Foresta di Hambach – Scontri, barricate e sabotaggi

Foresta di Hambach (Hambacher Forst)/Kerpen, novembre 2017

Foresta di Hambach – Scontri, barricate e sabotaggi…Oltre ai reati riportati, ignoti danneggiarono due stazioni pompaggio. Ignoti con il fuoco distrussero del tutto una stazione trasformatori a Kerpen-Manheim nella Forsthausstraße. Un’altra stazione trasformatori presentava le tracce di un tentato scasso.

Secondo la polizia gli avversari della lignite lanciarono pietre alle forze d’intervento e agli impiegati RWE danneggiando anche delle vetture di polizia. Un gruppo di circa 50 Persone avrebbe tentato di avanzare fino alla zona del disboscamento in atto. La polizia lo avrebbe impedito con lo spray al pepe e riporta una vettura operativa danneggiata.
Inoltre la polizia ritrovava delle assi chiodate lungo la L276 vicino alla Foresta. Erano munite di corde, con le quali avrebbero potuto essere tirate sulla carreggiata.

fonte: chronik.blackblogs.org

Non possiamo abbandonare la critica – Note sul movimento no tap

Da qualche tempo sentiamo la necessità di esprimere alcuni pensieri su quella che è una parte della opposizione a Tap. In un vorticosa corsa, povera, ci pare, di riflessioni interessanti, vediamo ripetersi iniziative che mischiano contenuti e pratiche recuperando tutto nel calderone riformista.
Tra le ultime iniziative, la presentazione di un libro, a cura del giornalista fascio-leghista Gianluigi Paragone sui rapporti tra Tap, le lobbies finanziarie e le banche.
Cortei dal forte sapore cittadinista come quello dell’8 dicembre a Lecce, promosso dal movimento no tav, che ha invitato tutti i movimenti italiani a organizzare iniziative nei propri territori.
E poi presentazione di libri che raccontano di un Salento paradisiaco, che gli svizzeri cattivi vorrebbero portarci via e ancora giornate di narrazione e apologia di ciò che è stato il presidio esistente fino a poco tempo fa. Serrate dei commercianti di Melendugno, sfilate di gruppi partitici di cui capofila sono i 5 stelle. Un movimento no tap, quindi, di cui fanno parte amministratori, commercianti, associazioni, cittadini, comitati e anarchici, che pare essere la fotocopia di cose già viste.
Le giornate trascorse nella primavera scorsa, quando nessun movimento esisteva ancora, sembrano essere lontane anni luce, con la loro spontaneità e determinazione da parte di una pluralità di persone, tutte in prima fila a bloccare i lavori. Oggi invece si organizzano eventi, incontri, e anche ciò che cerca di passare il limite, viene subito recuperato da un discorso democratico. Come le passeggiate attorno alla zona rossa, tra l’altro osteggiate dai capoccia del comitato no tap, che in un’occasione specifica, quella del 6 dicembre, mentre gli abitanti del posto e altri manifestanti si dirigevano verso la recinzione del cantiere, hanno esplicitamente provato a dissuaderli, invitandoli a proseguire in un’inutile manifestazione in una località deserta. Per una volta non sono ascoltati.
Che i movimenti del no abbiano questa composizione non ci stupisce. Insieme a tante belle persone conosciute in questi mesi, spontanee e arrabbiate, ma fortemente condizionate dal sistema statale in cui si trovano immerse, (lo Stato dentro difficile da mettere in discussione, seppure non da tutti), la presenza di sindaci, parlamentari, politici di vario genere, associazionismo di sinistra e di destra, che non esita a prendere le distanze da ciò che alza minimamente il livello del conflitto, pacifisti di varia natura, giornalisti e altro, il recupero è sempre dietro l’angolo, ma soprattutto è sempre dietro l’angolo lo scivolamento verso un miscuglio aberrante che mette insieme ciò che dovrebbe stare agli antipodi.
E gli anarchici? Crediamo sia necessaria chiarezza e sia necessario porre una riflessione sulle dinamiche che vengono riproposte anche in Salento e già viste in altri contesti. “Strategie” e “alleanze” che aumentano il brivido del quantitativo, ma alla fine cosa lasciano? Un impoverimento generale, poiché a furia di abbassare contenuti, pratiche e critica, si finirà per perdere la bussola. L’esperienza valsusina non è lontana, eppure vediamo anarchici ripercorrere le stesse strade senza alcuna riflessione in merito. Ma la teoria e la pratica, i mezzi e i fini, la conflittualità permanente, l’orizzontalità, non sono slogan da ripetere tra compagni, sono ciò che crediamo non farà perdere l’orizzonte della libertà che abbiamo nel cuore. Il pericoloso scivolamento verso la rappresentazione e la narrazione, di cui anche il movimento no tap – e non solo – si caratterizza, ci fa letteralmente paura, poiché vediamo manifestarsi in un movimento (autoproclamatosi tale) una perdita di contenuti e non un aumento, il recupero delle pratiche più incisive e non il loro affermarsi. Una centralizzazione che rischia di diventare gerarchia. La riproduzione di un mainstream che sta stritolando l’individualità e la particolarità.
Per fermare Tap dobbiamo agire ma non possiamo abbandonare la critica.

