente, cadere nelle mani di una natura imprevedibile e inflessibile” , scriveva nel 1998 Jeremy Rifkin nel suo saggio “Il secolo biotech”. “Mentre le tecnologie genetiche che abbia mo inventato per colonizzare nuovamente la biologia mondiale sono formidabili, la nostra totale mancan za di conoscenza degli intricati funzionamenti della biosfera sui quali stiamo conducendo esperimenti fornisce una costrizione ancora più potente” , prosegue Rifkin evidenziando come le stesse compagnie che hanno contribuito alle più drammatiche devastazioni del pianeta oggi siano intente a trarre profitti dal reinventare la natura per poi controllarla su scala globale, in una “nuova colonizzazione, comunque, priva di bussola”.

I dominatori della Terra: l’acquisizione di Monsanto da parte di BAYER e quell’umano impero senza più confini
Fino a poco tempo fa erano sei le grandi corporation dell’agrobiotech: BASF, Bayer, Dow Chemical, DuPont, Monsanto e Syngenta che, insieme, oggi controllano circa l’80% del mercato mondiale del settore agrochimico, il 65% del mercato mondiale di semi e più del 75% di tutta la ricerca privata nel settore di semi e pesticidi. Oggi però i poli del male si stanno riducendo a tre, quando saranno completate le fusioni in atto: Du Pont-Dow Chemical, Sygenta-ChemChina e Bayer-Monsanto. Ed è proprio l’acquisizione di Monsanto (fondata nel 1901 a St. Louis) da parte di Bayer quella destinata a creare uno scenario decisamente allarmante, che ci riporta alla mente le profetiche parole di Francis Bacon: “Il Fine della nostra Fondazione è la conoscenza delle cause e dei segreti moti delle cose e l’allargamento dei confini dell’Umano Impero, per effettuare tutte le cose possibili”. Il nuovo colosso controllerà quasi il 30% del mercato mondiale delle sementi ed il 24% dei pesticidi.
Lo slogan usato da Monsanto per presentarsi al mondo è: “Insieme nutriamo il mondo e proteggiamo il pianeta” . Con un maquillage paradossale il colosso dell’agrochimica riesce a cancellare oltre un secolo di crimini ambientali e contro l’umanità come la produzione dell’agente arancio (che ha creato una delle più grandi epidemie umane colpose della storia moderna), la saccarina, il PCB (poli-cloro-bifenili), gli erbicidi alla diossina, gli ormoni della crescita bovina, il diserbante RoundUp (a base di glifosato, sostanza cancerogena e al centro di dibattiti importanti per il rinnovo della commercializzazione in Europa) e gli OGM.
Le promesse degli OGM, scandite dagli slogan della Monsanto, non corrispondono alla realtà, in parte perché le spese a carico degli agricoltori sono più che triplicate, con evidenti ricadute sui prezzi alimentari in tutto il mondo, e in parte perché l’aggressione chimica sta aumentando le piante che presentano resistenza al glifosato, spingendo le aziende ad immettere nel mercato molecole sempre più devastanti per l’ambiente e per ogni forma di vita, basti pensare al nuovo composto ottenuto aggiungendo al glifosato il 2,4D, un componente del famigerato agente arancio usato come defoliante in Vietnam tra il 1961 ed il 1971. Quasi cinque milioni di persone sono state esposte a queste irrorazioni che furono solo l’inizio di una lunga scia di morte che arriva fino ad oggi.
E se nella storia di Monsanto abbiamo evidenziato il ruolo fondamentale nella produzione dell’agente arancio, in quella della tedesca Bayer è bene ricordare che si tratta di una società con stretti rapporti con i nazisti durante la seconda guerra mondiale. Facciamo un salto indietro nel tempo per ripercorrere il curriculum dei crimini – per lo più impuniti – commessi dalla Bayer.

Bayer e la strage dell’eroina.
Fondata in Germania nel 1863, nel 1899 la Bayer inizia a commercializzare l’eroina, sostenendo che curasse il dolore a dosi inferiori rispetto alla morfina e senza indurre dipendenza. Per decenni fu un analgesico di grande successo, superando l’oppio e la morfina. Venduta nei negozi e per posta, un paio di dosi e una siringa per un dollaro e cinquanta, ma l’eroina era molto più letale, un killer. Nel 1913 supera la morfina come sostanza più diffusa che causava tossicodipendenza.
Nel 1925 in Europa iniziarono i veri preparativi aziendali per la seconda guerra mondiale: Bayer, Basf, Hoechst ed altre società si unirono per formare il cartello della IG Farben ed il loro obiettivo era l’acquisizione di mercati globali emergenti. A Norimberga i vertici della IG Farben furono processati per crimini contro l’umanità, una storia occultata per oltre sessant’anni che rischia di ripetersi. I documenti del processo dimostrano che la IG Farben aveva investito oltre 80 milioni di Reichsmark nelle organizzazioni naziste, l’equivalente di 800 milioni di euro, una cifra enorme a quell’epoca. Nelle conclusioni del processo non ci sono dubbi: senza questa somma di denaro i nazisti non sarebbero stati in grado di ottenere il controllo ed il potere che hanno raggiunto. La IG Farben detenne il monopolio quasi totale sulla produzione chimica durante il periodo della Germania nazista e fu il cuore finanziario del regime di Hitler. Durante l’olocausto fu il principale fornitore al governo tedesco dello Zyklon B, la sostanza mortale utilizzata nelle camere a gas dei lager. Fu inoltre la società che richiese più deportati come cavie per esperimenti e test di medicinali di vario genere, per mezzo dei quali furono inventati il gas nervino, il metadone ed altre sostanze per lo più ad opera della Bayer. Fu la IG Farben a costruire ad Auschwitz nel 1941 la più grande industria chimica dell’epoca, utilizzando in regime di schiavitù la manodopera del vicino campo di concentramento.

Criminali seriali e intoccabili.
Al processo di Norimberga su 24 consiglieri indiziati, solo 13 vennero condannati alla prigione con pene variabili dai 6 mesi agli 8 anni, colpevoli di genocidio, schiavitù ed altri gravi crimini. Ma solo un anno dopo la condanna, nel 1952, tutti i responsabili furono liberati grazie alla mediazione dell’ex ministro delle finanze e negli anni successivi tornarono attivi nell’economia tedesca. L’esempio più significativo è quello di Fitz Ter Meer, uno dei dirigenti della IG Farben, condannato per schiavitù e omicidi di massa, gravi crimini contro l’umanità: liberato dopo aver scontato 2 anni di carcere (su 7 previsti dalla sentenza) fu nominato da Bayer presidente del consiglio di sorveglianza, incarico che ha continuato a svolgere per 8 anni.

Negli anni ottanta la Bayer è responsabile della messa in commercio di farmaci emoderivati infetti, che contagiarono principalmente i politrasfusi (emofilici e talassemici). Dopo che la vendita fu bloccata negli Stati Uniti, lo stesso farmaco fu dirottato in tutto il mondo, anche in Italia. Migliaia di persone in Italia furono infettate con il virus di HIV ed epatite C tramite la trasfusione di sangue ed emoderivati infetti e non controllati tra il 1970 e il 1987. Un calvario giudiziario che da trent’anni incespica tra faldoni abbandonati, errori di notifica, richieste di proscioglimento, problemi di rogatorie e quanto di meglio può esprimere il sistema giudiziario a tutela dei soliti intoccabili. In quegli anni, come evidenziato dai carteggi delle case farmaceutiche coinvolte nello scandalo (Baxter, Bayer, Aventis Behring, Alpha), il plasma proveniva da donatori mercenari a rischio: tossicodipendenti, carcerati, paesi del terzo mondo. I rischi erano noti ma non furono diffusi. In Italia il sangue locale non era sufficiente, ed il 90% di plasma ed emoderivati era statunitense. L’inchiesta iniziata a Trento finisce a Napoli, dove il reato di epidemia colposa viene archiviato perché caduto in prescrizione. Non esiste un database di chi ha ottenuto il nesso causale tra infezione e malattia, le vittime si stima siano 100.000 e che gran parte di queste non possano accedere a rimborsi per decorrenza dei termini.
Nel 2002 la Bayer ha acquisito la Aventis Crop Science, formando la Bayer Crop Science, una delle società attualmente più innovative del settore agrochimico e impegnata nel campo dell’ingegneria genetica del cibo. Nel maggio 2016, Bayer e l’irlandese ERS Genomics, hanno firmato un accordo che consente a Bayer di accedere ai brevetti di editing del genoma CRISPR-Cas9 di ERS. L’accordo ha concesso a Bayer diritti per applicazioni di ricerca definite di questa tecnologia in settori strategici selezionati. Nel dicembre 2016, Bayer e Versant Ventures hanno istituito la società BlueRock Therapeutics, che sarà attiva nel settore della medicina rigenerativa. L’azienda intende sviluppare terapie altamente efficaci basate sulle cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC) per curare varie malattie cardiovascolari, disturbi neurologici e malattie del sistema nervoso centrale.