Alcuni nemici di tap
Dicembre 2017

Grenoble – Incendiato Centro di cultura scientifica, tecnica e industriale

Grenoble, polo tecnologico pacificato?

Nella notte di 21 novembre ci siamo introdotti nella Casemate di Grenoble (più facile del previsto, dato che la porta era aperta (idioti!) e l’abbiamo devastata (chiunque abbia mai lanciato dei computer attraverso una stanza, saprà di cosa parliamo), e infine l’abbiamo allegramente incendiata. Mentre il telegenico responsabile del fablab si sta agitando pateticamente nei media, noi pubblichiamo il nostro comunicato, eco inseparabile dal nostro atto incendiario contro questa istituzione notoriamente nociva a causa della diffusione di cultura digitale.
Negli anni Settanta molti rivoluzionari hanno investito su Internet, mentre l’informatizzazione delle nostre vite era solo agli inizi. Si parlava freneticamente di orizzontalità, del potenziale formidabile di informazione e di condivisione, e persino, per i più confusi, di emancipazione grazie a computer collegati tra di loro. L’appropriazione popolare di questa tecnologia emergente avrebbe, si diceva, minato tutti gli sforzi coercitivi di governi o mercantili delle aziende. Questa ingenua utopia è cambiata nel giro di mezzo secolo, da una profezia marginale ad un’ideologia popolare. Da dirigenti statali a intellettuali di Sinistra, da e-imprenditori ad associazioni ecologiste, tutti affascinati davanti alla rivoluzione digitale. Il hacker è diventato la nuova icona sovversiva e ovunque vengono lodati i social media, l’open source, il lavoro di gruppo, la trasparenza, la gratuità e l’incommensurabile immaterialità.