Il disastro di Seveso e le menzogne di Monsanto
10 luglio 1976, ore 12:37: una nube di diossina fuoriesce dal reparto B dello stabilimento ICMESA, di Meda. “…voi, che vivete tranquilli nella vostra coscienza di uomini giusti, che sfruttate la vita per i vostri sporchi giochetti allora, allora am mazzateci tutti!” Antonello Venditti, Canzone per Seveso A 41 anni di distanza da uno dei peggiori disastri ambientali della storia, ricordiamo che la ricerca di Zack & Gaffey del 1983 (una di quelle che non correlava l’esposizione ai tumori) era basata su dati epidemiologici forniti direttamente dalla multinazionale chimica Monsanto, ovviamente i risultati erano stati manipolati ad arte.

Con l’acquisizione di Monsanto da parte di Bayer, definita dagli analisti del settore come “il matrimonio del peggio del peggio con il peggio del peggio” è evidente che il nuovo polo del male rappresenti un ulteriore passo avanti nel controllo delle risorse alimentari e della salute dell’umanità e del pianeta. Una minaccia di fronte alla quale siamo tutti chiamati ad agire perché è palesemente prevedibile che chi trae profitto contemporaneamente dal vendere farmaci e pesticidi eserciterà sempre maggiori azioni lobbistiche volte a favorire un pericoloso, mortifero ed incontrastato controllo e dominio di ogni forma di vita. Chi sono i veri ecoterroristi?

Incendiato centro ricerca MONSANTO
Un attacco incendiario ha causato danni ingenti alla sede della multinazionale Monsanto di Olmeneta (Cremona), dove lavorano 11 persone. Nella notte di sabato 15 Aprile sono state lanciate contro il magazzino e il laboratorio di ricerca quattro bottiglie molotov che hanno provocato un incendio, domato solo dopo parecchie ore da squadre dei vigili del fuoco giunte da Cremona. Incendio che sarebbe stato ancora più grave se due delle molotov non fossero rimaste inesplose. Su un muro esterno dei laboratori è stata lasciata la scritta: “Bayer Monsanto matrimonio criminale – No Ogm”. I responsabili dell’azienda stimano che il danno ammonti a diverse centinaia di migliaia di euro: nel rogo sono state distrutte le attrezzature per la ricerca e le fiamme hanno colpito anche la cosìddetta
“camera del freddo”, dove sono stoccati semi sperimentali. La scritta si riferisce all’acquisizione della Monsanto da parte della Bayer nel 2016. Nell’Aprile del 2001, i magazzini di Lodi dove erano stoccati semi di soia e mais vennero distrutti da un incendio doloso. Anche in quel caso era stata trovata una scritta sui muri dello stabilimento: “Monsanto assassina – No ogm”. Lo stabilimento della Syngenta Seeds spa a Casalmorano (Cremona) nell’Aprile 2004 subì un attacco rivendicato da una scritta anti-ogm sul lato nord del fabbricato. La multinazionale era già stata presa di mira l’anno prima. E nel Maggio 2002 era stato colpito lo stabilimento di Madignano (Cremona). In tutti i casi i danni causati sono stati ingenti.
Info da: www.autistici.org/cna

TGMaddalena.it

Dal giornale ecologista L’Urlo della Terra, num. 5, Luglio 2017

Dove trans-xeno-femminismo, queer e antispecismo incontrano la tecnoscienza – Il cyborg: una metafora che si incarna, un dispositivo di potere e la fine di ogni liberazione

“Tuttavia, dai laboratori scientifici in cui ormai la Natura e gli altri viventi erano imprigionati, studia ti, torturati e vivisezionati, geneticamente modificati, o anche avviati verso una soluzione finale, la Natura riemerge prepotentemente dal seppellimento ideologico del meccanicismo, come un filo d’erba ritrova la luce spuntando dall’asfalto e dal cemento che ha sepolto la terra.”1