Ma il superamento dell’era industriale si è rilevato essere una grossa menzogna: migliaia di chilometri di cavo sotto terra e sotto i mari, data-center in tutti gli angoli dell’emisfero, tutta una serie di centrali nucleari per mantenere l’economia attaccata alla flebo, prodotti sofisticati all’obsolescenza accelerata, schermi in tutti gli spazi, nocività anche tra le pieghe intime del nostro quotidiano; tutto poggia sull’industria ipertrofica, la devastazione dell’ultimo spazio non-urbanizzato e lo sfruttamento e l’eliminazione brutale o diffusa di individui umani o non-umani.
L’illusione digitale continua a far effetto. Eppure, l’impagabile Norbert Wiener teorizzò già nel 1954 la cibernetica come arte di governo attraverso macchine. Eppure, è il più grande potere militare al mondo che sviluppò i primi computer, collegandoli in rete, con il solo obiettivo di vincere efficacemente la guerra. Eppure, sono Google, Amazon, Facebook, Apple, che programmano la rete e si arricchiscono. Eppure, sono gli Stati che regolano e sorvegliano lo spazio digitale. Indubbiamente, profitto e controllo presiedono all’immaterialità immaginaria. La società è finita a riassumersi in un totalitarismo tecnologico, finemente modellato, una versione sempre più autoritaria delle gestione di nostre vite. Che fanno i rivoluzionari? Loro cogestiscono la propria alienazione, creano valute digitali e installano wi-fi anche in spazi occupati.
Quando tutto concorre, nella realtà vissuta, a smentire l’ideologia, le ideologie raddoppiano d’inventiva. Comunicazione e immagini devono mascherare il mondo affinché il regno del falso sia mantenuto.
“Ville Internet” [concorso per la miglior copertura internet come servizio pubblico, ndt] ormai si unisce a “Ville Fleurie” [concorso per il miglior spazio verde, ndt], le ultime paccottiglie tecnologiche sono tutte “smart”, i burocrati dell’educazione nazionale rifilano ai bambini contenuti digitali. Vengono ovunque introdotte nuove interfacce digitali ludiche. Gli amministratori delle città soddisfano le start-up assetate di denaro, e le masse tendenzialmente geek si aprono ai fablab nei quartieri alla moda. Questi dispositivi in apparenza estremamente eterogenei mirano tutti ad accelerare il consenso e l’utilizzo sociale di tecnologie della nostra epoca inquietante.

A noi non ce ne frega minimamente se questi fablab provengono dall’immaginario stantio di un hacker ammirato, ma non è così, o che partecipano alla proficua collaborazione scientifica con uno dei templi della tecnocrazia, il MIT (Massassuchets Institute of Technologies), ed è così; perché rappresentano una nocività che siamo venuti a distruggere. Ma non si tratta di criticare questo o quell’aspetto di inferno tecnologico, di deplorare il progresso dell’onniscenza di Stato, dell’efficienza dell’ordine di mercato, o del nostro crescente addomesticamento eseguito da macchine. Se lottiamo contro il progetto cibernetico che avvelena la nostra sottomissione, è la totalità di questo mondo spregevole che noi attacchiamo.
Siamo un po’ in ritardo per la data del 16 (processo), ma inviamo il nostro sostegno ai compagni nell’operazione Scripta Manent (particolarmente a quelli che subiscono la censura). Inviamo anche forza alle tre compagne di Montreuil, attualmente in detenzione preventiva [rilasciate il 23/11, ndt], come al compagno in isolamento.
I compagni in Cile hanno lanciato un appello per un mese di novembre nero. Anche se ci piace l’idea della campagna internazionale lanciata da anarchici, noi non ci ritroviamo in questa “esigenza di liberare i prigionieri”. Anche se condividiamo l’idea di sostenere i detenuti ribelli con attacchi, ci rifiutiamo di entrare in una logica di dialogo con lo Stato (o con ogni altro potere).
Questa notte abbiamo bruciato la Casemate, domani sarà qualcos’altro, e le nostre vite saranno troppo brevi, in carcere o alla’aria libera, perché tutto ciò che odiamo bruci.
fonte: anarhija.info