Viviamo in tempi di alleanze e di incontri tra realtà trans-xeno-femministe, queer, antispeciste, e lungo questi sentieri riemerge e si afferma con forza il cyborg e le tecnoscienze trovano la propria strada. È significativo e preoccupante, segno di questi tempi, che anche da contesti antispecisti, quindi si dovrebbe presupporre dalle ceneri dell’umano e dell’antropocentrismo, emerga il cyborg. Il significato del cyborg va oltre alla stessa Haraway, è rappresentativo di queste tendenze contemporanee. Con queste mie riflessioni vorrei mettere in luce le vicinanze, i punti di contatto e le sovrapposizioni con le stesse logiche e strutture di dominio e perchè queste nuove tendenze rappresentano la fine di ogni possibile liberazione.
Il cyborg, per i suoi sostenitori, è una creatura in un mondo post-genere, non condizionato dalla riproduzione sessuale biologica, è figura sovversiva del sistema dominante fondato su una serie di dicotomie sè/altro, femmina/maschio, natura/cultura, mente/corpo, uomo/macchina. Si situa -non situato- al di là della differenza intesa come opposizione maschile/femminile, per decostruire la soggettività fondata su un sistema eteronormativo, aldifuori da ogni binarismo.
Dalla moltitudine di Negri e Hardt già si delineava una contaminazione e un meticciato con le macchine. Una moltitudine ora diventata queer che include il cyborg.
Il cyborg diventa compagno di specie nella grande famiglia di queer, alieni, ibridi, surrogati, strumenti viventi, oncotópe. 2
Una fusione tra organico e inorganico, tra carne e silicio dove i confini del corpo non coincidono più con la pelle, la tecnologia pervade il corpo che diventa oggetto di intervento tecnologico. Queste trasformazioni e fusioni tecnologiche non sono possibili e sono inimmaginabili senza gli sviluppi delle tecno-scienze. La metafora cartesiana animale come macchina viene ribaltata in macchina come animale, non si esce da quella logica, la si cristallizza nei corpi. Viene difesa la visione del corpo come macchina in quanto immagine del soggetto multiplo e denaturalizzato. L’artefatto, il simulacro, lo spazio virtuale diventano parametri della nuova soggettività. La soggettività viene ripensata in termini di processo, complessità e rapporto con le tecnologie. Le tecnologie della comunicazione e le biotecnologie diventano gli strumenti principali per ricostruire i nostri corpi. Queste tecnologie costruiscono oggetti in cui la differenza tra macchina e organismo è offuscata.
Il significato di questo affascina le teoriche e i teorici delle teorie queer e della decostruzione, un significato che si fonde in profondità con l’ossessione del corpo, un corpo percepito come una gabbia, con la non accettazione della nostra animalità, della nostra vulnerabilità, dei nostri limiti, della nostra inadeguatezza alla fredda tecnica, con l’ossessione della natura. Ma qui non c’è nulla da decostruire perchè non c’è nulla di costruito. Se poi tutto è filtrato attraverso una concettualizzazione è un altro discorso e se il concetto di natura è stato usato dal potere per distinguere chi era ritenuto diverso, anormale, deviante, in base a norme sociali, culturali e politiche, per reprimerlo e normalizzarlo, questo non vuol dire che la natura in sè, e non resa concetto e potere normativo, sia portatrice di tali disuguaglianze e soprusi, questo non vuol dire che non esiste un già dato, a prescindere da quello che noi possiamo cogliere. Affermare che la natura non esiste è pericoloso e al tempo stesso senza fondamento reale, è solo una speculazione filosofica. Sempre se non vogliamo arrivare ad affermare che la stessa realtà non esiste, perchè con queste premesse è qui che si arriva. Dovremmo sbarazzarci di questa eredità cartesiana o arriveremo in un deserto della critica paralizzando ogni possibile resistenza e sovvertimento. Il pensiero invece che espandersi si annichilirebbe su sé stesso incapace di cogliere le reali sfide che questo esistente ci pone davanti.
Il cyborg diventa anche la nuova soggettività femminista e il simbolo dell’anti materno. La procreazione è considerata come il principio della dipendenza dall’uomo, così con le tecniche di riproduzione assistita le donne si svincolerebbero dal ruolo storico di genere sciogliendo il binomio donna/madre. In quest’ottica la realizzazione dell’utero artificiale finalmente libererebbe le donne dal vincolo biologico della procreazione e annullerebbe le differenze tra sessi intorno al materno.
Le implicazioni di tutto questo vanno invece proprio nella stessa direzione di un sistema patriarcale che da sempre ha cercato di dominare la donna e di appropriarsi della sfera riproduttiva. Viviamo in tempi tempi di risignificazione della maternità, della dimensione procreativa, di cancellazione della madre, della donna, della lesbica. Rivendicare che la maternità è una dimensione che appartiene alla donna e riappropriarsi di essa non è “ridurre la donna al ruolo di madre”, come spesso viene contestato, la gravidanza è una possibilità e una scelta, significa opporsi a questa appropriazione da parte dell’uomo, del sistema medico e tecnico, dello stato, delle aziende della riproduzione.
Alcune analisi trans-xeno-femministe-queer-antispeciste sono consapevoli delle conseguenze di un sistema tecno-scientifico, ma la loro risposta è creare una resistenza interna e fanno emergere una visione positiva e amichevole del rapporto corpo-macchina nel nostro mondo ad alta tecnologia considerando le tecnoscienze come potenzialmente liberatrici.
“Noi possiamo essere i responsabili delle macchine, loro non ci dominano, nè minacciano; noi siamo i responsabili dei confini, noi siamo loro”, “Alla fine del Ventesimo secolo, in questo nostro tempo mitico, siamo tutti chimere, ibridi teorizzati e fabbricati di macchina e organismo: in breve, siamo tutti cyborg”, afferma la Haraway nel Manifesto cyborg. 3
“I cyborg non comprendono solo i corpi high tech dei piloti militari o degli atleti, ma anche le masse enormi del proletariato digitale che nutre l’economia globale.” scrive Braidotti. 4
Secondo queste analisi la tecnologia, la macchina siamo già noi, con le lenti a contatto, pace maker, cellulari. Constatare che siamo pervase dalla tecnologia e circondate da protesi tecnologiche non equivale ad eccettare questo stato di cose. Si leggono accostamenti alquanto superficiali, c’è un’enorme differenza tra le lenti a contatto, un pace maker e un intero sistema tecno-scientifico che penetra nella nostre vite, che modifica la stessa percezione della realtà attorno a noi. Stiamo parlando di ingegneria genetica, nanotecnologie, neuroscienze, di un controllo totale sui processi vitali di ogni essere vivente, di una nocività ecologica, sociale e sistemica. In questa direzione precipiteremo in un mondo interamente guidato dalla macchina dove saremo ingranaggi di questa macchina.
Le tecnoscienze attraversano i corpi, ma non è un attraversamento metaforico e indolore, non è una rappresentazione astratta, è politica e fisica. È in atto una profonda trasformazione, un cambiamento strutturale proprio come una mutazione genetica. Di fatto chi può permettersi di immaginare futuri distopici sta parlando da una situazione privilegiata che ha perso il contatto con la realtà, con le conseguenze sociali ed ecologiche delle tecnoscienze.
Basterebbero queste parole della Haraway per respingerla dall’universo antispecisita: “Si, tutti i calcoli valgono ancora; si, difendo l’uccisione degli animali per delle ragioni e in particolari condizioni material-semiotiche che ritengo tollerabili in base al calcolo di un bene superiore.” 5
Eppure viene presa come spunto anche da contesti antispecisti nonostante il fatto che con le sue argomentazioni offra una copertura ideologica e una giustificazione alla sperimentazione animale, all’allevamento, addestramento, uccisione di animali per scopi di ricerca e alimentari e all’ingegneria genetica. La Haraway afferma che l’animale all’interno del laboratorio avrebbe uno spazio di libertà: “gli esperimenti non possono dare risultati in assenza di cooperazione da parte degli animali”6. Che libertà sadica e perversa, all’interno dei laboratori c’è solo sottomissione e coercizione: animali rinchiusi, immobilizzati in strutture di contenzione, sottoposti a torture, come immaginare una cooperazione? Il laboratorio, come l’allevamento, è una strutture di potere, l’unica libertà gli animali rinchiusi la strappano ai loro aguzzini in quelle forme di resistenza che segnano e incidono una rottura e che rappresentano ciò che rimane di non addomesticato. Eppure la Haraway pensa agli animali in un laboratorio non come vittime, ma come “attori del laboratorio” attribuendogli un potere d’azione che nella realtà è loro negato.
Viene effettuato un riconfiguramento perverso e crudele dove i vivisettori diventano “persone che assistono agli animali”, “addetti alla cura degli animali” per ottenere i risultati sperimentali e l’animale diventa “paziente”. “I cuccioli dovevano diventare pazienti per poter divenire in seguito tecnologie e modelli. […] I cani non avrebbero potuto fungere da modelli se non fossero stati trattati come pazienti” 7 .
Il rapporto di potere e prevaricazione tra aguzzino e animale, totalmente riconfigurato, diventa un rapporto tra paziente e chi se ne prende cura. Ottima copertura ideologica e giustificazione alla sperimentazione animale. I vivisettori vengono assolti per le atrocità commesse e al tempo stesso viene sviato lo sguardo e la comprensione dalla realtà del dominio.
“Josef Mengele mostrava lo stesso tipo di falsa cura, per i bambini ebrei o zingari, sui quali eseguiva i propri esperimenti ad Auschwitz, quando li alloggiava in camere pulite e offriva loro qualche dolcetto.”8
Dai laboratori della DuPont viene creata l’oncotopa, un topo transgenico brevettato nel 1987. Nel suo DNA e in quello di tutta quanta la sua progenie, c’è un gene che se stimolato sviluppa un tumore. La chiamo oncotopa e non oncotopo perchè è la femmina che è stata modificata per gli studi sul tumore al seno. Ci troviamo davanti a una femmina ingegnerizzata per altre femmine. La Haraway si chiede per chi vive e muore oncotopo e si risponde per le donne malate di tumore al seno, quando in realtà vive e muore per le multinazionali farmaceutiche e biotecnologiche anch’esse responsabili di un mondo tossico e cancerogeno e di quel paradigma che vede il vivente come modificabile e artificializzabile.
La Haraway rivendica un dominio strumentale e lo rafforza ancora più in profondità affermando che animali ibridi come l’oncotopa incarnano una politica trasgressiva, anti-umanista: “L’incrocio trasgressivo inquina le eredità genetiche trasformando la natura nel suo opposto binario, la cultura.” 9
In questa concezione, che non è solo della Haraway, ma fa parte delle tendenze contemporanee, l’oncotopa è una sfida all’antropocentrismo, in grado di decostruire la nozione di purezza, di razza, mettendo in discussione la sacralità della vita, individuando nell’angoscia di contaminazione l’origine del razzismo così come è parte delle parallele angosce di genere.
Usare l’ibridazione come interessante concetto non porta nessun oltrepassamento dei confini umanistici: diventa una nuova ideologia dell’appropriazione e affonda prepotentemente nella carne del mondo. Modificare il vivente è il culmine di una visione umanista che vede la natura e l’intero vivente come mera materia da domare e piegare ai nostri fini. Un ritorno a Bacone. L’apoteosi di una razionalità tecnologica. Una stretta di mano alla Du-Pont.
La Haraway e la Braidotti affermando che l’oncotopa è loro sorella stanno nascondendo il vero abisso che le separa da questa creatura transgenica, l’abisso in cui sprofondano i corpi animali ingegnerizzati, l’abisso in cui sprofonda la natura artificializzata, l’abisso di un sistema tecno-scientifico. Chiamandola sorella oncotopa non aprono interessanti incontri con nuove soggettività in divenire, ma perpetuano il dominio.10
Come una trottola impazzita verso futuri fantascientifici e strane visioni, entusiasmandosi da nuove creature post disastro, un accellerazionismo che mentre accellera la sua corsa stritola sempre di più corpi e il mondo intero. Anche animali con tre occhi resilienti a una catastrofe atomica potrebbero aprirci nuovi entusiasmanti incontri e riflessioni su altre soggettività, ma non dovremmo forse distruggere una società mortifera?
“Come potrebbero, nell’ambito dell’attuale situazione culturale, femministe e antirazzisti fare a meno del potere del laboratorio di rendere dubbio ciò che è ritenuto normale?” 11 In queste considerazioni attenzione a non far sfuggire un particolare fondamentale. Si sta parlando di un laboratorio e di ciò che si crea al suo interno. Tutto ciò che esce da un laboratorio non può essere considerato quale elemento potenzialmente in grado di scardinare una struttura di potere di cui è intriso. Che logica perversa. Attraverso un gesto di decostruzione che i derridiani invidierebbero, il racconto fondativo della tecnoscienza rovescia termini ereditati di cultura e natura per poi dislocarli. 12
Dislocarli nei laboratori… Se femministe e antispecisti si trovano a loro agio tra creature transgeniche, se si trovano a loro agio nelle stanze dei laboratori significa che non sono più in grado di vedere la violenza, l’orrore, il dominio per quello che sono. Come potremmo situarci nelle stanze delle multinazionali biotech, agrochimiche, farmaceutiche dove esercitano il loro potere senza sentire l’odore dei cadaveri? Marcuse afferma: “In questo mondo vi sono modi di essere in cui uomini e cose sono “in sé” e “per sé” e modi in cui essi non sono, e cioè in cui la loro natura (essenza) è distorta, limitata o negata”. 13
Le creature transgeniche diventano sostrato del dominio, private della libertà, esistono nella distorsione e nella negazione della loro natura. L’essere topo, il vivere libero, nel suo ambiente, con i suoi simili, è negato. La struttura del sistema non è per niente intaccata da tutte queste decostruzioni, anzi, né esce rafforzata.
Se le riflessioni antispeciste contemporanee non prendono atto di tutto questo ma seguiranno queste direzioni si stanno di fatto schierando dalla parte dell’ideologia del dominio.
Come possiamo rivendicare che siamo tutte/i dei tecno-mostri, dei cyborg e percepire in questo un potenziale in grado di scardinare strutture di potere? Un post-umano troppo umano, che non ha per nulla decostruito l’umano, altrimenti avrebbe ben compreso che siamo animali e non cyborg… Il/la cyborg costruisce l’uomo come interrelazione con le macchine. Diventa costruttore di significato come tutti quegli aggettivi oggettivanti che costruiscono l’uomo, maschio, etero, occidentale, sano, bello. Il cyborg si immerge nella macchina antropologica facendo scomparire ancora di più l’animale che siamo, gli altri animali e la vita stessa. Appropriandosi di queste metafore e di questi significati si stà gettando le fondamenta di una nuova edificazione dell’umano. Se questa concettualizzazione passa, non passa semplicemente per registrare l’attualità, ma arriva a costruire la stessa percezione della realtà e di noi stesse/i e a legittimare e rafforzare un sistema tecno-scientifico di biopotere.
Noi e ogni altro animale veniamo dissolte/i nell’affermare che siamo tutte/i prodotti delle tecno-scienze, che siamo tutte/i cyborg. Veniamo fagocitate/i. La tristezza è che questo dispositivo di cancellazione, della nostra e altrui animale esistenza è creato e messo in moto da aree femministe e antispeciste. Si stanno imprigionando corpi in strutture di potere ancora più impercettibili perchè travestite da processi emancipatori, il cyborg è un dispositivo di potere performativo che smembra corpi come quegli stessi dispositivi specisti che si combattono. Un divenire di nuove soggettività che in realtà esse stesse fagocitano… e cosa rimane nell’arido terreno delle tecno-scienze? Solo oncotope, ibridi, mutazioni genetiche, cyborg…
Riscopriamoci animali come carne-del-mondo non separabile dalla natura. Ciò che ci accomuna con gli altri corpi, con gli altri animali è l’essere senzienti, desideranti, l’essere vulnerabili, l’essere mortali e i nostri vissuti carnali. Questo che ci accomuna, la zòe, il vivere comune a tutti gli esseri viventi, precede ogni costruzione, categorizzazione, concettualizzazione. Dalla riflessione sugli altri animali non dobbiamo far scomparire, come spesso accade, gli animali selvatici e il mondo naturale. Non vengono presi in considerazione perché nella nuova visione di mondo che parte dell’antispecismo propone il selvatico è stato rimosso e la natura o non esiste o è da riprogettare o è da cancellare, con un eco che risuona di transumanesimo.14
La difesa del selvatico e degli ecosistemi rappresenta la breccia per resistere al dominio della megamacchina che si estende a tutti gli elementi vitali resi merci da utilizzare, da depredare e resi basi inerti da modificare e plasmare. Un altro sguardo riconosce un valore intrinseco a un ecosistema nella sua complessità e biodiversità, dove ogni parte della natura non è oggetto rispetto a un soggetto umano, ma soggetto.
Si sta parlando di riprogettare il mondo e i corpi, di tecnoscienze come strumento di liberazione, tutto questo ha oggettivamente un significato ben chiaro e delle conseguenze sull’intero vivente.

Contributo per l’Incontro di Liberazione Animale e della Terra, Luglio 2017
Silvia Guerini dal giornale ecologista “L’Urlo della Terra”, num.5, Luglio 2017 www.resistenzealnanomondo.org

1 Giannetto E. (2012), La natura come persona, in Animal Studies, rivista italiana di antispecismo, politiche della natura, Novalogos, p.32

2 Haraway D. J. (1995), Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli. Preciado P., Moltitudini queer – Note per una politica degli anormali, www.incrocidegeneri.wordpress.com

3 Haraway D. J. (1995), Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli, pag. 40,41

4 Braidotti R. (2014), Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte, Derive Approdi.

5 Ibid., pag.187 6 Weisberg Z. (2010), Le promesse disattese dei mostri. La Haraway, gli animali e l’eredità umanista, op. cit., pag.185 7 Ibid, pag.188 8 Ibid., pag. 189

9 Ibid, pag. 99 10 Braidotti R. (2015), Per amore di zoe. Intervista di Massimo Filippi ed Eleonora Adorni. Liberazioni, rivista di critica antispecista, numero 21.

11 Haraway D.J. (2000), Testimone_Modest@ FemaleMan©_ incontra_Oncotopo™ Zipporah W., Le promesse disattese dei mostri, op.cit., pag.205

12 Haraway D. J. (2000), Testimone_Modest@ FemaleMan©_incontra_Oncotopo™. op. cit., pag.144

13 H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, pag. 141

14 lesbitches.wordpress.com: manifesto xenofemminista; estetica aliena: xenofemminismo e animali non umani

scaricabile in pdf: cyborg

Non una semplice isola

37.374 ettari di territorio sotto controllo militare con la presenza di poligoni missilistici, poligoni per esercitazioni a fuoco terrestri, aeree e navali, aeroporti militari e depositi di carburante. I due poligoni più grandi dello Stato italiano, uno dei quali il più vasto d’Europa con un’estensione a mare oltre l’intera superficie dell’isola stessa. Il 60% delle installazioni italiane-Nato. Eppure la presenza militare in Sardegna non si ferma entro i soli perimetri delle basi militari. Gli aerei che partono per la Libia volano dall’aeroporto militare di Decimomannu, le forze armate israeliane si addestrano nei poligoni di Capo Frasca e Teulada, le bombe lanciate in Yemen vengono prodotte nel Sulcis dalla fabbrica RWM di Domusnovas. Una lunga lista di eserciti e aziende della guerra si addestrano e testano le nuove armi proprio nell’isola.