l’Università del Salento collabora con TAP

L’UNIVERSITA’ DEL SALENTO COLLABORA CON TAP

Che Tap non sia solo un’infrastruttura energetica ma si porti dietro
anche un’idea di mondo è stato ancora più chiaro nella giornata del 20
novembre, quando in un convegno organizzato all’interno dell’Università
di Lecce erano presenti allo stesso tavolo parlamentari, dirigenti di
Eni e Tap e feccia simile. Il convegno è stato interrotto a causa delle
proteste all’interno e all’esterno della sala e molti si sono indignati
per il ruolo dell’Università, palesemente schierata dalla parte dei
potenti. Ma che l’Università non sia culla del libero pensiero ma
fabbrica di tecnici per gestire questo mondo dovrebbe essere noto a
tutti. Irreggimentati tra esami, debiti e crediti, agli studenti non
resta più il tempo per riflettere, discutere, confrontarsi, contestare.
Salvo in rare, sporadiche occasioni in cui la routine delle lezioni e
degli appelli è interrotta da una presa di coscienza non rinviabile.
Tuttavia le università quotidianamente sono al servizio dei più potenti.
Basti pensare al legame strettissimo che intercorre tra l’Università e
la guerra, alla Ricerca finanziata a fini militari e di controllo,
all’ingerenza che le grosse lobby hanno nelle università, al fine di
indirizzare studi che abbiano valore scientifico incontestabile ma che
di fatto servono al profitto di qualche multinazionale. E la stessa cosa
si può dire dell’Università del Salento, che investe tutte le sue
energie nel ramo delle nanotecnologie e dell’ingegneria. Ora
l’Università del Salento collabora apertamente con Tap, aiutandola nel
monitoraggio degli ulivi espiantati dalla multinazionale per realizzare
il gasdotto, ospitando convegni i cui relatori sono stragisti come il
country manager di Tap Michele Elia, e guerrafondai come dirigenti Eni,
le cui responsabilità in Libia sono strettamente collegate alle morti in
mare di migliaia di disperati. Infine, per voce di suoi docenti come
Boero, difende l’indifendibile, intervenendo sui giornali per
tranquillizzare sulla sicurezza e l’utilità del gasdotto e dare
credibilità ad un’opera imposta e nociva che la gran parte delle persone
non vuole.
Il signor Boero tra l’altro non può neanche dirsi super partes, avendo
ricevuto degli incarichi remunerati direttamente da Tap negli anni, per
tale motivo egli è semplicemente complice della devastazione che Tap
vuole portare nei territori che attraverserà.
Ma se l’università non è più fucina di idee e agorà del pensiero
critico, può sempre diventare un luogo di scontro: tra i costruttori di
questo mondo di guerra e sfruttamento e i suoi demolitori.
E allora contro Tap, blocchiamo tutto!
Nemici di Tap

Volantino distribuito e affisso in città e presso l’Università del Salento:
l’università del salento collabora

Germania: Appello urgente dalla Foresta di Hambach

Il processo che concedeva alla foresta di Hambach un po’ più di tempo per prepararsi alla stagione del taglio è perduto. RWE ha cominciato oggi a disboscare i cespugli in vista del taglio totale. La preparazione per un intervento massiccio della polizia è evidente. Hanno annunciato che vogliono sgomberare l’intera occupazione. Li aspettiamo lunedì al più tardi per l’espulsione. Sono già presenti nella foresta per proteggere i macchinari.

Per fare in modo che la foresta di Hambach resista abbiamo bisogno di te e dei/lle tu* amic* e comp@gn*!

Nella migliore delle ipotesi passa da qui.

Se tutto va bene porta con te:

sacchi a pelo, materassi
amic*
un’idea di quello che vuoi fare (l’infrastruttura di RWE è troppo grande per poterla proteggere tutta)
stivali impermeabili, vestiti camouflage
telecamere (per registrare le violenze della polizia)
guanti da lavoro
spazzolini da denti
materiale di primo soccorso
materiale per la pioggia
una piccola tenda (non è necessaria, ma se ne hai una portala)
niente droga
niente documenti d’identità (se ne hai bisogno per il viaggio, seppelliscili da qualche parte nel bosco)

Quello che puoi fare da fuori:

diffondi la notizia
fai qualunque cosa tu abbia voglia di fare per mostrare la tua solidarietà
distrai le forze di polizia (per lo sgombero avranno bisogno di poliziotti da tutta la Germania)
attacca le vene del capitalismo & la sua industria fossile
non farti prendere
non dimenticare chi è al gabbio

Ci vediamo sulle barricate
hambacherforst.org

Genova – Attacco incendiario

GENOVA:

La rabbia è tanta e a volte basta poco per tramutarla in fuoco.