La lotta contro l’occupazione militare in Sardegna, dunque, si inserisce necessariamente all’interno di una più vasta lotta contro l’imperialismo, gli eserciti di Stato e il Capitalismo. La centralità dell’isola nelle politiche imperialiste ha radici lontane: per la Nato e gli Usa rivestiva un ruolo strategico importante in virtù della sua posizione geografica, tanto che in una nota della Cia del ’57 veniva “considerata nei piani di guerra degli Usa”. Non solo: le basi erano importanti supporti logistici e operativi utili in caso di conflitto, ma soprattutto erano terra di esercitazione, addestramento e sperimentazione. Di lì a poco, tra il 1955 e il 1956, vennero così installate in Sardegna alcune delle più importanti basi militari d’Europa: Teulada, Decimomannnu-Capo Frasca e Perdasdefogu-Quirra. Tra queste, Capo Frasca veniva inserita in un triangolo strategico insieme alle basi di Aviano e di Ghedi Torre dove si sarebbero addestrati piloti Nato alla guerra atomica. Oggi i venti di guerra sono cambiati, ma il Mediterraneo rimane per la NATO uno degli scenari strategici: ed ecco che ancora ad oggi, le alte sfere dell’esercito ribadiscono la necessità degli USA di tenere la Sardegna come luogo strategico militare (vedi dichiarazioni dell’ammiraglio S.J. Locklear, comandante della Nato per il Sud Europa e per l’Africa). Dall’altro lato, negli ultimi anni le basi hanno rafforzato un altro aspetto importante: si chiama business economico, o meglio sfruttamento legalizzato. I poligoni sono diventati una delle sedi preferite dalle industrie belliche per testare i loro prodotti e mostrarne l’efficacia ai compratori. Sofisticati sistemi d’arma targati Fiat, Alenia, OtoMelara, Finmeccanica, Thompson, Aerospatiale, solo per citarne alcuni. Prezzo d’affitto: 50 mila euro l’ora.

INTORNO ALLE BASI

L’insediamento delle basi militari deve essere inserito anche all’interno di una politica tutta “nostrana” in cui lo Stato ha saputo farne un valido strumento di controllo del territorio e delle sue comunità; un controllo non solo militare, ma soprattutto sociale basato sulla profonda penetrazione di un’economia militare che si è progressivamente imposta quale unico e possibile modello di sviluppo.
Tra le principali conseguenze che ricadono sui territori circostanti le basi troviamo:

  • sottrazione di sovranità: le popolazioni subiscono decisioni prese completamente al di fuori del proprio controllo, estranee ai propri interessi, senza avere alcuna voce in capitolo, anzi spesso volutamente disinformate dalle autorità;

  • cristallizzazione economica (se non arretramento): tutti i paesi mostrano un tasso di disoccupazione maggiore alla media in Sardegna (e tra le più alte rispetto alle regioni italiane) e in generale uno smantellamento dell’economia tradizionale e legata al territorio, sostituita da un’economia di dipendenza dalle briciole date dal sistema militare con sussidi, indennizzi e una manciata di posti di lavoro nelle basi.

  • spopolamento: costante spopolamento, dovuto soprattutto all’emigrazione, delle comunità intorno alle basi; Teulada dal 1961 ad oggi ha perso il 41% degli abitanti, Perdasdefogu un quarto della sua popolazione.

  • distruzione del patrimonio archeologico e naturalistico: vale per tutti il caso del complesso carsico di S’Ingutidroxa presso il PISQ (Poligono Interforze del Salto di Quirra).

  • inquinamento tanto da causare modificazioni genetiche negli organismi vegetali ed animali e diffusione di alcune patologie (aumento dei malati di diabete fino al 300%, disturbi alla tiroide, ecc.), linfomi e cancri di vario genere, aborti e malformazioni negli animali e nell’uomo. Nella sola Escalaplano negli anni ’80 nascono 11 bambini con evidenti malformazioni ed handicap fisici gravi; 6 di loro vengono alla luce nel 1988, un anno che registra statisticamente circa il 25% di nascite anomale. Dal 1998 al 2008 i militari e i civili che abitano a lavorano a Quirra hanno mostrato una presenza di tumori 10 volte superiore alle statistiche nazionali e 16 volte per quanto riguarda le leucemie. E’ la cosiddetta Sindrome di Quirra causata, come rivelarono gli studi di una ricercatrice dell’Università di Modena, dalle azioni militari nella base: “Ci sono polveri sottilissime di metalli nelle foglie di lentischio prelevato a Quirra, nei linfonodi, nel fegato e nei reni delle persone malate. Le stesse ritrovate nei tessuti dei militari reduci dalle missioni nell’Ex Iugoslavia. Nanoparticelle che per forma e dimensione possono essere causate solo da combustioni a certe temperature e da esplosioni: ci sono metalli combinati tra loro che non esistono sui libri”. Le nano particelle di materiali esplodenti e di metalli, quindi, insieme alla presenza di un campo magnetico elevato (frutto delle attività dei radar militari) tra le principali cause delle neoplasie al sistema emofiliaco.

GRANELLI E INGRANAGGI

Il diffuso sentimento popolare contro la presenza delle basi, i loro orrori ambientali e gli effetti devastanti sulla salute umana e animale ha portato nell’ultimo anno una nuova ripresa della lotta contro le basi. Una lotta che ha origini antiche e che ha visto diverse fasi e modalità di azione. In questo contributo vogliamo però ricostruire le tappe di questi due ultimi anni perché pensiamo sia importante per definire anche nuove prospettive e azioni in rete. Il momento simbolico da cui partiamo è quello della manifestazione di Capo Frasca nell’estate 2014 per arrivare a quello più recente della manifestazione del 23 Novembre 2016. Due date che, a nostro avviso, tracciano un percorso importante per tanti aspetti, ma uno in modo particolare: segnano, infatti, il passaggio dalla rappresentazione del dissenso all’azione diretta. La lotta contro le basi, infatti, si è spesso giocata su due binari: uno più orientato alla manifestazione del “dissenso” e al tentativo di coinvolgere ampi strati della popolazione per avere una forza maggiore nel chiedere lo smantellamento delle basi, un’altra più orientata all’azione diretta che creasse disagio e perdita di profitto al sistema militare. Due modalità che in qualche modo si sono manifestate in contemporanea proprio nella manifestazione di Capo Frasca, durante la quale c’è stato sia il momento del dissenso, con la presenza di migliaia di persone e vari interventi dal palco allestito dagli organizzatori, sia il momento dell’azione diretta con la rottura delle reti e l’ingresso di centinaia di manifestanti dentro la base. Da quel momento sono stati diversi i momenti di lotta che hanno visto l’organizzazione di altre manifestazioni, tra cui quella di Cagliari del 13 dicembre 2014, a diversi momenti di azione diretta tesi a impedire lo svolgimento delle esercitazioni, come l’invasione della base di Teulada (con la sospensione delle esercitazioni a seguito della rottura delle reti e l’ingresso di alcuni e alcune dentro il perimetro), il tentativo di blocco della “nave gialla” al porto di Sant’ Antioco, la manifestazione di Decimomannu per bloccare l’esercitazione Starex (la principale esercitazione aeronautica delle forze NATO prevista per il 2015) e il blocco il 3 Novembre 2015 della più grande esercitazione Nato del post Guerra Fredda, la Trident Juncture, con l’ingresso di alcuni e alcune nella base di Teulada. Ultima, la manifestazione del 23 Novembre a Capo Frasca durante la quale, in occasione della riapertura del calendario delle esercitazioni, centinaia di persone si sono trovate davanti la base tagliando decine di metri di rete. In occasione di quest’ultima, è importante sottolineare come la lotta alle basi militari e al militarismo si sia estesa oltre mare, attraverso diverse azioni solidali tra Pisa, Trento e Milano in concomitanza con la manifestazione che si svolgeva in Sardegna.

Tutte queste tappe, ognuna con le sue peculiarità e criticità, rafforzano la nostra idea che la direzione presa sia quella più giusta al momento: l’azione diretta dà la possibilità a ognuno, secondo le proprie modalità, di partecipare in modo attivo alla lotta, di affinare una coscienza individuale e collettiva al tempo stesso, e soprattutto di creare una diseconomia a chi per anni ci ha imposto un’economia di dipendenza e stretto intorno solo filo spinato e catene. Non solo, offre la possibilità di intessere nuovi pratiche solidali con chi lotta contro il militarismo nel proprio territorio con la prospettiva di creare sempre più momenti di azione dislocati in posti lontani, ma accomunati da un unico obiettivo: nessuna pace per chi vive di guerra.

Collettivo S’idealibera, https://sidealibera.noblogs.org/, evaliber2@inventati.org

Dal giornale ecologista L’Urlo della Terra, num.5, Luglio 2017

Come sbancarsi la vita. La Fondazione Mach in Trentino

La data di nascita della Fondazione Mach si può situare il 12 gennaio 1874, quando la Dieta tirolese di Innsbruck (il suo compito è quello di redigere e deliberare le leggi regionali e di eleggere il Governo Regionale) acquistò il monastero di San Michele all’Adige ed i suoi relativi beni, con lo scopo di aprire una scuola agraria con annessa stazione sperimentale. Il compito della nuova scuola e delle sue sperimentazioni era quello di lavorare alla rinascita dell’agricoltura in Tirolo. Il primo direttore fu Edmund Mach, il quale arrivava da un’altra stazione sperimentale, quella di Klosterneuburg presso Vienna, ed ebbe un’intensa carriera nel campo della chimica agraria e dell’enologia. Edmund era ritenuto un ottimo organizzatore sia a livello scolastico che sperimentale, tanto che gli viene riconosciuto il “merito” di aver costituito il binomio indissolubile tra ricerca e didattica. Nel 1919 l’istituto passò alle competenze della provincia di Trento e nel 1926 venne attivato il Consorzio con lo Stato italiano per la gestione dell’Ente. Uno dei successivi direttori dell’istituto fu Rebo Rigotti, il quale svolse una ricerca considerevole nel campo cerealicolo, frutticolo e viticolo, tanto che ottenne dai suoi esperimenti il riconoscimento di una nuova varietà autoctona di bacca rossa soprannominata Rebo, una bacca ottenuta tramite nuovi incroci tra le viti che le migliorava geneticamente.

Dopo la seconda guerra mondiale arrivò Bruno Kessler, il quale era anche Presidente della Provincia Autonoma di Trento, che diede nuovo impulso all’istituto agrario grazie al modo in cui considerava il progresso e lo legava alle nuove tecnologie, ossia una prospettiva di sviluppo intensivo dell’agricoltura locale e il suo perfezionamento attraverso la ricerca scientifica, intersecando il lavoro in loco con quello di altri istituti simili, soprattutto tedeschi. Un passo importante avviene con la legge provinciale n°28 del 1990, in cui viene delineata la linea attuale della scuola, l’incrocio tra didattica, ricerca ed assistenza tecnica. Nel 2008 l’istituto diventa fondazione con il nome del suo primo direttore, Edmund Mach.

Ma di cosa si occupa oggi la Fondazione Mach? A livello locale si potrebbe rispondere con un semplice “tutto”. Per tutto quello che concerne l’agricoltura, le montagne, le foreste, l’allevamento, l’apicoltura, le acque, e così via, la Fondazione ha voce in capitolo, una voce grossa, arrogante ma pacata, e nessuno fino ad ora sembra capire cosa comporti avere una struttura di potere così nella valle dell’Adige, così importante per le multinazionali agricole locali e per i poteri politici. La Fondazione viene interpellata a 360°, le vengono commissionati studi sui ghiacciai, sui cambiamenti climatici in regione, sulla salute delle risorse idriche, i contadini cercano l’aiuto dei suoi tecnici il giorno stesso delle gelate, come quelle pesanti verificatesi quest’inizio di primavera. Le multinazionali della mela, dell’uva e dei piccoli frutti come la Melinda, Cavit, Ferrari, Menz & Gasser collaborano in stretto contatto con il vecchio monastero.

È un centro di potere nel senso stretto della parola, perchè quello che esce dalle sue mura e dalla voce dei suoi addetti ai lavori è legge, nessuno guarda più in là delle sue parole. Se si gira per il Trentino, nei paesi ci sono tanti piccoli contadini che forse neanche sanno cos’è la Fondazione Mach, ma loro non sono un problema, non è necessario che seguano i consigli perché quello che producono è per il loro sostentamento, al massimo per la famiglia e qualche amico, quindi non sono fruttuosi dal punti di vista del guadagno. Gli altri, invece, cioè quelli che producono entro un certo tipo di economia, sì che rischiano di restare impigliati nella burocrazia provinciale e nelle scelte tecnologiche “imposte” dell’ex monastero. È molto difficile toccare in senso critico la Mach in Trentino: è un istituzione. Lì dentro puoi trovare il biotecnologo insieme al giovane contadino che non vuole utilizzare pesticidi e vuole lavorare la terra in nome del biologico e della salvaguardia dell’ecosistema, tutti insieme senza alcun occhio critico su cosa succeda veramente all’interno di quei laboratori tecnologici. Nessuno ha l’impressione che il mondo previsto ed elaborato dalla Fondazione sia un mondo che distacchi sempre più l’uomo dalla natura, in cui essa viene vista solo come fonte di guadagno, indifferentemente se il prodotto sia biologico o biotecnologico. La “salvaguardia” del territorio è un’argomentazione fasulla che alimenta questi due percorsi.

Intorno a tutto questo c’è un territorio che difende, finanzia, giustifica e pubblicizza come necessaria questa collaborazione. L’annuale convegno GreenWeek a Trento si presta proprio a questo scopo, in quanto il ritrovo tra scienziati, politici ed industriali rafforza il loro connubio rifacendosi la facciata quanto a sostenibilità e rispetto dell’ambiente.

Questo luogo ha degli scopi ben precisi, e non sarà il singolo individuo a incrinare i rapporti di potere esistenti all’interno della Fondazione, così come la tecnologia utilizzata in quei laboratori non è imparziale, ma detta già il mondo che verrà. Lo scopo più o meno velato del Capitale è quello di crearsi una nuova facciata più pulita e più ecologica, continuando invece a distruggere tutto quello che tocca: oggi è il momento di investire in questa strada con una propaganda oculata.

Se ci pensiamo però, anche all’interno del movimento anarchico c’è voluto del tempo perchè si sviluppasse una critica alla tecnologia. Elisèe Reclus fu uno dei pochi che a fine Ottocento pose il problema del progresso tecnologico nell’analisi libertaria, criticando indirettamente, per esempio, le tesi positiviste di Kropotkin ed altri riguardo al problema. Qual è il punto? C’è chi si pone il problema della produzione in modo tale che gli uomini siano liberi ed uguali, ma con una credenza che il progresso sia la strada che salverà l’umanità dai pericoli e fatiche per le quali in tanti sono morti, altri invece ragionano sulla produzione ed il progresso in termini di profitto e sopraffazione. Purtroppo per decenni la critica al progresso tecnologico è stata sviata soltanto da una giusta questione di classe, ma ormai bisogna andare più affondo dei problemi.

Questo filo storico segue esattamente la storia della Fondazione. Essa voleva sì la prosperità della sua regione, ma nella direzione di un’innovazione tecnologica competitiva. Forse il nocciolo è proprio qui. Tutti questi studi sono legati all’aspetto economico, che oggi nel 2017 si tinge di verde: il linguaggio utilizzato oggi da padroni, scienziati, politici, filosofi, opinionisti, riesce a distoglierci dai problemi sociali legati a questo sistema tecnoindustriale: le caramelle zuccherate vengono distribuite gratuitamente a tutti gli sfruttati, facendo loro credere che l’alternativa “buona” ci sia, ma siano solo loro a poterla elargire. Ad esempio negli ultimi cinquant’anni in Trentino la temperatura dell’aria è aumentata di 1,5 °C, ed è come se il territorio fosse sprofondato di 200 metri, e chi risolverà i problemi? La Fondazione Mach, che da una parte con i suoi studi darà consigli alla Melinda ed alla Cavit nel momento in cui queste aziende dovranno sbancàre foreste sempre più in alto per far sì che i loro prodotti rimangano competitivi sul mercato e digeribili per i consumatori, dall’altra forniranno loro dei prodotti selezionati geneticamente tramite i biotecnologi.

Un altro slogan in voga in questi ultimi anni è “basta pesticidi”, questi sono veleni, e bisogna seguire le direttive europee in merito: ecco quindi la creazione in vitro di piante che resistono a caldo, insetti, grandine, gelate e così via. Il veleno è direttamente presente nelle piante, e non più sulla buccia, nella terra o nell’acqua.