La rabbia e il fuoco camminando di pari passo non attendono giornate campali per mostrarsi, in maniera equa colpiscono ricchi e poveri come successo al G8 di Genova o al G20 di Amburgo, ed in quei momenti, mostrando il loro volto migliore.

Fuoco e rabbia semplicemente agiscono, loro non preparano il terreno per la rivoluzione, non sono in cerca di adepti tra le masse, loro osservano con tristezza una società che non ha più nulla da chiedere alla propria esistenza.

Fuoco e rabbia: il primo un elemento, il secondo un sentimento, basta poco per farli sposare, serve solo un pò di coraggio, ed ecco che generano un urlo che squarcia la cappa di apatia di cui quella società morente è ormai intrisa ed assuefatta.

Sono urla di vendetta per le decine di migliaia di migranti morti cercando di oltrepassare le frontiere sparse in tutto il mondo.

Sono urla contro la devastazione e saccheggio che Stati e multinazionali compiono in nome del progresso.

Sono urla che scaldano i cuori delle nostre sorelle e dei nostri fratelli anarchici prigionieri nel mondo.

La catastrofe è ogni giorno in cui non accade niente alle brutalità che i governi compiono!

Per le compagne ed i compagni anarchici prigionieri dell’ Op. Scripta Manent, per il prigioniero anarchico in sciopero della fame Davide Delogu, per i compagni di Firenze, distrutte col fuoco alcune macchine tra cui una del Corpo Consolare dello Stato Italiano.

LONG LIVES ANARCHY

Info da: www.autistici.org/cna

Volantino distribuito durante un corteo spontaneo e blocco del traffico a Lecce il 19 novembre

OGGI BLOCCHIAMO NOI
Con una ordinanza in vigore dalla mezzanotte di domenica 13 novembre, il
Prefetto ha stabilito la creazione di una cintura di sicurezza in zona
“San Basilio”, in agro di Melendugno. Si tratta di una “zona rossa”,
ovvero una vasta area di interdizione nel cui perimetro hanno accesso
solo gli operai che lavorano alla realizzazione del gasdotto Tap,
protetti da un ingentissimo schieramento di forze dell’ordine. I pochi
residenti nella zona e i contadini che si recano a lavorare, possono
accedere solo previo pass concesso da Questore e Prefetto. Qualcuno,
davanti ad una tale situazione, ha affermato che sembra di essere a
Baghdad…
In un certo senso, in una simile affermazione, c’è del vero, per due
motivi: il primo è che lo Stato italiano ha dichiarato guerra a una
parte dei suoi cittadini, militarizzando un territorio per imporre
un’opera che gran parte di essi non vorrebbero. L’altro è che ormai le
differenze tra una zona di guerra e una di pace sono sempre più sfumate,
e attraversare veri e propri check-point per spostarsi da un posto
all’altro sta diventando normalità. Basti pensare a cosa è accaduto col
recente Decreto Minniti. Adottato dopo un morto e diversi feriti causati
durante la visione di una partita di calcio in una piazza di Torino –
evento peraltro organizzato dal Comune… – è stato il pretesto per
imporre misure di sicurezza in ogni evento pubblico. Dalla scorsa
estate, per andare in una qualunque sagra, bisogna attraversare
check-point, barriere antisfondamento e spesso tornelli conta-persone ed
essere perquisiti, fino all’estremo di vedersi sequestrare l’accendino!
Di questo percorso di accettazione psicologica del controllo a cui ci
stanno abituando, la “zona rossa” del cantiere Tap è solo l’aspetto più
brutale.
Ma se Prefetti e forze di polizia possono impedirci di entrare in una
zona ben definita per contrastare un’opera nociva, non potranno certo
impedirci di essere ovunque per contestarla. Se non potremo recarci in
un punto ben preciso, potremo sempre andare dappertutto. Alla loro zona
rossa definita sulle mappe catastali, risponderemo con gli innumerevoli
blocchi pensati dal nostro immaginario.
Alla vigilia delle festività natalizie, molte buone occasioni si aprono
per noi… Chi prova disturbo per tutto ciò, può sempre protestare col
Prefetto, che preferisce tutelare una multinazionale energetica
piuttosto che la libera circolazione dei cittadini.