Allo stesso tempo però è doveroso fare un ragionamento che vada più in là dell’aspetto naturale del problema, andando un attimo oltre la critica del come e cosa produrre in senso alimentare e il come convivere veramente con la natura che qui abbiamo solo abbozzato o criticato. Cosa sta accadendo in Trentino negli ultimi anni? C’è una massa di lavoratori, le cosiddette tute blu o colletti bianchi che stanno perdendo il lavoro, tante fabbriche chiudono, e noi non disperiamo, se non per la poca conflittualità dei lavoratori contro i padroni. Allo stesso tempo negli ultimi anni si assiste a una crescente richiesta di studenti, scienziati e simili che vadano a spremere le loro meningi in tutta una serie di strutture che qui in Trentino trovano spazio, soldi ed una certa cultura. Quindi questa terra sta diventando un laboratorio a tutti gli effetti in più settori, e uno di questi è proprio l’ex monastero a San Michele all’Adige. La crisi del lavoro in realtà non esiste, perché il capitalismo locale investe in quello che per lui è veramente profitto, cioè le nuove tecnologie e la ricerca: è qui che vengono investiti miliardi di euro ogni anno, quindi è qui che il Trentino si gioca le sue carte migliori, e chi non rientra in questo rinnovamento è tagliato fuori. Senza questo pezzo di ragionamento sul locale non si capirebbe cosa ci sta accadendo attorno e qual è il futuro di questa terra.

Quindi la Fondazione Mach è una delle punte di diamante di questo territorio, ma con chi collabora? Se si guarda la scaletta di Greenweek edizione 2016 possiamo trovare la Fondazione Bruno Kessler che insieme alla Fondazione Mach quest’anno è arrivata prima, secondo l’ANVUR1, in chimica, ingegneria, scienze della formazione, agraria-veterinaria, biologia, e avanti così. La collaborazione della Fondazione vede anche altri organi d’élite dell’innovazione tecnologica militare, del controllo, della repressione, come FBK, Eurotech (Finmeccanica ne possiede 11%), ENI. Ma non finisce qui. Nel 2005 a San Michele è stata presentata un’applicazione informatica per la catalogazione e gestione dei prodotti chimici, reagenti, microrganismi in laboratorio, e la gestione di esperimenti mediante il sistema di etichettatura a codice a sbarre. Chi ha prodotto questa applicazione? Quest’applicazione è stata creata da una collaborazione tra il centro Safecrop e l’Università di Haifa, università che collabora con quella di Trento nello studio di nuove tecnologie di controllo e repressione. Un comunicato stampa della Fondazione del 9 agosto del 2007 afferma che due ricercatori hanno attivato un procedimento per limitare l’utilizzo del rame nella viticoltura. La collaborazione è avvenuta tra il Dipartimento di Protezione delle Piante dell’Istituto agrario e il MIS (Department of Management Information Systems) dell’Università di Haifa. E dove è andato nel 2010 l’ex direttore della Fondazione Francesco Salamini? Proprio ad Haifa assieme ad una delegazione trentina. Un’altra collaborazione della Fondazione Mach è con il gruppo Eledia: insieme stanno applicando ad un meleto a Cles (TN) alcune tecnologie wireless: i nodi wireless nel terreno hanno il compito di rilevare la temperatura e l’umidità del terreno. La crescita dei fusti viene fatta con dei dendrometri, cioè dei chip applicati alle piante, che comunicano grazie ad una tecnologia chiamata WSN (Wireless Sensor Network). Hanno creato quindi un ambiente intelligente e pervasivo.

È evidente che la Fondazione Mach non ha niente di etico, di naturale, di “green”, non si fa scrupoli nel collaborare con guerrafondai patentati, teorici dell’atomo e petrolieri, la sua ricerca va sempre più a limitare la capacità dell’uomo ad avere un senso critico rispetto a come convivere con la natura, a come nutrirsi, è una direzione sempre più accentratrice di saperi e degli strumenti, riuscendo tramite la politica a darsi una facciata “trasparente”, coprendo quello che fa tra le sue mura; niente viene nascosto, ma tutto viene distorto, e il fine ultimo è sempre il profitto ed il controllo. Ma, oltre a questo, detta anche la linea di come sarà l’alimentazione del domani. Questo a profitto dei padroni a livello di denaro, ed a profitto dello Stato per la capacità sempre più sottile di un controllo intimo e pervasivo, come avviene nei meleti di Cles.

Questo articolo è un primo approccio alla questione della Fondazione Mach, perché non si può svincolarla dal potere locale e altro, potere che arriva a toccare l’essenziale, cioè l’alimentazione e l’ambiente, che continua a offrirci cose indispensabili come legna, cibo, acqua. Vorremmo riuscire a far intravedere che quello che sta succedendo nel paesino di San Michele all’Adige è in realtà un’innovazione nello sfruttamento tra uomini, ed è uno sfruttamento che non ha niente a che vedere con un rapporto etico uomo-natura come loro vogliono far credere in tutte le loro manifestazioni di propaganda. Il problema rimane complesso perché vuol dire avere una reale alternativa a quello che sta creando la Fondazione a livello di immaginario, ma qui vorrebbe dire parlare di rivoluzione: un luogo liberato non ha bisogno di niente di ciò che pensa e produce questa Fondazione. Ne riparleremo.

Stecco

1 L’Agenzia per la valutazione del sistema Universitario e della ricerca (ANVUR) sovraintende al sistema pubblico nazionale di valutazione della qualità delle Università e degli Enti di ricerca. Essa cura la valutazione esterna della qualità delle attività delle Università e degli Enti di Ricerca destinatari di finanziamenti pubblici e indirizza le attività dei Nuclei di valutazione. Infine, valuta l’efficacia e l’efficienza dei programmi pubblici di finanziamento e di incentivazione alle attività di ricerca e innovazione.

Dal giornale ecologista L’Urlo della Terra, num.5, luglio 2017

Francia – Incendiate pale eoliche e a picco imbarcazione ingegnere responsabile della TAP

Francia – Staccare la spina!

È un’espressione entrata nel linguaggio comune, che può avere svariati significati. Può indicare l’interruzione dell’alimentazione di una macchina, come quando si spegne l’apparecchiatura che continua a mantenere artificialmente in vita chi è già considerato clinicamente morto. Analogamente, può indicare l’atto con cui si provoca la fine di qualcosa che è in profonda ed irreversibile crisi. Insomma, si stacca la spina ai malati terminali come ai governi senza consenso. Ma può anche indicare la cessazione di un lavoro particolarmente stressante, i cui ritmi serrati non permettono di dedicarsi a se stessi e la cui routine ci impedisce di vivere, concedendoci al massimo di funzionare. Si stacca la spina quando non si hanno più speranze: speranze di vita, di gioia, di dignità.
Quando non c’è più vita — vita reale, autentica, non un suo surrogato — c’è solo una cosa da fare: staccare la spina. Per morire definitivamente, forse. Ma anche e soprattutto per trovare il tempo e la possibilità di ricominciare a vivere.
Questa civiltà è un malato terminale. Funziona ancora, occasionalmente, ma non vive più. Può gonfiare portafogli, ma non può far battere il cuore. Si mobilita per incrementare bisogni, ma non muove un dito per realizzare desideri. Organizza pubblici spettacoli, non esaudisce fantasie singolari. Risuona di pubblicità, mai di poesia. In un’esistenza trascorsa giorno dopo giorno all’inseguimento del denaro (e del potere), si finisce col perdere ogni gioia e fierezza. Allora, che senso ha permettere a questa civiltà di sopravvivere? Meglio staccare la spina, meglio interrompere il funzionamento delle sue macchine — che poi sono le stesse che permettono il funzionamento delle sue banche, delle sue caserme, dei suoi supermercati, delle sue industrie, delle sue questure, delle sue scuole…
È quanto sta accadendo sempre più spesso in Francia, ad esempio. E dato che i mass-media passano sotto silenzio o travisano le loro ragioni, talvolta sono gli stessi amanti della vita a prendere la parola.