volantino distribuito durante un corteo spontaneo e blocco del traffico
a Lecce il 19 novembre

Saronno – Alle radici della fuga

ALLE RADICI DELLA FUGA

LA MISTIFICANTE DEFINIZIONE DI “MIGRANTE ECONOMICO” DI FRONTE ALLE RESPONSABILITA’ ECOLOGICHE E SOCIALI DEL MONDO CIVILIZZATO IN CUI VIVIAMO
MARTEDI 14 NOVEMBRE 2017
ORE 21.00 CIRCOLO DELLA TEPPA SARONNO, VIA GUARAGNA 6

Una discussione a più voci, un confronto tra percorsi diversi. Scardinare l’apparente separazione tra le diverse critiche a questo mondo. Il fenomeno migratorio è un fenomeno epocale, che non saranno i respingimenti in mare o i campi di concentramento in Libia a fermare. Il patto col diavolo di Minniti e dell’Unione Europea, ieri con Erdogan oggi con le milizie tribali nord africane, non fermerànno un sodo di massa che ha radici ben più profonde. L’Africa è terreno di conquista per ogni sorta di investitore: dalla terra per l’agricoltura industriale e biotecnologica, alle miniere, alle infrastrutture energetiche, alle discariche. Il mondo digitale, del software e della tecnologia, esiste grazie alla materialità dello sfruttamento in atto in quelle zone del globo. Le innovazioni scientifiche di stampo biotecnologico accrescono ancora di più il divario di potere e denaro tra chi ha in mano i brevetti ed i mezzi in grado di sviluppare la produzione ed organizzare la forza lavoro e chi si è visto distruggere da secoli di massacri e guerre schiavistiche o coloniali le conoscenze tradizionali legate al territorio abitato. Territorio che, in ogni caso, non esiste più. Di fronte alla desertificazione, al cambiamento climatico causato dalle attività umane, gli equilibri naturali si sono dissolti. Dal deserto e dall’oceano bisogna fuggire, come diceva Moravia.
I responsabili, i modi in cui quotidianamente avalliamo questo sistema, ecco su cosa occorre interrogarsi. Rifiutare gli esseri umani in fuga da guerre e carestie significa non voler accettare di pagare il prezzo delle nostre scelte di vita e della nostra organizzazione sociale. Ma rimane sempre il problema di tutto ciò che di non umano – gli altri animali, le piante, gli ecosistemi – quotidianamente distruggiamo per affermare la nostra supremazia. Fermarsi al fenomeno migratorio, quindi, resta insufficiente per una profonda comprensione di cosa il sistema scientifico, tecnologico ed industriale produce al livello mondiale. Senza lasciarsi abbindolare dalle frasi di circostanza che, dall’EXPO di “nutrire il pianeta” al G7 dell’agricoltura di Bergamo, ci ripetono come sia il progresso la soluzione e la via in cui dobbiamo credere, occorre invece pensare a quale, nel 2017, possa essere una prospettiva di liberazione che travalichi le necessità dell’essere umano e prenda in considerazione anche il rapporto con la totalità naturale che ci circonda. Perchè come non può esistere libertà accanto allo sfruttamento di altri esseri umani, così non ci può essere vita accanto alla sistematica uccisione di organismi viventi e l’avvelenamento di interi ecosistemi.

locandina: Alle radici della fuga