L’eolico, la guerra e la pace

 Nelle prime ore della notte del 3 agosto, nel nord Bugey, alcuni nottambuli s’avventurano su un crinale un tempo coronato dalle cime degli alberi, oggi dominato dalle macchine dell’industria eolica. È per esse che i ribelli sono usciti stanotte, per distruggerne una, o magari due. Si danno da fare e presto si ritirano nei boschi. Alle loro spalle, a circa 100 metri al di sopra del suolo, le fiamme cominciano a consumare la struttura con un crepitio metallico.
Il Bugey è già tristemente celebre per la sua centrale elettronucleare. Ahinoi, le infrastrutture dell’atomo non hanno l’esclusiva nella distruzione di queste contrade trasformate in risorse, preliminare della energia-merce. Qui la foresta è lacerata da linee elettriche e da strade sterrate, devastata da città e villaggi, con le loro segherie, cave, stazioni sciistiche… e ora col loro parco eolico.
Si può studiare attentamente un modo di produzione, analizzando un gran numero di parametri relativi. Si possono fare calcoli, analogie, paragoni, ipotesi, deduzioni. Si può anche considerare che tutti questi dati seri sono gli elementi del linguaggio di una mentalità tecnica e quantitativa, che questa stessa mentalità scientifica presiede ovunque all’amministrazione di persone e cose. Che non esistono energie alternative o rinnovabili. Total, Areva, EDF e Vinci sono tra i maggiori investitori nel settore eolico. Che esiste un solo leviatano che diversifica e ottimizza la sua produzione di megawatt. Una guerra insidiosa e devastante viene combattuta contro tutto ciò che non è ancora riducibile al capitale. Che lo si ignori o che lo si riconosca, essa ha conseguenze tragiche sulle nostre vite. Ribelli senza causa né speranza, entriamo in questa guerra consapevoli di essere niente, desiderando tutto. Vittoria e sconfitta non sono più nel nostro lessico, l’essenziale è altrove, si trova interamente nell’atto di combattere.
Di questa guerra, che si intensifica sugli sfruttati che resistono da molti anni, andiamo fieri e inviamo il nostro più alto rispetto a tutti i ribelli che lottano contro i nostri nemici. Grazie a te Burienne che combatti contro il nucleare e il suo mondo, a te a Briançon e dintorni, che vuoi distruggere le frontiere e mostri la più bella solidarietà internazionale, grazie alla Borie e tutti gli altri squat che sono altrettanti bastioni contro un ambiente mortifero in cui la legge ELAN è una nuova arma di distruzione di massa nei confronti delle occupazioni.
A tutti coloro che non hanno relegato i loro sogni sul cammino del rimpianto, grazie, le vostre battaglie ci ispirano.
Lo Stato è in guerra e dispone di mezzi illimitati per domare la ribellione (militari, sbirri, servizi segreti, media, scuola …). Finiremo, senza alcun dubbio, come molti dei nostri amici, compagni ed antenati, prigionieri di guerra come nemici della repubblica o uccisi da questa milizia. La prigione, arma di terrore utilizzata per dissuadere, reprimere e poi distruggere la nostra vita sociale. Il terrorismo di Stato si abbatte sulle classi più povere con questa arma che distrugge la nostra immaginazione, i nostri desideri, e quando il terrore psicologico non è sufficiente si spinge fino a distruggere le nostre carni. È spaventato, uccide, mutila e si serve delle peggiori tecniche di manipolazione di massa per pacificare la popolazione.
Ci sottraiamo alla passività e alla rassegnazione di fronte a questa guerra di cui non vedremo la fine.
Poiché le nostre vite sono condannate, combatteremo fino alla fine. 
 Fatto particolarmente significativo, la libera circolazione dell’energia sta sviluppando una nuova forma di internazionalismo — una lotta senza frontiere. Ciò che avviene all’estero può trarre ispirazione anche da quanto accade sotto casa. Non ci credete?

Contro la loro energia che alimenta questo mondo disumano, azione!

 «Ma sì, ma sì!» gridava. «E io l’andrò a scovare dietro al Capo di Buona Speranza e al Capo Horn e al Maelstrom e alle fiamme della perdizione prima di perdonargliela. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per cacciare quella balena bianca su tutti e due i lati del continente e in ogni parte del mondo, per farle sfiatare sangue nero, per buttarla a pinne in aria. Che ne dite, ragazzi, ci diamo subito una stretta di mano? Mi sembrate gente di fegato»
(Moby Dick)
 Marzo 2018 – Nei dintorni di Cannes abbiamo mandato a picco, praticando dei buchi nella chiglia, l’imbarcazione a vela di un ingegnere affiliato alla Bonatti Spa, responsabile tra l’altro del gasdotto Tap in Italia.
Contro la loro energia che alimenta questo mondo disumano, azione!
Monsieur Simon, se non abbandonerà il suo posto perderà la casa oltre alla barca. Converrà con noi che non sarebbe vantaggioso.
Alcuni marinai anarchici superstiti di Kronstadt
Dal che si deduce che l’energia è ovunque, che le infrastrutture energetiche sono ovunque, che i responsabili delle grandi opere energetiche sono ovunque. E che, se non staccheremo la spina a questo mondo infame, perderemo l’illusione oltre alla vita.
Converrete con noi che non sarebbe dignitoso

Sabotaggi in Francia

25 Aprile
Un incendio nella sede della ditta “Varsican mines” che recentemente ha ottenuto il permesso per effettuare ricerche minerarie sul tungsteno, minerale sempre più richiesto nell’industria militare ed aereonautica.

9 Maggio
Un incendio su una cabina elettrica di accesso alle fibre ottiche di Orange ha causato un esteso incendio sotterraneo di cavi.
Novemila persone senza internet e senza telefono fisso. Problemi anche per le reti 3G e 4G.

16 Maggio
Un incendio di un importante ripetitore ha provocato un blocco totale di internet, televisione e telefoni fissi a Louvres, Puiseux-en France, Fosses, Marly-la Ville
Dieci giorni per il ripristino della rete.

18 Maggio
Un locale tecnico di EDF, compagnia elettrica coinvolta nel nucleare, è stato devastato.

31 Maggio
Una pala eolica completamente bruciata, un’altra parzialmente danneggiata. Due milioni di euro di danni. Due delle otto pale eoliche sulle montagne di Marsanne.

Info da: Fenrir, num.9

Aprile Berlino – Dati alle fiamme furgoni di Vinci e Spie

24 aprile 2018

Nel controprogetto all’isolamento e alla concorrenza come base dei modelli sociali occidentali, amicx e compas in Francia si sono appropriatx di un territorio a Notre Dame des Landes dove praticano la solidarietà come elemento centrale di convivenza.
Di fatto lo Stato francese voleva costruire nel territorio un ulteriore aeroporto gestito dalla VINCI s.a. Come reazione a questo progetto, lx nostrx compas hanno semplicemente occupato questo territorio.
La rinuncia alla grande opera aeroporto sembrava una vittoria.

Ma ad inizio aprile lo Stato francese lanciava l’attacco a questa forma d’auto-amministrazione…
VINCI: Nella lotta al progetto del grande aeroporto Notre-Dame-des-Landes, VINCI fu di già frequentemente obiettivo d’azioni militanti in Francia ma anche nella RFT.

VINCI avrebbe gestito questo aeroporto che poco tempo fa fu ufficialmente bloccato. Impresa multinazionale con più di 100.000 impiegatx e sede a Rueil-Malmaison in Francia, Vinci è tra l’altro compagnia di gestione di 33 aeroporti e di diverse autostrade in tutto il mondo.
Vinci si è cristallizzata come uno dei grandi consorzi che organizzano il funzionamento infrastrutturale fluido della convivenza sociale-statale. Le infrastrutture statali in generale e anzitutto in Francia rappresentano gli interessi commerciali di VINCI e attaccarli per noi è un imperativo!

SPIE: In Francia nel settore servizi la ditta Spie è la concorrente più forte di Vinci. Con l’affiliata Spie Nucléaire, l’impresa con sede in Francia è invischiata nell’industria nucleare. In Germania, Spie SAG è coinvolta nella produzione d’elettricità con il carbone e si vanta del suo annoso partenariato con RWE. Per esempio le macchine per l’estrazione della lignite di RWE furono trasportate nella foresta di Hambach da Spie .
Come grande logistico infrastrutturale, Spie è già stata attaccata da compas in passato poiché invischiata in progetti di costruzione di carceri.

Ecco perché nella notte dal 23 al 24 aprile 2018 nel quartiere Sevan a Lichtenberg abbiamo bruciato un furgone VINCI ed uno di Spie.

Kommando Sébastien Briat
– Azione nel quadro delle giornate di azione Maisteine (Pietre di Maggio)[maisteine] –

Fonte: Indymedia

Traduzione dal tedesco mc

Info da: https://it-contrainfo.espiv.net/